La storia è racconto attraverso i libri  

Il primo testo che accompagna la presentazione è in genere quello diffuso dall'editore, dalla libreria o da critici che vengono indicati. Se non diversamente indicati sono del sito.

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RISORGIMENTO

CARMINE CROCCO GARIBALDINO

Aldo de Jaco

 

Il brigantaggio meridionale

Crocco

Editori Riuniti

Da un manoscritto di Carmine Crocco Donatelli in appendice a «Il brigantaggio» del Dr. Francesco Cascella primario del regio manicomio di Aversa

"Come divenni brigante" Incipit delle memorie di Carmine Crocco

Il giorno 27 marzo del 1889 dal bagno di S. Stefano, ove sconto la mia pena, comincio a scrivere i miei ricordi; da questo mio scritto non aspettare cose che l'anima dell'uomo si rallegri, ma bensì dovrà rattristarsi ed inorridire. Nel Circondario di Melfi, Provincia di Basilicata, è posto il mio paese detto Rionero in Vulture, desso è fabbricato sul pendio di una collina a levante della montagna detta Monticchio, ed il suo tenimento è coperto di vigne, oliveti, ortaglie, castagneti, campi, boschi e pascoli di meravigliosa vegetazione. Secondo alcuno la sua popolazione è di 12.000 abitanti fra i quali trovasi il vero tipo dei Lucani, di cui fa menzione Telemaco. A mezzogiorno di questo bel paese, distaccato a pochi metri dal corpo del paese stesso, si trovano una ventina di case ad un sol piano collocate al pendio di una ripa che si eleva all'altezza varia tra i 25 e 50 metri. Ognuna di dette casarelle era abitata da una famigliola di poveri pastori e coltivatori di campagna, i quali colla fatica tenevano lontano la miseria e la fame. Non mancava però fra quella gente il calzolaio, spia segreta della polizia borbonica, lo scalpellino, qualche decurione, la comare pettegola il sarto ed il maestro di scuola per chi poteva pagarlo .... In una di quelle case di cui ora vi ho parlato, la prima domenica di giugno dell'anno 1830 nacqui io da Francesco Crocco Donatelli e da Maria Gera di Santo Mauro....

Rielaborato da foggiatoday e integrato dalla sua autobiografia e dal altre fonti oltre la presente
Carmine Crocco, detto Donatello o Donatelli, era nato in Basilicata a Rionero nel 1830: morirà nel penitenziario di Portoferraio nel 1905. Sul suo conto ci sono pareri contrastanti. Per alcuni resta soltanto un ladro e un assassino, per altri un eroe popolare. Fu il capo delle bande del Vulture-Melfese, ma il suo potere si estese anche in Capitanata e in Irpinia quando gli venne il riconoscimento ufficiale della controrivoluzione reazionaria dell'esiliato Francesco II. La sua vita raccontata in una fiction nel 2012 sbanda dalla realtà dei fatti (lo si dichiara anche) pur rappresentando un mondo di uomini, fatti, luoghi vicino al reale. E' uno dei più famosi perché sapeva leggere e scrivere (il necessario) e non gli mancava un certo acume tattico e anche politico (non ricambiato)
L'INFANZIA - Probabilmente il destino feroce di Carmine Crocco fu segnato nel 1836, quando, ancora bambino, assistette ad una violenza padronale. Il fratello Donato uccise con un randello il levriero del padrone che aveva azzannato un coniglio. Il padrone, tale don Vincenzo, vedendo la bestia esamine a ridosso dell'abitazione dei Crocco, aggredì con un frustino Donato. Nel tentativo di difenderlo, la madre, incinta di cinque mese, subì un calcio al ventre e abortì. Avvilita e depressa per la perdita del bimbo in grembo, la mamma impazzì e fu rinchiusa in un manicomio. Naturalmente la giustizia non mosse un dito. Crocco intanto faceva il pastore e per cause non note fece amicizia con Ferdinando figlio di Don Vincenzo, d'indole diversa dal padre. Per rimediare agli orrori paterni si offrì anche di trovare il modo, in qualche maniera, di racimolare la somma per l'esonero dal servizio militare, ma sempre per fatti non noti Ferdinando venne ucciso a Napoli (15/5/1848) da Soldati Svizzeri che all'epoca, da mercenari, facevano lavori sporchi per Ferdinando di Borbone. Carmine si ritrovò al dunque arruolato nell'esercito di Ferdinando II di Borbone, nel primo reggimento d'artiglieria, dapprima nella guarnigione di Palermo e poi di Gaeta. L'esperienza militare non durò per molto, poiché Crocco fu costretto a disertare dopo aver ucciso un commilitone. Con la sua partenza, fu la sorella Rosina, non ancora diciottenne, a mandare avanti la casa e la famiglia.

