NEREO VILLA

Il cielo di tutti
Capisaldi di economia celeste e di liturgia cosmica per il terzo millennio

 

Indice:
1ª parte  
Aspetti del malinteso "Cristo" nel cattolicesimo - La distruzione astratta del micro e del macrocosmo - L'eresia dei rapporti fra terra, cieli e divinità - Il mandato ecclesiale per l'ordine celeste e terrestre - L'immagine dell'ordine celeste - Burocrazia divina - L'umanità del futuro - Oscurantismo scientifico del cielo - Il salto evolutivo fra vecchio e nuovo
2ª parte:
Il salto generazionale fra vecchio e nuovo - Il corpus domini è la terra - Osanna come parola d'ordine cosmico - Liturgia cosmica - Elementi biblici di rivoluzione solare - L'iracheno Abram da Roma alla Cina - Cana in Galilea ed il vero israelita - La bestemmia di Gesù - Nuova eucarestia
3ª parte:
La Terra di Israele - Esempio di logica immaginativa - Assimilazione occidentale dell'idea di predominio
4ª parte:
ARIETE - TORO - GEMELLI - CANCRO - LEONE - VERGINE - BILANCIA - SCORPIONE - SAGITTARIO - CAPRICORNO - ACQUARIO - PESCI
5ª parte:
Appendice politico-astrologica in merito a plutocrazia e a Plutone

 

Il salto generazionale fra vecchio e nuovo

 

L'altro modo di rappresentare questi salti evolutivi è molto più antico e rispecchia, accentuandolo maggiormente, il concetto di rapporto fra generazioni.

Tale rapporto, per quanto possa sembrare strano, era riprodotto da un asinello col suo puledro, cioè da un antenato e dal suo discendente, che dovevano rappresentare la condizione di trapasso da uno stato all'altro.

 

Questo è anche il motivo per cui in certe raffigurazioni antiche la costellazione del Cancro veniva rappresentata sotto forma di un asino col suo puledro. Si tratta in realtà di Asellus Borealis e di Asellus Australis, due stelle che circondano il gruppo stellare Praesepe formato da 50 altre stelle.

 

Non è privo d'importanza conoscere queste cose.

 

Si tratta infatti di un insegnamento che aiuta l'essere umano a conoscere il cielo spirituale attraverso illuminazioni completamente nuove. E' pertanto giusto rappresentare queste situazioni "linguistico-stellari", accennando alla posizione del sole fisico nella costellazione del Cancro, in cui il sole raggiunge il suo punto più alto, dopo il quale - cioè dopo quel "salto" - comincia a declinare.

 

Lo studioso delle stelle sperimentava infatti - assieme al mondo spirituale ed al riconoscimento delle forze che ne provengono - anche il come ricondurle alla terra per metterle al servizio dell'umanità.

Non sono, ovviamente, io a dire queste cose ma i vangeli.

 

Essi riferiscono che Gesù di Nazaret aveva prospettato tutto questo ai suoi discepoli, e ciò non solo a parole: aveva presentato ai discepoli un'immagine precisa, un quadro vivente della sua ascesa verso quelle altezze che l'umanità futura avrebbe dovuto raggiungere nel corso dei tempi. Per questo motivo Gesù si serve delle immagini del puledro e dell'asino(1): egli porta i suoi a comprendere ciò che nella vita spirituale reale corrisponde alla costellazione del Cancro, contemporaneo a quanto avviene nel rapporto fra lui e i suoi discepoli.

 

Il corpus domini è la terra

 

Qui vi è una cosa talmente grande da non poter venire espressa in parole umane di una qualsiasi lingua. Per poterla esprimere, il Cristo guida i discepoli nelle condizioni celesti del mondo spirituale, e poi prepara loro l'ambiente fisico terrestre attraverso le immagini che riproducono il macrocosmo. Egli li conduce fino alle altezze in cui le forze umane ridivengono utili per l'umanità, e lì si trova ad un'altezza che può solo essere accennata tramite l'altezza solare che il sole ha nel segno del Cancro. E ogni anno, sessanta giorni dopo la Pasqua, quando il sole entra nel segno del Cancro, si celebra il "Corpus Domini", festa "eucaristica" del "Corpo di Cristo", "segno sacramentale del pane". Altri paroloni, questi, che dicono tutto senza dire niente!

 

Mi è stato contestato da parte cattolica che nei miei appunti di fisica trapela l'acidità contro la religione cattolica. In realtà semplicemente pretendo solo che la chiesa dica la verità e non le bugie: il Corpus Domini reale è tutto il pianeta Terra in cui risiede lo spirito di Cristo. In tal senso il Corpus Domini non è altro che la festa che dovrebbe affermare (ogni anno almeno!) che "la terra è di Dio" e dunque di tutti. Ora, l'espressione "la terra è di Dio" è tratta dal passo del Levitico(2) relativo all'istituzione del giubileo, cioè l'anno della 'remissione': "ciascuno di voi - dice tra le altre disposizioni il testo biblico - tornerà nella sua proprietà... le terre non si potranno vendere per sempre, perché la terra è mia, e voi siete per me come forestieri e inquilini". La stessa affermazione ricorre nel salmo 50, in cui all'uomo che crede di contentarlo con sacrifici e offerte, il Signore ricorda: "mio è il mondo e quanto contiene"(3).

