GENERATO NON CREATO











SALMO 2,7 - SALMO 110,3 - PROVERBI 8,22





 

GENERATO NON CREATO

 

 

 

Generazione e creazione

Generazione sessuata e generazione asessuata

La generazione del Figlio di Dio

La generazione del Re Messia e la Settanta

 

 

 

 

 

GENERAZIONE E CREAZIONE

 

Anche se nel parlare comune i verbi "creare" e "generare" vengono talora utilizzati in modo improprio, la differenza tra generazione e creazione è notevole. L'atto di creare è opera eslusiva di Dio ma si sente spesso dire, soprattutto in senso figurato, che l'uomo crea un'opera d'arte, un'invenzione o un capolavoro musicale. Allo stesso tempo, sempre in senso allegorico, è possibile leggere addirittura nella Scrittura che Dio genera la terra e le montagne, che l'uomo genera l'iniquità e la sventura, che la concupiscenza genera il peccato e che la legge genera ira.

Se però si utilizzano le parole "creare" e "generare" nella loro etimologia originale, si ha generazione solo quando uno o più genitori danno vita ad un essere simile, mentre si ha creazione solo quando un essere vivente o una cosa inanimata vengono all'esistenza dal nulla. Dio crea e genera, gli uomini e gli animali possono solo generare. Generare è diventare il padre di qualcuno, mentre creare è fare qualche cosa dal nulla. Con la generazione viene prodotto un vivente della stessa specie (Dio genera la Parola, un uomo genera bambini, un animale genera cuccioli, un uccello genera uova che diventeranno piccoli volatili), mentre con la creazione è fabbricato qualcosa o qualcuno totalmente diverso dal creatore (Dio crea gli angeli, la luce e le tenebre, il cielo e la terra, le piante, gli animali, i pesci, i rettili e l'uomo).

Gesù Cristo è l'unico Figlio di Dio in senso naturale,  generato da Dio e di natura divina, mentre gli angeli e gli uomini sono di natura inferiore a Dio e, poiché creati, sono figli di Dio solo in senso adottivo
[1] [2].  La cosa è facilmente comprensibile se si pensa ad un re che abbia un figlio unico, principe ed erede. Se il re decidesse di adottare come figli alcuni giovani guerrieri e ministri questi non potrebbero vantare né il trono né la stessa natura regale del principe. Potrebbero essere messaggeri, rappresentanti, principi e plenipotenziari del regno ma la loro natura reale resterebbe adottiva. La loro dignità non sarebbe pertanto neppure paragonabile a quella del principe unigenito. Il termine “generato”, si differenzia pertanto dal verbo “creato” per una sfumatura per nulla trascurabile: generare o procreare significa trasmettere la vita, mentre creare significa produrre dal niente. Colui che è generato, è dello stesso “genere” di chi lo genera mentre chi è “creato” è stato “prodotto, inventato e suscitato dal nulla". La differenza tra creazione e generazione fu compresa perfino da Ario, che negava la divinità di Cristo e vedeva nella generazione del Figlio la prova tangibile del fatto che la Parola non sarebbe eterna come il Padre. Ciò che Ario non capì è che la generazione può essere tanto sessuata che asessuata, come la natura stessa insegna.

