LA SAPIENZA DI DIO











PROVERBI 8,22





 

LA SAPIENZA DI DIO

 

Alla creazione del mondo solo la Sapienza di Dio e lo Spirito di Dio erano con Dio (vedere Proverbi 8 e Genesi 1) ma la Sapienza e lo Spirito erano Dio, come la sapienza e lo spirito di un uomo sono parte dell'uomo stesso (1 Corinzi 2,11). Nel Targum Palestinese spesso è menzionata la Sapienza o Parola di Dio (Memra) che vive, parla ed agisce: dal contesto delle varie frasi pare però che l'espressione fosse solo un espediente per sostituire o parafrasare il santo nome di Jahvé. Pertanto per la tradizione giudaica, la parola di Dio e lo spirito di Dio altro non erano che emanazioni di Jahvé stesso, senza che la cosa avesse particolare valenza teologica, filosofica o speculativa [1].

 

     Sta infatti scritto che:

·        "dalla Parola di Jahvé furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera" (Salmo 33,6);

·        "Egli parla e tutto è fatto, comanda e tutto esiste" (Salmo 33,9);

·        "come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l'ho mandata" (Isaia 55,10-11).

 

Prima della creazione del mondo la Sapienza esisteva in Dio (Giovanni 1,1; Giovanni 1,18; 1 Giovanni 1,1-2). Fu il mistero nascosto da secoli nella mente di Dio (Efesini 3,9). Fu quindi generata, emanata, manifestata, esternata, espressa, tradotta in Logos o Parola di Dio (Proverbi 8,22; Sapienza 7,25; Siracide 24,3). Sedette in trono accanto al Padre (Giovanni 17,5; Sapienza 9, 4 e Sapienza 9,10; Siracide 24,4), fu considerata degna di adorazione (Siracide 4,14) [2] e si manifestò, in Gesù Cristo, come Figlia di Dio (Giovanni 1,1). Gesù Cristo è infatti esplicitamente chiamato "Sapienza di Dio" in vari punti del Nuovo Testamento (Matteo 11,19, Luca 11,49, 1 Corinzi 1,24-30; Efesini 3,10) e la sua identificazione con la Sapienza del Vecchio Testamento ha trovato, nei Padri della Chiesa, un largo consenso.

 

La Sapienza evidentemente fu generata e non creata [3] [4]. Se la Sapienza di Dio fosse stata creata dal nulla (come tutte le creature) si arriverebbe all'assurdo di affermare che ci fu un tempo (prima della creazione del mondo e degli angeli) in cui Dio era privo di sapienza. Questo, oltre ad essere irriverente, sarebbe contro ogni  logica e ragione. Come avrebbe, infatti, potuto un Dio privo di Sapienza creare la Sapienza? [5]  Non sta forse scritto che ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi e che un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni (Matteo 7,17-18).

 

Si trattò però di una generazione asessuata e non di una generazione carnale o sessuata. La riproduzione asessuata non richiede rapporti sessuali e distingue un solo essere in due entità coetanee, mentre la riproduzione sessuata richiede due genitori ed un rapporto sessuale per generare una nuova creatura cronologicamente più giovane.  Il Figlio o Logos fu comunque generato dal Padre, senza divisione o partizione, grazie ad una generazione eterna, paragonabile a quella della luce generata dalla luce. Non vi fu un tempo durante il quale il Figlio non fosse, perché il Logos, prima di essere generato, esisteva nel seno del Padre (Giovanni 1,1; Giovanni 1,18; 1 Giovanni 1,1-2). Egli era il mistero nascosto in Dio dalle più remote età, la sapienza misteriosa ed occulta, il segreto celato da tutti i secoli a tutte le generazioni (Romani 16,25; 1 Corinzi 2,7-10; Efesini 3,5-9; Colossesi 1,26). Secondo alcuni cristiani dell'antichità (che non avevano ancora elaborato il concetto di generazione eterna), esisterebbero due momenti nel rapporto tra il Padre ed il Figlio: un momento in cui il Logos esisteva dall'eternità innato ed immanente nel cuore di Dio ed un momento successivo in cui venne generato, emanato, proferito dal Padre in funzione della creazione del mondo e stette accanto al Padre come persona distinta (Teofilo, Ad Autolico, II, 10 e 22). Tutta la cultura greca e romana distingueva senza problemi il "discorso interiore" (logos endiathetos, oratio concepta) cioè la riflessione razionale dal "discorso profferto", cioè il discorso manifestato e parlato (logos prophorikos, oratio prolata). Secondo l'insegnamento dei primi Padri della Chiesa, il Logos proferito all'esterno del Padre al momento della creazione era pertanto Logos proforikos, mentre prima della crazione era racchiuso nel seno del Padre come Logos endiathetos. Inoltre la generazione del Verbo non portò ad un impoverimento di Dio o ad una scissione dal Padre.

