Community
 
Aggiungi lista preferiti Aggiungi lista nera Invia ad un amico
------------------
Crea
Profilo
Blog
Video
Sito
Foto
Amici
   
 
 

LA SECONDA GUERRA MONDIALE

 H O M E

Vai ai primi 100 anni di storia

       IMMAGINI

        MEZZI

         DIARI

        SCRIVI

LE DIVISIONI AUSILIARIE

I soldati tuttofare

 

 

L’epopea dei militari italiani che operarono al fianco degli Alleati ricostruendo strade, ponti, ferrovie e non solo

La storia ufficiale, per intenderci quella conosciuta, insegnata e poco studiata a scuola, di solito chiude la sera dell’8 settembre quando i soldati italiani se ne vanno a casa (c’era sull’argomento anche un famoso film di Alberto Sordi "Tutti a Casa", che oltre il "beneaugurante" non si può prendere). Naturalmente non andò cosi e non riaprì il giorno dopo con “i partigiani” come qualcuno ha voluto far credere. Gli attori complessivi di questo periodo storico sono diversi, ognuno col suo peso, ma sempre attori, non comprimari o comparse. A questi che stiamo per narrare nessuno ha mai dato peso e quindi sono vissuti come fantasmi nell’ultimo anno di guerra e nel dopoguerra, quando si spartivano onori e glorie (e soldi). La cosa grottesca (o ridicola che dir si voglia) è che nelle statistiche recenti sulla guerra di liberazione ci sono finiti  anche loro con i loro numeri e morti, ma nessuno li ha avvisati o chiamati a spartire quello che restava della torta. Lo scenario bellico italiano si distacca in maniera netta da tutti gli altri aperti in Europa dagli alleati (Russia compresa). In Francia (Normandia e Provenza) il tedesco andava sconfitto e si doveva attaccare per arrivare prima dei Russi a Berlino. Nell' Europa centrale la musica non cambiava. I Russi, più a Ovest si spingevano, e più terra entrava nel futuro impero sovietico. Nell’estremo oriente il nemico era il Giappone e fino ad agosto1945 c’era una sola strategia vincente: arrivare a Tokyo e chiudere la partita. In Italia tutto questo non aveva senso.

     

Autore Marco Ruzzi
Gli Italian pioneer nella guerra di Liberazione
A fianco degli Alleati dalla Puglia alla Venezia Giulia 1943-45 -F.lli Frilli Editori
Marco Ruzzi,  laureato in lettere moderne ad indirizzo storico contemporaneo all’Università di Torino con una tesi sulla organizzazione politico militare della Repubblica Sociale Italiana, lavora da alcuni anni come ricercatore-archivista presso l’Istituto Storico della Resistenza e della Società contemporanea in provincia di Cuneo. Ha preso parte alla ricerca regionale “Partigianato Piemontese e società civile” ed ha pubblicato numerosi articoli, quasi tutti di tematiche militari. Ha curato la pubblicazione del diario partigiano del comandante Raimondo Paglieri. È autore dei saggi: “Garibaldini in Val Varaita 1943-1945. Tra valori e contraddizioni” (ANPI, 1997), “Nascita di una democrazia. Cuneo 1945-1948” (AutAut, 1999) (Istituto Storico della Resistenza di Cuneo, 2001).

