Capitolo 2
Continuavamo a camminare
Continuavamo a camminare lungo il
piccolo sentiero, le radure si alternavano a intrighi di foltissima
vegetazione; il bosco ci era ancora famigliare, conosciuto da quando eravamo bambini;
luogo di giochi insolito per piccoli abitanti di città frequentatori assidui di
grigi oratori. L’anima in quella mattina estiva
sembrava voler rinascere, voleva dimenticarsi anche per soli pochi momenti
quello che eravamo diventati. Eravamo lontani dei chilometri dall’innocente spensieratezza della nostra infanzia, ma ricominciavamo
ad avvertirne l’esigenza. Sentivo la voglia di vivere
attenagliarmi e scuotermi, abbandonandomi a sensazioni che avevo provato in
passato. Filtravo le emozioni con enormi setacci, che mi davano la possibilità
di assaporare ampie porzioni di vita che normalmente trascuravo.
Il vento era sempre meno fastidioso,
o forse ci facevamo meno caso; tutto tranne il nostro stato d’animo ricordava le bigie giornate invernali cariche di nebbia e
di freddo.
“Sento delle voci” disse Federico fermandosi.
“Ma dai, è il vento” risposi mentre cercavo di appoggiare lo zaino al suolo.
“No, no, guarda ci sono davvero delle
persone”, insistette Federico additando una
zona indefinita del bosco.
In effetti si intravidero tra un albero e l’altro quattro sagome colorate.
“Magari sono quattro autostoppiste
svedesi” dissi stuzzicando Federico. Lui non
rispose ma rise di gusto.
“Dove, dove sono”. Disse Giuseppe sfoderando un sorrisone disarmante a ventiquattro
denti.
“Spero tu stia scherzando, - dissi
ridacchiando - hai visto dove siamo? In mezzo al bosco, dopo aver camminato per
più di due ore, secondo la tua testa potrebbero davvero esserci delle
autostoppiste ?”.
“Scherzavo”, rispose poco convinto.
Il riferimento alle “AUTOSTOPPISTE SVEDESI” non era casuale; riguardava
una fantasia di due estati passate. durante i preparativi per la vacanza in
Sardegna, presi da pazzia pre vacanziera, caricammo l’auto lasciando i sedili posteriori vuoti per lasciare il posto a
quelle fantomatiche autostoppiste svedesi. Non ci sarebbe stato nulla di
strano, se non avessimo perso mezzo pomeriggio per riuscire a fare entrare
tutti i bagagli nel bagagliaio. Comunque le autostoppiste non le incontrammo
mai e ancora il loro mito aleggiava nelle nostre menti.
Era quasi mezzogiorno e il pranzo si
avvicinava; camminavamo vicini sempre in fila indiana come tre nani. Il vento
non ci dava tregua ma il nostro stato d’animo era cambiato, ci
sentivamo più noi stessi, sempre più simili a quelli che eravamo stati un
tempo, copie mal riuscite di capolavori del passato, tre bambini cresciuti in
cerca di un avventura, tre quasi adulti che scappavano dal loro dover crescere
per forza. Erano bastate due ore, due fottutissime ore lontani da quel cazzo di
mondo per farci sentire di nuovo vivi !!!
Le gambe che normalmente sarebbero
rimaste a letto per ore, appesantite dalla sbornia, scorrevano veloci sul
sentiero in terra battuta senza dare segni di cedimento.
La prima delle vette da raggiungere
era sempre più vicina; di quando in quando il buio del bosco veniva squarciato
da raggi di sole, che sembravano quasi intimoriti dal cielo scuro come una
stufa di ghisa.
Federico iniziò a forzare l’andatura, normalmente per lui sarebbe stata una bestemmia il
camminare più forte del dovuto, ma il passo era a pochi minuti e con lui ci
aspettava la pausa pranzo. La paura di dover ritornare ancora ci attanagliava,
non ci permetteva di gustare a fondo quegli attimi di infinita tranquillità
mischiati a un incredibile voglia di fare delle calzate. Il cielo era
espressivo come un cubetto di porfido e a questo vi si aggiunse una
pioggerellina fitta e costantemente fastidiosa che cadeva inesorabile sulle
nostre teste scompigliate.
“L’ultimo che arriva è un
finocchio”, urlai iniziando a correre come un
pazzo. Eravamo sul sentiero che portava al piccolo santuario; Giuseppe ancora
immerso nel suo dolce mondo fatto di surf e di snow board, non se lo fece dire
due volte e anche se stanco iniziò a correre come un forsennato: Federico si
limitò dicendo: “Correte, correte, tanto il mangiare
ce l’ho io, poi mi siete sempre piaciuti …”
Io invece correvo come se lo stessi
facendo per l’ultima volta, sentivo l’adrenalina scorrere nelle vene, sentivo i polmoni stringersi
esausti. Correvo, ma la mia anima volava giù a rotta di collo per il piccolo
sentiero, veloce lungo il bosco di castagni, veloce come un cavallo selvatico. “Corri Andrea, corri”, la mente urlava.
