Capitolo 5
La casetta
La casetta, era stata un’invenzione
strana, nata in un giorno strano, partorita da un insieme di idee strane,
strampalate, prive di senso logico. Era il simbolo della nostra amicizia. Un
abuso edilizio costruito su un fazzoletto di terra su cui confinavano 3 o 4
terreni di proprietari diversi, figlia di un progetto studiato collettivamente,
ideata da un trust di cervelli che in passato erano riusciti si e no a
costruire piccole capanne sugli alberi, sbilenche e pericolanti . Ne eravamo
orgogliosissimi, la guardavamo con il petto gonfio; quasi increduli non
riuscivamo a capire nemmeno noi come avessimo fatto a costruire una cosa
simile. Nacque in un noioso pomeriggio primaverile che si stava trascinando tra
discorsi possibilistici e liti furibonde su questioni fin più stupide della
politica. Federico che non sapeva proprio cosa dire, esordì con un: “Potremmo costruire una casetta di legno”.
Venne crocifisso da un: “Che cazzo
stai dicendo” di gruppo, che qualsiasi corale di
paese ci avrebbe invidiato. Ma la sera ancora ci stavamo pensando, ipnotizzati
da quell’idea strana. Si brindò fino a tardi
cazzeggiando dispersi in discorsi leggeri, poi come spesso accade, dal nulla
qualcuno sfodera la frase che dà inizio al tutto; che potrebbe essere: ”Tutti in macchina”, o in
frangenti più drammatici: “Alla carica”, oppure come capitò a noi: “So dove
sono i pali che ci servono per la casetta”.
Tutti ci stavamo pesando, era come far finta di niente, a tutti
ronzava in testa, ma nessuno aveva il coraggio di iniziare il discorso.
Corremmo fuori nella notte tiepida carica di profumi primaverili. Impiegammo
più di due ore per fare sparire una cinquantina di bellissimi pali di pino. In
quegli istanti fummo silenziosi come un branco di cinghiali, astuti come delle
pecore, rapidi come bradipi. Il furto fu così ben ideato che il padrone del
legname preso da compassione, il giorno seguente ce li regalò tutti…
La mattina seguente la passammo cercando il posto adatto dove
poterla costruire, ma non lo trovammo e per mesi i lavori rimasero fermi come i
cantieri dell’anas. Da quel giorno comunque
iniziammo ammucchiare pezzi che sarebbero potuti servire; rubavamo qua e là:
porte, finestre, mobili, tutto quello che veniva abbandonato negli scantinati.
Da una frase improbabile nacque, una costruzione improbabile,
proprietà di nessuno, covo di sette e mezzo alcolici e di feste pazze, centro
poco culturale e molto distensivo per scentrati come noi, dove la chitarra era
sempre ben accolta e i cantanti erano esclusivamente selezionati tra gli
stonati, libera da qualsiasi credo politico era la sede ufficiale dello
sporting F.C. Lozzola volgarmente detta Figa Club Lozzzola. Era il nostro
regno, quello degli eterni bambini, dove il mondo non ci poteva scalfire, dove
tutto era possibile e dove tutti potevano trovare la propria dimensione.
Impiegammo due estati per costruirla, sacrificando i nostri pomeriggi al fiume.
Ma lei era sempre là, così bella da fare invidia a un sacco di gente che non
avrebbe scommesso più di 100 lire su di noi. Era una cosa alla “Stand by me” costruita però a diciotto anni, età
in cui la gente inizia a diventare grande, quando si inizia a sacrificare la
vita per comperare automobili da 30 milioni e vestiti firmati. Ci sentivamo
bambini un po’ adulti, persi e presi dal nostro
mondo così semplice ed immensamente profondo. Anche la nostra gita faceva parte
di questo mondo, fatto di piccole cose, di serate perse a rincorrere le
lucciole con una bottiglia di birra e una chitarra; fatta di complicità
disarmante spesa attorno al fuoco inseguendo gli occhi di qualche sottana,
fatta di bugie e verità spese in giochi che non sempre innocenti. In quella dimensione il bambino che sognava
dentro noi avrebbe potuto vivere
felice, senza essere schiacciato dalla monotonia grigia di tutti i giorni,
dalla superficialità sterile delle serate invernali passate in discoteca,
ubriachi e dispersi in mezzo a una fiumana di gente disperatamente impegnata
nel cercare di essere per forza qualcuno…
Così camminavamo senza un perché, tre piccoli Forrest Gump che
cercavamo senza saperlo di riscoprire il mondo delle piccole cose, quelle che
solo il cuore di un bambino può cogliere. Un cuore che batte piano, senza fare
troppo rumore, ma che a ogni sua pulsazione fa vibrare tutte le cellule del corpo
facendoti sentire vivo. Vivo, finalmente sveglio, uscito dal lungo letargo
invernale, assaporavo quella sensazione di pienezza che si prova dopo una dura
giornata di lavoro trascorsa su qualcosa in cui si crede, lontano dal mondo
economico, dalla moda, da tutto, da noi.
Cercavamo quella bilancia mentale che ci desse la possibilità di
capire le cose a fondo, che ci facesse intuire quale fosse la strada giusta da
seguire. Il camminare così stupidi e felici ci lasciava un buon gusto in bocca.
Noi ancora ragazzi nelle nostre scarpe da ginnastica sporche di fango non
desideravamo nulla di più e nulla di meno; certo ci fosse stata la Bellucci
sarebbe stata tutta un’altra cosa...