 

Come acutamente osservò il teologo alessandrino Teognosto (247-280), “la sostanza del Figlio non è qualcosa apparsa dall’esterno, né fatta uscire dal nulla, ma è nata dalla sostanza del Padre, come lo splendore dalla luce e come il vapore dall’acqua. Infatti né lo splendore è il sole stesso né il vapore è l’acqua stessa, ma neppure sono qualcosa di estraneo. Né la sostanza del Figlio è il Padre stesso né gli è estranea ma essa è una emanazione (Sapienza 7,25 e Ebrei 1,3) della sostanza del Padre, senza che la sostanza del Padre subisca alcuna divisione. Come infatti il sole rimanendo se stesso non è diminuito dai raggi che si effondono da lui, così neppure la sostanza del Padre ha subito alcun cambiamento avendo il Figlio come propria immagine” [6].

 

A tal proposito sono interessanti gli esempi di: Giustino che paragona la generazione della Parola alla separazione di una fiamma in due lingue di fuoco (Giustino, Dialogo con Trifone, 128); Taziano che paragona la Parola di Dio al fuoco di una torcia che procede dal fuoco di un'altra torcia, senza impoverirla (Taziano, Discorso contro i Greci, V); Taziano che paragona la Parola di Dio alla parola di un uomo che manifesta il suo pensiero, senza impoverirlo (Taziano, Discorso contro i Greci, V); Tertulliano che paragona la generazione del Logos ai raggi di luce partiti dal sole ma ancora legati al sole (Tertulliano, Apologia del Cristianesimo, XXI, 12;  Tertulliano, Contro Praxeas, VIII); Tertulliano che paragona la generazione del Logos alle acque di un fiume, ancora unito alla sorgente (Tertulliano, Contro Praxeas, VIII); Tertulliano che paragona la generazione del Logos ai rami e alle radici di una pianta che crescono ma rimangono ancora unite alla pianta stessa (Tertulliano, Contro Praxeas, VIII).

Secondo Basilio, la priorità del Padre rispetto al Figlio è come quella della causa rispetto all'effetto, allo stesso modo di come avviene per la luce, la quale è effetto del fuoco. I due fenomeni, collegati in modo inscindibile da un vincolo naturale, si possono distinguere su un piano logico ma non su quello temporale perché sono perfettamente simultanei. Inoltre, sempre secondo Basilio, non si può parlare di posteriorità del Figlio rispetto al Padre, perché la sua generazione è atemporale, essendo egli stesso preesistente al tempo [Basilio, Contro Eunomio, I, 20 e II, 12-13]. Anche Agostino sottolinea come la generazione del Verbo al di fuori del tempo rese la vita del Figlio coeterna a quella del Padre, così come la processione dello Spirito Santo, avvenuta quando non esisteva il tempo, rese coeterne, uguali, incorporee, immutabili ed indivisibili tutte le persone della Santissima Trinità [Agostino, La Trinità, XV, 26, 47-48].

 

 

 

 

PROVERBI 8,22

E LA BIBBIA DEI SETTANTA

 

Nel testo ebraico di Proverbi 8,22 è usato קנה = quanah che vuol dire comprare, possedere, stabilire, fondare, formare, costruire o generare [7], mentre in Genesi 1,1 per creare è usato ברא = barà. La differenza tra generare e creare è semplice e comprensibile: la generazione avviene da un essere precedente, mentre la creazione avviene dal nulla. La traduzione esatta del testo ebraico è pertanto: mi possedette, mi ebbe con sé, mi generò. Tale traduzione, fu seguita scrupolosamente dalle versioni greche di Aquila, Teodozione e Simmaco[8] che resero קנה =quanah con ektesatò (εκτήσατό = possedere, acquistare, fondare da κτησις = proprietà) [9] [10] [11] [12].

