Negli occhi di un altro
Percorsi didattici sui temi della migrazione 
 Istituto "Luigi Einaudi" - Ferrara
 



Negli occhi di un altro
di Simone Grillo


Illustrazione di Enrico Piccioli

Seduto di fronte al commissario di polizia in una stanza ermeticamente chiusa ed illuminata solo dalla accecante luce di una lampada da tavolo, l'uomo, vestito in tuta e scarpe da ginnastica, maleodorante e stordito, si sentiva tremendamente stanco, ma allo stesso tempo incuriosito. Nonostante le domande di routine che caratterizzano questi freddi ed inconsistenti incontri, sperava sempre di riuscire a farne uno un po' diverso dal solito nel quale, almeno per una volta, raccontare la propria storia o dire la propria opinione e non semplicemente rispondere a tre veloci domande poste con sincero disinteresse e una punta di seccatura.
Non fu poca l'irritazione che lo colse nell'apprendere la prima domanda che, per quanto scontata, era riferita con un tale distacco e con tale freddezza che sembrava essere stata posta da una macchina :
- Come ti chiami?
Decise di non rispondere, risoluto a spingere il funzionario a tentare di instaurare un dialogo vero e proprio, anche a costo di indispettirlo.
- Come ti chiami, forza, tanto ti conosciamo già, devi solo aiutarci a sbrigare questa formalità e poi organizziamo il tuo ritorno a casa… cerca solo di non farmi perdere tempo che è tardi e voglio tornare a casa mia…. 
Il clandestino non lo ascoltava neppure, stava immobile con lo sguardo sereno ma deciso, fisso su quello nervoso del commissario ormai prossimo ad una sfuriata.
- Insomma, voglio solo sapere come diavolo ti chiami, e vedi di rispondere subito prima che ti faccia sbattere sopra la prima zattera per l'Albania a calci!!.
Il clandestino non si scompose, era avvezzo da tanto tempo ormai a sentirsi trattato in quel modo tanto che aveva perso le speranze di poter imporre il rispetto nei propri confronti.
Rimase molto sorpreso, perciò, nel vedere il funzionario sinceramente pentito per quanto avesse appena detto.
- Siamo tutti molto stanchi, qui le giornate sono tutte uguali e tutte ugualmente difficili, mi dispiace molto, ti prego di scusarmi… - disse.
Si alzò dalla sedia, andò a prendere due tazzine e le riempì di caffè - il quarto che beveva dall'inizio della serata - e ne offrì una al clandestino
- Allora adesso, per favore, posso sapere il tuo nome?
Il clandestino sorrise, sorseggiò un po' del caffè così gentilmente offerto e, assumendo un atteggiamento tra il serio ed il sognante, cominciò a parlare. 
Diceva cose che non aveva mai detto, ma che da tanto albergavano nel suo cuore e a lasciarle correre fuori attraverso la voce lasciavano quasi un po' di malinconia nel pronunciarle:
- Chi sono.. chi sono….- continuò a borbottare per alcuni secondi, per poi riprendere con più vigore:
- Chi sono non lo so, non lo ricordo più, caro signore…Ricordo di essere nato in un posto che non esiste più, un posto dove sorgevano tante case e dove oggi c'è solo una triste palazzina, una delle tante illusioni del mio paese. Quando sono partito per la prima volta ho lasciato tanti volti cari, tantissimi che poi sono andato a trovare a casa o al cimitero. Partendo, però, non ho potuto non portarmi dietro le mie speranze, la mia gioia nascosta dalla paura, le mie utopie di una vita migliore, i miei primi timidissimi amori, insomma la mia gioventù. Devo dire che da allora non è cambiato nulla, anche allora dovetti pagare degli aguzzini per farmi portare fino a questo porto in condizioni disumane; anche allora incontrai un uomo vestito come lei che mi fece le stesse domande, che sentivo distante così come sentivo lontano lei fino ad un momento fa; forse l'unica cosa che è cambiata è che non ho più lo stesso entusiasmo né le stesse speranze di prima. Anche allora restai pochi mesi, girando per la strada circondato da vetrine e cartelloni pubblicitari che promettevano anche a me un futuro migliore e felice, semplicemente acquistando un nuovo paio di pantaloni che comunque non potevo permettermi. Da allora ho cominciato ad analizzarvi, a guardarvi per strada vincendo la legge dell'indifferenza che vige per queste strade tanto quanto nelle nostre del cosiddetto terzo mondo. Nell'osservarvi, non ci crederà, mi sono sentito più che mai a casa, circondato da gente che come me cercava di emergere, che urlava a ragione o a torto pur di non passare inosservata, pur di lasciare la propria impronta. Non può immaginare, caro commissario, come sia bello il mondo visto dal basso: è un mondo senza misteri, senza doppi sensi, dove non è necessario urlare, né colpire, né fuggire, neppure essere intelligenti; vedere il mondo al nudo delle sue ipocrisie e delle sue regole, togliere quella fitta nebbia che non ci permette di vederci bene gli uni con gli altri, e perciò neppure di apprezzarci, rende tutto incredibilmente più semplice, rende tutto uniforme, tutto con un unico significato. Il mondo, come ho imparato a vederlo io, è un mondo dove non esiste né lei e neppure io, ma dove, molto più semplicemente, esistiamo noi; noi che cerchiamo una risposta ai mille perché della nostra vita, un segno premonitore del nostro destino, un'ancora di salvezza dal naufragio dei mille problemi quotidiani. Mi creda, commissario, la risposta non è esposta in vetrina, non è stampata sui cartelloni pubblicitari, non la troverà in nessun telefonino, né grattando una patina argentata, non ci si potrà connettere tramite internet…
