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Miele ghiacciato
di Fiore aka Mu

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Capitolo primo:

PAROLE DI CATRAME

 

In realtà non avevo molto da dire a Kojiro.

Guidava quell’auto sommessamente infastidito dal mio ostinato silenzio e più cercavo le parole meno ne avevo.

Non che non avrei potuto tranquillamente raggiungere il mio amico da sola, ma in fondo, tornare a Hokkaido dopo dieci anni, tornare nel luogo che ci aveva visti crescere entrambi, diventare amici, poi separarci e tutto il resto… tornare dopo dieci anni mi spaventava, semplicemente. E faceva male. Un male cane.

“Allora disse al fine Kojiro- come ti senti?”

“Bene… -cercai di sorridere- cioè… in realtà uno schifo…”

“Perché?”.

Ecco. Io Kojiro non l’ho mai sopportato per questa sua capacità di fare domande terribilmente vere come questa mettendo in difficoltà qualunque interlocutore. Esattamente come me. Per questo forse non siamo mai riusciti ad essere amici, ma nemmeno ad odiarci.

Non risposi. E per qualche minuto rimanemmo di nuovo in silenzio. Ondeggiavo appena la testa spettinata seguendo i suoni della radio, emotivamente lobotomizzata.

“Perché?”.

Ostinatamente irremovibile.

Decisi di rispondere.

“Lo sai perché”.

Non una gran risposta, forse, ma sufficiente.

Di nuovo silenzio. Assordante.

Vedevo scorrere schizofreniche le immagini dal finestrino: l’estate, più o meno. La sua nascita. Eppure io sentivo freddo.

Strinsi i pugni sui calzoni leggeri, forse avrei voluto piangere, non lo so. Ma sarei morta pur di non mostrarmi vulnerabile agli occhi di quell’uomo ruvido, aspro che mi era accanto.

Pensai al borsone pesante, sdrucito che avevo caricato nel bagagliaio. Il suo contenuto improbabile.

Pensai anche che, in fondo, non mi ero preoccupata di trovare un posto per dormire. Avevo semplicemente delegato la mia sopravvivenza a Kojiro.

“Dove mi porti?”, chiesi in quel mio modo sincopato, in cui tutte le domande erano solamente un concentrato di un pensiero più lungo.

“Avevo pensato di prenotarti un albergo sempre burbero- ma… con gli altri abbiamo trovato un appartamento… sono solo due notti… magari potresti adattarti…”, si addolciva piano il suo tono.

“Magari…” dissi solo.

E forse avrei voluto restare così, senza parlare oltre. Forse.

“Tu lo sapevi. Da sempre. Perché ora stai tanto male?”.

No. Non mi ferì il suo modo diretto, quasi rabbioso di farmi quella domanda. Aveva solamente ragione. Assolutamente, perfettamente ragione.

“Perché mi ha cercata?”, non riuscii a trattenermi.

“Perché a modo suo ti vuole bene… anzi perché semplicemente ti vuole bene e questo per lui è dimostrartelo”.

Tacqui.

Vidi la macchina avvicinarsi al marciapiede, rallentare fermarsi.

“Seconda fermata”, disse lui.

Già.

Non saremmo stati solo in quel viaggio. Forse era meglio così.

Kojiro scese rapido dall’auto, lo seguii con lo sguardo avvicinarsi al mio finestrino: lo guardai interrogativa.

“Beh?!”, gli chiesi stando al suo gioco.

“Dai, dai. Vai a chiamare tu il tuo amico… o ti sei dimenticata che vive qui?”.

No. Non me ne ero dimenticata. Anche se erano passati mesi dall’ultima volta che i nostri impegni ci avevano permesso di incontrarci lì.

Non riuscii a trattenermi, in un attimo mi gettai fuori dalla macchina e in un passo fui sulle scale. Correvo verso la porta familiare che tanto mi era mancata.

Mi ci inchiodai davanti a quella porta conosciuta, come ogni altra volta emozionata, finalmente lì. Ritardavo il momento in cui avrei schiacciato il campanello, solo di qualche secondo, sufficiente a farmi sentire fino in fondo le emozioni: ero lì, tra pochi istanti avrei di nuovo potuto abbracciare forte il mio amico.

Suonai.

La porta si aprì di scatto, il sorriso pulito, assoluto, forse stupido, mi morì in viso.