 

La Versione dei Settanta tradusse quanah (קנה) con ektisen (εκτισευ dal verbo κτιζω) cioè mi fece, mi costruì, mi fabbricò, mi edificò, mi partorì, mi diede alla luce. Pur essendo tale verbo molto efficace dal punto di vista figurato, la Settanta aprì la strada ad interpretazioni carnali e giustificò  traduzioni errate (mi creò), peraltro presenti anche in alcuni Padri della Chiesa e in non poche autorevoli Bibbie [13] [14].  

Significative e spesso citate dagli ariani sono le testimonianze di:


·        Clemente Alessandrino, Stromata, V, 14 (Sapienza creata per prima);

·        Taziano, Discorso ai Greci, V (Opera primigenia del Padre);

·        Giustino, Apologia I, 13 (Il Figlio di Colui che è Dio lo poniamo al secondo posto):

·        Giustino, Apologia I, 32 (La prima potenza dopo Dio Padre è il Verbo, il Figlio);

·        Origene, Contro Celso, VIII, 15 (Il Figlio non è più potente del Padre ma inferiore a Lui);

·        Origene, I Principi, I, 3, 5 (Il Figlio è inferiore rispetto al Padre ... infatti è secondo dopo il Padre);

·        Tertulliano, Contro Prassea, VI (Sapienza seconda persona creata);

·        Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica, I, 2, 6 (Sola creatura di Dio preesistente al mondo).


La Versione dei Settanta fu quindi seguita dal Targum, dalla Vulgata Siriaca e dalla Vetus Latina [15], dimenticando che in Genesi 1,1 (In principio Dio creò il cielo e la terra) il verbo greco usato dalla stessa Settanta per tradurre l’ebraico ברא = barà  è poieo (ποιεω oppure εποιεω) che vuol dire chiaramente “creare” e non  ektisen  (εκτισευ) o ktizo (κτιζω), verbi ambigui che assumono significati diversi secondo il contesto in cui risultano inseriti (come “fare”, “fabbricare”, “costruire”, “edificare”, “generare”, “partorire”) [16].

 

Il primo a rendersi conto del carattere fuorviante della traduzione greca fu Dionigi Papa (259-268) che chiarì il vero significato del verbo ebraico quanah (קנה) in una lettera alla comunità di Cesarea in Cappadocia e in due lettere al Vescovo Dionigi di Alessandria [17]. L'errore non sfuggì neppure a Gerolamo, che nella Vulgata rese Proverbi 8,22 con "Dominus possedit me in initio viarum suarum, antequam quidquam faceret a principio".

 

Nel IV secolo la controversia ariana infuriò, prendendo le mosse dall’errata traduzione di Proverbi 8,22 e trovando terreno fecondo nell’ignoranza quasi totale dei testi ebraici e nella fiducia sregolata accordata dai cristiani alla versione greca dei Settanta [18]. Paradossalmente la difesa del testo originale non venne né da Alessandro, né da Atanasio né dai Padri Conciliari riuniti a Nicea (che non vollero mettere in dubbio la versione dei Settanta) ma dal più onesto dei vescovi filo-ariani (Eusebio di Cesarea). Nonostante la disponibilità al dialogo e qualche simpatia inizialmente mostrata verso Ario, Eusebio di Cesarea rifiutò le interpretazioni più radicali legate al pensiero unitario ed ariano -già prima di Nicea- sottolineando la profonda differenza tra generazione del Figlio e creazione dell’universo (Dimostrazione Evangelica, V, 1) e -dopo Nicea- citando le autorevoli versioni greche di Aquila, Teodozione e Simmaco (De Ecclesiastica Theologia, III, 1-3). Molto onestamente lo stesso Eusebio ci ricorda anche come -nel 320 circa- l'imperatore romano Costantino avesse fatto pervenire ad Ario e ad Alessandro (vescovo di Alessandria d'Egitto) una severa lettera nella quale rimproverava i due per aver diviso il popolo a causa di un'inutile questione -peraltro riguardante l'interpretazione di un passo veterotestamentario (cioè di Proverbi 8,22)- sollevata senza alcuna necessità e solo per spirito di vana contesa (Eusebio di Cesarea, Vita di Costantino, II, 61-73).