Il commissario da tempo non ascoltava altro che telegiornali e raramente gli capitava di scambiare opinioni, di aprire la propria mente alle proposte ed alle considerazioni di un altro, volle così partecipare il più attivamente possibile.
Sostanzialmente non poteva non essere d'accordo con quanto sosteneva il suo interlocutore, ma al tempo stesso gli sembrava che i ruoli si stessero invertendo.
Secondo regola, infatti, era l'altro, l'immigrato, quello che veniva da lontano, dal nulla, a cercare una realtà migliore, delle risposte; insomma, lui era quello già realizzato: un lavoro onesto, una famiglia felice, una dignità assicurata dall'essere ammirato da molti e rispettato da tutti, e non riusciva ad accettare di doversi ritrovare nelle stesse condizioni di un povero disgraziato che dalla vita fino ad oggi forse aveva ricevuto in dono solo quella significativa conversazione.
Così ribatté, usando toni pacati e rispettosi della dignità del clandestino, a quelle scioccanti rivelazioni, mentre ormai la notte avvolgeva la città rischiarata solo dalla luce emanata da quella stanza.
- Realizzato? Realizzato in cosa? Nel vedere ogni giorno uguale all'altro, nel dover insegnare a mio figlio a non farsi mai sottomettere da nessuno, pur dovendogli ricordare di essere misericordioso e paziente? Forse uno si sente realizzato a camminare per strada e vedere che nessuno si accorge che c'è, nel parlare e rendersi conto che i suoi discorsi, i suoi sogni, le sue speranza, si perdono nell'immensità dei dubbi e delle paure che la società ha di cambiare, di aprirsi veramente…- e continuò, stavolta in tono molto più confidenziale, preso ormai dalla foga delle parole:
- …Forse ti senti realizzato perché un giorno a settimana non devi lavorare e puoi tentare di supplire a tutte quelle mancanze verso te stesso e gli altri accumulate in sei giorni? Forse ti senti realizzato, perché non senti abbastanza e fino in fondo quanto non conti nulla, quanto sei incapace, nonostante i tuoi sforzi di essere parte della memoria degli altri?
Chieditelo: "Nella vita a quante occasioni hai dovuto rinunciare per paura, quanti amori hai soppresso in te per timore, davanti a quanti hai abbassato lo sguardo perché troppo forti troppo intelligenti o troppo potenti?"
No, amico mio, così come i miei giovani connazionali, che scippano borsette o telefonini cercando in questi oggetti quella dignità di sé che il mondo gli ha negato, neanche tu hai trovato negli stessi oggetti quegli stessi valori…-
Il commissario si tolse gli occhiali a lenti rettangolari e sottili che portava, e restò così, silenzioso, per alcuni interminabili secondi.
Ripassò nella mente tutti gli istanti più significativi della sua esistenza, rivide i volti delle persone amate e di quelle che amava ancora, i volti delle persone odiate e di quelle che ancora non riusciva a sopportare o a capire o da cui non riusciva a farsi capire, e considerando, per la prima volta nella sua vita, il fatto di dover abbandonare un giorno tutto questo e di vederlo sparire assieme a lui come se nulla delle sue gioie e delle sue sofferenze fosse mai esistito, finì per porsi quella domanda così come l'aveva posta inizialmente al suo compagno notturno: "Chi sono?"
Non poteva attendere di darsi una risposta che comunque, sapeva, non sarebbe mai arrivata.
In un attimo realizzò tutto quello che centinaia di campagne pubblicitarie, anni di catechismo, manifestazioni dei centri sociali visti per tv o in giro per la città, non erano riusciti a fargli comprendere.
Fino ad allora, un immigrato era uno sconosciuto che parlava una lingua diversa, veniva da un altro paese a contendersi il posto di lavoro con lui o con suo figlio e, in alcuni casi, a portare nuova criminalità, disordine e paura nella popolazione.
Da quel momento, dalla fine di quella conversazione, non riuscì più a trovare nulla che lo rendesse realmente diverso dal suo interlocutore; provò però una gran voglia di comprensione, di solidarietà, di condivisione del patimento dei suoi limiti così brutalmente scoperti, e fu per questo che quasi istintivamente rivolse di nuovo lo sguardo al suo simile, mentre ormai albeggiava.
In quello sguardo, trovò un senso di fratellanza, una comprensione, un sostegno, una consolazione, che in pochi altri momenti aveva provato con tanta sincerità.
Intravide, soprattutto, molte di quelle risposte e molti di quei profondi significati esistenziali, che cumuli di parole non basterebbero a renderne anche solo l'idea.
Basti perciò al lettore, sapere la cosa più sconvolgente in tutto questo: quelle risposte, o se non risposte, nuovi significativi, elementi su cui magari cominciare a vedere il mondo sotto una prospettiva nuova, il nostro commissario non li trovò in nessun concorso a premi , non li trovò nella fortuna così spesso celebrata dai nostri media come la soluzione a tutti i nostri problemi.
Le trovò nelle parole sincere e dirette e, laddove le parole non potevano arrivare, le trovò negli occhi di un altro. 

