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Verba Volant

La mia utopia verde per salvare il mondo

Io credo che l’unico modo per l’uomo di salvarsi davvero è tornare indietro, fermarsi e fare non uno ma almeni venti passi indietro. Ciò pensa anche al fatto di come vive l’uomo odierno, protetto nelle case, si sposta senza sudare, sempre coccolato e viziato da miriadi di giochini, uno così se ne frega dell’ambiente non perché è cattivo ma semplicemente perché per lui rimane un concetto astratto vago, non ha una relazione diretta, fisica, palpabile con l’ambiente. L’uomo raccoglitore-cacciatore viveva in un posto e ne dipendeva completamente, era naturale che lo sfruttasse rispettandolo perché ne faceva parte integrante: non ti metti a cagarese stai chiuso in un sacco a pelo! Bisogna tornare davvero indietro, sparpagliare la popolazione, creare delle comunità anarchiche nella natura il più possibili autosufficienti. Distruggere le grandi città, riportare la vegetazione ovunque, rinverdire, rimboscare, ridurre drastimanete l’allevamente intensivo di bovini e altri, vivere su piccola scala, cercare di essere autosufficienti rivolgendosi all’esterno solo quando manca qualcosa che non puoi fare con quello che ti cresce intorno. Questo ridurrebbe se non eliminerebbe del tutto il problema del traffico e della mobilità: se la gente vive in un posto e campa di quello che ha intorno allora non ha bisogno di spostarsi 20 kilometri che comprarsi quello che gli servi. La frutta, la verdura, tornerà a mangiare per lo più quello che la terra gli offre rinunciando quello che arriva inutilmente da lontano sostituendolo con la varietà locale. Limitare i consumi, la carta che mi serve la faccio con la canapa, i vestiti pure, diminuisco la produzione di tutto ciò che INUTILE, inquino di meno ma non rinuncio alle conoscenze acquisite per curarmi e per gestire al meglio l’integrità biologica e l’equilibrio naturale dell’ambiente, della biodiversità e in generale del rapporto dell’uomo con la natura. Dobbiamo tornare a parlare con gli alberi e chieder loro scusa se li abbattiamo spiegando loro che ne abbiamo bisogno come facevano gli indiani. Quello è un rapporto sano e costruttivo con l’ambiente che ti accoglie, ti nutre, ti sostenta, invece di sputare solo porcheria e avvelenare se stesso e, quel che è peggio, la vita di tutto il pianeta.

Lo so, è una rivoluzione di nulla rispetto a quello che abbiamo intorno e la tendenza che ha preso il mondo. Anche i numeri di persone che esistono sulla terra rendono difficile se non impraticabile un ritorno a un modello sociale-economico di autosostentamento e parcellarizzazione delle comunità in micro nuclei ottimali nell’equilibrio di sfruttamento delle risorse e rigeneramente. In questa ipotetica bilancia noi siamo pesantemente seduti dalla parte dello sfruttamenteo, se non diamo tempo al rigeneramento prima o poi l’intera bilancia si spezza e va tutto in culo!

Non so che alternative ci possono essere, non so quanto tempo ci potrebbe essere concesso per tornare a questo situazione di vera sostenibilità ecologica (non quella di cui parlano i politici che è la solita presa per il culo). Hai voglia te a fare i blocchi, a incentivare il rinnovo dell’autoparco (che parola orribile, un mostro fatto di milioni di automobili puzzolenti), a chiacchierare tanto: le generazioni future da lassù ci stanno guardando e ci dicono “ma che cazzo fate?” anche noi abbiamo diritto a vivere, non potete comportarvi così, state distruggendo tutto.

Perché puntare tutto sulla tecnologia come elemento di salvezza non ci salverà potrà solo ritardare la fine ma non la eviterà. Perché ogni volta che si inventano macchine più pulite e che magari consumano meno, invece di accontentarsi del miglioramento rispetto a prima, si finisce per usare queste macchine ancora di più (ben oltre lo stretto necessario) e così si annulla l’effetto favorevole del miglioramento tecnico. Se non riesci ad approviggionarti solo e unicamente da fonti rinnovabili senza emettere scorie sarai sempre destinato, prima o poi, a finire affogato tra i tuoi stessi rifiuti: puoi spostarli, puoi mandarli in africa, puoi lanciarli nello spazio, ma quello che toglie poi manca e se non gli dai il tempo di rigenerarsi è chiaro che lo perdi per sempre. Guarda la gestione dell’acqua nel mondo: un colabrodi che sta seccando l’intero pianeta. C’è sempre meno acqua dolce e sempre più acqua salata, ma speriamo quasi che ci inondi tutti e quei pochi che rimangono si rifugino sulle montagne e tornino a vivere come selvaggi, magari leggendosi

