Storie de Il Gladiatore

Storie ispirate dal film Il Gladiatore

Lettura sconsigliata ai minori di anni 18

 

 Massimo l’Immortale

UNDERGROUND RAILROAD

di Lalla Usai

Veniva così definita, “Ferrovia Sotterranea” l’associazione segreta abolizionista che, prima della Guerra di Secessione, aiutava gli schiavi fuggiaschi a raggiungere i territori liberi del Nord. Ne facevano parte sia persone di colore, come Nat Turner e Harriett Tubman che bianchi, come il famoso John Brown.

 

Località Old Black Oaks, Virginia Settentrionale ,Agosto 1859

 

SWING LOW SWEET CHARIOT[1]

(Dondola piano, dolce piccolo carro)

 

Nessuno se lo sarebbe mai aspettato. Masta[2] Josh Tucker era un uomo grande e grosso, che cavalcava, andava a caccia,  la sera prima aveva riso e bevuto  in compagnia degli amici, pareva il ritratto della salute e non aveva ancora compiuto i cinquant’anni. Dove taglia taglia, la falce: il grano e le erbacce, l’erba verde e quella secca, aveva sentenziato Big Mama, quando aveva saputo, ostentando la solita espressione di sempre. Era stato un bravo padrone, Masta Josh, e Dio ne avrebbe tenuto conto, quando si fosse trattato di pesare sulla bilancia che avrebbe deciso il futuro della sua anima immortale le buone e le cattive azioni, le virtù e i vizi.

“Swing low, sweet chariot…”

 

La voce della vecchia era ancora quella ferma di tanti anni prima. Quante volte aveva accompagnato la sua gente nell’ultimo viaggio?

 

-Basta, fate tacere quella maledetta vecchia!

La Signora aveva parlato, e Big Mama si limitò ad abbassare la voce, senza smettere di cantare. Masta Tucker era stato un peccatore, aveva bisogno delle preghiere per evitare l’inferno, e a lei dell’anima degli altri importava più di quanto mai fosse importato alla Signora. Era un’egoista, quella. Non aveva mai voluto bene a Masta Tucker ma tutti alla Casa Grande dicevano che l’aveva sposato per i soldi, come del resto era normale, tutte le donne della sua condizione si sposavano per quelli.

 

Tutti quanti alla Casa Grande dicevano che la Signora non avesse sangue dentro le vene, come i serpenti e i gechi. E non si sbagliavano. Quando avevano riportato indietro dai campi il corpo del padrone, fulminato da un’apoplessia mentre soprintendeva a certi lavori, nessuno l’aveva vista versare una lacrima. Aveva tirato fuori dall’armadio i vestiti neri che aveva indossato per un anno dopo la morte di suo padre, dato disposizioni per le esequie, come se la faccenda intera riguardasse un estraneo e non l’uomo con il quale aveva diviso metà della sua vita. E ordinato a tutti quanti, lì dentro, liberi o schiavi che fossero, di prendere il lutto.

 

Come se alla mia gente importasse qualcosa, pensava Big Mama, senza smettere di biascicare tra i quattro denti che le erano rimasti la cicca di tabacco e quel canto triste e struggente che avrebbe accompagnato l’anima di Masta Tucker al cospetto dell’Altissimo e magari anche ammorbidito il suo rigore nei confronti di quell’uomo che era stato un peccatore impenitente, aveva frequentato i bordelli anche dopo il matrimonio e mantenuto un’amante fissa e la figlia nata dal loro rapporto proprio lì, alla piantagione, sotto il naso di sua moglie. Povero Masta Tucker, con gli schiavi non era mai stato cattivo, non aveva mai fatto battere nessuno o smembrato le famiglie per vendere i loro componenti. Se non pregherò io per lui, non lo faranno gli altri, questo è sicuro, sua moglie, che non l’ha mai amato, i suoi figli, un ragazzo e una ragazza dall’aria sciocca. E lui finirà all’inferno, a pestare brace insieme ai diavoli che lo punzecchieranno con i loro forconi per tutta l’eternità.

 

Avrebbe chiesto a qualcuno dei neri di Old Black Oaks di pregare per l’anima del vecchio Masta, anche se sapeva che la avrebbero riso in faccia e quelli più scapestrati magari le avrebbero risposto che non era più tempo di schiavi e di padroni e che, presto, il vento del Nord avrebbe portato la libertà e la giustizia. In quanto a Tucker, che marcisse pure all’inferno. Forse Leah e Pearl avrebbero pregato per lui, se glielo avesse chiesto: l’amante che gli aveva dato tutto ciò che la sua legittima moglie non si era mai sognata di dargli, e la sua figlia bastarda che era bella come un sogno e aveva la pelle del colore sbagliato, come sempre succede quando un bianco mette un figlio in corpo a una nera.

 

Big Mama sputò la cicca in un angolo, la spiaccicò sul pavimento con il piede. Ripensò a quel che aveva origliato, e questa volta le sue vecchie orecchie non l’avevano tradita, facendole capire fischi per fiaschi, ciò che aveva sentito era tutto vero. Leah e Pearl non avrebbero accompagnato Masta Tucker nel suo ultimo viaggio, perché sarebbero state portate via prima. La Signora le aveva vendute.

 

Il padrone aveva promesso loro tante volte che prima o poi avrebbe avviato le pratiche perché fossero affrancate. Ne aveva già parlato con il suo notaio. Ma quando stringeva tra le braccia il lungo corpo bruno di Leah, le sussurrava “Tempo ce n’è”. Era come se, affrancandola, avesse temuto di perderla, e l’avrebbe perduta. Allora lei gli accennava un sì con la testa, prima di socchiudere i grandi occhi dolci e di accondiscendere alle sue voglie. Si fidava di lui, e lo amava come il primo giorno. Non può esserci amore se non c’è fiducia, e poi Masta Tucker era bello, gentile e appassionato. L’aveva sistemata in una casetta pulita, nel bel mezzo della piantagione, e non aveva mai permesso che si spaccasse la schiena nei campi, anzi, le piaceva vederle indossare vestiti di seta e ornarsi i lobi delle orecchie con grandi cerchi d’oro. Aveva voluto che la figlia nata dal loro amore imparasse a leggere e scrivere e, in questo, Pearl si era sempre dimostrata più sveglia e intelligente dei suoi fratellastri bianchi, un ragazzo grasso, dall’aria torpida, e una ragazza segaligna e petulante, che aveva trovato marito solo in grazia della sua dote. Proprio come Miz[3] Lou Ella, sua madre, una peste la pigliasse.

Tempo ce n’è… Invece non ce n’era stato. Dove taglia, taglia, la falce: il grano e le erbacce, l’erba secca e quella appena germogliata. Perché la morte non guarda in faccia nessuno.

 

LEAH

 

La più matura delle due donne aveva faticato a mascherare l’ansia nella speranza che l’altra non se ne accorgesse o, quantomeno, l’attribuisse al dolore. Aveva voluto bene a Masta Tucker, e gli doveva riconoscenza: non fosse stato per lui, avrebbe avuto un altro destino, sicuramente molto più amaro. Le donne come lei non venivano acquistate perché consumassero la loro giovinezza faticando nei campi come le bestie: finivano nei bordelli, di solito. A meno che un qualche ricco signore stufo della moglie scipita che aveva dovuto sposare per interesse non le comprasse per scaldargli il letto e offrisse loro una vita più decente, almeno fintantoché il fisico reggeva. Poi… Dio ci avrebbe pensato, al dopo.

Leah era una griffe[4] di trentacinque anni e Masta Tucker l’aveva acquistata, diciannove anni prima, nel più rinomato mercato d’uomini di New Orleans, con l’intenzione di  regalarla a sua moglie. Silenziosa, mite, ordinata e di aspetto molto attraente, sarebbe diventata la sua cameriera personale. Invece non lo divenne mai, ma forse questo Masta Tucker lo sapeva da subito.

Masta Tucker… Non le aveva mai consentito di chiamarlo Josh, neppure quando erano soli, lontani da occhi e orecchie indiscrete. Le convenzioni non lo permettevano, nonostante una consuetudine fatta di anni insieme e una figlia. Un piccolo, banale rimpianto, l’unico che l’avrebbe accompagnata, quando si fosse trovata a ripensare al passato, all’ amore, perché almeno da parte sua tale era stato, nel bene e nel male, amore destinato ad andare aldilà delle ipocrisie e delle regole invalse perché non era niente di diverso e quello sarebbe rimasto, finché il Signore non le avesse fermato il cuore e spento il respiro. Anche se Masta Tucker era bianco, era il suo proprietario e aveva una moglie. Anche se lei era solo una schiava negra, costretta a chiamarlo padrone perfino nell’intimità.

Leah rivolse uno sguardo obliquo alla figlia, distogliendo però subito gli occhi, perché non glieli vedesse lucidi di lacrime e le domandasse qualcosa che esigesse una risposta. Figlia di una griffe e di un bianco, Pearl era più chiara di lei. Ma comunque più scura di suo padre. Fosse stata come certe meticcie che aveva conosciuto, tanto chiare da potersi spacciare per bianche… Forse il destino che l’aspettava sarebbe stato meno amaro.

 

PEARL

 

Pearl Tucker era molto alta. Più di qualsiasi donna e anche più di parecchi uomini. Aveva compiuto da poco i diciassette anni, quindi sarebbe cresciuta ancora. Portava i capelli, che erano neri come l’inchiostro, raccolti in una grossa treccia e, quando li scioglieva, le incorniciavano la faccia come una nuvola vaporosa. Non era molto scura e, se avesse fatto uso costante di certi impiastri, forse… Ma era inutile parlargliene, avrebbe risposto sono orgogliosa di come sono e messo a tacere tutti quanti, anche sua madre. Era forte, determinata. Non avrebbe avuto una vita facile. Per giunta era bella e per una schiava la bellezza, il carattere e l’intelligenza non sono qualità, ma sempre e solo una maledizione più pesante di un macigno.

Si sorrise nello specchio, come le streghe: aveva denti bianchi, una bella bocca carnosa. Come sua madre. Da lei aveva preso l’ovale del volto e il taglio degli occhi, che erano però color nocciola, come quelli di Masta Tucker. Chiunque, le dicevano alla piantagione, avrebbe potuto perdere la testa per lei, né nera né bianca, e bella come una fata. Anche un signore come suo padre, un uomo che, in cambio del suo amore le avrebbe dato una casa confortevole, dei vestiti eleganti, una vita che le altre avrebbero invidiato. Stupide. La realtà era più dura delle pietre e amore una parola e quello soltanto. Equivoca, sporca, ingannatrice. Sua madre c’era cascata. Solo lei poteva chiamare amore quello che c’era stato tra lei e il suo padrone. Non era stato amore ciò che aveva legato Masta Tucker e quella moglie odiosa che gli era stata imposta dalle circostanze e dal calcolo. Ma non era stato amore nemmeno quel che suo padre, l’Uomo Bianco, il Padrone, aveva provato per sua madre, la schiava, la donna da niente, e grazie al quale lei stava al mondo. Da parte di Leah, forse, ma non dell’altro. Amore. Piacere. Leah era bella. Ed era nera. E non era libera di costruirsi da sé il suo destino.

