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Era
il 22 marzo del '48 e a Milano, da sotto le barricate a Porta Tosa, esce
una bellissima ragazzina tremante per il freddo. E' vestita con
giubbotto, stivaloni e una larga gonna. A chi le chiede il nome risponde
Gigogin (diminutivo piemontese di
Teresina, Gigogin fra i cospiratori
voleva dire anche ITALIA). Fuggita dal collegio e salita sulle barricate,
riesce ad arruolarsi fra i volontari lombardi. Un giorno Manara le
affida un messaggio urgente per La Marmora, il colonnello dei
Bersaglieri. La sua felicità poi aumenta quando riesce ad ottenere un
incarico ufficiale, vivandiera o cantiniera come solevasi dire per l'addetto allo spaccio. Conosce
Mameli e fra i due scoppia un amore intenso,
epico. Va in prima linea, a Goito soccorre e rifocilla le truppe. La
sua fama esce dal battaglione dei lombardi di Manara e raggiunge i paesini più
piccoli della pianura. Il suo coraggio la spinge dopo la prima sconfitta a
percorrere le terre rioccupate, a cantare un ritornello "Daghela
avanti un passo" (fate un passo a est verso l'oppressore). Il suo
amore per Mameli non è solo sentimento. Lo salva dalla polizia austriaca che lo
pedina, inscenando in strada un happening di improperi e contumelie rivolte
all'imperatore Ferdinando II (Francesco Giuseppe era solo erede, la sua
corona arriverà a fine anno, http://it.wikipedia.org/wiki/Francesco_Giuseppe_d'Austria
). Il ritorno in collegio è inevitabile. Fugge di nuovo, ma
tutti gli uomini del '48 sono Roma con Garibaldi. Stanno morendo sugli spalti della Repubblica. Il suo triste domani di fanciulla non le appartiene
più. Nessuno seppe mai il suo vero nome, se mai fosse veramente esistita.
Si tramanda che questa canzone venne suonata per la prima volta la sera di San Silvestro, il 31
dicembre del 1858, al teatro Carcano di
Milano. Era la vigilia della II guerra, quella che vedrà la prima
unificazione. C’era una strana atmosfera, si dice, quella sera. Chi era già stato informato aspettava
che arrivasse la mezzanotte con impazienza, chi no, lo capiva dal
clima che serpeggiava nella sala gremita. Quando la Banda Civica, diretta dal maestro Gustavo Rossari, attaccò a suonare le note di quella PolKa, musicata dal maestro Giorza,
il pubblico comprese subito l’implicito messaggio contenuto:
Per non, per non, per non mangiar polenta
Bisogna, bisogna, bisogna aver pazienza
Lassala, lassala, lassala maridà.
Occorreva aver pazienza e attendere il consolidamento (matrimonio) dell’alleanza tra Vittorio Emanuele II e Napoleone III per poter marciare
– daghela avanti un passo. La Banda dovette ripeterla per ben otto volte, poiché la gente, insofferente
degli austriaci presenti, non smetteva di applaudire e cantarne il ritornello. Così alle quattro del mattino di quel capodanno
quando la Banda si recò davanti al palazzo del viceré austriaco per il consueto omaggio d’inizio anno, una nutrita folla aveva seguito i musicisti e accompagnò col canto, quasi in un gesto di sfida e di ammonimento alle autorità austriache, l’esecuzione del ritornello della canzone. L'autore era sconosciuto, ma ne
iniziarono a circolare
decine di versioni e arrangiamenti. Le pubblicazioni Ricordi vengono
presto sequestrate dal Governatore austriaco. Si capì allora che la Bella Gigogin non
era mai morta, la sua
giovinezza non era sfiorita. Si disse che la canzone fu anche suonata e cantata durante la battaglia
di Magenta il 4 giugno 1859, nella quale i francesi del generale Mac Mahon sbaragliarono gli austriaci del generale Giulaj.
Alla banda militare austriaca, che come segnale d'attacco intonava "La bela gigogin", la banda degli Zuavi rispondeva col ritornello
"Dàghela avanti un passo".