Unitari, neoariani ed antitrinitari hanno spesso considerato la differenza tra generare e creare come puramente teorica e speculativa, risentendo soprattutto di alcuni condizionamenti filosofici e patristici emersi durante i primi secoli dell'Era Volgare. Dal rifiuto di ogni differenza tra i concetti di azione creativa ed azione generativa, sono così scaturite inevitabili conseguenze logiche e teologiche alquanto eterodosse e del tutto discutibili. Il Logos di Dio è così, per alcuni, diventato un essere spirituale prodotto dal Padre allo stesso modo degli Angeli, con l’unica prerogativa di esser venuto all’esistenza prima delle altre creature celesti. La condizione divina del Verbo, chiaramente attestata dalle Sacre Scritture (Giovanni 1,1; Giovanni 1,18; Filippesi 2,6; Colossesi 2,9) è venuta quindi a coincidere solo con la sua gloriosa esistenza preumana. I concetti di Figlio Primogenito ed Unigenito sono stati poi reinterpretati in senso riduttivo per evitare ogni riflessione sull’ontologia del Verbo. Colui che è il Primo ed Unico Generato dal Padre è diventato l’Unico nel Genere, cioè l’unica creatura prodotta direttamente da Dio. Il chiaro insegnamento secondo cui Tutto è stato fatto per mezzo di Lui e senza di Lui neppure una delle cose fatte è stata fatta (Giovanni 1,3) è stato relativizzato, includendo la Parola di Dio tra le cose create, quale unica eccezione alla regola chiaramente enunciata dall’apostolo Giovanni. Si è trattato (e si tratta) evidentemente di un’analisi cristologia alternativa, che volutamente prescinde dalla tradizione della chiesa, dalla fede dei cristiani dell’antichità, dalle riflessioni dei Padri e dalle decisioni dei primi Concili, rifiutando e precludendo ogni possibile indagine sulla natura del Figlio. L’accettazione di tale schema interpretativo è evidentemente legata alle scelte logiche, filosofiche e teologiche di coloro che lo hanno costruito, elaborato ed adottato.

L'incompresione tra unitari e trinitari è comunque spesso legata ai concetti di generazione e di creazione, che sono definiti, spesso in modo circolare, solo secondo categorie ontologiche. Gli equivoci non sussisterebbero se si utilizzassero categorie economiche o funzionali: generato è il Logos, perché prodotto direttamente da Dio, mentre creato è il restante universo spirituale e materiale, perché prodotto dal Padre attraverso o per mezzo del Logos: qualificante della generazione sarebbe quindi il rapporto diretto tra Dio ed il Logos, mentre caratterizzante della creazione sarebbe invece il rapporto tra Dio e l'Universo, mediato attraverso il Logos. Se comunque pensiamo che la creazione vada intesa in senso ampio, comprendendo la produzione diretta del Logos (prima) e la creazione dell'Universo tramite il Logos (dopo) non dobbiamo cercare spiegazioni teologiche o linguistiche particolari. L'errore di molti è pensare che si possano separare i due eventi: Dio produce prima la sua Parola e tramite essa crea il Mondo e tutto questo fa parte di un'unica opera creatrice. La generazione del Verbo è diversa dalla creazione perché sgorga direttamente dalla mente dell'Eterno, senza artefici, architetti, collaboratori o intermediari.

Di fatto, Dio creò angeli e uomini e li considerò suoi figli. Sebbene la Bibbia chiami figli di Dio anche esseri creati come gli angeli (Giobbe 1,6; Salmo 29,1; Salmo 89,7) e gli uomini (Galati 4,5; Efesini 1,5; Romani 8,14), la loro figliolanza è adottiva. Gesù Cristo è invece l'unico vero figlio di Dio, generato e non creato, della stessa natura del Padre, unigenito e primogenito: la sua figliolanza è pertanto naturale. Gesù Cristo è infatti chiaramente detto Figlio Unigenito e Primogenito, cioè Figlio unico generato e primo generato (Colossesi 1,15 e Giovanni 1,14, Giovanni 1,18, Giovanni 3,16, Giovanni 3,18 e 1Giovanni 4,9). Che Cristo non faccia parte della creazione emerge chiaramente leggendo il prologo del Vangelo di Giovanni: "Nel principio era la Parola, e la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. Essa era nel principio con Dio. Ogni cosa è stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte è stata fatta" (Giovanni 1,1-3).

