by YAMA



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QUANDO INCONTRAI LA REGINA










Questo racconto è dedicato a
Danielle che un giorno mi chiese:
"Com'è andata?" ed io
stupidamente non le risposi e a
Mino che rese possibile ciò che accadde.





"Ciao, sei ancora disponibile per Glasgow?
Se vuoi andare dammi una conferma più rapidamente possibile.
Un abbraccio,
Mino"

Questa mail mi arrivò inaspettata, una sera dei primi di giugno, nel 2003.


L'ANTEFATTO



Nel luglio 2003 si sarebbero tenuti i dodicesimi Campionati del Mondo di Kendo a Glasgow, organizzati dalla piccola, se pur prestigiosa, federazione Inglese.
Federazione, la BKA, British Kendo Association, che, non avendo un adeguato numero di persone esperte nella gestione di competizioni di grosse dimensioni, si era rivolta all'EKF, European Kendo Federation, affinchè venisse fornito loro il supporto necessario.
L'EKF, a sua volta, girò la richiesta alle maggiori federazioni europee invitando Francia, Germania, Belgio, Olanda, Svizzera ed Italia a fornire ciascuna un team di Giudici di Gara.
In questo quadro la CIK (Confederazione Italiana Kendo) chiese a tutti gli iscritti con un minimo di esperienza organizzativa di eventi agonistici dei volontari, con buone conoscenze della lingua inglese, disponibili ad andare in Scozia. Dopo un attimo di titubanza dovuta al mio pessimo inglese poco più che scolastico, comunicai la mia disponibilità con pochissime speranze d'essere accettato, come infatti avvenne.
Ma il caso volle disporre in modo differente.

A pochi giorni dalla partenza, uno dei giudici italiani, Mino, fu costretto a rinunciare per motivi familiari, fece il mio nome e d'accordo con la segreteria federale mi contattò di persona per propormi di partire al suo posto.
In quattro e quattr'otto la decisione fu presa. Per fortuna ero libero, in ferie, potevo partire e quindi confermai la mia disponibilità.
Appuntamento il 1 luglio alle 8:00 a Linate.


PRIMO LUGLIO



LINATE

Non erano ancora le 5:30 che entravo già in autostrada.
L'aria della mattina era frizzante, ma s'annunciava un'altra giornata di caldo. Tra poche ore le spiagge della riviera sarebbero state invase da migliaia di bagnanti, anche se non fitti come le cavallette agostane, ed io non potevo fare a meno di chiedermi cosa ci facessi in auto, quando sarei stato molto meglio nel mio letto a poltrire, ad alzarmi con comodo per fare magari poi un bel giro con gli amici in barca a vela. O semplicemente godermi le ore del mattino crogiolandomi al sole tra un tuffo e un buon libro al mio stabilimento balneare, ai "Bagni Torino".
Un'ora e mezza dopo ero incastrato in tangenziale, mai visto tanto traffico. Il bello della "provincia" è anche quello, si, è vero, fare l'Aurelia d'estate, anche per pochi chilometri, è proprio uno strazio, ma io abito a non più di 30 metri dalla spiaggia e d'estate la macchina la lascio perennemente in garage. In ogni caso i miei conti erano giusti ed alle 7:30 entravo in uno dei parcheggi dell'aereoporto e pochi minuti dopo avevo sistemato l'auto e scaricavo il bagaglio.
Pochi mesi prima, quando ero andato a Bruxelles per gli esami di kendo, avevo comprato una valigia nuova, un trolley abbastanza capiente da contenere, per l'occasione, l'armatura, il gi (si legge ghi, è l'abito che s'indossa per praticare kendo), la biancheria ed i vestiti.
Questa volta, senza l'armatura e la sacca delle spade, non avrei dovuto pesare e ripesare il tutto per restare nei limiti imposti, anzi, il trolley non era nemmeno pieno e anche nello zainetto usato come bagaglio a mano avrei avuto ancora posto. Illuso!
Il pomeriggio precedente la partenza, m'ero assogettato alla solita trattativa estenuante con mia moglie per decidere cosa inserire o meno in valigia. Io tendo ad eliminare cose e lei ad aggiungerne.
Ho sempre invidiato quei viaggiatori capaci di mettere il loro mondo in una sola borsa da viaggio.

- Togli quel pigiama, per favore!
- No lascialo, ti potrebbe far comodo.
Non metto il pigiama, anche se ne possiedo tre o quattro, da quando ho smesso di vestirmi con la roba che mi lasciava mia mamma sulla sedia prima di andare a dormire. Eppure mia moglie me ne mette sempre uno in valigia.
- Non si sa mai!
Cosa si dovrà mai sapere? Mi chiedo, ma cosa "non si sa mai"?
A me piace sentire il fresco delle lenzuola sulla pelle e detesto rigirarmi, tra le coltri, impedito da elastici e bottoni.
Non lo metterò mai un pigiama!
Nemmeno dovessi dormire nel paese dei pinguini. Per stare caldi occorrono le coperte, non i pigiami ... e se proprio fosse un freddo bubbolone al più potrei mettere una t-shirt, ma un pigiama ... mai!
Nemmeno in ospedale, quando mi sono operato al ginocchio, ho messo il pigiama, solo slip e maglietta, giusto per pudore, e i pantaloni della tuta a portata di mano per alzarmi a passeggiare in corridoio, ma un pigiama proprio mai!
In ogni caso lo so che comunque la spunterà lei e il mio pigiama si farà l'ennesimo viaggio a vuoto.
Lo so perchè altrettanto so che per lei è una forma di scaramanzia e sa benissimo che prima o poi cederò, mi da giusto il tempo per le rimostranze e me l'infila nel sacchetto della biancheria.
In fondo non saranno poche decine di grammi di cotone a cambiare il volume strabordante del mio trolley.
Poi l'occasione è importante, così mi ha messo quello più nuovo, quello verdolino, taglio moderno da Italian Style, chissà se ha ancora le etichette attaccate, dovesse mai venirmi un attacco d'appendicite sarei il più elegante di tutto il Glasgow Hospital.
Qualche cambio di vestiario, un maglione pesante "casomai facesse freddo", la giacca blu e i pantaloni color perla per la serata di gala, la tuta da ginnastica, il giubbotto impermeabile, le scarpe per il vestito elegante e poi ancora il necessaire con qualche medicinale d'emergenza, tipo l'alka selzzer per gli stravizi, un paio di libri, la macchina fotografica, il mio taccuino di viaggio da cui non mi separo mai, pochi altri generi di conforto e sono pronto a partire.
Peso il tutto: 28 Kg.
Impossibile, ero certo che mi sarebbe avanzato dello spazio, eppure la bilancia parla chiaro, ventotto chili spaccati. Odio quello strumento, anche perchè a volte devo salirci io al posto della valigia, ma questa è un'altra storia.
Devo ridurre di almeno sei o sette Kg o non m'imbarcheranno il bagaglio, una mia collega, donna di mondo avvezza al volo, è stata categorica: massimo 20 Kg.
Sottopongo il trolley ad una drastica cura dimagrante, trasloco più roba possibile nello zaino-bagaglio-a-mano e, nell'impossibilità, alla fine, di aggiungere in quest'ultimo anche una sola caramella, riempio le tasche del giubbotto impermeabile che metterò addosso.

Mentre esco dal parcheggio e mi avvio verso il terminal mi sento ridicolo, è ancora mattina presto ma fa già caldo ed io sono carico come un ciuco, trolley, zaino, giubbotto ... e poi penso a quanto sono cretino perchè vedo il terminal davanti a me, immenso, dieci volte la stazione di Savona, ripenso all'appuntamento, a quelle poche semplici parole: "ore 8:00 a Linate". Si fa presto a dire a Linate!
Potevo almeno chiedere dov'era esattamente l'appuntamento, che ne so, davanti al bar, o all'edicola dei giornali o ai gabinetti, anche Linate avrà pure un punto caratteristico dove darsi gli appuntamenti ... ma no, troppo facile, "alle 8:00 a Linate", e io, due volte cretino, non ho con me nemmeno un numero di cellulare da chiamare, nel caso non trovassi nessuno mi sforzo di non agitarmi, cerco di vedere gli aspetti positivi e mi dico: "meno male che non è la Malpensa", mi hanno detto che è molto più grosso.
Sono le 7:55 quando le porte automatiche dell'ingresso si aprono davanti a me sul gruppo vociante della nazionale, e dell'entourage federale.
Ci sono tutti, proprio tutti.

Alle 9:40 l'aereo comincia a muoversi, ho il posto dal finestrino, è il mio terzo viaggio in aereo, lo trovo stupendo, che aspettiamo a partire?
Tutte le volte che ho viaggiato in aereo è sempre stato per il kendo. La prima nell'aprile del '94 per andare a Parigi a vedere i mondiali e la seconda, pochi mesi prima, in febbraio, per andare a Bruxelles a dare gli esami.
L'aereo s'allinea sulla pista e comincia a rullare, io riesco a stare incollato al finestrino anche con le cinture allacciate, si parte, è il classico calcio-in-culo, il muso si alza, siamo in aria, Milano rimpicciolisce rapidamente, il brusio, sospeso al momento del distacco da terra, riprende nella carlinga.
Solo allora mi rendo conto che i passeggeri avevano trattenuto il fiato.
Il momento del decollo è un momento di distacco, in tutti i sensi. Mi diceva un amico ex pilota, baby-pensionato Alitalia, che molti pur volando abitualmente, hanno una paura folle e vivono il decollo come un momento d'ingresso in una fase in cui non hanno più il controllo della propria esistenza ... in effetti con 10.000 metri di vuoto sotto ai piedi c'è ben poco da poter controllare, ma nella mia testa a prevalere è la curiosità. Così sono troppo occupato ad osservare quella città in miniatura, a cercare i posti noti, i riferimenti da quell'anomalo punto di vista, per preoccuparmi.