 

Osanna come parola d'ordine cosmico

 

Queste cose vanno dette. Non tanto per la loro numerologia - il giubileo è scandito dal 50 in quanto avviene ogni cinquant'anni, il salmo accennato è il 50°, il gruppo stellare Praesepe della costellazione del Cancro è formato da 50 stelle! - di cui nessuno più si meraviglia (in quanto nella maggior parte della gente manca oramai la connessione di pensiero) quanto per l'"Osanna", almeno, dei primi cristiani realmente rivoluzionari.

 

Nessuna meraviglia quindi se l'evangelista Matteo fa notare che la vita del Cristo ha raggiunto proprio lì, quando cavalca un puledro d'asina, il culmine della sua esistenza terrena, e se vi accenna poderosamente con le parole "Osanna nel più alto dei cieli"(4).

 

La parola "Osanna", che in origine era un grido d'aiuto e che col tempo era diventata un'acclamazione solenne, qui sta a significare, proprio nella sua radice centrale

 


"shan"

 

("san" nella translitterazione italiana) il nucleo basilare della "rivoluzione" intesa dai primi cristiani. Nei dizionari ebraici, "shan" come parola è infatti tradotta in vari significati che in tale nucleo trovano la loro giusta collocazione: "risanamento", "studio", "ripetizione", "cambiamento", "trasformazione", "mutazione", "cambiare idea", "differenziarsi", ed anche "anno", calendario", "capodanno" e "sonno", quest'ultimo sembra quasi indicare che la rivoluzione consiste anche nella consapevolezza del fatto che ogni notte quando ci addormentiamo recandoci "all'altra sponda" andiamo proprio a nutrirci di forze stellari.

 

La conoscenza del cielo è dunque la premessa logica affinché anche in terra vi sia la stessa armonia degli astri.

 

Nell'illustrazione: Jacopo Tintoretto, La nascita della Via Lattea (particolare).

 

Liturgia cosmica

 

La seguente illustrazione mostra che cosa si può ricavare dal "Corpus Domini", estendendo astrologicamente l'Osanna "nel più alto dei cieli", vale a dire dal cielo del Cancro a quello del Capricorno e del Natale, secondo la "liturgia cosmica" del tempo annuale:

 

Purtroppo i testi di astrologia omettono ancora, nello spiegare l'importanza dei cosiddetti "Triangoli di Terra, d'Acqua e di Fuoco", proprio queste considerazioni, che saranno comunque materia di studio per l'umanità del futuro:

 

nel Triangolo di Terra il cui vertice è al solstizio d'inverno corrispondono

Al Triangolo d'Acqua il cui vertice è al solstizio d'estate, corrispondono

Al Triangolo di Fuoco, il cui vertice è all'equinozio di primavera, corrispondono

Al Triangolo d'Aria il cui vertice è all'equinozio d'autunno, corrispondono:

Elementi biblici di rivoluzione solare

 

Anche del cambiamento di nome di Abramo si parla poco. Se infatti queste cose trapelassero nella loro verità gli studiosi di astrologia avrebbero materiale sufficiente per dare fondamento biblico alle loro ricerche, e ciò infastidirebbe coloro che hanno monopolizzato e il cielo e la terra.

 

Anche la pratica astrologica della "rivoluzione solare", oggi contestata perfino da certi pseudoastrologi, è fondata nei testi sacri. Prima della nascita di Isacco, l'esperienza di Abramo è quella del mutamento del proprio nome. Il suo nome, Abram, si trasformò in Abraham e solo allora nacque Isacco.

 

Quando infatti Abramo, oramai centenario, vide che la progenie che Dio gli aveva promesso(5) non arrivava, Abramo contestò la cosa a Dio, e Dio lo rassicurò dicendogli di contemplare il cielo(6).

I Padri della tradizione ebraica di fronte al fatto che Abram mise in dubbio la validità della promessa divina dovettero spiegare al popolo come in effetti stavano le cose: Abram è vecchio e sta mettendo in dubbio la validità della promessa che Dio gli ha fatto in quanto non ha ancora avuto figli. Come può essere mantenuta la promessa di Dio di fare di Abramo un popolo numeroso, una grande nazione? Il problema qui è scottante per i Rabbi in quanto Abram mette in discussione l'intero processo di Elezione Divina del popolo ebraico!