 

 

 

GENERAZIONE SESSUATA E GENERAZIONE ASESSUATA

 

La generazione sessuata o gamica richiede due genitori ed un rapporto sessuale per generare una nuova creatura, cronologicamente più giovane. La generazione sessuata o gamica è comune ai mammiferi, agli uccelli, ai rettili, agli anfibi, ai pesci e agli insetti ma non è l'unica forma riproduttiva inventata da Dio. La generazione asessuata o agamica non richiede invece rapporti sessuali e separa un solo essere in due entità distinte e coetanee. La generazione asessuata o agamica è frequente nei vegetali e negli organismi animali più semplici; essa può avvenire per divisione, per talea, per propagazione, per gemmazione o per divisione multipla. Nel caso in cui l’organismo sia unicellulare, il processo di riproduzione coincide con la moltiplicazione cellulare. Si tratta, comunque, di una generazione che deve essere concepita come spirituale e divina. Contro gli ariani, che insistevano sul fatto che la generazione del Figlio implicava necessariamente separazione o divisione nel divino, i Padri della Chiesa hanno sottolineato il fatto che questa generazione non deve essere concepita in modo fisico e creaturale, ma deve essere considerata come spirituale e divina, escludendo ogni idea di divisione o di cambiamento. Essa porta distinctio e distributio, ma non diversitas e divisio nell'Essere Divino.

 

 

LA GENERAZIONE DEL FIGLIO DI DIO

 

Anche se la generazione asessuata fornisce un'immagine meno distorta della generazione sessuata, non bisogna credere che la generazione del Figlio di Dio possa essere descritta con esattezza guardando solo la riproduzione delle creature.  Non vi fu un tempo durante il quale il Figlio non fosse, perché il Logos, prima di essere generato, esisteva nel seno del Padre (Giovanni 1,1; Giovanni 1,18; 1 Giovanni 1,1-2). Egli era il mistero nascosto in Dio dalle più remote età, la sapienza misteriosa ed occulta, il segreto celato da tutti i secoli a tutte le generazioni (Romani 16,25; 1 Corinzi 2,7-10; Efesini 3,5-9; Colossesi 1,26). Secondo alcuni cristiani dell'antichità (che non avevano ancora elaborato il concetto di generazione eterna), esisterebbero due momenti nel rapporto tra il Padre ed il Figlio: un momento in cui il Logos esisteva dall'eternità innato ed immanente nel cuore di Dio ed un momento successivo in cui venne generato, emanato, proferito dal Padre in funzione della creazione del mondo e stette accanto al Padre come persona distinta (Teofilo, Ad Autolico, II, 10 e 22). Tutta la cultura greca e romana distingueva senza problemi il "discorso interiore" (logos endiathetos, oratio concepta) cioè la riflessione razionale dal "discorso profferto", discorso manifestato e parlato (logos prophorikos, oratio prolata). La differenza allegorica tra logos endiathetos e logos prophorikos era peraltro nota alla tradizione ebraica già prima delle contaminazioni ellenistiche: Mosè simboleggiava, infatti, la sapienza interiore, mentre Aronne era la sapienza esplicitata, pronunciata e manifestata davanti al Faraone. Secondo l'insegnamento dei primi Padri della Chiesa, il Logos proferito all'esterno del Padre al momento della creazione del mondo era pertanto Logos proforikos, mentre preesisteva all'esistenza dell'universo, racchiuso nel seno del Padre come Logos endiathetos.

Basilio (329-379), chiarì in modo molto semplice ed efficace il concetto della generazione eterna del Logos, sottolineando come la priorità del Padre rispetto al Figlio è come quella della causa rispetto all'effetto, cioè allo stesso modo di come avviene per la luce, la quale è effetto del fuoco. I due fenomeni, collegati in modo inscindibile da un vincolo naturale, si possono distinguere su un piano logico ma non su quello temporale perché sono perfettamente simultanei. Inoltre, sempre secondo Basilio, non si può parlare di posteriorità del Figlio rispetto al Padre, perché la sua generazione è atemporale, essendo egli stesso preesistente al tempo, in quanto generato prima di tutti i secoli [Basilio, Contro Eunomio, I, 20 e II, 12-13]. Anche Agostino sottolineò come la generazione del Verbo al di fuori del tempo rese la vita del Figlio coeterna a quella del Padre, così come la processione dello Spirito Santo, avvenuta quando non esisteva il tempo, rese coeterne, uguali, incorporee, immutabili ed indivisibili tutte le persone della Santissima Trinità [Agostino, La Trinità, XV, 26, 47-48].