GLASGOW

Prossima fermata Heathrow, London, England.
Abbiamo appena decollato e le hostes appaiono nel corridoio centrale col carrello delle bibite.
Solo un attimo.
L'interfono gracchia, fischia, fruscia e si stabilizza sulla voce del comandante.
"Riallacciare le cinture e sospendere la distribuzione delle bevande".
Sulle Alpi c'è un temporale, turbolenza, tuoni e fulmini.
Sarà da ballare ...
Walter è alla mia destra oltre il corridoio, sta impalato sul suo sedile come se fosse in un'altra dimensione, è materialmente assente ed ha il colore di una candida candela traslucida.
Credo stia veramente male, è un aereofobo, il suo pensiero fisso, la sua ossessione, è di avere il piedi staccati dal solido terreno. Non c'è ragione, non c'è ragionamento che tenga. L'uomo è fatto per camminare, se doveva volare Dio gli avrebbe dato un paio d'ali! Frase scontata, ma nel suo caso assolutamente calzante. Poraccio!
Ma tutto passa, la tensione si scioglie, la turbolenza alpina è superata.
Siamo sulla campagna francese, rettangoli curati di verde scorrono incessanti sotto di noi.
Tutto procede nella più totale tranquillità.
La Manica, le scogliere, le White Cliffs of Dover, sono sotto di noi, la nuvolaglia, a volte fitta sul continente, si dirada e consente di vedere squarci di panorama.
Il Kent scorre sotto di noi, verde come l'icona di se stesso.
E poi i sobborghi della grande Londra.
Sono dal finestrino sul lato giusto.
Il colpo d'occhio è impressionante, Londra ed i suoi sobborghi è immensa.
Le autostrade s'intrecciano e si perdono in un tessuto urbano monocromatico, grigiastro con frammenti di verde scuro.
Siamo giunti alla prima tappa del viaggio.
Si comincia a perdere quota, la periferia, i quartieri di case a schiera, tutti uguali ed anonimi si dipanano all'infinito. Sembrano immagini generate da frattali impazziti che continuano ad arrotolarsi e svilupparsi uno nell'altro.
Conosco Londra, ma siamo molto a sud e mi mancano, o non trovo, i punti di riferimento necessari ad orientarsi.
Le case ci vengono sempre più incontro.
Un leggero scossone e siamo a terra.
Il terminal di Heathrow è enorme, immenso.
Sbarcati si cammina per un discreto tempo per raggiungere le porte che danno accesso al terminal dei voli interni, dove tra poco meno di quattro ore avremo una coincidenza per Glasgow. Ovunque lavori. Centinaia di metri quadri di teli di plastica sono tirati lungo il percorso di trasferimento per delimitare le aree di cantiere. Si sentono i sinistri sibili dei flessibili e i sordi tonfi di martelli e mazzette.
Abbiamo un po' di tempo, passeggiamo per la galleria del centro commerciale, poi passiamo ai tavolini di un bar e infine al "gate 22" pronti all'imbarco per Glasgow.
L'Inghilterra sfila sotto di noi senza colpoferire, verde e anonima, umida e nuvolosa, uniforme e noiosa come gli inglesi.
Poi l'aereo cominciò a scendere, passiamo attraverso alla coltre di nubi che aveva formato un tappeto compatto per l'ultimo tratto del viaggio ed appena sbucati sotto si presenta la campagna scozzese, verde cupo e toni scuri e casette sparpagliate con generosa abbondanza su profili ondulati.
Tutto è lucido per la pioggia.

Il tempo di recuperare i bagagli e siamo sui pulmini del'organizazione del 12 World Kendo Championship, ci aspettavano e ci porteranno al campus universitario dove saremo ospitati.
Raccordo autostradale e tangenziale, era dal lontano '92 che non mi trovavo a viaggiare in auto contromano, da quando eravamo andati a Londra con la 112 Abarth.
Alle 17:00 siamo alla reception del campus della Strathclyde University, ad est del centro cittadino, ha smesso di piovere ma siamo infreddoliti e stanchi. Sono in viaggio da dodici ore, ho voglia di una doccia calda e di un altrettanto caldo pasto.
Sono con Claudio, un caro amico di Brescia, allievo del mio stesso maestro. Da Milano abbiamo praticamente viaggiato assieme, abbiamo chiacchierato ed ora siamo qui in fila in attesa delle chiavi della camera, chissà come ci sistemeranno.
Franco, il nostro Commissario Tecnico se ne va con una manciata di chiavi ed il codazzo dei ragazzi e ragazze azzurre. Restiamo noi, giudici di gara, ospiti della federazione inglese. Ci consegnano le chiavi, sulla mia è scritto: palazzina 12 camera 4.
Claudio ha la 2.
Sono contento, con lui ci siamo subito affiatati, sarà una buona compagnia.
Ci concediamo una ventina di minuti, appuntamento alle 18:00 al pub del campus. Poi vedremo dove andare a cena.
La palazzina 12 è come un piccolo condominio di quattro piani, ad ogni piano due alloggi, ogni alloggio ha sei stanze, cinque camere singole con bagno ed una cucina comune.
La mia camera, la 4 è piccola, si affaccia verso l'esterno del campus, verso la città, in lontananza i palazzoni anonimi della periferia, sulla destra la strada in discesa con le casette a schiera, che piega ancora a destra verso il centro città.
Davanti un bel parco, anch'esso di un campus universitario adiacente al nostro.
Alla finestra tende pesanti, poi una scrivania, l'ideale per studiare, in una nicchia nel muro uno scaffale aperto, senza ante, dove disporre le mie cose.
In genere quando vado in giro tendo a lasciare le valige fatte, prelevando di volta in volta quello che mi serve, ma stavolta è differente, staremo a Glasgow un'intera settimana, così disfo il bagaglio e dispongo ordinatamente i miei capi sui ripiani di legno.
Il bagno non è grosso ma la doccia è proprio ampia, mi viene da ridere al pensiero che sia una vera "doccia scozzese", la provo, l'acqua è calda per fortuna.
Per me che tengo particolarmente alla mia privacy, alla mia intimità, è una sistemazione stupenda, ho tutto quello che mi occorre e non devo condividere la camera con alcuno. Ad essere sincero temevo peggio, avevo presente i campus francesi dove a volte ho fatto dei raduni per gare o stages, camerate con due o tre letti a castello e bagno in comune nel corridoio.
Anche a Bruxelles avevo una camera con sei letti e niente bagno.
Qui a Glasgow è invece una vera pacchia, camera singola con servizi, e nella cucina comune la TV ed il bollitore del tea sempre carico.
Ma non dovrò preoccuparmi per la colazione, quella è per noi predisposta presso la mensa del campus.

Sono le 18:00.
Con Claudio scendiamo lungo la George Street verso il centro.
Il Celtic Pub, vicino alla George square, all'angolo tra la St. Vincent Street e la Anchor Lane è uno spettacolo, è enorme, affollatissimo, i punti di mescita della birra sono almeno sette ed in ciascuno ci sono almeno due o tre ragazzi a servire. Tre o quattro le salette dov'è possibile mangiare.
Il locale è articolato su una grande sala centrale a croce con tanto di lucernario in ferro battuto. In piccolo è come l'incrocio dei due bracci della Galleria Vittorio Emanuele a Milano.
In piccolo, ma mica troppo, la sala principale potrebbe contenere tranquillamente un campo da tennis con tanto di tribune. Ai lati salotti e salottini, molto intimi, con poltroncine e divani, dove gruppi di amici sono raccolti a bere, ridere e scherzare, una pinta in una mano e la sigaretta, rigorosamente spenta, nell'altra.
È; piacevole il brusio di fondo, non c'è la caciara che ci potremmo aspettare se fossimo in un locale di una città dello stivale, l'atmosfera è molto soft, ma è viva, vivace, allegra.
Le ragazze hanno gonne corte e occhi lucidi, dove sarebbe facile perdersi, hanno un aria morbida, quasi arrendevole, e capelli biondi, lunghi ...

- Parliamo di domani Claudio - dico - chissà come sarà l'organizzazione.

Le parole però stentano a partire, sarà la stanchezza, sarà il rendersi conto d'aver cambiato mondo, ma ieri sera ero a spasso per via Paleocapa, la via del passeggio, a Savona, e stasera, solo dopo 24 misere, irrisorie, ore sono chilometri e chilometri più a nord, in un posto sconosciuto eppure così accogliente da sembrare mio da sempre.
Ci troviamo a nostro agio, ma stentiamo a dare un suono di parola a questa sensazione, forse nel timore che si dilegui, e ce la gustiamo fino in fondo, almeno quanto la pinta di "bionda" che stringiamo in mano.
Penso a Savona, a mia moglie, a mio figlio.
Chissà cosa stanno facendo in questo momento; Alessandro sarà già in giro con gli amici, la scuola ormai finita.
Sono le 19:30, Giovanna sarà a casa a spignattare per mio papà e per Ale.
Sarebbe bello averli qui, ora, adesso.
Sarebbe bello avere qualcuno cui raccontare queste sensazioni, queste emozioni.
Non posso fare a meno di pensare a quanto grande sia la mia fortuna nonostante tutto.


2 LUGLIO



Mancano pochi minuti alle 7:00 sono davanti alla porta della mensa universitaria per la colazione.
Ho dormito come il classico ghiro, e adesso sono "in forma", sveglio e pronto ad affrontare quest'avventura.
Alle 8:30 dobbiamo farci trovare alla fermata del bus. Un mezzo ci preleverà per andare alla Kelvin Hall di Argyle street, dove si terranno le competizioni.
Per stamani è previsto un breefing preliminare alle 9:30.
Il pensiero meccanico degli orari, ancora assonnato, si scioglie e svanisce appena percepisco con un briciolo di consapevole lucidità ciò che mi circonda.
Sono in coda con una trentina di persone, quasi tutti indossano le tute coi colori delle varie nazionali, davanti a me ho i polacchi e i francesi che parlano spernacchiando come loro solito.
Dietro ho una coppia di olandesi e poi ci sono canadesi, cinesi di Hong Kong e le stupende ragazze del team che arriva da Hawaii.
Il vociare è sommesso, poco più di un brusio, francesi a parte, le porte della mensa si aprono, sono le 7:00 in punto, varco la soglia consapevole che il mio mondiale è iniziato.

