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"10 domande a..."

-Gian Ruggero Manzoni-

di

Monia Di Biagio

Oggi ho l’onore ed il grandissimo piacere di presentarvi uno tra gli autori più noti e più impegnati dei nostri giorni: Gian Ruggero Manzoni. Non sarà affatto facile presentarvi tutta la sua amplissima attività letteraria, pittorica e teatrale, ma tenterò di farlo nel modo più completo e migliore possibile. Per le sue note biografiche mi farò aiutare da chi ha già esaustivamente parlato di lui, Luciano Zucchini: “Gian Ruggero Manzoni nasce a San Lorenzo di Lugo, in provincia di Ravenna, nel 1957. Ora vive dividendosi tra San Lorenzo di Lugo, Grottammare (AP) e Monaco di Baviera. Appartiene a un' antica famiglia comitale lombardo-veneta avente remote origini tedesche. E' lontano discendente del celebre Alessandro Manzoni, del garibaldino e Ministro del Tesoro della Repubblica Romana Giacomo Maria Manzoni, dell' entomologo e scienziato Angelo Manzoni ed è cugino del famoso artista Piero Manzoni. Gian Ruggero Manzoni è poeta, narratore, teorico d' arte e pittore. Compiuti gli studi classici presso il Liceo Trisi-Graziani di Lugo di Romagna, nel 1975 si iscrive al DAMS di Bologna, con indirizzo Spettacolo. Nel 1977, causa i fatti riguardanti il cosiddetto Marzo Bolognese, per motivi politico-giudiziari deve lasciare la città emiliana e parte volontario nell' Esercito. Prima specialista-pioniere nel corpo del Genio Guastatori, nel dicembre del '77 fa domanda per entrare nel Battaglione San Marco, dov' è accettato. Si congeda nel 1978 col grado di sergente (con copertura Lisa-Forza Assente presso il Distretto Militare di Forlì). Tornato alla vita civile, ripresi gli studi, si presta ai mestieri più disparati… dj, agente pubblicitario, venditore di barche a vela e motoscafi da competizione, poi rappresentante di rivestimenti in ceramica, operatore culturale per l' Associazionismo, speaker radiofonico. In questo periodo sono molti i viaggi che fa in Europa, di solito in camion, accompagnando gli autisti di linea. Soggiorna a Parigi, Amburgo, Berlino, Marsiglia, Bruxelles, Londra, Barcellona, Praga, Kiev. Nel 1980, in seguito all'attentato alla Stazione di Bologna, è richiamato dall' Esercito perché sottufficiale appartenente ai Corpi Speciali. Ritornato a San Lorenzo, apre il primo disco-pub della provincia di Ravenna dove lavora come barman aiutato da Luca Tarlazzi (fumettista e illustratore ora di fama nazionale, nonché suo cugino). Riprendono i viaggi per l' Europa. In particolare si reca in Olanda e in Belgio, dall' amico Emilio Dalmonte, e in Germania. Nel 1986 parte per gli Stati Uniti dove, a Los Angeles, è ospitato dal poeta Paul Vangelisti. Nel 1988 è a Cuba. Nel 1989 vede crollare il Muro di Berlino. Nel 1990 muore suo padre. Entra in una profonda crisi esistenziale (è in questo periodo che si avvicina agli scritti di Emile Cioran e di Alda Merini, con la quale poi s'incontra nel 2001). Dal 1990 al 1995, per chiamata, in seguito ai meriti artistici acquisiti nel campo delle Arti Visive, insegna Storia dell' Arte, del Costume e della Stile presso l' Accademia di Belle Arti di Urbino. Nella Pasqua del 1994, sebbene superati i limiti d' età per un richiamo, accetta di andare in Bosnja, destinazione Sarajevo, come informatore per l' Esercito italiano. Manzoni la vive come una prova. Partecipa agli scontri armati avvenuti a Zenica, cittadina poco a nord di Sarajevo. Dopo varie traversie riesce a tornare in Italia. Ripreso l' insegnamento, ad Urbino incontra Alessia, nativa di San Benedetto del Tronto e sua studentessa, dalla quale ha una figlia, Maria Virgilia. Nel 1995 e '96 abita a Fano (PU). Nell' inverno '96-'97, assieme alla famiglia, torna a vivere in Romagna, a Faenza, dove resta fino all' autunno del 2001. Colpito dal Morbo di Crohn, lasciato l'insegnamento presso l' Accademia di Urbino, ora lavora come docente a contratto tenendo seminari sui rapporti che sono intercorsi tra Letteratura e Arti Visive dalla Rivoluzione Francese ai giorni nostri.

