Capitolo 4

 

Salivamo lungo il sentiero

 

Salivamo lungo il sentiero privi di bandiere, di credo, di scopi, cosi diversi sia dentro che fuori da apparire incompatibili, così uguali da sembrare fratelli; così diversi e così simili allo stesso tempo, dispersi sulle vie più disparate della vita, allineati su una unica con una destinazione ancora sconosciuta.

Camminavamo silenziosi smarriti chissà in quali pensieri insignificanti, lontani dal mondo, da tutto, da noi

 

 

Arrivammo finalmente sopra una piccola piana di terra. La salita che negli ultimi chilometri ci aveva distrutto, sembrava essere svanita, divorata dalle nostre scarpe. Avevamo perso il sentiero più di una volta e ogni smarrimento lavevamo pagato con scalate terribili di ripidi pendii avvolti da fittissima vegetazione; momenti superati con difficoltà accompagnata da qualche bestemia. Camminavamo sopra al crinale del monte più alto, ed eravamo ormai al bivio riconoscibile grazie alla dozzina di cartelli del CAI che indicavano le varie destinazioni con il relativo tempo di cammino.

Due ore cazzo ancora due ore, pensavo.

Eravamo troppo stanchi per poter assaporare appieno quella mezza vittoria. Davanti al piccolo cartello venimmo presi dallo sconforto; in fin dei conti una lieve flessione era prevedibile, era dalle 7 del mattino che marciavamo, anche se ci eravamo fermati almeno una ventina di volte la stanchezza cominciava a graffiarci la schiena.

Rimanemmo seduti a lungo, senza fiatare cercando di riacquistare energie ormai in via di esaurimento. Mi rialzai per primo e ordinai di rimetterci in marcia; Giuseppe come al solito protestò vivacemente senza però riuscire ad impietosirci.

Camminammo per oltre mezzora sul crinale sempre più spoglio. Lungo il sentiero si trovavano sempre meno tracce di civiltà, era passato diverso tempo da quando avevamo visto lultima lattina vuota di coca cola abbandonata da chissà quale cacciatore stronzo. Marciavo davanti alla piccola fila osservando quasi ipnotizzato le linee sinuose delle montagne circostanti, cercando punti di riferimento per poter capire la nostra collocazione.

Ci reimmergemmo nella umida penombra del bosco, lodore di muschio e di funghi penetrava nelle nostre narici lasciandoci in bocca un forte sapore di muffa. Era piovuto da poco, ma in quellistante era ricomparso il sole, che con il suo calore cercava di scaldare laria fredda e pungente.

Ragazzi merenda! urlai lanciando a terra lo zaino.

Ma con cosa facciamo merenda se i biscotti li abbiamo già finiti? disse Giuseppe.

Ma che biscotti, guarda quanti lamponi ci sono replicai additando il sottobosco coperto dalle folte piante spinose di lamponi.

Ci lanciammo a capofitto sugli arbusti carichi di quei dolci frutti e ne mangiammo a manciate. Dopo circa dieci minuti io e Federico fummo costretti ad abbandonare i cespugli, quasi nauseati dal sapore dolciastro che i lamponi divorati senza minimo criterio ci avevano lasciato.

Giuseppe basta, poi va a finire che ti caghi addosso urlò Federico sentendosi molto mamma.

Ma cosa vuoi, sono troppo buoni rispose Giuseppe totalmente immerso nel sottobosco.

Dai Geppo poi stai male cercai di convincerlo.

Non ti preoccupare rispose nuovamente con la bocca piena.

Si, si , non mi preoccupo più conclusi non troppo preso dal discorso.

Rimanemmo seduti in silenzio per unaltra decina di minuti, aspettando che il famelico predatore finisse la sua abbuffata.

Tornò con la faccia sporca e le mani appiccicose, assetato più che mai, cosa che ci creò non pochi problemi visto che avevamo finito lacqua e che  Giuseppe iniziò a lamentarsi allistante.

Riprendemmo il cammino seguendo il sentiero che iniziava a discendere verso il passo. Lontano si intravedeva lautostrada e qualche paesino di cui ignoravamo il nome. Le gambe sforzavano, distrutte dalla ripida discesa, schiacciate dal peso degli zaini e dai chilometri percorsi. Attraversammo un bosco di faggi che sembrava stregato, le piante informi nascondevano massi enormi capitati li chissà per quale motivo. Mi sentivo protagonista di un libro fantasy proteso nellascoltare qualsiasi rumore che provenisse da quella parte del bosco stranamente silenziosa.

No Tonno dimmi che ti sei ricordato la torcia disse Federico piuttosto preoccupato, interrompendo quel silenzio spettrale.