 

La diversità fa paura
di Mattia Benassi, Giorgia Dragoni, Elena Lenoci


Illustrazione di Alessia Turazzi

Napoli - 19 aprile 1996 -
…Guardo fuori dalla finestra… finalmente è primavera! Nonostante questa sia la stagione degli amori, cerco con ansia un segno, qualcosa, qualcuno… qualcuno che abbia la forza di capirmi, di ascoltarmi, di aiutarmi! Sento un vuoto dentro di me, qualcosa di incolmabile! Mi sento lacerato l' orgoglio… che invidia! Nell'aria si sente l'atmosfera dell'amore, un'atmosfera romantica che, purtroppo, io non riesco ad assaporare! Come vorrei…
"Dlin - Dlon" Chiara interrompe per un attimo di scrivere il suo diario e si avvicina pian piano alla porta, come se avesse intuito che qualcosa sarebbe cambiato… il postino! I loro sguardi s'incrociano, e per un po' di secondi questa atmosfera si riscalda, come il pomeriggio di un'estate infuocata! Ritira la posta e s'allontana e tutta questa sensazione svanisce in un solo istante. Si riaffaccia alla finestra ad osservare quell'anima leggera che velocemente fugge, come se volesse scappare da un qualcosa di spaventoso! 
"Che cosa mi sta succedendo?" - pensa Chiara - "Perché questa sensazione? Mi sento talmente confusa…"
Chiara era una ragazza dall'aspetto molto attraente: la lunga chioma bionda, i due o tre ciuffetti che le scendevano sulla fronte, le morbide guance rosate e gli occhi profondi, che sembravano rispecchiare l'oceano in una glaciale giornata di freddo, le davano un'aria misteriosa; il suo sguardo era quello di una ragazza spaventata dal mondo intero! Ed era proprio così: con il suo carattere, dolce e gentile con il prossimo, tutto le si ritorceva contro! Ma era davvero una ragazza speciale, nonostante nessuno riuscisse a capirlo, nessuno… Forse lui l'avrebbe capito… lui… quella strana creatura misteriosa che suonò per la prima volta alla porta di casa sua!
Chiara era nata proprio lì, in quel piccolo paesino di campagna, circondato dalla natura: tutto era verde, pieno di parchi e giardini; in ogni stradina si poteva ammirare la meravigliosa bellezza dei lunghissimi viali alberati; quelle poche case che si trovavano, davano una sensazione di serenità e armonia; e proprio là, in fondo a uno di questi viali, troviamo la casa di Chiara, circondata da un grandissimo giardino fiorito (si vedeva che lo teneva con molta cura!).
Conviveva con Nicola il quale, essendo molto impegnato col lavoro, non le prestava molte attenzioni e non le faceva avere ciò di cui aveva bisogno! Forse questo era uno dei tanti motivi per cui si sentiva sempre triste e sola, urlava dentro di sé dal dolore, ma non riusciva a sfogarsi con nessuno. Dopo quel fatidico giorno, tutto cambiò: sembrava le fosse tornata la serenità, la voglia di vivere, tutto le sembrava speciale ed entusiasmante! Ora l'unico scopo della sua vita era rincontrare quel postino e conoscerlo…
Dopo quel magico giorno, il ragazzo comparve altre tre volte, nel giro di una settimana, sulla soglia della sua porta, ma entrambi, presi dall'emozione non riuscirono neanche a salutarsi; si capivano con lo sguardo, uno sguardo luccicante, pieno di gioia, quasi si conoscessero da anni! Chiara scoprì solo il suo nome… Sahaeddin (lo lesse sul cartellino di riconoscimento)!
Si riaffaccia alla finestra, seduta davanti a quella scrivania che nascondeva tutti i suoi pensieri più intimi. Questo era il posto preferito dove meditare con tranquillità, guardando i primi soli di primavera che facevano brillare i fiori e la riempivano di soddisfazione!! "Perché? Perché non riesco a parlargli? Che cosa strana mi sta succedendo… sono innamorata? Ma se neanche lo conosco… non potrei mai amare una persona con cui non ho mai parlato, oppure sì… che confusione! Basta!!! Devo andare a cercarlo…"
Si recò velocemente all'Ufficio postale e decise di aspettarlo: si sedette in una panchina tremolante, un po' come il suo stato d'animo, e lo aspettò per più di un' ora. Ad un certo punto, vide avvicinarsi una figura familiare: era lui!! Gli andò incontro, lo fermò e gli disse: - ti stavo aspettando… - Salhaeddin rimase stupito di questa frase, le sorrise, la guardò facendo finta di niente ed entrò in posta. Chiara ci rimase male, ma non si scoraggiò, lo aspettò di nuovo e… - Sono venuta fin qua per chiederti scusa …sono stata scortese l'altro giorno, non ti ho neanche salutato… ma… è un periodo un po' così… Ti volevo invitare a casa mia a prendere un caffè, ti va? - Lui annuì sorridendo e la seguì tacendo. Arrivarono davanti alla porta di casa: tutto era fiabesco e anche un po' ridicolo! Impacciati, entrarono e lei gli porse la mano per presentarsi: - Chiara! - Lui sorrise e disse: - lo sapevo già! - Gli occhi di lei si illuminarono… "Com'è possibile che questo ragazzo sappia il mio nome? Magari ha chiesto in giro, potrebbe essere innamorato? O cos'altro?" Lo guardò incredula, sognante… e lui sorrise, come se avesse letto nei suoi pensieri. 
