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La taumaturgia e la forza del pensiero - Gli incantesimi della psiche - Le forme-pensiero collettive -Le proiezioni della volontà -

L'occulto e i fantasmi della mente - La mente: arma a doppio taglio - Ossessioni e possessioni - Il mercato delle fatture - L'antidoto per ogni superstizione -

L'importanza dell'intima convinzione - Determinismo - Libero arbitrio - Libertà - Karma - Il ruolo della volontà - Il condizionamento ambientale -

La verità sugli Spiriti liberi - I "salti" dell'autonomia relativa - Impossibilità del "libero arbitrio" - Il caso non può esistere - La dinamica del karma -

Il karma e la coscienza - La catena e il riscatto - Mantra del karma - L'ideologia della conquista amorosa - La disciplina della psiche -

La disciplina del corpo - La gelosia - La caduta delle limitazioni - Amore e "sentire"- Amore e sessualità - Castità e "sentire" -

Le conquiste cosiddette "spirituali" - Sessualità naturale - Mezzi della evoluzione del "sentire"- I segreti del cuore - 

L'istinto del "gruppo" nell'animale e nell'uomo - L'egoismo di natura e la conquista della coscienza - L'essenza del puro amore -

La famiglia del futuro - L'utopia realizzata - Il mondo dei figli - La "comune" ideale -

 

PARTE PRIMA 

TEMATICA DELLA VITA UMANA 

 

 

La taumaturgia e la forza del pensiero

   

 

In antico, quando gli uomini credevano alle favole, i re erano considerati semidei, possessori di qualità taumaturgiche.

Non di rado, infatti, alla presenza dei re fra il popolo avvenivano guarigioni miracolose.

Ammessa l'esistenza di poteri taumaturgici nell'uomo, non è incredibile che qualche re ne fosse dotato. Semmai è incredibile che l'essere re implicasse essere taumaturgo: tanto incredibile quanto che l'essere taumaturgo implichi necessariamente essere re. Siccome le guarigioni avvenivano invece con tutti i re che si sono succeduti finché l'usanza è stata seguita, la logica fa concludere che quando i sovrani non erano dotati di poteri terapeutici le guarigioni avvenivano per l'altro meccanismo della taumaturgia: la fede. « Donna, la tua fede ti ha salvata» dice il Cristo alla donna guarita dall'emorragia, confermando così che talvolta è la fede ad operare il miracolo. Dico talvolta perché, talaltra, invece lo stesso Cristo sentenzia: « Sia fatto come tu chiedi» cioè è Lui l'operatore: il questuante è solo l'oggetto dei Suoi poteri.

L'errore che voi comunemente fate, studiando certi fatti paranormali, è quello di credere che un dato tipo di fenomeni abbia una sola spiegazione. Ho detto « paranormali» cioè quasi normali ma non ancora anormali. Ora, il concetto di normalità deriva da definizioni, misure oggettive?, o semplicemente da una statistica?, o da un metro individuale? Per quello che ci interessa non sapremo mai quando una guarigione è avvenuta ad opera di un medicamento o della fede nella medicina, pur restando essa una normale, usuale, naturale guarigione. Se poi per « paranormale « s'intende che cosa sta al di là  del mondo umano, allora paranormale non è la guarigione ma è la ragione per la quale il malato è guarito.

E paranormale è anche la ragione per la quale il malato è morto. Ma non di questo parlerò, perciò vada per il "paranormale".

 

C'è uno strano meccanismo all'innesco dei poteri paranormali negli individui. «Datemi un leva, un punto di appoggio e solleverò il mondo» pare abbia affermato Archimede. Il punto di appoggio dei poteri paranormali è la convinzione che altri agisca al posto del vero attore.    

 

Ecco un mistico ben visto dal Padreterno: le sue preghiere sono sempre ascoltate, le vostre no! Se volete andare sul sicuro, rivolgetevi a lui ed avrete la grazia. Ma non è tutto: lui stesso non ha alcun potere; è qualche divinità che fa il miracolo. E il bello è che lo fa davvero.

Chi è che muove mobili e suppellettili in una seduta spiritica? Gli spiriti. Il medium non c'entra. E chi è che piega chiavi e cucchiai e conferisce facoltà telepatiche? Gli extraterrestri. Chi invia messaggi da altri pianeti che ammoniscono l'uomo a non fare il birichino e a non rompere il delicatissimo equilibrio  delle sfere cosmiche? Sempre gli extraterrestri, e senza nemmeno pagare le spese postali!    

Non crediate di ravvisare in tutto  ciò un atteggiamento psicologico riconducibile alla megalomania. « Quale megalomania? - qualcuno può chiedere, - se chi agisce ne attribuisce il merito ad altri? «.

Un uomo che rappresenti se stesso, che agisca in proprio, per quanto grande voglia apparire non riuscirà mai a sembrarlo come chi dice di rappresentare una Divinità, uno Spirito che tutto sente e vede, o una legione di esseri divinizzati da una scienza ed una tecnica giunte a tutto potere perché a tutto sapere. Ma la megalomania non c'entra, o almeno c'entra, solo nella malafede; negli altri casi, il meccanismo di transfert della paternità dell'azione è un catalizzatore insuperato, e voi non avete idea di quante volte l' uomo se ne serva inconsapevolmente nella vita di tutti i giorni. 

 

Gli incantesimi della psiche

 

La leva psicologica non esiste solo per chi ha poteri paranormali e soprattutto non ha solamente effetti attivi ma li ha anche passivi, autolesivi: ed  ecco i perseguitati dalla sfortuna, le vittime del maleficio, gli appuntaspilli del Padreterno.

E' come una sorta di reazione a catena. Basta una serie di fortuite circostanze e il poveretto si convince d'essere vittima di una persecuzione, e diventa il persecutore inconscio, ma non perciò meno spietato, di se stesso. Se poi per ventura possiede dei poteri paranormali, allora gli effetti si moltiplicano anche sul piano concreto e la sua convinzione diventa convinzione anche degli altri. E non crediate che per rompere l'incantesimo basti svelare il meccanismo, così come io adesso ve l'ho svelato; giammai! Talvolta una sorta di masochismo lega la vittima al suo ipotetico « possessore «; talaltra la malattia, o la sfortuna, o la possessione, diventano comodi alibi per la propria incapacità o la propria pigrizia; per non parlare poi della solidarietà che le vittime ricevono, almeno a parole, da parte dell'altrui considerazione. Solidarietà che è sempre gradita e alla quale è difficile rinunciare.

Per questi motivi, ed altri, chi ha abbracciato una spiegazione vittimistica della propria esistenza difficilmente vi rinunzia. La psiche umana è un apparato estremamente proteiforme ed è assai difficile smuoverla dall'indirizzo che ha preso; più difficile che indirizzarla.   

 

Ci pensino i propugnatori della libera educazione dei fanciulli. E' giusto non creare complessi ai giovani, ma è anche giusto insegnare l'autodisciplina, perché controllarsi significa spostare la propria attenzione anche al di fuori della sola propria persona, rivolgere il proprio interesse anche ai diritti e alla vita degli altri. Se questo sia o non sia giusto, non importa che lo dica il mistico o il moralista, basta il sociologo. O la società umana è un assembramento di individui che ha lo scopo di far prevalere il più forte, il più dotato sugli altri, così come avviene per certi animali che vivono in gruppi; ma allora, chi si assume il comando sia capace e soprattutto abbia senso della responsabilità; oppure la vita nella società ha lo scopo di dare al singolo la coscienza dell'unità nella pluralità, in funzione della collettività.   

 

Questo è il vero scopo, ed è talmente evidente e attuale, nel presente momento, questa sorta di iniziazione generale e generalizzata, che anche gli insegnamenti etico-spirituali, che una volta venivano dati da poche Guide per molti uomini, ora affioreranno nell'intimo di ognuno. E vi assicuro che quella che possiamo chiamare l'unitarietà della dottrina non ne soffrirà più, di quanto non ne abbia sofferto in passato quando, pur essendo poche le fonti, moltissime e disparatissime erano le interpretazioni.

 

E' il momento in cui il protagonista della storia è il singolo, con la sua propria consapevolezza. Non per nulla in questa direzione, a questo scopo mirano le nostre comunicazioni. Miriamo, fra l'altro, a darvi quella autonomia di giudizio e di comportamento propria di chi ha le idee chiare: chiarezza di idee che viene anche, se non soprattutto, dalla conoscenza. Chi conosce, sa, fra l'altro, che non si sfida impunemente la sentita riprovazione di molti se non si è adeguatamente corazzati. Naturalmente non parlo degli ostracismi che vengono fatti a danno di chi non gode la simpatia dei più: parlo di quegli effetti che potremmo definire "magici". 

 

Le forme-pensiero collettive

 

Vedere quell'uomo? Di lui si direbbe che è il ritratto della serenità. Sì, la sua vita è quella di un gaudente; lui non conosce le sofferenze del cilicio e della penitenza, forse perché ha capito che Dio non va temuto e che non serve genuflettersi per sembrare degli agnelli quando, nell'intimo, si è belve fameliche. Con la sua mania di dire la verità  e ciò che pensa, si è beccato la scomunica. Ma a lui la scomunica non fa paura. Lui sa che Dio non è al servizio degli interessi degli uomini avidi e che la « scomunica non sale al cielo» come sentenzia un vecchio proverbio sulla fauna equina.

Si può comandare al sole di splendere solo su certi e lasciare all'oscurità altri?  

Ma che accade? Il sorriso di sicurezza del « nostro « si smorza: i suoi affari incontrano difficoltà impreviste, incidenti gli accadono, rovesci di fortuna. Veramente si direbbe che il Padreterno volesse sculacciarlo! Ma fermiamoci qui, fermiamoci cioè prima che la leva psicologica entri in azione ed il poveretto decreti o la sua rovina o il suo rientro in seno a  Madre Chiesa.  

 

Se si esclude il meccanismo della leva psicologica, capace di innescare poteri paranormali in chi li possiede e di provocare effetti psicocinetici punitivi, che cosa è stato che ha fatto troncare il sorriso di sicurezza dello scomunicato?, che ha aperto la prima falla attraverso la quale nel suo animo si è insinuato il dubbio? Fortuite circostanze avverse? Certo, possono essere casuali  coincidenze. Ma può essere stato qualcos'altro: possono essere stati gli effetti della catena di pensieri creata dalla opinione pubblica contraria.      

Ripeto: non si sfida impunemente la sentita riprovazione di molti se non si è adeguatamente protetti. La condanna da parte dell'opinione pubblica, che si mantenga sostenuta nel tempo, è fatale per il condannato. Ripeto: non parlo delle forme-pensiero inconsciamente emesse dai condannatoti. Le psicopatie a cui sono soggetti coloro che si diversificano dai modelli della società nella quale vivono, e che per la loro diversità sono condannati, non traggono origine unicamente dalle difficoltà di inserimento nell'ambiente sociale, ma traggono origine anche dalle forme-pensiero ostili che li avvolgono e che, negli elementi sensibili, provocano profonde depressioni. 

 

Le proiezioni della volontà

 

Il pensiero è qualcosa: è un canale di manifestazione, di attività del pensatore così come lo è l'azione nel piano fisico. E come l'azione nel piano fisico può portare o non portare i voluti effetti in dipendenza di molti fattori - non ultimi fra i quali quelli karmici - così è del pensiero. In ogni caso, indirizzare dei pensieri intenzionali nei riguardi dei propri simili non è mai un atto che cada nel vuoto.       

Spero che quello che vi dico vi stimoli ad aiutare i vostri simili almeno con il pensiero e non insegni, invece, ad abbreviare la fine di un ricco nababbo a chi ne sia l'erede universale.     

Disilludo subito chi intendesse servirsi della forza del pensiero per questo fine. Il desiderio passionale annulla la proiezione della volontà; così come temere che  una cosa accada, o desiderare che non accada, ne facilita l'accadere. 

Perciò il nostro impaziente erede, con i suoi desideri e pensieri intenzionalmente mortiferi, otterrebbe lo scopo di allungare la vita del suo generoso testatore: effetto opposto a quello desiderato.

 

Queste cose vi dico perché siate consapevoli di quello  che ognuno di voi può scatenare, provocare. Perciò, abbiate senso di responsabilità; non siate canali di pensieri grevi, apportatori di risentimento, ma siate creature che, anche senza volerlo, esaltano le doti migliori di chi le avvicina; che con

l'esempio della loro vita sono modello di riferimento per chi

preferisce le azioni alle professioni di fede; che pur possedendo doti meravigliose non le ostentano e preferiscono l'anonimato alla gratificante popolarità.

 

                                                                                                                                                                                                                 KEMPIS

 

 

L'occulto e i fantasmi della mente

 

 Fortunatamente, mettere a disposizione dell'umanità un mezzo di cui gli uomini si possono servire per i loro fini non rende responsabili del danno che, con quel mezzo, si può procurare: la  responsabilità è tutta di chi lo usa male.   