  Nessuno voleva arrivare in Germania passando dalle Alpi, nessuna voleva "vincere" contro divisioni tedesche di fortuna, alcune poi non erano nemmeno più tedesche, di tedesco avevano solo i vestiti. Nessuno voleva lasciare in Italia il fior fiore dei guerrieri che servivano su altri fronti. Se tutti recitavano il proprio copione la guerra, per "cause naturali", prima o poi sarebbe finita; era solo questione di tempo. Sarebbero bastate logistica, pazienza, fortuna, incursioni aeree e a voler strafare qualche mossa fortunata sulla scacchiera ogni tanto. I veri soldati alleati erano come i tedeschi, ce ne erano di tutte le razze, ma pochi americani degli Stati Uniti e inglesi-inglesi. Greci, Polacchi, Ebrei, Neozelandesi, Marocchini, Indiani etc.... e perfino un reggimento di giapponesi (442°) da parte americana che aveva abiurato il Tenno (sovrano celeste-titolo ufficiale dell'imperatore del Giappone).  (qui la loro storia http://www.homeofheroes.com/moh/nisei/index.html ) Poi arrivarono anche i Brasiliani. La nuova filosofia d’oltreoceano già sposata dagli Inglesi prevedeva 1 soldato combattente (le baionette come diceva Montgomery in Africa) e almeno 3/4 di supporto logistico. Del resto la catena dei rifornimenti veniva da molto lontano, sempre comunque oltre un oceano. Questi non se ne stavano con le mani in mano ringraziando il cielo del rischio minore che correvano. I rifornimenti, gli armamenti, i mezzi, la benzina, la sanità, i feriti, i soldati…. andavano spediti scaricati portati in linea etc etc….Con l’8 settembre s’era reso disponibile un intero esercito che, avendo gettato le armi, era più pericoloso e oneroso da prigioniero che da collaboratore. Badoglio li avrebbe visti bene in prima linea (di nuovo contro gli amici tedeschi) per abbassare il costo della bolletta armistiziale, non gli americani che di prezzi politici alla nuova formazione governativa non intendevano pagarne alcuno.
     

"Americani, tenete duro che veniamo (noi italiani) a liberarvi”

  Poi con le fisime che avevano loro quei soldati non sapevano muoversi, non sapevano combattere, non ne avevano voglia, mangiavano maccaroni, sbagliavano sempre le battute dell’attacco. Avevano anche memoria corta questi americani, perché non ricordavano più che in Tunisia le avevano pure prese dai maccaroni.

  Già quando erano sbarcati in Sicilia gli americani avevano promesso ai siciliani che li avrebbero lasciati andare a casa, ma dietro c’era un piano inconfessabile la cui segretezza dura tutt’ora. Molti degli uomini dell’8 settembre il 91 (il fucile italiano) non l’avevano propriamente gettato. Quando erano arrivati i liberatori fumava ancora dell’ultimo colpo sparato ai tedeschi o a loro. Togliere il fucile di mano a queste persone non era poi così semplice, logico e attuabile. Ci vollero dei sotterfugi, delle bugie, delle viltà per convincere prima i capi poi i gregari a consegnare le armi. Nel tempo se questo s’era seminato altro non si sarebbe raccolto. Le truppe che stazionavano in quel momento nelle Isole (Sardegna e Corsica) e regioni meridionali, Calabria, Puglia, Lucania erano in massima parte costituite da Divisioni costiere (composte da vecchi, da scartati della prima ora, da dimessi per ferite e locali  quasi privi d'addestramento e d'esperienza: andavano dalla 203 alla 231 escludendo quelle della Francia Meridionale e quelle già "evaporate" in Sicilia).
     

Nota editoriale al libro di Ruzzi: Un’assenza pressoché totale di studi ha riguardato sinora la storia degli "Italian Pioneer", le cui otto divisioni ausiliarie italiane arrivarono a contare da sole, nel maggio 1945, circa duecentomila uomini. Vicissitudini, morti, sofferenze su cui è calato da subito un pervicace silenzio – delle fonti, degli storici, degli stessi protagonisti – indice di una collettiva volontà di rimozione. Frutto di un lavoro durato quattro anni e di una ricerca documentaria presso gli archivi di Roma, Napoli e Londra, il libro di Ruzzi ricostruisce la parabola dei cosiddetti “ausiliari”, militari italiani del Regno del Sud che dalla Puglia alla Venezia Giulia operarono al fianco degli Alleati. Figli di un dio minore, a dispetto delle perdite subite e delle durissime condizioni di vita, le divisioni ausiliarie furono ben presto dimenticate, “quasi fossero – sottolinea l’autore – un peccato originale”. Una percezione sociale di segno negativo in grado di ingenerare, negli stessi protagonisti, dinamiche auto-colpevolizzanti Significativa l’assenza di produzione memorialistica, diaristica e il palesarsi, ad oltre mezzo secolo di distanza, di una ritrosia rievocativa. Originali, profonde e nuove si rivelano nel testo le ricerche d’archivio appositamente condotte sia presso lo SME che in quelli militari di Londra. Vastissima risulta la bibliografia consultata e fondamentale l’analisi delle note (oltre 400), che fissano gli aspetti politici, militari e bio-bibliografici di protagonisti e avvenimenti. Ampio e tutto inedito è l’apparato fotografico di supporto, anch’esso tratto dalle carte d’archivio londinesi.