 

Un'altra versione de la diserzione per L'OMICIDIO CARLI.

Signori nell'anno 1867 fui catturato dalla polizia francese della città di Marsilia, mentre io fornito di passaporto dello stato pontificio, transitava alla volta di Algeri Città dell'Africa Colonia Francese. Nel medesimo anno dopo molte dispute di gabbinetti, fui da Marsilia trasferito a Roma, qui racchiuse in orride prigione, vi restai sepolto fine al 15 settembre 1870. Nella quale epoca, il Regno d'Italia sotto il vissillo di Sua Maestà Vittorio Emmanuele, compi la grand'opera dell'unione di Roma, dibbellante l'ultimo avanze di quella nefanta reazione. li ditronizzato governo di Sua Santità Pio IX mi sepelli nella torra della rocca di paliono (Paliano), dove. fui liberato da prossima morte, dai prodi e magnanimi figli della civiltà moderna, ai quali conservo finché vivo, eterna riconoscenza. Nell'anno 1871 da paliono fui trasferito nella Città di Avellino, poi alla Città di Potenza, quivi nell'anno 1872 il di 15 del mese di Agosto comparii avante alla Corte d'assisi, da cui, per gravità e quantità dei delitti commessi per cieca reazioni, che io senza sapere cosa mi facessi, capitanai rabbiosamente, per 4 anni consicutivo. Il giorno 12 Settembre dello stesso 1872, posto fine alla causa mi trovai reo di 75 omicidi, e di un Milione, e duocentomile lire di guasti, fra divastazioni ingendii ed altri ratti che fanno rabbrividire non solo l'onestà ma pure i malfattori

Paliano

 ….Guai' ai prepotenti se L'uomo conoscesse che la forza sta nelle sue mani, guai agli oppressori se l'uomo conoscesse i suoi diritti e i suoi doveri. Nel 1860 il 15 agosto nella mia provincia Al grido di Viva Vittorio Ernmanuele, Viva Garibaldi, Viva l'Italia, Viva L'Unità, Viva la fratellanza, chi puole scrivere la gioia di quel popolo nessuno, come nessuno puole credere che dopo pochi mesi questo popolo festevolo, si doveva trucitare a vicenda, e perché?. Basta una sola parola: l’invidia e la turpitudine di pochi uomini che si facevano chiamare Signori, erano Signori, sono Signori e saranno sempre Signori imperocchè la cecità del governo il quale faceva passare per le armi le locertole e metteva nel suo seno i serpenti (Mafia e Camorra) velenosi i quali avuto il pieno loro intento finivano di sterminare le serpungole, come me. Giova sapere però, che un popolo che si fa trucidare per il suo sovrano, se non merita lode, è sempre degno di commiserazione. Mi trovo schiavo sotto il peso della catena, oppresso dalla miseria …se potessi parlare a mio bellaggio resterei ai posteri un’istoria che gioverebbe ai figli della miseria se non tutto almeno in parte, onde essere cauti …..