 

Quanto segue è la traduzione dall'ebraico di un brano tratto dal "Midrash Rabbah" al libro della Genesi. Tale brano prova che per i Padri della Tradizione ebraica l'unica risoluzione possibile al quesito poggia sulla logica degli astri:

"E Abram disse: Ecco, tu non mi hai dato nemmeno un figlio... (Genesi 15,3). Rabbi Samuel ben Isaac ha interpretato ciò che Abram disse: "Il mio destino planetario mi opprime e sentenzia 'Abram non può generare figli'. Il Santissimo, Benedetto sia il Suo Nome, gli rispose: 'Così sarà, secondo le tue stesse parole: Abram e Sarai non possono generare, ma Abraham e Sara possono generare'"

In altre parole, il Midrash Rabbah alla Genesi attribuisce qui l'attitudine astrologica a Dio stesso. Secondo questo testo dei Padri della tradizione ebraica Dio avrebbe detto sostanzialmente ad Abramo: "Certo, hai letto bene il tuo oroscopo. Infatti come Abram e Sarai, prima che io cambiassi i vostri nomi, il vostro oroscopo era corretto, e sareste rimasti senza figli. Ma poiché avete avuto fede in me, avete meritato un nome diverso, così che Abram è divenuto Abraham, e Sarai è divenuta Sara. Ora, se voi tracciate un nuovo oroscopo, utilizzando il momento del vostro cambio di nome come nuova ora di nascita, vedrete che gli influssi planetari indicheranno che voi potete generare".

 

I Padri della tradizione ebraica collocarono dunque Dio direttamente nel cuore dell'astrologia, donando indicazioni anche sull'importanza psicoastrologica dei nomi: infatti il concetto corrispettivo a quello del cambiamento del nome, è proprio il concetto occidentale di cambiamento della località: "Cambia posto, cambierai la tua sorte!", che nell'antica conoscenza ebraico-caldaica della "Rivoluzione Solare" recita: "mishnà makom mishnà mazal", il cui significato è

 


"Sostituisci il posto, sostituirai la tua costellazione",
o, più letteralmente: "Sostituisci il posto, sostituisci la costellazione".

 

Ciò che anche nella trattazione dell'astrologia talmudica(7) si riferisce alla costellazione sull'ascendente, è infatti materia di conoscenza di ogni astrologo capace: se la persona cambia la propria collocazione geografica, l'astrologo deve calcolare un nuovo ascendente per la latitudine e la longitudine della nuova località.

 

Secondo i Padri della tradizione ebraica è Dio stesso dunque a confermare che Abramo lesse correttamente il proprio oroscopo e che, finché si trovò sotto l'influsso dei suoi angoli planetari e delle sue costellazioni, non poteva avere la benedizione di un figlio(8).

 

Vi era perfino una località geografica, che rappresentava attraverso un cerchio di 12 grosse pietre il cosmogramma astrale (l'attuale carta del cielo) del cielo e le ripetute vite terrene dell'essere umano. Si tratta di Galgala. Ho già spiegato nei libri "Numerologia biblica" e "Il sacro simbolo dell'arcobaleno" le relazioni numeriche che il nome di questa "città" comporta, e rimando il lettore interessato, a quei testi. Qui voglio solo aggiungere che la scoperta di questa "città" mi diede molta felicità, tanto che la sua numerologia mi indusse a dedicare questa scoperta ai bambini. Infatti si tratta di qualcosa di talmente grande che solo i piccoli possono capirla, in quanto solo loro hanno ancora la facoltà di provare meraviglia.

 

L'iracheno Abram da Roma alla Cina

 

Da quanto precede emerge - in base alla redazione biblica, alla tradizione ebraica ed a quella cattolico-romana delle feste liturgiche - che il cielo astrale e planetario è punto di riferimento essenziale per ipotizzare un futuro, sperabilmente non troppo lontano, di speranza in merito all'unica possibile comunità religiosa in grado di unificare il pianeta in una pace duratura.

 

Le problematiche del medio oriente, dell'oriente ed anche quelle dell'estremo oriente, soprattutto in merito alle tematiche connesse alla razza, cioè ai legami di sangue, potrebbero trovare, proprio nell'osservazione del cielo astrologico basata anche sulle scritture, alcune prime risposte culturali, tanto più che l'etimologia della parola "cultura" offre il significato di "culto di Ur", cioè "culto della luce", in quanto "Ur" significa "luce", ed oltretutto, si tratta del luogo di nascita di Abram, che oggi si trova ancora segnato nelle cartine geografiche dell'Iraq:

 


"Ur Kashdìm"

 

Questo luogo viene di solito tradotto "Ur dei Caldei" ma significa letteralmente "Luce degli astrologi".