  Le altre in genere erano divisioni che per vari motivi non erano ancora andate al fuoco e per ultimi una piccolissima aliquota di veterani che il fatto suo lo sapeva. Bisogna aprire una parentesi per dire che, dopo Russia, Africa, Grecia, molti pensano che l’Italia non avesse più combattenti. Non eravamo arrivati a 8 milioni di baionette ma a 4,5 si. L’aver perso fra morti feriti, invalidi e prigionieri 1 milione di persone ce ne lasciava ancora 3 e mezzo (ipotetici). Con la solita mania moltiplicativa del Comando supremo, soldati senza armi, armi senza ruote mantenevamo ancora in piedi 5 armate di terra sul territorio nazionale ed altre 5 fuori !!!. Ma il tempo scorreva per Harold Alexander, il Capo in capo. Salerno e Napoli erano impresa più difficile di quanto previsto, Montecassino poi un inferno: arrivare a Roma da Anzio nemmeno parlarne. arrivano i brasilianiA Roma era nata la battuta “Americani.....” per dire quante difficoltà avevano incontrato combattendo contro tedeschi di serie B. Ergo, fare il punto della situazione e gettare nella mischia anche italiani. Più italiani che si poteva, ma non in grandi unità autonome e solamente per liberare gente che sarebbe tornata utile l'anno dopo in Normandia. Dove poteva funzionare una cosa così ? Nella filiera verticale della logistica, in quella orizzontale delle retrovie, fuori dall’Italia, in cielo e per mare. Con queste premesse migliaia di soldati riciclati “lavoratori” si ritrovarono in banchina a scaricare navi, a portare muli sui sentieri dell’Appennino, a lavare e cucire divise, a riparare ponti e strade, a sminare, a scavare trincee e perfino a mietere al posto di quei contadini che a casa non c’erano mai tornati. Poi c'erano equipaggi aerei impiegati nei Balcani e la flotta che si era consegnata. Il libro di Marco Ruzzi apre uno squarcio su questo mondo segreto formato da circa 200.000 uomini che, indirettamente o direttamente (altri  80.000 prestarono servizio inquadrati in unità americane), hanno fatto l’Italia che conosciamo (nel loro piccolo !). A questi uomini non è mai andato il ringraziamento di nessuno, ai morti nessun riconoscimento.
     
Dizionario Biografico degli Italiani - di Gian Paolo Nitti
BERARDI, Paolo. - Nacque a Torino il 21/6/1885; dopo aver frequentato l'Accademia di Torino, partecipò alla guerra italo-turca (1911-12) come tenente d'artiglieria, meritandosi a Sidi Said un bronzo. Capitano nel 1915, partecipò alla Grande guerra ottenendo un'altro bronzo e la croce di guerra. Nel 1926 passò nel CSM, e vi ricoprì diversi incarichi. Promosso generale di brigata, comandò l'artiglieria del C.d.A di Torino (1937-38), quindi la GAF del I C.d.A (1939). Allo scoppio delle ostilità con la Francia fu assegnato al comando del II raggruppamento alpino "Varaita-Po", operante sul fronte alpino occidentale; ebbe poi il comando della divisione "Brennero", prendendo parte alle operazioni in Albania (1940-41). Comandante della piazza di Atene, e promosso generale di divisione, ricoprì l'incarico di CSM, della VII armata, e poi di comandante della divisione "Sassari" nelle operazioni del maggio 1942 nei Balcani. Destinato in Tunisia, fu promosso generale di C.d.A (2febbr. 1943) al comando del XXI C.d.A; fatto prigioniero dopo la fine dei combattimenti, fu internato in Inghilterra assieme al generale G. Messe. Dopo l'armistizio, su richiesta italiana, fu liberato dagli Inglesi ed avviato a Brindisi, nuova sede del governo italiano. Facendo proprie le tesi dei ministero e dello Stato Maggiore, cercò invano di tenere in piedi una diecina di divisioni; invano chiese di ricostituire dei gruppi alpini per affiancarli alle unità alleate, scarsamente attrezzate per la  guerra nelle giogaie appenniniche. Sui trecentomila uomini di fatto disponibili, solo cinquemiladuecento furono utilizzati. Morì a Torino il 13 dic. 1953.
 

da Marco Ruzzi http://www.storiamilitare.net/Relazione%20ruzzi.pdf  Relazione per l’intervento presso Università di Firenze 7 aprile 2009 (prof. Sodini).