Spalancai questi miei occhi indefiniti e ugualmente lui mi fissò interrogativo.

Avrei voluto scusarmi, subito, ma non riuscivo a pensare, come assorbita da quello sguardo profondo, da quel viso indurito eppure umanissimo del ragazzo che mi era di fronte.

Gli riuscì di mormorare qualcosa nell’imbarazzo e nella sorpresa.

“Ha bisogno?”.

Stropicciai le ciocche castane che sfuggivano alla bacchetta da pasto con cui tenevo legati quei miei capelli drittissimi.

“Cercavo Misaki…”.

Mi sorrise divertito, leggero.

“Piacere mi tese la mano- Wakashimazu Ken”.

Afferrai velocemente le dita di lui, stringendole decisa.

Ho sempre amato molto il contatto fugace delle strette di mano, quell’istante in cui puoi conoscere la pelle di una persona senza bisogno di giustificazioni.

La mano di Wakashimazu era accogliente, grande e ruvida. Una mano di uomo, semplicemente.

Sorrisi imbarazzata, ma credo che lui non si accorse della mia timidezza, forse vide solo quello stropicciato sorriso che riesco a offrire tanto spesso al mondo.

Ad ogni modo ero lì per Taro e in un momento accantonai tutti i pensieri scombiccherati che avevo avuto da quando lui mi aveva aperto la porta: improvvisamente mi si riconnetté il cervello. Quella era proprio la casa di Taro, quella di sempre, ed io ero lì apposta per lui.

Mi infilai tra lo stipite e quel ragazzo con quella mia foga sfacciata e irrispettosa.

“Taro!”, gridai, incurante del ragazzo bruno alle mie spalle.

Ripensandoci non mi ero nemmeno presentata, come se non fosse necessario. Avevo scavalcato Wakashimazu e cercato Taro.

Mi fermai in mezzo alla sala, assolutamente emozionata, confusa, un’esplosione splendida di gioia. Come non ci vedessimo da un secolo…

 

In fondo era solo qualche settimana che non ci vedevamo, da ancor meno tempo non sentivo la sua voce per telefono. Una breve manciata di settimane. Come sempre il tempo mio e di Taro era dilatato, insostenibile o assolutamente insignificante. Davvero un concetto del tutto relativo. E spesso doloroso.

Ma non posso spiegare una vita così, senza ordine.

 

“Taro!”, gridai di nuovo, o forse era un sussurro.

Non sono mai stata molto brava ad esternare le mie emozioni, soprattutto non riuscivo mai a modulare il mio tono di voce, accordandolo alle pulsazioni del cuore.

“Piccolina…”, mi disse spalancando le sue braccia forti, conosciute, braccia come un piccolo luogo di pace e protezione.

Mi strinsi appoggiando la fronte sulla sua clavicola, come sempre felice di essere di nuovo in un luogo interiore con il mio amico. Come sempre incapace di trasmettere affetto, con quel mio contatto quasi infastidito, sfiorato.

In risposta alla mia distanza, lui mi strinse le spalle, facendomi scricchiolare le vertebre gentilmente, dolcemente.

Mi diede un bacio leggero sulla guancia ancora fresca dell’aria condizionata della macchina. Lo ricambiai.

“Allora?”, chiesi.

“Mi sei mancata da morire… soprattutto sei mancata a questa casa”.

Risi. Così, senza un motivo preciso e cercai con lo sguardo quel Wakashimazu che mi aveva accolta, primo sconosciuto del mio ritorno a Tokyo.

Come sempre il cervello mi si collegò con quel minimo ritardo sufficiente a farmi sentire un’idiota. Fosse stata solo la sensazione, del resto, non avrei certo dato troppo peso alla cosa, il mio problema è sempre stato quello di diventare immediatamente rossa: non appena realizzo di avere fatto una gaffe, o credo di averla fatta, mi si infiammano le guance. Impossibile non notarlo.

Eppure… eppure Wakashimazu non disse nulla, finse di non essersene accorto.

Fece per allontanarsi e fu allora che cercai di rimediare alla mia scortesia.

“Aspetta gli dissi staccandomi dall’abbraccio gentile di Taro- tu sei quel Wakashimazu? Non ti ho riconosciuto, scusami…”.