A ciò va aggiunto il fatto che la generazione del Verbo non portò ad un impoverimento di Dio o ad una scissione dal Padre.

 

Giustino (100-165 d. C.), parlando della Parola di Dio, osservò come “è stato più volte dimostrato……. che il Cristo, che era Signore e Dio Figlio di Dio e che già prima si era manifestato in potenza come uomo e come angelo, è apparso anche nello splendore del fuoco, come, ad esempio, nel roveto e in occasione del giudizio su Sodoma….questa potenza è indivisibile ed inseparabile dal Padre, così come la luce del sole sulla terra è indivisibile ed inseparabile dal sole che è in cielo…..si tratta di una potenza generata dal Padre con la sua forza e volontà ma non per amputazione, come se l’essenza del Padre si fosse suddivisa, come succede per tutte le altre cose che, una volta divise e tagliate, non sono più le stesse di prima ….un esempio è quello del fuoco che vediamo appiccare altri fuochi: dal primo se ne possono accendere numerosi altri senza che esso  risulti sminuito, ma rimanendo sempre lo stesso” (Giustino, Dialogo con Trifone, 128, 1-4). A proposito della generazione del Figlio, simili argomenti addusse pure il teologo alessandrino Teognosto (247-280), secondo il quale “la sostanza del Figlio non è qualcosa di apparsa dall’esterno, né fatta uscire dal nulla, ma è nata dalla sostanza del Padre, come lo splendore dalla luce e come il vapore dall’acqua. Infatti né lo splendore è il sole stesso né il vapore è l’acqua stessa, ma neppure sono qualcosa di estraneo. Né la sostanza del Figlio è il Padre stesso né gli è estranea ma essa è una emanazione (Sapienza 7,25 e Ebrei 1,3) della sostanza del Padre, senza che la sostanza del Padre subisca alcuna divisione. Come infatti il sole rimanendo se stesso non è diminuito dai raggi che si effondono da lui, così neppure la sostanza del Padre ha subito alcun cambiamento avendo il Figlio come propria immagine(Atanasio, Epistula de decretis nicaenae synodi, V, 25).

 

A tal proposito è interessante confrontare:

·        Giustino che paragona la generazione della Parola alla nascita di più fuochi da una sola fiamma (Giustino, Dialogo con Trifone, 61 e 128);

·        Taziano che paragona la Parola di Dio al fuoco di una torcia che procede dal fuoco di un'altra torcia, senza impoverirla (Taziano, Discorso contro i Greci, V);

·        Taziano che paragona la Parola di Dio alla parola di un uomo che manifesta il suo pensiero, senza impoverirlo (Taziano, Discorso contro i Greci, V);

·        Tertulliano che paragona la generazione del Logos ai raggi di luce partiti dal sole ma ancora legati al sole (Tertulliano, Apologia del Cristianesimo, XXI, 12;  Tertulliano, Contro Praxeas, VIII);

·        Tertulliano che paragona la generazione del Logos alle acque di un fiume, ancora unito alla sorgente (Tertulliano, Contro Praxeas, VIII);

·        Tertulliano che paragona la generazione del Logos ai rami e alle radici di una pianta che crescono ma rimangono ancora unite alla pianta stessa (Tertulliano, Contro Praxeas, VIII).

 

 

LA GENERAZIONE DEL RE MESSIA E LA SETTANTA

 

Della generazione del Verbo di Dio si parla chiaramente in Proverbi 8,22 (Il Signore mi ha generato all'inizio della sua attività, prima di ogni sua opera), nel Salmo 2,7 (tu sei mio figlio, oggi ti ho generato) e nel Salmo 110,3 (a te il principato nel giorno della tua potenza tra santi splendori; dal seno dell'aurora, come rugiada, io ti ho generato).