Questo vale non solo per le scoperte scientifiche ma anche per le ideologie. Chiaramente il discorso cambia per le ideologie che in sé contengono propositi di aggressione e di violenza; ma quando una concezione filosofica, una fede religiosa, pur improntate ai buoni rapporti fra gli uomini, diventano invece motivo di divisione, di fanatismo, di odio, non può essere fatto carico di tutto ciò a chi quelle filosofie e quelle religioni ha inventate.

 

Invero questo è molto confortante per noi che, manifestandoci con un mezzo paranormale, indubbiamente abbiamo contribuito a  rafforzare quanto meno la credenza in quel mondo, anche se ciò non era e non è il nostro scopo. Tuttavia, anche se non abbiamo nessuna responsabilità per quello che in nome del paranormale l'uomo riesce a estorcere, ci sentiamo il dovere non solo di mettere in guardia gli ingenui contro i    disonesti, che in fondo si trovano in ogni campo dell'attività umana, ma proprio contro certe credenze superstiziose che sopravvivono come parassiti della scienza occulta e di cui si servono i disonesti per portare a termine le loro frodi.  

 

Se esiste la possibilità di ricevere messaggi intelligenti da una dimensione sconosciuta, se si producono fenomeni che sembrano contraddire le leggi conosciute della materia e confermare l'esistenza di un mondo ultramateriale, ciò non vuol dire che sia vero tutto quel mondo  di tenebra e di paura, di malocchi, di incubi, di streghe e di fantasmi tanto caro agli amanti del brivido, agli sfaticati, a quelli che cercano un pretesto per star male e far star male per qualche loro ragione psicologica.

 

La mente: arma a doppio taglio

 

La mente dell'uomo è uno strumento meraviglioso ma, proprio per questo, capace di assecondare in modo genialmente perfido le nascoste, inconfessate intenzioni e aspirazioni di creature deboli e squilibrate.    

Una volta, parlando dei fantasmi della mente, ebbi occasione di dire che solo il dieci per cento del dolore provato dall'uomo è dovuto al corpo fisico: il resto è conseguenza dei fantasmi creati dalla mente. Ebbene, ad essere precisi, anche quel dieci per cento dovrebbe essere suddiviso fra le malattie non volute e quelle volute dall'uomo e quindi procurate dalla sua mente.  

 

François Broussais afferma di avere constatato che, durante le epidemie di colera, erano più soggetti ad essere contagiati coloro che avevano paura di ammalarsi di coloro che si sentivano immunizzati; e più recentemente ha avuto la prova che perfino infermità causate da fatti traumatici, quali ad esempio cadute, hanno sovente all'origine una mancanza di reazione istintiva muscolare con cui l'organismo normalmente ne riesce a uscire indenne da percosse per cadute e incidenti. A tacere poi delle malattie organiche,  nelle quali gioca il venir meno delle difese naturali per effetto di una inconscia volontà di ammalarsi.

 

Non vi deve sembrare incredibile tutto ciò. Analizzatevi: quante volte vi sentire stanchi, di cattivo umore, depressi, senza che vi sia una ragione oggettiva; quante volte attribuite la causa della vostra scontentezza a situazioni che possono anche essere di fatica, non piacevoli, ma che obbiettivamente non sono così drammatiche da causare un annientamento quale lo provate. Rendetevi conto che, molto spesso, c'è quasi un bisogno di soffrire; molto spesso si vuol soffrire per soddisfare una necessità psicologica. Non sto dicendo una cosa nuova: sto solo affermando che questa sorta di masochismo è più diffusa di quanto si creda, anche se non raggiunge livelli evidentemente patologici.     

Le ragioni possono essere molte, dalla ricerca di espansione per un senso di colpa alla volontà di mettersi in evidenza, al bisogno di colmare un  vuoto interiore, e via dicendo. Ripeto: la mente dell'uomo è uno strumento meraviglioso, ma che, se non saputo dominare, può diventare un raffinatissimo strumento di tortura o condurlo in una dimensione che non stento a definire da incubo, sia per l'angoscia che fa provare, sia perché ben poco ha di oggettivo e tanto di fantasioso sogno.      

La mente dell'uomo è il vero  mondo dei fantasmi, delle possessioni, del terrore e della magia nera. 

 

Ossessioni e possessioni

 

Lo stesso contributo che abbiamo dato a far credere in una dimensione ultramateriale lo vogliamo dare a distruggere la convinzione che in questa dimensione vi siano spiriti e diavoli pronti a impossessarsi di voi al minimo comando di chicchessia e possedervi per la vostra rovina.    

Certo, nel cosiddetto " aldilà " ci sono anche entità di esseri che non sono stinchi di santo, ma sono nella loro dimensione e non possono interferire nella vita degli uomini.

Il male che può venirvi non vi viene dagli spiriti e neppure dai diavoli; può solo venirvi dagli uomini e, a ben guardare, solo da voi stessi.    

Sì, l'ho già detto un'altra volta, ma torna utile ripeterlo: nessuno può, soffrire senza ragione del male che gli viene da un suo simile, né può avere tanta libertà  da sacrificare un suo simile se il suo simile non debba essere sacrificato. E se si deve subire un dolore ad opera di qualcuno è perché quel dolore lo si doveva patire a pareggio di quello che, in precedenza, in un tempo non raggiungibile dalla memoria, abbiamo fatto soffrire. Perciò quel qualcuno è solo lo strumento del male che facemmo, in ultima analisi, solo a noi stessi.

 

Una domanda che viene fatta a chi crede nel mondo degli spiriti, come lo chiamate, è se sia possibile che l'uomo sia posseduto da un fantasma. La risposta è affermativa: un fantasma, ma della sua mente! Nessun altro può possederlo in forma ossessiva.

Per la totalità dei casi di persone che si dicono preda di spiriti, gli spiriti non c'entrano affatto; c'entrano invece le creazioni della loro mente che assurgono a manifestazioni isteriche. Anche quando si hanno manifestazioni paranormali, quali spostamenti di oggetti, pronuncia di lingue sconosciute al posseduto, odori nauseabondi, eccetera, è solo vero che il posseduto ha facoltà paranormali che mette in opera nello psicodramma di ossesso che sta vivendo; niente altro! Lo spirito che lo possiede è creato dalla sua mente per una di quelle ragioni che fanno ammalare altri e che, in fondo, in un senso o nell'altro, muovono, fanno agire tutta l'umanità.

L'esorcismo è solamente un mezzo attraverso al quale, talvolta, il posseduto si convince che chi lo possiede viene scacciato, e quindi guarisce. Raggiungere una tale convinzione dipende da molti fattori, ma tutti riguardano sempre il riscontro psichico del posseduto, ed ogni caso è un caso singolare. 

 

Il mercato delle fatture

 

E le malie, il malocchio, le fatture?, cioè la possibilità che avrebbero alcuni di farvi soffrire a distanza usando poteri occulti? E' una possibilità di gran lunga minore di quella che avrebbero usando un'arma o giocando sulla vostra debolezza psicologica. Teoricamente è possibile che chi è dotato di un potere paranormale, come per esempio una forte capacità ipnotica, riesca a farvi star male e, facendo leva poi sulla vostra autosuggestionabilità, farvi ammalare veramente. 

Ma quanti sono gli ipnotizzatori capaci di agire senza contatto diretto col soggetto?, e, fra questi, quanti si votano ad una simile attività? E forse quei disonesti mercanti che si dicono capaci, a pagamento, di procurare avversa fortuna a chi odiate, possono accendere in sé una specie di carica di odio verso chi neppure  conoscono tale da esteriorizzare, qualche rara volta, la propria volontà e produrre qualche effetto concreto? Che buchino pure bambole di stoffa e simulacri di cera! L'unico effetto certo che riescono a produrre è fare un buco nel portafoglio dei loro ingenui clienti. Anzi, c'è un altro effetto certo, ed è quello che ricadrà su loro, su  chi fa magia nera; è un effetto che colpisce anche quando non si ha nessuna capacità perché basta l'intenzione a scatenarlo, ed è il vero contraccolpo.   

 

Quando qualcuno vi dice: e Tu sei vittima di una fattura che posso annullare, se mi paghi» e voi ci credete, datemi ascolto: spendete quel denaro andando dallo psichiatra. E non mi portate a riprova il fatto che vi sentite male, che la vostra vita sociale, il vostro lavoro non vanno come vorreste: domandate in giro a quante sono le persone soddisfatte della loro salute e della loro vita e vi renderete conto che, se la ragione fosse quella, ci sarebbero più fatture che uomini. Inoltre, esteriorizzare la propria volontà quando questa facoltà non è data dall'evoluzione, e quando lo si fa per danneggiare, conduce irrimediabilmente alla pazzia. Perciò l'umanità sarebbe un manicomio assai più di quanto lo sia. 

 

L'antidoto per ogni superstizione

 

Datemi ascolto: statevene tranquilli, non temete il mondo occulto; se mai, abbiate paura della vostra mente. Lì sono i fantasmi che vi perseguitano, lì le maledizioni che non vi danno pace, lì le pozioni che vi fanno  cadere ammalati.  

E come fare a non cadere in una simile autosuggestione? Innanzitutto non credendovi e, meglio, convincendosi di essere inattaccabili.  

Il punto più debole e più vulnerabile della vostra persona è la parte psichica. Uno psicologo capace può manovrarvi come vuole ed operare una vera fascinazione. Queste sono le fatture che dovete temere! Non fate opera di autosuggestione a danno di voi stessi ma, semmai, per caricarvi di ottimismo e di convinzione di riuscire.  

Per tutti ci  sono dei periodi nella vita in cui vi sono più problemi di quelli che si prospettano in altri, ma questo non significa che qualcuno vi ha lanciato una maledizione. Quando vivete periodi faticosi, siete tesi e mettete in relazione i fatti che vi preoccupano con qualche circostanza che, secondo la superstizione, reca avversa fortuna; ora, non è che i venerdì 17 o i gatti neri che vi attraversano la strada non ci siano anche quando la vostra vita si svolge più serenamente ma è che allora non ci fate caso; mentre, quando soffrite automaticamente siete tesi a ricercare la causa della vostra sofferenza e siete portati a identificarla anche nelle spiegazioni più assurde, se non ne trovate altre più credibili. 

 

L'importanza dell'intima convinzione

 

Ancora ribadisco l'importanza dell'intima convinzione nella riuscita della vostra attività; e l'intima convinzione è tanto più determinante quanto più siete impegnati ai limiti delle vostre possibilità. Un atleta impegnato a superare un record, se non crede alla sua possibilità di farlo non lo farà mai. Quando attraversate dei periodi difficili, le vostre possibilità diminuiscono molto ed è come se agiste a livello di superamento di record; perciò può accadere che non riusciate anche nelle cose che normalmente fate senza pensare. Tale è la spiegazione della sfortuna che sembra perseguitarvi.  

 

Siate ottimisti e fiduciosi; tanto, le cose che debbono necessariamente accadervi nessuno può  stornarvele, e quelle che ricadono nella probabilità che invece possano essere evitate è più facile che le evitiate con l'ottimismo che con la paura.     

Datemi ascolto: bruciate la convinzione nella potenza dei maghi, streghe e fatture, onnipotenti solo nel regno dell'ombra, del sogno e della fantasia. Abbiate fiducia in voi stessi.

Nessuno può darvi ciò che non riuscite ad avere, a fare vostro. Liberatevi dalla superstizione!  

Il mondo dell'occulto, la dimensione ultramateriale non esiste per soffocare l'uomo ancor più, ma per fargli superare i limiti del mondo materiale, per aprirgli nuovi spazi e nuove possibilità.

Aiutateci a suonare quelle campane che, all'alba, coi loro rintocchi, fugano i fantasmi della notte e sprofondano nel nulla, quali inesistenti realtà, incubi e paure, retaggio di tormentati sogni.

                                                                                                                                                                                                              KEMPIS

 

 

 

 

Determinismo - Libero arbitrio - Libertà - Karma

 

 Il vero sapiente potrebbe tranquillamente affermare: « Fatemi una sola ammissione e vi dimostrerò che Dio esiste «.

In effetti, quanto esiste costituisce un sol Tutto a tal punto inscindibile che, da qualunque parte lo si attacchi, di legame in legame, di conseguenza in conseguenza, fa compiere il giro completo dell'Esistente. Non c'è atomo, nel vero senso termine, che sia assolutamente isolato, che sia indipendente. Una catena di dipendenze lega ogni parte, ogni elemento, ogni unità che costituiscono il Tutto e li lega non solo di fatto ma anche in senso logico; anzi, la dipendenza di fatto esiste in conseguenza del legame logico. E siccome tutto quanto  esiste è Manifestazione di Dio, seguirne lo svolgimento logico non può che portare alla constatazione dell'Esistenza Divina.