.... La posizione delle alte sfere italiane è sintetizzata dal generale Paolo Berardi. “Quelli [gli alleati NdR], continuavano a disfare una buona divisione combattente, o una preziosa unità carrista, per trarne scaricatori di porto o conducenti di muli”. E’ superfluo ricordare come il concetto di “prezioso” sia riferito agli standard e ai moduli italiani, non a quelli alleati. Le unità “ausiliarie” nascono con il duplice intento di sottrarre al monopolio alleato la gestione diretta degli italiani e di inserire a pieno titolo l’autorità nazionale nel settore della logistica, l’unico nel quale si può operare da subito, sin dal settembre 1943, senza creare attriti e allarmismi. Immediatamente dopo l’armistizio, statunitensi e britannici, con l’allettante stimolo di un buon salario, al sicuro dai pericoli della guerra, attirano al loro servizio, ed utilizzano in modo casuale e disorganico parecchi italiani, siano essi disertori, sbandati o militari regolari. In questa direzione si esprime MacFarlane allo SMRE nel settembre 1943: non uomini per combattere i tedeschi, ma automezzi e manovalanza per agevolare lo sbarco in Puglia e Calabria. Il 23 settembre lo Stato Maggiore risponde prontamente con le “Disposizioni relative alle prossime operazioni” in cui si sottolinea la formazione della colonna motorizzata destinata ad operare con gli Alleati (il futuro I Raggruppamento) e si acconsente al fatto che “le truppe italiane assicurino le ferrovie, le strade e le opere d’arte a tergo delle G.U. operanti, e che forniscano servizi di manovalanza e simili […]. Stabilmente incaricate di questi […] sarebbero le Divisioni costiere ed i reparti similari”.

A partire dall’autunno l’attività ausiliaria assume, a seguito di richieste alleate sempre più numerose, dimensioni e strutture decisamente imponenti. Dal 15 ottobre, giornalmente, 300 uomini della 211ª divisione costiera, collaborano allo scarico di treni e di navi alle stazioni ferroviaria e marittima di Reggio Calabria; per il porto di Bari, il numero dei militari italiani impiegati quadruplica in pochi giorni: da 1.140 a 4.500 unità. A fine ottobre 1943, una segnalazione dello SMRE al Comando Supremo indica in 18.000 gli uomini messi a disposizione degli Alleati per attività ausiliarie. A fine dicembre 1943 è costituito “l’Ispettorato della Manovalanza” (denominato, dal 1° luglio 1944, “Ispettorato Truppe Ausiliarie”) con responsabilità sui tre “Raggruppamenti Lavoratori” di Bari, Brindisi, Taranto e competenza estesa a tutte le unità ausiliarie (nel dicembre 1943 i militari italiani impiegati nel settore sono 95.000 circa e di questi, il 9% sono in forza alle armate operanti).

     

  Dei circa 500.000 soldati italiani rastrellati al Sud e nelle isole, più della metà è adibita a lavori di braccia dietro e in prossimità della prima linea, nei porti di sbarco, al riattamento di ferrovie, guardia anti sabotaggio e incursioni commandos, bonifiche campi minati, sgombero feriti, piste aeroportuali, mascheramenti etc... Tutti gli specialisti, artigiani, meccanici, autisti, traduttori, infermieri, sono già stati prelevati dagli alleati e inquadrati direttamente nelle loro Unità Logistiche. Fra le condizioni armistiziali, una prevede l'allentamento delle sanzioni in considerazione dell'aiuto che il popolo o l'esercito può dare agli alleati, con nuovi reparti. Se gli uomini non mancano, mancano gli ufficiali validi specialmente di grado elevato e poi manca il vestiario, i mezzi di trasporto, il munizionamento, etc...
   