Ama abitare in provincia e, come di solito dice, "dell' uomo di provincia possiede tutti i difetti ma anche tutti i pregi". Al 1979-'80 risale “Il Manifesto del Visceralismo” (edito da Walberti nel gennaio del 1981), movimento poetico-artistico, di area romagnola-ferrarese, del quale Gian Ruggero Manzoni è il portavoce. “Il Manifesto del Visceralismo”, tirato in 1500 copie, viene spedito in tutto il mondo. E' del 1980 il suo primo libro, scritto in collaborazione con l'amico Emilio Dalmonte, titolato "Pesta duro e vai trànquilo/Dizionario del linguaggio giovanile" (Ed. Feltrinelli). Risale, sempre ai primi anni '80, il farsi conoscere tramite la pittura, che Manzoni definisce "niente più che un prolungamento visivo della mia scrittura". La prima personale, “Il mercante di allodole/I sensi del visceralismo”, è del 1981. Sempre nel 1981 esce a Parigi “Science (verb total) et classicisme (continuè)”, Manifesto Poetico firmato da Gian Ruggero Manzoni e da sei intellettuali e artisti ebrei: Joseph Lebacarre, Isaie Toaff, Yacov Fesira, Nathan Ferrara, Max Argov, Samgard Funaro. Nello stesso anno incontra il pittore Omar Galliani col quale inizia una proficua collaborazione che durerà all'incirca dieci anni. E' invece del 1983 l'incontro, a Londra, col graffitista Keith Harring, poi l' entrata nella redazione della rivista romana “Cervo Volante”, edita dal pittore Tommaso Cascella e diretta da Achille Bonito Oliva e Edoardo Sanguineti. Nel 1984, invitato dal Prof. Maurizio Calvesi e dalla Prof.ssa Marisa Vescovo, Gian Ruggero Manzoni partecipa ai lavori della XLI Biennale di Venezia, curando la Sezione Poesia per “Arte allo Specchio” (Ed. Electa). Nel 1985 mette in scena “Filokalia”, testo poetico-teatrale da lui recitato. La prima si tiene a Udine, accompagnato alla chitarra da Nicola Franco Ranieri. In quel periodo il compositore Fernando Mencherini gli musica “La religione del suono”. La prima si tiene a Porto Venere. Nel 1986, assieme a Marisa Vescovo, Concetto Pozzati, Piero Dorazio, Roberto Sanesi, Vettor Pisani, Omar Galliani fonda la rivista “Origini” (Ed. La Scaletta). Sempre in quell' anno, con la raccolta inedita “Discorsi Latini”, vince il IX Premio di Poesia Savignano. Nel 1988 è invitato a partecipare al convegno “La Nascita delle Grazie”, un evento organizzato a Riccione dai poeti Giuseppe Conte, Mario Baudino, Roberto Mussapi, Tomaso Kemeny e da Stefano Zecchi, coloro che diverranno ‘lo zoccolo duro’ del Mitomodernismo. Nel 1990 inizia a frequentare gli ambienti artistici milanesi e diventa uno dei responsabile delle pagine culturali di “Risk-Arte Oggi”, giornale diretto da Lucrezia De Domizio Durini. Con Gianni Celati, già suo docente al DAMS, collabora alla realizzazione della rubrica di prose “I narratori delle riserve” per il quotidiano “Il Manifesto”. Nel 1991 Fernando Mencherini gli musica “Il codice”, la cui prima si tiene nel 1992 a Lugo. Sempre nel 1991 dà alle stampe, con le Edizioni Essegi, il volume “L'impresa” e, con le Edizioni Scheiwiller, la raccolta poetica “Il dolore” . Tramite l' amico scultore Alessandro Diaz De Santillana conosce l' editore Luca Formenton, il quale ha da poco rilevato le prestigiose edizioni de Il Saggiatore con l' intento di rilanciarne il marchio, ed inizia a collaborare con la casa editrice milanese. Il sodalizio termina nel 1999. Nel 1993, con il romanzo “Caneserpente”, edito, appunto, da Il Saggiatore, è uno dei cinque finalisti del Premio Mont Blanc per la giovane narrativa. Riallaccia i contatti con la Germania, per un breve periodo diventa responsabile per l' Italia della Scuola di Pensiero “Liebe und Aktion”, fondata nel 1901 a Berlino da H. Hoffmann e K. Fischer. Sempre nel 1993 è ad Atena per la prima edizione della Fiera Internazionale d'Arte Contemporanea. Al convegno d'inaugurazione recita un breve poema dedicato all'isola di Rodi. Nel 1996, con “Il morbo”, pubblicato nel 2002 dalla casa editrice Diabasis di Reggio Emilia, vince i dieci milioni di lire del Premio Todaro-Faranda per un romanzo inedito (i partecipanti erano 264). Nel 1997 pubblica “Peso Vero Sclero/Dizionario del linguaggio giovanile di fine millennio”, sempre edito da Il Saggiatore. Alla fine degli anni '90 conosce la cantante e musicista Miranda Cortes, famosa in Francia, Spagna, Germania e Italia per il suo repertorio di musiche etniche, e assieme a lei e al gruppo “La Frontera” mette in scena, nel 2003, lo spettacolo teatrale “Gli addii”. Partecipa ai lavori della rivista/almanacco di prose “Il Semplice” (Ed. Feltrinelli). Nel 2000 esce in Germania, con l'editore Matthes & Seitz Verlag di Monaco di Baviera, la raccolta di liriche “Il digiuno imposto”. Le poesie sono accompagnate da trenta opere dell’amico artista Mimmo Paladino titolate “I Digiuni”, espressamente realizzate per l' evento editoriale. Il libro viene presentato a Merano e a Brunnenburg, nelle sale del castello che fu di Ezra Pound, poi alla Fiera del Libro di Francoforte, a Berlino, Colonia, Monaco e in altre città tedesche. Pittoricamente e criticamente lavora con la nuovissima Galleria Gasparelli Artecontemporanea di Fano. Nel 2001 mostra di disegni alla sede dell' Italian Veterans Association di New York, mentre, di recente, ha esposto sue opere su carta presso l’Emeroteca del Museo del Louvre di Parigi. Nel 2001 conosce Alessandro Scansani, direttore della casa editrice Diabasis, e, credendo nello sviluppo culturale ed aziendale e nella qualità di quelle edizioni, inizia a lavorare per esse. Nell'ottobre 2002 è in Argentina e Uruguay per promuovere il "Digiuno imposto", tradotto in quei paesi dal poeta Pablo Anadon, libro poi distribuito anche in Cile e in Spagna. Nel novembre del 2002 è a Berlino dove, presso il Museo Hamburger Bahnhof, legge sue poesie dedicate all’arte del pittore di fama mondiale Anselm Kiefer. Nei primi mesi del 2003, sempre con “Il morbo”, vince il Premio Confesercenti-Bancarella e il Premio Città di Bari, quindi, sempre con lo stesso romanzo, nel 2004 vince il Premio Nazionale per la Narrativa “Francesco Serantini”. Nell'agosto 2003 vara il suo blog personale www.gianruggeromanzoni.splinder.com in cui raccoglie pensieri e considerazioni sul mondo della letteratura e dell'arte. Ha appena curato per Diabasis un’antologia di giovani poeti italiani, titolo dell’opera “Oltre il tempo/11 poeti per una Metavanguardia”. Nel maggio 2005 uscirà, sempre con Diabasis, il suo prossimo romanzo “La Banda della Croce”. 

N.B. Si fa presente ai lettori che l’ amplissima B I B L I O G R A F I A di Gian Ruggero Manzoni, curata dalla moglie Alessia Olivieri, verrà pubblicata di seguito all’ intervista.

1- Buongiorno a Lei gent.mo Gian Ruggero ed un grazie anticipato per averci concesso un po’ del suo prezioso ed impegnatissimo tempo per rispondere alle domande che seguiranno. Inizio subito, si fa per dire dopo la mia prolissa presentazione bio-bibliografica, ma non ho voluto tralasciare neanche un singolo dettaglio della sua straordinaria carriera letteraria ed artistica, dicevo vorrei subito iniziare col parlare dei nomi famosi che appaiono nel suo albero genealogico: il celebre Alessandro Manzoni, il garibaldino e Ministro del Tesoro della Repubblica Romana Giacomo Maria Manzoni, l' entomologo e scienziato Angelo Manzoni e suo cugino, l’artista di fama mondiale Piero Manzoni. Scienziati, scrittori, artisti, politici e combattenti. Ed ecco la domanda, se come si suol dire “buon sangue non mente”: a quanto mi par di capire lei è praticamente “il sunto vivente” di ognuno di loro?