 

Nei secoli successivi larga parte dei Padri della Chiesa seguì l’interpretazione di Atanasio secondo cui “creare” va riferito alla Sapienza incarnata (Gregorio Nazianzeno, Gregorio di Nissa e Ambrogio).  La difesa del testo originale ebraico קנה e del verbo greco εκτήσατό (invece di εκτισευ) fu invece portata avanti da Eusebio di Cesarea, da Epifanio di Salamina, da Basilio e da Gerolamo[19].

 

 

CONFRONTO TRA

GENESI 1,1 E PROVERBI 8,22

 

Verbo Ebraico

Traduzione greca LXX

Aquila, Teodozione, Simmaco

Vulgata di Gerolamo

Genesi 1,1

ברא = barà  

creare, fare, formare

Ποιεω = poieo

fare, creare, fabbricare, produrre, costruire, formare, agire, plasmare, produrre, portare, stabilire, costituire, ordinare, istituire

 

Κτιζω = Ktizo

fare, costruire, fabbricare, edificare, fondare, rendere abitabile, partorire, dare alla luce, generare, creare

Creo

Creare, generare, produrre

Proverbi 8,22

קנה = quanah

comprare, possedere, redimere, ottenere, stabilire, fondare, formare, costruire, generare

Κτιζω = Ktizo

fare, costruire, fabbricare, edificare, fondare, rendere abitabile, partorire, dare alla luce, generare, creare

 

Ekτήσατo = ektesato

(da εχο o κταομαι)

possedere, acquistare, avere

Possideo

possedere, tenere, occupare, avere con sé

 

 



[1] Filone Giudeo (20 a.C. - 50 d.C.) risentì invece sia della tradizione giudaica sia della speculazione ellenistica secondo cui il Logos era il demiurgo dell'universo, il principio che anima e regola il mondo, la forza irresistibile che conduce la creazione e le creature ad un fine comune. Filone formulò anche l'ipotesi che la Parola di Dio potesse essere l'angelo di Jahvé (Genesi 16,7; Esodo 23,20; Giudici 13,18-22; Giudici 6,22-23; Zaccaria 1,11; Malachia 3,1; Matteo 1,20; Atti 7,38). Senza voler negare a tutti i costi che la Parola di Dio possa anche aver assunto forma angelica, occorre onestamente riconoscere che, di sicuro, sappiamo solo che l'angelo di Jahvé fu un messaggero potente di Dio che portava su di sé il nome di Jahvé (Esodo 23,20). Secondo alcune tradizioni ebraiche infatti l’angelo di Jahvé sarebbe stato Jahoel, un vero e proprio angelo, superiore all’arcangelo Michele (Daniele 10,13), distinto da Dio, dotato di poteri divini e portante su di sé il nome di Jahvé-El. A tal proposito vedasi, ad esempio, il libro apocrifo Apocalisse di Abramo, soprattutto al capitolo decimo. I padri della chiesa erano invece convinti, già nei primi secoli, che nessuno avesse visto Dio Padre ma che l’Angelo di Jahvé manifestatosi ai patriarchi ed ai profeti altro non fosse che il Figlio di Dio, cioè la Parola di Dio (vedasi, ad esempio, Giustino, Dialogo con Trifone; LX; Ireneo, Contro le Eresie, IV, 20, 7; Tertulliano, Contro Prassea, XV-XVI; Teofilo, Ad Autolico, II, 22; Novaziano, La Trinità, XVIII-XX; Ilario, La Trinità, IV, 23-25). L'identificazione dell'arcangelo Michele con la Parola di Dio è estranea alla tradizione cristiana ed alla cultura giudaica ma trae origine dalle speculazioni filosofiche di alcune sette giudaico-cristiane sorte nei primi secoli dell'era volgare. Oggi solo gli avventisti, i testimoni di Geova ed un limitato numero di teologi cristiani identificano Gesù Cristo con l'arcangelo Michele. Gli avventisti ritengono, infatti, che Gesù Cristo, il Figlio di Dio, prima di incarnarsi fosse l'arcangelo Michele di cui parla la Scrittura, ma nello stesso tempo sono convinti che Michele non sia un essere creato. Secondo gli avventisti il termine Michael (= Chi è come Dio?) altro non sarebbe che uno dei molti titoli applicati alla seconda persona della Trinità. I testimoni di Geova, invece, sono convinti che Cristo sia stata la prima creatura di Dio, conosciuta come Michele Arcangelo già prima di venire sulla terra. Le posizioni di alcuni teologi (peraltro ai margini dell'ortodossia) sono, infine, alquanto articolate, anche se le argomentazioni a favore dell'identificazione della Parola di Dio con l'angelo di Jahvé e con l'arcangelo Michele risultano piuttosto fragili e lacunose.