  Per chi era rimasto in Italia s'era aperta anche una terza o quarta Via (dopo le unità belligeranti, quelle ausiliarie e quelle logistiche usa autonome): Le divisioni di Sicurezza interna. Queste, siglate s.i. (vigilanza, guardia ) a differenza delle ausiliarie,  non si occupavano di vigilanza bensì di ordine pubblico interno e il loro impiego divenne tristemente famoso in Sicilia, quando alla fine del 1944 si scatenò la rivolta dei "non si parte"........(vedi capitolo)
     

Gen. Umberto Utili  (1895-1952)

Al Gen. Utili nuovo comandante viene chiesto di mettere a disposizione un migliaio d'uomini per lavori di manovalanza. Utili non perde tempo; si slaccia il cinturone della pistola e dice - "Porti questo al suo colonnello e gli dica che se non viene qua lui, preferisco essere un prigioniero che un generale squalificato davanti ai sottoposti"

 

BIOGRAFIA

Comandante scuola centrale artiglieria e comandante artiglieria in Grecia
1942 Capo di Stato Maggiore in Russia con Messe
1943 Comandante reparto operazioni al Comando Supremo nei giorni dell'armistizio. Non è mai stato chiarito abbastanza quanto della strategia della Memoria (op. 44) sia suo e quanto fosse campata in aria. La mattina del 9 settembre alle 6,30 lesse a chi era rimasto al C.S. "Ho il doloroso incarico di dichiarare temporaneamente sciolto lo Stato Maggiore. Ciascuno vada a casa, si metta in borghese e provveda alla propria sicurezza". A quella dei soldati chi doveva provvedere ? Il comandante della nave resta a bordo fino a che l'ultimo si sia salvato, ma questo non era più nelle tradizioni militari.
1944 Comandante 1° Corpo Motorizzato
1944/5 Comandante CIL e gruppo Legnano
1945 Comandante Divisione Legnano
1950-1952 Comandante territoriale del III settore della difesa
Umberto Utili possedeva una elevata coscienza del suo dovere e ne assumeva le responsabilità con serena e ferma volontà; egli disdegnava, come ha dimostrato in circostanze davvero drammatiche, le transizioni e i mezzi termini. I principi dell’onore militare, della disciplina e dello spirito di sacrificio erano spontanei in lui, per vocazione e per la convinzione profonda della loro necessità. A capo di un contingente male armato e peggio equipaggiato aveva dalla sua un’arma di straordinaria efficacia: l’incrollabile volontà di riscatto.

Umberto Utili  è sepolto a Mignano Montelungo per "riposare fra i suoi compagni d'arme", come si legge sulla lapide. E' decorato della "Legion of merit " del Presidente Usa. Dopo le due Battaglie di Montelungo del dicembre 1943, che hanno visto l’esordio del 1° Raggrup. motorizzato al Gen. Utili (subentrante a Dapino dal 24/1/44) viene chiesto di mettere a disposizione un migliaio d'uomini per lavori di manovalanza. Utili non perde tempo; si slaccia il cinturone della pistola e comunica all'ufficiale di collegamento quanto sopra "Porti questo al suo.... Superfluo dire che le defezioni non s'arrestarono. Le ex divisioni costiere, alleggerite delle classi di leva dal 1913 al 1918 (gente che aveva 30 anni e a volte 9 anni di guerra alle spalle !!!,  venivano usate anche nelle fabbriche strategiche e negli arsenali.

     

  Come era organizzata a grandi linee la logistica alleata in Italia da cui dipendevano le divisioni ausiliarie?. L’organizzazione Usa si basava su un organo chiamato "Peninsular Base Section", già tenuto a battesimo in Nord Africa e che del Nord Africa recava ancora il logo (vedi foto logo sotto a sx). Il nome originario era naturalmente cambiato perché la penisola non poteva che essere quella italiana. Nel 1945, a guerra conclusa, la PBS amministrava una fascia di territorio che andava dal Brennero a Napoli passando per Verona, l’Emilia, la Toscana. Naturale proseguimento virtuale di questa linea era l’Austria e l’Europa centrale che alla data del 25 aprile non si era ancora arresa. La guerra in Europa finì 13 giorni dopo. La macchina bellica americana rimase però accesa per diversi mesi e anni (cortina di ferro), gestendo dopo il conflitto gli aiuti e la prima amministrazione dei territori liberati. Nel giugno 1945 alle truppe ausiliarie italiane venivano dati nuovi aspetti uniformologici che non cambiavano quanto fino ad ora svolto...... Vediamo a grandi linee la costituzione di questa entità  
    (nel dettaglio in calce le sole divisioni ausiliarie ex costiere coi “possibili” numeri di reggimento in quanto venivano ampiamente rimaneggiate. Due divisioni, la 216 e la 215 vengono sciolte l'8/9. Quest'ultima era stata costituita il 1° ago. '43 !!!).
                  