Alle 9:00 siamo alla Kelvin Hall.
Una facciata neoclassica, con due tozze guglie ai lati ed un portico con colonne corinzie. L'aspetto è un poco greve, ma per fortuna davanti, subito al di la della strada, della Argyle street, c'è il parco meraviglioso del museo d'arte, con cinque giganteschi ciliegi in piena fioritura.

"Hana wa sakura gi
hito wa bushi."


Che sia un segno?

Sulle colonne del portico spiccano le locandine del campionato che avrà presto inizio.
Entriamo nella hall, molto spaziosa, piena di stucchi dorati.
Ci consegnano una spece di biglietto da visita, nel mio c'è scritto Italy Team 5, e ci fanno entrare.
La sala che avrebbe ospitato le comperizioni è enorme ci staranno tranquilamente i quattro shiaijo, le aree di combattimento, con tutti gli spazi adiacenti di sicurezza e di servizio.
Siamo tutti presenti, otto gruppi di giudici di gara, otto membri per gruppo.
Ci sono francesi, svizzeri, tedeschi, olandesi, belgi, noi italiani e, ovviamente, i padroni di casa con due gruppi, uno inglese ed uno scozzese, debitamente separati.
Tutti in fila per la distribuzione delle divise che la BKA ha fatto realizzare per gli "helpers", così ci chiamano.
Mi ero dimenticato di chiedere ad Enrico come si chiamavano i Giudici di Gara in campo internazionale, adesso lo sapevo: helpers, aiutanti, e c'ero rimasto male.

Aiutante presuppone che ci sia qualcuno che fa qualcosa e qualcuno che l'aiuta ora, è chiaro che una gara la fa chi concorre, senza corridori non si fanno i cento metri, ma è altrettanto chiaro che senza i Giudici di Gara non si fanno le gare.
Noi non aiutiamo nessuno, noi agiamo parallelamente ai competitori ed agli arbitri consentendo lo svolgimento dell'evento dal punto di vista sia organizzativo che della gestione dei risultati dei vari combattimenti.
Non voglio essere blasfemo, ma una gara di kendo è una e trina, occorrono i combattenti che si scontrano nello shiaijo, occorrono gli arbitri che assegnano i punti validi, gli ippon, ai combattenti ed occorrono i giudici di gara che dicono ai combattenti dove e con chi devono cimentarsi, che dicono agli arbitri quando l'incontro è finito, che registrano, per arbitri e combattenti tutti i dati di ogni singolo incontro, se una sola delle tre componenti viene a mancare la gara diviene impossibile.
Per questo trovavo avvilente quell'appellativo di "aiutante", perchè noi "facciamo" non aiutiamo.

Passano i minuti e siamo tutti in fila per ricevere due magliette polo azzurre con cucito sulla manica il logo del 12 Campionato del Mondo, due paia di calze nere, rigorosamente di "filo di scozia", e un portadocumenti da portare sempre al collo con il pass in bella vista. Per la sicurezza.
Vabbè, sicurezza si fa per dire, se avessi il mio computer e una stampante di quei pass ne potrei produrre a centinaia, ma si sa, gli inglesi sono inglesi e tutto sommato è bello che dimostrino ancora fiducia nel prossimo.
Ci chiamano ad uno ad uno.
Enrico, che si occupa della gestione della segreteria della federazione, fa da apri pista seguito a ruota dalla moglie Tiziana, anch'essa impegnata nella segreteria federale.
È; poi il turno di Claudio "il ferroviere" e Gabriella, sua moglie.
Poi Nadia, non pratica nè kendo nè iaido, ma segue da sempre il kendo per via del mio amico Elio, e ne sa più di tanti praticanti, almeno di teoria, poi si occupa anche lei della segreteria federale ed è una buona organizzatrice.
È; la volta di Claudio, il mio amico di Brescia, di Matteo, membro del Consiglio Federale e, infine, tocca a me, l'ultimo arrivato nel Team 5 come ormai ci hanno battezzato gli inglesi.
Ritirato vestiario e pass inizia il breefing vero e proprio.
Ci attende John Howell presidente della BKA, che tra la meraviglia dei membri del team italiano, mi saluta calorosamente, sono felice che si ricordi con piacere di me e dell'ospitalità savonese in occasione del Trofeo Riviera delle Palme del '97, inoltre con Howell sensei avevo praticato in diversi seminari ad Alessandria ed a Salerno quando eravamo ancora nella FIK.
Rientrato nei ranghi rispondo con un sorriso agli sguardi interrogativi degli amici italiani, e con un laconico "poi vi racconto". Con Howell ci sono anche due altri dirigenti della BKA, c'è Paul Budden, conosciutissimo per aver scritto uno dei libri più consultati sul Kendo no Kata, e c'è Malcom Goodwin che prende la parola e dopo brevi saluti comincia a parlare a raffica.
Mai in vita mia mi sono sentito più inadeguato, il rappresentante della British Kendo Association continuava a parlare a parlare a parlare e io a non capire manco una parola, a parte "kendo", o poco più.
Tutti sembrano comprendere, qualcuno faceva anche domande e io continuavo a restare, se non proprio al buio, quanto meno in una profonda penombra.
In ogni caso Enrico sembra comprendere, poi ci spiegherà lui, penso e mi concentro sulla Kelvin Hall, stretta e lunga dovrà ospitare quattro shiaijo, le aree di gara del kendo. Quattro quadrati da undici per undici metri, uno dietro l'altro.
Da un lato delle aree i tavoli degli arbitri e dei giudici, dall'altro le tribune e sopra la galleria un ampio camminamento che domina la sala. È; là stanno montando gli stand degli sponsor dell'evento. C'è il fior fiore dei produttori mondiali di materiale per kendo e iaido, non vedo l'ora di andare a dare un'occhiata.

La riunione è finita.
I vari gruppi si allontanano compatti disperdendosi nell'ampia sala per fare poi capannello.
Noi seguiamo Enrico e ci sistemiamo sulla prima fila di sedili della tribuna.
- Allora?
- Come "allora?"?
- Nel senso che non ho capito un acca di tutto lo sproloquio
- Allora hai capito tutto. - dice Enrico - è stato proprio uno sproloquio.
In soldoni ... questi non hanno nemmeno una pallida idea di come si gestisce una gara di questa portata.
Si sono raccomandati a noi per la puntualità domani mattina ... e nei prossimi giorni, soprattutto per venerdì 4 perchè ci sarà la Regina in visita e i controlli della sicurezza rallenteranno l'ingresso, ci hanno anche pregato di lasciare a casa coltellini e taglierini che non passerebbero al detector.
- Ma per chi ci hanno preso? - si lamenta qualcuno - Siamo mica un clan di camorristi!
- Enrico scusa, non capisco, ma di preciso cosa hanno detto per la gara?
- Di preciso nulla. Hanno detto che domani facciamo le prove poi dopodomani si comincia e si sono raccomandati di essere "seri" perchè l'evento è veramente importante per la BKA.
- Cioè, - dico - saremmo noi a dover essere seri?
- Si, in più ci toccherà gestire gli incontri e verificare che i contendenti siano quelli giusti col nastrino giusto, e dovremo anche occuparci della manutenzione e pulizia dell'area di gara.
- Ma stai a scherzà?
Non so perchè, non conosco quale sia il meccanismo inconscio, ma in certe situazioni la mia lingua rincorre quella di mia nonna, quella che stava in centro, a Roma, in via Rasella, vicino a Piazza Venezia.
- Nessuno scherzo, ci hanno dato uno shiai-jo da gestire a mezzo con gli svizzeri, dobbiamo preparare tutto, non hanno nemmeno i verbali di gara pronti, domani ci forniscono l'elenco dei combattenti ed i moduli dei verbali in bianco, dovremo compilarceli da soli. La buona notizia è che ci forniranno un interprete che farà da collegamento coi capi arbitri giapponesi, per tutto il resto sono cavoli nostri, quindi, facciamo il punto della situazione.

Da domani funziona così: noi ci gestiamo l'area di combattimento numero tre assieme agli svizzeri.
Francesi e belgi saranno al quattro, tedeschi e olandesi si fanno l'uno mentre gli anglo-scozzesi si occuperanno dello shiai-jo 2.
Gli altri giudici di gara italiani non mi sembrano particolarmente agitati, loro hanno già fatto la grossa esperienza di gestire i campionati europei del 2001 in Italia, sono io l'unico spaesato, l'ultimo arrivato.
In ogni caso siamo in ballo ed anche se la musica non è proprio quella che preferiamo cominciamo a ballare e ad organizzarci, a dividerci i compiti, controllo dei competitori, cronometraggio, gestione del tabellone di gara.
La gestione di una competizione non è una cosa difficile, basta che l'aspetto organizzativo sia supportato da una buona dose di attenzione e precisione.
Occorre fare attenzione ai particolari, ai cronometri, ai nomi dei competitori, alle decisioni arbitrali, non sempre chiare e comprensibili soprattutto per chi non ha esperienza agonistica.
Così è presto fatto, per acclamazione nominiamo Matteo capo gruppo e lo deleghiamo a tenere i rapporti con l'organizzazione.
I due Claudio ed io che da quando pratichiamo abbiamo sempre fatto gare faremo da interfaccia con gli arbitri per capire quali saranno i punti assegnati da verbalizzare e ci occuperemo soprattutto del tabellone dove vengono registrati i nomi dei contendenti ed i punti assegnati in base al quale il pubblico può seguire l'incontro, ma soprattutto l'arbitro a fine incontro assegna la vittoria.
Nadia e Gabriella saranno le nostre cronometriste mentre Enrico e Tiziana compileranno i verbali di gara di ogni incontro e li inoltreranno, tramite Matteo, al tavolo centrale, gestito dagli inglesi, dove avviene il coordinamento dei quattro shiaijo.
Ogni due ore di gara, si prevedono orari giornalieri dalle 9:00 alle 17:00, al tavolo ci darannno il cambio gli svizzeri del Team 6 che gestiranno con noi lo shiaijo 3.
Ci studiamo i moduli dei verbali, facciamo qualche simulazione, ci troviamo a nostro agio, potremmo anche iniziare subito.
Il lavoro noioso ci aspetta domani con la compilazione dei moduli coi nomi di tutti i contendenti. Si rimpiange il sistema informatico che agli europei, Enrico aveva messo in campo, stampando i moduli dei verbali in funzione dei sorteggi preliminari e stampando poi in tempo reale i verbali via via che progredivano le fasi eliminatorie. Qua in Scozia invece torneremo alla pratica manuale.
Inoltre dovremo far vistare i verbali da Goto sensei, il capo arbitro dello shiaijo 3 prima d'inoltrarli al tavolo centrale, per fortuna abbiamo Mizutani Taro, uno studente giapponese che da un paio d'anni sta in Inghilterra, che ci potrà aiutare con la lingua.

