Io, te e il Pistola

 

Capitolo 1

 

Era strano, camminavamo in fila indiana lungo il sentiero da più di un’ora, ma nessuno aveva spiaccicato più di due o tre monosillabi indispensabili.

Ancora intontiti dai fumi dell’alcool della sera prima, salivamo lungo la montagna appesantiti dagli zainoni con le vettovaglie. Il mio era sicuramente il più pesante; oltre ad avere la mia razione di viveri dovevo trasportare la tenda, e una delle due bottiglie di whisky che sarebbero sicuramente servite.

Il silenzio era di tanto in tanto rotto dalle raffiche di vento troppo gelide per essere estive; le gambe nude venivano frustate dalle piccole gocce d’acqua trasportate da chissà dove.

Certo era agosto, il 13, ma il tempo era tutt’altro che clemente; il sole giocava a nascondino tra le nuvolacce nere cariche di pioggia sbattute qua e là dall’ira del vento. Tutto era avvolto in una penombra surreale dove i colori erano assorbiti dalle tinte scure del bosco.

A capo della fila marciava Federico, lento e costante come sempre; di quando in quando si fermava imponendoci pause a cui non ci saremmo mai sottratti.

“Che freddo c’è ?” disse Giuseppe un po’ a sorpresa visto che non aveva aperto bocca da quando eravamo partiti.

“Lo sento” risposi tutto rattrappito; Federico appoggiato a una pianta senza guardarci disse: ”Le previsioni buttano male, noi siamo nel bosco, se piove si bagna tutto e cazzo non è un gran che bello rimanere per tre giorni inzuppati”.

Io non sarei tornato nemmeno morto ma annuii tristemente e aggiunsi: ”Dai decidiamo a San Bernardo, se inizia a piovere seriamente torniamo a casa”.

Giuseppe era piuttosto silenzioso, forse lui non sarebbe nemmeno partito, la prospettiva di dover camminare per tre giorni non gli dava particolari ispirazioni, in più l’essersi alzato alle sette lo rendeva terribilmente di cattivo umore.

L’umidità ci penetrava nel corpo lasciandoci intorpiditi, facendoci rimpiangere non poco il letto abbandonato prematuramente.

“Pausa colazione” urlai arrivando davanti a una vecchia costruzione che tanto assomigliava a un acquedotto. Ci sedemmo quasi cadendo a terra sfiniti  dalla levataccia, dalla breve camminata e dall’alcool che ancora ci circolava in testa.

Federico guardandoci soddisfatto sfoderò dallo zaino un fantastico pacchetto di macine tra lo stupore generale. Giuseppe da moribondo in stato comatoso resuscitò miracolosamente iniziando a saltellare intorno al pacchetto di biscotti come un folletto. Io con fare sicuro e distaccato di chi non si lascia intimorire facilmente, estrassi dal tascone dello zaino una tavoletta di cioccolata e due birre ancora ghiacciate come solo un vero pistolero avrebbe saputo fare.

“Cavoli proprio ora”, disse Giuseppe piuttosto schifato dalla visione improvvisa delle due birre.

“Io cammino molto meglio se bevo un goccetto di birra”, rispose Federico allungando la mano cercando di afferrare una delle due lattine. Io mangiucchiando un frollino già sorseggiavo la mia .

Il sole in quell’istante sembrava aver vinto la sua battaglia con le nubi riscaldandomi la faccia con i suoi caldi raggi d’agosto; solo il vento mi teneva ancorato al mondo; mondo che avevamo appena abbandonato, con i suoi tg, con le sue cazzo di automobili e con i suoi problemi. In quell’istante restavamo solo noi e il bosco, un contatto diretto senza guide ne compromessi, rimanevamo solo noi, liberi di oziare, camminare , pensare, come, dove e quando volevamo.

Giuseppe si era già coricato a morto, lamentandosi del suo stato fisico ignobile. Rimase in silenzio con gli occhi persi nel vuoto per qualche minuto con l’espressione inebetita di chi è vicino al collasso, poi con un filo di voce disse:

“Io non c’è la faccio più”.