Ci racconta
Abba, narratore delle vicende dei mille, che a volte bastava anche solo l’apparire di Garibaldi a scatenare il canto della
“Gigogin”:
Nino Bixio e Sirtori si dettero ad alzare la voce quando improvviso comparve sulla strada il generale e gridò con voce sonora: - Avanti ragazzi, non c’è tempo da perdere. A queste parole, tutti i mille saltarono su come un sol uomo e ricomposero le file, e ripigliarono la faticosa marcia, e il lieto ritornello:
Daghela avanti un passo / delizia del mio cuore, al quale, una quarantina di voci toscane intrecciava allegramente il ritornello livornese: Bravo, bimbo bravo …, mentre Bixio, bestemmiando in tutti i dialetti d’Italia tornava di galoppo in testa alla sua compagnia.
La “Gigogin”, nonostante Mameli fosse già eroicamente morto a Roma nel ’49
aveva dunque avuto il sopravvento su tutti i canti patriottici del tempo, e persino sugli inni nazionali degli eserciti stranieri.
Ogni battaglione, ogni compagnia trova la sua Gigogin al
fianco. A S. Martino. porta acqua, bende e munizioni fino all'ultimo,
fino a quando in un turbinio di fuoco riscompare alla vista degli uomini. Non si
presenta a ritirare le medaglie, gli encomi. Nessuno la ritrovò più,
anzi, da quel giorno fu dovunque, nelle marce sotto le stelle o sotto il
solleone, per generazioni e generazioni di bersaglieri, a cadenzare il
passo a rendere meno tristi gli affetti lasciati. Il corpo dei Bersaglieri ha acquisito “La Bella Gigogin” quale canzone ufficiale, ed essa viene tuttora cantata dai soldati durante le esercitazioni e i
Giuramenti. La bella Gigogin
divenne, ante litteram, la nostra Lili Marleen. Il Giorza morirà
povero a Seatlle negli Usa nel 1914. Non ce la farà a riscuotere i
diritti d'autore da tutti gli italiani. La
Bella Gigogin non era sola sulle barricate, con lei erano Giuseppina
Lazzaroni e il fratello, Luigia o Luisa Battistoni in Sassi, che atterra un croato e ne fa
prigionieri cinque. Erminia Manelli che veste i panni del fratello
bersagliere ferito e si fa uccidere a Custoza. Maddalena Donadoni
Giudici vivandiera e infermiera al 1°
Granatieri (col fratello). Questa nel '59, sposata, si arruola di nuovo e si merita la medaglia
d'argento. A S. Martino un'altra donna Serafini Donadei. Rosa Donato a Messina nel '48 fa saltare una
intera batteria. Ci sono le contesse Martini della Torre che monta a cavallo con
le Guide e Cristina Trivulzio che va a Roma ad organizzare gli ospedali.
 1860: dalle memorie di Garibaldi "Chi sono quei due
giovinetti che precedono i più arditi.... son curati nel vestire uno
biondo sembra tedesco l'altro meridionale...scuro sentii Nullo dire a
P. -è
inutile queste ragazze non voglion stare indietro -
che sapessi ed avevo
proibito, una sola donna,
Rosalia Montmasson era della spedizione.......
nella mischia i capelli raccolti si sciolsero ......... indispettite
misero le ali ai piedi e sarebbero giunte a Calatafimi se P. non le
avesse fermate........La sera P. si presentò quindi con quelle due belle
figure -
Lina mia sorella e la sua amica Marzia. Marzia è romana e non
possiamo dirvi altro, Lina ha preso un mantello incerato a un ufficiale borbone,
stanotte Generale vi ci potrete coprire dall'umidità - I tre si dileguarono come erano venuti ed io restai a sognare dee e dei dell'olimpo che
combattevano al nostro fianco".
Si tratta probabilmente
della Piazza e della Marinelli, ma Garibaldi d'ora in poi le fa uscire
dalla sua Storia e le fa entrare nella leggenda.
un'altra donna nell'"Harem" di Garibaldi
JESSIE MERITON
WHITE MARIO
Nata a Portsmouth il 9 maggio 1832
...
continua ....
Una donna fra i Mille
Rose Montmasson Crispi, detta Rosalia, (Saint Orioz 1825 –
Roma 1904), è stata una patriota italiana. Nativa della Savoia, allora
parte del Regno di Sardegna, fu moglie di Francesco Crispi ed è celebre
quale di poche partecipanti femminili alla spedizione dei Mille. Di
famiglia povera e di gradevole aspetto, Rose conobbe il futuro marito
durante l'esilio piemontese, quando lei svolgeva le umili mansioni di
lavandaia e stiratrice, mentre Crispi (1818-1901) era un giovane
rivoluzionario.
