L'ALTRA CAPORETTO

             Prigionieri di noi stessi - 1a parte

             Gli sbandati e i profughi di Caporetto

 

Questa prima e la successiva seconda parte prendono spunto dal saggio "PRIGIONIERI IN EMILIA" di FABIO MONTELLA pubblicato nel 2006 ad opera dei Comuni Modenesi Area Nord dopo una attenta ricerca negli archivi locali e nazionali sia civili che militari. Il testo copre l'accoglienza dei profughi veneti e degli sbandati del Regio Esercito dopo la rotta di Caporetto e nella 2a parte (all'anno 1919 dell'indice di Storia), la "rieducazione" degli ex prigionieri internati dall'Austria. La prefazione, da cui sono tratte anche le vicende modenesi di Nicola Bombacci, sindacalista socialista, al Link http://digilander.libero.it/lacorsainfinita/guerra2/personaggi/bombacci.htm , è del Prof. Giuliano Muzzioli Professore ordinario di Storia Economica e di Culture Nazionali della Università di Modena e Reggio Emilia. Il profilo dell'autore e la presentazione dell'opera sono nella seconda parte. In corsivo giallo I passi originali del libro reperibile alla  Libreria Spazio  - Piazza Mazzini 11 - 41037 - Mirandola (MO) - tel. 0535/21406

Florio Magnanini da la "Voce di Carpi"

  Su questo poco conosciuto scorcio di storia locale, che si intreccia con una delle più grandi tragedie conosciute dall'umanità, solleva il velo un interessante studio di Fabio Montella, con presentazione di Giuliano Muzzioli ed edito con il contributo della Fondazione Cassa di Risp. di Mirandola e con il patrocinio dell'Unione dei Comuni dell'Area Nord. Lo studio si avvale delle splendide immagini, custodite presso il Centro di ricerca etnografica del Comune di Carpi diretto da Luciana Nora, con cui don Ettore Tirelli ritrasse la città invasa dai militari, soprattutto dopo Caporetto, sistemati un po' ovunque tra i portici e le chiese, tra piazzale Re Astolfo e la ex fabbrica Loria. La città era infatti una delle zone di acquartieramento delle retrovie che fecero capo prima a Mirandola, per la raccolta e la riorganizzazione degli sbandati, e poi a Castelfranco Emilia, per quella degli ex prigionieri. E' su quest'ultima funzione che si sofferma soprattutto Montella. Ma per quali ragioni le gerarchie militari impedirono l'immediato ritorno a casa di centinaia di migliaia di soldati che avevano già tanto sofferto nei campi di prigionia di mezza Europa? Perché trattenerli in centri di raccolta dove crearono ogni sorta di problemi di convivenza con le popolazioni e nei quali la condizione di promiscuità e scarsa igiene favorì la diffusione dell'epidemia "spagnola"?. Due sono le spiegazioni dello studioso. Da una parte si vollero mettere in cattiva luce i prigionieri - accusati di codardia e di aver optato per la resa al nemico e la diserzione, pur di salvare la pelle  scaricando su di loro le responsabilità del disastro di Caporetto, in buona parte frutto invece dell'impreparazione degli Stati maggiori. E dall'altra si volle esorcizzare il germe delle idee bolsceviche che molti prigionieri, secondo gli alti comandi militari, potevano aver contratto nei campi, a contatto con militari catturati dagli Austriaci su altri fronti.

