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"10 domande a..."

-Andrea De Carlo-

di

Monia Di Biagio 

Oggi ho il grandissimo piacere ed onore di chiacchierare insieme ad uno degli scrittori italiani più amati dal pubblico: Andrea De Carlo. Nato a Milano nel 1952 ancora oggi vi vive nello storico quartiere dei Navigli. Ex allievo del Berchet, della generazione più recente, si è poi laureato in Storia moderna. Ha vissuto a lungo negli Stati Uniti e in Australia. Ha fatto vari lavori, tra cui il fotografo, il musicista, l'insegnante di lingue. A Milano è stato l'assistente di Oliviero Toscani, si occupava di foto pubblicitarie di interni. Il suo primo romanzo, Treno di panna, è stato pubblicato nel 1981, con un'introduzione di Italo Calvino. E’ la storia di Giovanni, un giovane fotografo milanese che arriva a Los Angeles, pieno di fantasie e di attrazioni anche se non sa esattamente cosa vuole. In seguito ha scritto: Uccelli da gabbia e da voliera (1982) per il quale Andrea De Carlo ci spiega: “Il mio secondo romanzo. Più romantico del primo”. Macno (1984) romanzo scritto come se fosse raccontato da una telecamera di cui Andrea de carlo ci racconta: “Appena uscito ha moltiplicato il numero dei miei lettori, ha disamorato parecchi critici, è stato tradotto in molti paesi, e mi ha permesso di fare lo scrittore a tempo pieno”. Yucatan (1986) di cui Andrea De Carlo ci racconta i retroscena, così: ”È una storia nata da un vero viaggio con Federico Fellini per incontrare Carlos Castaneda, dai cui libri avremmo voluto fare un film”. Difattitra il 1982 ed il 1983 Andrea De Carlo è anche stato assistente alla regia di Federico Fellini per il film E la nave va; co-sceneggiatore con Michelangelo Antonioni (per un film mai realizzato) ed è stato regista del documentario Le facce di Fellini e del film Treno di panna o Cream train, è il titolo del film diretto dallo stesso De Carlo nel 1988 tratto dal suo primo successo editoriale Treno di Panna (Einaudi 1981). Commedia della durata di 101 mn., nel cast Carol Alt e come attore non protagonista Marshall Mellows. Gli altri suoi libri a seguire cronologicamente sono: Due di due (1989) di cui Andrea De Carlo ci dice: “Un romanzo in cui ho riversato molte cose che sentivo e pensavo, quasi senza filtri. Quello che mi è costato di più, ma anche quello che mi ha dato più gioia, per le risposte che ha suscitato e continua a suscitare tra sempre nuovi lettori.”. Tecniche di seduzione (1991) “È una storia sull'attrazione tra gli opposti, e sulla perdita dell'innocenza, sull'ipocrisia e l'incoerenza, sull'ispirazione e il mestiere, sulle commistioni di interessi, su Roma, Milano, la politica, la scrittura.” E come aggiunge De Carlo: “Uno dei miei romanzi preferiti”. Arcodamore (1993) “Un romanzo sugli uomini e le donne, l'amore e il sesso, le correnti e le ombre.” E come ci dice lui stesso: “Non lo amo molto, ma è lì”. Una curiosità, invece, a proposito di questo romanzo è che l'ispiratrice di Arcodamore è Cecilia Chailly, la quale suona l'arpa dall'età di dieci anni e giovanissima, ha iniziato la carriera di concertista classica, avvicinandosi anche al jazz, alla new age e al pop, e collaborando con alcuni fra i migliori musicisti italiani e americani. E' riuscita ad uscire dagli schemi tradizionali cercando vie nuove alla sua arte: significative le collaborazioni con De André e con Mina. Nel 1996 ha pubblicato "Anima" (CGD),il suo primo album come autrice. Nello stesso anno un suo racconto è stato pubblicato su Panta Musica (Bompiani). Nel 1998 è uscito il suo primo romanzo: "Era dell'amore" Proseguendo invece tra le opere di De Carlo, ricordiamo Uto (1995) “Riflessioni sulle famiglie e sulle comunità, sulla spiritualità, la vita di ogni giorno, i ruoli, i miracoli. Sperimentale e sfaccettato, un romanzo cubista”. Di noi tre (1997) che come ci spiega lo stesso Andrea “Anche in questo ho messo molte mie storie, persone, fatti, luoghi, riflessioni. Il mio romanzo più lungo”.