Ma non dovevo portarla io risposi con fare sicuro.

Non guardate me, perché io non centro niente intervenne risoluto Giuseppe.

Adesso come cazzo facciamo? domandò tristemente Federico.

Facciamo senza cercai di concludere, sottovalutando il problema.

Si vedrai che casino stanotte chiuse il discorso Federico a cui era passata la voglia di parlare.

Ero da più di unora perso nei miei pensieri esistenziali, preoccupato più che altro da cavolate. La stanchezza riusciva ad amplificare il senso depressivo di ogni mio piccolo pensiero storto.

Ci fermammo esausti lasciando cadere gli zaini a terra non curanti di nulla. Federico prese silenziosamente una sigaretta dal pacchetto stropicciato, lento cercava laccendino nascosto in qualche tasca . Giuseppe si sdraiò a terra  con laria stanca e lo sguardo spento, era sempre più ombroso e taciturno, sfinito dalla camminata come forse non lo era mai stato.

Era cominciata la discesa già da diversi chilometri,  ma era così ripida da romperci i polpacci e da farci rimpianger la salita. Chiesi pensieroso una sigaretta a Federico e la fumai anche se non lo facevo abitualmente; inspiravo ed espiravo in modo irregolare come un ragazzino che vuole fare il grande; ma il sapore di quella sigaretta aveva il gusto che solo una camel fumata da Bruce Willis alla fine dei suoi film poteva dare.

Diluivo i pensieri con ampie porzioni di fumo per allontanarmi da ciò che mi sembrava fin troppo reale: la fatica!!! Boccheggiavo lentamente la mia paglia pensando a una miriade di cose, perso nella luce bassa di quel tardo pomeriggio estivo. Mi immergevo nei pensieri più profondi come un osservatore esterno, tanto da rimanere sconvolto dal mio mondo troppo sballato e distorto. Federico seduto contro una vecchia quercia, continuava a scorticare un povero ramo che aveva raccolto la mattina per ricavarne un bastone da viandante. Tra un colpo di coltello e laltro alzava gli occhi mandando sguardi obliqui verso il bosco inanimato.

Riprendemmo il cammino immersi in boschi a noi sconosciuti, non sapevamo realmente dove fossimo e nemmeno quanto distasse la meta. Il bosco era cambiato, i grossi e fogliosi castagni erano scomparsi sostituiti da faggi e frassini. Di quando in quando si apriva qualche radura lasciandoci scorgere in lontananza lautocisa, brulicante di automobili incolonnate; dirette verso il loro ferragosto marittimo. Un serpentone infinito e rumoroso che strisciava inesorabilmente verso la montagna. Guardando quel triste animale artificiale ci rendemmo conto di come luomo si stesse allontanando dalle sue radici, disperso in città, rinchiuso dentro automobili che poco o nulla avevano a che fare con lui. Nonostante ci sentissimo fuori posto, il bosco cominciava a entrare in noi facendoci sentire parte pulsante della natura.

Guarda che bel cartello bianco! Cosa cè scritto?, disse Giuseppe piuttosto incuriosito.

Divieto di raccolta dei prodotti del sottobosco, Regione Toscana, lessi piuttosto soddisfatto.

Potremmo metterlo nella casetta ribattè Giuseppe.

Si assieme alla manona gonfiabile che abbiamo rubato al distributore della Fina la scorsa settimana rispose Federico con tono sarcastico.

Si, si, ci starebbe proprio bene concluse Giuseppe e, senza preoccuparsi del parere di Federico iniziò a staccare il cartello inchiodato a un grosso castagno.

Ma dai, non lo vorrai mettere nella casetta? cercai di dissuaderlo.

Perché no, è bellissimo rispose Giuseppe raggiante.

Perché la casetta è piena di cazzate, cominciando dalla manona, per passando ai lampadari di carta della coca cola, piuttosto inutili visto e considerato che non cè corrente, finendo con le bandierine motorizzate rubate al distributore 2 mesi fa.

No, le bandierine sono bellissime intervenne Federico, preoccupato che il suo losco bottino venisse cestinato.

Si dici così solo perché le hai rubate assieme a quel fulminato di Marco intervenne Giuseppe con sguardo sicuro e vincente.

Sarà bella la manona ! ribattè Federico piuttosto indignato.

Almeno io ci posso andare al mare, la posso usare come materassino cercò di concludere Giuseppe.

Peccato che sia più di 2 metri e che pesi 50 kg disse Federico.

“Vabbè sono belle tutte e due e si tengono entrambe” conclusi con fare deciso, mentre Giuseppe continuava nel suo losco lavoro.