Un grazie a voi e bravi per il lavoro che state svolgendo… beh, per entrare nel vivo della nostra conversazione, vi dirò che proprio una risultanza in toto no, non mi sento di esserla, perché i citati sono stati ben più importanti del sottoscritto e si sono distinti con opere e azioni in confronto delle quali le mie sono ben poca cosa, comunque, credendo molto nel passaggio di testimone… nella trasmissione, in questo caso di valori, indubbiamente l’avere avuto in famiglia certe personalità ha fatto in modo che, fin da quand’ero bambino, sia stato allevato nel gusto del sapere e della conoscenza, nonché abbia sentito in me, ben netto, il dovere di onorare un codice, esistenziale e quindi comportamentale, al meglio, con dedizione e coraggio. E ciò è stato. Ma questo non dovrebbe essere solo patrimonio e quindi slancio di chi nato, come il sottoscritto, in un certo ambiente o con un cognome definiamolo importante, ma tutti, a prescindere dall’estrazione e dal nome che portano, dovrebbero sentirsi chiamati, come uomini, ad elevare la propria condizione, così da migliorarla dando il tutto di sé, al fine poi di alzare, nel contempo, il livello della società in cui si trovano ad agire e lasciare, ai propri figli o a chi verrà, tale impareggiabile eredità. Nel concetto che ora ho espresso… esempio che poi di solito faccio…  certi retaggi del mondo ebraico, a fianco del quale la mia famiglia, nei secoli, spesso si è trovata a camminare, sono indubbiamente evidenti, infatti, ogni ebreo che si rispetti, per onorare la divinità, la vita e la propria appartenenza, è chiamato a dare il meglio nell’attività che svolge… intellettuale, lavorativa o imprenditoriale che sia… cioè, sia che si chiami Freud, Marx, Einstein, Singer, Allen oppure Spizzichino e faccia il calzolaio… ecco, sia che insegni a Yale o restauri mobili, il buon ebreo deve dare il meglio di sé nel campo in cui opera, e questo spiega, anche, il come gli ebrei si siano sempre distinti in tutti i settori del sociale e, a seguito di quel che ora ho detto, mi sento anch’io un po’ ebreo. Ma, e lo ripeto, tutti noi dovremmo comportarci così perché la vita e l’essere parte di essa sono beni preziosi e vanno più che mai sostenuti, tutelati, innalzati.

2- Cosa ci può dire del “Marzo Bolognese” che l’ha vista tra i protagonisti di quegli infausti giorni del 1977 e del suo conseguente ingresso come volontario nell’esercito, che l’ha vista impegnata per molti anni, richiamato più volte come “specialista” e destinato proprio in quei paesi così martoriati dai conflitti come la Bosnja, dove ha anche partecipato agli scontri armati avvenuti a Zenica, cittadina poco a nord di Sarajevo?

Molti della mia generazione, io compreso, hanno vissuto gli anni ’70 del secolo scorso… i famigerati “Anni di Piombo”… come prolungamento o ultimo colpo di coda di quelli che sono stati i comunque esaltanti anni ’60, gli anni della contestazione, della solidarietà, dell’impegno, della ricerca di libertà, della messa in discussione produttiva, della creatività al potere, degli studenti e degli operai che dialogavano fra loro, del no alla guerra, al capitalismo, all’imperialismo statunitense e al nucleare, gli anni di Sartre, di Marcuse, del Maggio Francese, del ’68 etc. ma in parte si sbagliavano. La tensione ideale e l’onestà culturale che muovevano certe scelte e certi atti era simile a quella presente in coloro che ci avevano preceduto, ma il tempo del sano e pacifico furore era già finito… se non fallito, e così i metodi di lotta via via degenerarono. La violenza prese sempre più il sopravvento e molti di noi, dalla violenza, frutto della rabbia, dovuta al doverci sempre confrontare-scontrare con un muro di gomma, e risultanza del disincanto… della disillusione, che sempre più andò serpeggiando fra chi militante nel Movimento o chi nell’Autonomia, …dicevo, dalla violenza rimanemmo invischiati. In sintesi: compreso, infine, che il cambiamento non lo si poteva raggiungere in breve tempo e che un’esperienza era terminata, la reazione fu durissima. Io ho avuto alcuni amici che, di sinistra o di destra, poi scelsero la lotta armata, altri che finirono il loro viaggio con piantata, nel braccio, una siringa, e altri ancora che dello sbando totale hanno poi fatto vita. In quei giorni io ventenne frequentavo il DAMS di Bologna. Durante una manifestazione fui trovato in possesso di armi cosiddette improprie, venni incarcerato poi processato per direttissima, fui condannato, mi giocai la condizionale e quale unica possibilità di riabilitazione mi si propose di lasciare Bologna e di entrare nei corpi speciali dell’esercito, e così feci. Nell’esercito ho fatto il mio dovere e  l’azzeramento dei conti che avevo in sospeso infine è giunto. In seguito ho analizzato con lucidità le scelte di allora, ho compreso che spesso, da giovani, la stoltezza è sinonimo di entusiasmo o di buona fede, ho pagato tale inesperienza, la vita militare mi ha dato molto, come militare ho servito il mio paese con lealtà, ho rischiato la vita, ho combattuto, da graduato ho aiutato altri giovani nelle mie stesse condizioni, sono stato ferito in combattimento, per la missione in Bosnja del ’94 ho ricevuto un encomio solenne e una decorazione, ma lo spirito, definiamolo ribellistico e romantico, che nel ‘77 mi portò sulle barricate, non mi ha mai abbandonato. Ancora ho nostalgia di quegli anni al DAMS, di quel movimentismo, anche se spesso caotico e improduttivo, ma pur movimentismo, e di quel sentirsi tutti vicini, uniti, entusiasti e partecipi, di quegli amori… atmosfere che ho ritrovato nel recente film di Bertolucci “The dreamers”, appunto “I sognatori”. Infine è della giovinezza che sto parlando e di quegli atteggiamenti, di quelle pulsioni, molte volte non del tutto spiegabili, oserei irrazionali, ma splendide, seppure, per alcuni, finite tragicamente.