Nel frattempo arriva Paul Budden in cerca d'interpreti, ci chiede se parliamo abbastanza bene qualche lingua, soprattutto europea.
Non ricordo chi si offre come interprete di francese, forse Tiziana, e a me scappa un serissimo: - "I speak italian well!" e così, mentre Tiziana mi guarda stupita e Nadia disgustata dalla mia scarsa serietà, mi ritrovo con un piccolo adesivo col tricolore applicato al cartellino del pass.
Adesso è ufficiale: sono un interprete posso parlare col pubblico e gli atleti di lingua italiana!
Forse dovevo dire a Paul che era l'inglese ad essere un po' difettoso? Ma no, in fondo siamo li per divertirci checchè ne dicano i padroni di casa e Nadia.
Enrico se la ride, ma ci richiama all'ordine. Dobbiamo risolvere il problema dei nastri e sistemare il pavimento dello shiaijo. Il problema dei nastri è serio perchè non abbiamo capito se gli inglesi ci forniranno o meno un addetto.
Ci sono nastri bianchi e rossi da far indossare ai contendenti prima dell'ingresso nello shiaijo, i colori sono assegnati secondo l'ordine di chiamata riportato sul tabellone. Il problema sta nel fatto che noi siamo contati al tavolo ed al tabellone di gara e chi dovrà verificare e mettere i nastrini non potrà aiutare a far altro.
Poi diciamola tutta, mettere i nastri è una tale menata.
Claudio e io ci auto esoneriamo dalla discussione e cominciamo ad ispezionare il parquet dello shiaijo, centimetro per centimetro, e ad applicare toppe di nastro adesivo dove rileviamo distacchi o scalinature o scheggiature che potrebbero risultare pericolose per i piedi nudi dei combattenti.

La giornata volge ormai al termine, o meglio è quasi l'ora del tea, o meglio ancora: è quasi l'ora di apertura dei pub, fuori sono pronti gli autobus che per tutta la settimana ci faranno da navetta, per riportarci al Campus della Strathclyde.
Gli altri del team paiono tutti stanchi, così siamo solo Claudio ed io, dopo un rapido cambio d'abito, a ritrovarci sulla strada per il centro città.
L'aria è fresca e ogni tanto pioviggina, ma vogliamo dare un'occhiata ai negozi nella zona pedonale, dobbiamo pensare ai regalini da portare a casa.
Scopro un grosso negozio di musica e strumenti, ci fosse Ale!
Ma io sono ignorante e non riesco a vedere nulla che possa comprare per mio figlio, o meglio, ci sono tantissime cose costosissime che potrei acquistare, ma non saprei cosa cercherò altrove.
È; così che finiamo nel classico negozio di souvenir. Alcuni tartan sono davvero belli, hanno colori vivi, ne scelgo due in particolare e chiedo alla commessa se hanno delle sciarpe con quel disegno.
Espletato il rito dei "regalini per casa" torniamo in strada, si è fatto tardi, i negozi cominciano a chiudere, i pub ad aprire.
Ne troviamo uno che nella semioscurità oltre ad ottima birra offre meravigliosi piatti di costolette arrostite con salse varie e patatine.
Fraterniziamo con gli indigeni che ci hanno etichettato immediatamente come stranieri, ma soprattutto non-inglesi, cosa apprezzatissima in scozia.
Definite le rispettive nazionalità comincia una chiacchierata infinita, tra una pinta di "bionda" ed una costoletta con senape all'aglio, sul calcio, con Claudio per fortuna, perchè le mie conoscenze sono limitate ai nomi delle squadre, su Milan e Juve ne sanno più gli scozzesi di quanto ne sappia io.
Claudio se la cavava bene da solo, così, nel mio ruolo di spettatore mi godo l'amicizia e il calore istintivo di questa gente e quest'atmosfera cosi anomala per me, piacevolmente rilassante e accogliente.
Quando rientro in camera sono quasi le undici di sera, fuori dalla finestra insiste ancora il lucore del tramonto. Solo allora mi rendo conto di quanto Glasgow sia a nord, e ci vorranno ancora una ventina di minuti perchè la notte faccia risplendere le luci della città.


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3 LUGLIO



Anche oggi pochi minuti prima delle sette sono in fila in attesa che aprano i battenti della mensa per la colazione.
Ieri, nella più pura tradizione anglosassone, nella pausa pranzo ci hanno dato solo un tramezzino, quindi, capita l'antifona, oggi sarà opportuno fare una colazione abbondante.
Tiziana, Nadia ed Enrico sono in fila poco distanti.
Si entra, li vedo fermarsi al banco della frutta e degli yogurt, io procedo per l'area tavola calda e mi preparo un vasoio con uova, bacon e patatine, poi prendo delle polpette schiacciate di sanguinaccio e carne di maiale cotte alla piastra con fagioli stufati, pane bianco con burro salato, una ciotola di macedonia, una mela che m'infilo nello zaino per un eventuale dopo, un croissant, una cuccuma di tea nero ed un'adeguata scorta di bustine di senape per le patatine e zucchero per il tea.
Per fortuna nel frattempo mi ha raggiunto Pasquale, un nazionale di Alessandria, amico di vecchia data, con un piatto, se possibile, più carico del mio, così ci sediamo vicini, ma soprattutto lontani dagli sguardi carichi d'orrore di Tiziana, Gabriella e Nadia.
Alle 8:00 gli autobus navetta cominciano a fare la spola con la Kelvin Hall, questa volta ci sono anche le varie nazionali che vanno ad allenarsi, a bordo c'è tensione mascherata con battute forzate, coach ed atleti sono tesi.
Giunti a destinazione Matteo c'informa che ci vorrà ancora un po', forse un'ora, forse più, prima che l'organizzazione ci distribuisca gli elenchi dei competitori da trascrivere sui verbali e i nomi da predisporre per i tabelloni di gara.
Così giriamo a curiosare tra gli stand degli espositori, confrontando prezzi e materiali dei rivenditori giapponesi, coreani, americani.
Riesco a trattenermi a stento dal dilapidare un capitale, avrei potuto spendere una montagna di euro in pochi secondi ... rimando gli acquisti, tanto più che non tutti gli espositori hanno finito di allestire i loro banchi e, con l'immancabile Claudio, andiamo a fare due passi nel parco antistante.

Sono quasi le 10:30 quando Matteo ed Enrico arrivano con bracciate di fogli con stampati i nominativi di tutti i contendenti che si affronteranno nei tre giorni sul nostro shiaijo.
Sono i fogli che dovremo inserire nel tabellone di gara accompagnati da tutta la dotazione di cartellini necessari per segnare i punti, le ammonizioni, le vittorie.
Altri fogli con gli elenchi da trascrivere sui verbali e un bel pacco di verbali in bianco.
Gli svizzeri s'aggirano in ginocchio per lo shiaijo col nastro adesivo per le riparazioni, ma il lavoro lo avevamo già fatto il giorno prima così li chiamiamo a collaborare alla trascrizione.
I lavori procedono, ma sono lunghi.
Facciamo la solita pausa pranzo con tramezino e coca cola ... e mela, due passi nel parco e si riprende.
Il lavoro è veramente lungo ma si arriva alla fine.
Con gli svizzeri ci organiziamo per una simulazione e collaudiamo le postazioni, tutto funziona alla perfezione, ci congratuliamo a vicenda, manca solo da risolvere il problema dei nastri.
Entrano nella sala gli arbitri, che sino ad allora si sono riuniti per seguire un seminario in un altro spazio dell'immensa Kelvin Hall, per una ricognizione.
C'è Lorenzo tra loro, unico italiano ad arbitrare nel mondiale, ci salutiamo calorosamente, c'è anche la Roberta che l'accompagna.
Prendiamo la palla al balzo, precettiamo la Roberta, la Ruby, ci facciamo dare un'altra maglietta divisa dagli inglesi e risolviamo così il problema dei nastri.
Adesso siamo veramente pronti ad iniziare.
Ci sono gli italiani che si allenano in una palestra adiacente, andiamo a vedere ed a salutarli.
I ragazzi sembrano in forma e carichi al punto giusto per ben figurare, staremo a vedere.
È; tardi quando i bus navetta lasciano la Kelvin Hall, siamo stanchi, stasera non ci muoviamo dal pub del campus e mangiamo in mensa tutti assieme.
Fuori piove.
Mentre mi cambio per la cena, mi rilasso in camera, gli occhi alla finestra, parlo con casa, stanno tutti bene. Mi mancano.
Ci ritroviamo tutti al pub del campus, c'è musica, c'è allegria, le pinte s'inseguono sul bancone, con la mia per aperitivo mi unisco ai ragazzi della nazionale, li conosco tutti da anni, si chiacchiera, si commenta, si cazzeggia.
Dell'aria tesa che si percepiva stamattina non c'è più traccia.
In compenso stasera siamo tutti, chi per un motivo chi per un altro, molto stanchi.
Sarà bene andare a letto presto, domani si parte mezz'ora prima, per passare i controlli della sicurezza per la visita della Regina, colazione dalle 6:30 ed alle 9:45 cerimonia d'apertura.