 

Eppure ci sono stati insigni pensatori che hanno interpretato la dipendenza nella successione degli eventi in modo diametralmente opposto. A cominciare da Democrito fino ai positivisti, ai neopositivisti, ogni fenomeno, ogni evento, ogni avvenimento è secondo loro meccanicamente e necessariamente causato da un altro precedente; ma tale legame, tale dipendenza, che può logicamente sussistere solo se la Realtà è un sol Tutto, non la loro concludere c'è questo Tutto si possa identificare con la Divinità, e quindi abbia un'origine ed uno scopo; bensì li conduce ad escludere dalla Realtà ogni finalismo e a vederne, all'origine, il caso.   

 

Una siffatta conclusione, se fosse giudicata con il criterio di  quei pensatori, che esclude ogni alternativa, li dipingerebbe come persone prive di logica e di spirito di osservazione; tenendo invece presente la visione limitata della realtà limitata che essi hanno presa in considerazione, si può capire il loro errore concettuale.    

Certo, anche animati dalla più ampia indulgenza, non si può fare a meno di chiedersi come si possa escludere il finalismo dallo svolgimento degli eventi umani e naturali. Escluderlo, infatti, non significa escludere solo che  tutti gli avvenimenti perseguono fitti voluti dalla divina provvidenza - questo lo escludo anch'io, che pure mi considero  finalista - ma significa escluderlo in senso assoluto, cioè credere che tutto quanto si realizza sia senza scopo, che tutto sia casuale. Difatti, o tutto è così veramente (ma come si spiega, per esempio, la possibilità dell'uomo di raggiungere un suo  fine personale, o il fine raggiunto dalla natura con la riproduzione?) oppure, se si ammette la possibilità che si realizzi anche un solo avvenimento per un fine, allora, per la logica, ll determinismo è relativo e, per la logica, non si può escludere che eventi o avvenimenti di una portata che sfugga all'osservazione diretta dell'uomo possano perseguire anch'essi un fine.

 

Un'altra affermazione dei deterministi è, come ho detto, che ogni avvenimento è meccanicamente causato da un altro precedente, cioè l'esistenza di una catena di cause e di effetti in forza della quale tutto accade e che non lascia posto a possibilità non realizzate, in quanto tutto è inderogabile necessità, dunque assenza di libertà, di autonomia anche relative.  

Affermare che una cosa è possibile significa non escludere che possa realizzarsi il contrario. Tuttavia, secondo certi pensatori deterministi, possibilità è solo realtà, perché si realizza solo ciò che è veramente possibile. Una possibilità logica o concettuale non diventa possibilità di fatto, non perché qualcuno non la realizza, ma perché c'è qualche fattore che la rende irrealizzata; perciò, non potendosi realizzare, è impossibile. E'come se qualcuno si ponesse a monte della chiusa di un fiume e dicesse: « Solo questa è l'acqua che poteva passare perché solo questa è passata «. Certo, date quelle condizioni, cioè data quella apertura della chiusa, solo quell'acqua può passare:

ma le condizioni sono rigidamente fisse, o alternabili? E qui il problema si ripropone, cioè il discorso rimane logico solo se si postula una realtà deterministica, altrimenti no; quindi in se stesso non può servire a dimostrare che la realtà sia di tipo deterministico.    

 

Ma al di là di sottili disquisizioni filosofiche, veramente una catena di cause e di effetti rende fatale ogni avvenimento?, oppure c'è, sia pure in modo relativo, e non sempre, la possibilità di variare? Continuando a giocare con la filosofia, potrei rispondere: «Sì, ogni avvenimento ha una causa» e non sbaglierei. «Tutto è karma» dicono gli orientali. Se una cosa è accaduta, con gli elementi che sono entrati in gioco, non poteva non accadere. Ma è chiaro che, fra gli elementi, può esservi anche la volontà e quindi la scelta di qualcuno. 

Tuttavia, se la scelta è stata quella che è stata, esiste un motivo, qualcosa che ha fatto pendere l'ago della bilancia da una parte piuttosto che dall'altra. Fra due o più possibilità, quella che viene scelta indubbiamente ha un motivo in più di attrattiva rispetto alle altre; diversamente, solo tirando a sorte si potrebbe decidere. In fisica, forze eguali e contrarie si elidono.         

Se le possibilità egualmente premessero, il soggetto rimarrebbe immobile, come l'asino di Buridano insegna. Ma se una possibilità preme più delle altre, indubbiamente c'è una catena, c'è una causa; causa che, a sua volta, è legata ad un'altra, e così via.

 

Il ruolo della volontà

 

Ad esempio, se fra la possibilità di passare la serata in casa o di andare al cinema, si sceglie la prima, c'è una ragione . Supponiamo che sia la stanchezza. Ma anche la stanchezza ha un suo motivo, e via dicendo. In sostanza sembrerebbe che avessero ragione i deterministi a tal punto che il determinismo, dagli avvenimenti dell'Universo, si estenderebbe alla vita dell'uomo, così che non esisterebbe libertà di scelta.    

Supponiamo che sia vero - come è vero - che tutto è legato, determinato da qualcosa che sta a monte; non c'è dubbio, l'effetto è conseguenza della causa; però esiste una catena di cause e di effetti che riguarda il mondo materiale, una che riguarda il mondo delle sensazioni, una che riguarda il mondo mentale, e così via; ed è proprio dalla interconnessione di questi mondi che i soggetti che vivono tale interconnessione trovano la possibilità di sottrarsi alla catena deterministica di un mondo o dell'altro.     

 

Se alla possibilità di passare la serata a casa, per riposarsi, si aggiunge il pensiero che ciò dispiace ai propri familiari che vogliono distrarsi, indubbiamente si introduce nella serie di cause che riguardano l'attività del corpo fisico una ragione che va contro lo svolgimento naturale a cui quelle cause porterebbero; si introduce cioè un elemento di altra natura che va a turbare l'ordine logico delle cose e che consente di svincolarsi dalla catena deterministica di un certo mondo.       

 

Mi si obbietterà che un uomo stanco, il quale rinuncia al riposo per assecondare il desiderio dei suoi familiari, soffoca il suo, quindi subordina il suo agire al volere degli altri e perciò non è affatto libero. D'altro canto, anche se seguisse il suo desiderio di rimanere in casa, la sua scelta sarebbe determinata dalla necessità del suo corpo, perciò per libertà si può solo intendere possibilità di sottrarsi agli effetti di una rigida catena di cause dello stesso genere che imporrebbero una condotta diversa da quella che si riesce a tenere.     

Libertà non è possibilità di fare ciò che si vuole nel senso di ciò che si gradisce (che è pur sempre conseguenza di una necessità) ma possibilità di sottrarsi ad uno stato di necessità. Ecco perché è la volontà che rende liberi. 

 

Il condizionamento ambientale

 

Il discorso, poi, delle condizioni esterne di tipo sociale od altro che possono vietare di tradurre in atto la propria volontà è successivo, secondario rispetto a ciò che si deve intendere veramente per libertà, che, ripeto, non può significare possibilità di scegliere al di fuori di ogni influenza ma possibilità di indirizzare la propria attività, la propria vita, facendo prevalere la catena di cause, di motivi, di ragioni, ora di un mondo e ora dell'altro. Questo rappresenta la libertà dell'uomo o quello che l'uomo ha di più simile alla libertà, perché gli consente di sottrarsi ad un rigido meccanicismo materiale.

 

Certo, affermando che tutto è uno, come dicevo all'inizio, è affermare che una catena di dipendenze lega ogni parte, ogni elemento, ogni unità che costituiscono il Tutto; e li lega non solo in senso spaziale ma anche in senso temporale di successione. Perciò, per quanto riguarda gli effetti esteriori della libertà individuale, non si deve pensare che esista una indipendenza di vita degli esseri, in cui ognuno a suo capriccio possa fare ciò che vuole.

Primo: nessuno è dotato di libertà assoluta.

Secondo: anche nell'ambito della libertà relativa, tutto è costruito in modo che nessuno venga a patire ingiustamente delle scelte di un altro.

Nè può essere diversamente da così: quella che potrebbe infatti sembrare una maggiore libertà dell'individuo, cioè la possibilità di fare tutto ciò che si può fare fisicamente, si tradurrebbe in pratica in una restrizione della libertà generale a favore di pochi prepotenti che prenderebbero il sopravvento.

 

La verità sugli Spiriti liberi

 

Consentitemi di aprire una parentesi che in  qualche modo è attinente all'argomento libertà, anche se non si tratta di libertà degli uomini ma dei trapassati. Fra gli spiritualisti è diffusa la convinzione, per altro indotta dai loro "istruttori", che l'entità, lo spirito, l'essere disincarnato di una certa evoluzione scelga le sue reincarnazioni future. La sua libertà sarebbe tale da consentirgli una simile scelta.

Già una volta sono entrato in argomento, ma temo di non essere stato sufficientemente esplicativo. Perciò vi ritorno, facendo appello al senso critico e alla logica di chi mi ascolta e ricordando agli spiritualisti che essere tali non comporta automaticamente dover abbandonare il buon senso e il raziocinio, perché la Verità è essenzialmente logica e convincente. Allora, giudichiamo una tale affermazione per quello che è in sé, sottraendosi alla suggestione che può esercitare la sua provenienza da presunte alte sfere spirituali.

 

Si dice che ogni entità di ragguardevole evoluzione sceglierebbe la sua successiva incarnazione cioè esaminerebbe l'ambiente, le persone, le esperienze che le sue possibili incarnazioni offrono, e deciderebbe per quelle che più gli si confanno, né più né meno di come si fanno acquisti al mercato. In una simile affermazione non si tiene conto che chi sceglie non è il Re dell'Universo, che ha di fronte a sé varie vite su cui far cadere la sua scelta, potendo farlo poiché tutti gli altri sono al suo servizio. Una vita, come ho detto, comprende incontri con altri, appartenere ad una famiglia, e così via, e quindi non può essere scelta da un singolo come se si realizzasse per lui solo. E se non sceglie quella vita ma un'altra, che ne è di quella che, evidentemente, è già stata scelta da altri? Viene a mancare di un personaggio? Ma in tal modo verrebbero a modificarsi le condizioni per le quali è stata scelta dagli altri personaggi; perciò, forse, rimarrebbe fra le offerte:

"Per rimanenza di magazzino, occasione vantaggiosa. Offresi vita come figlio unico di madre vedova. Evoluzione notevole assicurata"! 

Vi rendete conto  quanto sia illogico tutto ciò? Questo discorso mi serve anche per farvi riflettere che la libertà non può essere assoluta e che non potrà mai darsi che qualcuno possa arbitrariamente costringere altri, se non sono gli altri che debbono essere costretti; perché, ripeto, diversamente da così, quella che sembrerebbe libertà sarebbe solo prepotenza di pochi. Perciò, se così  è, tutto non può essere che ordinato e misurato. Niente può essere lasciato alla scelta inconsulta di chicchessia, che infine porterebbe ad un caos generale.

D'altra parte, questo non significa che non vi sia un margine di libertà individuale, altrimenti non sarei qui a criticare il determinismo. 

 

I "salti" dell'autonomia relativa

 

Ci fu un filosofo che lo criticò affermando che la distinzione della scienza in chimica, fisica, biologia, eccetera, non deriva da una convenzione opinabile, bensì dal fatto che i fenomeni seguono ordini assolutamente distinti perché fanno parte di mondi inconfondibili, ciascuno  dei quali con caratteri nuovi, originali, imprevedibili rispetto all'altro; inoltre, ciascun salto da un ordine all'altro è sempre una smentita al principio di casualità, anzi rivela il principio di autonomia della natura da un rigido meccanicismo: principio confermato dalla irriducibilità dei fenomeni biologici a leggi chimiche e fisiche e dalla irriducibilità della coscienza umana alla vita animale.

E' una critica molto interessante e vera nella misura in cui non faccia credere che la libertà sia maggiore di quella che in effetti è: vera perché la concatenazione delle cause, la serie dei fotogrammi - nel nostro linguaggio -, lascia alla vita, a colui che vive, la possibilità di compiere delle varianti facendo prevalere or l'una or l'altra concatenazione o serie. Quei punti, quei salti, rappresentano lo svincolarsi da un rigido determinismo e l'affermarsi di una autonomia relativa.  

 

Ma perché no al determinismo? Innanzi tutto perché esso esclude ogni finalità negli eventi, e perché interpreta questa esclusione come logicamente inconciliabile con l'esistenza di Dio.        

Anche su questo ci sarebbe molto da dire: per esempio che il dio che può convivere con l'assenza dl finalismo è un dio da Olimpo, quindi un dio che non può esistere; in secondo luogo perché si afferma che la concatenazione delle cause esclude qualsiasi variabile e perciò qualsiasi variante.       

Anche in matematica, che pure è la scienza più esatta che vi sia, l'espressione algebrica mista rimane vera sostituendo alle lettere più di un valore; addirittura, l'equazione indeterminata è soddisfatta, cioè rimane vera, per un numero infinito di valori delle incognite. 