Pearl strinse i pugni fino a veder sbiancare le nocche. Amore maledetto, capace solo di portare sofferenza. Amore amaro, univoco, non ricambiato… si può morire, per l’oggetto del proprio desiderio, senza che a costui importi niente di noi. E così era stato, tra sua madre e l’uomo a cui Pearl doveva la vita.

 

-Pearl…

L’aveva chiamata così, semplicemente per nome, mentre la portavano via. La Signora l’aveva venduta, e non si sarebbero mai più riviste se non nei sogni, come sempre succedeva. Se Masta Tucker le avesse amate sul serio, non avrebbe permesso che questo accadesse. Non avrebbe dilazionato il momento di affrancarle al punto di morire senza averlo fatto e lasciarle, schiave, in balia di una che le aveva sempre odiate. A trentacinque anni, Leah non sarebbe finita dove la Signora avrebbe voluto che finisse, era troppo vecchia. L’aveva comprata un piccolo proprietario terriero perché gli assistesse la madre invalida, e sarebbe stato già abbastanza umiliante anche quello, lavare le natiche flaccide della vecchia, ripulirla dei suoi escrementi, per una che in vita sua non aveva fatto altro che scaldare il letto del padrone. Doveva essersi detta così da sé sola, Miz Lou Ella, la Signora, mentre guardava la negra a causa della quale aveva dovuto inghiottire l’umiliazione del tradimento, andarsene via su di una vecchia carretta condotta da un omiciattolo scalcagnato: il suo nuovo padrone.

 

Pearl ricacciò indietro le lacrime. Quel che non era accaduto a sua madre sarebbe accaduto a lei, che di anni ne aveva solo diciassette. Qualcuno degli schiavi, origliando di nascosto i discorsi della padrona, aveva sentito che l’avrebbero portata in città. Qualcun altro aveva visto la Signora parlare con Masta Deveraux, ed era inutile pregare che non fosse vero. Se l’avessero portata in città, Pearl sapeva che sarebbe finita in un bordello. Se fosse stata venduta a Deveraux… Quell’uomo era un pervertito, tutti quanti lo sapevano.

 

L’alba del giorno successivo avrebbe fatto conoscere anche a lei il suo nuovo destino. Ancora una volta, Pearl si morse a sangue le labbra. Era giusto che fossero gli altri e non lei a deciderlo, solo perché era nata con la pelle del colore sbagliato? Dall’altra parte del confine, le era stato detto, non esistevano liberi e schiavi. E il confine non era lontano. Se avesse guardato il cielo e Dio l’avesse assistita mantenendolo sgombro dalle nuvole, avrebbe potuto camminare senza perdere di vista il Piccolo Carro e la Stella Polare, che avrebbero guidato il suo cammino verso la libertà.

 

CORAGGIO E PAURA

 

Pearl non aveva l’abitudine di poltrire nel letto, e quella notte in bianco trascorsa stesa su un pagliericcio, con le narici sature del cattivo odore di Big Mama non avevano certo conciliato oltre il dovuto un sonno che non sarebbe arrivato mai, per quante porcherie l’avessero costretta ad inghiottire. Potevano provarci, si era ritrovata a pensare. E per impedire che ciò accadesse, non aveva messo niente nello stomaco dalla sera prima. Uscire dalla baracca di Big Mama prima che la portassero via sarebbe stato facile, tutto sommato. E se qualcuno l’avesse sorpresa a casa sua, poteva tirare in ballo la scusa che era venuta a prendersi la sua roba, prima di partire. Si era mostrata rassegnata, per non insospettire Miz Lou Ella e s’era meravigliata da sé sola di quanto le fosse riuscito facile fingere, con lei e con tutti quanti.

 

Scivolò silenziosa via dai quartieri degli schiavi senza che Big Mama, la quale continuava a russare rumorosamente, si accorgesse di nulla. Fuori, l’aria era greve di umidità e brulicante d’insetti, in quel primo mattino d’una calda giornata estiva. Casa sua non era lontana. Doveva smettere di considerarla tale, anche se non ne aveva conosciuta un’altra: una baracca di tronchi d’albero, ma linda e abbastanza grande, suddivisa in tre stanzette arredate con mobilio vecchio ma ancora in buone condizioni, l’angolo di serenità che Masta Tucker aveva ritagliato per sé e per la famigliola semiclandestina. C’era la sedia a dondolo preferita dal padrone, in un angolo della stanza più grande e, sul tavolo, la cesta da lavoro di Leah con le forbici, gli aghi, i rocchetti di filo e le camicie che cuciva. Ecco, una volta al Nord avrebbe potuto guadagnarsi da vivere facendo la camiciaia, pensava Pearl. O anche facendo la bambinaia, visto che non le mancavano i modi e l’educazione, o magari tenendo compagnia a un’anziana signora… Il  confine non distava più di una cinquantina di miglia e camminando di buona lena, con l’aiuto di Dio e della fortuna non sarebbe stato impossibile arrivarci, iniziare dal niente una nuova vita.

 

La casa era deserta e silenziosa. Nessuno si era preoccupato di chiudere a chiave la porta. Forse, Miz Lou Ella, la Signora, l’avrebbe fatta bruciare con tutto quello che c’era dentro per liberarsi anche dei ricordi, oltre che di sua madre e di lei. Pearl prese un tascapane, ci stipò dentro un tovagliolo e qualche biscotto, il coltello a serramanico con l’impugnatura di madreperla che Masta Tucker aveva dimenticato lì chissà quanto tempo prima… Tutte cose che si sarebbero potute rivelare utili, in un modo o nell’altro, strada facendo.

 

Era bella. Lo specchio glielo diceva. Bella anche così, spettinata e con gli occhi gonfi di sonno e di pianto. Donna dalla testa ai piedi, con quei fianchi snelli ma torniti e quel seno prorompente e sodo: nessuno l’avrebbe potuta scambiare per un ragazzo, pensò soppesando nella mano le forbici da lavoro di sua madre. Neppure se avesse tagliato i capelli. No, meglio di no. Forse sarebbe stato comodo fuggire travestita, ma una volta al Nord non avrebbe potuto continuare a fingersi un uomo e la gente avrebbe guardato con sospetto, come sempre succedeva, una donna con i capelli corti. Posò le forbici sul tavolo e si accontentò di raccogliere stretti i suoi lunghi riccioli neri, per poi nasconderli sotto un fazzoletto. Molti braccianti si coprivano la testa per difendersi dal sole dell’estate, quando sfacchinavano nei campi. E lei, sul fazzoletto, avrebbe messo anche il vecchio panama di Masta Tucker e sfidato chiunque a riconoscerla, infagottata nella camicia e nelle brache da lavoro che sua madre non aveva potuto finire di rammendare e che se ne stavano ammonticchiate sul tavolo con tutto quanto il resto.

 

Si spogliò del suo grembiule di percalle, restò un istante ancora a fissarsi nello specchio con addosso la biancheria ordinaria che le aveva cucito sua madre. Ogni volta che qualcosa le riportava alla mente Leah, che non avrebbe mai più rivisto, durava fatica a ricacciare indietro il pianto. Ma non era il momento di mettersi a piangere, quello. Tolto via dal letto un lenzuolo, ne strappò via alcune strisce. Non sarebbe stato semplice farlo da sola, pensò togliendosi la camiciola, ma non poteva permettersi che qualcuno le notasse il seno. Era cresciuto parecchio, negli ultimi due anni, si ritrovò a pensare, ed era parte della sua bellezza, del suo potere seduttivo di donna. Provava piacere, quando se lo sfiorava, immaginando che le sue dita fossero quelle di un uomo… Di un uomo da cui non pretendere amore, come Masta Tucker con sua madre. O da qualcuno dei clienti del bordello dove sarebbe potuta finire, o, peggio… di quel lurido maiale di Deveraux, a cui gli schiavi sussurravano che Miz Lou Ella l’avesse venduta.

Fermò la fasciatura con alcuni spilli. Era orribile, sembrava che nascondesse una ferita grave, le teneva caldo, le rendeva faticoso il respiro e i seni, così schiacciati, le facevano male. Non devo pensarci, si disse indossando le brache e la camicia, calcando in testa la paglietta di Masta Tucker. Non devo pensarci. Afferrò il tascapane, uscì dalla porta e prese la via dei boschi.

 

LA CACCIA

 

Maledizione. Lo pensò e non lo disse, perché quella parola non faceva parte del vocabolario di una signora bennata, eppure non riusciva a schiodarsela dalla testa. La madre l’aveva venduta a Mc Dougall perché assistesse la sua vecchia, e l’aveva guardata andare via, rassegnata al suo nuovo destino, con dipinta sulla faccia la solita aria melensa che hanno tutti quanti i negri quando vengono portati via e non sanno come e dove andranno a finire. La figlia, invece… Era scappata. Mai successo, da cinquant’anni a quella parte, ad Old Black Oaks. L’ultimo a provarci era stato uno stalliere e gli avevano tagliato i garretti, prima di somministrargli cento frustate. Sopravvissuto per miracolo al trattamento, non ci aveva più provato, si diceva, ma erano altri tempi, allora. Il Nord non s’immischiava nelle faccende del Sud, non c’erano gli abolizionisti, né donnette come quella Harriett Beecher Stowe, pronte a mettere il Sud alla gogna con il suo stupido libro,[5] o avvocati carrieristi[6] che minacciavano seriamente di occupare la Casa Bianca e far piazza pulita di tutto, infischiandosene dell’economia, delle consuetudini, delle necessità di un mondo che non conoscevano. Brutti tempi, si disse la Signora. Ma una cosa era certa: quella Pearl non l’avrebbe passata liscia.

 

- Maschio o femmina?

Robertson si era limitato a salutarla con un cenno della testa e un mezzo inchino, portandosi la mano all’ampia tesa del cappello, quindi s’era accomodato, con la sua giacca che puzzava di cane e i suoi calzoni sudici, sulla più bella poltrona del salotto.

- Una ragazza. L’avevo promessa a Deveraux e mi è stato insegnato a non mancare di parola.

Deveraux. A sentirlo nominare, Robertson ghignò mettendo in mostra i denti gialli e macchiati.

- La prenderemo, com’è vero Dio. Ha per le mani qualcosa che la mula[7] si portava addosso… Qualcosa che non è stato lavato di recente?

- Aveva un armadio pieno di vestiti. - rispose la signora aggrottando le sopracciglia con aria piccata, e Robertson comprese tutto quanto.

 

I cani, legati alla palizzata coi lunghi guinzagli di cuoio abbaiavano inquieti. Erano quattro coonhound addestrati a seguire la pista, e l’altro… Miz Lou Ella non aveva mai visto un mostro simile: grosso come un pony, il mantello tigrato segnato dalle cicatrici, il muso corto e largo punteggiato da occhi feroci, poderose zanne gialle nella caverna rossa delle fauci.