Rosina, sola in casa, riceveva pesanti attenzioni da parte di un certo don Peppino Carli tanto che questi ai ripetuti rifiuti di Rosina le sfregiò il viso e andò in giro a diffamarla. Rosina, scioccata e colta dalla disperazione, fuggì dai parenti. Carmine seppe dell'accaduto e, furibondo, volle riparare il torto subito da sua sorella. Conoscendo le abitudini serali di don Peppino attese il suo ritorno davanti alla sua abitazione. Dalle offese si passò in breve ai fatti quando il Carli colpì in viso Crocco con un colpo di frustino. Colto dall'ira, Carmine estrasse un coltello e lo uccise. Compiuto l'assassinio, fu costretto alla fuga e ad abbandonare il servizio militare, trovando rifugio nel bosco di Forenza. In occasione di un ritorno a casa venne sorpreso e arrestato. Fu rinchiuso nel bagno penale di Brindisi il 13 ottobre 1855, ricevendo una condanna di 19 anni di carcere. Il 13 dicembre 1859 riuscì ad evadere, nascondendosi nei boschi di Monticchio. La guerra (la II di indipendenza) era formalmente finita e non si sospettava degli ulteriori sviluppi, specialmente nel Regno della Chiesa e in quello delle Due Sicilie. Dalla sua latitanza venne in contatto con persone dei movimenti liberali mazziniani che accortisi delle difficoltà di Garibaldi a sbarcare in continente e ad affrontare veramente questa volta un Esercito Borbonico (e non quella manica di pezzenti vista finora), ebbero la malaugurata idea di proporre uno scambio amnistia contro insurrezioni popolari antiborboniche nelle province napoletane. La promessa di amnistia "estorta" a un Garibaldi che non la poteva promettere e che sapeva già di non poterla onorare trascinò le bande di Crocco e non solo in camicia rossa repubblicana nel viaggio trionfale di Garibaldi verso Napoli. Il 17 agosto 1860 Crocco e i suoi uomini si unirono quindi ai Garibaldini, partecipando in molti anche alla battaglia del Volturno.
Tornato a casa la truffa si smascherò da sola. Ad un Re si era sostituito un'altro Re questa volta venuto da lontano che per rimpinguare le sue casse vuote fece man bassa di quelle napoletane. Non ebbe nemmeno bisogno di sostituire gli esosi signorotti locali che si ritrovarono con cariche governative piemontesi a continuare il loro lavoro questa volta difeso da un apparato militare enorme: enorme anche nel costo e sostenuto da una legge, la n. 409 del 1863 detta Pica che stabiliva la legge marziale: il generale Alberto (corretto Alfonso) La Marmora, prefetto di Napoli tra il 1861 ed il 1863, fu anche il comandante dell'esercito nelle province meridionali in sostituzione di Cialdini. Coloro i quali venivano catturati con l'accusa di brigantaggio, fossero essi sospettati di essere ribelli o parenti di ribelli, potevano essere passati per le armi dall'esercito, senza formalità di alcun genere. Nella seduta parlamentare del 29 aprile 1862, il senatore Giuseppe Ferrari affermava: « Non potete negare che intere famiglie vengono arrestate senza il minimo pretesto; che vi sono, in quelle province, degli uomini assolti dai giudici e che sono ancora in carcere. Si è introdotta una nuova legge in base alla quale ogni uomo preso con le armi in pugno viene fucilato. Questa si chiama guerra barbarica, guerra senza quartiere. Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi». Era il 1862 e si stava già applicando lo stato d'assedio in attesa di una legge ad Hoc (Pica 1863).
L'ARRESTO E LA NUOVA EVASIONE - Crocco fu arrestato e internato in attesa di processo. Tentò una prima fuga poi una seconda andata a buon fine. Questa volta a fare le moine ai briganti, che non odiavano poi così tanto il vecchio Re, furono i comitati filoborbonici leggitimisti o reazionari che dir si voglia, compreso il generalisimo Borjes e il Francese Augustin de Langlais (diceva Borjes «si spaccia come generale e agisce come un imbecille»), che gli diedero l'opportunità di riscattarsi, di diventare il capo dell'insurrezione legittimista contro lo stato Italiano appena unificato, offrendogli un solido supporto di uomini, soldi e armi. Attorno a lui, ora chiamato Generale, si coagularono 43 bande con figure come Ninco Nanco e Giuseppe caruso con migliaia di uomini. L'espansione di Crocco riuscì anche a valicare i confini pugliesi (da quelli Lucani), grazie anche all'appoggio del suo subalterno Giuseppe "Sparviero" Schiavone di Sant'Agata di Puglia, occupando la stessa Sant'Agata, Bovino e Terra di Bari. A presunte trattative per venire ad un accordo coi governativi la risposta fu un secco no da parte di Cialdini sulla grazia piena.
IL TRADIMENTO DI CARUSO, L'ARRESTO  - Dopo tante battaglie, l'esercito di Crocco, che ormai era riuscito ad occupare anche la Capitanata e l'Irpinia, si indebolì con il tradimento di uno dei suoi fedelissimi: il brigante Caruso che rivelò piani, strategie, connivenze e nascondigli di "Donatello" al generale Fontana. Il sesto senso di Crocco però lo aveva fiutato (vedi sotto)

 