 

Le leggi della fisica, poi, rimangono valide anche in presenza di variabili, sicché pure nell'ambito di un rigido determinismo potrebbe coesistere la variabilità e quindi l'alternativa. In fondo è questo che noi abbiamo sempre affermato: cioè l'esistenza di una libertà relativa che non va ad interferire in modo indeterminato nell'ordine generale dell'esistente; anzi, l'interferenza è utilizzata per riportare l'equilibrio laddove esso difettava. Ma al di là di come è strutturata la realtà del mondo nel quale viviamo, non è forse l'Universo una fonte imperitura di meraviglie?, non  è forse la vita un miracolo inestinguibile?, non è forse la coscienza dell'uomo un prodigio tanto più vertiginoso quanto più fosse il prodotto della materia? Ammettiamo pure che tutto sia l'effetto di un rigido determinismo: ebbene, viva la faccia  del determinismo!        

 

Se è il determinismo, se è il caso, se è il caos che producono le meraviglie naturali che non finiscono mai di stupirci, per me il determinismo, il caos, il caso sono Dio! Se l'Esistente, comunque sia strutturato, è capace di  trasformare la materia bruta nella commozione, nel pensiero dell'uomo, mi domando che cosa può avere di più di ciò un Dio. Se  è l'assenza di variabili, varianti, scelta, libertà, che hanno trasmutato l'insensibilità materiale nella coscienza del santo, ben venga l'assenza di libertà. 

 

Impossibilità del "libero arbitrio"

 

Ma perché l'Occidente dà tanta importanza alla libertà nella ipotesi di come sia strutturata la realtà? Evidentemente per l'influenza della teologia, la quale annette grandissima importanza al fatto che l'uomo sia libero nelle sue scelte e quindi sia il solo responsabile della sua salvezza e della sua dannazione.

Non voglio qua ricordare la dottrina del libero arbitrio, che addirittura pone l'uomo, nelle sue scelte, non solo al di fuori delle sue passioni e del suo raziocinio, ma anche dalla volontà divina: l'uomo cioè decide in una atmosfera asettica! Una simile concezione, conservata ancora solo dalla teologia cattolica, dal Medio Evo in poi è stata abbandonata proprio perché riconosciuta in pratica impossibile ad esistere; ed è stata sostituita con una concezione di libertà dove l'autonomia consiste nella possibilità di resistere alle influenze di vario genere e di indirizzarsi in senso contrario ad esse.   

 

Questa e una visione più vera perché più misurata: infatti, non pone l'uomo al di fuori di ogni causa determinante, esterna o interna, ma gli attribuisce la facoltà di agire autonomamente anche in presenza di esse.

Ora, se si osserva la vita dell'uomo, non si può non ammettere che anche la possibilità di sottrarsi alle varie influenze sovente gli viene a mancare; o, più precisamente, ci sono molti eventi che non sono conseguenza di decisioni, di scelte, ma che gli capitano addosso come inaspettati ospiti.

E' così; non si può non riconoscere, nella vita di ognuno, una certa fatalità; il fatto che Tizio, camminando per strada, riceva in testa la classica, simbolica tegola, non è certo frutto di una sua scelta. A che cosa è dovuta, allora, la fatale coincidenza? Al caso? 

 

Il caso non può esistere

 

Anche se si ammette il determinismo, che è negazione dell'esistenza di Dio, per coerenza logica si deve escludere il caso. Se tutto è infatti una rigida concatenazione di cause, nulla è lasciato alla casualità, all'evenienza fortuita; né il caso può essere all'origine della serie delle cause, dico io, sempre per coerenza logica; quindi il determinista, suo malgrado, crede in Dio.

 

Se poi si ammette l'esistenza di Dio, può esistere il caso? o quello che si chiama caso, e che come tale dovrebbe essere prova dell'inesistenza di Dio, non è piuttosto e proprio per la sua singolarità motivo dl riflessione, di convinzione che qualcosa di superiore guida le sorti degli uomini? Se si ammette l'esistenza di un Ente Supremo, anche nella sua accezione più antropomorfa, si può ammettere che vi sia " qualcosa " che possa avvenire fortuitamente al di fuori della Sua conoscenza?, "qualcosa " che sfugga alla Sua volontà e al Suo controllo e che Egli non utilizzi per i Suoi provvidenziali fini? Certamente no, perché, se così fosse, quel "qualcosa " sarebbe, esso, Dio!        

 

Sicché, se il caso è previsto e utilizzato nel divino programma, non è più caso. Chi crede, in Dio non può credere al caso. E allora? Il caso non può esistere, tanto che si creda la realtà una rigida concatenazione di cause priva di ogni finalità e trascendenza, quanto che si creda la vita Manifestazione Divina.

 

Ma allora, quegli eventi che non sono conseguenza di scelte o  effetto di situazioni cercate; che capitano improvvisi a mutare anche radicalmente la vita; se non possono essere fortuite coincidenze, dato che il caso non può esistere, come si debbono considerare? Evidentemente in modo diametralmente opposto, cioè  punti fissi dell'esistenza dell'uomo, passaggi obbligati. Quello che a taluno può sembrare circostanza casuale è invece un ineluttabile appuntamento. E se è vero, come è vero, che tutto ha una causa, anche quegli avvenimenti che non trovano causa nei comportamenti immediatamente precedenti o volutamente promossi hanno una causa evidentemente più remota; furono promossi in un tempo non raggiungibile dalla memoria: non sono karma, ma fanno parte del karma. 

 

La dinamica del karma

 

Come è di moda questo termine in Occidente! E come si usa a sproposito! Il karma è sinonimo di destino, di punizione, di prova; mentre, in effetti, il karma è attività: è né più né meno che un effetto, parte di quella catena di cause, tanto cara ai deterministi, che muove la vita degli esseri.    

 

Karma quindi è tutto: non è solo l'evento eccezionale che muta inaspettatamente e involontariamente la vita. Karma è

il mal di pancia del goloso, è la muscolatura dell'atleta allenato, è il biondo dei capelli che la signora si è decolorati, è il germoglio del seme seminato nel terreno fertile, e via e via.    

Il karma non è destino, se con ciò s'intende qualcosa che accade senza spiegazione e senza volizione; non è punizione perché, in sé, non è né buono né cattivo, ma della stessa natura della causa di cui è effetto. A conferma di ciò cito l'affermazione dei naturalisti secondo cui la vita della natura

è incomprensibile se non si ammette il principio di  causalità, cioè se non si postula che mantenendo, modificando, sopprimendo la causa, si modifica, si mantiene, si sopprime l'effetto.

Il karma non è prova; semmai è insegnamento, perché completa l'esperienza promossa, e, dall'esperienza, si impara. 

 

Il karma e la coscienza

 

Dicendo che karma è attività, azione, si può erroneamente credere che riguardi solamente la materia, il piano fisico. Ho detto prima che esiste una catena di cause e di effetti per ogni mondo e quindi per ogni tipo di attività dell'uomo: per quella fisica, per quella di sensazione, per quella pensativa e così via. Quel « così via « sta per mondo del sentire, per coscienza dell'uomo, vero bersaglio e fonte del karma, perché è qui che si ripercuotono, si incidono le esperienze, è da qui, dalla sua eventuale carenza o ricchezza, che l'uomo indirizza se stesso verso certe esperienze od altre.

 

Il karma, quindi, è solo una situazione esteriore nella misura in cui essa serve a produrre quel fermento interiore che dona comprensione e, quindi, coscienza. E' logico che sia così. Ogni attività non è mai solo di un mondo: per esempio l'azione fisica è preceduta, accompagnata, seguita da sensazioni e pensieri, ed è promossa o permessa dal sentire, dalla coscienza dell'uomo, perciò l'effetto deve essere globale, andando poi a colpire il fulcro dell'individuo, quello da cui ha origine il mondo di essere, il vero responsabile dell'attività individuale.

Tutto avviene in modo molto semplice nella dinamica, anche se, nel dettaglio, il karma è stato assimilato ad una corda formata da moltissimi fili.    

 

Supponiamo che Tizio sia avaro. Intanto, lo è perché la sua coscienza non è costituita a tal punto da impedirgli di esserlo. Dico così genericamente perché le ragioni dell'avarizia possono essere molte: per esempio bisogno di accumulare per ricercare la sicurezza, mancanza di generosità nei confronti degli altri, e via e via. Comunque tutte le ragioni si annullano in un anelito di altruismo: infatti, il fine è questo, che l'insieme delle esperienze, dei karma, insegnano. 

 

Il nostro avaro penserà da avaro, desidererà da avaro, agirà da avaro, cioè alimenterà una catena di cause in cui ogni genere di attività umana è improntata all'avarizia: attività fisica, di sensazione, di pensiero. L'effetto delle sue attività non poteva che ripercuotersi a livello fisico, astrale e mentale. In che modo si ripercuoterà? Qui, per rispondere, si deve conoscere la ragione dell'avarizia, al di là della mancanza di altruismo. Supponiamo che sia non voler dare agli altri, desiderare di accumulare per essere più degli altri. Le cause mosse lo porteranno, come effetto, in situazioni da cui capirà che non serve avere un desiderio smodato di beni e di ricchezze. Tale comprensione scaturirà, per esempio, dal vivere in una successiva vita una situazione in cui egli vivrà l'avarizia di un suo simile e ne sarà la vittima. 

A quel punto egli ha imparato a non essere avaro ma non ha superato il desiderio di essere più degli altri. Di conseguenza avrà un'altra vita in cui, per esempio, crederà di raggiungere la considerazione e la valutazione altrui essendo prodigo. E così via. Ecco la catena deterministica delle cause di cui quello che si chiama karma fa parte. Ma tutto è karma.    

 

Molti credono che il karma si provochi facendo una scelta errata, consci però di errare, e che solo allora si muova la causa che richiamerà l'effetto doloroso. Una tale visione sarebbe giusta se il dolore fosse punizione, ma così non è: il fine del karma è di dare quella coscienza la cui mancanza fa essere l'individuo in modo non armonico alla realtà di unione del Tutto. Siccome la mancanza c'è tanto che uno ne sia consapevole quanto che non lo sia - anzi, semmai chi non ne è consapevole è ancora più carente - è chiaro che non ha nessuna importanza, agli effetti del karma, che lo si sia chiamato consapevolmente o meno.    

 

Gli aspetti principali della legge di causa-effetto si possono riassumere come segue:

 

1. Ogni attività promossa o indotta o liberamente avviata reca con sé un effetto.

2. Tale principio vale per il mondo fisico, per quello delle sensazioni, per quello del pensiero; insomma per ogni mondo e per ogni categoria di fenomeni.

3. L'effetto è della stessa natura della causa ed  è strettamente legato ad essa.

4. Si creano cause tanto volontariamente quanto involontariamente, perché l'accadere dell'effetto non è subordinato alla consapevole consumazione della causa.

5. L'effetto ricade su chi ha mosso la causa.

6. L'effetto ricade col fine di dare coscienza al soggetto che lo promosse.

7. L'effetto ricade quando il soggetto è pronto a comprendere, cioè quando il soggetto, dall'effetto, trova la coscienza che gli mancava.

 

La catena e il riscatto

 

La catena di cause e di effetti che muovono e promuovono la vita degli individui si incrociano ed hanno continue ricorrenti connessioni. Non può essere diversamente: se tutto è Uno deve esistere una stretta dipendenza fra i soggetti. Come prima ho detto, non c'è una sola particella elementare che sia assolutamente isolata. Qualunque cosa ha un rapporto di dipendenza con qualcos'altro. Se esistesse, per assurda ipotesi, qualcosa che fosse assolutamente indipendente, sarebbe fuori della realtà. Perciò nessuno può essere fuori dalla catena di cause e di effetti, di dipendenze, che lega tutto quanto esiste.

E se si dice che tutto è karma, lo si dice perché appunto karma è la catena di cause e di effetti che lega il Tutto. Nessuno può sottrarsi al karma.  

 

Certo, c'è karma e karma, ma soprattutto c'è la possibilità di compiere quei salti di qualità nella catena di cause e di effetti di cui prima parlavo. Compiere salti di qualità costituisce la libertà, l'autonomia dell'individuo.

Ora, siccome la libertà è la possibilità di agire in modo contrario a quello a cui condurrebbe una catena di cause e di effetti; e siccome è la coscienza costituita che dà all'individuo lo facoltà di sottrarsi agli impulsi dei suoi veicoli inferiori (egoismo, passioni e via dicendo) e conseguentemente agli timoli ambientali; e siccome la coscienza si costituisce quanto più si evolve e viceversa; è chiaro che la libertà è proporzionale all'evoluzione.

 

Ma badate bene: l'evoluto non è fuori da ogni catena di cause e di effetti perché sarebbe fuori dalla Realtà. Egli compie salti di qualità; cioè per la sua coscienza sente in modo che gli consente di non essere trascinato inesorabilmente dalla necessità; che gli permette di vivere in modo sereno ciò che, per altri, è fonte di angoscia; che non gli fa creare ombre torturatrici e che non gli fa muovere cause che portano effetti dolorosi. Tuttavia questo non significa che l'evoluto non senta, per esempio, la stanchezza quale effetto di una causa da lui promossa. Quella stanchezza la vivrà in modo diverso dall'inevoluto non ne sarà condizionato, saprà come smaltirla brevemente, ma non potrà non avvertirla.