Nel dettaglio: la 228a era stata costituita a marzo del 1944, la 230a nel novembre dello stesso anno sui resti di un'altra e la 231a nata per trasformazione della brigata costiera XXXI che operò sul lato Tirreno. La 227a era stanziale in Campania (a Salerno) e disbrigava nel periodo della sede provvisoria di governo il servizio istituzionale. Il totale dei caduti di queste unità è di oltre 800 morti e 2.200 feriti.       

 

Lo sbarco in Sicilia aveva già assestato alle divisioni e brigate costiere un duro colpo. Con l’armistizio dell’8 settembre tutta la struttura crollò (vedi corpi e armi-difesa costiera). Solo alcune di queste che stazionavano in Corsica, Sardegna e Italia Meridionale poterono, se pur per poco, gestire il loro futuro. Si trattava delle divisioni 203a Milizia poi XIII Br. Costiera/204a Milizia/211a Calabria /214a Taranto /222a Salerno /225/226a Corsica sciolte entro la fine del 43 con congedamenti delle classi dal 1907 al 1913 (gente di 35 anni di età di media) e/o residente nei territori liberati. Per gli altri, in genere del Nord, trasferimento alle ausiliarie. Sciolte invece per cause belliche dirette le divisioni 207/208a le 223/224 (Francia costa ligure) e le divisioni 220/221a colte sul litorale romano alla data dell’Armistizio. Il 24 dicembre 1943 nasceva l'ispettorato della manovalanza, rinominato Ispettorato delle Truppe Ausiliarie. Nonostante la meccanizzazione il reparto salmerie, sul tipo alpino, arrivò a contare 14.500 uomini e altrettanti muli (si chiamava in inglese Mule Pack Transport Group) e per un paese come l'Italia con la sua catena dorsale era assolutamente indispensabile. L’unità divisione era puramente indicativa poiché il personale era gestito a compagnie e battaglioni e sparso su ampie porzioni di territorio. per dare una idea la divisione in genere aveva una forza che andava dai 10 ai 15.000 uomini, ma la 210a raggiunse i 24.000 e la 212a i 44.000 uomini. 

I soldati delle grandi Unità, dei comandi, dei reggimenti pionieri e smistamento portavano il fregio n° 1 (in alto a sx) in lamierino d’alluminio (asce-fucili da pioniere) con mostrina a Losanga rossa. Con una mostrina di ex divisione costiera altri battaglioni di aviazione e trasporto.

     

Al termine del conflitto le Ausiliarie inquadravano 10 gruppi battaglioni, 13 reggimenti pionieri, 5 reggimenti lavoratori, 42 btg servizi, 26 btg guardie, 7 btg portuali, 5 btg MP polizia militare, 5 btg ferroieri, 33 reparti salmerie, 81 cp autieri, 48 cp aviazione, 14 cp officina, 7 cp polizia stradale, 7 cp nebbiogeni, 7 cp lavanderia, oltre 90 cp genio, 9 infermerie muli e rimonta, 6 ospedali da campo.