Nel momento (1999) “Una storia che si svolge in tre giorni, piena di domande sui rapporti tra gli uomini e le donne, e sulla ricerca della felicità”. Pura vita (2001) “Un libro pieno di domande, con qualche risposta che però apre subito altre domande”. I veri nomi (2002) “Un romanzo sul rapporto tra realtà e fantasia, sul viaggio, sulla musica, sull'amicizia, sugli incroci del destino, sui sogni di due ragazzi e di una generazione”. Ed infine Giro di vento (2004) un romanzo che parla in modo estremamente diretto, a tratti spietato e a tratti commosso, di come siamo noi oggi: delle nostre aspirazioni e contraddizioni, dei nostri rapporti d’amicizia e d’amore, delle nostre manie, delle nostre paure, dei nostri sogni.” I suoi libri, pubblicati da Bompiani, Einaudi e Mondadori, sono tradotti in 21 Lingue e venduti in Europa, Asia, America e Australia. Andrea De Carlo partecipa alla campagna “Scrittori  per le foreste” lanciata da Greenpeace. Ogni suo libro è stampato su carta “amica delle foreste” ovvero carta riciclata senza cloro e non ha comportato il taglio di un solo albero.Ma Andrea De Carlo è anche musicista e compositore, ha difatti scritto e messo in scena insieme al musicista Ludovico Einaudi i balletti Time Out con il gruppo americano ISO, e Salgari con Daniel Ezralow e il corpo di ballo dell'Arena di Verona. Ha composto ed eseguito le musiche del cd Alcuni nomi, la colonna sonora del film Uomini & donne, amori & bugie e del cd Dentro Giro di vento. A proposito di quest’ultimo è possibile scaricare sul suo sito ufficiale, il brano “City Mojo” a questo l’ink: http://www.andreadecarlo.com/musiche.html in quanto come Andrea De Carlo stesso ci spiega: “In origine l’avevo pensato come il primo brano di “dentro Giro di vento”. Poi invece mi è sembrato che “Georgieboy” fosse un inizio migliore, per come introduceva un’atmosfera e si legava agli altri pezzi. Dato che “City Mojo” non aveva più un posto nel disco, l’ho messo qui, dove potete scaricarlo liberamente”.

1-Gent.mo Andrea De Carlo innanzitutto mi permetta di ringraziarla per la sua disponibilità a questa mia intervista. Dopodiché passiamo di gran lena a parlare delle sue opere e vita letteraria che mi incuriosiscono non poco, partendo proprio da uno dei suoi romanzi. Ho potuto difatti leggere su d’un sito, non ufficiale ma lei completamente dedicato che l'ispiratrice del suo romanzo "Arcodamore" è Cecilia Chailly, la quale suona l'arpa dall'età di dieci anni e giovanissima, ha iniziato la carriera di concertista classica, avvicinandosi anche al jazz, alla new age e al pop, e collaborando con alcuni fra i migliori musicisti italiani e americani e della quale, nello specifico, abbiamo già parlato nella presentazione. E’ così? Può confermarci questa musa?

L’arpista di “Arcodamore” aveva alcuni elementi di Cecilia. Ma, come succede di solito, quello è stato il punto di partenza, da cui è iniziata la misteriosa ibridazione di persone reali e immaginarie, riflessi, proiezioni che alla fine si traduce in un personaggio letterario.

2- A quale dei suoi romanzi é più legato sentimentalmente e linguisticamente? Quale tra questi è quello che può lei stesso considerare il più autobiografico?