Di ritorno da Malta dove si recò per avvertire i rifugiati Italiani
dell'imminente spedizione con il vapore postale tornò a Genova in tempo
per unirsi ai Mille, dei quali fu l'unica partecipante femminile per il
momento conosciuta oltre a Jessie Meriton White Mario moglie di Alberto
Mario. La leggenda vuole che si travestì da militare per imbarcarsi sul
"Piemonte", contravvenendo all'ordine del marito di restare a Quarto
(ma Garibaldi sembra da sopra che poi sapesse).
Durante la spedizione dei Mille si occupò prevalentemente della cura dei
feriti, già dalla battaglia di Calatafimi operò tra i combattenti per
portare in salvo i colpiti e, nell'occasione, non disdegnò di
imbracciare il fucile. Incessante fu la sua opera nelle ambulanze di
Salemi ed Alcamo, dove i siciliani la ribattezzarono Rosalia, nome che
contrassegnò poi tutta la sua esistenza, tanto da essere trasposto come
vero anche sulla sua lapide.
Dopo
la nomina a deputato del marito, seguirono alcuni anni di vita
relativamente tranquilla, terminata qualche tempo dopo il trasferimento
della coppia a Roma, quando venne ripudiata da Crispi, il quale denunciò
l'irregolarità del matrimonio contratto a Malta.
Il secondo matrimonio di Francesco Crispi (divenuto nel frattempo
Presidente del Consiglio) con una nobile leccese provocò un grande
scandalo che coinvolse anche la regina, la quale si rifiutò
pubblicamente di stringere la mano al ministro Crispi dopo aver presa
visione della copia fotografica dell'atto di matrimonio celebrato a
Malta. (Crispi venne poi assolto dal processo di
bigamia, avendo i giudici accertata l'irregolarità formale del
matrimonio maltese, dovuta al fatto che il prete celebrante era in quel
momento sospeso a divinis, per la sua attività patriottica).
L’ex lavandaia ebbe un ruolo che, forse, nessun’altra donna ebbe in
quelle pagine esaltanti della nostra storia. Dimenticata anche nella
rassegna di biografie di “Donne d’Italia in una pubblicazione fatta
redigere dal Ministro delle Pari Opportunità. Vittima del perbenismo,
del pregiudizio di classe e di cultura che avevano indotto Francesco
Crispi ad allontanarla da sé, per vivere, nella maturità degli anni e
della sua carriera politica, un’altra vita, Rosalia rimase a Roma,
sopravvivendo con la pensione assegnata ai Mille dove morì in povertà e
dimenticata dal mondo risorgimentale, tanto che la sua salma venne
tumulata in un semplice loculo, concesso gratuitamente dal comune nel
cimitero del Verano, ove ancora riposa.
Rossana Cordaz
dalla mostra “ LE DONNE DEL RISORGIMENTO” a cura della Pro Loco
Terramare (immagine sopra dalla mostra)
.
L'opera
della Contessa di Castiglione è già nota: meno noti i rapporti che
l'attrice drammatica Adelaide Ristori (foto
a piè di pagina) faceva dalle città europee,
capolinea delle sue recite, al Conte di Cavour. La galanteria Austriaca aveva evitato fino
al 1859 di incriminare donne, colte in comportamenti antimperiali. La
Contessa veneta Labia per una messa di suffragio in morte di Cavour, a
scelta fra una multa o il carcere, preferì i Piombi. Il 30 giugno 1863
le contesse di Montalban-Comello e Lonigo-Calvi comparvero davanti al
tribunale di Venezia, inquisite per alto tradimento. Erano state sorprese a vendere
souvenir garibaldini e raccogliere fondi per i fuoriusciti. L'accusa fu derubricata in turbata tranquillità ma non poterono evitare sette mesi di prigione. Maddalena di Montalban, scoperta con altre carte,
finì al carcere duro, dal quale la sua salute uscì compromessa. Era
comunque in buona compagnia, tutte le partecipanti alla messa finirono
per passare di là.
Colomba Antonietti
COLOMBA nacque il 19
ottobre del 1829 a Bastia Umbria e morì a Roma il 13 Giugno 1849.
Nel 1846 a 16 anni sposò contro il parere della famiglia il conte Luigi
Porzi di Imola (Una licenza di lui fu l’occasione per unirsi in
matrimonio nella Chiesa della Misericordia di Foligno il 13 dicembre
1846, alla sola presenza del sacrestano e dei testimoni), ufficiale
delle truppe pontificie, e lo seguì sui campi di battaglia della prima
guerra d’Indipendenza. Colomba dopo essersi tagliata i capelli,
indossata l’uniforme, combatté al fianco del marito con le truppe del
Gen. Durando (a Vicenza) in quel momento alleate dei Piemontesi. Colomba
seguì il marito per tutta la campagna del ’48 come uno dei suoi soldati.