- Devil. Se si attacca a qualcosa di vivo, non molla la presa finché non l’ha finita.

Bene. A trovarsi davanti quell’orrore che pareva uscito da un incubo, quella puttanella di Pearl si sarebbe pentita mille volte di ciò che aveva combinato. Ma… Deveraux o se non lui la madama di qualche bordello sarebbero stati disposti a portarsi via una faccia e un corpo sfregiati dai morsi?

- La pagherò a cose fatte, Robertson. Spari, se è necessario, ma non la uccida. E faccia attenzione che quel suo… cane non la storpi. E’ giovane, non troppo scura, una bella ragazza. Vale parecchio.

- Farò come desidera. Non avrà di che lamentarsi, glielo garantisco.

Le sorrise ancora una volta, la bocca sghemba sui denti gialli. Gliel’avrebbe riportata a casa sana, salva e tutta intera. Avrebbe provveduto Deveraux a guastarla, visto che l’aveva comprata proprio per quello. Gli piaceva rompere i suoi giocattoli, al francese, come fanno i bambini discoli, e qualche volta il gioco gli era sfuggito di mano. Certo, Miz Lou Ella doveva odiarla proprio, la ragazza, per averla promessa a uno come quello, pensò Robertson gettando ai suoi cani una sottana che le era appartenuta. Le bestie tesero al massimo i guinzagli e, latrando con i loro vocioni cavernosi, cominciarono ad annusare l’indumento. Presto, molto presto, la caccia sarebbe cominciata.

 

PIOGGIA

 

Aveva sentito il latrato della muta, attutito dalla lontananza. Cani da caccia. Dovevano aver scovato conigli, daini o chissà che altro, si disse Pearl appoggiandosi morta di caldo e di stanchezza al tronco viscido d’una grossa quercia. Era anche possibile che cercassero lei, comunque e non sarebbe stato facile nascondersi al naso dei cani. Quanto distava il confine? Si era forse persa, ed era scesa più a sud, invece di salire verso il nord, come aveva creduto? Infilò la mano nel tascapane, ne trasse fuori due biscotti secchi e induriti che masticò di malavoglia. Quando le era venuta sete, s’era chinata a bere dalle pozzanghere, acqua che sapeva di terra e di fango, e così sarebbe stato finché non si fosse trovata al sicuro. Ma come e quando? La mano, frugando alla cieca nel tascapane, aveva urtato contro qualcosa di metallico, freddo e pesante che non era il coltello di Masta Tucker. Era la sua Remington Derringer, finita lì dentro chissà come, e magari le sarebbe potuta tornare utile, anche se non sapeva usarla, anzi, le armi le avevano sempre messo paura, evitava perfino di guardarle. Alzare il cane, puntare, premere il grilletto… Non doveva essere difficile e, all’occorrenza, avrebbe sparato, lo sapeva. Anche a costo di dover uccidere. Lo avrebbe fatto per difendersi. Non c’è niente di più forte dell’istinto di conservazione, in qualsivoglia essere vivente, uomo o animale che esso sia.

 

I latrati dei cani si fecero più vicini, minacciosi. I cacciatori di negri, per evitare alle loro prede danni che potessero in qualche modo pregiudicarne il valore, ricorrevano all’ausilio dei bloodhound e dei coonhound, grossi segugi di gran fiuto e aspetto formidabile ma estremamente mansueti. Pearl aveva tuttavia sentito dire che della muta di Robertson, il più rinomato cacciatore di schiavi fuggiaschi di tutta la regione, quello che sicuramente Miz Lou Ella le aveva messo alle calcagna, faceva parte anche un feroce bandog[8] addestrato al combattimento, che lui era solito sguinzagliare per ridurre alla ragione a suon di morsi le prede più riottose. Le prede più riottose, già. Come lei.

 

Il cielo si era rannuvolato, e grosse gocce di pioggia avevano cominciato a cadere senza fermarsi, accelerando, anzi, il loro ritmo e infittendosi fino a trasformarsi in una cortina che pregiudicava la visibilità. Un temporale estivo che si sarebbe esaurito in fretta, come capitava di frequente da quelle parti e in quella stagione. Anche se le entrava nei vestiti e nelle scarpe, Pearl benedisse quell’acqua. I cacciatori dicevano che la pioggia cancellava l’odore delle prede, confondendo i cani. Era Dio che la mandava, come la pistola che aveva trovato nel tascapane. Avrebbe dissolto le sue tracce, mandato in confusione Robertson, la sua dannata muta di segugi e il suo bandog. Soprattutto quello. Uno dei neri di Masta Tucker l’aveva visto, e l’ aveva descritto grosso come un vitello, brutto come il diavolo e altrettanto cattivo. Un incontro da non augurarsi, pensò Pearl, mentre lasciava che la pioggia calda e abbondante le inzuppasse i vestiti arrivando a bagnarle la pelle.

 

LA TRAPPOLA

 

Altrettanto rapidamente di com’era scoppiato, il temporale estivo cessò. Pearl  si sentiva fradicia fino alle ossa, ma soprattutto stanca. Il confine era ancora molto lontano? Si sarebbe fermata a riposarsi se…

 

Forse il cacciatore e la sua muta se n’erano andati, disturbati dalla pioggia e dal fango. Anche lei sarebbe tornata volentieri sui suoi passi, si ritrovò a pensare, a quella piccola casa accogliente e calda, all’abbraccio rassicurante di sua madre, alle parole di quell’uomo che non poteva chiamare padre, anche se lo era, e che aveva promesso di regalarle la libertà. Ma quella casa non era più sua, la madre l’aveva portata via un nuovo padrone e Masta Tucker giaceva sotto due metri di terra. Se fosse tornata indietro, qualcuno avrebbe portato via anche lei. Un uomo malvagio, dicevano, uno che trattava le sue nere come i bambini cattivi trattano i loro giocattoli.

 

Faceva caldo, eppure Pearl rabbrividì, mentre la brezza della sera le asciugava di dosso l’acqua del temporale. Era inciampata nel fango, una caviglia le faceva male e, inzaccherata com’era, nemmeno sua madre l’avrebbe riconosciuta, se avesse potuto vederla. Stentò a trattenere le lacrime, pensando a Leah e a quel che doveva essere stato di lei. Ma non era tempo di piangere, si disse da sé sola, quando i cani spuntarono fuori dai cespugli, seguiti dall’uomo a cavallo.

 

Quattro segugi, un sudicio cacciatore di pelli in sella a un ronzino spelacchiato. Non c’era bisogno d’un purosangue per inseguire, acchiappare e riportare indietro una povera ragazza terrorizzata, in fuga dal suo destino. Il bandog aveva una grossa testa, piccoli occhi rossi e feroci e muscoli come molle pronte a scattare, ma si accontentava di ringhiare, accucciato ai piedi del cavallo, in attesa di un ordine del suo padrone. Robertson, era proprio lui, smontò di sella.

-Andiamo, non rendermi la vita difficile…

Il mento le tremava. Tornò indietro senza dare le spalle all’altro, fino alla grande quercia, inciampò nelle radici riuscendo a stento a mantenersi in piedi.

-Vieni qui, ragazza. Non ti succederà niente, se…

Non ti accadrà niente. Come no. Lo chiamava niente, finire prostituta in un bordello, o trastullo di un pervertito come quel Deveraux. Miz Lou Ella la odiava. Miz Lou Ella gliel’avrebbe fatta pagare,solo per punirla del fatto di stare al mondo e perché Masta Tucker aveva avuto la pessima idea di morire  prima di poterle regalare la libertà, come le aveva promesso tante volte.

-Pearl… Ti chiami così, vero?

La voce era mielosa, lo sguardo falso. La mano della ragazza sentiva, nel tascapane, il freddo della canna d’acciaio. Tirò fuori la pistola, la puntò sull’uomo. Chissà, forse non era neanche carica, pensava Robertson, ma non poteva rischiare.

-Butta a terra la pistola, Pearl…

Il bandog continuava a ringhiare, nell’attesa che il padrone comandasse l’attacco.

-Non vorrai che questa bestiaccia rovini il tuo bel faccino… Getta a terra la pistola, Pearl.

No, le diceva il sangue che le batteva convulso dentro le orecchie. Non farlo. Non dargli retta. Non è finita, poche miglia e sarai libera… Alzò la pistola in direzione dell’uomo, ma questi, abile a sparare più di quanto non lo fosse lei, fece fuoco per primo.

“Non la uccida” gli aveva raccomandato Miz Lou Ella. “E non la sfregi. E’ bella, e vale un mucchio di soldi”.

Lui aveva sparato per difendersi, mirato alla spalla. Il dolore l’avrebbe costretta a gettare via la pistola. Il dolore, e i denti di Devil, che le stringevano in una morsa il polso delicato.

 

Il dolore, già. Fuoco vivo che le penetrava dentro mordendola più forte dei denti del bandog, mentre il sole tramontava dietro l’orizzonte, seminascosto dalle nuvole. Non lasciarti andare, Pearl. Non svenire proprio adesso. Non è finita, pochi chilometri e sarai al sicuro, ti ha preso alla spalla, non alle gambe. Puoi ancora scappare e devi farcela, per l’amor di Dio… Non morirai schiava. Anzi, non morirai proprio, se stringerai i denti e…

 

Quattro ombre spuntarono fuori dal cespuglio, lo stesso da cui Pearl aveva visto sbucare i cani, pochi minuti prima. Le code basse, le orecchie tese, i lunghi denti bianchi completamente scoperti, nella gola un rombare cupo che sarebbe presto esploso in un terrificante ululato. Lupi. Il cavallo s’impennò e fuggì via, i segugi si rannicchiarono ai piedi della quercia, spaventati e tremanti come cuccioli. Il bandog  lasciò andare il polso di Pearl e si piantò a gambe divaricate di fronte alle belve dal pelo irto e dalle fauci rosse. Neppure lui avrebbe avuto scampo contro quattro lupi, ma era stato addestrato ad attaccare, e attaccò.

 

E’ finita, pensava Pearl mentre gli occhi le si velavano. E’… finita… Schiava o libera, sarebbe morta, e non c’era possibilità alcuna di sfuggire al destino. Il dolore alla spalla si fece sempre più penoso e insopportabile; le forze le vennero meno e scivolò a terra, augurandosi che i lupi non la facessero soffrire troppo, quindi cadde nell’ottundimento completo e totale dell’incoscienza.

 

MAX D. MERRITT

 

Quella stanza e quel letto non erano il paradiso o l’inferno, ma qualcosa di estremamente normale, che avrebbe potuto vedere in qualsiasi momento, da qualsiasi parte. Anche da Miz Lou Ella, ma quella non era casa sua. Grazie al cielo. Mobilio non troppo ricercato, di una semplicità spartana.Gli Spartani, ricordò tra il sonno e la veglia, erano quel popolo antico che amava la guerra e detestava il lusso. Come il padrone di quella stanza, si disse da sé sola.