“Dai mezza sega -intervenni ricaricato dalla colazione- abbiamo appena iniziato a camminare, se inizi a fare così adesso non arriveremo mai”.

Federico era seduto tranquillo a gambe conserte tipo indiano, in mezzo al sentiero, con il suo sorrisone smagliante, impegnato in uno dei suoi problemi logici esistenziali del tipo: ”Come montare una tenda su un albero, lezione prima” oppure: “Come poter aprire un asilo per tamagoci”. Si vedeva lontano un chilometro che quella era la sua dimensione ideale; sorridente e scazzato appoggiato al suo zaino; sembrava veramente in pace con se e con il mondo.

Continuavo ad osservare lo zaino di Federico troppo buffo per essere reale; assomigliava tanto a quello dei vecchi cercatori d’oro intravisti in qualche film western. Una padella d’acciaio e una marassa penzolavano in bella vista dallo zaino, dandogli un’aria piuttosto grunge. Giuseppe ancora assonnato, vedendolo arrivare così conciato di prima mattina, non abituato alla buffa visione si era quasi ucciso dalle risate; Federico arrivatogli vicino si girò come avrebbe fatto una modella zoppa e ridacchiando disse: “Bella è?” facendo quasi schiattare dalle risate il povero Giuseppe ormai cianotico.

“Dai andiamo”, disse Federico,

“No dai aspettiamo ancora cinque minuti”, mormorò piagnucolante Giuseppe.

“Va bene -disse pacatamente Federico- noi partiamo, poi ci raggiungerai; tanto camminiamo piano visto e considerato che noi abbiamo questi zainoni mostruosi, mentre tu hai portato quella minchietta di zainino... ah dimenticavo occhio ai cinghiali”.

Giuseppe da coricato semi morente balzò in piedi con un’agilità e una prontezza di riflessi degne di un ginnasta e con aria sicura e truce di chi non teme nulla disse: 

“Io con i cinghiali mi ci faccio la pelliccia”.

La colazione sembrava averci cambiato gli umori; avevamo ricominciato a parlare e a farci i dispetti come sempre. Il tempo era sempre più tempestoso, ma in quell’istante non ci preoccupava più di tanto. Camminavamo a cuor leggero senza dare peso ai nostri discorsi, dispersi qua e la su argomenti che passavano repentinamente dal grottesco al serio, dal demenziale al tragico, senza lasciare traccia nell’anima, senza lasciare preoccupazione o amarezza.

“Hanno fatto male gli altri a non venire”, intervenni sovrastando un discorso automobilistico morente. Giuseppe preso da euforia momentanea annuì energicamente.

“Speriamo di non dover tornare” disse Federico osservando il cielo piuttosto preoccupato,

“Speriamo di no” cercai di concludere un discorso che non nera andato nella direzione dovuta.

Il vento continuava a schiaffeggiarci, sembrava quasi volesse spingerci indietro; il sibilo tra le piante riusciva a nascondere le nostre voci, trasportando rumori sinistri a tratti inquietanti. Passo dopo passo ci sentivamo sempre più leggeri, sempre più uniti, eravamo di nuovo insieme come quando eravamo bambini,; amici senza mediazioni ne orari, senza appuntamenti ne preoccupazioni.

“Comunque Tonno, potevi anche evitare” esordì Federico un po’ a sorpresa “Evitare cosa” risposi piuttosto perplesso mentre camminando cercavo di sistemare una delle cinghiette dello zaino.

“Ma si dai lo sapevi che oggi dovevamo alzarci presto e camminare per ore, e tu no dico cosa sei andato a proporre ieri sera ?! Un sette e mezzo alcolico, dove si sono devastate almeno dieci persone noi compresi”. Sembrava aver finito il discorso e subito pensavo dicesse seriamente, poi lo vidi sorridere e continuò “ Guarda il povero Geppo sembra uno zombie “.