  Col Fregio 2 mostrina a losanga celeste la polizia militare e stradale e relativi servizi di mantenimento. Il personale del Quartiermastro, panettieri, lavandai, raccolta usato o danneggiato, mostrina blu.
Dai reparti militari gli alleati trassero anche gli elementi migliori per l’Arma dei Carabinieri rimasta fedele alla monarchia che si era fortemente ridotta di personale che migrava al Nord a seguito dei Tedeschi (ma per molti era l’anticamera della lotta clandestina). Il primo dato certo su cui ci si può basare per la consistenza dell’Arma è del 1/3/44 che censisce in servizio 44.198 uomini nel Nord repubblicano.  Nel quadro della nuova situazione venutasi a creare con l'entrata in guerra del nostro Paese a fianco degli Alleati e con lo svolgersi degli eventi bellici, il 12 settembre 1943, quattro giorni dopo l'armistizio, venne costituito a Bari il «Comando Carabinieri dell'Italia Meridionale», che successivamente variò in "Comando dell'Arma dei Carabinieri dell'Italia Liberata" che ebbe alle dipendenze le Legioni di Bari, Cagliari, Catanzaro e Napoli. La ricostituzione in Roma del Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri ebbe luogo ufficialmente sotto la data 20 luglio 1944 dopo la liberazione della città (circolare n. 65/1 del 20 luglio 1944). Per la polizia le cose non furono molto diverse. Nella bufera seguita all'armistizio dell'8 settembre 1943, Senise il "fresco" capo della Polizia (25/7: in effetti Senise era stato Capo della Polizia dal 1940 al 14 aprile 1943 quando veniva sostituito per i fatti di Torino (sciopero) dal Generale della Milizia Renzo Chierici) non si allontanò da Roma come fecero gli altri. Senise, pur inviso ai tedeschi, rimase nel suo ufficio al Viminale, convinto che "la polizia ha il dovere di rimanere sempre al suo posto”. Il 23 settembre fu arrestato dal capitano delle SS Erich Priebke e deportato in Germania. Tornò libero alla fine della guerra.
     

     

 

Il 2 novembre 1944, con Roma liberata fu emanato il decreto luogotenenziale, che istituiva il nuovo corpo delle guardie di Pubblica Sicurezza, con status militare, al posto del corpo degli agenti di Pubblica Sicurezza, creato nel 1925.

Col fregio 3, molto simile all’attuale di fanteria, con inscritto nella bomba la lettera G, la mostrina bianca dei comandi guardie. Le salmerie alpine e non portavano una mostrina verde a una punta (ex gaf) e il cappello alpino.  Mostrina arancione a losanga il servizio veterinario e da rimonta.

Peninsular Base Section

   

peninsular base section

  Il fenomeno dei soldati lavoratori non era una novità neanche al Nord. Già i tedeschi avevano da anni avviato una grande campagna per attrarre operai in Germania. L’Italia aveva partecipato con oltre 100.000 persone fra uomini e donne. Agli emigrati si aggiunsero, nel '44, 74.000 operai volontari o rastrellati in Italia (per un decimo donne), così da raggiungere 170.000 civili presenti, a fine guerra. I lavoratori volontari erano anche al seguito diretto delle FF.AA. germaniche (Wehrmacht, Luftwaffe, Flak, nebbiogeni) o della "Todt" in Italia. L’adesione alla Todt suppliva a una eventuale renitenza alle chiamate della leva della Rsi (leve nuove e richiamati). Con lo stesso sistema una similare organizzazione repubblichina veniva gestita dal Gen. Francesco Paladino (Ispettorato Militare del Lavoro) che raccolse uomini fra i possibili renitenti. Dopo pochi mesi, all’inizio della primavera del 1944 erano già operanti oltre 50 battaglioni. Incalcolabile fu il contributo di questi battaglioni di lavoratori militarizzati sia per l’approntamento delle difese sui fronti di guerra, sia per gli interventi di ripristino della viabilità, sia per la rimozione delle macerie nelle città bombardate. Essi operarono fino all’ultimo e dettero anche un contributo di sangue: oltre 100 morti e 560 feriti. Si calcola che abbiano fatto parte dell’arma del genio della RSI oltre 300.000 uomini.
     

il contributo del lavoro italiano.

al

 III Reich http://digilander.libero.it/lacorsainfinita/guerra2/schede/volkswagen.htm
     

SOTTO documento col quale si autorizza l'immissione in organico di altri 10.000 carabinieri prelevati fra gli uomini migliori dei ranghi dell'esercito. Siamo alla vigilia della liberazione dell'Italia e si prevedono disordini pubblici.