 

[2] Può essere interessante notare come il verbo λατρευω (latreuo) sia usato per la Sapienza dal libro del Siracide, nel senso di adorare. Della Sapienza sta infatti scritto: “Coloro che la adorano (λατρεύοντες) rendono culto al Santo, e il Signore ama coloro che la amano” (Siracide 4,14). Ciò non dovrebbe stupire più di tanto, data l’identificazione della Sapienza con la Parola ed il Logos giovanneo. Gesù Cristo è infatti esplicitamente chiamato "Sapienza di Dio" in vari punti del Nuovo Testamento (Matteo 11,19, Luca 11,49, 1 Corinzi 1,24-30) e la sua identificazione con la Sapienza del Vecchio Testamento ha trovato, nei Padri della Chiesa, un largo consenso. Il versetto citato non fu emendato da Teodozione, avendo il popolo ebraico rigettato i libri deuterocanonici dopo la riunione di Jamnia (90 d. C.) ed è così giunto integro fino ai giorni nostri. Di fatto, Teodozione fu tanto scandalizzato dal verbo λατρευω (adorare) -utilizzato dalla LXX per il Figlio dell’Uomo in Daniele 7,14- che scelse di sostituirlo con il più morbido δουλευω (venerare, render omaggio, servire). L’espediente di Teodozione (peraltro autore un’ottima versione greca del libro di Daniele) non raggiunse però l’effetto sperato: affrontando lo studio della lingua ebraica Girolamo scoprì che il testo originale di Daniele 7,14 conteneva hrp (palah), verbo aramaico piuttosto raro che indica chiaramente il servizio cultuale e l’adorazione (“palah” è usato solo 10 volte in tutta la Bibbia: 9 volte nel libro di Daniele nel senso di “servire Dio” ed una volta nel libro di Esdra nel senso di ministri di culto “serventi Dio”). Si noti come il verbo aramaico hlp (palah) si riferisca sempre al “sacro servizio” prestato al vero Dio o a dei stranieri, mentre altri verbi ebraici come עבד (ebad) possono significare sia "servire la divinità" sia "svolgere un lavoro" o "prestare un servizio" (si vedano, ad esempio, Genesi 2,15; Genesi 29,18; Deuteronomio 6,13 e Salmo 2,11).

 

[3] Eusebio di Cesarea, Dimostrazione Evangelica, V, I, 15.

 