- E' scritto sul campanello, ricordi? - disse con voce sicura.
Un'altra volta le cadde il mondo addosso e, mentre versava l'acqua nella caffettiera, pensava a quanto era sfortunata: tutto le andava male, ogni singola cosa e, forse, questo Salhaeddin non era poi così tanto speciale come pensava…
Non fece in tempo a versare il caffè in una di quelle preziose tazzine di porcellana che conservava per le occasioni importanti, quando lui si avvicinò e le sussurrò all'orecchio qualcosa che non si sentiva dire da tanto tempo - Sei bellissima! - e si guardarono avvicinandosi sempre di più… 
… La guardò come se fosse un angelo caduto da chissà quale cielo… il nostro non di certo, perché troppo impuro per ospitare una creatura del genere! E lei se ne accorse, si accorse di quello sguardo diverso da tutti quelli che erano rivolti solo ed esclusivamente al suo corpo. Nicola non l'aveva mai guardata in quel modo, a volte era così materialista e superficiale!
Era felice, ma non riusciva ad abbandonarsi completamente, aveva la sensazione che i suoi abbracci la soffocassero. Non riusciva ad apprezzare quel momento magico fino alla fine, era troppo dubbiosa e incerta. Ciò che le stava accadendo era indubbiamente inaspettato e nuovo, la sua vita non era mai stata così movimentata, anzi era stata sempre piatta… ecco il termine che Chiara usava per definire le proprie giornate, la propria esistenza… una lunga linea piatta che a volte sfociava in una tenue depressione.
Salhaeddin, ad un tratto, si alzò con un movimento brusco, come fosse spaventato, la guardò con dolcezza e disse - Ciao! - E uscì da quella porta come se non fosse mai entrato, come se non fosse mai successo nulla. Mentre la porta si chiudeva, le scese una lacrima e dalla sua bocca affiorò un riso disperato. Ancora lì, davanti allo specchio, si pose mille perché, ma ormai non ci teneva più a dare risposta a tutto! Interrogandosi, aspetta… cosa poi? Nicola. È lui che ha sempre aspettato alla fine, nonostante tutto!
Chiara corse a lavare le tazzine, ripensando ad ogni singola parola, mossa, movimento. Passarono le ore, suonò di nuovo il campanello… - Salhaeddin -, la voce le uscì ancora una volta speranzosa. Guardò dall'occhiello… era Nicola! Aprì la porta con un groppo alla gola, per quello che aveva fatto al suo uomo e a se stessa. Non lo salutò neanche e gli raccontò tutto: ogni singolo istante, ogni singolo bacio e ogni singolo sentimento e gli descrisse ogni singola lacrima. Gli occhi grandi e neri di Nicola esprimevano dolore, delusione e rancore nei confronti di Chiara, nei confronti di Salhaeddin, dell'immigrato Salhaeddin, di quello sporco marocchino! Ripensò a quel giorno… quando scoprì che i suoi genitori erano stati assassinati da una banda di clandestini di nazionalità marocchina… E non poteva credere che la 'sua' Chiara l'avesse tradito così, con uno straniero che gli aveva e gli avrebbe rovinato la vita per sempre.
Nicola non era una persona molto espansiva, rideva raramente, non piangeva mai, o almeno, Chiara non l'aveva mai visto, ma lì lo vide! Cosa doveva fare adesso? La sua testa era di nuovo in confusione, in casa c'era un silenzio che pesava troppo… Nicola la guardò e disse: - Mi hai tradito con uno sporco negro… mi fai schifo, mi faccio schifo!- 
Lei si rese conto, solo in quel momento, di ciò che aveva fatto, dello sbaglio che aveva commesso!! Andò a letto, in quello stesso letto in cui, forse, aveva commesso l'errore più grande di tutta la sua vita.
Chiara andò di nuovo a cercare Salhaeddin e si sedette nella panchina ad aspettarlo. Quando arrivò, gli disse che ciò che era successo era stato solamente un terribile errore.
- Tutti uguali… voi italiani! - disse Salhaeddin - Siete tutti uguali… - ripeté con rabbia - tutti alla stessa maniera, te compresa… te per prima! -
Chiara si rese conto, in quel momento, che quello che aveva provato per Salhaeddin non era amore, ma era solo desiderio di affermazione.
Dopo anni passati con un uomo che ami e che ti ama, ma non ti fa complimenti e non ti presta attenzioni, in qualche modo, ti fa perdere sicurezza in te stessa, e Chiara, questa sicurezza l'aveva cercata nel modo più sbagliato!