Perché nessuno parla della legge dell’entropia: basterebbe che spiegassero per bene, alla televisione, che cos’è e come funziona per rendere poi inutile ogni tentativo di palliativo da parte dei governi o di scienziati consenzienti. È che la gente non lo sa e non glielo faranno sapere, forse perché non lo sanno nemmeno loro: nel mondo nullo si crea, tutti si trasforma, se te prendi più di quanto ti spetta poi questo che hai preso mancherà da qualche altra parte: per forza! Lo capirebbe anche un bambino! Per dire la bicicletta secondo me, insieme forse al telefono (quello fisso ovviamente) è il massimo di tecnologia (ovviamente insieme alla stampa e alla medicina naturale non sintetica, tipo fitoterapia) è il massimo che ci dovremmo concedere. In fondo per fare una bici è vero che serva molta energia, ma una volta fatta se ne può fare un uso che dura anche cent’anni volendo con le opportune modifiche, di che altro hai bisogno se hai qualcosa da leggere, una bicicletta per muoverti, conoscenze di agricoltura biologica e perfettamente integrata nel processo biologico. Già la televisione e il computer sono strumenti che se ci pensiamo ci servono il giusto, sì forse il pc è utile per studiare e conoscere sempre meglio il ciclo naturale in modo da integrarvisi perfettamente ma forse non ce n’è neanche bisogno in fondo si può stare nel circolo anche con la conoscenza orale, i testi dei libri trasmessi, il sapere che si diffonde. Ecco, un’altra cosa che mi sentirei di concedere all’uomo è la radio, quel pochissimo di energia, magari da un fiume che scorre per poter trasmettere musica, voci, calore umano, raggruppamento tra queste comunità autosufficienti sparpagliate per le campagne.

Sì, è un’utopia ma qual è l’alternativa? La tecnologia non ci può salvare a meno che non ci trasferiamo su un’altra terra artificiale, continuando a sfruttare e sporcare altri mondi, dopo aver distrutto il nostro, oppure uno si dice: sai che? Basta! Basta, torniamo indietro. Torniamo a zappare la terra e raccogliere le bacche nei boschi. Basta tv, basta automobili, basta modernità inutile, basta gingilli tecnologici: ci lasciamo la stampa, i libri (in carta di canapa rigorosamente), la bicicletta per muoversi, la radio e ffanculo tutto il resto!

O si trova un equilibrio con la natura o siamo destinati a perire. Il problema è che questo equilibrio quando abbiamo il coraggio di dircelo in faccia com’è fatto ci sembra subito utopistico, impraticabile, impossibile, e allora per rendercelo più carino ci inventiamo un sacco di scuse per non cambiare davvero stile di vista, mantenere tutte le comodità e al tempo stesso avera la coscienza pulita perché c’hai l’ultimo autobus super lindo che invece di gas di scarico emette essenza di violette primoprimaverili! Ma chi stiamo prendendo per il culo? La Natura no di sicuro, Lei non la freghi, semmai è Lei che frega di te. Alla fine ti manda in culo, si rigenera e chi s’è visto s’è visto, t’estingue schiacciandoti come un insetto fastidioso e riprende il suo millenario tram-tram. Ci sono pure delle teoria tipo gaia che sostengono che la terra è come un organismo unitario che ha una sua coscienza, una sua volontà, un suo processo evolutivo, e magari l’uomo verrà scartato perché troppo d’ostacolo alla vita, che è in fondo l’unico grande obiettivo della Natura, non la sistematica distruzione egoistica per il proprio misero e meschino vantaggio di tutto ciò che c’è di buono al mondo. Forse dovremmo davvero lasciare il potere alle donne e vedere se ci salvano. Ma come fai a far decidere le sorti del mondo a chi non è capace di parcheggiare un auto. Va be’, sì, abbiamo ipotizzato di aver completamente rinunciato all’automobile…

 

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