Sentimentalmente è difficile dirlo: forse “Treno di panna” perché è il primo, o “Due di due” perché è il più amato dai miei lettori, o “Giro di vento” perché è l’ultimo. Linguisticamente forse “Uto”. Il più autobiografico è probabilmente “Due di due”, ma in misura variabile lo sono tutti i miei romanzi.

3- Ogni qual volta, in ciascuno dei suoi romanzi è possibile leggere e vivere un’esperienza di vita diversa, personaggi diversi, scenari diversi e pur sempre tutti veri, verissimi ed attuali. Le chiedo dunque dove nasce ogni volta l’idea per un nuovo romanzo? Da cosa trae maggiormente spunto: realtà o fantasia?

E’ una miscela di realtà e fantasia. Parto sempre da dati reali: un luogo, un’attività, una situazione che conosco da vicino. Riesco solo a scrivere di cose di cui ho esperienza diretta. È l’unico modo in cui riesco a fare a meno dei luoghi comuni, e a dire qualcosa di mio. Poi naturalmente la fantasia anima e trasforma tutto, diventa il motore di ogni storia.

4- Alma Daddario su di un’intervista tratta da “Avvenimenti” ha detto di lei: ”Nello studio dove lavora, regna un po' di disordine creativo: un computer, una chitarra, spartiti musicali, libri dappertutto. Tolstoj, Dostoevskij, Ian McEwan, tra i preferiti. Il silenzio della casa e' interrotto ogni tanto dall'abbaiare festoso di Tricky, una graziosa cagnetta di razza indefinibile.” E’ così? Questo è l’ambiente dove crea? Poi prosegue Alma e le chiede “Andrea De Carlo ci tiene a precisare che ama gli animali, e la campagna. Come fai a vivere a Milano?” Ed è proprio quello che mi chiedo anche io… Può soddisfare questa mia curiosità? D’altronde lei stesso si definisce “un viaggiatore che non ha ancora trovato il posto ideale dove vivere". Dunque tra le parole città e campagna, scrittura e serenità, forse silenzio e pace: dove termina la sua esigenza di queste ultime cose ed inizia la sua voglia di restare a Milano?

In realtà non vivo più a Milano da tre anni. La mia base è una casa di campagna, sulle colline delle Marche. È il luogo dove ho scritto la maggior parte dei miei romanzi, ed è l’unico che corrisponde al mio bisogno di pace, concentrazione, spazio per attività pratiche da alternare alla scrittura. A Milano ci torno ogni tanto, per vedere amici o per lavoro. Comunque il mio posto ideale non l’ho ancora trovato: una buona ragione per continuare a girare, appena posso.

5- A proposito di “Uto” Sandro Pintus ha detto: ”Un connubio tra la penna e gli scrittori, tra l'autore ed il suo strumento di lavoro, quello strumento per scrivere che ci appassiona tutti.” Nello specifico quale è il suo strumento principe per scrivere? Ed una volta svelata questa ulteriore “semplicistica” curiosità, più interessante forse sarebbe sapere chi è “Uto”, anzi chi potrebbe essere o rappresentare Uto, oggi?

I primi due romanzi li ho scritti con una piccola Olivetti portatile. Poi sono passato a macchine da scrivere elettroniche, e infine a un computer portatile. Oggi è questo il mio strumento per scrivere, e non credo che potrei più tornare indietro. I processi mentali non sono lineari, e tanto meno orizzontali: per questo ho bisogno di tradurli in parole attraverso un mezzo flessibile, elastico, con possibilità illimitate di trasformazione.

6- Ci può raccontare del suo incontro con Fellini, e con Carlos Castaneda, lo scrittore-antropologo che coi suoi libri sulle sue esperienze "magiche" dell'indio Don Juan, cambiò il modo di pensare di un'intera generazione. Come é cambiato il suo modo di scrivere, forse di vedere le cose, e non intendo solo da dietro un obbiettivo cinematografico, dopo questa duplice esperienza?