Caruso, per "incomprensione" era uscito dalla alleanza e non trovò quindi di meglio che tradirlo. Caruso si arrese al generale Fontana il 14 settembre 1863 a Rionero svelando alle autorità le connivenze con alcuni politici locali. Caruso sarà condannato a 7 anni di carcere ma ne passò pochi dentro. Diverrà "consulente" del generale Emilio Pallavicini, con il quale proseguì la sua attività repressiva contro i briganti, grazie alla sua rete informativa. Il 1º marzo 1864, ottenuto il permesso dal prefetto di uscire dal carcere, Caruso, assieme a De Vico, capitano dei Carabinieri di Potenza, colsero di sorpresa Crocco ed altri briganti. Il 7 aprile 1864, il direttore delle carceri di Potenza chiedeva la grazia sovrana per Caruso, per aver dato un grande contributo nell'annientamento del brigantaggio nel Vulture. Così, il 7 novembre 1864, il re Vittorio Emanuele II gliela concesse. Per il suo impegno, l'ex brigante ricevette vari privilegi e venne nominato brigadiere delle guardie forestali di Monticchio, all'età di 66 anni. Inoltre gli fu concesso di portare armi da fuoco, per mantenere l'ordine pubblico del suo paese e per difesa personale. Caruso morirà nel 1892, all'età di 72 anni.

JOSE' BORJES (1813/1861)

 

Biografia di Massa... Fu qui, nell'ottobre del 1861, ch'io conobbi il Borjés generale spagnuolo venuto per ordine di Francesco II a tentare di sollevare i popoli delle due Sicilie. Quell'uomo forestiero che veniva da noi per arruolare proseliti e reclamava in conseguenza I'ausilio della mia banda, destò sin dal primo momento nell'animo mio una forte antipatia poiché compresi subito che a petto suo dovevo spogliarmi del grado di generale comandante la mia banda, per indossare quello di sottoposto. Egli, un povero illuso venuto dal suo lontano paese per assumere il comando d'una armata, aveva creduto trovare ovunque popoli insorti, e dopo un colossale fiasco dalla Calabria alla Basilicata, voleva convincere me ed i miei che non sarebbe stato difficile provocare una vera insurrezione, dato il numero della mia banda, l'ottimo elemento che la costituiva, le buone armi e gli eccellenti cavalli.
L'esperienza, maestra della vita, mi consigliava a non far appoggio sull'aiuto dei reazionari, se non volevo ripetere un'altra fuga come quella di Melfi; però era d'incitamento per noi a non rifiutare il chiesto aiuto, il pensiero che guidati da un esperto uomo di guerra, avremmo potuto aver ragione sulla forza, conquistare paesi e città, ove non sarebbe stato difficile arricchire col saccheggio e coi ricatti. Il Serravalle insisteva perché la domanda del Borjes venisse accolta incondizionatamente, ma tanto io, quanto i miei eravamo titubanti, anzi propensi a rifiutare, male assoggettandoci a discipline militari, abituati a vita libera, e quello che più importava al libero ladroneggio. Dopo lunghe trattative e convenzioni verbali sull'uso della forza, sull'ordinamento del comando, sulla mercede giornaliera, mi unii con la banda al generale spagnuolo, e con lui iniziai nuove gesta brigantesche, sotto però di movimento politico...

 

Udienza del 20 agosto: Continua l'interrogatorio di Crocco

- Presidente: Dopo la reazione Borjés se ne andò, perché? ...Continua  a dx

LangloisL'esercito di Pallavicini lo sorprese sull'Ofanto, ove le sue bande, il 25 luglio 1864, vennero decimate e i capi banda passati per le armi. Crocco, auspicandosi un aiuto da parte del clero, giunse nello Stato Pontificio il 25 agosto 1864. Nonostante il Papa avesse coperto la fuga di Francesco II, ma erano ormai passati 4 anni, il brigante fu catturato a Veroli, per poi essere incarcerato a Roma. Tutto questo suscitò in lui un'amara delusione nei confronti del pontefice. Il 25 aprile 1867, Crocco fu tradotto a Civitavecchia, e, imbarcato su un vapore delle Messaggerie Imperiali Francesi, venne destinato a Marsiglia per poi essere esiliato ad Algeri. Giunto nei pressi di Genova, il governo italiano, intercettò l'imbarcazione e si sentì autorizzato a farlo arrestare ma Napoleone III ne reclamò il rilascio, sostenendo che non si aveva diritto d'arresto su una nave d'un altro Stato (diritto della extraterritorialità). Ospite ingombrante e svelato Crocco fu rispedito a Roma e da qui per vie brevi da Paliano espulso a “Caserta” ed infine a Potenza (ma lui a fianco dice che lasciò Roma dopo Porta Pia). Nel 1867 era intervenuta una novità nei rapporti stato/chiesa: il 24 febbraio venne firmata a Cassino la Convenzione sul trattamento riservato ai briganti che passavano il confine. Gli italiani avevano la possibilità di inseguirli ed era prevista l'estradizione (che nel caso Crocco sembra non essersi concretata). La sua fama era tale che, durante i suoi passaggi da una prigione all'altra, numerose persone accorrevano per poterlo vedere di persona. Dopo il processo tenuto presso la Corte d'Assise di Potenza, il brigante venne condannato a morte l'11 settembre 1872 ma la pena fu poi commutata nei lavori forzati a vita in circostanze oscure, poiché altri briganti con capi d'imputazione simili furono giustiziati. Morì il 18 giugno del 1905.