[4] Neoariani ed antitrinitari hanno da sempre sostenuto (e continuano a sostenere) che la differenza tra generare e creare sia filosofica e speculativa e risenta dei condizionamenti patristici emersi durante il IV secolo. Di fatto, Dio creò angeli e uomini e li considerò suoi figli. Sebbene la Bibbia chiami figli di Dio anche esseri creati come gli angeli (Giobbe 1,6; Salmo 29,1; Salmo 89,7) e gli uomini (Galati 4,5; Efesini 1,5; Romani 8,14), la loro figliolanza è adottiva. Gesù Cristo è invece l'unico vero figlio di Dio, generato e non creato, della stessa natura del Padre, unigenito e primogenito: la sua figliolanza è pertanto naturale. Gesù Cristo è infatti chiaramente detto Figlio Unigenito e Primogenito, cioè Figlio unico generato e primo generato (Colossesi 1,15 e Giovanni 1,14, Giovanni 1,18, Giovanni 3,16, Giovanni 3,18 e 1Giovanni 4,9). Che Cristo non faccia parte della creazione emerge chiaramente leggendo: "Nel principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta" (Giovanni 1,1-3). Di fatto, in Proverbi 8,24-25 la Bibbia insegna che la Sapienza fu prodotta, concepita o generata come le stesse montagne. La generazione in questo caso non sembrerebbe per nulla distinguibile dalla creazione e la distinzione tra "creare" e "generare" potrebbe sembrare a molti accademica, speculativa e pretestuosa. L'esame del testo ebraico rende però poco convincente tale critica. E' infatti qui usato per ben due volte, in senso figurato, il verbo ebraico "khul". Tale verbo, nella sua radice primitiva, vuole dire torcere o girare (in modo circolare o a spirale), oppure ballare, contorcersi dai dolori (del parto o dalla paura), mentre in senso figurato può essere usato per rendere espressioni come: aspettare con (ansia), sopportare (con disagio), generare (con pena e con dolore), ballare, scacciare, fare, cadere gravemente, (essere) doloranti, agitarsi, affliggersi, essere in travaglio, tremare, essere ferito. Insomma, in ebraico, sia "quanah" che "khul" sembrano avere a che fare più con la generazione degli esseri viventi che con la creazione dal nulla. Ciò non toglie che il secondo verbo possa essere usato anche per la creazione, ma in senso decisamente figurato (Salmo 90,2).

 

[5] Vedasi, a tal proposito, Agostino, De Trinitate, VI, 1.

 

[6] Vedasi Atanasio, Epistula de decretis nicaenae synodi, V, 25.

 

[7] Si noti che quanah assunse il significato di creare dal nulla solo nell'ebraico moderno. Nell'ebraico antico per creare si usava bara, mentre quanah significava comprare, possedere, stabilire, fondare, formare, costruire o generare. Solo in Genesi 14,19 e in Genesi 14,22 quanah è spesso tradotto con creare: moltissime versioni bibliche (King James, New King James, American Standard Version, New American Standard Bible, Diodati, Nuova Diodati, Riveduta, Nuova Riveduta) hanno però reso con maggior precisione, traducendo "Padrone del cielo e della terra" o "Possessore del cielo e della terra", invece di "Creatore del cielo e della terra". Del resto, per Genesi 14,19 e 14,22 la traduzione "Possessore del cielo è della terra" è perfettamente coerente con tutto il respiro della frase, dove Melkisedek contrappone Dio padrone del cielo e della terra ad Abramo a cui Dio ha dato in possesso tutti i suoi nemici. Un ultimo caso in cui quanah è talora tradotto con “creato” è il Salmo 139,13: in questo caso il salmo fa però riferimento alla crescita dell’embrione nel ventre materno (attribuita a Dio in senso figurato) e non alla creazione iniziale del mondo. Anche qui la traduzione corretta non è “mi creasti” ma “mi formasti”, “mi costruisti”, “mi generasti”. Di fatto, mentre è sempre possibile pensare che quanah possa essere tradotto con "Padrone" invece che con "Creatore", ci sono punti in cui non si può tradurre quanah con creare perché possedere è l'unica possibilità. Basti pensare a Isaia 1,3 dove il profeta dice: Il bue conosce il proprietario e l'asino la greppia del padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende. Qui il primo termine (quanah) riferito al bue non può essere creare o creatore perché il secondo termine riferito all'asino è padrone, signore, proprietario (bhl) e non creatore. L'autorevole lessico del Gesenius ipotizza comunque che in alcuni casi "qanah" potrebbe voler anche dire "creare" ma in nota ribadisce che non ci sono evidenze sufficienti per avvalorare tale interpretazione, risultando "possedere" la traduzione sempre più probabile. Vedasi a tal proposito F.W. Gesenius, Hebrew and Chaldee Lexicon, 1846, pag. 735.  

 

[8] Le versioni greche di Aquila (A), Teodozione (Θ) e Simmaco (Σ) sono riportate nell’Esapla di Origene, i cui frammenti sono tuttora custoditi in una monumentale opera dello scorso secolo (F. Field, Origenis Hexaplorum: quae supersunt sive veterum interpretum graecorum in totus Vetus Testamentum fragmenta, Oxford University Press, 1875).