4 LUGLIO



Alle sei e dieci sono in mensa, c'è qualche minuto da aspettare bacon e fagioli non sono ancora pronti, intanto mi mangio la macedonia, mi spiace che non ci siano le polpette di maiale, erano molto buone, ma oggi con i fagioli c'è la salsiccia.
Alle otto il bus ci scarica davanti al portico della Kelvin Hall, ci siamo tutti. Nell'atrio della biglietteria un grande trambusto, sono state montate cinque porte con metal detector ed è pieno di poliziotti che con cortesia ci instradano nei passaggi che portano all'interno, sembriamo tanti capi di bestiame avviati ai recinti per la marchiatura.
È; lo scotto che paghiamo al nuovo clima internazionale successivo all'11 settembre del 2001, la sicurezza ha il suo prezzo. Faccio vedere ad una poliziotta, robusta dal volto tagliato con l'ascia, il contenuto del mio zaino, mi sorride, la ringrazio e passo. Siamo dentro.
Mr Howell chiama un rappresentante per ogni team degli helpers per le ultime raccomandazioni e intanto noi e gli svizzeri occupiamo il tavolo e ci giochiamo con una monetina il turno d'inizio.
Tocca a noi.
Il programma di oggi prevede lo svolgimento di due gare nell'arco della giornata: alla mattina gli individuali femminili ed al pomeriggio la competizione a squadre, sempre femminili.
Il tutto inframezzato dalla visita della Regina di cui non si conoscono, o per lo meno non sono stati resi pubblici, gli orari. Corre comunque voce che sarà a cavallo del mezzogiorno.

Ore 9:00, c'è un momento di silenzio, in fondo alla sala appare una bandiera, partono le cornamuse che accompagneranno col loro suono che tocca l'anima, tutta la cerimonia d'apertura, è iniziato il 12 World Kendo Championship.
Le squadre sfilano davanti ai tavoli dove siamo in piedi schierati, non riesco a trattenere l'emozione, il cuore batte a mille. Essere qui, ora, adesso, è un sogno realizzato, quando passa l'Italia con in testa il tricolore ho le lacrime agli occhi, ma non sono il solo ad avere gli occhi lucidi.

I vertici della International Kendo Federation, della European Kendo Federation e della British Kendo Association si succedono rapidi coi loro saluti ed auguri, ma sono tanti, troppi.
Alle 9:45 si fa il saluto tutti assieme, le squadre allineate dietro alle rispettive bandiere nazionali, gli arbitri schierati davanti, le autorità e noi giudici in piedi ai nostri tavoli.
Alle 10:00 il capo arbitro soffia nel suo fischietto, le prime quattro coppie di contendenti ricevono contemporaneamente il segnale d'inizio gara.
Partiti.

Sono al tabellone a fare con Claudio il segnapunti, mentre dietro Matteo e Claudio ferroviere preparano i nomi dei combattenti del turno successivo in modo che finito un gruppo di tre incontri giriamo il tabellone ed abbiamo pronta la successiva puole con altri tre incontri.
Al tavolo Nadia è presa col cronometro con Gabriella che registra i tempi e manovra la bandiera gialla che segnala all'arbitro la sospensione del tempo. Gli incontri sono di cinque minuti effettivi, se s'interrompono il giudice di gara ferma i cronometri e solleva una bandiera gialla in attesa che l'arbitro faccia riprendere il combattimento.
Enrico e Tiziana compilano i verbali che, via via che vengono completati, Taro, il nostro interprete, li porta a Goto sensei per la convalida e poi al tavolo centrale per l'aggiornamento del tabellone generale.
Ruby dall'altro lato dello shiaijo distribuisce nastri bianchi e rossi a contendenti dai mille stati d'animo, dall'ansia alla calma, che stanno per affrontare l'incontro della loro vita.
Con l'aggiustamento di Matteo dirottato al tabellone tutto funziona come un orologio, gli incontri si susseguono senza interruzione.

Alle 11:30 un brusio si spande per la sala, è entrata la Regina Elisabetta con il seguito, c'è anche il Principe Filippo.
Mr Howell accoglie sua Maestà e presenta i vertici dell'IKF, quasi tutti grandi maestri giapponesi.
Intanto arriva Paul Budden con gli ordini: i combattimenti proseguono come da programma su tutti gli shiaijo escluso il numero 1, quello in fondo, dove si affronteranno due maestri giapponesi in un incontro dimostrativo a beneficio della Regina e del seguito.
Dopo di che Sua Maestà si siederà per alcuni minuti al centro, tra gli shiaijo 2 e 3 per seguire le gare.
Infine lascerà la sala.
Paul si raccomanda di continuare come se tutto fosse normale, sottintendendo: "non fate nulla di stupido".
Per la seconda volta mi chiedo: " ma st'inglesi per chi ci hanno preso? Pensare che quando in Italia s'inventavano le banche questi qui andavano ancora in giro vestiti di pelli e con la faccia dipinta di blu!".
In ogni caso il programma va avanti, la regina si siede tra il nostro tavolo e quello dei team anglo-scozzese.
Sbircio la regale coppia, sono proprio come al telegiornale, sorridente lui, seria lei, mentre parla fitto fitto con Howell ... pensa tu, quello stesso Howell che m'ha pubblicamente abbracciato ... chissà se si può applicare la proprietà transitiva, no vero?
Non mi sarebbe dispiaciuto se mi avesse presentato Sua Altezza.
Sono proprio un irriducibile provincialotto, lo ammetto.

Sul nostro shiaijo gli incontri proseguono, ma la Regina, infrangendo il protocollo ed il programma, ha chiesto di salutare le ragazze delle squadre inglese e canadese e queste sono state fatte schierare proprio dietro al mio tabellone.
Queen Elisabeth si alza, mi passa davanti sorridendomi (!!!), ho abbozzato un inchino molto goffamente marziale, e si ferma proprio dietro al "mio" tabellone mentre una specie di gorilla in doppiopetto con auricolare, ma senza occhiali scuri, tanto per rompere con l'iconografia, mi si mette di fianco e mi fa un cenno di saluto con la testa.
Intanto nel nostro shiaijo 3 il terzo degli incontri di puole sta per terminare.
Sbircio dietro il tabellone, la Regina è li a due passi, sta parlando con la capitana inglese e le stringe la mano, il gorilla mi guarda, io gli sussurro: "I must revolve this ... table" e indico il tabellone col pollice, chissà come si dice tabellone? Forse board, ma la cosa è irrilevante tanto lui si limita a scrollare la testa, come se gli avessi chiesto se aveva smesso di piovere, ma con lo sguardo che diceva " non ci pensare nemmeno!".
Intanto l'incontro è finito, la francese ha perso con la brasiliana e nello shiaijo stanno già entrando le nuove contendenti.
Enrico mi fa cenno di girare il tabellone, io alzo le spalle ed accenno al gorilla con la testa mentre italianamente apro indice e pollice e li faccio oscillare ... nisba, non se ne parla proprio, io faccio categoricamente quello che vuole il gorilla, ci mancherebbe, dopo che m'ha salutato siamo diventati amici, e se lui non vuole che io giri io me ne guardo bene dal girare!
Goto sensei per fortuna non si accorge di nulla e ignora la situazione, dico a Claudio di tenere il tabellone aggiornato sul retro che appena possibile lo giriamo.
Dopo pochi attimi la Regina si allontana, il gorilla mi lascia, nemmeno un saluto, e io che mi ero illuso di aver fatto una nuova amicizia, se solo me ne avesse dato l'opportunità gli avrei offerto una banana.
In un baleno giriamo il tabellone, le gare continuano, un'ultimo sguardo al reale corteo, però, carino il cappellino di sua Maestà.

La prima giornata di gare stava volgendo al termine, negli individuali i primi quattro posti furono occupati dalle giapponesi, prima di tutte una formidabile Keiko Baba.
Prime le giapponesi anche nel torneo a squadre, seguite da coreane, canadesi (tutte con occhi a mandorla anche loro) e cinesi di Taipei.
Durante la premiazione la bella sorpresa ce la regalò la nostra Donatella che si era conquistata un Fighting Spirit, il premio speciale assegnato dagli arbitri, ai migliori combattenti.
Chiuse le premiazioni ci concediamo un debreefing assieme agli svizzeri, ci complimentiamo a vicenda, tutto è filato alla perfezione, nonostante lo scompiglio creato dalla regale visita, mentre giungono voci di pasticci e ritardi in cui sono incorsi gli altri tavoli.
Paul Budden lasciando la sala coglie i nostri sguardi ed alza in alto il pollice nella nostra direzione.
Domani ci aspettano gli individuali maschili.
Ci avviamo verso gli autobus soddisfatti ed abbastanza stanchi.
Cena alla mensa del campus, poi al pub.
Il locale è quasi deserto, gli atleti, inclusi i nostri sono tutti nelle loro stanze, nelle mani dei rispettivi direttori tecnici. Le ragazze non si vedono.
Il team degli helpers francesi, chiassosi più che mai, occupano un separè.
Claudio ed io siamo al banco a sorseggiare una rossa niente male assieme ad alcuni scozzesi dell'organizzazione, ragazzi simpatici coi quali commentiamo i fatti del giorno, la Baba ha impressionato anche loro.
Peccato che i giapponesi e i coreani siano alloggiati in un altro albergo, sarebbe stato interessante provare a parlare con loro, a chiedere le loro impressioni.
Le pinte si succedono, io prudentemente rientro sulle bionde di bassissima gradazione e Claudio mi segue, gli indigeni invece passano alle birre scure e il gruppo comincia a sgranarsi con i primi cedimenti.