 

Non bisognerebbe inoltre dimenticare che la stessa dottrina cattolica della Trinità, sorta a nord-est dell'Indo, ed estesasi dall'Asia Minore fino in Europa, è - per usare il linguaggio geografico attuale - di origine "irachena". Il dogma della Trinità fu infatti riconosciuto dalle razze di tutti i popoli possessori di religioni costituite. Fu insegnato nelle più antiche scuole caldee, egiziane e mitraiche. Il dio Sole caldeo, rappresentato dal toro Mitra, era infatti chiamato "triplice", in base all'idea trinitaria dei Caldei.

 

Da questo punto di vista si può dire che anche il culto della chiesa cattolica è solo una continuazione dell'antico culto di Mitra, in cui erano confluiti tutti i singoli culti misteriosofici dell'Asia Minore e dell'Europa meridionale.

 

Va altresì ricordato che Abram significa "Padre-Ram", cioè Ab-Ram, e che Ram o Rama è uno dei 28 nomi di Krishna. Anche questo è culturamente importante se si considera che il Kali-Yuga, o età oscura, comincia 36 anni dopo la morte di Krishna, e che 36 anni dopo la morte di Cristo (o più esattamente di Gesù considerato come manifestazione terrestre del principio Christòs, in quanto la morte non può cogliere un principio, ma solamente l'individualità simbolica che manifesta questo principio per noi), cioè nell'anno 70, ha luogo la distruzione di Gerusalemme da parte dei Romani, inizio della dispersione degli ebrei, che corrisponde per loro all'era del Kali-Yuga!

 

La capacità di comprendere l'estensione che il nome Abram comporta non arriva però solo da Roma all'India, bensì fino al simbolo cinese dell'Yin-Yang, ed anche di questo simbolo ho parlato nei miei libri, spiegando il significato geroglifico di "AST" (o "Asoth"), principio spirituale delle forze astrali, che esaminate collettivamente, sono chiamate "Astarot"(9), nome che nella Bibbia compare anch'esso esattamente 7 volte(10) e chissà per quale oscuro motivo!

 

Cana in Galilea ed il vero israelita

 

Le individualità più evolute fra le varie razze e i vari popoli, che dall'oriente e da ogni altra regione del Nord o del Sud arrivavano in Palestina, sceglievano per i loro matrimoni fra non consaguinei - cosa questa considerata una trasgressione rispetto al valore unificante della propria etnia - Cana, un centro della Galilea.

 

La nascita di Gesù di Nazaret nella Palestina, predetta dai re-astrologi caldei, era stata riconosciuta come l'avvento della più alta individualità possibile, che avrebbe potuto apportare in quella regione ed al mondo intero, la massima spinta evolutiva. E ciò è abbondantemente affermato nelle fonti talmudiche e midrashiche, oltreché provato dal fatto che tali Re portarono doni al nascituro, simboleggianti il pensare (oro), il sentire (argento), ed il volere (mirra).

 

Oggi, la differenza fra la concezione del mondo di Gesù di Nazaret e quella di ogni altra confessione non è tenuta in considerazione in quanto la cecità e la carenza di pensiero, facendo di Gesù stesso una confessione basata sui vangeli, non sono in grado di rilevarla. Per rilevarla occorre infatti riflettere.

 

E' quasi impossibile sentire parlare della concezione del mondo di Gesù se si esclude ovviamente il concetto di "amore". Dicendo però in quel modo "amore", "amore", si arriva ad amare solo documenti, e perfino documenti anticristiani (come per esempio l'Art. 2266 del Nuovo Catechismo, che non esprime certo amore o perdono).

 

La concezione del mondo di Gesù di Nazaret è multirazziale.

 

Questa affermazione non può essere fatta nella misura in cui si segue il vangelo come un ricettario dietetico o come un compendio di regole igieniche.

 

Invece coloro che vogliono fare di lui una confessione, un'appartenenza giuridica o un'appartenenza politica, sono costretti a basarsi sulla carta per avere il "materiale" di fede. Perciò continuano a formare "razze", divisioni, partiti, europe e globalizzazioni, senza mai accorgersi che il globo, l'Europa, il partito e le divisioni, ci sono già.

 

Adolf Hitler, trascrivendo di fatto la legge mendeliana sulla disibridazione, aveva enucleato, nel suo "Mein Kampf" i presupposti teorici dell'intera prassi dell'"igiene della razza" e dell'interdizione dei matrimoni misti.

 

Ora, se si guarda al risultato generale dell'azione "pedagogico-correttiva" nelle varie confessioni religiose si può prendere atto che in esse non si arriva all'interdizione dei matrimoni misti, ma che si arriva certamente all'interdizione della persona che non concorda col loro catechismo(11).

 

Ciò che per il nazismo era "razza di ebrei" da sterminare, per il confessionalismo è "razza" di eretici da controllare, escludere o calunniare, ma solo perché oggi non si possono più mettere al rogo gli eretici. Nella chiesa romana infatti l'interdizione oggi non consiste più nella pena capitale, besì nel divieto di celebrare, seppellire o di ricevere i sacramenti. Coloro che la pensano in modo differente da Roma costituiscono per Roma ancora una "razza" da escudere.