Arrivai ansimante sul crinale, quasi
spezzato dallo scatto forsennato; alzai lo sguardo e davanti a quel panorama mi
sentii piccolo piccolo. Per un istante
capii le nuvole e la pioggia, il sole e le piante, per un momento mi sentii
tutt’uno con il mondo. Ero emozionato come un bambino che davanti alla
finestra guarda la neve cadere. Non sapevo che il vento potesse trasportare
emozioni grandi come l’universo. Tutto il corpo pulsava
proteso verso il vuoto; stavo bene con me stesso, con il mondo e con Dio. In
quell’istante arrivò Giuseppe che rantolante disse “Io non sono frocio”, riportandomi sulla terra.
Federico arrivò dopo cinque minuti,
con passo tranquillo, la sua sigaretta in bocca e la sua bella birra in mano.
“Bastardo - urlai - ce ne sono rimaste
solamente due”.
“Tonno, è che avevo caldo, mi sono dovuto
togliere il maglione e purtroppo nello zaino tutto non ci stava, così ho dovuto
sacrificarla”, ribattè senza scomporsi Federico.
“Vaffanculo”, gli rispondemmo in coro sorridendo io e Giuseppe.
Ci sedemmo sul prato di fianco al
Santuario con la schiena appoggiata contro il muro ruvido, in modo tale da
rimanere riparati dal vento. La pioggierellina cadeva meno fitta, anche se le
mie gambe nude ancora la soffrivano.
Giuseppe sembrava un moribondo, faccia
lunga, mascella paralizzata e il colorito tipo visitors che non si intonava
molto con i suoi capelli scuri. Continuava a lamentarsi coricato sul prato
trangugiando ampie porzioni del suo panino preparato di gran fretta la mattina.
Io e Federico discutemmo animatamente
sul inutilità della mia ascia; io sostenevo che prima o poi sarebbe servita,
Federico insisteva dicendo che un’accetta che non taglia, è
utile come una bicicletta senza ruote.
“Però - cercai di giustificarmi - devi
ammettere che attaccata dietro allo zaino fa la sua figura”. Federico rimase pensieroso per qualche secondo, poi sorridendo
concluse:
“Per me è come una bici senza ruote”.
“Cazzo nooo!!! - urlò Giuseppe - . Mi
è caduto il panino”.
“Cazzi tuoi”, rispondemmo in coro, facendogli capire che il suo panino non
sarebbe stato cambiato.
“Dai Tonno dammi il tuo”.
“Tu sei pazzo, - dissi quasi risentito - il vino ti fa male”
“OK, mangerò il mio povero
sporchissimo panino con le formichine”, disse Giuseppe soffiandoci
sopra, usando quei gesti che ormai non vedevo più dai giorni dell’asilo.
“Ecco bravo”, concluse caustico Federico mentre cercava di srotolare il suo
dalla carta stagnola.
Mangiammo con avidità, provando un
piacere immenso, quasi esagerato. Con la fame che avevamo saremmo riusciti a
mangiare un tavolo in formica.
“Apriamo l’ultima birra ?”, domandò Federico.
“Ma è proprio l’ultima”, chiesi un po’ sorpreso.
“Eh, si”, sospirò rammaricato Federico.
“Ma siete dei lavandini; -sbottai -
non capisco, siamo partiti con due litri di birra e l’abbiamo finita nemmeno a metà strada; ma che dico metà, nemmeno a
un quarto”.
“Ma i lavandini siete voi - rispose
Giuseppe con faccia schifata -, io quella roba non la guardo per almeno un
mese; siete voi gli alcolizzati”.
“Ci credo, - intervenni - la dose che
hai trangugiato ieri sera ti dovrebbe bastare per almeno un annetto; guarda
come sei ridotto!?”.
Rimanemmo in silenzio per qualche
minuto contemplando il panorama, senza dover fare niente d’obbligato, senza dover parlare per forza.
Eravamo dispersi nel bosco, lontano
da casa, dai bar, dalle discoteche, lontano anni luce dai nostri sabato sera,
cosi pieni di luci, di gente, di quei discorsi inutili, fatti per togliersi da
silenzi imbarazzanti. Eravamo così lontani dalla nostra vita quotidiana, quasi
da dimenticarci dei problemi, doveri e
certezze che c’eravamo lasciati alle spalle.
Giuseppe ruppe il silenzio con un
ruttino secolare, che io commentai con un “Piove?”.
Non si poteva più scappare, bisognava prendere una decisione, o continuare
rischiando di prendere tre giorni d’acqua, o tornare affrontando
mamme incazzate..
“Dai, siamo arrivati a S. Bernardo -
iniziò a parlare Federico rompendo il suo silenzio che durava ormai da qualche
minuto - ora dobbiamo decidere, torniamo o continuiamo? Tonno cosa dici?”.
“Per quel che mi riguarda non si
torna; poi lo conosci il detto, chi si astiene dalla lotta è un gran figlio di
mignotta”.
“Tonno tu si che sei un poeta; -
intervenne Giuseppe - per me possiamo continuare”. Ci prese un po’ alla sprovvista, perchè eravamo
certi che Giuseppe avrebbe fatto duemila storie per cercare di non faticare;
forse era stato il così detto effetto da pancia piena, o forse un po’ d’alcool non smaltito dalla sera prima,
fatto sta che il pigrone per eccellenza ci aveva dato via libera, e noi non ci
pensammo due volte a prendere la decisione che più ci allettava.
“Bene - intervenne raggiante Federico
- allora si continua. Bisogna brindare”. Aprimmo l’ultima birra felici come quando si aprono i regali a Natale,
sorridenti fuori e dentro come poche volte lo eravamo stati.