Mi voltai per cercarne le tracce, ma mi accorsi che il povero animale era rimasto indietro di una ventina di metri, con una faccia tipo tisico dopo una grave crisi, stralunato, incazzato ma soprattutto ancora ubriaco.

“Dai lo sai com’è è fatto, -cercai di giustificarlo- ieri sera per fare vedere che lui è il più uomo di tutti, si è bevuto tutto in un fiato due bicchieri di gin, cosi, secco, senza niente, roba da fare vomitare anche Vasco.

Nessuno lo ha cagato, così il suo orgoglio meridionale l’ha avvolto, facendolo crollare in una di quelle sbronze mistiche dove normalmente si chiede a tutti se ti vogliono bene e si finisce la serata a parlare con il cane”.

Federico con un sorrisone smagliante fermandosi disse: “ Certo che se la Natascia gli avesse chiesto di bere una damigiana di curaçao in una sorsata...” “Ne avrei bevute due” rispose Giuseppe che nel frattempo ci aveva raggiunti. “Dai Geppo il curaçao appiccica, fa schifo, dai diciamo che ne avresti bevuta forse metà” dissi in tono scherzoso.

“No no -continuò- o due o niente”.

“Ma guarda che non è detto che dopo quell’epica impresa te l’avrebbe data “, dissi sentendomi un piccolo italiano mandolino frequentatore di bordelli;

“Si -intervenne Federico- e adesso dimmi cosa saresti riuscito a fare con tutto quel liquore nel sangue. Saresti si e no riuscito a guardarla, poi avresti aperto la bocca, metti anche in modo sensuale, ma in quell’istante il gin., la birra, il vino e le due damigiane di curaçao avrebbero fatto reazione e la povera Nasta sarebbe morta all’istante”.

Federico mi aveva stupito, normalmente avrebbe ascoltato senza intervenire, ma era troppo in forma per lasciarsi sfuggire quell’occasione per prendere in giro un Giuseppe così indifeso. Giuseppe rimase pensieroso per qualche istante poi ancora poco convinto e soprattutto agitato pronunciò la frase mito dell’estate: 

“No, ma hai visto che tette”.

“Si Geppo abbiamo visto”, rispondemmo in coro con aria sconsolata.

“ Si - ripresi - il Gando quando è andato a casa era piegato come uno sdraio; continuava a dire I WISH YOU a tutti e chiedeva in giro da bere “.

“Certo - disse Federico fermandosi un istante per sistemare meglio lo zaino sulle spalle - potevamo fare una maialata del genere da un’altra parte”. Rimasi silenzioso, in fondo aveva ragione, con tutti i posti che avevamo a disposizione per giocare al sette e mezzo alcolico la sagra del paese era proprio il meno indicato. Per vecchi, mamme ansiose, parenti stronzi e amici stronzi di parenti stronzi era veramente troppo. Se qualcuno con gravi problemi di vista e di udito non si fosse accorto che eravamo quasi tutti ubriachi, l’enorme pila di lattine vuote di birra magistralmente eretta da Gian Luca glielo avrebbe sicuramente fatto notare. Per non parlare delle risate isteriche della Roberta, o degli enormi quasi spettrali rutti di Tommaso, che come ruggiti segnavano il territorio, ma richiamavano anche l’attenzione dei passanti.

Sette e mezzo a parte la sagra aveva fatto schifo, accompagnata per l’intera giornata da valzer, mazurche e da canti alpini interpretati da vecchi bacucchi che oramai avevano qualche traccia di sangue nell’alcool. Certo loro potevano bere senza dover dare spiegazioni, muovendo però il loro dito accusatore sul nostro pazzo gioco. Comunque c’eravamo divertiti come bambini piccoli, trasportati dal calore dell’alcool e dall’atmosfera magica che solo l’estate può donare. Qualcuno avrebbe dovuto dare spiegazioni la mattina dopo il tragico risveglio, davanti alle facce incazzate delle madri; noi sicuramente no, avevamo risolto il problema svegliandoci prima di tutti, scappando dove nessuna madre ci avrebbe raggiunto.