Dalla prefazione del Prof.  Muzzioli pag 11 segg: Dopo la disfatta di Caporetto la già grave situazione abitativa e logistica peggiorò con l’intensificarsi dell’arrivo dei profughi; alcuni furono provvisoriamente ospitati nella chiesa di S. Agostino (siamo a Modena), già adibita a magazzino per vestiario militare; altri - scrisse la “Gazzetta dell’Emilia” - trascorsero la notte alla “belle étoile” (sotto le stelle). Ai primi di novembre del '17 30.000 profughi civili passarono per Modena, punto nevralgico di congiunzione delle linee (ferroviarie) per Verona, Milano, Bologna. Le famiglie abbienti furono alloggiate in ville nei dintorni di Modena poste a disposizione dai proprietari, mentre alcune scuole del forense e alcuni opifici furono trasformati in dormitori. Sedicimila persone trovarono ospitalità a Modena e in provincia e un lavoro per lo più nelle fabbriche. Molti profughi abitavano alloggi fatiscenti e insalubri, come stalle, soffitte e stanze senza finestre, pur pagando affitti proibitivi. La presenza di truppe e sfollati cambiò l’aspetto della città. Furono più volte presi provvedimenti - per la moralità, per lo spettacolo nauseante cui si assiste tutte le ore sotto i portici, nelle vie principali e nelle vie secondarie di appuntamenti, di convegni, di passeggiatine. (ndr: e conseguente peggioramento dati su malattie veneree, aborti clandestini o gravidanze illegittime). Con l’arrivo della febbre russa, o febbre dei tre giorni, ai più nota come Spagnola (ma veniva dalla Cina), la città fu sottoposta a misure igieniche precauzionali anche se il sindaco, l’avvocato Zoccoli, dell’ala destra liberale, assicurava che - le condizioni di salute della città sono buone, anzi ottime- (questo in ottobre '18). Alla fine di quello stesso mese si registrarono 10.532 casi, con 378 decessi di spagnola. L’analisi del grave stato sanitario fu sbrigativamente affrontata affermando che la causa principale del morbo è l’eccessivo agglomerato di persone in locali chiusi e come rimedio si suggerì di mangiar poco !!!. Si ordinò pure la disinfestazione giornaliera delle carrozze tranviarie, dei cinematografi e dei teatri. In alcuni stabilimenti si disinfettava la bocca degli operai, ritenendo che un facile veicolo di infezione fosse lo sputo. Fu ridotto il numero dei viaggiatori sui treni, vennero contingentati i biglietti agli spettacoli, sospese le visite del pubblico ai degenti negli ospedali e, alla metà di ottobre, vietate le code davanti ai negozi.

(gen. Luigi Segato). La responsabilità della rotta di Caporetto …..  coinvolge coloro che, riusciti ad imboscarsi, dell'imboscamento si valsero per trarre dalla guerra il maggior profitto possibile, poco curando se con ciò venivano a danneggiare coloro che nella trincea soffrivano e morivano; essa coinvolge coloro che non avevano rossore d'offrire al soldato che per licenza o per servizio, rientrava temporaneamente dal fronte, un nauseante spettacolo di vita fatta di godimento e di spreco, guardando i reduci dal fronte con un sorriso di compassione, quando non era sorriso di scherno". Strana idea aveva questo Segato delle retrovie che avrebbe frequentato assiduamente (era uno dei trombati da Cadorna della prima ora 1915). Lo stesso poi da Bologna un anno dopo la rotta - L'incalzare degli avvenimenti ed il repentino armistizio (del 4 novembre 1918) non hanno concesso la preventiva sistemazione e ciò spiega l'insufficienza dei mezzi disponibili, dovendosi contemporaneamente provvedere da parte di questo corpo anche ai prigionieri austriaci -.

Si parlava in questo caso della classe degli ufficiali (alti e bassi) che venivano a perdere ogni dignità negli alloggi, nei pasti che non erano in grado di pagare e che quindi si indebitavano fra umiliazioni e compatimenti della locale popolazione politicamente a sinistra. S'era mai visto un vincitore (parliamo del 1919) con le pezze al culo !!?. Naturalmente se un anno prima vi erano code era perché scarseggiava il cibo o almeno i generi di prima necessità soggetti a contingentamentoLa popolazione del territorio era quasi duplicata ma l'ufficio statistica delle assegnazioni alimentari (tessera annonaria) non se n'era accorto. C'erano prezzi imposti sui cereali, la carne, quando si vendeva, era di bassa macelleria perché l'Intendenza militare aveva fatto man bassa di bovini e maiali riducendo la consistenza del comparto zootecnico incentrato in zona sulle bovine da latte, lavoro e sui maiali da insaccati. I profughi si impiegavano negli opifici addetti alle forniture militari come vestiario, spolette, polverificio Sipe etc. I comuni, per i maggiori esborsi, si vedevano costretti a sovrimposte sui generi considerati di lusso come Fabbricati, Terreni, Botteghe, Auto, Insegne,  Domestiche (Colf), Fotografie, Pianoforti e Biliardi !!!!.. che prima o poi si scaricavano sui cittadini.