Napoli - 3 luglio 1996 -
… Ma c'era qualcos'altro… forse il colore della pelle, il modo diverso di pensare, di parlare, di agire… un insieme di cose che messe a confronto fanno pensare a lungo! Tutto troppo diverso e complicato da capire: un insieme di pregiudizi a volte troppo particolari per riuscire ad accettarli!
… Allora è così che finisce questa storia, ma con una consapevolezza: molti partono prevenuti: se uno ha la pelle di colore diversa, viene giudicato ancor prima di conoscerlo, e a volte anche dopo… ed è, forse, quello che è successo anche a me!
Di verità ce n'è una sola: "il diverso fa paura!"

 

Un viaggio per la vita
di Maddalena Angelici, Elena Sacchi, Elisa Sacchi


Illustrazione di Erik Fantini

" Altri cinque minuti mamma!". Il caldo tepore delle coperte mi avvolge anche questa mattina; passerei ore e ore in questo letto, ma anche oggi mi aspetta la solita sfida.
La mamma chiama ancora. E' meglio che mi alzi! Ormai il sole è alto e i suoi raggi sono puntati dritti sui miei occhi, ma quando li chiudo mi sembra di essere in un altro mondo. Vorrei volare come nei miei sogni, con il mio ippogrifo…
Il mio zainetto è pronto, ora non resta che recuperare le forze! Dall'odore stamattina mi aspetta una tazza di latte caldo e una buona fetta di kanaletet, quel delizioso dolce con farina ed uova a forma di scaletta con una spolverata di zucchero che ha preparato ieri pomeriggio la mamma. E' veramente buona questa torta… ma di che cosa stanno parlando mamma e papà? Sono seduti davanti a me e continuano a bisbigliarsi qualcosa nell'orecchio, forse non vogliono che sappia ciò di cui stanno parlando? Quando i grandi si comportano così, sono peggio dei bambini! Ma ora sembra che si siano accorti della mia strana espressione, sembra che mi vogliano dire qualcosa ed ecco…Un viaggio? Veramente… Evviva!! Mi hanno appena annunciato della nostra partenza oggi pomeriggio per visitare un nuovo paese. E' da un po' che non facciamo un viaggio. Niente scuola oggi, chissà come se la caveranno i miei compagni! Li ho abbandonati al triste destino di tutti gli alunni, combattere contro l'acerrimo nemico: la Scuola!
Ah… Bene ora torniamo a noi, non andrò a scuola oggi, ma la mattinata la passerò a preparare i bagagli! Chissà perché la mamma si è raccomandata di prendere pochi oggetti. Forse staremo via poco tempo, la valigia mi aspetta! Dunque potrei prendere… no questo meglio di no, magari si rovina. Non può mancare però il mio maglioncino di lana fatto dalla nonna, che mi ha regalato l'anno scorso per il mio compleanno; ricordo ancora quando lo indossai la prima volta, il suo tipico profumo e il calore che mi avvolgeva. Ecco… poi prendiamo la tuta, la camicetta e questi altri vestiti. Ora raggiungiamo la mamma… ehi tu…?!? Dove ti eri nascosto? Sarai il mio compagno di viaggio, sei contento orsetto mio? 
Sento la mamma salire le scale, sta correndo e mi chiama. Ha un tono di voce che non mi piace! Si avvicina alla porta, l'apre e: "Lascia lì la valigia e muoviti che dobbiamo partire subito!". Queste parole mi suonano strane da parte della mamma, lei che ci tiene tanto a portare tutto con sé. Non faccio in tempo a prendere nient'altro, è meglio che mi sbrighi, l'automobile è già in moto! La prima tappa è il porto. Questo viaggio sembra infinito. Incontriamo posti a me cari, che per un po' non vedrò; mi dispiace non poter trascorrere i prossimi pomeriggi nel parco a giocare a nascondino! Sono un asso in questo gioco, a volte rinunciano a cercarmi perché non mi trovano. Vorrei salutare l'Albero nonno, il mio nascondiglio preferito, ma la mamma ha detto che non c'è tempo. Lo saluterò al ritorno.
Finalmente siamo giunti a destinazione. Che grande che è, non avevo mai visto un porto. E' enorme, ci sono tante navi. E che belle che sono! Sopra di me un gran cartello ondeggia per il vento: c'è scritto Durazzo, credo proprio che sia il nome del porto!
