Felicità

Saggio è chi sa trovare il giusto scopo della sua vita

 Riflette sulla ricerca a volte esasperata del successo come caratteristica della mentalità moderna. Propone una serie di comportamenti per essere liberi da questa ossessione, tra i quali fare una cosa bella, come fanno i monaci tibetani, e poi distruggerla; prolungare i momenti di beatitudine, per l’esempio l’abbraccio con la donna; perseguire un fine elevato per se stesso, quindi non per sé, come facevano - secondo lui - i grandi artisti medievali e i santi. Tutti questi modi sono validi purché confacenti alla propria sensibilità, che è variabile nel tempo.

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di  Francesco Alberoni



Ci sono quattro grandi atteggiamenti di fondo. Il primo, il più diffuso, cerca il successo e il riconoscimento sociale. Il bambino vuol essere elogiato dai genitori, dagli insegnanti. L’adolescente dal gruppo dei pari. Il manager lo cerca nella carriera, l’imprenditore nel successo dell’impresa, il cantante nell’applauso del pubblico, lo scrittore nell’ammirazione per la sua opera, il politico nel potere.


E’ naturale che ciascuno desideri veder apprezzati i suoi meriti. Però vi sono persone che sono ossessionate dal bisogno di mettersi in mostra, bramose di cariche e onorificenze, così affamate di potere da farne l’unico fine della vita, da esserne ossessionate. Costoro, più salgono in alto, più diventano angosciati e persecutivi, intolleranti di ogni ostacolo, di ogni opposizione. Si sentono circondati da nemici e sono sempre tesi, corrucciati, in definitiva infelici.


Per questo il Buddha, che voleva eliminare la sofferenza dal mondo, ha proposto agli uomini l’atteggiamento opposto. Ignorare completamente il successo sociale e il destino dell’opera che tu compi. Egli perciò suggerisce di concentrarsi sull’attività, non sul riconoscimento, accettando il fatto che tutto è destinato a svanire.


Questo atteggiamento è pienamente rappresentato dalla costruzione del mandala tibetano. I monaci vi lavorano per mesi, collocando, a uno a uno dei granelli di sabbia colorata fino a quando il disegno non è completo, bellissimo, perfetto. Allora lo distruggono. Lo distruggono per ricordare che tutte le cose umane sono effimere, ma soprattutto per imparare a non soffrire quando le perdiamo. Un risultato analogo altre religioni lo ottengono dicendo che tutte le cose, le ricchezze, gli onori, e perfino le più belle opere che crei sono effimere, sono vanità, mentre l’unica cosa che conta è Dio, il rapporto mistico con Lui.


Il terzo atteggiamento è edonistico. Consiste nel saper trovare e gustare frammenti di piacere in tutte le circostanze. Ci sono persone capaci di godere profondamente della bellezza di un quadro. Altre che sanno apprezzare la natura. Ricordo, a Trento, alcuni montanari così innamorati del loro paesaggio da restare a lungo in estasi contemplandolo. Ci sono persone che ricavano un piacere particolare dal mangiare, vissuto come un’arte. E vi sono infine quelle che sanno sperimentare in modo straordinario il piacere erotico. Per esse stare abbracciati con la persona amata o fare all’amore è un’esperienza totale, un contatto con la sorgente della vita, una beatitudine che possono prolungare per ore e per giorni, indifferenti a ogni potere, successo, fama e gloria.


La quarta strada è quella di perseguire un fine elevato per se stesso, creare un’opera che giovi agli altri, a tutti. E fare ogni sforzo perché duri nel tempo, fiorisca, produca frutti. Ma senza pensare ai riconoscimenti che possono venire, né oggi né domani. È quello che facevano i grandi artisti medioevali quando costruivano le loro stupende cattedrali. È l’atteggiamento che hanno avuto tutti i santi impegnati a fondare monasteri, ospedali, missioni.


Anche se l’ultimo orientamento è, nella tradizione della cultura occidentale, il più nobile, io credo che tutti e quattro facciano parte della vita. La saggezza sta nello scegliere quello che corrisponde più intimamente alla nostra natura e il più adatto alla particolare fase dell’esistenza che stiamo attraversando.