Si rigirò nel letto: grande, come quello dove sua madre, spesso, aveva dormito con Masta Tucker. Le lenzuola erano fresche di bucato, il materasso e i cuscini non troppo soffici. Sapevano di pulito. Anche lei si sentiva fresca e pulita, dopo che qualcuno aveva lavato via il sangue, il sudore e il fango. Le avevano tolto la fasciatura che le comprimeva il seno e medicato le ferite. Stava meglio, adesso, e la carezza della seta sulla pelle era una sensazione piacevole. Seta, non la cotonina che era abituata a sentirsi addosso. Una camicia bianca, da uomo. Lunga e larga. La camicia di un uomo grande e grosso, com’era stato Masta Tucker. Erano stati buoni con lei, il destino, la vita, perfino i quattro lupi del bosco e, ovviamente, chi l’aveva portata in salvo e al sicuro. Pearl chiuse gli occhi. Una donna… O un uomo? Chi l’aveva ripulita, curata e cambiata l’aveva anche vista nuda…

 

Il sole di mezzogiorno filtrava attraverso le imposte socchiuse, quando si svegliò. Non era sola.

 

-Posso sapere dove sono?

-Dove nessuno può nuocerti… ragazza.

-Il mio nome è Pearl.

-Pearl… Ti si addice.

Una bella voce calda e profonda, diversa da quella stridula di Robertson, il cacciatore di uomini. Chi stava in piedi a fianco del letto, le braccia conserte, le gambe leggermente divaricate era colui che aveva fatto fuggire i lupi, Robertson e il suo cagnaccio poi, come il principe delle favole, se l’era caricata sul suo cavallo bianco e l’aveva portata lì. Salva e al sicuro.

Si sollevò puntellandosi sui gomiti, gli sorrise per ringraziarlo. Ha fatto tanto per me… Niente, solo ciò che CHIUNQUE avrebbe fatto, Pearl. In un primo momento, lo sai, ti avevo presa per un ragazzo… Un ragazzo negro. Uno schiavo fuggiasco. Poi le aveva tolto le bende, e… Sarebbe arrossita, se solo fosse stata bianca.

 

Al… sicuro? Nessuno, nelle sue condizioni, avrebbe potuto esserlo mai del tutto, ma le sarebbe piaciuto che quell’uomo le dicesse la verità.

-Sto molto male?

-Ho visto parecchio di peggio.

Era giovane, sulla trentina. Un po’ più basso di Masta Tucker, ma le spalle erano ancora più larghe. Le piacque la semplice eleganza dei suoi vestiti neri, calzoni, camicia, stivali al ginocchio, da cavallerizzo. Le piacquero gli occhi azzurri, il profilo perfetto, le mascelle forti incorniciate da un filo di barba. La sua era la faccia di un uomo bianco: pallido sotto l’abbronzatura, labbra delicate, quasi femminee. Le sue mani erano grandi, squadrate; in grado di uccidere, all’occorrenza, ma anche di accarezzare teneramente il corpo di una donna, si ritrovò a pensare, e fu costretta a serrare forte le palpebre sugli occhi, ad inghiottire il groppo che le chiudeva la gola, al pensiero di ciò che,con tutta probabilità,quelle mani le avevano fatto, anche se, strano a dirsi, non si era resa conto di niente.

-Le devo la vita, signore…

-Max.

-Non oso chiederle che cosa ne sarà di me.

-Qui sei al sicuro, Pearl.

Dai lupi, dai cani, dai cacciatori di negri fuggiaschi, da quel maiale di Deveraux… Doveva crederci? Forse, lui l’avrebbe riportata indietro. C’era una lauta ricompensa in denaro, per chi lo faceva, e Pearl non osava sperare che quel bell’uomo al quale doveva la vita e la salvezza fosse diverso dagli altri.

 

-Appartenevi… a Josh Tucker?

Pearl non gli rispose. L’avrebbe riportata indietro, se una risposta affermativa avesse confermato i suoi sospetti. Questo era suo, c’è lo stemma inciso sulla lama. E le mostrò il coltello che aveva trovato frugando nel tascapane.

-Josh Tucker è morto. Non lo sapeva, masta…

-La gente di qui non m’invita ai matrimoni e ai funerali. E non chiamarmi masta, non sono il padrone di nessuno. - L’ombra di un marcato disappunto gli aveva fatto serrare le labbra, aggrottare le sopracciglia spettinate. Era un uomo strano, si ritrovò a pensare Pearl. Un uomo davvero molto bello.

-Io odio la schiavitù, ragazza. E’ anche per questo che non m’invitano ai loro matrimoni e ai loro funerali.

 

E a te non importa un fico secco, dei loro matrimoni e dei loro funerali, della loro spocchia e delle loro arie. Scommetto che qualche vecchia fegatosa come Miz Lou Ella ha cercato di appiopparti uno spaventapasseri di figlia in moglie, prima di scoprire che sei quello che sei?

La mano di Max le sollevò il mento, le sue forti dita le accarezzarono una guancia, lente e delicate. Pearl si sentì morire, ma era una bella sensazione, pensò.

-Tu non appartenevi semplicemente a Josh Tucker. Eri sua figlia, Pearl.

Aveva una bella voce bassa, un po’ rauca. Già, una figlia che doveva chiamarlo masta e non papà. Una figlia che, anche davanti a lui, doveva fingere di non essere quello che era. Come hai fatto a indovinare, bianco? Sei un mago, il diavolo o che… Semplicemente, so come vanno le cose, da queste parti, ragazzina.

-L’avrò visto sì e no due volte, ma sono fisionomista: i tuoi occhi hanno l’identico colore dei suoi.

Rise, finalmente. Quando lo faceva, sembrava un ragazzino. E i raggi del sole che filtravano dalla finestra creavano l’illusione di un pulviscolo dorato intorno alla sua figura, sui suoi capelli.

-Hai bisogno di qualcosa, Pearl?

-Dei miei vestiti. Vorrei andarmene.

-I tuoi vestiti erano in uno stato pietoso, e ho dovuto bruciarli. Te ne procurerò di nuovi e puliti appena possibile. Non è facile, procurarsi vestiti da donna in un posto dove donne non ce ne sono.

La conferma dei suoi sospetti: e il cuore mancò un battito.

 

SALVA E AL SICURO

 

Salva e al sicuro, pensò rigirandosi tra le lenzuola fresche, leggermente profumate di spigo. Salva e al sicuro in una casa dove non c’erano altre donne se non lei… La spalla le faceva male: un dolore sordo, lontano. Ma non doveva trattarsi di qualcosa di grave, non si muore per una ferita del genere.

-Hai fame, Pearl?

La sua bella voce, ancora una volta. I suoi occhi azzurri e le sue mani forti. Recava con sé un vassoio, la colazione per l’ospite: uova al bacon, succo di limone zuccherato allungato con acqua fresca.

-Uno dei miei artieri è anche un ottimo cuoco. Mangia, Pearl. Per favore.

Il profumo del cibo le stuzzicava dolorosamente l’appetito, ma chissà se sarebbe riuscita a inghiottire mezzo boccone di quella roba. E poi, se tentava di sollevare la forchetta d’argento per portarsela alla bocca, la spalla le mandava al cervello fitte insopportabilmente acute.

-Perché non vuoi mangiare? Hai perso un bel po’ di sangue, devi rimetterti in forze.

Sembri mia madre… Max. Con delicatezza, le prese di mano la forchetta, la imboccò neanche fosse stata una bambina.

-Quando riuscirò a lasciare questo letto?

-Cerca di aver pazienza, Pearl.

-Non mi piace dipendere dagli altri.

-Hai una caviglia slogata e quella ferita… Ho dovuto estrarre la pallottola, ripulirla perché non s’infettasse. Non preoccuparti, anche a me è capitato di dover dipendere dagli altri e tante di quelle volte che neanche l’immagini. Non è un delitto ritrovarsi soli, indifesi e terribilmente vulnerabili.

E’ capitato… Anche a te? Possibile? Chiuse gli occhi, non riuscendo a reggere un attimo ancora il suo sguardo acuto, indagatore.

-Dovrei… ringraziarla suppongo.

-Dovresti trattarmi come faccio io con te: senza troppa deferenza tra di noi. In fondo…

-In fondo mi ha visto nuda.

-Eri ferita. E terribilmente sporca. Ti ho semplicemente curata e ripulita. Non volevo averti sulla coscienza, se fossi… beh…

-Morta?

-Eri più sudicia di un carbonaio, Pearl: mi avresti sicuramente rovinato il materasso e le lenzuola.

Le sorrideva, mentre le puliva le labbra con una cocca del tovagliolo. Molto… materno. Già, un’altra definizione non riusciva a farsela venire in mente, anche se quella mal si attagliava a un uomo dall’aspetto tanto mascolino. E, soprattutto, tanto attraente. Erano davvero parecchie, le cose che avrebbe voluto chiedergli: perché non aveva sentito niente, quando lui aveva estratto la pallottola? Come aveva fatto a mettere in fuga Robertson, i suoi cagnacci e quei dannati lupi? E cosa aveva provato quando… quando le aveva strappato via le bende con cui s’era schiacciata il seno?

-Quanto ci vorrà per rimettermi in piedi?

-Sette, otto giorni. Non vedi l’ora di andartene.

-E’ che non voglio abusare della sua ospitalità, Max. E del suo letto.

-Non preoccuparti, in casa ce ne sono altri. Non così comodi, forse, ma uno come me se ha sonno dorme anche steso per terra. Il momento verrà, Pearl… E farò in modo che tu non rischi più quello che hai rischiato, voglio che ci arrivi sana e salva, al Nord.

 

Sicuramente era un abolizionista. Le aveva detto di provare orrore per la schiavitù. La trattava con deferenza, le aveva ceduto il suo letto. E senza pretendere di dividerlo con lei, pensò con una punta di rammarico. Sei stata fortunata ad incontrarlo, Pearl, si disse da sé sola; non fosse stato per lui, quei lupi ti avrebbero fatta a pezzi o, peggio, Robertson ti avrebbe acchiappata e riportata da Miz Lou Ella. Certo, non poteva essere altro che quello. Un uomo coraggioso, capace di rischiare la vita in nome di un ideale del quale, in fondo, poteva anche non importargliene: era bianco. Era giovane e bello. Presumibilmente era anche ricco. Chi glielo faceva fare?

 

-Pearl…

Lasciami in pace, bianco. Ho sonno, e la spalla mi fa male. Ho voglia di dormire, non di perdere tempo a chiacchierare con te. Ho fretta di guarire, voglio andarmene via di qui prima possibile… e non sarai tu a trattenermi.

-Pearl… Dobbiamo controllare la ferita, rinnovare la medicazione…

Questa volta non avrebbe usato qualche porcheria per farla dormire, come quando aveva estratto la pallottola. Non ci sarebbe stato dolore, ma vergogna sì. E tanta. L’avrebbe vista nuda e lei ne sarebbe stata ben consapevole.

-Non voglio.