Non capisco perché stiamo salutando il papà, la mamma ha gli occhi lucidi, sembra quasi che stia per piangere. Ora mi trascina verso la nave, e mi spiega che il papà non verrà con noi perché impegnato con il lavoro e che ci raggiungerà tra un paio di giorni. Non posso partire senza averlo salutato, è meglio che torni indietro, non si sa mai che poi se la prenda. Tento di lasciare la mano della mamma per correre da papà e dargli almeno un bacino. Però mi stringe forte e non riesco a liberarmi. Va bene, mi accontenterò di fare un cenno con la mano. Non capisco come mai la mamma si comporti così, non mi lascia andare e trema. In fin dei conti dobbiamo solo partire per un viaggio, ma…tutta questa gente deve venire con noi? Chissà quanto grande sarà questa nave?! La mamma è nervosa, forse è preoccupata per la lunga fila. Che brutte facce che hanno quelle persone, la mamma li chiama scafisti, speriamo non siano amici suoi!
Stiamo percorrendo un corridoio stretto e buio, e la mia mente già fantastica su come sarà la nostra stanza: un letto caldo e accogliente ed un bagno tutto per noi.
Tutti si sono fermati, ora mi trovo in un'enorme sala. La mamma si sposta verso un angolo e sistema le poche cose che è riuscita e prendere. Gli ho chiesto tra quanto tempo ci manderanno nelle stanze e lei mi ha risposto che non ci sono stanze, che dormiremo tutti insieme qui nella stiva!
In un istante tante sensazioni mi travolgono. I miei sogni si sono infranti in pochi secondi, ma guardiamo il lato positivo, potrò condividere questa nuova esperienza con tante altre persone.
Ci sono un sacco di bambini con i loro genitori, tutti contenti ed emozionati. Chissà se farò nuove amicizie! I genitori sono agitati e c'è una gran confusione. Ormai è tardo pomeriggio, e i morsi della fame rimbombano nel mio stomaco. E' da questa mattina che non tocco cibo, per la fretta abbiamo saltato il pranzo. Fra poco dovrebbero portarci la cena; immagino già i camerieri tirati a lustro che servono squisite pietanze su piatti d'argento, come se fossi in un film! Non posso aspettare: "Fra quanto si cena?" chiedo alla mamma; "Tesoro fra un po' arrivano i biscotti" mi rispose. Di nuovo, tutti i miei sogni si sono infranti in un istante, non ci sarà nessun cameriere e nessuna cena. Non credo proprio che il viaggio sarà come lo avevo immaginato. Mi accontenterò di ciò che la mamma ha preso prima di partire.
La sera è ormai calata e la giornata è ormai finita. Tutto è passato in fretta e non mi rendo conto, ancora bene, dove mi trovo. E' stata una giornata ricca d'emozioni e delusioni: mi dispiace che papà non sia potuto venire con noi, ci saremmo divertiti tanto. La nave non è proprio come l'avevo immaginata, ma l'importante è che sono insieme alla mia mamma e stiamo andando verso un bellissimo paese. Avanza lentamente il sonno, e fa chiudere le mie palpebre. La mamma mi ha preso in braccio e mi stringe forte a sé. Posso sentire il suo cuore battere forte, sarà l'emozione del viaggio! Da qui posso udire il rumore del mare, le onde arrabbiate che s'infrangono e si spezzano contro la nave. Questo ondeggiare mi rilassa, e posso dire che ormai i miei occhi si sono chiusi e sono già nel mondo dei sogni.
Il mio sonno è breve, mi sveglio all'improvviso. I bambini piangono, i genitori urlano, tutti corrono avanti e indietro, tutti sono nel panico. In sottofondo sento il rumore di sirene, coperto dalle grida degli scafisti che ordinano di muoversi e insultandoci ci comandano di salire nella parte superiore della nave. La mamma è scossa, sta quasi per piangere, non sa più cosa fare, mi stringe forte la mano e mi tira verso il lungo corridoio buio; io cado e lei mi prende in braccio continuando a correre. Ora siamo su, c'è ancora buio. Vedo avvicinarsi delle navi alla nostra, con lampeggianti e sirene. Tutti si gettano in acqua. La mamma gira in lungo e in largo la nave; credo stia cercando un salvagente. Non comprendo tutta quest'agitazione. Cerco di calmarla ma lei sembra non darmi ascolto. Mi prende in braccio, si avvicina al parapetto e mi sussurra che mi vuole bene e di stare tranquilla perché lei sarà sempre accanto a me! Con le lacrime agli occhi mi dà un grosso bacio e in pochi secondi mi ritrovo nell'acqua gelata. Non vedo più la mamma, sento solo la sua voce. C'è tanta gente intorno a me. Io continuo a chiamarla, ma la sua voce si allontana sempre più da me. Non mi sento più le gambe. Ora l'acqua circonda anche la mia testa. Vedo tutto scuro, ma d'un tratto, un tunnel bianco mi si affaccia davanti, e sento una voce che mi guida. Ora sto bene… sto camminando, quando…" Ecco i miei amici, ora li raggiungo". 
"A chi tocca nascondersi???"