I primi profughi (di Caporetto) venivano fermati ai ponti del Brenta (nel padovano). In un secondo tempo, il riordinamento si riorganizzò (più a Sud ) sulla riva sinistra del P0. Furono istituite pertanto una delegazione dell’Intendenza dei Corpi a disposizione (CD) ad Este e vari campi di riordinamento: per la fanteria e per i bombardieri nella zona di Polesine (Badia, Fratta e Rovigo); per l’artiglieria nella zona di Monselice (Este, Montagnana e Cologna Veneta) e Padova; per il genio nella zona di Legnago-Bovolone; per il carreggio nella zona di Battaglia; per il nucleo di sanità nella zona di Polesine; per il nucleo di sussistenza nella zona di Cento. In complesso, affluirono ai centri circa 200.000 uomini (oltre la metà degli sbandati). L’ordine di trasferire questa massa in ricostituzione dalla destra del Brenta alla sinistra del P0, costrinse l’Intendenza CD ad un imponente lavoro di vettovagliamento. Furono inviate ingenti quantità di viveri di riserva ai comandi di tappa e impiantati magazzini di distribuzione viveri, ma si procedette anche ad incettare tutti i bovini dei profughi e della colonna buoi lasciata dalle truppe in marcia. Furono inoltre occupati tutti i mulini e i forni delle località interessate dalle colonne in ritirata e furono requisiti grano, farina, legna, paglia e fieno. Grandi quantitativi di pane affluirono anche dai panifici di Ancona, Milano e Bologna, mentre intere tradotte di derrate furono spedite da Padova e dai depositi centrali di Bologna e Firenze. Qualche volta fu necessario ridurre le razioni di pane e gallette per l’irregolarità nei rifornimenti, causati da ritardi ferroviari ed altro. Vennero infine distribuite ingenti quantità di vestiario e di equipaggiamento (circa 90.000 gavette, 100.000 tende e 50,000 coperte da campo). In seguito all’ordine di spostare l’Esercito sulla destra del P0, furono costituiti un campo per la fanteria nella zona di Castelfranco Emilia, uno per l’artiglieria a Mirandola e uno per il genio nella zona di Guastalla. I bombardieri occuparono la zona di Sassuolo-Scandiano, mentre il carreggio e le salmerie la zona di Copparo. Le brigate di marcia si raggrupparono infine nella zona di Crevalcore. Dislocate in Emilia erano pure la prima, seconda e terza divisione di cavalleria. La sede stessa dell’Intendenza venne stabilita a Modena, con l’incarico di provvedere ai vari campi di riordinamento e di riunire tutto il materiale abbandonato nella fuga e successivamente recuperato nei due magazzini istituiti a Bazzano e Cento.
L’Emilia era stata scelta per la sua posizione strategica di immediata retrovia del fronte e per la presenza della ferrovia che creava un importante collegamento tra Bologna, Milano e Verona