Fellini l’ho incontrato a Treviso, a un premio che avevo vinto, e di cui sua moglie Giulietta era madrina. Poi ci siamo rivisti e siamo diventati molto amici, benché lui avesse l’età di mio padre. Ho lavorato con lui come assistente, e abbiamo fatto molte cose insieme. Tra queste, un viaggio in America per incontrare Carlos Castaneda, dai cui libri Federico voleva trarre un film. Quello che è successo l’ho raccontato nel mio romanzo “Yucatan”. Fellini è stato una persona importante nella mia vita: non credo che abbia influenzato il mio modo di scrivere, ma di vedere le cose probabilmente sì.

7- Ed in linea con quest’ultima domanda, quanto secondo lei il cinema o la televisione possono influenzare la scrittura contemporanea?

Il cinema da quando esiste ha attinto alla letteratura senza nessuno scrupolo, saccheggiando trame, generi, stili. La letteratura è stata molto più timida nei confronti del cinema, ma credo che sia ben difficile per una persona che vive oggi scrivere romanzi senza essere in qualche misura influenzato dal cinema, dalla sua capacità di sintesi e di amplificazione. La televisione invece ha per lo più un linguaggio deteriore, che appiattisce e rende insignificante qualunque argomento tratti.

8- Quasi sempre nei suoi romanzi è inevitabilmente presente o comunque riscontrabile da parte del lettore un messaggio morale. Quest’ultimo da parte sua è volontario o involontario?

Tutte e due le cose. I romanzi riflettono inevitabilmente le convinzioni di chi li scrive. Credo che il mio carattere, il mio modo di essere, i miei punti di vista si trasferiscano ogni volta ai miei personaggi. Poi naturalmente c’è la scelta di un tema, e l’angolazione da cui lo si affronta. E’ il caso di “Giro di vento”, in cui mi interessava parlare tra le altre cose dell’ambiente e delle nostre responsabilità nei suoi confronti.

9-Andrea De Carlo scrittore un tempo e scrittore, suppongo a tempo pieno, oggi. Almeno sino al 1984 dopo la pubblicazione del suo terzo romanzo “Macno” lei ha fatto innumerevoli lavori, sia in Italia che all'estero, probabilmente per “sborsare il lunario” come oggi fanno molti altri giovani autori. Fare lo scrittore a tempo pieno, invece, quanto e come modifica, forse migliora, la vita?

E’ chiaro che fare lo scrittore a tempo pieno mi lascia tutto il tempo e l’energia per lavorare ai miei romanzi e anche per riflettere, viaggiare, raccogliere esperienze e idee. Del resto non riuscirei a fare il mio lavoro in altri modi: quando scrivo ho bisogno di non essere interrotto né distratto, e quando non scrivo ho bisogno di essere totalmente libero.

10- Ultima, classica, immancabile domanda di ogni mia intervista, quella che vuol tracciare un filo conduttore tra le varie vedute degli intervistati a proposito di un consiglio da dare all’esordiente, ed oggi chi meglio di lei a cui porla, che nel mondo dello scrivere e delle pubblicazioni cartacee vive  e sopravvive già da un bel po’? Cosa consiglierebbe dunque, in primis, Andrea De Carlo ad uno scrittore esordiente, che in quel suo stesso mondo sta muovendo i primi impacciati passi?

Gli consiglierei intanto di cercare la sua voce, vale a dire uno stile e un punto di vista che siano suoi e non modellati su quelli di scrittori che già esistono. Poi di scrivere di cose che conosce davvero, e non di cose di cui ha letto o sentito parlare. Poi di non pensare che la sua vita possa automaticamente interessare a lettori che non siano suoi amici intimi o parenti stretti, perché un romanzo deve riguardare chi lo legge quanto chi lo ha scritto. Infine di non accontentarsi mai dei primi risultati, perché per trovare la propria voce ci vogliono anni di esperimenti e infinite riscritture.

Ciao, e buon lavoro!

Grazie allo stimatissimo Andrea De Carlo, per la sua cortese e graditissima partecipazione.

 Caramente, Monia Di Biagio.

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