-Se la ferita si infetterà potresti anche rischiare la vita, dico sul serio.

-Allora faccia venire un medico.

-Ti rendi conto di quello che dici?

Lo sguardo gli si era rabbuiato. Un medico per curare una schiava fuggiasca? In Virginia? Ragazza mia, tu devi essere completamente pazza. Quell’uomo aveva ragione, anche se non era facile ammetterlo.

-Pearl, ti prego, non rendermi la vita difficile.

Le stesse parole che aveva usato Roberson, quando i suoi cani l’avevano scovata. Ma Robertson non aveva le sue labbra tenere, i suoi occhi azzurri, i suoi lunghi capelli ricci. A Robertson non importava un bel niente di lei, la ragazzina di Miz Lou Ella Tucker altro non era che l’ennesima fonte di guadagno, quello di acchiappare e riportare indietro i negri che tagliavano la corda in fondo era il suo mestiere.

 

Aveva mani forti, ma anche agili e leggere. L’impiastro a base di erbe che le aveva messo sulla ferita fece l’effetto di calmare il dolore, e Pearl dimenticò tutto quanto.

 

-Sollevati, devo fasciarti.

Gli ubbidì malvolentieri. Quell’uomo aveva visto anche troppo di lei. Aveva visto tutto. Benedetto il momento in cui me ne andrò, pensava. Eppure, il fatto che lui la trattasse con tutto quel distacco la infastidiva. Lo faceva solo perché era un gentiluomo e come tale voleva mostrarsi ai suoi occhi? O perché lei non gli piaceva? Forse gli ripugnava la sua pelle scura, il fatto che fosse una schiava, forse… Pearl lo guardò sfrontata, scostando le mani con cui stava cercando di coprirsi i seni. Non sono bella? Si disse da sé sola. Non mi desideri, bastardo di un bianco? Lui sogghignò, e i grandi occhi trasparenti gli si ridussero a fessure. Se credi che le tue siano il primo paio di tette scoperte che vedo sei in errore, bambina. Sicuramente lo pensò, ma non lo disse.

-Pensa… che mi resterà una brutta cicatrice?

Le sorrise, ed era un sorriso vero, questa volta. Tranquilla, resterà solo un piccolo segno. Non si noterà neppure. Sai, anch’io ne ho una, proprio sotto la clavicola, tale e quale come te. Il ricordo di una freccia, che mi ha colpito tanti, tanti anni fa…

Una freccia. Sicuramente erano stati gli indiani. Tanti anni fa… Ma quanti? Quell’uomo ne dimostrava sì e no una trentina. Un uomo strano, non c’era alcun dubbio che tale fosse. Bellissimo, pensò, mentre la guardava con gli occhi imploranti, le labbra tenere dischiuse sui denti bianchi. Le sembrò triste, chissà come mai. E Pearl pensò che avrebbe voluto e potuto consolarlo, anche se era soltanto una schiava in fuga dal suo destino.

-Ti resterà soltanto un graffietto, che gli uomini faranno carte false per baciare. Lo sai che bellissima, Pearl?

 

L’UOMO DEI LUPI

 

Quando fu in grado di alzarsi dal letto, Pearl trovò vestiti da donna sulla poltrona. Roba senza pretese di eleganza, d’un brutto color marrone che senz’altro non avrebbe valorizzato al meglio la sua luminosa carnagione ambrata. Le donne come noi, le diceva sempre sua madre, devono vestire di bianco. O di colori accesi: gli uomini le guarderanno, allora, e le donne bianche potrebbero anche schiattare dall’invidia. Leah. Chissà che ne era di lei. Quando sarò libera, farò in modo che possa raggiungermi e saremo di nuovo insieme, pensava Pearl. Lo pensava sempre, anche se sapeva perfettamente che sarebbe stato impossibile.

 

Era pronta per scendere nel salone, come le aveva detto lui, pensò lisciandosi i vestiti. Lui, Max D. Merritt, un uomo strano e solitario, che per mantenersi allevava cavalli, non teneva in casa un solo schiavo e aveva fatto stampare una testa di lupo sulla sua carta intestata e i suoi biglietti da visita. Un uomo che, in qualsiasi modo si fosse conclusa la sua avventura, le avrebbe inciso nell’ anima un marchio indelebile.

 

Si affacciò alla finestra che dava sul cortile. Era mezzogiorno in punto, pensò. Quasi ora di scendere nel salone e mangiare seduta alla sua stessa tavola, servita da un artiere di scuderia che aveva sangue indiano nelle vene. Lui, immaginò, le avrebbe versato il vino nel bicchiere, sarebbe stato come sempre dolce e sollecito. Aveva fatto tanto, per lei. Un altro, nei suoi panni, l’avrebbe rispedita nel posto da cui era venuta, e intascato la ricompensa che gli spettava, invece… Invece aveva accettato di rischiar d’essere tacciato da ladro, forse perfino peggio… Il cuore le mancò un battito, quando lo vide. Teneva per le redini uno dei suoi cavalli ed era seguito da un grosso cane. Mio Dio, si ritrovò a pensare. Quello non era un cane. Era un enorme lupo nero, e somigliava a quelli che, un paio di giorni prima, avevano fatto fuggire Robertson e la sua muta. Gigantesco, fosco, l’aria feroce, e i suoi sospetti trovarono conferma quando vide gli altri tre grossi animali spuntare da dietro il   fienile. Lo seguivano agitando la coda, come se fosse stato lui e non uno di loro il capobranco.

 

Max era a torso nudo. Aveva spalle poderose, braccia scolpite, una bellissima schiena lustra di sudore. Come i braccianti neri che lavoravano nella piantagione di tabacco di Masta Tucker. E un marchio a fuoco proprio sotto la scapola sinistra, Pearl ne aveva visti troppi per pensare di essersi sbagliata, malgrado la distanza potesse ingannarla. Capitava, qualche volta, che gli schiavi venissero marchiati. In certe piantagioni era l’uso comune, in certe altre il trattamento era riservato solo agli elementi più indocili e riottosi. Ma quello era indubbiamente ed inequivocabilmente un signore bianco e allora perché… perché era marchiato a fuoco, come i suoi cavalli? Gliel’avrebbe chiesto, se avesse potuto. Ma non voleva mostrarsi indiscreta, lasciandogli capire che lo aveva spiato.

 

Il più grosso dei suoi lupi gli si strofinava contro le gambe come un cucciolo impertinente, e lui gli scarruffò il pelo con la mano aperta. A Pearl parve splendido e selvaggio, in mezzo a quelle bestie,  come un’antica divinità pagana. Portava, appeso al collo a mo’ di ciondolo una zanna d’animale e aveva una cicatrice, tra il petto e la spalla, nello stesso punto in cui ce l’aveva lei: la punta di una freccia indiana, con ogni probabilità. Le sarebbe piaciuto baciargliela, pensò, e fu percorsa da un brivido che l’attraversò come un fulmine. Anche a sua madre doveva essere accaduto, con Masta Tucker. Se non si fosse scossa e scrollata di dosso quei sogni impossibili, pensava Pearl, avrebbe rischiato di fare l’identica fine. Ed era l’ultima cosa che avrebbe voluto le accadesse, in quel momento.

 

L’OSPITE

 

Le aveva servito il pranzo e versato il vino nel bicchiere, senza aspettare che a farlo fosse il servitore indiano. Era stato gentile come sempre, come sempre le aveva sorriso. Le parlava della libertà che presto le avrebbe regalato, e chissà come, se non comprandola. Ma Miz Lou Ella l’aveva venduta a Deveraux, e non era persona capace di rimangiarsi le sue promesse, quante volte se n’era vantata? E poi… Se avesse saputo che Max l’aveva comprata, come comprava i suoi cavalli, sarebbe fuggita via anche da lui, costasse quel che costasse.

-Non mangi?

-Non ho più fame, grazie.

Adesso che sono guarita, voglio andare via. Al Nord. Mai più schiava, capisci? Mai più sì padrone, mai più dover tremare al pensiero di finire in un bordello o nelle grinfie di un maiale come Deveraux per un semplice capriccio del destino. Mai più dover scappare inseguita da cani da pista e uomini a cavallo, come una bestia braccata…  Avevi promesso che mi avresti aiutata ad andarmene al Nord, invece sono ancora qui. Mi tieni forse prigioniera? Ma io potrei scappare via anche da questo posto. Per andare dove? Fuori ci sono i lupi, Pearl.

 

-Prima stavo osservando i suoi cani: sembrano...

-Lupi? Lo sono. Della razza che qui chiamano timberwolf, anche se le due femmine sono incrociate con cani.

-Non sono… pericolosi?

-Solo con chi è animato da cattive intenzioni, come quel Robertson e il suo mastino. Ai lupi è stata cucita addosso una pessima nomea che non meritano: sono animali nobili. Non per niente, nei tempi antichi, erano, con l’aquila, il simbolo dell’Impero Romano e della sua terribile potenza. Le frottole gratuite sulla loro malvagità sono venute fuori dopo, per mera comodità degli umani, dei quali i lupi erano accaniti competitori: i primi allevavano le bestie che gli altri cercavano in tutti i modi di mangiarsi, e così...

E così va il mondo: anche a proposito dei neri, si raccontavano frottole curiose, come quella secondo cui una maledizione biblica avrebbe condannato  ineluttabilmente la razza alla schiavitù, si trovò a pensare Pearl. Era, questo, un argomento che aveva spesso udito dalla bocca di Miz  Lou Ella. Sono gli uomini ad essere malvagi, non i lupi: gli uomini l’hanno inventata, la schiavitù, mica le bestie. Le bestie sono migliori di noi, Max.

-Secondo Eagle Eye,l’ indiano, il lupo sarebbe il mio animale totemico. Lui ci crede, e ho finito col crederci anch’io.

-Mi sono sempre piaciuti i cavalli e i cani, anche se uno schiavo non ha tempo per loro. Da bambina sognavo di correre per i prati con un cane grande e nero come i suoi, capace di proteggermi da chi mi voleva male. Nei miei sogni l’avevo chiamato Wolf. Lupo.

Sei nata schiava, e avevi dei sogni, Pearl… Lo pensò, coprendole la mano con la sua e stringendogliela piano.

-Te li farò conoscere, più tardi. Da te si lasceranno accarezzare: sanno per istinto di chi fidarsi e di chi no. Un po’ come me.

-Che nome ha potuto mettere a dei lupi? Sono curiosa.

-Il maschio più grosso si chiama Secutor. Quello con la macchia bianca sul petto Laniger. Le due femmine, Scortilla e Licisca.

La grande mano calda non lasciava la sua. Sono nomi strani… Nomi latini, Pearl. Laniger, per la sua folta pelliccia. Scortilla e Licisca erano i nomi che si davano alle… alle prostitute. Ti ho scandalizzata, forse? No, una negra impara molto presto come va il mondo e non si scandalizza più di niente. Forse è per questo motivo che i bianchi ci credono quello che non siamo. E… Secutor?  E’ molto grosso e ha un’aria feroce. E’ quello che ero io, in un’altra vita.