....BORJES - ...Dopo la disfatta dei carlisti, Borjes esiliò in Francia e nel 1860 era intenzionato a recarsi a Roma per prestare servizio nell’esercito pontificio. Durante il suo soggiorno francese, incontrò alcuni agenti borbonici inviati dal generale Tommaso Clary, che gli proposero di allearsi con il governo borbonico in esilio, ottenendo in cambio armi e denaro. Borjes, come previsto nei patti, ebbe l'obiettivo di unire tutta la popolazione dell'Italia meridionale, riaffermando l’autorità del re Francesco II. Il generale, con un gruppo di combattenti, iniziò la sua missione partendo da Marsiglia e giungendo a Capo Spartivento, in Calabria. Qui Borjes cominciò a dubitare delle promesse fatte da Clary, trovando solamente poche persone ad attenderlo. I suoi accoliti saranno sempre raccogliticci finchè non incontro Crocco col suo "esercito".
... Continua
- Crocco: lo non so, ci disse me ne vado perché ho nulla da fare. lo l'ho pregato e consigliato sempre di farci dividere in squadriglie, ed aspettare così l'esercito spagnuolo che prometteva. Egli incucciava sostenendo che in Ispagna con tre uomini, uno armato di fucile, l'altro di mazza e l'ultimo di spada aveva formato un esercito di 100.000 soldati; laddove con 1.000 soldati in questa provincia tutti ben armati, avremmo potuto far meraviglia. lo gli risposi: «Generale, non vedete che la forza ci perseguita ovunque, oggi entriamo in un paese e succedono tutti quei guasti; dimani ne usciamo e le truppe fanno il resto. Le popolazioni finiscono con odiarci, e ci accoglieranno poi a fucilate perché si tratterà non di difendere Re Vittorio, ma la loro vita le loro sostanze. Oggi occupiamo un paese, domani è rioocupato; concluderemo sempre niente; una cosa è bella quando si conserva ».
- Presidente: Ma Borjés da chi fu mandato?
- Crocco: lo non so precisamente. Egli mi diceva d'aver avuto istruzioni da un generale a Marsiglia, che non ricordo, il quale avrebbe promesso la distruzione del governo piemontese e il. ritorno di Francesco Il. L'ho ubbidito fino a un certo punto, ma quando ho veduto che l'esercito non veniva mai, l'ho piantato nel bosco di Lagopesole e me ne sono andato. Anzi ammaliziai prima gli altri capibanda, i quali si trovarono tutti d'accordo con me, e tornammo nei boschi.
- Presidente: Quando Borjés è partito, chi è rimasto?
- Crocco: Rimase Langlois e noi ci dividemmo in 42 o 43 bande, come eravamo prima. Crocco continua: «Tutta la banda fu divisa in 44 comitive, capitanata ciascuna da un capobrigante il quale dava nome alla compagnia. Così vi era la compagnia di Sacchitiello, quella di Ninco Nanco, quella di Giuseppe Caruso, quella di Ciucciariello. Tutte le bande poi, mentre erano indipendenti l'una dall'altra, dipendevano dal supremo comando del francese Langlois e dai due ufficiali di cui si è fatto cenno. Partito Langlois lasciò l'ordine a tutti i capibanda di dipendere da me e così col fatto divenni il capo di tutte le bande, che capitanai fino alla metà del marzo 1864. « Nei primi tempi le bande ubbidivano ciecamente ed eseguivano con ogni subordinazione i miei comandi. A poco a poco la disciplina cominciò a rallentarsi finché si giunse al punto che io comandavo e i briganti non ubbidivano, o pure agivano in controsenso dei miei, ordini ». «Quando la lusinga svanì e quando giungemmo al punto d'ammazzarci l'un con l'altro, seppi pure che qualcheduno si era compromesso con l'autorità di farmi prendere, vivo o morto, e mi decisi a partire »