 

Ben diversa è la concezione di Gesù di Nazaret, in cui l'esclusione di un essere umano da se stesso, così come l'interdizione dei matrimoni misti, è un'impossibilità assoluta, il Cristo essendo l'involucro di ogni Io umano.

 

Per questo motivo Gesù di Nazaret incomincia a fare i suoi segni in Palestina, precisamente a Cana, proprio in un luogo unico e massimamente adatto per i matrimoni misti.

 

La premessa che permette l'osservazione dell'atteggiamento multirazziale di Gesù consiste nella considerazione che la città di Cana era unica anche in senso geografico. E ciò può essere facilmente accertato.

Se infatti si impara a considerare i vangeli come documenti importanti ed essenziali alla luce della riflessione pensante, ci si accorge che in essi si insiste troppo nel dire una cosa geograficamente inessenziale in merito al primo dei segni, vale a dire nella descrizione delle nozze di Cana: "... ci fu una festa nuziale in Cana di Galilea"(12), "... Gesù fece questo primo dei suoi segni miracolosi in Cana di Galilea"(13), "... venne di nuovo a Cana di Galilea, dove aveva cambiato l'acqua in vino"(14), ecc., in quanto la logica vuole che non occorre veramente precisare la regione di una località, quando non ve ne sono altre con quello stesso nome.

 

Da qui la domanda: perché l'evangelista, quando parla di questo primo segno di Gesù, dice con insistenza che esso avviene a "Cana di Galilea"?

 

La risposta a questa domanda - fino a prova contraria - non può che essere la necessità dell'evangelista di far rilevare che solo in quella località poteva verificarsi quel primo segno del Cristo, e che fuori dalla Galilea ciò sarebbe stato impensabile. In altre parole, all'evangelista preme sottolineare che il Cristo non avrebbe potuto trovare in nessun'altra regione gli uomini necessari per quel suo primo segno.

Quella prima azione di Cristo infatti non avrebbe mai potuto verificarsi nell'ambito della comunità ebraica, dal momento che essere ebreo fu sempre - ed ancora oggi lo è(15) - una condizione d'essere strettamente legata alla consaguineità.

 

Invece in Galilea, cioè nella regione dove erano mischiati diversissimi gruppi di popoli e diversissime stirpi, non era così: in quella regione si trovavano riuniti i più diversi popoli, convenuti in Galilea dalle parti più svariate del mondo, proprio perché la parentela del sangue e soprattutto la fede nella consanguineità che dominava in Giudea o nei circoli più ristretti del popolo ebreo, lì non era più sentita.

I "galilei" erano insomma un miscuglio di vari popoli, abbastanza malvisto dai giudei, tant'è vero che "galileo" significò poi "ibrido", ed anche oggi il termine "beduino" e "palestinese" sono divenuti sinonimi di "arretratezza" (anche se bisognerà riconoscere prima o poi che in realtà è vero il contrario)(16): la gente che confluiva lì era formata da individualità evolute, in quanto capaci di superare i condizionamentri della specie umana, per es., quelli relativi a razza, stirpe, popolo, chiesa, religione, ecc.

 

Alla fine del vangelo di Giovanni, nell'epilogo, è specificato ancora per l'ultima volta l'"inessenziale" riferimento "Cana di Galilea"(17) per sottolineare in verità che fra i discepoli di Gesù era giunto in quel luogo anche Natanaele, probabilmente anch'egli per liberarsi dalla rigorosa legge del principio di consanguineità, che ancora oggi considera ebreo solo chi lo è secondo il sangue.

 

Natanaele, pur di liberarsi da tale visione del mondo ancora legata alla razza - e Gesù è il portatore per eccellenza di questo anelito, affinché il bene non sia più compiuto per forza della legge, ma come impulso d'amore vivente nell'intimo - aveva accolto l'iniziazione caldea, consistente nei misteri persiani o di Mitra, strutturata astrologicamente secondo il numero sette. Si contavano infatti in essa sette gradi di iniziazione: "chi doveva venir elevato ai gradi superiori dell'esperienza spirituale, doveva prima passare per il grado espresso col simbolo del "corvo". Poi diveniva un "occulto", un "nascosto". Al terzo grado diveniva un "lottatore", nel quarto un "leone"; nel quinto grado gli si attribuiva il nome del popolo a cui apparteneva. Nel sesto grado diveniva un "eroe solare", nel settimo un "padre". Per i primi quattro gradi, l'uomo veniva gradualmente introdotto sempre più in profondità nell'esperienza spirituale; nel quinto grado raggiungeva la facoltà di una coscienza allargata che lo abilitava a divenire un protettore spirituale dell'intero popolo al quale apparteneva. Per questo gli si attribuiva il nome del popolo corrispondente, e quando in quei misteri qualcuno era iniziato al quinto grado, aveva una determinata partecipazione alla vita spirituale"(18).