-Secutor. Gladiatore. Uno schiavo il cui unico scopo nella vita era uccidere ed essere ucciso.

L’aveva visto impallidire, sotto l’abbronzatura, come se dire quello che aveva detto gli costasse chissà quanta fatica. E con rammarico, lo guardò alzarsi da tavola, allontanarsi.

 

IL DUELLO

 

La sfida gli era stata recapitata con un biglietto che recava il monogramma e lo stemma di André Deveraux impressi in un angolo. Domani alle sette, presso le Tre Querce. Sceglietevi un padrino, allo stesso modo in cui io, Conte André Deveraux, sceglierò l’arma e la durata del combattimento: spada, all’ultimo sangue.

Aveva saputo, Deveraux, che la schiava che avrebbero dovuto vendergli l’aveva comprata un altro, pagandola alla vedova Tucker più del doppio rispetto a quanto avevano precedentemente pattuito loro due. La donna non si era comportata affatto bene con lui, ma un gentiluomo, in nessun caso, potrebbe esigere soddisfazione da una signora. E allora il sedicente conte se l’era rifatta con l’acquirente, quel Max D. Merritt a proposito del quale circolavano le dicerie più stravaganti, ma che senz’altro non aveva mai impugnato una spada. Da un artiere di scuderia, da un sensale di cavalli, del resto, era lecito aspettarsi che riuscisse a cavarsela con la pistola, e la schiava che gli aveva soffiato l’avrebbe pagata con il sangue, oltre che con l’argento dei dollari, a lui che, al contrario, la spada sapeva come maneggiarla, da bravo gentiluomo francese nelle cui vene scorreva il sangue di un’antica famiglia scampata per miracolo alla ghigliottina, in tempo di Rivoluzione.

 

Accetto la sfida, Deveraux. Max rise alla sua immagine riflessa nello specchio, e la sua era una risata amara. Conosco il mondo, si disse da sé solo, più di quanto credi di conoscerlo tu. Il prezzo dell’oro e del sangue non compreranno una schiava, ma la sua libertà. Odio la schiavitù. Odio questo mondo destinato a crollare sotto il peso delle sue ingiustizie. E te, per quello che sei e come sei. Ho già scelto il padrino:Eagle Eye, l’indiano,e non me ne importa, anche se questo potrebbe farti storcere il naso. E la spada che impugnerò:ha il guardamano annerito, l’elsa rovinata dall’ossido. Ma taglia come un rasoio. La sostanza contro l’apparenza, Deveraux.

 

Guardò il biglietto con il complicato stemma gentilizio stampato sopra, lo accartocciò tra le dita. Il francese, ma quale francese poi, non lo era più da quattro generazioni almeno, credeva di sapere contro chi avrebbe incrociato la lama della sua lucida spada d’acciaio. Credeva che si sarebbe preso la sua vita come in un gioco, lavando in quel modo un torto o un disonore. Sono stupidi, gli uomini, pensò Max ricacciando i capelli all’indietro e balzando in sella al suo cavallo. Stupidi e assetati del sangue altrui da sempre, come e peggio delle bestie. Molto, molto peggio.

Alzò gli occhi alla finestra illuminata, e la vide. Si era alzata già dal letto, malgrado fosse tanto presto, ed era così bella, con i capelli neri tutti spettinati e lo sguardo ancora velato dal sonno. Sentì di desiderarla, e forse era sbagliato. Voleva andarsene al Nord e lui l’avrebbe accontentata, com’era giusto che fosse.

 

CONFORTO

 

-Eagle Eye?

-Signorina?

-Come mai non ho ancora visto il padrone?

Il vecchio indiano sorrise amaro, e quella smorfia gli inghiottì i lineamenti solitamente impassibili.

-Si sta ripulendo il graffio che gli ha fatto Deveraux sul braccio. Niente di serio, il padrone ha la pelle dura peggio d’un bisonte, signorina.

-Deveraux… E che c’entra?

Le era passato un brivido nello sguardo, e a lui non era sfuggito. Le raccontò che c’era stato un duello tra il padrone e il francese, perché lui aveva a tutti i costi voluto comprare la sua libertà, malgrado la vedova Tucker l’avesse promessa a quell’altro. La sfida era all’ultimo sangue, ma il padrone s’era accontentato di vederlo cadere a terra con la coscia trapassata dalla sua spada, di sentirlo urlare pietà con la voce di un porco scannato e di sputargli in faccia un grumo di saliva e tutto il suo disprezzo.

-E adesso dov’è?

-Nelle scuderie.

Lo avrebbe raggiunto per gridargli che la sua libertà non era in vendita e che se ne voleva andare. Che era stanca di quella prigione. Che…

 

Aveva le maniche della camicia arrotolate sugli avambracci. Quello destro era fasciato, la benda chiazzata qua e là di sangue fresco. Se ne stava inginocchiato nella paglia, di fronte a un vecchio cavallo che, con tutta probabilità, stava trascinando affannosamente gli ultimi istanti della sua vita. S’era posato sul grembo il muso spelacchiato dell’animale, lo accarezzava piano, mormorandogli parole senza senso per non farlo sentire solo in quell’attimo così terribile,proprio come se avesse avuto a che fare con un cristiano. C’era buio, lì dentro, e Pearl non riusciva a vederlo in faccia, ma avrebbe giurato che quell’uomo grande e grosso, reduce di fresco da un duello, nel corso del quale avrebbe potuto ammazzare o essere ammazzato, stesse piangendo, come i bambini quando gli muore la loro bestiola preferita.

 

-Max…

No, non stava piangendo, ma il petto si alzava e si abbassava, come se lo stesse facendo: un pianto senza lacrime, per questo ancora più doloroso. Perché, si domandava Pearl, gli uomini bianchi hanno tutta quella vergogna a manifestare i loro sentimenti?

-Tutti dobbiamo morire, Max… Questo cavallo mi sembra molto vecchio, e sicuramente ha avuto un’esistenza felice… con lei.

-Ha avuto una bella vita, è vero. Povero Pegasus… Libertà, pastura abbondante, acqua fresca… Sono io che non riesco ad rassegnarmi alla morte di chi mi è caro, uomo o animale che esso sia.

-Gli animali vivono meno di noi, Max.

-E siamo costretti a vederli morire.

E’ normale che sia così: chiamala natura, chiamalo Dio. Potrei dirti, in fondo era solo un cavallo, ma non ne ho mai posseduto uno, e non so come ci si possa sentire, quando un vecchio cavallo muore. Un po’ più soli, piccola. Un po’ più soli.

 

Gli cinse le braccia intorno ai fianchi, gli si strinse contro per dare conforto col suo calore a quel pianto senza lacrime. Alzò la mano, gli passò le dita tra i capelli. Erano folti e setosi, capelli morbidi di bianco.

-Le fa molto male il braccio?

-Non darti pena per me, ragazza.

-Venga dentro, l’aiuterò a medicarlo. Qualcosa gliela devo, non le pare? Quando facevo storie per non lasciarmi curare, non mi ha detto che anche una piccola ferita, se s’infetta, potrebbe causare la morte?

Le sorrise e le accarezzò lento la guancia vellutata, poi le labbra calde. La baciò, ed era la prima volta. Un labbro. Poi l’altro. Dolcemente, senza fretta. Lei non protestò, anzi, s’abbandonò al suo abbraccio, pronta ad imparare quanto lui le avrebbe insegnato. La sua pelle odorava di muschio e di desiderio, la grande mano le sfiorò il collo, quindi, attraverso i vestiti, i seni rotondi, i capezzoli duri come piccoli sassi.

 

-Ho comprato la tua libertà da Mrs Tucker. Se non vuoi dimmelo, prima che sia troppo tardi per tornare indietro.

Pearl chiuse gli occhi e le lunghe ciglia proiettarono l’ombra di due mezzelune sugli zigomi alti. Scosse la testa in un breve cenno di diniego. Non in una stalla, Max. Nel tuo letto. Solo questo gli disse.

 

Nel letto dove aveva dormito sola, mentre lui se ne stava rannicchiato in qualche scomodo divano. Un altro non l’avrebbe fatto, per una negra. E si sarebbe preso quel che avrebbe voluto infischiandosene di lei, perché una nera non è una donna: è una schiava. Probabilmente anche Masta Tucker la pensava così, a proposito di sua madre, di lei e di quella figlia che gli aveva dato glien’era sempre importato meno di nulla. Non voglio che tu mi metta dentro un figlio, aveva detto Pearl, mentre Max la spogliava con le sue grosse mani straordinariamente agili e delicate. Non preoccuparti, non succederà niente di ciò che temi, e a lei era parso che lo sguardo gli si rabbuiasse.

 

Aveva un viso d’angelo, e lo stesso corpo erculeo dei neri che abbattevano gli alberi nei boschi e caricavano la legna a mani nude sui carretti trainati dai muli. Sotto la pelle di un delicato color avorio vecchio, muscoli grossi e forti gli esplodevano sulla schiena, sulle braccia e sul petto, guizzanti come fossero animati da vita propria. Il corpo di Max era bello e, mentre lo guardava spogliarsi, Pearl sentì il suo desiderio acuirsi fino a diventare sofferenza. Si strinse a lui, lasciò che la toccasse. E’ perché tu senta il meno possibile il dolore della prima volta, le diceva mentre le stuzzicava le punte tese dei seni con le dita, poi con le labbra e la lingua. No, non è solo per quello… Mi piace, e piacerà anche a te. Lascerai… che lo faccia anch’io? Lui accennò di sì con la testa. Ma dopo. Adesso potrei perdere completamente il controllo, e… e non sarebbe la cosa migliore.

 

L’accarezzò e baciò dove lei mai si sarebbe aspettata, prima di prenderla. Pearl urlò di dolore e gli artigliò la schiena con le unghie, quando sentì dentro di sé il grosso membro turgido dell’uomo, per la prima volta. Mi ucciderai… Ma il dolore s’era disciolto nel piacere più intenso che le fosse mai capitato di provare, fuoco liquido che le scorreva nelle vene al posto del sangue.

 

IL MARCHIO

 

-Sei bellissima, Pearl.

-Ero convinta che lo dicessi tanto per dire, ma che non l’avessi mai pensato.

-Non sono mai stato ipocrita né bugiardo, ragazza: quello che penso, lo dico.

-Credevo che non ti andasse la mia pelle, è così scura…

- Se una donna mi attrae, il colore della sua pelle è l’ultima cosa a cui penso.

Pearl abbandonò la testa sul suo largo petto, poi cominciò a baciarlo. Sapeva di sale, e la rada, corta peluria chiara che aveva sullo sterno e intorno ai capezzoli le solleticava dolcemente le labbra.

-Anche tu sei bellissimo. Devono avertelo detto in tante. Quanti anni hai?

-Perché me lo chiedi? Mi ritieni troppo vecchio per una ragazzina di diciassette anni? Troppo vecchio… e troppo bianco?