 

Nel testo ebraico di Proverbi 8,22 è usato קנה= quanah che vuol dire comprare, possedere, stabilire, fondare, formare, costruire o generare, mentre in Genesi 1,1 per creare è usato ברא = barà. La differenza tra generare e creare è semplice e comprensibile: la generazione avviene da un essere precedente, mentre la creazione avviene dal nulla. La traduzione esatta del testo ebraico è pertanto: mi possedette, mi ebbe con sé, mi generò. Tale traduzione, fu seguita scrupolosamente dalle versioni greche di Aquila, Teodozione e Simmaco che resero קנה=quanah con ektesatò (εκτήσατό = possedere da κτησις = proprietà). La Versione dei Settanta tradusse quanah (קנה) con ektisen (εκτισευ dal verbo κτιζω) cioè mi fece, mi costruì, mi fabbricò, mi edificò, mi partorì, mi diede alla luce. Pur essendo tale verbo molto efficace dal punto di vista figurato, la Settanta aprì la strada ad interpretazioni carnali e giustificò  traduzioni ariane o semiariane errate (mi creò), peraltro anche presenti in alcuni Padri della Chiesa (Tertulliano, Clemente Alessandrino, Taziano, Origene, Eusebio di Cesarea) [3] e in non poche autorevoli Bibbie antiche e moderne. La Versione dei Settanta fu quindi seguita dal Targum, dalla Vulgata Siriaca e dalla Vetus Latina. L’errore della Settanta si propagò poi anche ai libri deuterocanonici, dove la traduzione dell’ebraico quanah (קנה) con ektisen (εκτισευ o κτισευ = creare) invece che con ektesatò (εκτήσατό o κτήσατό = possedere) si ritrova in vari punti (ad esempio Siracide 1,4 e Siracide 24,8). Il primo a rendersi conto del carattere fuorviante della traduzione greca fu Dionigi Papa (259-268) che chiarì il vero significato del verbo ebraico quanah (קנה) in una lettera alla comunità di Cesarea in Cappadocia e in due lettere al Vescovo Dionigi di Alessandria. L'errore non sfuggì neppure a Gerolamo, che nella Vulgata rese Proverbi 8,22 con "Dominus possedit me in initio viarum suarum, antequam quidquam faceret a principio".

 

Il termine ebraico contenuto nel Salmo 110,3 è identico a quello contenuto nel Salmo 2,7: il significato di  ילדתיך (yldthyk) senza vocali è infatti “generare” in entrambi i casi. Le traduzioni fornite dalla Settanta e dalla Vulgata: “tu sei mio figlio, oggi ti ho generato” (Salmo 2,7) e “a te il principato nel giorno della tua potenza tra santi splendori; dal seno dell'aurora, come rugiada, io ti ho generato” (Salmo 110,3) sono pertanto legittime ed accettabili. L’applicazione  del Salmo 110,3 alla generazione del Figlio è poi testimoniata da prove antichissime risalenti al II secolo dopo Cristo (Giustino, Dialogo con Trifone, 63 e Ireneo, Esposizione della predicazione apostolica, 43). In seguito le traduzioni di Aquila, Teodozione e Simmaco (II secolo d.C) e la vocalizzazione del testo masoretico (X-XI secolo) resero impossibile la versione accreditata: il verbo ילדתיך vocalizzato si trasformò nel sostantivo “generazione” o “gioventù”. La traduzione esatta dal testo ebraico del Salmo 110,3 diventò così: “dal seno dell'alba la tua gioventù viene a te come rugiada”, perdendo larga parte del fascino messianico lasciato intravedere dalla Settanta e dai Padri della Chiesa [4].

 

 

 



[1] Si veda, a tal proposito, Atanasio, Epistula de decretis nicaenae synodi, II, 10.