Il parere contrario del colonnello Luigi Masi, vicino a Garibaldi, non
valse a dissuaderla dal tagliarsi i capelli e dall’indossare l’uniforme.
Sulla grande parete del Municipio di Foligno
campeggia l'affresco dell'eroina Colomba Antonietti, morta a vent'anni a
Roma a
fianco del marito Luigi Porzi, ex ufficiale del Papa passato poi alla
Legione di Manara, il 13 giugno 1849 a Porta S. Pancrazio.
Mario
Laurini da Museomentana 14/12/2008
... Ma veniamo ad una storia della quale dobbiamo per forza far
menzione, la storia del Conte Porzi e di sua moglie, Colomba. Nativo di
Ancona, a Foligno con le truppe pontificie, il conte faceva servizio
come giovane cadetto. La mattina, di buon ora gli effluvi di un buon
pane appena sfornato invadevano la caserma alla quale era adiacente il
forno della famiglia Antonietti, ma il conte Porzi era più interessato
all’apparire dietro i vetri di una finestra di una bellissima e
dolcissima ragazza dai capelli e occhi neri della qual il giovane
cadetto finì per innamorarsi perdutamente e quell’amore fu ricambiato a
poco a poco anche dalla giovane che portava il dolcissimo nome di
Colomba.
Ma, come in tutte le storie d’amore che si rispettino, i nobili
parenti di lui tutto fecero per contrastare il desiderio dei due
giovani. I due però non si diedero per vinti e si sposarono con un
matrimonio che doveva essere segreto. Il Porzi, inoltre, per mantenere
segreto il suo matrimonio non aveva chiesto neanche l’autorizzazione a
contrarlo alle superiori autorità militari come da regolamento. Per
questo venne inviato in fortezza, a Roma, in Castel Sant’Angelo a
scontare un periodo di arresti. Fortunatamente ai due sposi non fu
impedito di vedersi anzi fu loro concesso di stare insieme dall’alba al
tramonto e questo rese meno dura la punizione. Allo scoppio della prima
guerra d’indipendenza il Porzi fu inviato al Nord con le truppe
volontarie del generale Durando e la moglie, tagliati i bellissimi
capelli neri, se ne venne vestita da volontario pontificio, per
combattere in Lombardia ed in Veneto a fianco del marito. Dopo gli
ordini e contrordini di Pio IX, prima della nota fuga a Gaeta, la
colonna Durando, si sfasciò, ma nel 1849 fra i ragazzi della Legione
Lombarda militava il tenente Porzi e la moglie Colomba che vestiva
anch’essa la divisa della Legione. Con nuovi arrivati, dopo l’armistizio
Salasco, divennero una formazione regolare dell’esercito
Sardo-Piemontese assumendo la numerazione di VI battaglione Bersaglieri
che fu lasciato partire alla volta di Roma, dalla Liguria dove si
trovava, al comando di Luciano Manara per contribuire alla sua difesa.
Il 19 di maggio Luigi e la sua Colomba parteciparono con Garibaldi alla
battaglia di Velletri contro i Napoletani di Ferdinando II. Poi Colomba
partecipò, sempre con il marito, ai combattimenti per la difesa di Porta
San Pancrazio contro i francesi del generale Oudinot. Una palla di
rimbalzo la stese morta.

Nella guerra
15/18, in incognito, nelle trincee c'erano staffette informatrici e
combattenti. Altre dalle retrovie si occupavano di portare in trincea
piccoli carichi e acqua. (Le portatrici di Carnia http://www.donneincarnia.it/ieri/portatricicarniche.htm ) .
Su tutti i fronti, infatti, i giornali e le corrispondenze dei soldati narravano di giovinetti volontari, anche di donne che, in uniforme, tentavano di mescolarsi ai soldati per raggiungere il loro uomo o per spirito di avventura patriottica». Un giornale, a metà maggio del 1915, riportò il caso della pollivendola Gioconda Sirelli
di Milano, che avevano vestito l’abito del soldato per recarsi a combattere, fu scoperta al momento della partenza e rimandata al suo commercio, in attesa che la Croce Rossa la
incorporasse tra le sue fila». Un mese più tardi fu segnalata la presenza, fra i soldati del Carso, di un bambino di 12 anni,
un anno in meno di Muti “volontario esploratore”, e di un sedicenne impiegato nel “parco automobilistico”.