 

Tutto ciò può essere riscontrato da due fatti.

 

Il primo, è che Gesù riconosce questo anelito evolutivo in Natanaele, che definisce "israelita"(19). A differenza degli ebrei che, inseriti nella comunità, sentivano se stessi come membri di un'anima di gruppo, per Natanaele, iniziato del quinto grado, non era così: mentre l'uomo comune sentiva se stesso nell'anima di gruppo, di partito o di popolo di appartenenza, chi accoglieva l'iniziazione astrologica di Mitra doveva sapere accogliere quest'anima di gruppo in se stesso, perché per costui non avrebbero dovuto contare più ora i personalismi, bensì solo lo spirito generale del suo popolo. Ecco perché l'iniziato di questo grado veniva denominato col nome del rispettivo popolo. Il Cristo, naturalmente onnisciente, riconosce Natanaele, anche se Natanaele, essendo iniziato al solo 5° grado, non è ancora in grado(20) di riconoscere il Cristo come spirito cosmico della Terra.

 

Il secondo fatto consiste nel fico. Il Cristo infatti prosegue: "Prima che Filippo ti chiamasse, mentre stavi sotto il fico, io ti vidi".

 

Anche questa è una designazione simbolico-iniziatica, come quando del Budda si dice che stava seduto sotto l'albero di Bodhi. Il fico è infatti un simbolo dell'iniziazione egizio-caldea, e Gesù voleva dire: "So bene che sei iniziato e lo vedo". Solo a quel punto Natanaele comprende e riconosce: "Maestro, tu sei il Figlio di Dio e il re d'Israele!" (la parola "re", in questo contesto, significa: "Sei più grande di me, altrimenti non avresti potuto dirmi del fico").

 

Queste cose sono importanti e non vanno dimenticate.

 

L'attuale tendenza è invece quella di metterle in ombra... si vorrebbe dimenticarle in nome del "memoriale eucaristico"...

 

La bestemmia di Gesù

 

Tutte le traduzioni del passo relativo alle nozze di Cana in cui si trovano le parole di Gesù in risposta all'osservazione della madre sulla mancanza di vino, testimoniano che la nostra civiltà è decadente, e che l'umanità - perlomeno quella costituita dai traduttori - ha veramente bevuto un po' troppo.

 

Secondo costoro la risposta data da Gesù alla madre fu: "Che ho da fare con te, o donna?"(21), vale a dire una risposta che rientra nella categoria espressiva dell'avversione o dell'obiezione, avente tutte le caratteristiche della ripulsa o della resistenza alla madre che gli proponeva cosa fare.

 

In espressioni come questa ("Che ho da fare con te, o donna?" CEI) o in altre similari, come ad esempio "Che cosa c'è tra me e te, o donna?" (Nardoni); "Non cercare di dirigermi" (An American Translation); "Non infastidirmi" (The Four Gospels, Torrey), ecc., la frase viene tradotta come in tutti gli altri casi ritenuti simili, per esempio come in quello dei diavoli che dicono a Gesù: "Che abbiamo a che fare con te, figlio di Dio?"(22), forma espressiva che tanto nelle scritture ebraiche quanto in quelle greche rivela avversione o obiezione alla cosa suggerita, proposta o sospettata.

 

Nel caso del vangelo di Giovanni si è di fronte a parole che, come vengono abitualmente tradotte, sembrano una bestemmia.

 

Se si prova ad immaginare la scena, si nota che qui qualcosa non quadra: durante un matrimonio una persona fa notare ad un'altra che manca il vino, e si sente rispondere, come se fosse una cosa del tutto normale: "Che ho io da fare con te?".

 

Non mi sembra possibile accettare queste parole in un simile documento e contesto, a meno che non si voglia porre sullo stesso piano l'ideale di amore descritto nei vangeli nella relazione di Gesù con sua madre e il sentimento di avversione diabolica (Matteo 8, 29) nei confronti di Gesù.

 

Nel testo greco le parole sono


Ti emoi kai soi, gunai

letteralmente:

"Che cosa a me e a te, o donna?"

 

Con tali parole, l'evangelista intendeva accennare alla forza (la cosa) delicata e intima che, in luogo della consanguineità, avrebbe dovuto passare a un essere e ad un altro essere: donna, cosa abbiamo in comune noi due se non quella forza?

 

Le parole "Ti emoi kai soi, gunai" accennano dunque a qualcosa di massimamente evolutivo che in Gesù e nella madre era già presente, ma che ancora non poteva verificarsi nei presenti, soprattutto in coloro che avevano ancora bisogno della funzione dell'alcool per sviluppare il loro Io, distaccato dall'antica visione spirituale connessa al sangue. Perciò egli poi dice: "Non è ancora giunta la mia ora", intendendo dire con ciò: il mio tempo, cioè quando l'"Io sono" agirà con la sola sua forza, che non proviene da carne e sangue, non è ancora venuto.

