Anche la comicità fa
parte della cultura. Dovendo scegliere tra gli autori delle innumerevoli
battute, scenette e gags che hanno fatto la storia della risata, abbiamo
prediletto la grande coppia Totò-Peppino De Filippo. C’è un pezzo
celeberrimo del film Totò, Peppino e…
la malafemmina (1956), che il critico cinematografico Roberto Escobar ha
recentemente definito «luogo saliente e motore della nostra memoria della
comicità ormai antica ma sempre incontenibile» dei due impareggiabili attori (cfr.
Totò e Peppino, fratelli d’Italia, a cura di A. Anile, prefazione
di L. Arena, postfazione di R. Escobar, Torino, Einaudi, 2001, p. 99). Si tratta
naturalmente della dettatura della lettera.
Ricordiamo brevemente
il contesto. Antonio (Totò) e Giuseppe (Peppino) Caponi, contadini campani,
sono a Milano per risolvere un grave problema. Un loro nipote, studente
universitario, si è innamorato di una soubrette. Gli zii, preoccupati che il
giovane possa interrompere gli studi, intendono allontanare la donna offrendole
tutti i loro risparmi (700.000 lire). Per essere più persuasivi, decidono di
mettere per iscritto la loro proposta. «Totò sta in piedi, a gambe larghe e
con i pollici appesi al panciotto, appena sotto le ascelle. Peppino sta più in
basso, seduto allo scrittoio, e anzi proprio chino sul foglio. Quello detta, con
fare imperioso che non lascia alternative. Questo esegue, per quanto non sempre
condivida. […] Allisciandosi i baffi che non ha — è proprio quando non li
ha, che se li alliscia con voluttà più certa —, Totò ha appena dato inizio
al suo lavoro epistolare con “l’intestazione autonoma”. Poi, cercando
l’equilibrio (ora sui tacchi e ora sulle punte delle scarpe) prosegue
stentoreo…» (op. cit., pp. 99-100).
Ecco il testo della
lettera:
Totò:
Signorina,
veniamo noi con questa mia adirvi, … adirvi… una parola… adirvi, che…
Peppino: Che,
uno? Quanti?
Totò: Uno
che!… che scusate se sono poche, ma settecentomilalire, punto e virgola, noi
ci fanno specie che questanno, una parola, c’è stato una grande moria delle
vacche come voi ben sapete, punto, due punti, ma sì fai vedere che
abbondiamo… abbundandi sit abbundandum. Questa moneta servono a che voi vi
consolate… oh scrivi presto…
Peppino: Avevo
capito con l’insalata…
Totò: Non
farmi perdere il filo che ce l’ho tutta qui… dai dispiacere che avreta, che
avreta… e già è femmina, femminile, perché…
Peppino: Non
so…
Totò: Cosa
non so?… perché!… è aggettivo qualificativo, no! Perché dovete lasciare
nostro nipote che gli zii che siamo noi medesimo di persona… [Peppino
s’infila una mano in tasca e ne cava un fazzoletto con cui s’asciuga la
fronte] ma che stai facendo ‘na faticata, si asciuga il sudore… vi
mandano questo… [indica in pacco con i
soldi] perché il giovanotto è studente che studia, che si deve prendere
una laura, che deve tenere la testa al solito posto, cioè sul collo… punto,
punto e virgola, un punto e un punto e virgola…
Peppino: Troppa
roba…
Totò: Lascia
fare che dicono che siamo provinciali che siamo tirati… salutandovi
indistintamente… sbrigati… i fratelli Caponi che siamo noi… apri una
parente… apri una parente dici che siamo noi i fratelli Caponi. Hai aperto la
parente? Chiudila!
Peppino: Ecco
fatto…
Totò: Vuoi
aggiungere qualcosa?
Peppino: Senza
nulla a pretendere, non c’è bisogno.
Totò: In
data odierna… piega i lembi…