 

L'insospettabile
di Linda Bertocchi, Irene Cavicchi, Elena Martini


Illustrazione di Michele Poggioli

Nella Centrale di polizia di Bologna, il sergente Montanari prese il quotidiano "Il Resto del Carlino" e gridò:
- Ehi ragazzi, guardate chi c'è sul giornale: "Il nostro grande detective!".
Daga si avvicinò al collega, prese il quotidiano e lesse ad alta voce: "Nella mattinata di ieri è stato ritrovato, in un viale di Bologna, il corpo di una giovane, età compresa tra i 25 e i 30 anni, d'origine araba. Sul corpo sono stati rinvenuti segni di violenza, ma si presume che la giovane sia stata strangolata con un fazzoletto nero ritrovato tra le sue mani. Su questo sono state trovate solo le impronte della vittima. Le ipotesi riconducono tutte al mondo della prostituzione. Per il momento non vi sono sospettati. Il caso è stato affidato al detective Daga Riccardo della Questura di Bologna".
Dopo aver letto l'articolo, Daga chiese a Mora:
- Ci sono nuovi indizi sul caso?
- Sì, ieri abbiamo interrogato le sue amiche e hanno detto che l'hanno vista salire su una
macchina grigia di grossa cilindrata e allontanarsi per una delle vie principali.
- Vi hanno dato una descrizione del conducente?
- No, non l'hanno proprio visto.
Due settimane dopo arrivò in Commissariato una donna che dichiarò la scomparsa improvvisa di una sua amica. I poliziotti decisero di trattenere la donna in questura per fare chiarezza sul caso.
- Di che nazionalità è la tua amica? - chiese Poletti.
- Credo, marocchina.
- L'hai vista allontanarsi con qualcuno?
- No, era da sola. Aveva detto che andava al bar a prendere qualcosa da bere e che
sarebbe tornata subito. Passò un'ora e, non vedendola arrivare, la cercammo per tutto il 
locale, ma di Monica nessuna traccia. Il barista ci disse che non aveva visto entrare 
nessuna ragazza che corrispondesse alla nostra descrizione.
- Aveva problemi con qualcuno, un uomo in particolare?
- No, che sappia io.
Finito l'interrogatorio, Poletti e Mora chiamarono Daga e gli comunicarono i risultati del colloquio. Le ricerche andarono avanti per giorni senza esito. Dopo una settimana dalla denuncia fu ritrovato il corpo di Monica dentro un cassonetto della spazzatura.
Il corpo presentava gli stessi segni, gli stessi particolari del caso precedente, cioè segni di violenza e morte per strangolamento. Anche tra le mani di Monica era stato ritrovato un fazzoletto nero. Appena avvertiti dell'accaduto, Poletti, Mora e Daga si diressero sul luogo del delitto alla ricerca d'indizi o testimoni. Cercavano delle persone che quella sera si trovavano sul luogo del delitto, ma nessuno poté aiutarli. Ad un tratto Poletti vide una donna anziana seduta su una panchina ed esclamò:
- Proviamo con lei, magari ha visto qualcosa!.
Arrivati vicino alla panchina notarono che la donna aveva il naso e gli zigomi rossi, e lo sguardo allucinato. Mora disse: 
- Mi scusi, quattro giorni fa è stato commesso un omicidio proprio dall'altra parte della
strada. Per caso, lei ha notato qualcosa di sospetto?
La donna abbassò lo sguardo, mugugnò qualcosa e disse: 
- Un'ombra… un'ombra…un'ombra… - guardandoli con insistenza.
- Era di un uomo o di una donna? - Chiese Mora 
- Un uomo!
Daga iniziò a comportasi in modo strano e improvvisamente diventò nervoso e scontroso, 
- Non possiamo perdere tempo con una donna ubriaca, bisogna affrettarsi a tornare in 
Centrale e occuparsi di cose più importanti- disse Daga. 
- Sono d'accordo con te - confermò Poletti - è meglio andare. 
Si avviarono verso la macchina e Poletti, rivolgendosi a Daga disse:
- Secondo me, quella donna si è inventata tutto. 
- Sarà anche come dici tu - rispose Mora - ma ricordati che è l'unica testimone oculare
che abbiamo. 
- Ma che stai dicendo, quella donna non è una testimone attendibile - ribatté Daga. 