Una cosa unica.
Si sa che la birra all'interno del nostro organismo ha un ciclo vitale estremamente rapido tra immissione ed emissione i tempi sono alquanto ristretti, soprattutto dopo la seconda pinta, così le visite agli orinatoi del pub sono abbastanza frequenti.
Già la prima volta avevo trovato la toilette impressionante coi suoi ben 25 orinatoi in batteria, mai visti così tanti tutti assieme nemmeno nei più grossi autogril dell'Autostrada del Sole!
Quella sera fu ancora più buffa l'esperienza, essendo solo noi due italiani e gli scozzesi a fare la spola, le relazioni e le chiacchiere non s'interrompevano lasciando il bancone, ma proseguivano coi "vicini d'orinatoio", nuova e mai prima sperimentata categoria di conoscenti.
Non contiamo più le pinte, ma alla fine gli scozzesi sono tutti KO mentre Claudio ed io sorseggiamo ancora l'ultimo bicchiere, Dan, il barman, si guarda attorno, annuisce nella nostra direzione e simula un applauso, poi prima di suonare la campana che annuncia la chiusura del pub mi si avvicina e mi regala il suo personale cava tappi d'alluminio ... che abbia esagerato con le pinte?
No, sto benissimo, solo un po' leggero, comunque meglio andare a dormire.


5 LUGLIO



Giornata grigia, ma non piove.
La routine si ripete, colazione abbondante, bus navetta, tabellone di gara, pausa pranzo, questo è un eufemismo ovviamente.
Un tramezzino non può certo essere definito "pranzo".
Poi di nuovo al tabellone, ogni due ore il cambio.
Domani la gara a squadre e la cerimonia di chiusura, ci sarà più pubblico e più confusione.
Meglio fare oggi gli acquisti, approfittando del primo cambio datoci dagli svizzeri comincio ad esplorare meticolosamente tutte le bancarelle.
Per fortuna accettano la carta di credito.
Compro un kendogi (letteralmente: abito da kendo) bianco e leggero, lo userò in estate. Poi due shinai, le spade di bamboo, e un po' di gadget da portare ai miei ragazzi del dojo di Savona e agli amici rimasti in patria, in pochi minuti dilapido una piccola fortuna! Ma quando mi ricapiterà di trovare una scelta così vasta di articoli? Dovrei andare in Giappone per trovare una simile abbondanza.

In tutta la giornata di gare solo Christian, tra gli italiani, transita nel nostro shiaijo. Gli altri li seguiamo, quando possiamo, sbirciando le varie aree di gara.
Le ore scorrono tutte uguali fino alla conclusione della competizione. Sia chiaro nessuno si annoia, ma ormai ci siamo assuefatti a vedere incontri di alto livello e quasi quasi mi ritrovo a pensare che al prossimo cambio me ne vado a fare due passi nel parco invece di seguire le performance dei mostri giapponesi o dei fuori classe coreani.
Così faccio con l'ormai inseparabile Claudio.

Per la sera è previsto che gli helpers siano ospiti ad una cena semi ufficiale organizzata dalla IKF presso il mega-albergo dove sono ospitati gli arbitri e i team nipponici e coreani.
Sarà una buona occasione per stare un poco assieme a Lorenzo che, oltre ad essere l'unico italiano ammesso ad arbitrare al mondiale, è anche il mio maestro e pure di Claudio.
Sono infatti già un paio d'anni che ho deciso di affidare a lui la scelta delle linee guida per far crescere il nostro dojo, il nostro gruppo, e tutte le volte che possiamo andiamo ad allenarci da lui a Brescia, anzi, a Calcinato per la precisione, vicino al Garda, tra il capoluogo e Desenzano.
Lorenzo oltre ad essere il nostro maestro di riferimento è anche un amico che tale s'è mostrato fin dal primo momento dell'ingresso di noi profughi della FIK nella FeNIKe prima e nella CIK poi.

Profughi da una federazione, la FIK, che faceva capo al CONI, che veniva pezzo dopo pezzo smantellata da personaggi che dell'opportunismo e della caccia alle poltrone aveva fatto una vera scienza.
Per anni ci avevano illuso con le loro promesse.
Promesse di ottenere il riconoscimento dei nostri gradi.
Promesse di ottenere il riconoscimento internazionale.
Promesse di avere maestri d'alto livello ai nostri seminari.
Promesse mai mantenute.
Così, dopo mille incertezze, alla fine degli anni '90, traghettai la mia società, dalla FIK alla FeNIKe e alla CIK.
Nella nuova casa del kendo trovammo un ambiente che con pochissime eccezioni, si dimostrava inspiegabilmente ostile nei nostri confronti.
Nelle varie occasioni d'incontro, gare, seminari, come minimo noi venivamo trattati con "distaccata sufficienza".
Non riuscivo a capire, ed ancora oggi stento a farlo, perchè gente che praticava sulla Via esattamente come noi, che faceva un kendo se non peggiore non certo migliore del nostro, mostrasse tutto quel livore come se fossimo noi, semplici praticanti, i colpevoli delle folli politiche del CONI o dei dirigenti della FIK.
Solo una manciata di persone si mostrò amichevole.
Lorenzo era uno di loro.
Ottimo nell'insegnamento, dopo una prima lezione, tenuta a Savona proprio all'epoca della transizione, divenne immediatamente il nostro punto di riferimento tecnico, ma soprattutto divenne un amico e stasera, a circa quattro anni da quei fatti, ci troveremo in questo contesto mondiale a condividere un momento di relax.

Una doccia rilassante è quello che ci vuole per rimettersi in sesto, ma sul più bello il cellulare comincia a vibrare.
È; Stefano di Radio Onda Ligure, lui è un cronista delle rubriche sportive della radio ed è anche un praticante di kendo, me l'ero dimenticato, ma mi aveva detto che avrebbe telefonato per un'intervista in diretta. Non ho preso appunti, non ho dati significativi, non ricordo esattamente i nomi dei vincitori, dovrò improvvisare.
- Ciao Carlo sono Stefano, ti ricordi che avevamo detto dell'intervista, vero? Siamo pronti per andare in diretta, tu sei pronto?

Stefano è una mitraglia, sempre molto professionale quando ha un microfono in mano.
Io ho appena fatto in tempo a balbettare un saluto che lui mi vuole mandare direttamente in onda, è come quando si entra in uno shiaijo, non si ha più tempo per pensare, si deve agire.
Così faccio. Cerco di soffocare l'emozione, di non pensare che sarò in diretta in tutto il nord ovest.
- Quando vuoi Stefano.
Sento partire la sigla e la calda voce, perfettamente impostata, di Stefano che riprende:
- Cari ascoltatori ben venuti all'appuntamento con la nostra rubrica Lo Sport in Diretta. Stasera siamo in collegamento con Glasgow, in Scozia, dove c'è il nostro amico Carlo che ci parlerà del campionato mondiale di kendo. Allora Carlo cosa ci dici di queste giornate?
Una dote di Stefano, quando t'intervista, è la capacità di metterti a tuo agio, così mi rilasso e riesco a non far tremare la voce.
- Buona sera a tutti ...
L'intervista si protrae, gli argomenti si susseguono, sull'incalzare delle domande di Stefano parliamo del clima della gara, dei risultati delle ragazze del team italiano, del Fithing Spirit di Donatella, ogni aspetto, anche quelli di colore, viene toccato.
Dopo dieci buoni minuti, un tempo record per questo tipo di interviste, manco si trattasse di calcio, si arriva alla conclusione ed ai saluti.
Stefano è soddisfatto, tutto è filato liscio senza intoppi e senza banalità, fuori onda ci salutiamo, dandoci appuntamento all'indomani per l'ora presunta di chiusura del campionato, per dare in diretta i risultati finali.

Ora mi devo sbrigare.
Una spazzolata alla giacca blu, un controllo al nodo della cravatta e via sul bus che ci porterà alla cena di gala.
Ad accoglierci c'è un cordialissimo John Howell rigorosamente in kilt con lui l'amico John Hepburn, scozzese doc, amico fin dai tempi della FIK.
Tanto per rimanere su un tema ricorrente di questo racconto vi basti pensare che con John Hepburn ed i suoi ragazzi, sul lungomare di Salerno, in un freddo sabato sera assolutamente invernale, prosciugammo le scorte di birra di ben due bar socializzando con la popolazione, soprattutto femminile, del quartiere fino a notte inoltrata.
Con John Hepburn sono baci e abbracci secondo la più mediterranea delle tradizioni.
In effetti dopo l'esperienza di Glasgow, sono convinto che gli scozzesi siano sicuramente tra i più mediterranei, chiassosi, nordici che io conosca.
Oltre alle autorità della BKA c'è ad accoglierci una cornamusa che in un loop infinito propone la sue melodia al tempo stesso mesta e vivace come solo quello strumento sa essere.
Starei ad ascoltarlo per ore, ma la festa comincia.
Con Claudio ci ritroviamo ad un ampio tavolo pariteticamente circolare con Lorenzo e Ruby, due dirigenti nazionali della federazione francese, un arbitro di Hong Kong, l'unico presente di cui comprendo bene l'inglese, il presidente della federazione Polacca e il suo vice ed altri ancora .
Si parla delle gare, delle esperienze d'arbitraggio, delle esperienze ai tavoli di giuria.
Ridono tutti come matti quando racconto della regina e del nostro tabellone bloccato dalla guardia del corpo, e ancor più ridono del fatto che Goto sensei, che passa per uno dei peggiori cerberi della IKF non se ne sia accorto.
In che lingua avveniva ciò? In inglese.
Il mio, dopo la seconda o terza pinta diventava sempre più "fluently".
Con gli arrosti, carni veramente squisite, mi stupisco nel veder servito del vino rosso, arriva dal sudafrica. Probabilmente da vigne coltivate da discendenti di emigranti italiani, avevo visto un documentario proprio su questo tema pochi giorni prima di partire.
L'arbitro di Hong Kong ed il polacco, serviti tra i primi mostrano chiari segni d'apprezzamento.
Claudio ed io ci guardiamo scettici assaggiamo con cautela.
Mai sentito nulla di più aspro, amaro e ruvido in vita mia.
Anche i francesi storcono la bocca, abbiamo un gesto d'intesa. Con magnanima benevolenza lasciamo che la bottiglia torni dalle parti del polacco e chiamiamo il cameriere per un nuovo giro di bionde, fresche birre.
È; l'ora di cenerentola quando gli autobus ci caricano per condurci ai nostri alloggi, allegri, chiassosi ... stanchi morti e domani è il giorno clou!