Idiota, idiota, idiota. Quante volte Kojiro mi aveva parlato di lui? Della sua eleganza, della sua bravura che aveva rischiato di essere stroncata troppo presto?

E ogni volta mi immaginavo un po’ come doveva essere questo ragazzo introverso, spigoloso che in campo sembrava volare. Guardavo le poche foto che Kojiro aveva di lui e mi immaginavo un giorno di incontrarlo.

Idiota.

Ora che lo avevo finalmente avuto di fronte, non importava perché, non lo avevo nemmeno riconosciuto.

Voglio dire… senza conoscerlo, senza sapere chi fosse, che cosa facesse di fronte a me che tornavo finalmente nell’unica casa che sentivo mia, mi aveva subito colpita… perché?

Fondamentalmente certe risposte non ho mai voluto averle, così non mi sono mai posta la domanda. Allora.

Sono cambiata così tanto?

No. Non credo.

“E che problema c’è? disse semplicemente- Non sono certo una personalità!”.

Non sorrise, ne ebbe alcuna altra espressione ad accompagnare quelle parole.

Io, invece, sì, sorrisi, ma fu una reazione abituale, meccanica: sorridi, sii accogliente, ben disposta, gentile. Sorrisi di quel sorriso automatico, retaggio di una vita.

Taro mi riavvicinò a lui stringendomi le spalle nell’incavo del braccio. Mi sentii piccolissima, come sempre inferiore, fragile. Sulla difensiva. Costantemente.

Ma trovai i suoi occhi, dolci, affettuosi.

Inspirai forte: “Kojiro ci sta aspettando”, dissi sciogliendomi dall’abbraccio e attraversando la porta.

Scendendo le scale sentivo i passi alternati dei due ragazzi dietro di me.

Taro. Il mio migliore amico.

Wakashimazu. Il migliore amico di Kojiro.

Strana compagnia, al fine.

Come si fosse finiti proprio noi quattro, sulla sgangherata macchina di Kojiro, direzione Hokkaido, io proprio non saprei dirlo.

Anche se al fine ero io la sola a non conoscere Wakashimazu. E lui non conosceva me.

Strano come solo allora ci incontrammo. Il mondo immensamente piccolo ci aveva tenuti distanti, nonostante Taro e Kojiro ci legassero silenziosamente nella stessa trama di vita.

Adesso mi viene da sorriderne.

La radio creava una sorta di mondo di plastica che separava noi due, amici assoluti, discordanti eppure complementari, perfettamente vitali l’una per l’altro, da loro, altrettanto amici, forse solo un po’ meno complementari essendo entrambi uomini.

“Beh… -disse Kojiro immettendosi di nuovo sulla carreggiata- ma ti sei almeno presentata o rivedere il nostro patacchino ti ha obnubilata del tutto?”.

Patacchino… certo, a Kojiro, Taro non sarebbe mai andato del tutto giù. Anche se era il migliore amico dell’unica persona in grado di capire il suo dolore soffocato, il suo odio per la vita. In poche parole di me.

Taro rise tintinnante: “Scusala Wakashimazu… è una disgrazia ambulante questa donna! Ci penso io…”.

Lo fermai in tempo. Odio essere presentata come un cane incapace di parlare.

“Ailing Takako”, dissi rivolta a Wakashimazu e gli porsi la mano.

In effetti lui si era presentato e aveva già stretto la mia mano, ma fu come se non gli importasse e la afferrò di nuovo.

Per un istante gioii semplicemente di quel rinnovato contatto.

“Piacere”, disse e tornò a fissare la strada come fuggendo alle mie dita freddissime.

Mi sembrò di sentirlo schioccare piano il mio cognome: “Ailing…”, ma non disse davvero nulla.

Appoggiai la schiena al sedile e chiusi gli occhi.

Forse dormii, non lo so. Semplicemente riaprii gli occhi sul torace calmo di Taro, la guancia scaldata dalla vicinanza con lui.

Mi pigiò piano il naso, questo stesso naso gelato che tuttora accompagna la mia pelle pallidissima, quasi malata.

“Riposata? chiese come per dovere e subito, senza lasciarmi rispondere- Come stai?”.

Non mi riuscì di dire nulla. Il fatto che lui fosse il mio più caro amico non poteva comunque vincere contro la mia natura diffidente che mi impediva di raccontarmi.

La domanda cadde lì.