 

L'alcool ha infatti la funzione opposta a quella dell'anima di gruppo.

 

Dal tempo di Noè, che fu il primo uomo a fare uso di alcool ed a conoscerne gli effetti, l'alcool agisce sugli uomini con la precisa funzione di preparare il distacco del corpo umano dall'antica connessione divina affinché vi si sviluppi l'"Io sono" individuale. L'alcool porta l'uomo giù nella materia, rendendolo egoistico, e portandolo ad esigere per se stesso il proprio Io, in modo da non metterlo più a servizio di tutto il popolo secondo il modo antico.

 

Nuova eucarestia

 

L'alcool ha oramai tolto agli uomini la facoltà di sentirsi uniti in un tutto dei mondi spirituali dell'antica veggenza atavica.

 

Il sangue di Gesù, in quanto vino, ha terminato pertanto la sua funzione, ed oggi è venuta l'ora di sostituirlo con l'acqua, "ora" rispetto alla quale 2000 anni fa Gesù diceva "Non è ancora giunta la mia ora".

Questo è il miracolo in fieri della trasformazione dell'acqua in vino.

 

La vocazione di Gesù non era infatti quella di ubriacare la gente col vino o con divine ideologie.

 

Speciale vocazione di Cristo è donare il massimo degli impulsi evolutivi possibili in modo da dire agli uomini: per chi è legato alle antiche condizioni della vita, l'Io si sente al sicuro soltanto nella fratellanza del sangue, ora però quella sicurezza occorre incominciare ad averla in noi stessi individualmente, ed Io vi aiuterò in questo compito rivoluzionario.

 

Cristo sintetizzata tutto ciò dicendo:

"Prima che vi fosse Abramo, vi era l'Io-sono"
"lo e il padre siamo Uno!"

 

Per virtù della forza dell'esperienza interiore che risiede in queste parole si verifica tutto quanto avviene di più grande e meraviglioso nell'interiorità umana grazie al Cristo: l'uomo trova in se stesso l'unione col Padre interiore, non col Padre che fa scorrere fisicamente il suo sangue attraverso le generazioni, ma col Padre che invia in modo diretto (e non mediato) la Sua forza spirituale in ogni singola anima individuale.

 

L'Io che è in me, e che ha comunione diretta col Padre spirituale, esiste da prima che esistette il padre Abramo!

 

La vocazione di Gesù, come la vocazione di Nereo Villa, come la vocazione di ogni cristiano reale, non è la messa domenicale o le campane o il confessionale o le 2865 regolette del nuovo catechismo, bensì pensare: sono chiamato a far scorrere nell'Io una forza che in esso è rinvigorita dalla consapevolezza dell'unione con la spirituale forza-Padre del mondo.

 

Le parole "Io e il Padre siamo uno" non significano "Io e il padre Abramo". Abramo è infatti un antenato fisico. Esse significano piuttosto che abbiamo bisogno di preti, o di vicari intermediari fra il Padre e noi stessi, nella misura in cui costoro hanno fatto loro il senso di questa vocazione. Ciò significa che tale misura è uguale a zero: non abbiamo bisogno né di antenati fisici, né di conferenze episcopali per essere "a posto" o "apostoli"...

 

E il Cristo andò appunto da coloro che erano giunti al momento di potere capire tutto questo.

 

Coloro che arrivavano in Palestina avevano necessità di trovare la forza nelle loro stesse singole anime, non nei legami del sangue, che essi avevano spezzato, mescolandosi fra loro. Ricercavano esclusivamente l'unica grande e possente forza che tutti dovremmo cercare, perché solo essa può ricondurre di nuovo l'uomo a cogliere e ad esprimere nel mondo fisico ciò che è spirituale.

 

Il compito del Cristo era connesso con la mescolanza del sangue, con l'unione fra persone non parenti per ottenere discendenti...

Tale progetto può essere riassunto in tre righe:

Ed è giusto che sia così. La forza potente, capace di ridare l'impulso per ritrovare la via verso il tutto verrà un giorno anche per i "beoni" dello spirito. La missione del vino di Gesù era infatti tale da accennare al più lontano avvenire dell'umanità, perciò anche per costoro c'è speranza. Inoltre, anche costoro, offrono, tutto sommato, un servizio all'umanità del futuro: prima di tutto era infatti necessario rimuovere la sapienza antica cui oggi si fa di nuovo riferimento con parole ormai incomprensibili quali alchimia, astrologia e così via. Doveva scendere l'oblio su quel sapere perché l'uomo non avesse più la possibilità di esprimere la sua anima dall’osservazione della natura ma solo quella di guardare in se stesso, risvegliando così le forze nella propria interiorità. Certe cose dovevano apparire astratte per assumere di nuovo una concreta e consapevole forma spirituale.

