Capitolo 6

 

Cavoli

 

Cavoli non ce la faccio più esordì Giuseppe dopo quasi 20 minuti di silenzio.

Anchio sono distrutto , ma ormai dovremmo esserci replicai.

Federico non disse una parola rimanendo totalmente assorbito dal suo lavoro di intarsiatore compiuto sul povero ramo raccolto sul sentiero. La luce si era abbassata abbandonando il bosco a una penombra ancora più intensa. Laria si era fatta più pungente e umida tanto da farci indossare le felpe. Camminavamo con una sete profonda, accompagnati dal triste lamento di Giuseppe, quasi strangolato dal sapore dolciastro dei lamponi.

Tra i rami del bosco spuntò allimprovviso il campanile di una chiesa. Era quella del passo e mai come quella volta ebbe tanto significato per noi quel santuario. Iniziammo a correre come pazzi; giù, a rotta di collo per il sentiero stretto e ostruito dai rami. In quellistante il morale era risalito alle stelle, avevamo dimenticato dolori e stanchezza; sentivamo scorrere la terra sotto i nostri piedi veloce e silenziosa. Era come aver vinto il campionato, era come essersi innamorati, cazzo era come essere arrivati dopo una giornata di cammino

In pochi minuti arrivammo davanti al santuario e brindammo di cuore, con un goccetto di whisky battendoci le pacche sulla schiena come pensionati che non si vedono da anni. Scendemmo rapidamente lungo la scalinata che accompagnava i pellegrini negli ultimi metri che li separavano dalla loro meta; ben presto ci trovammo tra un gruppo di case che si stendeva lungo la statale, ormai poco trafficata. Le costruzioni avevano un non so che di austero e di inquietante; abitate per solo pochi giorni lanno, davano lidea di un qualcosa che in passato era stato importante. Le insegne vecchie e sgualcite poste sopra a piccoli negozi di souvenir chiusi, erano il segno tangibile di un antico splendore.

Camminavamo dritti verso il bar, assetati e affamati come poche volte eravamo stati. Regga il discorso del trovarsi immersi nella natura, regga il discorso di godere di un po di tranquillità, ma la visione di un maxibon lì, in quel deserto alberato mi sembrò qualcosa di sacro. Ingurgitammo più cazzate che potemmo fino alla nausea nel minor tempo possibile, poi esortati da un Federico più mamma che mai, uscimmo piagniucolanti come bambini piccoli dal bar semideserto, alla ricerca di un prato dove accamparci per la notte.

Scusi signora, le crea qualche problema se ci accampiamo nei prati ?. chiese Federico a una vecchietta infreddolita in procinto di chiudere il suo negozietto pieno di souvenir. No, no fate pure, ci rispose con fare cordiale quasi disarmante.

Trovammo un bel praticello dove poter sistemare le nostre cose, relativamente fuori dal gruppo di case, a pochi metri da una pineta piuttosto sporca. Iniziava ad imbrunire e dovevamo ancora piantare la tenda, preparare un braciere fatto di pietre, raccogliere la legna, insomma fare un sacco di cose. Sistemammo la tenda come al solito in discesa dopo quasi mezzora di peripezie e di rilevamenti planimetrici. Io e Giuseppe iniziammo a raccogliere la legna per poter accendere il fuoco, ma purtroppo la strada ci ricondusse imprevedibilmente al bar. Quando tornammo dopo circa una mezzora, Federico oltre ad aver sistemato metà del nostro materiale, era riuscito quasi a domare un grossissimo cane lupo che nel frattempo si era sbranato metà del nostro pane.

Dove siete stati, esordì Federico piuttosto arrabbiato.

A prendere la legna, risposi con un tono di voce poco convincente.

Se non ti va bene così la prossima volta la legna te la vai a prendere tu, così non ci sono problemi, cercò di passare al contrattacco fingendosi offeso e indignato Giuseppe.