3-Vorrei passare ad una domanda molto personale, ma è anche totalmente libero di non rispondere affatto. Colpito dal Morbo di Crohn (brevemente: disordine infiammatorio cronico del sistema gastrointestinale), malattia da cui  ha preso spunto per scrivere il romanzo “Il Morbo”, pubblicato nel 2002 con la casa editrice Diabasis di Reggio Emilia, con il quale vinse nel 1996 i dieci milioni di lire del “Premio Todaro-Faranda” per un romanzo inedito, quindi, nei primi mesi del 2003, ricevette il “Premio Confesercenti-Bancarella”, poi il “Premio Città di Bari” e, di recente, il “Premio Francesco Serantini” per la narrativa. Da quando questa patologia  ha fatto comparsa nella sua vita? Come ci convive? Come la combatte quotidianamente? La causa della sua malattia può essere considerata infettiva o genetica? Quanto ha a che fare con quest’ultima la sua permanenza in luoghi di guerra dove oggi si sa che la presenza dell’uranio impoverito ha mietuto vittime, tra i nostri soldati, perché non sufficientemente protetti?

Io sono stato colpito dalla malattia sei anni fa. Sul Morbo di Crohn la scienza ne sa poco. La medicina è a conoscenza del come il male si sviluppa, ma non sono ancora chiare le cause che la generano. Molte sono le ipotesi. Si sa che ha un’origine genetica, cioè è frutto di una degenerazione cellulare simile a quella che scatena certi tumori, e che quindi non è infettiva, si sa che porta le cellule degli organi formanti l’apparato digerente ad una stato critico di infiammazione che poi diviene cronico, per questo rientra nella fascia delle patologie autoimmunitarie, cioè noi malati, a seguito di tale processo, produciamo più anticorpi del dovuto, si sa che l’incidenza di tale malanno sta aumentando di anno in anno, in particolare in quei paesi che compongono l’Occidente ricco del pianeta, si sa che sempre più si conclama nei bambini e negli adolescenti, che non ci sono cure definitive, se non cortisonici e antibiotici, quando è in fase acuta, quindi l’intervento o più interventi chirurgici allorquando i farmaci non danno più risultati, che condiziona pesantemente la vita di chi colpito, anche psicologicamente, in particolare se colpito da giovane, e che, per quel che mi riguarda, io già operato una volta, mi ha fatto maturare l’85% di invalidità, ovviamente non retribuita tramite pensione o ben che minimo contributo finanziario perché, bestialità e follia, supero, annualmente, quale denuncia dei redditi, i sei milioni di vecchie lire. E chi non supera tale cifra? Giusto chi vive sotto un ponte! Io, col Morbo di Crohn, forse perché temprato da ben più gravi disgrazie o da situazioni pericolose, merito il mio carattere e perché colpito già avanti negli anni, riesco a conviverci, riesco a gestirlo, altri invece no, ne soffrono tantissimo, si sentono dei menomati, dei cittadini di serie B, e stare vicino a questi miei compagni di sventura è divenuta, per me, parola d’ordine. Non a caso sono ormai anni che devolvo i soldi  che ricavo a seguito della vendita dei libri che pubblico alla ricerca medica rivolta a tale patologia. Per quel che riguarda, invece, il combatterla giornalmente… devo dire che la scrittura, la pittura, l’arte e l’impegno in tali campi mi aiutano tantissimo, anche l’insegnamento, cioè lo stare a contatto coi giovani, seppure debba ammettere che lo sforzo che faccio non è da poco, e che tale sforzo non è certo di aiuto per il mio male… anzi, già da tempo i medici insistono perché smetta, ma poi chi provvederebbe, finanziariamente, per me e per la mia famiglia, visto che, se dovessi pensionarmi, dal Crohn ricaverei massimo 300 euro mensili, perché questa è la cifra che viene assegnata a chi non in grado di lavorare? Ridicolo tutto ciò, non trovate? Escluderei, invece, la possibilità di aver riscontrato il male a seguito della mia andata, quale militare, nella ex Jugoslavia. Nel ’94 gli americani non erano, ancora, scesi in campo. La guerra, in Bosnja, era schiacciata al suolo. Era più una guerriglia che una vera e propria guerra, e serbi, croati, musulmani bosniaci non disponevano di proiettile da cannone o razzi con cariche all’uranio impoverito, così come noi appartenenti ai servizi d’informazione militari europei non usavamo ordigni di quel tipo. Poi non si effettuavano bombardamenti o azioni aeree, o tramite elicotteri, contro carri o installazioni difensive, come poi, in seguito, è avvenuto in Serbia o in Kosovo. I primi casi di malattie e tumori… linfomi o leucemie, tumori al fegato e alle ossa, poi malformazioni ai figli nati da militari colpiti dalle radiazioni dovute all’uso di ordigni all’uranio impoverito, si hanno dopo il 1991, cioè dopo la Prima Guerra del Golfo, in particolare fra i soldati di fanteria USA, quindi, dal ’95 in poi, con la guerra nel Kosovo, in particolare fra i nostri militari là posizionati. Cioè gli americani sganciavano quei confetti dal cielo e i nostri, al suolo, ne respiravano le polveri, non essendo, come giustamente dice, equipaggiati in maniera consona. Ma si sa… la guerra è faccenda sporca… molto ma molto sporca, meglio non trovarcisi. Meglio dire un no netto alla guerra, e sempre.

4-Parliamo dei Giovani e dell’Insegnamento. Per meriti artistici acquisiti nel campo delle Arti Visive ha insegnato Storia dell' Arte, del Costume e della Stile presso l' Accademia di Belle Arti di Urbino e tutt’ ora lavora come docente a contratto tenendo seminari sui rapporti che sono intercorsi tra Letteratura e Arti Visive dalla Rivoluzione Francese ai giorni nostri. Cosa le ha dato l’insegnamento, oltre naturalmente l’amore più grande, quello per sua moglie, ed il prezioso dono di una figlia? Il suo rapporto con i giovani dagli anni novanta ad oggi? Li ha visti cambiare, maturare, arricchirsi, od ogni generazione ha gli stessi pregi e difetti delle precedenti?