6 LUGLIO



Oggi sarà una giornata piena.
La mattina gironi eliminatori del campionato a squadre, pausa tramezzino, ormai nessuno si azzarda più a chiamarla "pausa pranzo", al pomeriggio la fase finale ad eliminazione diretta ed a seguire: premiazioni e cerimonia di chiusura del 12 World Kendo Championship, ma la giornata non finirà li, alla sera il tradizionale Sayonara Party con tutti gli agonisti, gli arbitri, i giudici, i dirigenti federali, ospiti della BKA.
La gara a squadre è la più entusiasmante e più movimentata delle varie competizioni. Anche quelle individuali sono belle, ma la competizione ha esiti scontati, nessuno sopravvive ad uno scontro con i mostri giapponesi o con i fuoriclasse coreani. Per vedere un giapponese eliminato occorre che se ne incontrino due tra di loro.
Nell'individuale maschile, infatti, finiscono sul podio due giapponesi, primo e secondo, e due coreani, terzi. Nel kendo come nella tradizione delle arti marziali non c'è la finale per il terzo e quarto posto ed a entrambi i perdenti in semifinale viene assegnato il bronzo.
Il rovescio della medaglia è che con le squadre il lavoro al tavolo di giuria si fa molto più impegnativo e non consente distrazioni.
Le squadre sono formate da cinque combattenti, ciascuno s'incontra con l'omologo della squadra avversaria, vince la squadra che realizza più vittorie.
A parità di vittorie, vince chi ha realizzato più ippon, cioè punti validi.
A parità d'ippon, vince chi ne ha subiti di meno e se anche questi sono pari si fa un combattimento di spareggio con un rappresentante per squadra, chi realizzerà il primo ippon porterà alla vittoria il proprio team.
Quindi i conteggi, le registrazioni sul tabellone, i verbali devono essere particolarmente accurati e la velocità con cui avvengono le cose in uno shiaijo non consente distrazioni.
Purtroppo non è previsto che i nostri ragazzi combattano nell'area a noi assegnata. Pazienza, cercheremo di seguirli quando gli svizzeri saranno di turno al tavolo.

Le poule si susseguono per tutta la mattina. Ogni poule è composta da quattro o cinque team che si affrontano in un girone che prevede che ciascun team ne incontri altri due della poule. Passeranno alla fase successiva ad eliminazione diretta le prime due squadre classificate di ciascuna poule.
Per ogni poule sono necessarie in media dai 120 ai 130 minuti, a volte anche di più.
Consci della necessità di effettuare con precisione tutti i conteggi e memori delle difficoltà incontrate nei cambi in corsa durante la gara a squadre femminile, ci accordiamo con gli svizzeri per darci il cambio ad ogni poule anzichè ogni due ore.
Paul Budden, che sovrintende al lavoro dei giudici dal tavolo centrale ed a cui nulla sfugge, al primo cambio, in anticipo rispetto agli altri team si precipita a chiederci ragione di questo cambiamento nella routine.
Glielo spieghiamo mentre gli svizzeri s'impegnano sulla seconda poule della mattinata.
Paul capisce al volo e approva, è il classico uovo di Colombo, ma ci voleva la fantasia e l'improvvisazione mediterranea, o meglio, italiana per realizzare il cambiamento.
Paul, tornato alla sua postazione al tavolo centrale, dirama disposizioni agli altri team di helpers, dovranno tutti adottare subito il nostro sistema.
Il trambusto attira l'attenzione dei capi arbitri della IKF, gli interpreti s'affannano a dare spiegazioni, lo stesso presidente della IKF, la più alta autorità mondiale del kendo in quel momento sorride ed annuisce guardando nella nostra direzione. Come non essere soddisfatti?

Attorno a mezzogiorno e mezzo la sorpresa, oggi niente tramezzino, per il pranzo ci danno un tiket e ci inviano al ristorante all'ultimo piano della Kelvin Hall, fino allora riservato agli arbitri ed alle autorità, lo stesso posto dove è stato offerto un rinfresco alla Regina.
Quando è il turno assegnatoci ci mettiamo in fila ordinatamente, qualche cromosoma sassone lo abbiamo pure noi italiani, ed attendiamo speranzosi.
Il ristorante è ricavato in un salone vittoriano colmo di stucchi e lampadari carichi di strass.
È; vuoto al centro, si mangia in piedi, sul perimetro i tavoli dove si distribuisce il cibo.
L'illusione dell'abbondanza svanisce come un ricciolo di burro in padella. Ogni tavolo dove si distribuiscono i piatti è un doppione degli altri, la molteplicità serve solo per ridurre i tempi.
Mi ritrovo a consegnare il mio buono pasto ad un energumeno di più di due metri che mi mette in mano un piatto con tre bocconcini minuscoli di pollo al curry una cucchiaiatina di un qualcosa di grigio che poi identificherò come purea di patate, e un pizzico di carote scondite tagliate fini fini.
Sfidando sguardi di disprezzo provo a farmi aumentare la dose di pollo, ma nulla da fare, l'energumeno è irremovibile e continua ad indicarmi il tavolo a centro stanza dove troverò le posate e le salviette di carta.
Speriamo che il pubblico non svuoti nel frattempo le macchinette automatiche che distribuiscono i tramezzini e le bottigliette d'acqua nella hall.
All'uscita incrociamo Livio, il vice commissario tecnico della nazionale, ci aggiorna. I ragazzi hanno superato la puole come primi e dovranno incontrare l'Ungheria.
Brutta bestia l'Ungheria, squadra campionessa europea in carica, forse una delle migliori scuole d'Europa, assieme a quella francese.
Faccio tappa con Claudio nella hall per una frugale scorta di tramezzini e siamo di nuovo ai posti di combattimento, o meglio, ai tavoli e ai tabelloni di combattimento.
Il pomeriggio procede senza intoppi, l'Italia ha battuto l'Ungheria con una vittoria di scarto, adesso se la dovrà vedere col Brasile.
Il nome non inganni, la nazionale brasiliana, così come quelle di Canada e USA, è interamente composta da giapponesi naturalizzati. In genere semiprofessionisti, che si allenano mesi e mesi in madrepatria. Se Giappone e Corea sono la serie A essi rappresentano i vertici della B.
Ma i carioca dagli occhi a mandorla fanno un grosso errore di valutazione e ci prendono sottogamba. Sono al contempo svogliati e supponenti e rimediano la batosta del secolo: eliminati dall'Italia all'ultimo combattimento.
La felicità e l'emozione sono fortissime, l'Italia se la vedrà con la corazzata nipponica in semifinale.
È; in assoluto la prima volta che un team europeo sale così in alto in una competizione mondiale.
Con la sola eccezione dei francesi che soffrono di una sindrome d'invidia congenita nei nostri confronti, una specie di grave complesso di castrazione che solo Asterix ha in parte saputo alleviare, tutta l'europa è con noi, perfino gli algidi inglesi e i norvegesi e i finlandesi, si congratulano con noi.
I belgi, tra i quali l'italianità è cosa consolidata, addirittura ci abbracciano.
È; una bella sensazione.

Stiamo arrivando alle semifinali, spunta Paul Budden, si congratula per il buon lavoro e ci annuncia che è stata assegnata al nostro shiaijo la semifinale Corea USA, è un modo per dirci "bravi, grazie", Giappone Italia sarà invece appannaggio del tavolo degli helpers anglo-scozzesi.
Siamo un poco in imbarazzo, comprendiamo ed appreziamo il riconoscimento, ma questo c'impedirà di seguire l'Italia, perchè gli svizzeri hanno appena terminato il loro turno e la semifinale tocca a noi.
Pazienza, cercheremo di seguire i nostri con un occhio e deleghiamo Matteo per tenerci aggiornati.
Gli amici svizzeri comprendono la situazione e si offrono di rilevarci al tavolo, li abbracciamo grati e ci spostiamo tutti dietro agli helpers scozzesi dove sta per avere luogo la storia.
Italia Giappone in semifinale... se avessimo scommesso un euro ad inizio campionato saremmo tornati a casa ricchi! Macchie fotografiche in mano stentiamo a contenere la nostra gioia. Ha inizio la semifinale.
Obiettivo dichiarato dei nostri è non prendere un cappotto da 10 a zero e cercare di piazzare almeno qualche ippon. Prendiamo il cappotto, ma solo di 8 ippon a zero.
Il Giappone batte l'Italia con cinque vittorie a zero, ma in un paio d'incontri gli abbiamo reso la vita difficile. Nessuno si aspettava che vincessimo col Giappone, sarebbe come scommettere su una squadra di parrocchia che si trovasse a giocare col Milan o con la Juve, ma è stato bello ugualmente arrivare fino a li ed è stato meraviglioso l'abbraccio dell'Europa, e perfino le congratulazioni a denti stretti dei francesi.
Bravi ragazzi!
Abbiamo infranto almeno dieci regole del protocollo, a partire da quella che invita i giudici di gara, anche quelli fuori servizio, a non parteggiare apertamente per un contendente, per arrivare a quella che non avrebbe voluto che fossimo in piedi sulle seggiole, dietro al tavolo di giuria ed agli arbitri, per seguire meglio i nostri ragazzi.

