"ARRESTATE GARIBALDI"

L'arresto di Garibaldi a Figline Valdarno nel 1867 (dal sito carabinieri.it)

Garibaldi non rimase a lungo prigioniero nella cittadella di Alessandria. Cedendo alle sue insistenze, il Governo acconsentì, pochi giorni dopo, che tornasse a Caprera, dove alcune navi da guerra ebbero il compito di sorvegliarlo. Fatica inutile, poiché il Generale il 20 ottobre 1867, sottraendosi con un'ardita, avventurosa evasione alla sorveglianza della squadra italiana a Caprera, giungeva a Firenze, da dove, dopo avere arringato la folla da un balcone di piazza Santa Maria Novella, partiva il 22 successivo, in treno speciale, tra grandi applausi di popolo, alla volta di Perugia, Foligno, Temi, deciso a riprendere l'azione bruscamente bloccata, un mese prima, a Sinalunga. Nell'autunno del 1867 i piani del Generale erano favoriti dallo stato di crisi in cui si trovava il Governo italiano dimissionario. Garibaldi poté così raggiungere agevolmente il confine pontificio e varcarlo. Intanto fin dal 27 ottobre la Gazzetta Ufficiale aveva pubblicato un proclama reale, per rendere noto al paese che il Sovrano e il nuovo Governo Menabrea scindevano ogni loro responsabilità dalla nuova impresa garibaldina per prendere Roma, disapprovata e dichiarata pericolosa per la patria comune e dannosa per l'onore della Nazione. Dopo i successi garibaldini di Monterotondo e la conseguente avanzata fin sotto le porte di Roma la situazione si complicò irrimediabilmente con la sconfitta garibaldina di Mentana e, quindi, col fallimento dell'impresa. Allora il "O Roma o morte" fu sostituito dal "Si salvi chi può": (dal rapporto del gen. Kanzler). Se Garibaldi alla testa dei suoi volontari avesse fatto ancora un altro tentativo su Roma, con tutta probabilità la Francia non avrebbe esitato a dichiarar guerra all'Italia irritata già nel 1859 per noi essere andati oltre i patti.

« La Monarchia », esclamava indignato Mazzini, « poteva far partire l'iniziativa da Roma e nol volle: la Monarchia poteva precedere in Roma i francesi, e nol fece :la Monarchia non impedì che il campo dei volontari si formasse tanto da poter combattere, impedì che si facesse forte tanto da poter vincere: la Monarchia imprigionò due volte Garibaldi come ribelle : la Monarchia colse il momento dell'intervento straniero per comporre un ministero semiclericale e ostile alla libertà : sciolse i Comitati di soccorso al moto: varcò la frontiera per restaurare il Governo pontificio, dove i plebisciti invocavano l'Italia: vide inerte la strage dei nostri: retrocesse davanti ai francesi dai luoghi occupati: rinega Roma l'Italia, l'onore della bandiera.

Pertanto, quando nelle prime ore del 4 novembre il Generale giunse con buona parte del suo stato maggiore a Passo Corese, di dove intendeva proseguire alla volta di Livorno per poi imbarcarsi (sconfitto) per Caprera il prefetto di polizia di Perugia informava il Ministro dell'Interno dell'arrivo di Garibaldi e il Consiglio dei Ministri ne decideva l'arresto. 

Il tenente colonnello Deodato Camosso, comandante della Divisione Carabinieri della capitale (Firenze) - partì il 13 novembre con alcuni carabinieri (16) e due Compagnie di bersaglieri in treno speciale alla volta di Figline Valdarno per attendervi colà l'arrivo dei volontari e del Generale e, dopo aver dichiarato in arresto quest'ultimo, scortarlo a La Spezia. Il piego sigillato che il Camosso doveva aprire quando fosse giunto a La Spezia conteneva una lettera del Ministro dell'Interno, a lui diretta, con la quale gli si ordinava di condurre il generale Garibaldi all'isola della Palmaria e di custodirlo in quel forte fino a nuove disposizioni, il che avvenne scrupolosamente e in un clima di distensione. Ma facciamo un passo indietro