  L'Organizzazione Todt: Creata nel 1933 dall’ingegnere tedesco Fritz Todt con lo scopo di lenire la disoccupazione in Germania attraverso la realizzazione di migliaia di chilometri di autostrade, durante la seconda guerra mondiale viene utilizzata per costruire fortificazioni, assumendo un ruolo ausiliario nella Wehrmacht. In Italia ha il compito di costruire le fortificazioni delle linee Gustav, Hitler e Gotica. Utilizza mano d’opera volontaria o reclutata a forza. Molti giovani italiani si arruolano nella Todt, ottenendo così l’esonero dalla chiamata alle armi nella RSI. Da Istituto Storico Comune di Modena. A milioni di individui rastrellati nell'Europa occupata fu imposto il lavoro coatto sia attraverso la leva militare di classi abili, sia tramite la mobilitazione civile che coinvolse uomini, donne e ragazzi. Anche per questo furono chiamati "Gli schiavi di Hitler"
 

Anthony Eden ministro degli Esteri inglese così a una interrogazione parlamentare: "Perché usiamo i carabinieri? La Camera sa che essi non sono un'organizzazione di tradizioni fasciste. Al contrario essi esistevano in Italia molto tempo prima del regime. Supponiamo per comodità di discussione che non avessimo usato i carabinieri. Cosa avremmo dovuto fare? Avremmo dovuto impiegare almeno 10.000 soldati "britannici" per svolgere il loro compito, non altrettanto bene".

IL Maresciallo Alexander passa in rassegna un reparto di Carabinieri.
La prima corrispondenza del Times dalla Sicilia (20 settembre 1943) diceva, fra l'altro: "I Carabinieri sono stati un forte e stabile fattore nel mantenere l'ordine; si sono tenuti interamente lontani dalle influenze del partito fascista".

la guerra partigiana dei carabinieri   http://www.carabinieri.it/Internet/Arma/Curiosita/Non+tutti+sanno+che/R/21+R.htm

     
205a (dalla Sardegna ex milizia) Rgt. 51/52/53/54 a disposizione Forze USAF
209a pionieri (dalla Puglia) Rgt. 400/401/ 410/413 CCLII Salmerie a disp. Comando genio britannico poi Brigata
210a (da Brndisi) Rgt 525/548/511/512 s.i. XX Salmerie, Genio. a disp. 5a armata (Con personale appiedato da 2/9/11° cavalleria) incorpora poi il 67° legnano quando questo viene sostituito nel C.I.L. dal 68°.
212a (dalla Calabria) Rgt. 503/532/535/ 545/571/582/590 pionieri 113° Mantova.
227a (dalla Calabria)Rgt. 513/516/407p
228a pionieri e sicurezza Rgt. 505/522/405 /409 CCLIII Salmerie a disp. VIII A. BRITANNICA 230a541/403/404/406 Rgt 501/510/514 si
231a pionieri, sicurezza e Salmerie  402/412/417 p Rgt. 506/507/508/509 a disp. V ARMATA
 

Operazione Mulo: Truppe ausiliarie italiane in rifornimento lungo l'appenninoEra successo cosi anche a Guido Prodi soldato della Divisione Livorno catturato a  metà luglio '43 in Sicilia. Da prigioniero veniva smistato in Algeria ad Orano come manovalanza per lo sbarco e imbarco di rifornimenti diretti in quel momento al fronte di Salerno (8/9). Nei mesi invernali gli invii di derrate alimentari e armamenti si fece più intenso in preparazione dello sbarco di Anzio (liberazione di Roma 4/6/1944) poi della Provenza. Quando tutti gli sforzi logistici si spostarono in Normandia anche le relative unità logistiche ridislocarono parte dei loro componenti nel Nord Europa. Appena le retrovie alleate del Nord furono sicure, Prodi venne inviato in Francia poi in Belgio a Charleroi nelle unità di supporto. La loro qualifica negli ultimi mesi di guerra non era più quella di prigionieri, almeno formalmente. In Belgio potevano usufruire della libera uscita, senza alcuna limitazione che non fosse quella del militare. La divisa aveva perso la scritta POW, che come un marchio di fabbrica accompagnò molti fino all'ultimo giorno di guerra. 2 anni dopo le baracche americane servirono ad ospitare altri italiani, i minatori.

     

INDIETRO