Francesco Alberoni
Corriere della Sera (10 dicembre 2001)
 

Commento:

 

Capita frequentemente di scambiare la felicità con un’euforia sentimentale in cui la realtà va a braccetto con le proprie aspettative. Questo è il successo, che si vorrebbe prolungare indefinitamente attraverso ricette varie. In effetti, la vita non è un successo continuo, anzi, sembrerebbe il contrario e chi la sogna così, rimane irrimediabilmente deluso, fregato da quella che giustamente viene indicata come persistente immaturità adolescenziale. 


D’altra parte il desiderio che per fortuna sembra essere un’energia indomabile, deve significare qualcosa: vuole conoscere per che cosa, per chi è fatto. Se rinuncia a questa “pretesa”, il desiderio può tradursi in un tormento assurdo che si preferisce lenire accontentandosi di una filosofia spicciola dell’esistenza che permetta di tenere a posto le cose almeno fino a quando si può (perché comunque non si può). I giornali, al proposito, mai come oggi sono affollati di consigli, anche perché nessuno di questi consigli è vero nel senso di soddisfacente.


La ricerca del volto di Dio è la ricerca di Colui per cui si è fatti; è la natura profonda del desiderio; è la domanda di poter continuare a desiderare a causa di una speranza che sa che ciò che è distrutto, o apparentemente impossibile, può essere ricostituito o donato. Questo è quello che noi veramente vogliamo. Anche il successo, sì, nel senso che succeda sempre ciò di cui noi abbiamo bisogno e di cui non siamo capaci.

   
  • Francesco Alberoni
    Saggio è chi sa trovare il giusto scopo della sua vita

    Corriere della Sera (10 dicembre 2001)
    Riflette sulla ricerca a volte esasperata del successo come caratteristica della mentalità moderna. Propone una serie di comportamenti per essere liberi da questa ossessione, tra i quali fare una cosa bella, come fanno i monaci tibetani, e poi distruggerla; prolungare i momenti di beatitudine, per l’esempio l’abbraccio con la donna; perseguire un fine elevato per se stesso, quindi non per sé, come facevano - secondo lui - i grandi artisti medievali e i santi. Tutti questi modi sono validi purché confacenti alla propria sensibilità, che è variabile nel tempo.

  • Umberto Galimberti
    Beata adolescenza
    D – Repubblica (11 dicembre 2001)
    Rispondendo a una sedicenne confusa e triste, dice che anche gli adulti sono degli adolescenti camuffati in una maschera di stabilità. «Se questo è lo scenario, veda lei in quale stagione della vita è più facile essere felici».

  • Joseph Ratzinger
    Grazie a Dio la nostra è una civiltà dell’immagine

    Il Foglio (14 dicembre 2001)
    Il contenuto dell’articolo è nel titolo. Vale la pena di leggerlo, anche se ci vuole un po’. Nella Bibbia una delle parole più usate (più di 400 volte) è panim (volto) a segnalare l’ansia di conoscere il volto di Dio. I cristiani finalmente l’hanno conosciuto e anche noi, immedesimandoci con coloro che hanno seguito Gesù e contemplando le immagini che raffigurano la sua presenza. Non c’è più l’anonimato, grazie a Dio.

  • Antonio Socci
    Quel lungo abbraccio di papà la può salvare
    Il Giornale (13 dicembre 2001)
    Nota, diversamente da tutti i commentatori a proposito della tragedia di Novi Ligure, che il fatto più rilevante del recente processo non sono l’orrore e la condanna per quanto accaduto (l’uomo, due ragazzi in questo caso, è capace di male, noi siamo capaci di male), ma l’abbraccio del padre a Erika e le parole di perdono della madre in punto di morte. Di fronte al narcisismo dei tempi, per cui l’uomo cerca la realizzazione del suo desiderio nello specchio approvatore degli altri, il perdono e la misericordia introducono a una certezza di sé più vera.

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