Alberto Zanverdiani

SILVIO BENCO,

«Il Piccolo di Trieste», 12 febbraio 1937, p. IV.  

 

La Mostra di Alberto Zanverdiani

Alberto Zanverdiani, artista che amò sempre avvolgersi di modesta penombra, era noto anni fa, quando esponeva con gli altri nostri, soprattutto per la sua abilità nell'incisione, e in ispecie nell'incisione in legno. Più tardi non si videro opere sue nelle nostre esposizioni: viceversa egli incominciava a farsi conoscere come silografo anche all'estero, e specialmente nel Portogallo, dove non solo gli si dedicarono caldi articoli e gli si commise, anche da illustri personaggi, una bella serie di «ex libris, ma fu pure organizzata, l'anno scorso, una esposizione d'opere sue che suscitò ammirati giudizi.

La ricca mostra che lo Zanverdiani ci presenta ora nel Salone Michelazzi in via Mazzini comprende due gruppi d'opere: le silografie e gli acquarelli che rendono, con quasi esclusivo amore, motivi di Città Vecchia. Questi sono numerosissimi, diversi di dimensioni e di tecnica, e il pubblico che affolla la mostra li vagheggia con quella tenerezza di sentimento che è inevitabile in chiunque sia triestino. Infine, di là è nata la città, ivi sono state sofferte le sue antiche vicende, di là si sono sprigionate le sue prime fortune. Lo Zanverdiani è felicissimo nella scelta dei motivi, e ne trova, in questa piccola Città Vecchia, inesauribilmente. Quelle scalinate, quei vicoli, quelle androne, quei cortili, quei piccoli orti, quegli angolucci dove tutto sembra rabberciato nel semibuio e un colore ne erompe come se le cose bevessero un sorso di cielo, quelle strade vetuste e sconosciute ai moderni che si dipartono da via Donota, da via di Rena, da via Crosada, quei piccoli arcani coloristici di via delle Mura, di via delle Candele, di via dei Colombi, quei sottoportici che attraversano in ombre la prospettiva di androna degli Orti o di androne anche più umili e senza nomi, sono altrettante nostalgiche melodie che risorgono dal nostro povero passato. Se fosse, tutta così tranquilla, cosi incantata, così immagata nel colore, come nelle immagini dello Zanverdiani, nessuno penserebbe a demolire tanta parte di Città Vecchia per ragioni sanitarie. Giacché lo Zanverdiani ha una pittura di notazione equilibrata e nitida del colore, non mai futile, assai spesso appoggiata tonalità interessanti, e rende con trascrizione fedele il nobile riposo delle cose nella loro vetustà, il frastaglio delle linee che arrancano con accidentato disordine verso il cielo, la calma, e talvolta, come nelle scalinate di via Giuseppe Rota (già via di Montuzza), la monumentalità d'un'architettura nativa secolare e consunta. Gli acquarelli dello Zanverdiani si fanno osservare con interesse anche per la tecnica. Vale a dire alcuni di essi non sono più acquarelli. Dipinti su tavola, e verniciati con un leggero rivestimento di lacca, assumono un'espressione solida, corposa, che si traduce in maggior fulgore e sostanziosità del colorito. Dacché l'effetto è calcolato avvedutamente, abbiamo un'opera artistica, se pure d'un genere singolare, che s'avvicina alla tempera spessa. Ma anche nell'acquarello fluido leggero l'artista dimostra un'abilità consapevole, come appare in tanti suoi saggi, e per esempio nel coraggioso risparmio bianco della nevicata nel giardino domestico. Come silografo, lo Zanverdiani ha una notevole maestria. Gustiamo in lui prima di tutto il disegno e la composizione (anche l'invenzione. l'araldica del segno, ex libris» fantastici); indi la perizia e varietà della tecnica, lo stile del taglio e l'accortezza delle sovrapposizioni, il gusto con cui spesse volte è adoperato il colore. Parecchie di queste silografie sono stilizzazioni in bianco e nero, di quadri del quartiere di Città Vecchia e d'altre antiche città che vedemmo sulla parete opposta interpretate nella vita del colore.

Silvio Benco

 

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