Penso che tutte le generazioni abbiano pregi e difetti. Io ho insegnato e insegno ai cosiddetti figli della Generazione X, quella di cui ha scritto Douglas Coupland nel suo famoso libro,  un vero e proprio testo d’accusa rivolto, dallo scrittore canadese, a un vivere alla giornata, effimero, poggiante sull’apparenza, sull’avere per essere, sul consumo immediato e sfrenato, a un’esistenza eternamente annoiata, soggetta alla depressione, spoliticizzata, disimpegnata e svuotata di una progettualità forte e funzionale al divenire, ma io non la vedo così nera. Sì, che gli anni ’80 siano stati caratterizzati da una sorta di rimozione delle ideologie o, meglio, delle  idealità… di quelle idealità che avevano mosso i nostri gesti e quelli delle generazioni precedenti la nostra, è indubbiamente vero, ma sotto la cenere il fuoco continua ad ardere… comunque continua ad ardere, e non bisogna mai dimenticarlo. Il malessere diffuso che contraddistingue  quest’epoca di transito viene, a mio avviso, contrastato degnamente dai giovani. A parte i Movimenti No Global e l’impegno pacifista, i ragazzi, e in special modo le ragazze, sono più che attenti, hanno buone antenne finalizzate al captare dove la qualità e dove la parola detta con sincerità. Ecco, il rapporto che io instauro coi giovani con cui lavoro si basa in primo luogo sulla sincerità, sul raccontarsi con onestà e sul sapere ascoltare l’altrui onestà. I giovani non hanno mai amato l’ipocrisia e fiutano chi si dice e si muove in buona fede e chi, invece, è in malafede. Oggi il desiderio… il bisogno di spiritualità è forte, così come la capacità di viversi i rapporti con rinnovata purezza. Infatti considero i giovani di questo inizio millennio fondamentalmente credenti, nel senso più vasto del termine. E’ quindi necessario metterli in grado di poter scegliere in cosa credere, quindi vedo, ancora, nella grande palestra  dell’Umanesimo, che è nostro sangue e nella quale ci siamo forgiati, una possibilità, a 360°, per dare impulsi produttivi o che diverranno produttivi in un futuro che considero non molto lontano. Questo mi ha dato e mi sta dando l’insegnamento… la gioia del ritrovarmi onesto… l’incapacità di fingere… l’essere sguarnito, umanamente e intellettualmente nudo di fronte ai miei allievi e il poterli meravigliare per questo.

5-Agli anni 1979-'80 risale “Il Manifesto del Visceralismo” (edito da Walberti nel gennaio del 1981) movimento poetico-artistico, di area romagnola-ferrarese, del quale lei è stato il portavoce. Da dove l’idea e perché la realizzazione di questo manifesto, oserei definirlo, io, “socio-culturale”?

Eravamo tutti molto giovani e quell’enunciato di poetica scaturì, per noi artisti e intellettuali nati e sempre vissuti in provincia, dalla necessità di compattarci attorno a un progetto operativo che non coinvolgesse, solo, le componenti letterarie, ma anche quelle visive e musicali, quindi demmo vita a una sorta di laboratorio interdisciplinare in cui agivamo in maniera sinergetica. Altra componente che diede linfa vitale a quel manifesto fu l’impeto… la voglia di sfidare il sistema artistico… cioè l’orgoglio, anche un po’ guascone, di lanciare il guanto verso quelle che allora venivano definite o individuate come capitali dell’arte e verso i baroni che le abitavano. Dopo circa un anno di lavoro, di incontri e scontri, di scambio e confronto di scritti, di sedute fiume, di nottate trascorse a discutere insieme, infine la colata scivolò e si condensò sulla carta e venne firmata, in un primo momento, oltre che da me, dal poeta Gianfranco Fabbri e dagli scrittori Emanuele Gaudenzi e Gian Carlo Tugnoli, quindi dallo scultore e poeta Giovanni Scardovi, dal pittore e scultore Sergio Monari e dagli scultori Sergio Zanni e Gianni Guidi, poi, in un secondo tempo, dal musicista e filosofo Giovanni Barberini, dagli scultori Graziano Pompili e Alessandra Bonoli, dal musicista e compositore Nicola Franco Ranieri nonché dal pittore Omar Galliani. Quell’enunciazione e quell’accorpamento di creatività se, in campo nazionale, in un primo momento, riscosse ben poco interesse, in ambito locale funzionò da stimolo affinché le amministrazioni comunali e i politici, resisi conto che nella romagnola-ferrarese esisteva una realtà artistica di buon livello e super agguerrita, stanziassero fondi per promuovere alcune iniziative che poi portarono, nelle nostre zone, nomi prestigiosi del mondo delle lettere e dell’arte, coi cui, in seguito, iniziammo a confrontarci e a collaborare. Infine chi, motivato, s’ispira al genius loci e da esso prende forza… cioè fa di quella radice sua radice… risulta, sempre, vincitore o, almeno, a me piace pensarlo. Quindi mai arrendersi, anche se si nasce o si abita lontani dalle case editrici d’importanza e dalle gallerie che contano.

6- Il 1980 è per lei la nascita “artistica pubblica”: esce il suo primo libro, scritto in collaborazione con l' amico Emilio Dalmonte, titolato "Pesta duro e vai trànquilo/Dizionario del linguaggio giovanile" (Ed. Feltrinelli) e, a quella data, risale, anche, il farsi conoscere tramite la pittura, che lei, giustamente, definisce: "niente più che un prolungamento visivo della mia scrittura". Come ricorda quei momenti che l’hanno portata alla ribalta del pubblico, di quel pubblico che poi, negli anni a venire , sempre più ha apprezzato la sua opera, amato la sua personalità e indelebilmente si è legato alla sua figura di “artista completo”?

Quando incontro Emilio siamo soliti ripeterci che riuscimmo ad azzeccare l’argomento giusto nel momento giusto. Attorno ai nuovi linguaggi emergenti, allo slang giovanile usato dai ragazzi italiani, al mondo della droga, delle discoteche, dei concerti, dei primi centri sociali, del DAMS, del Movimento Studentesco, della musica punk-rock, quindi a tutto ciò che aveva caratterizzato, in bene o in male, gli anni ’70, si era venuto a creare una forte attenzione, sia da parte degli addetti ai lavori, sociologi, psicologi, antropologi, linguisti, artisti, politici, intellettuali di vario genere, sia da parte del pubblico, anche e in particolare del pubblico adulto, fra i primi i genitori, gl’insegnanti, gli operatori culturali e, dal nostro libro, la mappatura di quel decennio usciva più che completa… più che chiara. I termini usati, le mode, le consuetudini, gl’interessi, le passioni, le contaminazioni, i bisogni, i tic, le ansie e le speranze dei giovani erano elencati, descritti, anche giocosamente trattati ed esorcizzati. Infine si era usciti sconfitti da una battaglia, ma ben consci di noi stessi, e tale analisi la sparammo diretta al cuore del potere, come allora si diceva. Il libro uscì nel luglio del 1980 e le prime reazioni dell’intelligenza nazionale subito apparvero sui giornali, positive o negative che fossero. Nell’agosto e nel settembre di quell’anno sui e dai  media si parlò quasi esclusivamente del tragico attentato alla Stazione di Bologna e di “Pesta duro e vai trànquilo”. Il libro diventò un caso. Da Eco a Tullio De Mauro, da Franco Cordelli ad Arbasino, da Furio Colombo a Nascimbeni, da Michele Serra a Siciliano, da Alberoni alla Pivano fu un accapigliarsi, un discutere, un ragionare se, in realtà, esistesse, nel vero, un mondo giovanile parallelo a quello degli adulti… appunto un mondo di cui gli adulti erano ben poco a conoscenza. Nell’arco di due mesi si arrivò alla prima ristampa. Nell’arco di un anno e mezzo furono 150.000 le copie vendute. In certi ambienti, in particolare quelli universitari, mi si ricorda, ancora, per quel successo. Nel mio archivio custodisco circa quattrocento fra recensioni e segnalazioni, quindi ho registrato interventi radiofonici e televisivi riguardanti il nostro lavoro, i quali, come spaccato di un momento storico italiano, se raccolti, potrebbero benissimo dare vita a un nuovo libro… e non è detto che in futuro non lo faccia. A ventitre anni il ritrovarsi nell’occhio del ciclone fu brivido non da poco. Con un libro avevamo scatenato un putiferio che neppure col “Marzo Bolognese” eravamo riusciti a mettere in moto. E di questo ne ridevamo. Poi i viaggi all’estero a presentarlo negli Istituti Italiani di Cultura. Poi le ragazze che ci correvano dietro. Poi gli Skiantos che composero alcune canzoni usando i termini gergali riportati nel nostro volume. Quindi, e infine, il riconoscimento per eccellenza… quello che giunse dall’Accademia della Crusca che sancì la validità del nostro lavoro. Furono anche di quell’anno le mie prime uscite pittoriche, ma si veniva alle mie mostre più per conoscere lo scrittore che l’artista visivo. Questo non mi creava alcun problema… anzi, e del resto, come poi anche lei ha riportato, il mio fare nel visivo non era e non è altro che appendice, prolungamento del mio agire con la parola, quindi… nessun problema, infine tutto fa brodo, come diceva mia nonna, in particolare se l’attenzione che si viene a creare attorno a te può servire, poi, a sostenere, a ribadire, a promuovere ulteriore qualità.