 

[2] Ad un vescovo ariano, un cristiano dell'antichità replicava: "A proposito del Figlio tu dici: Se fosse uguale al Padre, certamente sarebbe identico; se fosse identico, certamente non sarebbe nato: ciò significa che, poiché [il Padre] non è generato, non è identico [al Figlio]. Potresti [però] dire che non era uomo quello generato da Adamo, dato che lo stesso Adamo non fu generato, ma creato da Dio? Se Adamo poté esistere senza essere generato, e tuttavia poté generare un essere come se stesso, non vuoi che per Dio [Padre] sia stato possibile generare un Dio uguale a sé?" (Agostino, Polemica con Massimino, Libro I, 20)

 

[3]  Clemente Alessandrino, Stromata, V, 14 (Sapienza creata per prima); Taziano, Orazione, V (Opera primigenia); Tertulliano, Contro Prassea, VI (Sapienza seconda persona creata); Eusebio di Cesarea, Storia Ecclesiastica, I, 2, 6 (Sola creatura di Dio preesistente al mondo).

 

[4]  Per il Salmo 110,3 i cristiani possono legittimamente sospettare che la vocalizzazione dei masoreti abbia tentato di indebolire la forza messianica di questo versetto. In molti altri punti della Scrittura numerosi (e clamorosi) furono però gli abbagli presi dai primi cristiani e dai Padri della Chiesa. In Isaia 53,8, ad esempio, il termine ebraico ורר (dwr), cioè generazione nel senso gruppo di persone della stessa età, fu ingiustamente tradotto dalla Settanta in senso messianico con “la sua generazione chi potrà narrarla?” invece che “tra quelli della sua generazione chi rifletté?”. Un altro errore presente in moltissime Bibbie moderne (spesso anche tratte dai testi originali) riguarda poi la traduzione dell’ebraico בר nel Salmo 2,12. Il termine בר (bar) si può infatti rendere con “figlio” solo nell’aramaico più recente, mentre nell’ebraico del tempo di Davide significava semplicemente “puro”. La traduzione corretta sembra pertanto quella fornita da Gerolamo nel salterio ebraico “adorate pure” cioè “adorate con purezza” e non quella proposta dalla Settanta e seguita dalla Vulgata nel salterio romano“Apprendete la disciplina”, anche se la lettura messianica oggi diffusa in quasi tutte le versioni protestanti “Rendete onore al Figlio”. non può essere esclusa a priori, soprattutto se si considera Proverbi 31,2 dove il termine figlio è reso con l'aramaico "bar". Non tutta la Bibbia dei Settanta si prestava poi a sostenere il  messianesimo individuale e la lettura cristiana delle profezie. Se si esclude l’esempio classico di Isaia 7,14 in cui עלמה (almah) cioè “giovane donna” venne reso dalla Settanta con παρθενος (partenos), cioè “vergine” (aprendo la strada alla profezia della nascita verginale di Gesù), molto spesso la Settanta si rivelò troppo libera e, in alcuni casi, decisamente fuorviante. San Girolamo osservò come in moltissimi punti il testo ebraico fosse decisamente più affidabile del testo greco della Settanta e della Vetus Latina (ricavata dalla Settanta). Degni di rilievo sono, ad esempio, i casi di Isaia 9,5 dove il testo ebraico porta “Dio potente” ed il testo greco “Angelo del gran consiglio”, di Isaia 42,1 dove il testo ebraico ha “mio servitore e mio eletto” ed il testo greco “mio servitore Giacobbe e mio eletto Israele”, di Daniele 2,22 dove l’ebraico ha “la luce è con Dio” ed il testo greco “il riposo è con Dio”, di Osea 11,11 dove il testo ebraico porta “dall’Egitto ho chiamato mio figlio” ed il testo greco “dall’Egitto ho chiamato i miei figli” e di Proverbi 8,22 dove il testo ebraico ha “Dio mi generò” o “Dio mi ebbe con se” ed il testo greco “Dio mi creò”.