Il Ruolo da staffetta durante la guerra partigiana del 43/45 fu quasi
di loro esclusiva competenza. Non sappiamo se in incognito o con compiti
di vivandiera (più probabile) ma rileviamo da un sito americano "Sylvia Mariotti served as
a private in the 11th Battalion of the Italian Bersaglieri from 1866 to
1879"
private
sta per soldato e una donna che fosse una donna 13 anni in incognito,
sicuramente in una caserma di soldati non ci sarebbe vissuta.
Edmondo
De Amicis: da "Vita Militare" ricordi
della campagna del 1866."
Ero d'avamposto dalla parte di Marghera.
Vedo venir verso di me tre signore....due erano sue figlie belline e
vivaci e mi si fermarono davanti. Dopo l'inchino mi dicono che son
scappate da Venezia per andare a Padova da parenti. Son felicissime di
incontrare il primo ufficiale italiano e ci dilunghiamo in complimenti e
saluti, con abbracci affettuosi. La mamma si rivolse allora alle figlie
e disse loro "fategli vedere che cosa avete sotto il vestito"
Oh che diavolo pensai sulla pubblica via " Alzate alzate animo o
che ce da vergognarsi" diceva la madre.
Al
ché pensai anch'io, per interesse maschile - Alzate, alzate : le
ragazze fecero ancora per un pò le ritrose, ridendo e coprendosi il viso
con una mano... poi tirarono su lentamente e delicatamente la gonnella
del vestito e mi mostrarono cosa avevano li sotto di tanto gelosamente
nascosto. Una sottana fatta di tre
pezzi, uno verde, uno bianco e uno rosso con una gran croce nel
mezzo... !!!
Appartiene
all'ultimo risorgimento questa testimonianza trovata in rete: Da Storia Popolare della Grande Guerra -Roberto Mandel
-Milano 1919 Appendice: Scorci e Riverberi Stralcio da pag. 939-940. Testimonianze: le insegnanti e la guerra.
LA MAESTRINA .... SOLDATO
In uno dei treni militari partiti dall' Italia Centrale e diretti al confine, viaggiava insieme coi soldati un fante più bello degli altri e in completa tenuta di guerra: zaino, fucile, coperta e cartucciera. Aveva statura e lineamenti maschili, ma occhi troppo dolci, labbra troppo accese e mani delicate. La voce, che si faceva sentire di rado, pareva eccessivamente armoniosa. Del resto, apparve a tutti un buon camerata, aperto e disinvolto. Dopo qualche ora di viaggio, alcuni soldati credettero di riconoscere nel camerata una donna. La voce si sparse fulminea nei vari scompartimenti, ed è facile immaginare con quanta giocondità la donna-soldato fu subito circondata, interrogata, scrutata. Alla stazione di Bologna lo strano soldato fu invitato a scendere dal treno. Con armi e bagaglio seguì due graduati in Questura, dove finì per confessare di essere la signorina Luigia Ciappi, ventenne, maestra elementare a
Rosarno,
in Calabria, e dimorante a Firenze.
La signorina che aveva sacrificato ai suoi nobili istinti patriottici anche la bionda e bella capigliatura, dichiarò con sincero dolore il suo malcontento per essere stata riconosciuta, e che ella avrebbe tanto desiderato di poter combattere. Naturalmente non le fu concesso di proseguire il viaggio.
Sempre in divisa militare, venne accompagnata al comando della Divisione e poscia rimandata a Firenze. Per mettere in esecuzione il suo audace piano, la signorina Ciappi, indossata segretamente la divisa grigio-verde, era entrata di sera in una caserma di Firenze, confondendosi coi richiamati, e passando una notte e un giorno in mezzo a loro. Dormì sulla paglia, mangiò il rancio, e quando venne il momento della partenza nessuno si accorse che quel grazioso soldato, pur presente, non aveva
risposto all'appello di chiamata. Si controllava che non ne mancasse e
non che ce ne fossero in più. La Carolina Invernizio trasse un libro
dalla storia.
MA PRIMA !? DAL MONITORE DELLA
ASSOCIAZIONE NAPOLEONICA ITALIANA PAG .1 /2
http://www.assonapoleonica.it/monitore_1-2007.pdf
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