7- Nel 1986, assieme a Marisa Vescovo, Concetto Pozzati, Piero Dorazio, Roberto Sanesi, Vettor Pisani, Omar Galliani fonda la sua prima rivista letteraria “Origini”,  edita da “La Scaletta”. Nell’idea iniziale di cosa voleva farsi contenitore quel trimestrale? A chi era indirizzato?

“Origini”, la cui vita è durata 14 anni, cioè fino al 2000, e della quale, dopo me, anche Raffaele Crovi, per due anni, è stato direttore, dal 1998 al 2000, era una rivista trimestrale formato quaderno, graficamente molto elegante, di 48 pagine, rivolta a promuovere autori e artisti emergenti o esordienti affiancati a nomi di prestigio. Oltre all’aspetto letterario si trattavano tematiche anche legate al sociale e alle arti visive, questo aspetto curato da Marisa Vescovo. Il finanziatore era Giorgio Chierici, delle  edizioni La Scaletta di Reggio Emilia, e veniva spedita gratuitamente a oltre 1000 fra artisti e critici, quindi un 800 copie erano destinate alla distribuzione nelle librerie e, già nel 1993, potevamo contare oltre 600 abbonati, direi un vero record, almeno in Italia, dove si legge poco e, con riluttanza, si mette mano al portafoglio per sostenere iniziative culturali di questo genere. Quindi, all’apice dello sviluppo, ogni volta che si andava in stampa tiravamo circa 3000 copie. “Origini”, oltre ad essere indirizzata ad un pubblico dal palato molto fine, durante la mia direzione era divenuta  veicolo di proposta per giovani autori e artisti. I concetti di trasmissione, di metamorfosi, di recupero e consolidamento della memoria, di tradizione erano i cardini portanti il nostro lavoro. A un Occidente sempre più in preda all’omologazione, alla centrifugazione, alla perdita di senso e di significato e, soprattutto, di identità, era giunto il momento di mandare un segnale forte, finalizzato al dirci appartenenti a una storia e fautori d’essa. L’idea di fondare la rivista ci venne a Venezia, mentre lavoravamo alla realizzazione delle Biennali del 1984 e del 1986. Dopo l’esperienza avuta nei primi anni ’80 quale redattore della rivista “Cervo Volante” di Roma, diretta da Achille Bonito Oliva e Edoardo Sanguineti, desideravo gestire una testata mia, per mezzo della quale dimostrare che esistevano molti giovani autori pronti a giocarsi… a spendersi sul campo al fine di sostenere il nostro patrimonio culturale, sia italiano che europeo, perché fondamentalmente contrari alle politiche consumistiche-massificanti sempre più opprimenti a livello culturale, perciò a quelle logiche imprenditorial-mercantili imposteci dagli Stati Uniti. Artisti e poeti di già affermati come Dorazio, Pozzati, Pisani, Sanesi si proposero quali garanti dell’operazione e così, trovati i finanziamenti, partimmo. Negli anni a seguire, oltre ad interessarci di ciò che stava avvenendo in Italia e a dire la nostra contro le mafiosità presenti nel sistema letterario ed artistico nazionale, assegnai agli amici Marco Fazzini e  Daniele Serafini il compito di indagare se era possibile allacciare alleanze al di fuori dei confini nazionali. Questo avvenne, e così si crearono forti rapporti col resto dell’Europa, in particolare con le nazioni di lingua tedesca, francese e inglese, là dove editori di prestigio iniziarono a fornirci materiali. Ad esempio, assieme alla rivista “Linea d’ombra”, diretta da Goffredo Fofi, fummo i primi a presentare il poeta irlandese Seamus Heaney, poi Premio Nobel, allora sconosciuto in Italia, e con esso stringemmo forti legami di amicizia, anche perché persona di squisita umanità, oltre che di geniale talento… ma si sa, più gli autori e gli artisti sono grandi e più si mostrano umili e disponibili; in questo ambiente di solito sono le mezze figure che la fanno cadere dall’alto,  peccando di altezzosità e spesso abbandonandosi ad atteggiamenti odiosi, suggeriti da una ridicola supponenza… da una ridicola, perché immotivata, considerazione di sé e della propria opera.

8- Per quanto concerne Gian Ruggero Manzoni poeta vorrei ricordare, insieme a lei, il libro di poesie “Il digiuno imposto”, composto nel 1999, pubblicato dall'editore Matthes & Seitz Verlag di Monaco di Baviera, uscito nel 2000 in Germania, poi in Italia, in sud America e, infine, in Spagna. Di chi o cosa voleva farsi portavoce con quei versi? Della sua stessa anima… di un particolare momento della sua vita… o di che altro?