*. L’area modenese, in particolare, divenne un centro attivo e popoloso per la cura dei feriti, per lo smistamento dei profughi del Friuli e per l’acquartieramento e addestramento delle truppe da e per il fronte. Il considerevole aumento dei feriti provenienti dalle prime linee e un’accresciuta incidenza delle malattie infettive ed epidemiche crearono una forte pressione sul sistema ospedaliero modenese. I centri istituiti dopo Caporetto avevano molteplici compiti: raccogliere il personale sbandato, dividendolo per specialità e reparto di origine; inviare i mutilati, i feriti e gli ammalati gravi ai depositi di convalescenza; riaddestrare, sia all’impiego tecnico-tattico che sotto il profilo formale e della disciplina, il resto del personale; inviare coloro che si erano resi colpevoli di reati, sia militari che civili, ai tribunali militari di competenza; formare delle centurie e delle compagnie di lavoratori e manovali per le opere di fortificazione delle retrovie tra il Piave ed il P0 o di manutenzione delle linee ferroviarie della Pianura padana. Un’altra funzione dei campi di riordino era quello del "completamento" dei reparti di nuova formazione
(Ndr: ricordiamo che ogni reggimento aveva una sua caserma da cui s’era mosso e dove aveva lasciato la compagnia deposito (Veneto escluso) che provvedeva a molte funzioni e incarichi. I reggimenti tradizionali prebellici non sciolti facevano quindi capo alle tradizionali strutture per il completamento degli organici
Le necessità erano molteplici. I militari sbandati dovevano essere sfamati, lavati, curati, rivestiti e riforniti di ogni cosa. Nelle varie località furono istituiti uffici di commissariato, ospedali da campo, infermerie, lavanderie e magazzini per la distribuzione dei viveri. La produzione di pane raggiunse le 230.000 razioni giornaliere (dapprima quasi solo con forni privati, poi con forni Weiss e forni carreggiati modello 1877-1893). Nei pressi di Modena fu impiantata una lavanderia in grado, da sola, di recuperare e disinfettare intorno ai 60 quintali di indumenti al giorno. Nonostante le precauzioni e gli sforzi messi in atto dal Regio Esercito, l’arrivo degli sbandati lasciò un profondo segno nella popolazione civile.
«Per lunghi mesi, scrisse il Presidente del Consorzio Agrario di Modena, Carlo Sacerdoti, in una lettera indirizzata al Presidente del Consiglio, le nostre campagne dovettero subire una moltitudine riottosa, riportando danni enormi, frequenti incendi, furti e delitti di ogni genere, più facili a compiersi in mezzo ad una popolazione quasi unicamente composta di donne, di vecchi e di fanciulli». La popolazione civile, già stremata dalle privazioni conseguenti alla guerra e dalle requisizioni per esigenze militari dei principali beni di prima necessità, non salutò con entusiasmo l’arrivo di questa massa di reduci di Caporetto, nei confronti dei quali, peraltro, la propaganda ufficiale aveva già cominciato a riversare gravi accuse.
Montella pagg. 26/7/8