 

[10] B.Vawter, “Proverbs 8:22: Wisdom and Creation.” JBL 99, 1980, pp. 205-16.

 

[11] C.F.Burney, “Christ as the arché of creation”,  JTS, 1926, pp. 160-177. Il lavoro, benché datato, è interessante per la ricchezza dei materiali proposti e per l'equilibrio delle argomentazioni riportate. L'autore tratta congiuntamente Proverbi 8,22-Colossesi 1,15-Apocalisse 3,14 applicando a Gesù Cristo il titolo di Sapienza di Dio e di Capo della Creazione. Per il verbo "quanah" l'autore mostra di preferire la traduzione "mi generò" alla versioni estreme "mi creò", "mi acquistò", "mi possedette", "mi ebbe seco".

 

[12] John Henry Newman, Select Treatises of St. Athanasius: Discours II,  Cap. XX, nota A.

 

[13] La Settanta tradusse barà (ברא)  con poieo (εποιεω o  ποιεω) in Genesi 1,1; 1,21; 1,27; 2,3; 2,4; 5,1; 5,2;...e quanah (קנה) con ektisen (εκτισευ o κτισευ) in Proverbi 8,22. Si  noti che εκτισευ o κτισευ, pur non essendo comunissimo, si trova pure in altri punti del Vecchio Testamento (ad esempio Genesi 14,19; Genesi 14,22; Salmo 33,9; Salmo 50,12; Salmo 89,13; Salmo 89,48; Salmo 148,5; Isaia 46,11; Isaia 54,16; ..) e del Nuovo Testamento (Marco 13,19; Romani 1,25; 1 Corinzi 11,9; Efesini 2,10; Efesini 2,16; Efesini 3,9; Efesini 4,24; Colossesi 1,16; Colossesi 3,10; 1 Timoteo 4,3; Apocalisse 4,11; Apocalisse 10,6).

 

[14] La persistenza di tali traduzioni è dovuta al fatto che, secondo molti teologi, la Sapienza personificata descritta dal libro dei Proverbi non sarebbe realmente la Parola di Dio ma rappresenterebbe solo un artificio letterario, una prefigurazione del Logos giovanneo. Atanasio, al Concilio di Nicea, difese invece di fronte agli ariani la tesi secondo la quale Proverbi 8,22 si riferirebbe all'incarnazione e non alla generazione del Verbo. Vedasi Atanasio, Epistula de decretis nicaenae synodi, II, 14.

 

[15] L’errore della Settanta si propagò anche ai libri deuterocanonici, dove la traduzione dell’ebraico quanah (קנה) con ektisen (εκτισευ o κτισευ = creare) invece che con ektesatò (εκτήσατό o κτήσατό = possedere, acquistare, fondare) si ritrova in vari punti (come Siracide 1,4 e Siracide 24,8)

 

[16]  Il verbo ebraico poieo (ποιεο) è usato nella Settanta e Nuovo Testamento, oltre che per tradurre l’ebraico barà (ברא) cioè creare, anche per rendere il verbo ebraico asah (עשה), che significa non solo "fare" e "creare" ma anche “stabilire”, “costituire”, “ordinare”, “istituire”... A tal proposito si veda 1 Samuele 12,6 LXX (il SIGNORE ha stabilito Mosé ed Aronne), Atti 2,36 (quel Gesù che avete crocifisso, Dio lo ha costituito Signore e Cristo) ed Ebrei 3,2 (Gesù è fedele a Colui che lo ha costituito, come anche lo fu Mosé in tutta la sua casa).

 

[17] Vedasi Atanasio, Epistula de decretis nicaenae synodi, V, 26.

 

[18] Le accuse agli ebrei di aver falsificato il testo sacro furono portate avanti, peraltro in buona fede, da molti cristiani che ignoravano la lingua ebraica e si appoggiavano solo sulla Versione dei Settanta (vedasi, ad esempio, Giustino, Dialogo con Trifone, 71-73 e 84).

 

[19] Eusebio, De Ecclesiastica Theologia, III, 1-3; Epifanio, Contro le Eresie, LXIX, 25; Basilio, Contro Eunomio, II, 20; Gerolamo, Commentario su Isaia, XXVI, 13.