Le semifinali terminano, come da previsione la finale vedrà lo scontro tra Giappone e Corea.
L'onore della finale spetta al team degli helpers inglesi. Il nostro lavoro è finito, possiamo sederci e godere lo spettacolo pregustando già quando ai nostri verrà consegnato il primo bronzo mondiale atterrato in Europa, intanto i tre arbitri della finale, Vitalis (Olanda), Jattowsky (Germania) e Davis (Gran Bretagna), sono già in campo e le due squadre finaliste schierate per il saluto.
Ad essere sinceri, sono talmente stanco che i primi due incontri scorrono senza che io, pur con gli occhi aperti, riesca a vedere nulla. La situazione è di pareggio.
Si sta per concludere il terzo combattimento, il giapponese è sotto di uno a zero.
I volti dei coach nipponici sono impassibili, ma è un'impassibilità che tradisce apprensione. I coreani sorridono e cominciano a sperare.
L'incontro termina, è un boato unico.
Il quarto incontro si chiude con uno zero a zero che lascia i coreani in vantaggio di una vittoria e di un ippon.
Si va all'ultimo incontro con il Giappone in difficoltà, è la prima volta che accade da quando nel 1970 si è disputato il primo campionato del mondo.
Nell'ultimo incontro il capitano giapponese, Eiga, ha vita dura contro il coreano Kim.
Entrambi cercano di prevalere, lo scontro è durissimo, ma ancora aperto.
Se Kim riuscisse a portare in porto uno zero a zero sarebbe oro per la Corea, ma Eiga è un grande campione e preme sul coreano con risolutezza inseguendo un ippon.
In quel momento vibra il cellulare, era Stefano, me n'ero nuovamente dimenticato.

- "Ciao Carlo, noi siamo pronti ad andare in onda "
Lo interrompo subito.
- "Ciao Stefano, siamo all'ultimo incontro tra Giappone e Corea, si stà decidendo l'oro, se mi fai partire ti faccio in diretta la cronaca dell'ultimo incontro "
Nulla avrebbe fatto più felice Stefano che dopo la breve sigla salta ogni preambolo, annuncia la cronaca in diretta e mi mette in onda.
Come meglio posso cerco di descrivere la situazione che si sta evolvendo manca poco meno di un minuto alla fine.
Descrivo i volti dei coreani sempre più sorridenti, pare proprio che Kim abbia imbrigliato Eiga nelle sue trame difensive.
Ma non per niente Eiga è pluri campione del Giappone e capitano della nazionale, a poco dal termine esplode in un attacco formidabile e realizza un ippon memorabile.
Il boato della folla copre il mio commento, interviene Stefano con parole di spiegazione, ma non c'è tempo, le due squadre, dopo cinque incontri, sono in perfetta parita.
Riprendo la cronaca annunciando che Eiga è già pronto ai margini dell'area di combattimento per disputare l'incontro di spareggio, si attende di vedere chi verrà presentato dalla squadra Coreana.
Avendo appena subito una sconfitta si pensa che non sarà il capitano Kim a scendere in campo.
Invece è proprio lui a presentarsi.
Ha inizio l'encho, il tempo supplementare, il primo che realizzerà un ippon porterà all'oro mondiale la sua squadra.

Do un'occhiata alla batteria del cellulare, ce n'è abbastanza e l'incontro non dovrebbe andare per le lunghe. Continuo la mia diretta su Radio Onda Ligure.
Al ritorno in Italia Stefano mi dirà che abbiamo avuto un picco d'ascolto veramente considerevole.
Eiga e Kim si studiano, si rispettano e si temono, e nessuno dei due vuole commettere leggerezze.
Attaccare vuole anche dire esporsi alla reazione dell'avversario e nessuno dei due pare disposto a rischiare. Ci sono pochi tentativi d'attacco, ma si vede che sono solo simulati al solo scopo di valutare le reazioni dell'avversario.
I minuti passano, prima cinque, poi dieci, undici
È; il dodicesimo minuto dell'encho quando Eiga passa da zero alla velocità della luce e colpisce secco e preciso il coreano alla gola, è uno tsuki, la stoccata alla gola, stupendo.
La folla esplode liberando la tensione accumulata in quegli interminabili dodici minuti, Kim è ancora immobile, incredulo, sta cercando forse di capire dove ha sbagliato.
Il team giapponese è letteralmente in lacrime, mai era andato così vicino alla sconfitta.
Alla mia sinistra c'è il cronista della TV giapponese che ha fatto la diretta dell'evento, è così esagitato che lo annuncio alla radio e per alcuni secondi lo mando in onda accostandogli il cellulare.
Si conclude anche la radiocronaca, saluto Stefano e raggiungo i miei compagni del Team 5 Italia, per le premiazioni e la cerimonia di chiusura.
La commozione è fortissima quando i nostri vengono chiamati per ricevere il bronzo, la Kelvin Hall intera esplode in un'ovazione da stadio di calcio, tutta l'Europa è con noi. Stavolta anche i francesi applaudono senza riserve.

La chiusura della cerimonia spetta ad Alain Ducarme, presidente della European Kendo Federation. Alain è un belga che parla un italiano quasi perfetto, è un personaggio molto spiritoso, parla disinvoltamente in inglese e giapponese, lingue nelle quali chiude la manifestazione, ma soprattutto è un personaggio autorevole capace di uscire dal protocollo e con eleganza e spirito lo fa complimentandosi con gli italiani, come primi europei su di un podio mondiale.
Le cornamuse accompagnano col loro canto languido l'uscita delle delegazioni, le bandiere scompaiono una ad una dal portale principale, il pubblico comincia a defluire, pensiamo di andarcene, ma non è ancora il momento. Paul Budden chiama a raccolta gli otto capi team degli helpers, ma anche noi e quelli degli altri team ci avviciniamo. Parla a tutti, ma abbiamo la sensazione nettissima che sia con gli occhi che con la mente sia rivolto verso di noi italiani e svizzeri dello shiaijo 3.
- "Dear friends, I just wanted to say again that your helpers were fantastic. I believe that together we created the best World Kendo Championships to date ... it will be a very hard act to follow believe me. I look forward now to resuming some normality in my life and will see you all again in Hungary (campionati europei 2004) if not before. My very best regards to all."

Al Sayonara Party c'erano tutti, proprio tutti!
Maestri, direttori tecnici, dirigenti, atleti, arbitri e pure noi helpers.
Con Luigi, mio allievo e amico di Savona, che è venuto a passare qualche giorno a Glasgow ed a vedere i campionati, con Claudio, col quale ho condiviso questi giorni del mondiale, con Ruby e Lorenzo, occupiamo un tavolo mentre gli staff delle TV nipponica e coreana si contendono i soggetti da intervistare.
Si cena, si commenta, si assiste ai primi fuoriprogramma di chi poco avvezzo all'alcool si è lasciato conquistare da una bionda di troppo.
Il tempo scorre, le luci si affievoliscono, le sale del party si svuotano pian piano. È; giunto il tempo dei saluti.
- "Good bye Mr Howell, I hope to see you in Italy."
- "Bye Mr Hepburn, thank you for your hospitality."


7 LUGLIO



Sono quasi le 2:00 di notte del 7 luglio quando salutiamo gli helpers svizzeri sulla soglia di "casa", mi affretto, voglio peparare già i bagagli in modo da avere tutto pronto, domattina abbiamo i taxi prenotati per il Glasgow International Airport.
Al check-in ci siamo tutti eccetto Enrico e Tiziana, a quell'ora sono alla Kelvin Hall a tentare il loro esame di passaggio di grado, rientreranno in Italia con un volo in serata.
Walter è teso come tutte le volte che s'avvicina ad un aereo.
Christian, Angela, Fabrizio, Livio e Stefano e Donatella tutti scherzano, c'è allegria, la squadra è consapevole di aver fatto qualcosa di veramente grande.
La mia sensazione è invece quella un po' mesta del ritorno, ho si un po' di nostalgia di casa, ma quei giorni unici e irripetibili sono ormai finiti e questo finire lo percepisco come un vuoto incipiente.
Domattina non farò colazione alla mensa del campus della Strathclyde, domani sera non avrò scozzesi con cui chiacchierare. Avrò altre cose, alcune pure migliori, sarò di nuovo con i miei, ma tant'è che quel senso di vuoto ...

Milano di notte, non manca molto alle 22:00, vista dal cielo, è come una grande galassia di stelle colorate, Linate è a pochi minuti.
Si sbarca, si compie il rito del ritiro bagagli e degli ultimi saluti, un abbraccio a Claudio, Nadia, Claudio ferroviere, Gabriella, Matteo e a tutti gli altri.
- "Ciao ragazzi, ci vediamo!"

La macchina è nel parcheggio coperto, così come l'avevo lasciata, quel senso di vuoto prosegue, ma sono cosciente che la mia normalità deve riprendere da dove l'avevo interrotta il primo luglio.
Porterò con me questi giorni per sempre, coi loro colori, coi loro sapori, coi loro odori, coi volti sorridenti di decine di amici, questi giorni non potranno lasciarmi mai più.
La serata è limpida e tiepida, la campagna profuma d'estate, imbocco l'atostrada, con la musica di Vasco a farmi compagnia, per mezzanotte, penso, sarò già nel mio letto.


EPILOGO



Da quel primo luglio del 2003 sono trascorsi quasi quattro anni, il gruppo dei Giudici di Gara, GdiG come ormai ci chiamano tutti, della CIK è cresciuto molto nei numeri, ma soprattutto in termini di esperienza e professionalità gestendo tutti gli eventi federali di kendo e iaido.
Nel novembre del 2005 abbiamo ospitato in Italia, a Bologna, i campionati europei di iaido e di jodo e nell'occasione i dirigenti dell'European Kendo Federation hanno molto apprezzato il nostro lavoro, tanto che in aprile una task force di GidiGi sarà a Lisbona a dare una mano alla piccola federazione portoghese in occasione dei Campionati Europei di Kendo.
Forse a Lisbona ci sarò anche io, forse avrò ancora giornate importanti da raccontare, anche perchè in futuro s'intravede un altro campionato del mondo, quello che si terrà in Italia nel 2012, ma una cosa è certa, le sette giornate di Glasgow, quando incontrai la Regina, non saranno mai nè oscurate nè dimenticate.


FINE




P.S.: dei GdiG del team di Glasgow siamo andati a Lisbona in cinque, Claudio, Enrico, Tiziana, Nadia ed io, con l'aggiunta di un altro Claudio di Milano, di Elio e di Mino.
È stata un'altra esperienza stupenda, ma questa è un'altra storia!



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