   
La Basilicata governata dai piemontesi, è percorsa dal risentimento per le disattese speranze dei contadini. Molti sono coloro che diventano briganti. Il "generale" (capo brigante) Carmine Donatelli Crocco ne comanda circa duemila. Ed è per questo motivo che il generale spagnolo Borjes viene inviato dal re in esilio Francesco II presso di lui a comandare la rivolta. Ma non c'è incontro tra la guerriglia intesa da Borjes, e le scorrerie che pratica Crocco. Dal loro primo incontro, con testimone Don Nicola Solinas (possidente di idee liberali), comincia uno scontro che avrà presto termine con Borjes disarmato e spedito via da Crocco. E sarà proprio Don Nicola (che deve la vita allo spagnolo) indirettamente, a provocare la cattura e la fucilazione di Borjes. Borgès(o Bories o Borjes), quando fu preso alla cascina Mastroddi, non volle rendere la sua spada che al Maggiore dei bersaglieri Franchini; e quando lo vide, gli disse: "Bene! giovane maggiore". - I prigionieri furono legati due a due e condotti a Tagliacozzo. Durante il tragitto Borgès parlò poco e fumò. Disse a varie riprese: "Bella truppa i bersaglieri!". Poi al luogotenente Staderini: "Andavo a dire al re Francesco II che non vi hanno che miserabili e scellerati per difenderlo, che Crocco è un sacripante e Langlois un bruto". Manifestò anche il suo dispiacere di essere stato preso tanto vicino agli Stati romani. "Ringraziate Dio che io sia partito questa settimana, un'ora troppo tardi; avrei raggiunto gli Stati romani e sarei venuto con nuove bande a smembrare il regno di Vittorio Emanuele". A Tagliacozzo Borgès e i suoi compagni vennero condotti in un corpo di guardia, ove dettero i loro nomi. Uno spagnolo, Pietro Martinez, chiese inchiostro e carta, ove non scrisse che queste parole: "Noi siamo tutti rassegnati a esser fucilati: ci ritroveremo nella valle di Giosafat, pregate per noi". Tutti si confessarono in una cappella e dopo furono condotti sul luogo dell'esecuzione. - "L'ultima nostra ora è giunta, esclamò Borgès: muoriamo da forti".Abbracciò i suoi compatrioti, pregò i bersaglieri a mirar diritto, poi si mise in ginocchio coi suoi compagni e intonò una litania in spagnolo. Il cantico fu rotto dai colpi: dieci Spagnoli caddero; dopo di che venne la volta dei Napoletani, fra i quali vi era un ultimo straniero il quale, prima che fosse fatto fuoco, gridò ad alta voce: "Chiedo perdono a tutti!"

Fasti brigantesco-papalini

- “L’Operaio” di Napoli (1861)

.... Non posso dimenticare la impressione che ricevette la bella e gentile nostra Napoli quando vide sfilare per Toledo le compagnie de' montanari calabresi: molti credettero che quella dolcissima terra delle sirene fosse divenuta un covo di belve, od una spelonca di ladri, tanto alcuni ceffi avevano della fiera più che dello umano, tanto alcuni
costumi avevano del masnadiere più che del soldato. Ma Garibaldi aveva bisogno in quel momento di partigiani, di proseliti, nulla curava se questi fossero o no degli uomini onesti, se venissero da una città o da uno speco: chiunque sapeva impugnare una carabina era quanto bastava per tirarselo appresso.

 

Dall'esercito di Garibaldi a quello dei briganti
Osservazioni di Fabio Carcani indirizzate alla onorevole commissione d'inchiesta sul brigantaggio. L'« esposto» di Carcani fu pubblicato in opuscolo nella sua Trani, nel 1863 col titolo