 

L'umanità si trova pertanto ora di fronte ad un'alternativa: può appropriarsi dell'influsso cosmico in modo sbagliato, dualistico, oppure nel modo giusto, nella sua unitarietà.

 

E' prevedibile pertanto, un reale rinnovamento dell'astrologia, che nella vecchia forma era un residuo atavico senza futuro. Tutto dipenderà dal saper vedere le cose come sono, attraverso concetti e idee scaturenti, sì, dalla scienza, però orientata alla concretezza di un pensare organico ed universale.  

 

NOTE

(1) Matteo 21, 2.

(2) Levitico 25,10 sgg.

(3) Salmo 50,12.

(4) Mt. 21,9.

(5) Genesi 12,1-3.

(6) Genesi 15, 1-5.

(7) Cfr. Joel C. Dobin, "Kabbalistyc astrology, Inner Traditions, Rochester, USA, 1977.

(8) ibid.

(9) R. Guénon, "L'Archeometra", Ed. Atanor, Roma, 1986.

(10) Cfr. 1ª volta: Deuteronomio 1, 4;  2ª volta: Giosuè 9, 10;  3ª volta: Giosuè 12, 4 ; 4ª volta: Giosuè 13, 12; 5ª volta: Giosuè 13, 31; 6ª volta: 1°Cronache 6, 71; 7ª volta: 1° Cronache 11, 44 .

(11) Secondo il "Direttorio generale per la catechesi" della congregazione per il clero (http://www.vatican.va/) il significato di catechesi si fonda, per es., su quattro idee fondamentali: "parola di Dio", "Vangelo", "Regno di Dio" e "Tradizione", inserite nel contesto di "evangelizzazione" proprio alle dinamiche precisate nella "Esortazione Apostolica Evangelii Nuntiandi", all'organizzazione e selezione di contenuti "cognitivi, esperienziali, comportamentali", ed alla precisazione dei destinatari. In tale contesto - esplicitando che la concezione di catechesi si ispira ai documenti del magistero pontificio post-conciliare e soprattutto ad "Evangelii Nuntiandi", "Catechesi Tradendae", e "Redemptoris Missio" - viene altresì definita la "pedagogia" necessaria per il  raggiungimento degli obiettivi stessi della catechesi. Secondo il concetto stesso di catechesi dunque, i destinatari della catechesi non possono non condividerne in toto (2865 articoli!) il Nuovo Catechismo.

(12) Giovanni 2, 1.

(13) Giovanni 2, 11.

(14) Giovanni 4, 46.

(15) L'attuale legge sulla nazionalità dello Stato d'Israele riconosce infatti il diritto di cittadinanza a ogni individuo riconoscibile come ebreo dalla sua discendenza, e più precisamente dal fatto di essere di madre ebrea.

(16) La popolazione palestinese è attualmente una regione con un alto grado di coscienza politica e nazionale, dunque tutt'altro che arretrata: nel 1929 una commissione d'inchiesta britannica constatò: "L'opinione che il fellah non s'interessa di politica non trova conferma nella nostra esperienza in Palestina... Qui nessuno puo dubitare che i contadini e i braccianti sono autenticamente interessati sia alla creazione di un loro stato sia allo sviluppo di istituzioni di autogoverno. Non meno di 14 quotidiani vengono pubblicati in Palestina, e quasi in ogni villaggio vi e qualcuno incaricato di leggerli a quattro contadini che non sanno leggere... Essi discutono tutti di politica e questa fa abitualmente parte dei sermoni del venerdì nella moschea. Questi fellahin... sono con tutta probabilità più politicizzati di molta gente europea".

(17) Giovanni 21, 2.

(18) R. Steiner, "Il quinto vangelo", Ed. Antroposofica, Milano, 1989.

(19) Giovanni 1, 47.

(20) Giovanni 1, 46.

(21) Bibbia C.E.I.

(22) Matteo 8, 29. Si tratta di un'antica forma idiomatica di domanda che si trova spesso nella Bibbia: 1) Giosuè 22, 24; 2) Giudici 11, 12; 3) 2° Samuele 16, 10; 4) 2° Samuele 19, 22; 5) 1° Re 17, 18; 6) 2° Re 3, 13; 7) 2° Cronache 35, 21; 8) Osea 14, 8; 9) Matteo 8, 29; 10) Marco 1, 24; 11) Marco 5, 7; 12) Luca 4, 34; 13) Luca 8, 28; 14) Giovanni 2, 4. Si veda anche la forma enunciativa usata in Esdra 4, 3: "Voi non avete nulla a che fare con noi nell'edificare una casa al nostro Dio"; oppure: "Non spetta a voi e a noi edificare una casa al nostro Dio". Lo stesso tipo di espressione, all'imperativo, si ritrova in Matteo 27, 19 nella richiesta fatta a Pilato da sua moglie riguardo a Gesù, che era dinanzi a suo marito per essere processato: "Non aver nulla a che fare con quel giusto".