 

Il karma - o quello che si intende con questa parola - cioè una condizione limitante simile per più persone, è vissuto in modo diverso anche se presenta la stessa impostazione. Una cecità, per esempio, può essere vissuta serenamente o angosciosamente. In modo analogo, fra più persone fare una stessa cosa può dar luogo a karma diversi. Ed è logico che sia così: infatti il vero bersaglio e la vera fonte del karma, come ho detto, è la coscienza individuale; quindi è il sentire, l'intenzione, che pilota tutta l'attività dell'individuo, ed è quello che deve essere corretto e che quindi è oggetto dell'effetto correttore.     

 

Se la natura, il contenuto dell'effetto, fossero analoghi solo a quella che è stata la manifestazione esteriore dell'individuo agente, l'effetto non farebbe quasi mai centro perché quante azioni nascondono intenzioni opposte a quelle che possono trasparire. Una condotta altruistica che nasconda un fine egoistico non può recare un effetto eguale a quella condotta per intenzione. Infatti l'effetto non è un premio o un castigo, è qualcosa che tende a correggere all'origine la natura di chi muove le cause, cioè dell'essere, e quindi a mutare l'intenzione.       

 

Pensate un po', per giungere a ciò, di quanti fattori deve tener conto il karma! Eppure tutto si attua mirabilmente.

Non c'è nessuno che tiene registri di dare e di avere ma, per il principio di causa-effetto, la concatenazione in qualche modo intuita dai deterministi è garanzia che niente cade a vuoto, che tutto si tramanda, che tutto ritorna come immagine riflessa di se stessi, perché si prenda cognizione delle proprie deficienze, e si colmino.

La concezione della Realtà in cui niente avviene casualmente ed ognuno ha ciò che gli spetta per esserselo procurato, toglie ogni frustrazione che deriva dal sentirsi perseguitati, sfortunati, oggetto di ingiustizia. Quanto ognuno patisce corrisponde ad una misura di giustizia che non lascia margini a privilegi ed errori, dove la sofferenza è solo un momento transitorio in cambio di una perenne acquisizione.   

 

La possibilità dell'uomo di sottrarsi a influenze e impulsi, allorquando è capace di compiere un salto di qualità, gli conferisce quella autonomia che lo riscatta dalla rigida tutela a cui sono sottoposti gli esseri con una coscienza elementare. Guardandosi attorno si può verificare tutto ciò e crederlo senza dover compiere atti di fede, senza forzature, con il solo strumento del raziocinio. A quel punto  non si può che riflettere ed esclamare, rivolgendosi a quell'Ente inafferrabile che pure deve esistere e che, se esiste, non può che essere la vera ragione del tutto:

 

« Signore, la logica mi fa concludere che il caso non può esistere e che una catena di cause e di effetti mi indirizza nel mio vivere, pur consentendomi quella libertà che è ignota agli esseri dalla coscienza in potenza.

 

« Signore, posso riconoscere il fine immediato della vita naturale, che è quello di perpetuare se stessa; perciò ragionevolmente posso credere che tutto ciò abbia un fine più ampio che sfugge alla mia constatazione.

 

« Se Tu sei capace di trasformare la materia insensibile nella coscienza del santo, allora, Signore, Tu sei amore, e benché non abbia la percezione di quanto Tu sei, umilmente Ti ringrazio con tutto l'amore di cui sono capace e che Tu, giorno per giorno, istante per istante, alimenti, alimentando la mia stessa esistenza.

 

« Signore, fa che il Tuo amore riunisca tutti noi, Tuoi esseri, e che non venga mai meno; ma anzi sia sempre in noi, giorno per giorno, istante per istante, perché così Ti conosceremo e nulla più, ci sarà oscuro «.

 

                                                                                                                                                                                                             KEMPIS

 

Mantra del karma

 

Ciò che semini raccoglierai, non dimenticarlo.

 

Da ciò che fu viene ciò che è e che sarà.

 

Lo schiavo può nascere principe per le virtù che ebbe, il regnante può tornare in vesti di straccione ed errare senza pace per ciò che fece o non fece.

 

L'Assoluto che sente e vive in te e attraverso di te, soffre e gioisce per i tuoi peccati o i tuoi meriti, ma le sue leggi sono immutabili, permangono, non possono essere spezzate o frodate. Il bene è compensato con pace e tranquillità, con pene e angosce il male.

 

Il Signore che è in te non conosce collera né perdono, ma preciso è nelle sue misurazioni.  l tempo per Lui non ha valore; può giudicare domani o fra molti giorni.

 

Colui che ha rubato restituisce; colui che uccide sarà ucciso; colui che aiuta sarà aiutato; colui che comprende sarà compreso. Questa è la legge di giustizia dell'Assoluto. La sua mèta è la consumazione.

 

Abbi dunque la forza di sopportare ogni pena per pagare ogni tuo debito; compensa con tanto bene ed amore il male che ti è fatto; sii giorno per giorno giusto, misericordioso e puro, e il dolore non ti seguirà più.

 

Ricorda sempre che ciò che farai a te sarà fatto. I frutti ti seguiranno nel cammino.

 

                                                                                                                                                                                    FRATELLO ORIENTALE

 

 

L'ideologia della conquista amorosa

 

Non vi sarà sfuggito che Coloro che guidano i nostri passi verso una esistenza più consapevole chiamano ora, con particolare amore, i giovani. La saggezza e la lungimiranza delle Guide ha disposto che siano testimoni di queste comunicazioni affinché ne diano a loro volta  testimonianza diretta fino ad un futuro il più lontano possibile.

Penso che l'attenzione e l'attestazione più efficace che tali giovani possano rendere non sia quella di poter dire: « Io vidi, assistetti in prima persona» ma sia quella che essi, con la propria condotta, con la concezione della loro vita, possano mostrare. Cosicché mi rivolgo proprio a loro con l'intento  di dare un consiglio che contribuisca ad annullare una stortura mentale abbastanza diffusa e a evitare gli effetti negativi di una simile concezione.

Fra i giovani che hanno passato la fase del primo amoreggiamento facilmente si può diffondere, e si diffonde, la convinzione secondo cui quante più conquiste amorose si riescono a collezionare e tanto più si è "in gamba ", si è " uomini ".

 

E' chiaro che questo, fortunatamente, riguarda in modo più diffuso i giovani maschi; tuttavia anche le femmine non ne sono immuni, specie in una forma diversa: nella forma in cui ritengono un rapporto sessuale non più, importante di un buon pasto, sicché può avvenire, senza remore, tutte le volte che se ne senta il desiderio.      

Certo, ci sono altri problemi che riguardano i giovani, ben più preoccupanti perché insidiano più pericolosamente la loro salute psichica e fisica; tuttavia tali minacce sono così evidenti che non c'è bisogno di svelarle; perciò  preferisco parlare di quelle che minacce non sembrano, anzi sembrano motivi di efficienza e di merito, mentre, in realtà, sono tutt'altro.     

La questione non riguarda solo i giovani; ne sono interessati anche molti adulti, e non solo perché hanno lo stesso tipo di deformazione mentale, ma perché sono gli adulti che, col considerare "in gamba " i giovani conquistatori di corpi, valorizzano la relativa figura.    

Io non voglio certo fare il moralista, non ne ho le carte in regola: se parlo di una cosa che riguarda anche l'etica non è tanto perché sia amante dei retti comportamenti per i retti comportamenti in sé, quanto  perché un simile atteggiamento mentale è dannoso alle condizioni fisiche e a quelle psichiche tanto di chi agisce, quanto di chi subisce. Ciò posso affermarlo per esperienza diretta. 

 

La disciplina della psiche

 

Cercate di non coltivare una simile mentalità, che vi porta a fare e ad ostentare conquiste cosiddette amorose ma che di amore non hanno nulla.      

Soffermatevi ad analizzare il vostro impulso a collezionare avventure galanti. Secondo gli studiosi della psiche, chi ostenta una particolare qualità, creduta tale, chi ha un atteggiamento che lo fa apparire in un determinato modo, molto spesso lo fa proprio perché in quell'aspetto della sua personalità è carente.

 

Pensate, poi, che l'atto sessuale in sé non è peccaminoso, anzi è un complemento meraviglioso; ma, appunto, quando non è la ragione prima di una relazione. Quando è il naturale completamento di un affetto, quando è ispirato da un sentimento, solo allora è liberatorio ed appagante. Quando invece il sentimento non c'entra, invita a considerare gli altri degli oggetti, a vederli con cinismo. Un simile atteggiamento mentale, nel quale la donna è considerata una preda da catturare e asservire al proprio bisogno con facilità, dà una componente di sadismo che chiaramente fa considerare gli altri in un modo che niente ha in comune con l'altruismo.    

 

Avere rapporti sessuali sempre con persone diverse finisce col condizionare la propria capacità di accoppiamento e dare impotenza allorché non vi sia lo stimolo della novità. L'atto sessuale, per sussistere, deve sempre essere innescato da qualcosa. Ma il giusto innesco è solo il sentimento.

L'atteggiamento mentale del conquistatore amoroso danneggia psichicamente non solo perché rende cinici ma anche perché, a poco a poco, diventa una sorta di ossessione, per cui l'avventura sessuale finisce con l'essere più importante e più ambita di ogni altra cosa, a tal punto che, in mancanza di quella, tutto il resto  diviene indifferente. 

Quindi l'avventura sessuale diventa lo scopo della proprio vita, il che è abbastanza squallido ed alienante.

Il fatto, poi, che spesso sia l'elemento femminile ad invitare e che quindi sia obbligo approfittare o soggiacere all'invito per non perdere in reputazione, non è certo un valido motivo per giustificare un comportamento vagheggino: anzi, dovrebbe essere un'occasione per dimostrare a se stessi la propria autonomia e la capacità di sottrarsi alle influenze  ambientali.     

 

Se poi siete fra coloro che ci tengono ad avere una reputazione e al giudizio favorevole degli altri, allora cercate di offrire, di impersonare una bella figura di uomo con una sua spina dorsale, come si usa dire, che persegue degli  ideali che non si esauriscono con una secrezione glandolare. Un comportamento retto, privo di eccessi, vi aiuta a costruire la vostra serenità poggiandola non già su fattori esterni, che possono mutare ad ogni vento, bensì poggiandola sull'equilibrio e la ricchezza interiori. 

 

La disciplina del corpo

 

Capisco che i giovani hanno molte energie da smaltire e talvolta l'esuberanza fisica ha le sue esigenze. Chiaramente, però, anche dal punto di vista medico si può raggiungere lo stesso scopo in modo costruttivo e salutare. Fate dell'attività fisica. E questo lo dico anche agli adulti. 

 

Il corpo è costruito per durare una certa fatica, per fare un certo lavoro; guai a lasciarlo impigrire! Se specialmente il vostro posto nella società richiede un'attività eminentemente mentale, allora diventa indispensabile muovere il corpo fisico, sottoporlo a esercizi in modo da colmare la distanza che v'è fra la vostra attività mentale e quella fisica. Una ginnastica sapientemente dosata, in questi casi, giova non solo al fisico ma anche alla distensione psichica recando così una generale disintossicazione.

 

Molti decantati benefici attribuiti a positure insegnate da discipline orientali, in effetti sono riconducibili al beneficio che si ha ogni qual volta si riporta il corpo fisco a fare tutti quei movimenti che  la natura gli consente di fare. Con questo, non intendo certo togliere meriti a quelle discipline; anzi, dal mio punto di  vista, che dà importanza alla completa efficienza del corpo, significa riconoscere meriti a quanto miri a ricordare l'importanza del corpo. Semmai la questione delicata è quella di trovare un insegnante che sia all'altezza del compito, che sappia adattare una disciplina nata in Oriente, dove la vita è vista e svolta da un particolare punto di vista filosofico, a persone del mondo occidentale, che hanno un diverso modo di vivere.

 

Il consiglio di trovare il tempo per fare ginnastica non lo rivolgo solo ai giovani; è forse più utile ai meno giovani i quali, per una legge naturale, hanno un metabolismo più lento e quindi una maggiore facilità ad intossicarsi.   

Astraetevi dai problemi quotidiani con mezzi che la stessa natura, in fondo, mette a vostra disposizione: gli esercizi fisici, meglio se fatti in compagnia e sotto la guida di un esperto che vi faccia esercitare quanti più muscoli possibile. Se l'esercizio fisico sarà accompagnato dal pensiero sostenuto di liberarsi dalle tossine, non solo fisiche ma anche psichiche, diventerà un rito con valore universale: un impegnarsi per una conquista che merita.

 

                                                                                                                                                                                                        FRANCOIS

 

 

La gelosia

 

Difficilmente i moti dell'animo umano e noti sfuggono alla definizione di "buono" o "cattivo" e, conseguentemente, al teorico « si deve avere « o « non si deve avere «.