“Il digiuno imposto” è un poema dedicato alla donna… al femminile in genere… e al credere fermamente che il femminile possa essere la sola possibilità che ci resta per, di nuovo, raggiungere un accordo armonico con la natura, quindi con se stessi, e recuperare quello spirito originario che ci rende risultanza di essa, sui primi custodi e cantori. E’ una composizione struggente che innalza la maternità, la vita, la Terra. Ne “Il digiuno” narro di una sacerdotessa che, dopo un lungo rito di purificazione, dopo, appunto, una sorta di digiuno impostosi, metafora dell’abbandono di tutto ciò che è superfluo, effimero, fugace, partorisce una figlia per poi mostrarla all’umanità e farla riconoscere come messia. Il Maestro Salvatore Accardo se ne è innamorato e non è detto che dal poema possa tratte spunto per dare vita a un’opera lirico-teatrale con musiche da lui scritte e quindi dirette. Diviso in trenta stanze, ogni stanza accompagnata da un’opera pittorica di Paladino, il libro è stato pubblicato in Germania quindi a Buenos Aires, dalle Edizioni Emede, che già furono di Borges, tramite l’interessamento dell’Istituto di Cultura Italiana in Argentina, quindi distribuito da quelle Edizioni in molti paesi di lingua spagnola.

9- Mi rendo conto solo in questo momento che ho praticamente esaurito,  solo ed esclusivamente numericamente parlando, le possibili domande da porle, anche se in realtà avrei ancora così tante cose da chiederle! Tuttavia, se scelta e cernita nella mia mente deve necessariamente essere fatta, con questa penultima domanda, allora, vorrei provare a segnare l’immaginario confine, a tracciare una sorta di parallelismo tra Gian Ruggero Manzoni poeta e pittore. Quando lei compone versi all’unisono li dipinge con la mente? E, viceversa, di fronte alla tela bianca il primo tratto di pennello è dettato da un verso che scaturisce momentaneo nel suo cuore, ed è questi a suggerirglielo, a guidare la sua mano?

Sì, io vedo le mie poesie e i miei romanzi mentre li sto scrivendo, come odo i colori stendersi sulla superficie quando dipingo, quindi percepisco le vibrazioni dei soggetti rappresentati una volta terminata l’opera. Le due componenti espressive… letteraria e visiva… sono strettamente correlate, fra loro interagiscono, sono unite… un cordone ombelicale le unisce. Spesso leggo i miei testi o testi di amici poeti a voce alta, in solitudine, e intanto registro, poi, quando mi posizione davanti alla tela, li riascolto e intanto lavoro. Le parole mi suggestionano… m’ispirano… mi guidano la mano. E’ un’esperienza stupenda. A volte, visto che mia figlia è diventata grande, mentre sono al cavalletto mi faccio leggere pagine di libri… anche per bambini… oppure storie fantastiche, quelle che a lei piacciono, e mi abbandono al flusso della narrazione. Per chi, come me, in vita ha vissuto situazioni molto tragiche, spesso al limite, queste pratiche risultano, anche, terapeutiche, e non ho timore a dirlo. Mi riavvicinano all’esistere, al mistero del divenire, agli assoluti dell’essere, all’armonia.

10- Ultima immancabile domanda di ogni mia intervista. Quella che vuol provare a tirare un filo conduttore, a misurare un’unità di intenti tra i vari intervistati, nel chiedere, appunto, a voi tutti, di dare un consiglio spassionato all’esordiente. E Lei Gian Ruggero Manzoni, che in questo magico e sacro mondo dell’arte vive e cammina già da un po’, cosa consiglierebbe a colui che la porta di questo universo, fatto, come dico sempre, troppo spesso “solo di parole”,  la sta varcando proprio adesso?

Dico di essere sempre sinceri con se stessi e di rispettare l’opera… di viverla con sacralità… di comprendere che l’arte è l’unica libertà nel vero a noi concessa e che fare arte è ritualità, liturgia, celebrazione dell’umano e dell’umanità poi rivincita nei confronti della morte. Dico che i maestri esistono e che bisogna ascoltarli, agire al loro fianco, se si ha la fortuna di incontrarne uno, quindi di essere umili con chi ha il lavoro di una vita alle spalle. Dico di studiare e lavorare… studiare e lavorare… studiare e lavorare… questo è il segreto, e di onorare il talento che si ha tramite la continua applicazione. Dico che mai nulla giunge così, come manna che cade dal cielo o per caso, ma tutto va cercato e, una volta trovato, va curato, accudito, alimentato… perciò amato. Ecco… infine dico che l’arte è libertà, azione, amore e legame con l’eterno.

Ecco qui di seguito la sua amplissima BIBLIOGRAFIA, curata dalla moglie Alessia Olivieri.

POESIA E PROSA POETICA: Il mercante di allodole, Ed. Mazzotti, 1981. Filokalia, Ed. Cervo Volante, 1983. Le tavole dei reziari, Ed. I Telai del Bernini, 1983. (Traduzione in lingua inglese di Giulia Niccolai). L' orizzonte dei baratti, Ed. Cervo Volante, 1984. La religione del suono, Ed. Le parole gelate, 1985. Il sicario della Tiade, Ed. Cleto Polcina, 1985. Seth. Ed. Walberti, 1986. Discorsi Latini Ed. Premio di Poesia Savignano, 1986. Penteo Ed. Altri Termini, 1987. Il tredicesimo mese/Il tempo abbandonato, Ed. Ellequadro, 1990. Il codice Ed. Origini/La Scaletta, 1991. Il dolore, Ed. All' Insegna del Pesce d' Oro/Scheiwiller, 1991. (Traduzione in lingua francese di Henri Leenhardt e in lingua inglese di Marco Fazzini). Le battane di bronzo, Ed. La Stamperia dell' Arancio, 1994. L' evento Ed. Moby Dick, 1997. Nell' abbraccio dell' io, Ed. Astuni, 1998. (Traduzione in inglese di Frank Sapir e in tedesco di Kristian Ranher). Il digiuno imposto, Ed. Matthes & Seitz Verlag, Monaco di Baviera, 2000, e Ed. Emede Buenos Aires, 2002. (Traduzione in tedesco di Elfi Prinnegg Boccagni quindi in spagnolo di Pablo Anadon). Deserti di quiete, Ed. I Quaderni del Circolo degli Artisti, 2001. Gli addii. Ed. Moretti & Vitali, 2003.

NARRATIVA: Gotthold Nysa, Edizioni del Bradipo, 1989, poi Ed. Feltrinelli ne Il Semplice, 1996. L' impresa, Ed. Essegi, 1991. Caneserpente. Ed. Il Saggiatore, 1993. Il Francese. Edizioni del Girasole, 1995. Autoritratti, Ed. Essegi, 1998. Gli sfidanti metafisici, Ed. Corraini, 1999. Tango Croato, Ed. Campanotto, 2001. Il Morbo, Ed. Diabasis, 2002

TEATRO: Cutman, con Raffaele Rago. Ed. Walberti, Lugo di Romagna, 1987.