 

“Ho fame”.

Non fu una domanda, né un’informazione. Direi un assunto.

Un uomo così avrei dovuto odiarlo immediatamente. Invece mi trovai a chiedere per lui di fermarci a mangiare un boccone.

Kojiro, coerente con la sua immagine dura, inattaccabile, si lamentò in qualche modo buffo appena prima di accontentarci. O di accontentare me, dato che Wakashimazu si era limitato a manifestare il suo appetito.

Non ricordo per quale motivo stupidissimo fossimo finiti solo io e Wakashimazu al bancone dell’autogrill e non mi importava nemmeno allora conoscerlo.

In fondo con Taro non avevo bisogno di spiegazioni e Kojiro… Kojiro era lì perché altrimenti mi sarei sentita davvero morire.

Nient’altro.

Io e Wakashimazu. Non che mi fosse molto congeniale al primo impatto questo accostamento. Nemmeno ora mi è entrato nelle orecchie, ma forse questo è dovuto ad un altro motivo.

Comunque io avevo fame davvero. Negli ultimi tempi, da quando era arrivata quella busta penosa, io avevo semplicemente deciso di smettere di mangiare. Non per morire o per gridare senza parole il mio dolore. Semplicemente per non dover perdere tempo a riempire un corpo che si svuotava di ogni cosa: emozioni, ricordi che tornavano a vomitarmi sull’anima il fiele. No. Non c’era posto davvero per il cibo.

Avevo fame e allo stesso tempo non mi riusciva di inghiottire nemmeno un boccone di quella soba bollente.

Appoggiai la schiena al bancone, rassegnata.

“Dovresti mangiare. Se dimagrisci ancora farai impressione”.

Anche in quel momento, nel dirmi questa cosa terribile, Wakashimazu non abbandonò il suo tono di fredda noncuranza.

Perché non c’era Taro a dirmi che dovevo mangiare?

Lo cercai con lo sguardo e senza accorgermi avevo ingoiato un po’ del piatto che tenevo tra le mani.

Wakashimazu già non si curava più di me: gli occhi sulla soba mi parve sorridere impercettibilmente.

Mi fermai un istante a guardare il suo profilo troppo delicato per non stonare con il suo modo duro di avere a che fare con me, quegli occhi incattiviti, asciutti.

Lo guardai come fosse un oggetto, esposto agli sguardi del mondo inconsapevolmente. Lo guardai clinica, asettica. Cercavo disperatamente di capire chi, che cosa fosse.

“Tu e Misaki siete molto amici”.

Punto. Wakashimazu continuava a comunicare con me in questo modo di frasi affermative e lapidarie.

Non dissi nulla. Svuotata. Completamente svuotata.

Ma era come se in quel tono senza inflessione io avessi visto la domanda.

Strano.

Una domanda.

Forse iniziai subito a capirlo. O forse fu semplicemente una casualità.

Tutto in noi fu casualità.

 

“Sazi?”.

Kojiro inondò di realtà i miei pensieri.

E subito tornai a cercare Taro.

Ho sempre cercato in lui quello che sentivo mancare in me. In quel momento mi mancava il suo affetto limpido, che non ha bisogno di ricevere per dare.

“Hai mangiato”, notò Taro avvicinandosi.

“Sì”.

Non fui io a rispondere. Fu una bella sensazione, assolutamente opposta rispetto a quella che mi colse quando Taro cercò di dire il mio nome.

Ossimoro.

“Andiamo”, il lamento di Kojiro non era poi così fuori luogo.

Guardai oltre il vetro, scendeva gentile la sera. Dovevano essere più o meno le otto. Le otto e ancora almeno due ore di strada.

Salendo in macchina mi voltai verso Wakashimazu che mi aveva sollevato il sedile.

“Grazie”, sussurrai.

Fu un grazie all’apparenza proprio per quel suo sollevare il sedile.

Fu un grazie reale per avermi fatta mangiare, per avere risposto per me, per non avere fatto domande. Almeno non con violenza.

Pochi metri sull’asfalto e davvero mi addormentai, cercando il calore morbido di Taro, chiusi gli occhi sui ricordi e fu solo oblio.

Un sonno plumbeo senza immagini.

Forse parlarono i miei compagni di viaggio. Forse no.

 

Capitolo secondo: Equilibri precari

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