Così la gelosia, che è quel disappunto o quel dispiacere che certi uomini, quasi tutti, provano quando la  persona che loro interessa rivolge la sua attenzione, il suo interessamento ad altri, è universalmente definito non nobilitante, e riprovevole.    

 

Una catalogazione così drastica non tiene conto che tutto è relativo ed anche la gelosia, unanimemente ritenuta negativa, se raffrontata ad altri moti dell'animo umano che sgorgano da realtà interiori di maggiore chiusura verso il proprio prossimo, può appalesarsi, al confronto, augurabile e nobilitante.

La scala di apertura e di disponibilità di se stessi verso gli altri ha il suo inizio, il suo punto zero, in un essere che gli altri non immaginano nemmeno che esista, cioè quello legato allo stadio di vita vegetale, in cui la massima espressione ci coscienza si chiama " sensazione ".

 

Nello stadio di vita animale, invece, v'è un'apertura, una disponibilità, ma solo fino al punto che l'atomo di sentire che quelle vite racchiudono può dare. Sul piano pratico, questo significa disponibilità verso gli individui o almeno verso certi individui della propria specie. E' vero che a volte questa disponibilità, se raffrontata a  quella che hanno certi uomini che vivono nelle civiltà avanzate, diventa sublime; però è anche vero che il raffronto non tiene conto del fatto che l'animale non ha il senso dell'io come lo ha l'uomo, e che mancando quel grandissimo stimolo, la supremazia sugli altri, che appunto è l'io, diventa più facile prestarsi o addirittura donarsi.    

 

Certo, sul piano pratico e degli effetti è preferibile un animale buono e generoso ad un uomo egoista e crudele; ma si dà il caso che la ragione per cui esiste la vita non è quella di costruire all'esterno degli individui, ma quella di arricchire di sentire l'intimo di ognuno; non è  quella di insegnare un atteggiamento, un comportamento esteriore, ma quella di dare un'intima natura; non è quella di creare le condizioni esterne favorevoli affinché ognuno sia buono e si comporti bene, ma quella di dare un intimo sentire di disponibilità e di amore verso gli altri esseri, tale da sussistere ed estrinsecarsi anche nelle difficoltà che più imperiosamente si frappongano.     

 

Nella definizione della gelosia come dispiacere che si prova allorquando la persona che interessa rivolge la sua  attenzione ad altri, rientrano tutti i tipi di gelosia: da quella d'amore a quella di rivalità nella vita che si prova, per esempio, quando nella propria professione altri riscuotono le preferenze che si sono avute o che si vorrebbero avere.  

Ma la gelosia che in certo senso riscatta il geloso è la gelosia d'amore: sì, perché chi prova quella gelosia in qualche modo ama, anche se limitatamente ed egoisticamente, ed è più vicino all'amore sublime di chi non ami affatto. Attenzione, però: a volte quella che sembra gelosia d'amore è solo ansiosa vigilanza che non venga violato il diritto di possesso che si crede di poter vantare circa una o più persone; ed in ciò,

sicuramente, non c'è amore. 

 

La caduta delle limitazioni

 

Certo, la trasformazione dell'intimo dell'uomo avviene in progressione così graduale e sfumata che quasi neppure il diretto interessato se ne accorge, per cui dall'esterno non è possibile capire, ad esempio, la vera radice della gelosia. La trasformazione dell'intimo dell'individuo, altrimenti detta " evoluzione", non è che una successione di sentire sempre meno limitati, e questo è possibile solo attraverso la caduta delle limitazioni individuali.        

 

Che cosa siano le limitazioni si capisce tenendo presenti quali sono gli effetti del sentire illimitato, e cioè la cosciente comunione col Tutto, la plenitudine assoluta, la scoperta della propria vera identità nell'identificazione con l'Essere Assoluto in cui è spenta ogni separatività; perciò, tutto quanto fa di ognuno un essere separato, distinto, quanto fa sentire in termini di io e non io, è limitazione; e la caduta graduale delle limitazioni corrisponde a sempre maggiore apertura, disponibilità, slancio, amore verso ciò e chi  si ritiene non io. Infatti, un essere massimamente limitato è un essere che vive tutto compreso in se stesso, e, più che essere al centro del mondo, come l'egoista, egli stesso è tutto il mondo, non dico che può concepire ma che può sentire. Tali sono  gli individui del mondo vegetale.       

A mano a mano che gli altri acquistano interesse, cioè nel regno animale, comincia a prospettarsi e prepararsi la caduta delle limitazioni; e quando l'interesse per gli altri non è dettato solo da ciò che può da essi venire, cioè nel regno umano, la caduta delle limitazioni è in atto. Perciò un essere geloso d'amore è un essere che, in qualche modo, amando, è meno limitato di chi non ama affatto; è un essere già avanzato nel processo di caduta delle limitazioni. 

 

Amore e "sentire"

 

Certo, anche la gelosia d'amore conosce sfumature diverse, è più o meno rarefatta a seconda che sia più o meno egoistica e possessiva. La forma più sublime di gelosia è quella che rimane nascosta, non manifestata all'essere amato, ed è una gelosia che finisce col divorare se stessa e liberare un amore

più puro.       

 

Voi che amate con gelosia tenete presente che la gelosia d'amore è un sentimento meno peggiore del pessimo; tuttavia denota un amore che non è migliore del più puro che può provare un essere limitato come è l'uomo.    

Certo, piuttosto che non amare, amate con gelosia; ma domandatevi che senso abbia essere gelosi specialmente se questo vi costa in angoscia, se distrugge il vostro equilibrio e la vostra serenità.       

Cosa vorreste? La fedeltà dell'amato? La fedeltà è un dono, non un vizio; è qualcosa che si può solo ricevere, e non richiedere. Se anche si riuscisse a imporre la fedeltà del corpo, rimarrebbe il pensiero: e si può  imprigionare e soffocare il pensiero?       

Cosa vorreste? L'esclusività dell'attenzione e dell'amore di chi amate? Ma l'amore è  un sentire, non un comportamento.

Se non c'è non si può richiedere, non si può pretendere. E poi, qual è la sorte che attende  ogni essere della molteplicità se non una unione, una comunione amorosa, una fusione di sentire in cui ognuno è compartecipe di un sol Tutto inscindibile, di un solo Amore?, in cui l'Amore non isola ma tutto comprende?. Come potete pensare che il vero amore, il vero amante, possa dare il suo amore ad un solo essere? Forse che il santo ama uno e non gli altri?, forse che il suo amore diminuisce a mano a mano che i suoi seguaci aumentano, perché distribuito, diviso fra più amati, quasi fosse una quantità materiale?

 

Già vi vedo, o libertini, servirvi di queste parole per giustificare le vostre avventure, il vostro desiderio di conquista. Abbiate l'onestà di non nascondervi dietro scuse e pretesti, di riconoscere che il vostro non è amore per più persone ma ricerca di nuove sensazioni. In Verità vi dico che è migliore di voi chi ama con gelosia; perché, almeno, ama; mentre voi, forse, non amate affatto. 

 

Amore e sessualità

 

Certo, come ho detto, si possono amare nel vero senso tante,  tantissime persone, ma ciò non vuol dire che con ognuna l'amore includa il corpo fisico; pure se è vero che anche l'amore più etereo pervade tutto l'essere in ogni sua parte costituente, non escluso il corpo fisico; pure se è vero che anche l'amore più sublime può trovare col corpo fisico un suggello degno della sua nobiltà.    

Sì, miei cari, sono qui per scandalizzarvi, per provocarvi dicendovi che la sessualità, non il vizio, non è quello spauracchio, quella minaccia che è stata considerata da quelli che cavalcavano la via dello spirito. La sessualità, non il vizio, che è conseguenza di un amore vero e perciò spirituale non è un ostacolo per chi voglia elevarsi dalla condizione esclusivamente sensuale e materiale.      

 

La castità è stata imposta per misurare, per esercitare la volontà e la determinazione di chi voleva calcare il sentiero, non altro.      

Certo, anche la sola e pura sessualità può diventare uno strumento di offesa, di male, ma ciò non significa che in sé essa sia offesa e male; come tutte le cose che attengono ad una condizione, essa è naturale e necessaria; ma ripeto, non deve diventare scopo della vita.

 

Castità e "sentire"

 

Se la castità forzata non fosse misura della volontà e della determinazione di chi ha fatto una certa scelta, sarebbe veramente solo negativa; se non servisse ad esercitare e sviluppare l'autocontrollo di chi vuol mantenersi casto in vista di un fine da raggiungere, sarebbe da rifuggire perché, generalmente, provoca uno squilibrio interiore assai più dannoso, anche spiritualmente, dell'atto sessuale; se il fine della castità è quello di raggiungere la padronanza dei propri impulsi, vi assicuro che quando il mantenersi casti è raggiunto con una autoimposizione che fa violenza a se stessi, al massimo l'unico impulso che si riesce a controllare è quello sessuale mentre tutti gli altri si scatenano in modo da fare dell'individuo un casto, sì, ma nevrotico, crudele e inumano.     

Qualunque genere di autocontrollo tenuto con fatica traumatizzante, distruggendo l'equilibrio interiore, impedisce quell'unione armoniosa dei propri corpi necessaria al manifestarsi del fluire divino: tenetelo presente, voi che aspirate alla manifestazione dello spirito. L'autocontrollo deve essere spontaneo e naturale; tutto ciò che traumatizza impedisce la manifestazione di sentire più ampi.       

 

In taluni casi, ma non in quelli in cui il trauma è provocato dalla violenza a se stessi, l'esperienza traumatica può aprire la strada alla manifestazione del più ampio sentire; tuttavia ciò avviene a posteriori, ossia quando l'esperienza è superata almeno nella sua parte traumatizzante; allora, nella calma che segue la tempesta, sboccia un nuovo sentire, più ampio perché liberato da quelle limitazioni che sono cadute con l'assimilazione di una esperienza; mai in assoluto nel momento in cui non si è in equilibrio sboccia il fiore della comprensione.

 

Cercate perciò il dominio di voi stessi per raggiungere l'equilibrio, perché la padronanza di sé è un mezzo, qualcosa che rende più efficiente chi la possiede, non un fine, non una mèta che si debba raggiungere a qualunque costo, anche quello di violentare se stessi.    

L'autocontrollo che distrugge l'equilibrio interiore è un autocontrollo che fallisce lo scopo, la ragione della sua esistenza.

 

Le conquiste cosiddette "spirituali"

 

Vi sono delle discipline che insegnano a controllarsi, a rilassarsi, e, al tempo stesso, illustrano secondo schematizzazioni diverse la struttura dell'uomo in modo che, conoscendo la propria  costituzione, ciascuno sia facilitato nel rendersi consapevole delle proprie reazioni, dei propri impulsi. 

Quelle discipline sono utili e da seguirsi nella misura in cui si limitano a promettere solo tutto ciò. Quando invece promettono progressi nella via dello spirito o, peggio ancora, acquisizione artificiale di poteri paranormali, diventano deleterie.

 

Tali discipline rimarrebbero tuttavia inoffensive se non vi fossero degli ignari che le seguissero. Perciò mi rivolgo a voi, cultori delle discipline che promettono conquiste spirituali attraverso comportamenti irraggiungibili, così che, se le conquiste non arrivano, la colpa è vostra. Mi rivolgo a voi per dirvi: non perdetevi in riti unicamente formali. Non occorre perseguire privazioni inumane. Se non siete pigri, se non siete degli intemperanti, se siete uomini di buona volontà, avete già tutto quello che  quelle discipline, al massimo, possono donarvi.

 

Le conquiste spirituali non si conquistano affatto, non sono una mèta da raggiungere. Certo, in nome di esse si possono costruire chiese, inventare gerarchie e scuole, ma sono tutti pretesti per creare posizioni di preminenza sugli altri, per riscuotere considerazione e sottoposizione da coloro i quali quelle autorità riconoscano.    

 

La cosiddetta " via dello spirito " - che è poi un sentire - non si impara, non si raggiunge con la gestualità e con la ritualità. Se perciò seguite qualche disciplina per trovare chiarezza in voi ed accrescere la vostra comprensione, e non è poco; se lo fate per raggiungere il dominio di voi stessi e una maggiore efficienza; e se mirate a tutto questo per meglio aiutare chi volete aiutare, e vi auguro che siano tutti quelli che hanno bisogno di aiuto; allora avete la nostra

benedizione. Ma se lo fate per aggiungere una medaglia al vostro medagliere, sperando di crescere spiritualmente, allora disilludetevi: è tempo perso.      

 

Certo, se non avete nulla da fare, se volete occupare le ore libere, non c'è miglior passatempo che dedicarsi a quelle discipline che promettono distensione, equilibrio fisico e psichico. Piuttosto che stare in ozio dedicatevi a qualcosa che sia corroborante, che in qualche senso vi giovi: ma non illudetevi che quel sentire che fa di chi lo trova un essere nuovo si raggiunga con esercizi e riti.    