-Così, a occhio e croce, ne dimostri più o meno trenta.

-Trentatré.

-Non sono molti. Tra mio padre e mia madre c’era più differenza. Ma lui non l’amava.

Che cosa te lo fa credere? Beh, era altro, quel che lui le chiedeva, e non era amore. Mia madre era una bella donna, tenera e appassionata. Lei sì che gli voleva bene… Povera illusa. E’ morto senza mantenere le sue promesse e lei è finita a lavare il sedere di una vecchia paralitica. Io invece… Non fosse stato per te, sarei finita anche peggio: in un bordello. O in casa di Deveraux, quel porco. Sarebbe successo con loro, è successo con te. Del resto, è quasi impossibile che una nera a diciassette anni sia ancora vergine. Sai, sono contenta che sia successo con te e non con un altro.

 

La pelle chiara rabbrividiva, al tocco delle sue carezze; e gli occhi che la fissavano le sorridevano gentili.

-Volevo chiederti…

-Quello che vuoi, principessa.

-Petali di fiori. Vorrei prepararmi dell’acqua profumata. Violette… E rose.

Gli occhi che la guardavano teneri e divertiti divennero torvi. Non voglio sentirti quell’odore addosso, Pearl. Detesto il profumo delle rose. Se ti accontenti, nel giardino ho seminato lavanda e verbena. Ma le rose… No.

 

Non gli domandò come mai detestasse un odore così buono e non volesse sentirglielo addosso. Il suo profumo se lo sarebbe fatto con lavanda e verbena e lui non le avrebbe detto niente. Il tuo cuore è pieno di segreti… E la tua pelle di segni: sul collo,sopra la clavicola, sul braccio, sulla schiena… Il lungo indice sottile e scuro gli accarezzò il marchio che aveva poco sotto la scapola sinistra. Un marchio, già, altro non era, come quelli con cui venivano segnati gli animali e i neri riottosi. Una bruciatura, chissà quanto dolore aveva sentito, nella quale si distinguevano a malapena una stella a cinque punte e una lettera P. Certi meticci, si ritrovò a pensare, avevano l’incarnato e i capelli talmente chiari da potersi scambiare facilmente per bianchi. Forse Max era nato schiavo. Ma il sangue nero, questo Pearl ben lo sapeva, per quanto si lo possa annacquare con generazioni e generazioni di incroci, non si riesce mai a diluirlo del tutto e lascia, sul corpo di chi ne possiede anche una goccia solamente, dei segni inconfutabili: mani lunghe e sottili, unghie livide, labbra e capezzoli scuri…

Gli prese la mano, gliela baciò: le dita, il palmo, il dorso segnato dal rilievo delle vene. Era grande, callosa e forte, la mano un po’ tozza di un contadino. Le unghie erano corte e smangiate. Rosee, non livide. La carnagione era pallida, sotto l’abbronzatura. Aveva perfino qualche lentiggine dorata, sotto gli occhi e sul naso. Era quasi impossibile che un negro avesse delle lentiggini.

La mano della ragazza continuava a esplorare la sua pelle morbida in un gesto che lui credeva esprimesse unicamente tenerezza e desiderio, anche se così non era. Voglio conoscerti meglio. Sapere chi sei. Avere la certezza che, forse, sei quello che sono io, perché la gente come Miz Lou Ella dice sempre che basta una sola goccia di sangue negro per collocare un uomo nel posto che gli spetta. La bocca gli sfiorò le labbra, poi scese lungo il mento e sul collo ispidi di barba. Quindi sul petto. Le piaceva, così grande e forte e magnificamente modellato. E… sensibile, pensò, sfiorandogli un capezzolo con la lingua. Max aveva capezzoli, labbra e gengive di un rosa delicato. Era un bianco, non aveva in corpo neanche una goccia di sangue negro. Su quello non potevano esserci dubbi.

 

-Perché hai tutte queste cicatrici?

Lui le sorrise socchiudendo gli occhi da gatto: Pearl non era ancora riuscita a capire se fossero azzurri o verdi.

-Pensa a quel che è successo stamattina. Non è la prima volta che sfido qualcuno a duello.

E non sempre la fortuna gira come vorresti. Sei stato ferito, diverse volte. Ma quello che non riesco a spiegarmi, è il marchio a fuoco sulla tua schiena. Una stella a cinque punte. E una P.

-P come Pearl. Già dalla prima delle mie molte vite, sapevo che ti avrei incontrata.

 

HARRIETT

 

Il tempo era passato, e Pearl aveva cercato di dimenticare quelle parole che Max le aveva sussurrato a mezza voce, le lunghe ciglia abbassate sugli occhi, mentre se la stringeva contro. C’era riuscita, forse perché quelli che si preparavano per quell’angolo di mondo erano gran brutti tempi e solo accanto a lui si sentiva forte. Gli cucinava i cibi che gli piacevano, aveva imparato a conoscere i suoi cavalli e i lupi che lo seguivano come fossero stati cani qualsiasi. La notte, gli dava il suo amore, e non gli domandava niente, solo di essere amata e protetta. Capitava a volte che sparisse per qualche giorno. Quando tornava, aveva gli occhi velati di tristezza, solchi profondi di preoccupazione scavati sulla fronte, ma con lei era il solito di sempre. E le bastava.

 

L’autunno stava ingiallendo le foglie degli alberi e il vento del nord presto avrebbe portato via il tepore della bella stagione, quando la vide per la prima volta. Montava a cavallo come un uomo, e come un uomo vestiva e si muoveva. L’avrebbe creduta tale, non l’avesse vista con i suoi occhi baciare Max nella stessa maniera in cui lo baciava lei, e ne fu addolorata. Quando poi si voltò e, nascosta dietro la finestra, Pearl poté vederla meglio, il suo dolore si tramutò in furia. La donna, anzi, la maledetta puttana, era una nera come lei. Infagottata dentro camicia e brache da uomo, le spalle un po’ curve, i capelli tagliati corti e spruzzati di grigio, dimostrava almeno cinquant’anni. Come aveva potuto, Max…

 

-Tornerò tra qualche giorno.

E se non tornassi?

Non aveva osato chiederglielo, ma sapeva che così poteva essere. La rivolta di John Brown e dei suoi stava dilagando in tutta la Virginia, andarsene in giro era pericoloso per i neri e per i bianchi. Se non andrò lo impiccheranno, le aveva detto, afferrandola per le braccia dopodiché, con un piede a terra e l’altro infilato nella staffa  aveva aggiunto che John Brown era stato catturato. Il suo tentativo di saccheggiare l’arsenale di Harper’s Ferry e di armare gli schiavi negri era fallito: lo avrebbero impiccato, l’ultima speranza che ciò non accadesse era lui. Un colpo di mano. Uno contro tutti. Una follia. Non mi succederà niente, le aveva spiegato, e sembrava l’unico che ci credesse sul serio. In quanto a te, ti lascio in buone mani. Nelle mani di quella vecchia megera vestita da uomo, che aveva grandi borse sotto gli occhi e dormiva nella foresteria con gli uomini? Di quella donnaccia che lei aveva sempre rifiutato d’incontrare?

-Non essere ingiusta con lei, Pearl. Non giudicare senza conoscerla.

 

Max l’aveva accusata di trarre conclusioni affrettate, a proposito di quella vecchia puttana dalla brutta faccia. Una cagna che non aveva ancora spento i bollori e a cui piaceva strofinarsi addosso a un uomo giovane e bello. Al suo uomo. Da Eagle Eye, Pearl aveva appreso che si chiamava Harriett Tubman e che del padrone era amica di vecchia data.

 

1700 ANNI

 

Lo aspettava già da diversi giorni, spingendo lo sguardo in fondo al sentiero polveroso dal quale sarebbe dovuto spuntare il suo cavallo, preceduto da qualcuno di quei suoi cagnacci che sembravano lupi, sporco anche lui, con il pelo puzzolente e le zampe inzaccherare di fango, invece nulla. Da sette giorni a quella parte, non succedeva niente. John Brown era stato preso e impiccato, la voce aveva fatto in fretta a diffondersi. Era del tutto inutile che lui se ne stesse ancora in giro. Perché non tornava alla sua casa, ai suoi cavalli… A lei, che continuava ad aspettarlo come sua madre aveva aspettato Masta Tucker… Pearl scosse la testa, scompigliandosi tutti i riccioli e si sforzò di reprimere un singhiozzo.

-Ti chiami Pearl.

La mano che se si era posata sopra la spalla era sottile, ma forte come il ferro, coi palmi segnati dai calli e spesse unghie ingiallite.

-Sei in pena per lui.

Avrebbe voluto urlarle lasciami stare, maledetta strega, ma dalla gola le uscì solamente un nuovo singhiozzo, e un lungo brivido la scosse tutta quanta. Se Max non era ancora tornato, era anche possibile chi fosse morto. Tutto era possibile, a quel punto.

-Brown è morto, Pearl. Ma la speranza della nostra gente no, e forse è per questo motivo che Max non torna.

Voleva darle a intendere che aveva preso il posto di John Brown, sostituendosi a lui come capo della rivolta antischiavista?

-Lo conosco da tanti anni. Lui odia questo stato di cose.

-Perché non vuoi tacere, vecchia pazza?Come fai a dire di conoscerlo da tanti anni se ha la metà di quelli che hai tu?

Un sorriso in cui sarcasmo e compassione facevano a pugni tra di loro spaccò in due la faccia rugosa di Harriett. Le mani adunche si strinsero sulle spalle di Pearl, le unghie dure quasi le affondarono nella carne, attraverso i vestiti.

-Stammi a sentire, ragazzina. E’ necessario che tu lo faccia: per il bene tuo… E di Max. E’ stato proprio lui a chiedermi… di parlarti di ciò di cui non ha mai avuto il coraggio di dirti niente. Ti ha nascosto molte cose del suo passato, ma non devi volergliene: non ti ha mai voluta ingannare.

 

Pearl si strofinò col dorso della mano la punta del naso, senza schiodare dal viso di Harriett il suo sguardo interrogativo e furioso. Parla, maledetta te. Avrebbe voluto dirglielo, ma rivolgere la parola a quella donna era per lei lo stesso che sputare sangue.

 

-Avevo più o meno l’età tua ed ero scappata perché ero stanca di sentirmi addosso le mani dell’intendente. Era vecchio, aveva la testa tignosa e puzzava come un branco di moffette. Ma era bianco, e non si poteva dirgli di no. Io ero carina, non quanto te, forse, ma accidenti se mi guardavano, neri e bianchi. Avevo la testa piena di sogni, di rabbia e di schifo e, quando non ne ho potuto più, sono scappata. Mi è successo quasi come a te, lui m’ha tolta dai guai, nascosta a casa sua… Non qui, da un’altra parte, ma non chiedermi dove. Sognavo d’andarmene al Nord, ma dividere lo stesso tetto con quel gran pezzo d’uomo mi ha fatto presto cambiare idea, specialmente dopo che lui l’ha fatta cambiare a me, a proposito di certe faccende tra uomini e donne… Max era un uomo molto generoso: anche in amore, come ben sai.