Ah si - replicò repentinamente Federico -, guarda che caso strano, tu hai la faccia sporca di cioccolato o sbaglio ?

Non è cioccolato, è terra. Penso di essermi sporcato mentre stavo scavando per cercare la legna, disse Giuseppe pulendosi la faccia con la manica della felpa.

Si va bene Geppo adesso per raccogliere la legna bisogna scavare, continuò incalzante Federico.

Certo, la legna più secca è la più vecchia, per questo va cercata sotto la terra, disse Giuseppe arrampicandosi sugli specchi.

Comunque con quei tre pezzettini di legna riusciamo a farci si e no gli stuzzicadenti concluse Federico ancora un po alterato;

Si però vengono belli robusti, cercai di concludere allegramente la discussione.

Dopo avere costruito un rudimentale braciere con i sassi raccolti nei campi, accendemmo il fuoco che ci sarebbe servito per cucinare. Iniziammo a preparare la cena avvolti dal rossore del tramonto, in quel luogo insolito per consumare un pasto, ma così suggestivo da fare venire la pelle doca. A volte capitano nella vita momenti in cui ci si sente al posto giusto, quello era uno di queglistanti; mi sentivo bene, avvolto dal tramonto, circondato dal bosco, cullato da quel quadro che riusciva a trasmettere solo calma.

Giuseppe era steso sul prato umido di fianco al fuoco. che piano piano stava prendendo vigore scoppiettando fragorosamente; Federico cercava disperatamente di mettere un po di ordine nella tenda dove: moduli, sacchi a pelo e zaini erano stati ammucchiati senza un minimo criterio. Io cercavo di ravvivare il fuoco, mentre le ombre si allungavano piegate dagli ultimi raggi di un sole pigro. I lavori necessari per poter accamparci ci fecero perdere la cognizione del tempo così ci facemmo sorprendere dalloscurità. Il buio ci colse impreparati visto e considerato che ceravamo dimenticati la torcia elettrica.

Io inizio a cucinare, ma non riesco a vedere niente con questo buio, dai Fede passami la padella, dissi con fare sicuro ormai distrutto dalla fame.

Prima però dobbiamo fare un brindisi, aggiunse Federico;

A cosa brindiamo? domandai piuttosto incuriosito.

Alla cosa che finisce per no rispose Federico.

Sarebbe chiese Giuseppe.

Alla figa no concluse Federico ridendo soddisfatto.

Versai un po di whisky nei bicchieri di plastica e nella padella per non fare attaccare le costine  e i salamini di maiale al fondo. Appoggiai la padella sul braciere mentre il cane ormai nostro fedele amico si avvicinò attratto dal soave profumo. Per allontanarlo dalla nostra cena gli cedemmo parte delle nostre provviste. Mentre le costine rosolavano sul fuoco, continuavamo a brindare trasportati da discorsi poco impegnativi. Le lunghe sorsate di birra comprata provvidenzialmente al bar del passo, avevano rotto ogni ostacolo con il mondo. Mi sentivo veramente bene abbandonato alla tranquillità della sera.

Tonno quante erano le costine? domandò Giuseppe piuttosto allarmato.

Quattro, risposi mentre ero impegnato nel conteggio.

Ne vedo solo tre nella padella, insistette Giuseppe.

Ci voltammo di scatto verso il cane, ma la sua espressione non lasciava intravedere nulla di sospetto.

Ah , una è caduta nel fuoco dissi cercando di raccoglierla.

Quella è tua, cercò di tagliare corto Giuseppe.

Non ti preoccupare, le ha fette cadere nel fuoco almeno venti volte per cui sono tutte uguali, se vuoi, quella la mangio io tagliò corto Federico.

Mangiammo costine e salamini contraddistinti da sapore di carbone, con un’avidità inaudita. Anche se eravamo esausti, avevamo ancora una voglia immensa di dire cazzate, forse troppa. Abbandonati totalmente alla quiete della sera ci perdemmo silenziosi a osservare il dolce tremore del fuoco.