ALTRI: Pesta duro e vai trànquilo/Dizionario del linguaggio giovanile, Ed. Feltrinelli, 1980. (Libro presente in quasi tutte le biblioteche universitarie europee e statunitensi). Pelàsgi/I poeti romagnoli in lingua, Ed. Maggioli, Rimini, 1986. I manifesti/Gli scritti di un sicario. Ed. Walberti, 1989. La guerra dei poeti, Ed. Essegi, 1992. Peso vero sclero/Dizionario del linguaggio giovanile di fine millennio. Ed. Il Saggiatore, 1997. (Libro presente in quasi tutte le biblioteche universitarie europee e statunitensi). Piloti,aviatori,cosmonauti,motociclisti, Ed. Essegi, 1999. Guerrieri, Ed. Essegi, 2000. Teatri per la memoria, Ed. Essegi, 2000. Il giardino dei giusti, Ed. Essegi, 2001.

ANTOLOGIE: (i testi che seguono sono stati rivisti dall’autore per essere recitati con accompagnamento musicale) Da IL MERCANTE DI ALLODOLE/i sensi del Visceralismo (poesie scritte nel 1978 quindi edite da Mazzotti Arte nel 1981 poi inserite in SETH Ed. Walberti nel 1986) Da FILOKALIA/il segreto amore per il bello (poesie scritte tra il 1980 e l’ ’81 quindi edite in volumetto dalla rivista Cervo Volante nel 1983 poi inserite in SETH Ed. Walberti nel 1986 – testi musicati da Nicola Franco Ranieri) Da LA RELIGIONE DEL SUONO (poema in XXXV stanze scritto nel 1982 quindi edito da Le parole gelate nel 1985 – musicato in quell’ anno da Fernando Mencherini) Da SETH scritti, ballate e studi dal 1978 al 1984 (Ed.Walberti 1986) LA SPARIZIONE (1978/79) testo espressamente pensato e scritto per la recitazione con accompagnamento musicale e solitamente eseguito affidandosi all’improvvisazione dell’interprete e dei musicisti) DA SETH  II SICARIO DELLA TIADE (1982 - testo poetico che ha dato il titolo alla raccolta Il sicario della Tiade, Edizioni Polcina 1985, poi inserito in SETH – composizione che venne scritta dopo la lettura delle Baccanti di Euripide nella traduzione di Edoardo Sanguineti per le Ed. Feltrinelli) Da SETH IL RITO DELL’ORO (1983 – musicato da Giorgio Ricci Garotti) Da SETH LA CELEBRAZIONE DELLA VERITA’ (1983) Da SETH LE ACQUE DI ADONAI (1984) Da DISCORSI LATINI (silloge composta nel 1986 quindi edita in quello stesso anno dal Premio di Poesia Savignano per raccolta inedita) Da IL CODICE/la congiura dei predicatori (poema in XXVII stanze scritto nel 1989 poi edito in volumetto dalla rivista Origini nel 1991 – musicato in quell’anno da Fernando Mencherini) Da IL DOLORE/oltre la casa dei morti (una raccolta di XXV prose poetiche scritte nel 1990 quindi edita da Vanni Scheiwiller nella collana All’Insegna del Pesce d’Oro nel 1991) Da LE BATTANE DI BRONZO (una raccolta di LXIII prose poetiche scritte dal 1982 al 1994, anno di pubblicazione del libro per le edizioni La Stamperia dell’Arancio) Da L’EVENTO/oltre la casa degli angeli (libro che contiene due poemi brevi in prosa poetica scritti nel 1995. Il primo, che dà il titolo al libro, composto da XXV stanze; il secondo, titolato Il perdente, composto da XII stanze. Ed. Moby Dick 1997) Da NELL’ ABBRACCIO DELL’ IO (breve raccolta di poesie scritta nel 1998 quindi edita da Astuni nello stesso anno) Da IL DIGIUNO IMPOSTO/oltre le grandi acque (poema in XXX stanze composto nel 1999 e dato alle stampe nel 2000 dalle edizioni Matthes & Seitz Verlag) Da DESERTI DI QUIETE (poema breve in XXV stanze scritto in prosa poetica nel 2000 quindi edito nel 2001 da I Quaderni del Circolo degli Artisti) Da GLI ADDII (una raccolta poetica, contenente poesie scritte dal 1992 al 2001, edita da Moretti & Vitali nel 2003)

MOSTRE PITTORICHE. Fra le tante ricordiamo: Del visceralismo Prov. di Ravenna e Compr. Lughese, mostra itinerante, 1981. Ribelli nella tradizione. (Con Enrico Calderoni) Sala R. Verde, Faenza, 1982. Dooks. Vecchia Dogana del Porto, Marsiglia, 1983. (Catalogo). Mito e furia. Palazzo del Senato, Milano, 1983. Science verb total et classicisme continuè. Gall. Picop e Comunità Europea, Parigi e Bruxelles, 1984. Faust. Teatro G. Freytag e Case Occupate di Fasanenstrasse, Monaco di Baviera e Berlino, 1985. Waffe. Magazzini del Porto, Amburgo, 1987. Il Principio della libertà. (Collettiva) Presso le sedi della Fondazione Hirtsch, Boston, New York, Chicago, 1988. L' Impresa. Gall. Modidarte, Ferrara, 1992. Risk ad Atene Rostand Arte Center, Atene, 1993. Racconti popolari Gall. Sumithra, Ravenna, 1993. Malattia mentale. Saletta Comunale d'Esposizione, San Pietro Terme (BO), 1994. L' evento Gall. Enrico Astuni, Fano (PU), 1997. Percorsi barbari Antiche Pescherie, Lugo di Romagna, 1998. Omaggio a GRM. Arte Fiera, Forlì, 1998. Paesaggi Italiani Gall. Tropico del Cancro, Bari, 1999. Guerrieri. Gall. 360°, Montecchio Emilia, 2000.  Piloti, aviatori, cosmonauti, motociclisti. Gall. Enrico Astuni, Fano (PU), 2000. Santo manganello-santa falce e martello. (Con Iller Incerti) Exsalumificio/Gall. Artipici, Modena, 2000. Il patriota esteta. Italian Veterans Association, New York, 2001. Il Giardino dei Semplici. Gall. Gasparelli, Fano (PU), 2001.

Grazie allo stimatissimo Gian Ruggero Manzoni,

per la sua cortese e graditissima partecipazione.

Cordialmente, Monia Di Biagio.

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