-E tu sei una dannata bugiarda, Harriett. Come puoi pretendere che prenda per buone queste… queste fandonie?Devi essere pazza.

-Non sono fandonie, anche se non è facile crederci. Ascoltami, per favore.

 

Le raccontò della Ferrovia Sotterranea, e degli schiavi fatti fuggire al Nord. Lui le aveva detto tante volte di odiare la schiavitù e, non fosse stato bianco, Harriett sarebbe stata perfino tentata di credere che l’avesse provata sulla sua pelle, per sentirne con cognizione di causa una tale violenta avversione. S’era accorta che lui non parlava volentieri di certi argomenti, che era molto riservato a proposito della sua vita e dei suoi trascorsi. Aveva perfino dubitato che quell’uomo dagli occhi limpidi fosse un criminale: come spiegare diversamente il marchio impresso con un ferro rovente sulla sua schiena? Finché un giorno…

 

-Finché un giorno mentre mi teneva tra le braccia, decise di raccontarmi tutto. Non credo che non mi avesse detto niente, prima, perché temeva che potessi tagliare la corda, una volta saputa la verità. Gli ho voluto bene, a quel benedetto uomo, ma credo di non averlo mai capito.Vent’anni fa, Max D. Merritt era identico a com’è adesso: stessa pelle liscia, stessi capelli dorati, stessi grandi occhi chiari, stessi muscoli forti. Io, invece ero diversa: bellina, e ingenua, nonostante avessi visto troppo. Quanti anni ho? Quaranta, che tu ci creda o meno: è quello che ho passato a caricarmene sul groppone venti di più. Tu sei stata fortunata: Max mi ha detto che sei la figlia del padrone e che, anche se si faceva chiamare Masta e non papà, per te e per tua madre ha sempre avuto un occhio di riguardo, finché è campato. Mi ha anche detto che ti ha insegnato a leggere e a scrivere. E che i libri della sua biblioteca ti piacevano, specialmente quelli che parlavano di un passato molto lontano…

 

Quando tornerai, dovrai rendermi conto di aver raccontato le mie faccende a quella megera. Quando tornerai. Se tornerai.

Harriett Tubman continuava a parlare e Pearl ad ascoltarla, malgrado tutto. Se sai leggere e scrivere, se sai qualcosa di come andava il mondo tanti anni fa, forse farai meno fatica a credere a quel che ti devo dire. Io, invece, ho faticato parecchio a crederci, tesoro, finché… Finché non sono arrivati gli sgherri del mio padrone per prendermi e portarmi indietro e uno di loro gli  ha sparato in pieno petto. Beh, non è morto. E’ crollato a terra e, pochi minuti dopo, era già in piedi davanti a me, con tutto il suo sangue sopra la camicia, ed era vivo, mi capisci? Si è scrollato la polvere di dosso, strappato via quello straccio bagnato, e poi mi ha chiesto di portargli una camicia pulita. Quell’uomo non può morire, Pearl. Me l’ha detto lui, e poi l’ho visto con i miei occhi, anche se è difficile crederci.

 

-Non credo una parola di quello che dici. Tu sei pazza, donna…

-Se non credi alle mie parole, pensa alle sue stranezze. L’hai mai visto piangere?

-Agli uomini s’insegna a non farlo. Non ci vedo niente di così strano.

-E i nomi strampalati che mette ai suoi cani e ai suoi cavalli?

Sono nomi latini, vecchia pazza. Max è un uomo colto, gli ho visto spesso libri per le mani… Sa molto di storia antica, è la sua passione, si sa, ognuno ha le sue piccole, innocenti manie. E le cicatrici che gli segnano il corpo? Gli hai notato i graffi sul collo, il marchio a fuoco sulla schiena? E poi… Lo sai che odia l’odore della menta e delle rose, almeno quanto odia la schiavitù? Ti sei mai domandata perché, ragazzina?

Chiediglielo, quando torna. Sarà la volta buona che ti dirà che il collo gliel’ha graffiato una tigre e la schiena marchiata il padrone che lo faceva combattere a morte di fronte a centinaia di persone che strepitavano, pagavano e scommettevano su quale dei due contendenti sarebbe crepato prima, come adesso si fa con i galli. Ti dirà che foglie di menta e petali di rose venivano sparsi nei luoghi dove si svolgevano questi spettacoli, perché la gente non fosse disturbata dalla puzza del sangue e del sudore. Ti racconterà tutto quanto, come ha fatto con me. Ti dirà che è stato ucciso a tradimento da un re crudele e riportato in vita da una donna disposta ad affrontare tutti i diavoli dell’inferno per avere il suo amore. Ti dirà che ha 1700 anni e non può né piangere, né morire.

 

IL RITORNO

 

…E allora farai quello che ho fatto io, ragazza: lo lascerai, ma non perché proverai orrore di ciò che è stato che è e che sarà. Ti farà compassione, poveretto, destinato a vivere finché girerà il mondo, ad avere sempre i trentatré anni che aveva quando l’hanno ammazzato e riportato indietro dall’altro mondo, a patire le pene dell’inferno senza poter versare una lacrima quando vedrà avvizzire come l’erba stenta dell’inverno e poi morire chi gli è caro, uomo o animale che esso sia.

 

Tu sei pazza, vecchia… Non voglio più ascoltarti. Invece aveva continuato ad ascoltarla e a pensare che le stesse raccontando assurde fandonie. E la verità era peggio delle bugie di Harriett: Max era morto. Non sarebbe più tornato, per stringerla tra le braccia e ridere con lei. Max s’era fatto ammazzare perché odiava la schiavitù e aveva voluto combatterla con tutte le sue forze. No, non l’aveva provata sulla sua pelle, come sosteneva quella là. Né l’aveva conosciuta e salvata vent’anni prima e tenuta a casa sua come aveva fatto con lei. A volte, le aveva detto Harriett, sento una terribile nostalgia di quello che è stato tra di noi: i suoi baci, le sue carezze… Max era splendido, e sapeva bene come farti impazzire. Ora, lui quel che era è rimasto, io sono un vecchio catafascio e non ho ancora quarant’anni. E’ per questo che l’ho lasciato… E’ per questo che lo lascerai.

 

Dalla curva in fondo al sentiero, era spuntato Secutor, il prediletto tra i suoi lupi, zoppo e inzaccherato come aveva immaginato. Quindi il grande sauro lanciato in un galoppo furioso e i suoi lunghi capelli che battevano nel vento. Era tornato: sconfitto, deluso, forse ferito. Sporco di sangue e di fango, come il suo grosso cane nero. Pearl avrebbe ringraziato Dio per com’erano andate le cose. L’avrebbe aiutato a lavarsi il sudore e la sporcizia di dosso, gli avrebbe servito una cena calda, quindi… Forse lui aveva bisogno di consolarsi, di trovare un po’ di conforto in qualcuno. In lei. Nelle sue mani, nella sua bocca e nel suo corpo, che lo avrebbero fatto impazzire di piacere, anche quella notte.

 

Lo guardò levarsi di dosso la camicia, gli notò i segni rossi delle bastonate sulla schiena, i graffi e gli ematomi. Aveva imparato da Big Mama a curare con le erbe le conseguenze di certi incidenti e più di lei doveva saperne Eagle Eye, l’indiano. Max era venuto fuori dalla sciagurata faccenda di John Brown e della sua mancata rivoluzione con il morale a pezzi ma senza troppi danni, pensò Pearl lasciandogli scorrere la mano lungo il costato. Niente di rotto, solo ematomi e graffi superficiali: se l’era cavata a buon mercato, poteva andargli veramente molto peggio… Finché non notò il segno violaceo della corda intorno al suo bel collo robusto.

 

-Mi hanno impiccato, Pearl.

…A un ramo non abbastanza forte da reggerti, che si è spezzato, e… No, amore, non al ramo di un albero: alla forca. Ma io non sono morto, perché… Perché NON PUOI MORIRE? Dimmi che qualcuno ha sparato alla corda, che un angelo del cielo ha fatto in modo che si spezzasse, ma non cercare di farmi credere in cose nelle quali non potrei credere mai, Max…

 

-Il mio nome è Maximus Decimus Meridius e sono nato nell’Anno Novecentesimo dalla Fondazione di Roma nella Provincia Senatoria dell’Ispania Baetica. Sono stato contadino, soldato, generale, schiavo e gladiatore, sotto il regno di Marco Aurelio Antonino e di Lucio Aurelio Antonino Commodo, suo figlio, che è morto per mano mia.

Pazzo, pazzo anche tu. Vieni a letto, Max, hai solamente bisogno di riposare e di dimenticare. Non puoi pretendere di reggere da solo il peso del mondo sulle tue spalle come… Come… Mi pare che si chiamasse Atlante. Ho letto la sua storia su uno dei libri di Masta Tucker. Come parecchi gentiluomini del Sud, anche lui era terribilmente ignorante ma spendeva un patrimonio in libri che neanche apriva. A me piaceva leggere, invece, imparare cose che non so. Marco Aurelio… Era un uomo saggio, se non ricordo male. Il figlio, invece, un sanguinario tiranno che si divertiva a combattere con i gladiatori nella grande arena di Roma…

 

Dove io e lui ci siamo ammazzati l’un l’altro, Pearl. Quello che ti ha detto Harriett è tutto vero. E’ stata sua sorella Lucilla a riportarmi indietro dal mondo dei morti grazie alla magia. Mi amava. E non sapeva a cosa andava incontro.

Non proverai orrore per lui, quando saprai, Pearl: solo compassione nei riguardi di un uomo che non può invecchiare né morire ed è costretto a guardare impotente chi gli è caro avvizzire come l’erba dell’inverno e andarsene. E allora lo lascerai come l’ho lasciato io, per maledire le tue notti da sola….

 

-Max…

-Sì, principessa?

Pearl lasciò che lui l’abbracciasse, affondò il suo viso nell’ampio petto nudo dell’uomo perché le narici percepissero un’ultima volta l’odore della sua pelle, le labbra il suo sapore salato.

-Mi avevi promesso che… E adesso è arrivato il momento: voglio andarmene al Nord.

 

FINE

Lalla, 12/03/02

 

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[1] Swing low… (Negro Spiritual) (N.d.A.).

[2] Masta = master, padrone, nell’inglese sgrammaticato degli schiavi (N.d.A.).

[3] Miz = mistress, padrona (N.d.A.).

[4] Griffe = persona di colore, nata da un genitore di puro sangue nero e da un genitore mulatto (N.d.A.).

[5]La Capanna dello Zio Tom”, un vero e proprio pamphlet antischiavista (N.d.A.).

[6] Lou Ella allude all’abolizionista Abramo Lincoln, futuro Presidente degli Stati Uniti (N.d.A.).

[7] Mula = Termine con il quale venivano definite le giovani schiave nere (N.d.A.).

[8] Bandog = cane addestrato al combattimento, simile al pitbull, ma molto più grosso (N.d.A.).