Sul brigantaggio nelle provincie napoletane
 

... Annovero fra le cause principali (del progredire del brigantaggio) una serie di errori governativi. Non devo ricorrere ad idee trascendentali per venire alla dimostrazione di taluni fatti ch'emergono spontanei dall'analisi di tante disposizioni dal primo giungere di Garibaldi a Napoli sino ad oggi (1863). In primo luogo vi è il congedo in massa dato verbalmente il giorno istesso che giungeva alla Capitale l'invitto Eroe Nizzardo a tutti i soldati borbonicì, che avessero voluto ritirarsi alle proprie famiglie. Chiunque si trovava a Napoli in quei giorni dové vedere, come vid'io, passare per le vie, tra il plauso e il contento di tutti i cittadini, una numerosa quantità di soldati, che sbucando dai quartieri e dalle castella dove stavano di guarnigione, prendevano ciascuno la volta della terra natia. Napoli gioiva, e ben a ragione; vedendoli allontanare, perché la presenza di quei soldati dopo la partenza di Francesco II per Gaeta, era l'incubo ed il terrore che avvelenava in certo modo le gioie ed i tripudi inenarrabili del fausto avvenimento ai suoi abitatori, i quali ad ogni momento temevano un movimento reazionario per parte di quelli. Però i luoghi dove essi giungevano erano malcontenti del loro arrivo per la ragione istessa che Napoli si rallegrava della loro partenza...

Scrivono da Roma, 7 dicembre 1861 alla Nazione:
Il comando e la polizia francese in Roma non solo non reprime, ma si può anche dire che favorisce il brigantaggio. Prima di tutto non si capisce come il Governo di Francia permette l’opera impunita dei comitati legittimisti di Marsiglia e di Parigi, i quali forniscono alimento al brigantaggio, in uomini, armi o denaro. In seguito posso darvi assicurazione dei seguenti fatti. È stato dato il cambio alle guarnigioni francesi del Frosinonese: nuovi mandati ebbero un’allocuzione del generale De Goyon nella quale disse di non ispiegare soverchio zelo contro i così detti briganti, perchè niuna ricompensa od onorificenza si dovevano aspettare, e non era cosa che riguardava la Francia. I briganti arrestati all’osteria di Alatri sono stati tutti rimessi in libertà, e a piccole squadre son tutti ripartiti per gli antichi covili, rivestiti, pagati a 4 paoli il giorno, e con regolare foglio di via pontificio. L’amministrazione delle strade ferrate si presta anch’essa a quest’opera buona, arruolando come lavoranti questa canaglia, radunandoli poi tutti in certo dato tempo a Ceprano, o in altro punto di confine dove poi al passaggio di Chiavone si trovano belli e uniti, e vanno con esso. Cosi appunto fecero 200 di costoro per la spedizione d’Isoletto e San Giovanni in Carico.
Il campo Chiavone sta ora nella provincia di Marittima, e da Fossanuova (abbazia) si vedeno i suoi fuochi e le sue tende: i Francesi li vedeno e li lasciano stare. Quattro pezzi da montagna furono condotti nel convento di Scifelli: ne fu dato avviso al comando francese di Veroli, ma questi rifiutossi ostinatamente a far perquisire il convento, e i quattro pezzi vi stanno ancora sicuramente a disposizione del brigantaggio. È falso falsissimo che i Francesi siensi mai affrontati coi briganti, tranne quella spedizione del tenente Antonmarchi, fatta appunto a Scifelli, dove i briganti trassero sui Francesi, e i Francesi risposero e li fugarono. Infine, lo scorso lunedì Chiavone era in Roma, e doveva alla sera alle ore 5 e mezzo pomeridiane avere una conferenza con parecchi capi-squadra di briganti, alla “locanda del sole” sulla piazza della Rotonda, nel centro della città. La polizia francese ne fu avvertita, ma Chiavone conferì sicuramente coi suddetti, concorsi in numero di trenta circa, e solo la seguente mattina, quasi a dileggio, si presentarono alcuni birri papali a domandare se v’era Chiavone. Bersaglieri a cavallo nella lotta antibrigantiQuesta, e non altra, è la cooperazione francese alla repressione del brigantaggio. Vi dissi già che quel Ferdinando Ricci, capo brigante, arrestato dai Francesi, è stato dimesso dal consiglio di guerra; qualche persona, che può essere al caso di saperlo positivamente, mi assicura che i giudici di detto consiglio furono il giorno innanzi, invitati a pranzo da Francesco II (abitava in Roma), e vi andarono. Ne meno sfacciata è la cooperazione del Governo papale in promuovere e fornire il brigantaggio: vi rammentate di quei sessanta briganti arrestati pro forma verso Palombara dai gendarmi papali, e custoditi poi nella stessa caserma dei gendarmi? Or bene, lo stesso giorno del loro arrivo, due uffiziali di gendarmeria si portarono in carrozza chiusa al magazzino d’abbigliamento militare a San Giacomo, e l’ho da persona che li vide cogli occhi propri, là caricarono una quantità di vecchie uniformi e pantaloni, e i briganti cosi rivestiti furono rimandati ad ingrossare la banda di Chiavone: parecchi di costoro colla detta uniforme si trovarono, e furono uccisi a S.Giovanni in Carico.
Se poi volete sapere come dal Governo papale si alimenti il brigantaggio estero, ecco qual’è la trafila. Il Comitato legittimista di Marsiglia, che fa capo al signor Anatolio Lemercier, finge di arruolare dei Belgi e dei Francesi pel servizio della Santa Sede: a tal fine dà loro una carta con un bollo analogo. Gli arruolati vengono sui postali francesi a Civitaveccchia, donde il monsignor Delegato li spedisce colla ferrovia a Roma. Qui vengono subito presi in consegna dal signor Luzzi segretario particolare di De Merode, i quali hanno la posizione segreta e sono esclusivamente incaricati del servizio militare borbonico. Sopra un semplice ordine di De Merode, vengono forniti dal magazzino militare le vesti, gli armamenti, le cariche, senza sapere a chi, e mettendo solo come documento l’ordine suddetto. I signori Lepri e Luzzi passano immediatamente i detti arruolati nei ruoli borbonici: li fanno dormire alla spicciolata nei quartieri dei battaglioni esteri presso S.Maria Maggiore, e fanno ad essi somministrare il vitto dalla taverna di un certo Rufinoni, presso la detta basilica, in uno stanzone appartato dietro la cucina, ove non entra alcuno. Dopo qualche giorno i detti arruolati o vengono spediti ai confini per Chiavone, o vengono rimandati a Civitavecchia, dove il console napoletano signor Galera tiene in pronto i posti nei vapori postali francesi, e mediante questi li manda a Napoli, se possono andare senza sospetto o più ordinariamente a Malta, Cosi si è formata la banda Boriès e Langlois che ora va desolando la Basilicata. Del resto è continuo l’andirivieni dei legittimisti di tutte le specie. Lo scorso martedì uno di costoro, che si dice gran signore si portò al conte di Trapani e gl’insinuò d’indurre Francesco Il a fare due proclami, uno agli operai, uno alla nobiltà di Francia. Con questo detto il signore sperava far gran concorso nelle file reazionarie ed assicurava più volte che il terreno era stato ben preparato all’uopo. (lbidem; 22 dicembre 1861, n° 7)
                                                                             continua ...a BRIGANTI