 

Se poi mirate a raggiungere dei poteri psichici, oh infelici!, siate consapevoli che disporre di essi prima che l'evoluzione li manifesti spontaneamente è come dare a un fanciullo la sessualità di un adulto: è dare qualcosa che lo divora, lo distrugge nel corpo e nella psiche.    

 

Guardatevi bene da una tale pratica che, anziché rendervi più potenti, farà di voi delle larve; guardatevi anche da chi vi promette poteri e conquiste dello spirito, perché certamente vuole catturarvi per un suo fine, che può essere anche solo quello di avere dei proseliti.

 

Come l'uomo impara ad agire, a dare agli altri attraverso il    pensiero di ciò che può venirgliene, così coloro che promettono ricompense divine a chi li segue vogliono sedurre e catturare mediante la promessa di un vantaggio. In verità vi dico  che la ricompensa maggiore l'ha chi promette di dare; e chi crede di avere, in effetti, dà solamente.      

Come l'agire non deve  essere ispirato dalla ricompensa, così il sentire che riscatta l'uomo dalla condizione in cui si trova si manifesta quando non lo si persegue, quando si vive  rettamente, senza sperare ricompense.     

 

Se avete tempo libero, se volete fare qualcosa che  non sia solo vuota distrazione (pure necessaria, nella giusta misura}, allora la migliore disciplina è quella di rendervi utili agli altri, in qualunque modo, senza aspettarvi nessuna ricompensa, nemmeno la riconoscenza. E vedrete che le forze spese in

questo senso vi doneranno distensione, equilibrio, appagamento.

Ahimè, anch'io sto promettendovi qualcosa, perciò è meglio che mi taccia!

                                                                                                                                                                                                            KEMPIS

 

 

 

Sessualità naturale

 

Chi riesce a vedere la vera condizione di tutto quanto esiste, scopre e si rende consapevole che Tutto è Uno. Le varietà delle materie, delle forme di vita, degli esseri non sono che diversi aspetti di una solo Sostanza, di una sola Vita di un solo Essere. Se così è la realtà, allora, ogni qual volta la si suddivida categoricamente in parti, come se queste fossero autonome ed enucleabili dal Tutto, si commette un errore.

Parlare di naturale e sovrannaturale è un errore: tutto è naturale.  

Parlare di spirito e materia è parlare di una stessa sostanza in due diversi stati di manifestazione. Ciò è tanto vero che la materia senza lo spirito non esisterebbe, e viceversa.

 

Se comporre un sol Tutto inscindibile è la reale collocazione di ogni elemento che costituisce la molteplicità degli esseri e dei mondi, allora non deve  meravigliare che l'analogia dei comportamenti vi sia non solo fra enti analoghi, esistenti in uno stesso piano, ma anche fra enti di diversi piani di esistenza: perché, come ho detto, ciò che fa considerare diverso è solo l'apparenza.

 

La diversità nasce dall'apparire, dal manifestarsi diversi, ma non dall'esserlo nella realtà.    

La semplice funzione - se semplice si può definire - della madre che insegna al figlio a camminare, in un primo momento sostenendolo addirittura, è analoga a tantissime altre che riguardano attività ritenute più nobili e più importanti, essendo ogni attività dell'essere, nella misura che le si confà, egualmente importante. 

 

Mezzi della evoluzione del "sentire"

 

Il sentire che per svilupparsi inizialmente deve essere stimolato, provocato dagli urti dei mondi della percezione, è come il figlio che, prima di rendersi autonomo nella deambulazione, è portato quasi di peso dalla madre. Allo stesso modo il sentire che poi si manifesterà ed espanderà in modo indipendente dagli stimoli del mondo ritenuto esterno è analogo al figlio  che ha imparato a camminare e si sposta da solo. 

 

L'amore verso gli altri, che è l'essenza del sentire prossimo a svincolarsi dalla necessità degli stimoli, nasce gradualmente ed in modo analogo a come il figlio impara a camminare.

La natura ha messo a disposizione di ogni essere una fonte di stimoli atti a suscitare il germogliare dell'amore verso gli altri: tale fonte  è la sessualità. 

 

Il richiamo sessuale, fino dalle forme di vita animali in cui principalmente è fonte di sensazioni, cioè di stimoli atti a sviluppare il veicolo astrale degli esseri, costituisce quel supporto nei riguardi dell'amore all'altro analogo a quello costituito dalla madre che insegna a camminare al figlio.

 

Sotto l'impulso del richiamo sessuale gli esseri sono invitati a distogliere l'attenzione polarizzata su se stessi e a rivolgerla ad altri. Ciò si concretizza in attenzioni diverse da individuo a individuo che denunciano una diversa sensibilità ed una diversa capacità di affetto. Ognuno ama in rapporto alla propria evoluzione.     

 

Sotto l'impulso sessuale, la capacità di amare si esprime al suo massimo, raggiunge l'acme; ma se tale capacità è esigua, quando l'impulso sessuale viene meno cessa anche l'amore all'altro; quando invece la capacità di amare ha raggiunto un certo valore, se anche cessa lo stimolo sessuale, l'affetto, pur diminuendo per mancanza di incentivazione, rimane, sopravvive.

 

Ho parlato dello stimolo sessuale nella sua forma più pura e rispondente alla sua naturale funzione, non di quello stimolo sessuale che è vizio perché è eccesso. Anche il vizioso fa una sua esperienza, a lui necessaria, anzi essenziale; tuttavia non è quella esperienza di cui parlavo, quella che insegna ad amare l'altro; sarà un'esperienza che gli insegnerà la temperanza; che lo condurrà per reazione a saper dirigere se stesso, a non lasciarsi trascinare dagli stimoli, ad avere una propria volontà, ma non specificatamente a suscitare l'amore verso gli altri. 

 

I segreti del cuore

 

L'istinto sessuale, nella sua naturale ragione che, mi preme ripeterlo, è spiritualmente quella  di suscitare l'amore verso gli altri, non è niente di sporco e vergognoso, più di quanto non lo sia una madre che sorregge il proprio figlio per insegnargli a camminare. Non solo, ma chi ama per raggiunta capacità di amare al di là della evocazione operata dal richiamo del sesso, cioè ama di amore vero, può benissimo, per risonanza, avvertire anche un moto di natura sessuale verso le persone amate.

Ciò non è affatto condannabile: è semplicemente la naturale reazione del corpo a un impulso di  amore che sgorga dalla parte più vera dell'essere.    

 

Naturalmente, facendo queste affermazioni non prendo in considerazione tutte quelle implicazioni sociali in forza delle quali la manifestazione di un amore non canonico potrebbe scandalizzare l'amato: intendo dire che chi veramente è evoluto ed amando altri sentisse per essi un impulso sessuale, condannabile dalle regole sociali, certamente per non scandalizzare gli amati serberebbe nel segreto del cuore il suo trasporto «d'amorosi sensi». In ogni altro caso, simili problemi debbono sempre essere risolti dalla coscienza individuale, tenendo presente che è la legge che è fatta per l'uomo, e non viceversa.

 

Un altro artifizio della natura per suscitare l'amore agli altri è la maternità. Anche questo mezzo per insegnare ad amare trova le sue prime applicazioni nel regno animale. Avrete certo osservato l'affetto espresso dagli animali nei confronti della prole per tutto il periodo del suo sviluppo. E' quel vestito che la natura  pone addosso all'essere affinché ami qualcuno che non sia lui stesso. E l'essere ama, almeno finché indossa quel vestito.

 

E' il caso degli animali che dimostrano attaccamento d'amore per i propri figli talvolta maggiore di quello dimostrato dagli uomini: ma appena la natura toglie quello stimolo, l'amore ripiega su se stesso e i genitori non conoscono più i già amati figli. Nell'uomo, invece, l'amore per i figli resta anche quando casi sono ormai adulti: l'amore che la natura innesca rimane oltre l'innesco; rimane, più che l'amore per i figli, la capacità di amare. 

 

L'istinto del "gruppo" nell'animale e nell'uomo

 

Un altro mezzo di cui si serve la natura per insegnare agli esseri ad amarsi è l'istinto a raggrupparsi, a vivere in branchi, a costituire una famiglia: insomma, la socializzazione. Anche la solidarietà che istintivamente lega i membri del gruppo è un supporto, un sussidio simile alla funzione della madre che sorregge il  figlio per insegnargli a camminare; è una qualità che viene automaticamente conferita perché, poi, la si ritrovi coscientemente acquisita come indelebile natura del proprio essere.

 

Mentre però avere figli, tranne le eccezioni che esistono per ogni evento che si voglia codificare, comporta automaticamente l'amore per essi in proporzione alla propria capacità di amare, non  così scontato è l'amore per gli altri familiari, almeno per l'uomo. 

L'animale sociale, infatti, docilmente ubbidisce al comando della natura di essere solidale verso gli altri individui del suo gruppo, mentre l'uomo raggiunge una tale mèta dopo che ha imparato ad amare suo figlio, il suo amante, anche al di là dello stimolo che la natura gratuitamente infonde. Quando ha imparato ad amare i figli adulti e l'amante che più non ispira attrattiva sessuale, allora la sua capacità di amare dovrà estendersi ad altri che possono essere i genitori, gli amici e, infine, gli estranei. 

Questo fatto non deve erroneamente  far pensare che l'uomo sia meno evoluto dell'animale. La ragione vera è che l'impulso alla socializzazione la natura lo infonde più intensamente negli animali che non nell'uomo, e questo per evidenti ragioni di sopravvivenza delle specie.

Per socializzazione non si deve intendere solo vivere assieme in gruppi o società ma si deve intendere " agire solidarmente in vista di un bene comune ".

 

L'uomo deve trovare la solidarietà, che negli animali sociali è istintiva, non esclusivamente attraverso il supporto naturale, cioè l'impulso di cercare compagnia e vivere accompagnato, ma attraverso tutte le altre esperienza di relazione che gli doneranno, alfine, la vera coscienza sociale, la vera fraterna solidarietà, il vero amore altruistico, essenza del vero amore. 

 

L'egoismo di natura e la conquista della coscienza

 

Parlerò infine del più forte supporto che la natura dà all'uomo per insegnargli ad amare: l'egoismo. La natura di tale supporto è diversa da quella degli altri, quale l'istinto sessuale o la maternità. Questi ultimi sono infatti conferiti, sono cioè condizioni particolari che, al limite, in qualche incarnazione e per speciali ragioni, possono anche non essere date. Mentre l'egoismo è automatica conseguenza dell'essere uomo, cioè del concepire se stessi separati, del considerarsi inseriti in una realtà strutturata in io e non io.

 

L'egoismo non è qualcosa che l'uomo può non avere, come l'istinto sessuale o l'istinto materno. L'egoismo l'uomo non l'ha solo quando non è più uomo, quando l'ha cioè superato e vive altruisticamente. E mentre l'evoluto può avere ancora l'istinto materno e quello sessuale, anche se divenuti inutili poiché egli ha già imparato la lezione che dovevano insegnargli, invece non avrà più l'istinto egoistico. Sembra un paradosso: l'amore di sé per imparare ad amare gli altri; ma pure, se vi osservate con attenzione, dovete concludere che ciò è profondamente vero.

Se l'uomo non avesse il desiderio di possedere beni materiali, se non cercasse di mettersi in evidenza fino ad essere celebre, se non volesse accaparrare amicizie importanti, insomma se in varie forme non cercasse di carpire qualcosa degli altri per arricchire se stesso ed il suo mondo, l'uomo sarebbe una cittadella chiusa in se stessa, inviolabile anche dagli attacchi esterni.

 

Se non vi fosse il desiderio di contrarre relazioni coi propri simili, sia pure dettato da ragioni egoistiche, l'uomo non incorrerebbe in quelle esperienze che a lungo andare totalmente lo trasformano, perché non vivrebbe.

Può sembrare curioso il fatto che la natura dia all'uomo, in modo congenito, una visione della realtà diametralmente opposta a quella che, poi, alfine, troverà; e ci si può chiedere come mai, in modo congenito, non dia invece la giusta concezione altruistica. 

La risposta è che tutto quanto la natura attribuisce in modo automatico non è patrimonio della coscienza. Mentre il fine dell'esistenza di ogni essere è la costituzione della Coscienza Assoluta.

Dall'incoscienza alla assoluta coscienza è la via dell'individualità, in cui sono collocati individui che esprimono, manifestano gradi di coscienza sempre più onnicomprensiva.

 

L'egoismo, che è incoscienza anche quando è perfettamente consapevole, è il mezzo naturale mediante il quale l'uomo scopre di essere l'indivisibile e indivisa parte di un Tutto-Uno.

Questa «scoperta» dona uno slancio incondizionato, un trasporto da nulla arrestato, un'effusione che non conosce dubbi nei confronti di tutti gli altri esseri. Un tale intimo sentire, di cui l'uomo inizialmente può conoscere solo frammenti, è qualcosa di simile all'amore più grande che l'uomo possa provare; benché l'amore umano, al confronto, sia come la luce di una favilla rispetto al fulgore del sole più luminoso.