Due interminabili ore. 
Alle 16,25 a Figline Valdarno c'è già una folla di curiosi che lo sta aspettando. Camosso, appena arrivato, fa scendere dal suo treno i carabinieri e i bersaglieri ordinando di sgombrare la stazione e le sue adiacenze. Comando Carabinieri in SardegnaVentidue minuti dopo entra sbuffando nella stazione il treno di Garibaldi che non è solo: quattro vagoni sono zeppi di volontari che ricevono l'ordine di scendere. I volontari, comprensibilmente esasperati, si abbandonano a un coro di insulti, fischi e grida. Nel frattempo Camosso sale sul vagone del generale e lo invita a seguirlo. Garibaldi non è soltanto stupito per l'ordine, è infuriato, e gli fa calorosamente eco il deputato Francesco Crispi, che è sul treno con lui. Nonostante le vivaci proteste, Camosso prega l'eroe di indicargli le persone che possono seguirlo. Alla fine Garibaldi chiede di scendere dal treno per esigenze fisiologiche: ma poi dice al tenente colonnello:
 "Voi non mi riporterete su quel vagone se non a pezzi". "La scongiuro, signor generale, di ricordarsi che è sceso dal treno per mio consenso e che lei mi ha tacitamente fatto capire che poi sarebbe nuovamente a mia disposizione". La situazione non è per nulla tranquilla. Superati gli sbarramenti di bersaglieri e carabinieri non pochi volontari fanno cerchio nella sala d'aspetto intorno a Garibaldi che, stanchissimo, ha chiesto un brodino. Camosso glielo fa portare, ma poco dopo con la massima cortesia gli ricorda che deve seguirlo. "No, non vi seguirò, di qui non mi muovo se voi non mi porterete con la forza sul treno", si ostina Garibaldi. Camosso si rende conto che non può forzare la mano: prega il generale, scongiura Crispi, tutto pur di evitare il ricorso alla forza. Due buone ore trascorrono in questa incresciosa pantomima, e sono così lunghe che nel rapporto vengono involontariamente trasformate dal tenente colonnello in tre. Alla fine Camosso capisce che occorre dimostrarsi determinati: '”Lei, signor deputato Crispi, sa benissimo che abbiamo ordini di usare la massima cortesia, altro che scandalo governativo. Noi non vogliamo commettere una violenza, ma il generale ce lo impone e noi useremo la forza per compiere un dovere indeclinabile. Maresciallo Gilardoni prenda due uomini con sé e accompagni Garibaldi". "Signor Generale, in nome del Re mi segua". «No, mai». I due carabinieri lo afferrano e a questo punto Garibaldi non oppone più resistenza. Crispi ancora strepita: "Signor colonnello, la informo che protestiamo vibratamente contro questa violenza detestabile e che sporgeremo querela nei tribunali contro i signori ministri e contro di lei". Garibaldi: arresto in AspromonteI volontari urlano come ossessi, ma nessuno compie gesti avventati e vengono fatti sgombrare dalle lucerne nere e dai piumetti verdi dei Bersaglieri.Il treno può finalmente partire ed arriva a La Spezia il mattino seguente. Il Plico sigillato viene aperto e comunica al tenente colonnello Camosso che il lazzaretto del Varignano è il luogo di detenzione al quale è destinato Garibaldi.  Alle 8,20 del 5 novembre il gruppo giunge felicemente al Varignano. L'umore di Garibaldi è buono e rapporti cordiali si instaurano tra lui e gli ufficiali della scorta. Solo una persona che accompagnava Garibaldi, il suo genero signor Canzio, aveva posto qualche problema a La Spezia, ma era stato ridotto alla ragione con la minaccia di allontanarlo dal generale. Ma per Camosso le fatiche non sono terminate: deve condurre faticosi negoziati con Garibaldi ed il suo seguito per convincerlo a lasciare per almeno quattro mesi l'Italia, in cambio della libertà. La risposta è negativa. Con il passare dei giorni il governo è sempre più imbarazzato sotto il tiro incrociato di parlamento, stampa e opinione pubblica. Il governo viene persino accusato di far peggiorare la salute del generale per costringerlo a una decisione contro la sua volontà.
Camosso però convince il generale a chiedere di sua spontanea volontà una visita da parte di medici di sua fiducia. Ciò permetteva al governo di assecondare i desideri di Garibaldi senza deflettere, almeno apparentemente,  dalla posizione assunta nei suoi riguardi. Pertanto non appena i professori Zanetti (il volontario toscano e medico in Aspromonte) e Ghinozzi, visitato il Generale al Varignano, ebbero a dichiarare "necessario" il suo trasferimento a Caprera, il ministro Gualterio fu sollecito ad aderire e solo volle che Camosso richiedesse a Garibaldi la formale promessa che giunto nell'isola non avrebbe tentato di nuovo d'allontanarsi. Il Generale era riluttante a promettere, ma l'ufficiale molto deve aver saputo dire e fare se alla fine riuscì nel suo intento. Con l'assenso del Generale il compito di Camosso era finito. 

51° rgt Cacciatori delle Alpi Il 2 dicembre 1867 Camosso riceve questa lettera da Menabrea: "Il Ministro dell'Interno avendo informato il Consiglio dei ministri del modo lodevole con cui Ella aveva disimpegnato la difficile e delicata missione di condurre e custodire al Varignano il generale Garibaldi, mi rendo interprete dei miei colleghi col porgere a V.S. i più sinceri complimenti per aver Ella saputo alla precisa osservanza della legge unire la fermezza coi riguardi dovuti alla personalità del Generale". E’ l'ultima volta che i carabinieri ricevono l'incarico ingrato di arrestare Garibaldi. 

per saperne di più www.museomentana.it

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