* L’ 8^ Compagnia del Genio Ferrovieri  da Castel Maggiore (Bo) fu quindi impegnata a San Cataldo (ingresso stazione di Modena)  per l’armamento di ulteriori fasci di binari per il progetto parco ferroviario dell’Intendenza Generale del Comando Supremo. Il materiale d’armamento utilizzato in questi casi era spesso costituito dalla demolizione di binari non indispensabili, esistenti nelle stazioni della linea Bologna-Milano.  Anche Bologna sede di comando aveva provveduto ad attrezzare binari aggiuntivi per l'arrivo del corpo inglese.

Militari italiani reduci da Caporetto transitano in Piazza Duomo a CarpiGiungevano quindi alle località destinate soldati di fanteria (Castelfranco Emilia -Mo), genio (Guastalla-Re) d'artiglieria (stava fra Mirandola (Mo) Quistello (Mn) e Suzzara (Re)) e con loro materiali e pezzi staccati da revisionare e riassemblare, ma anche malati da curare. Ricordiamo che a S. Martino Spino di Mirandola erano già presenti gli stalloni o barchesse del Regio Esercito per l'allevamento di cavalli e muli. Diciamo che la raccolta degli sbandati non era una cosa scientifica. Migliaia di persone vagavano sui treni, s-fuggivano  dai centri e qualcuno si era anche costituito in Banda armata sugli Appennini. Per la legge del tempo il militare, che era tenuto a conoscere i regolamenti, era considerato disertore se non si presentava entro 5 giorni dalla licenza o dall'allontanamento volontario (rischiava la pena di morte), termine questo che era stato poi accorciato da Cadorna nell'estate del '17 a 24 ore per frenare l'emorragia di uomini. Così il comando della III armata nell'agosto del 18: "la legge commina contro i disertori pene che non potrebbero essere più gravi.. non riescono ad incutere nel cattivo soldato un salutare terrore. Non sono abbastanza conosciute…perché la lenta procedura fa perdere l'immediatezza della pena (succedeva che in attesa del giudizio, che poteva anche rivelarsi assolutorio, il soldato passasse mesi lontano dal fronte, momentaneamente al sicuro). L'ufficio statistica diede la percentuale media giornaliera dei disertori: (spesso fuggivano durante le licenze) 202 ogni 100.000 soldati (2 %°), variabile nel dettaglio dei reparti (in un reggimento arrivò al 6%°: in capo a 6 mesi sarebbe sparito dall'organico). C'era anche una taglia di 60 lire per ogni disertore catturato. Apposite pattuglie nelle retrovie, sui treni, boschi e fattorie isolate davano la caccia a chi si era allontanato dal reparto. A condanna eseguita, la sentenza veniva affissa sulla porta dei famigliari. Nei primi mesi del 1918 il numero dei disertori superava quello dei morti e prigionieri. Le denunce che risultavano a fine guerra (quando il 2 settembre 1919, fu concessa un'amnistia per i reati militari) per "indisciplina, resa al nemico, mutilazione volontaria, renitenza o diserzione, etc", ammontavano a 870.000; di queste 470.000 per renitenti in cui si comprendevano 370.000 emigrati che avevano tagliato i ponti con la patria "ingrata". Alla fine furono circa 15.000 le condanne all'ergastolo, 4028 le condanne a morte ( non eseguite per contumacia od altro 3.280). Nella situazione di caos che s'era venuta a creare si ritenne di dare comunque un termine che era il 29 dicembre!!!. La struttura che si fece carico dell'organizzazione era l'Intendenza dei Corpi a Disposizione, brevemente CD, già operante in maggio del '16 in supporto alla V armata d'emergenza da contrapporre a una eventuale discesa degli Austriaci da Asiago nella pianura. Vestiti, tende, forniture alimentari con qualche difficoltà e scarso tempismo raggiunsero via treno tutte le località già collegate alla rete ferroviaria. Inutile dire che la condizione abitativa, fra sfollati civili sistemati in soffitte e cantine e militari in ogni edificio pubblico (scuole e chiese) e privato (qualsiasi fabbricato vuoto), non era delle più idonee in quanto a promiscuità. Le amministrazioni comunali in alcuni casi si erano adoperate, nonostante la larga adesione al socialismo (il sindaco di Mirandola era stato arrestato per disfattismo), per una "fraterna" accoglienza senza processi popolari e cacce ai "colpevoli". Nel volgere di 3 mesi si poteva dire che il lavoro era finito. Nei confronti di questi uomini non vennero contestate particolari accuse, anche perchè non c'era tempo con gli austriaci al Piave che premevano. Era continuata invece l'opera di selezione delle cosiddette mele marce.

Trascorse la primavera e l'estate del '18 con l'ultimo canto del cigno delle armate austro-ungariche: un problema ancora più grave si stava ora avvicinando: la messa in libertà di 500.000 nostri prigionieri. In una riunione segreta di Governo e Comando Supremo era stata balenata l'idea di inviare in Africa buona parte dei prigionieri per disintossicarli !!. L'idea non passò....segue..2 parte http://digilander.libero.it/fiammecremisi/approfondimenti/plezzo-saga-prigionieri1.htm

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