 

L'essenza del puro amore

Se il vostro amore non conosce condizioni, dubbi, tepidezze; se amate senza essere riamati; se quell'amore vi rende costantemente felici, paghi; se ininterrottamente vi dà la pienezza; se trovate la felicità solo nella felicità degli amati; se date prima ancora che vi sia richiesto; e se l'amare è il solo compenso che gioiosamente vi ripaga di ogni fatica, di ogni sacrificio per gli amati; voi siete fra quelli che possono lontanamente immaginare cosa sia l'Amore divino, quell'Amore che a ognuno così parla:

 

"Figlio mio, più che amare e suscitare l'amore, voglio che tu sia l'amore stesso. 

Così, se è l'amore materno che può avviare un tale miracolo, ti farò madre ed io sarò tuo figlio. Se l'amore è sensuale, allora io non mi scandalizzerò ad esserti amante. Se sarà l'amicizia a potere tanto, io sarò il tuo fedele amico. Ma se sarà l'amore agli altri, anonimi, allora in ognuno di essi mi vedrai quale veramente io sono e comprenderai, essendolo tu stesso, l'essenza del vero amore".

 

                                                                                                                                                                                                                     DALI

 

 

La famiglia del futuro

 

La funzione della famiglia nella storia dell'uomo è stata quella di creare un legame morale fra individui facendo leva sui vincoli di sangue, quindi una funzione di stretta relazione imperniata su una serie di doveri e di diritti reciproci più che su un vero e proprio affetto. D'altra parte l'affetto non si può imporre, per cui essendo la famiglia una istituzione che costituiva un baluardo contro le avversità della vita, un modo per meglio resisterle, se non vi era l'amore a tenere uniti i familiari doveva esservi qualcosa che si può imporre: il diritto e il dovere.

 

Quella di raggiungere una unione fra gli individui, una collaborazione simbiotica, e, da ultimo, una comunione amorosa, è la mèta che la natura riserva agli uomini. I primi tentativi, i primi semi di una tale unione la natura li ha realizzati spingendo gli individui a riunirsi in famiglie, in gruppi; paradossalmente, ha rafforzato il legame all'interno di ogni gruppo attraverso il contrasto  ed anche le guerre fra le famiglie, i gruppi, i popoli.

 

Tutto questo non appariva e non appare agli occhi degli uomini, i quali si riuniscono in famiglie per trovare una sistemazione, una regola di vita e si dichiarano guerra per futili motivi. Il fine ultimo a cui mira la natura - che è quello insegnare agli uomini ad amarsi, sia pure a volte attraverso l'odio - non si mostra evidente. L'uomo lo raggiunge inavvertitamente soggiacendo alle regole di un codice di diritti e di doveri.     Quello che, così detto, può sembrare un tranquillo modo di vivere, all'atto pratico è invece un alternarsi di esperienze faticose e dolci, di lotta e di conquista, di successo e di delusione, di gelosia e di orgoglio: è, in sostanza, gran parte della vita e perciò dell'evolvere dell'uomo.

Se non vi fossero stati i vincoli familiari ognuno avrebbe vissuto solo per se stesso e molti avrebbero finito col soccombere. Ora, ciò a cui mira la natura è di sostituire i diritti ed i doveri con l'affetto. 

 

L'utopia realizzata

 

L'unione di due esseri non sarà più una sistemazione ma un reciproco aiuto dettato da amore sincero. Gli uomini faranno vita in comune senza necessità di sancire l'unione con un rito o con un atto formale: sarà l'affetto che cementerà il patto, e se l'affetto verrà meno e la separazione potrà danneggiare qualcuno, sarà il senso del dovere, il desiderio di non nuocere, a tenere unita la famiglia se famiglia si potrà chiamare.

 

Coloro che si uniranno per creare un nucleo, lo faranno col massimo senso di responsabilità. Il reciproco rispetto sarà tale che se anche incontrassero altri affetti non verranno mai meno al patto morale che liberamente avranno contratto, se entrambi non desidereranno di farlo. E nel caso in cui saranno stati procreati dei figli, la cura per essi, il loro bene avrà la priorità su ogni altra situazione, su ogni altro affetto. Sarà chiaro che i figli debbono crescere in un ambiente di pace, di armonia e di affetto, perciò ogni proposito dei genitori che si concretizzasse in una minaccia al bene dei figli sarà accantonato anche a costo del sacrificio personale. 

Chi si unirà per procreare sarà conscio degli impegni che con una tale intenzione si assumerà; ma non saranno impegni imposti da una rigida legislatura, bensì da un profondo senso del dovere. Sarà una condotta che non sarà tenuta per qualche coercizione esteriore ma per un reale, intimo sentimento. Il non nuocere all'altro, sia esso compagno o figlio, sarà l'attenzione maggiore che ognuno avrà, il proposito più sentito di chi avrà scelto di vivere in compagnia.      

Quello che voi chiamate matrimonio, cioè l'unione di due esseri, avverrà solo quando l'unione sarà a coronamento di un amore reale e realizzato; un amore che non conoscerà alcuna condizione né condizionamento, né limite, né ostacolo; un amore che avrà le sue radici in passato esistenze o che sarà preludio a future unioni.    

Chi si sentirà invece desideroso di molteplici esperienze sessuali od anche affettive non sarà costretto a giurare duraturo amore per averle: in tutta sincerità farà conoscere le sue intenzioni e allorché sarà accettato lo sarà senza riserve, e chi lo accetterà saprà quale sorte potrà avere una simile compagnia.

 

E' certo che le figure del maschio cacciatore e della donna  preda-oggetto, e viceversa, non esisteranno più. Un tale tipo di rapporto così squallido non sarà più desiderato e non vi saranno più uomini che si vanteranno delle loro conquiste sessuali, perché ciò non sarà più un merito o qualcosa di gratificante agli occhi altrui, al contrario apparirà ciò che realmente è: il vizio della dissolutezza, qualcosa di cui non vantarsi.       

Il tradimento dell'adulterio, oggi così diffuso, che nella stragrande parte dei casi nasce dal desiderio di avere altre esperienze sessuali, cadrà spontaneamente venendo meno, negli uomini, una visione esasperata del sesso quale l'hanno attualmente.

Infatti essi non si cercheranno più per dare sfogo  al loro istinto sessuale represso; piuttosto sarà l'affetto che si completerà nell'atto sessuale. Non essendo più l'atto sessuale la ragione della ricerca di compagnia, ma essendo invece l'attrazione del vero amore, verrà meno uno dei principali motivi che spingono all'adulterio e l'infedeltà sarà pressoché sconosciuta.        

Ciò non vuol dire che ogni individuo amerà solo i suoi familiari; anzi, l'affetto si estrinsecherà molto più liberamente. Vincoli affettivi si creeranno con nuovi incontri e  si accenderanno col ritrovarsi di affetti di altre vite.     L'uomo sentirà molto di più la reminiscenza di altre vite e riconoscerà, per uno slancio interiore, chi ha amato in altra precedente condizione. 

Ciò sarà così, diffuso che non desterà meraviglia lo stabilirsi di un rapporto umano così inteso fra tanti che non saranno legati da vincoli di sangue. E come una vera madre può amare contemporaneamente più figli senza nulla togliere all'uno e all'altro, così l'uomo del futuro potrà bastare,appagandoli pienamente, a più affetti.

 

La gelosia non sarà conosciuta perché nessuno si sentirà escluso. Ognuno, più che essere amato, desidererà amare. E come il vero padre non è geloso se il figlio ama anche la madre, così nessuno soffrirà se colui che è amato amerà anche altri; anzi, costituiranno anch'essi oggetto d'amore e non di rivalità.       

Da una parte vi sarà la consapevolezza che amare non significa possedere, ma semmai donare; dall'altra si avrà la squisita sensibilità di amare tutti, ma di amare di più e di essere più vicino a chi ha più veramente bisogno di amore. Ogni amaro istintivamente conoscerà il segreto per annullare la gelosia d'amore, che è quella di dare al geloso la certezza che altri non sono a lui preferiti; ma al tempo stesso farlo essere consapevole e farlo riflettere che nessuno può essere posseduto interamente così come si possiede un oggetto. 

 

Il mondo dei figli

 

I figli costituiranno l'interesse predominante della famiglia, essendo l'unico motivo che avrà spinto i genitori a vivere In comune, contraendo tuttavia un patto morale per cui ogni eventuale difficoltà di relazione fra loro, di comune intesa, passerà in secondo piano rispetto al bene dei figli. 

Attorno ai figli, quindi, e non alla coppia, graviterà la futura famiglia, Amare e donarsi così tanto ai figli da liberamente e con convinzione sacrificare i propri desideri di evasione non significherà tuttavia essere del genitori permissivi; l'educazione sarà massimamente comprensiva dei problemi personali dei ragazzi ma al tempo stesso si saprà che la forza del carattere e la volontà si sviluppano non certo togliendo ogni preoccupazione e dando tutto quello che è desiderato, ma al contrario facendo risolvere a ciascuno i propri problemi, facendogli pagare il prezzo della conquista dell'oggetto desiderato.

 

Amare significa comprendere, ma comprendere non significa  secondare tutti i capricci dell'amato. Amare i figli significa avere a cuore il loro bene, che molte volte non coincide coi loro desideri: perciò significa anche saper dire di no; significa dare loro una certa autonomia ma non abbandonarli a loro stessi; cioè fare come fanno gli animali che sorvegliano i loro cuccioli a distanza, pronti a intervenire quand'essi trovino un pericolo nell'esperienza dei divezzamento; significa durare fatica e rinunciare alla propria vita: e tutto questo non farlo per avere dei figli che siano perle di cui adornarsi.

 

Molti genitori falliscono nella loro funzione di educatori proprio perché vogliono costruire i loro figli secondo un modello che si sono fatti e che soddisfa la loro ambizione. I figli sono esteri e non sono oggetti da ostentare per vantare il proprio valore. Amare i figli significa aiutarli con misura ed intelligenza.

 

E qua torna giusto citare le parole del maestro Kempis:

«Se dare ai figli la sicurezza economica significa renderli insensibili al bisogno degli altri; se dar loro facilmente tutto quello che desiderano significa renderli incapaci di godere delle piccole cose o, peggio ancora, di gioire della vita; se togliere loro ogni preoccupazione significa convincerli che tutto è a loro dovuto; se metterli al centro dell'attenzione significa far loro valorizzare se stessi oltre misura, cioè accentuare l'egoismo; allora adoperatevi affinché i vostri figli conoscano e affrontino le difficoltà della vita in prima persona».       

Tutto questo bene lo sapranno i genitori del futuro, e altrettanto bene sapranno i loro figli che ai genitori non si deve solo chiedere, si deve anche dare.

 

Genitori saranno non coloro che avranno fornito il materiale genetico per la nascita del corpo fisico ma coloro che avranno allevato una creatura, l'avranno seguita, curata, amata anche se non sarà stata da essi generata. E tutto l'amore che i genitori daranno ai figli, i figli lo ricambieranno.  

Quando, adulti, non avranno più bisogno del sostegno dei genitori, non dimenticheranno, non abbandoneranno chi li avrà preparati e introdotti nella vita; quando a loro volta saranno genitori che allevano figli, comprenderanno il sacrificio di chi li ha allevati e ricambieranno tutto l'affetto che su di loro fu riversato. Perciò i genitori non saranno considerati un peso quando non avranno più nulla da fare, e non saranno emarginati.

 

La "comune ideale"

 

La famiglia non comprenderà solo il compagno ed i figli; comprenderà anche i genitori che, se bisognosi, saranno amati come figli. La famiglia, inoltre, non comprenderà solo persone legate da vincoli di sangue; comprenderà prima di tutto persone unite da vincoli d'amore. Ciascun membro non si industrierà per cercare di prendere di più, e dare il meno possibile; al contrario, ognuno desidererà rendersi utile e starà molto attento a non ferire  gli altri perché non cercherà la propria gioia, bensì quella altrui.

 

In un certo senso la famiglia dei futuro assomiglierà ad una comune ideale, nella quale i membri non avranno bisogno di "possedere" per sentirsi il dovere di avere cura; nella quale ognuno non avrà un ruolo fisso, dei compiti legati indissolubilmente alla sua figura; ma ciascuno potrà essere genitore e figlio, aiutatore ed aiutato; sempre, però, amante. E non vi sarà certo confusione e disorganizzazione, perché l'amore che pervaderà ogni membro, quell'amore che sarà stato la causa della unione dei membri in una famiglia, renderà ognuno responsabile di tutti e per tutti; e sarà sempre quell'amore a rendere costruttiva una così meravigliosa unione di esseri.

Quindi, ciò che oggi sembra un valore che va a perdersi, è un valore che sarà ritrovato nell'intimo. Questa, brevemente, la famiglia del futuro.

Scommetto che ognuno ne vorrebbe essere membro. Se così è, si adoperi per costruirla. E' facile, sapete: basta avere l'amore necessario.

 

                                                                                                                            FRANCOIS

 

 Continua