 

http://ammazzandomasaniello.wordpress.com/2012/01/01/i-briganti-salernitani-prima-puntata/

Il Generale dei Briganti

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Un film (per la Tv) di Paolo Poeti. Con Daniele Liotti, Raffaella Rea, Marco Leonardi, Fabio Troiano, Danilo Brugia, Massimo Bonetti, Fabio Sartor, Nadia Carlomagno, David Coco, Larissa Volpentesta, Roberta Lanfranchi, Annalisa De Simone, Vincenzo Alfieri, Massimo Dapporto, Christiane Filangieri - 
1864. Basilicata. Vulture. Due uomini si cercano per una resa dei conti mortale: Mariano Aiello (Danilo Brugia), deputato napoletano del governo unitario e Carmine Crocco (Daniele Liotti) brigante lucano che nel 1860 aiutò i garibaldini a liberare la sua regione dal giogo Borbonico in cambio della promessa di libertà e riscatto sociale. Fu proprio Mariano, fervente mazziniano, a convincere il brigante e la sua banda a passare dalla parte dei democratici unitari per liberare la Basilicata. Ma ora quell’amicizia si è spezzata e volontà di vendetta per un presunto reciproco tradimento anima quei due cavalieri che si cercano nei boschi del Vulture. ...Il duello però non avrà luogo, sarà solo un amaro confronto tra due uomini che, prima di separarsi, ammettono di non aver realizzato il loro sogno. Crocco dopo qualche tempo viene catturato e condannato a morte. Ma Mariano (ex liberale mazziniano e ora ex deputato) riesce a salvargli la vita e tramutare la condanna in carcere a vita. Sarà proprio lui l’amico di un tempo che con Nennella, accompagna Carmine all’imbarco per il penitenziario dove sconterà la sua pena.

 

il generale dei briganti 3 parti http://www.youtube.com/watch?v=ozm6ZlrvhPI&playnext=1&list=PL1F3BC8160EB85443&feature=results_video
http://www.youtube.com/watch?v=eLuWx5GUIOo&feature=relmfu
http://www.youtube.com/watch?v=61WagFEH1ys&playnext=1&list=PL1F3BC8160EB85443&feature=results_video

 

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