Arrivati alla Centrale di polizia, Daga chiese il permesso di andare a casa e non si fece sentire per tutto il giorno. 
Alla sera, con la sua BMW decappottabile, Poletti fece ingresso nel giardino della casa di Daga; nel mentre arrivò anche Mora con il suo 125 bianco. 
- Sei venuto anche te a vedere cosa ha fatto Daga? - chiese Mora
- Sì, ero preoccupato! 
Si avviarono all'ingresso della casa e suonarono il campanello. Dopo qualche esitazione, Daga aprì la porta e fece accomodare i colleghi in salotto. 
- Ti ho visto un po' strano in questi giorni, che cosa hai fatto? - chiese Mora 
- Non sono stato molto bene, devo aver preso un po' d'influenza. 
- Mi dispiace. Non ti preoccupare, pensiamo noi a tutto, riguardati!
Dopo due giorni Daga era ancora assente. 
- E' strano che non sia ancora venuto! - disse Poletti 
- Sì, hai proprio ragione - affermò Mora - Non ha mai saltato un giorno di lavoro, deve
stare veramente male!
Poletti intanto stava controllando le foto scattate alle due ragazze uccise per trovare nuovi indizi. Osservando i fazzoletti neri trovati in mano alle due vittime, balzò in piedi ed esclamò:
- Guarda Mora, non è lo stesso fazzoletto che aveva in mano Daga quando siamo andati a 
trovarlo due giorni fa? 
- Non ricordo molto bene, ma avevo notato che quel giorno teneva fra le mani qualcosa
di nero. 
- Ci sono troppe coincidenze, il comportamento che ha avuto quando abbiamo parlato con
la vecchia ed ora il fazzoletto nero. 
- Spero che tu ti stia sbagliando - disse Mora - ma per sicurezza possiamo andare a fargli 
visita questa sera. 
La sera si diressero a casa di Daga, ma non fecero in tempo a scendere dalla macchina che lo videro uscire di casa. In quel momento anche se un po' perplessi, decisero di seguirlo, pur sapendo di fare una cosa poco corretta nei confronti di un collega. Dopo un quarto d'ora, la macchina di Daga si fermò nel viale dove erano state uccise le due ragazze.
Mora e a Poletti decisero di non muoversi e di continuare ad osservarlo. Anche se con poca luce, videro Daga nascondersi dietro un cassonetto ed estrarre dalla tasca un fazzoletto di colore nero, identico a quello trovato nelle mani delle vittime. 
All'improvviso, uscì dal nascondiglio e aggredì una ragazza dai capelli ricci e nerissimi, forse una nigeriana, che si avvicinava al cassonetto. Prima che commettesse il delitto, i due poliziotti balzarono fuori dalla macchina. Daga, accortosi del pericolo, tentò la fuga, ma la sua corsa fu interrotta da Mora che lo afferrò per un braccio, puntandogli la pistola alla tempia.
- Ma perché hai fatto tutto questo? disse Poletti
- Ti credevamo una persona per bene - aggiunse Mora. 
Daga rimase silenzioso per tutto il tragitto che lo portava alla Centrale. Mora e Poletti non credevano ancora a quello che era successo, ma si dovevano rassegnare perché nessuno può cambiare gli eventi.

"Il Resto del Carlino" - 22 dicembre 2001
Arrestato il serial-killer che ha terrorizzato il mondo della prostituzione. Si tratta del famoso detective Daga Riccardo.

"E' stato arrestato ieri Il famoso detective Daga Riccardo. E' accusato di aver ucciso due straniere che frequentavano il mondo della prostituzione.Sulla colpevolezza non ci sono dubbi. Ha dichiarato il detective al momento dell'arresto: "Odio quelle ragazze straniere che di sera invadono i viali, provocando disagio e malcontento tra la popolazione. Dovrebbe esserci più gente come me che ripulisce la città da questo sudiciume. Non sopportavo più di vergognarmi a girare per le strade con i miei figli". 

 


Una vita, una speranza
di Linda Bonfatti, Paolo Montanari, Luca Zaffagnini


Illustrazione di Michele Ambrosi

Avevo 15 anni e vivevo dalla nascita con mia zia Marta a Napoli in una grande villa sulla costa. Frequentavo la seconda superiore, mi piaceva studiare e stare con gli amici. Molto spesso uscivamo insieme a fare shopping; devo dire che a mia zia il denaro non mancava, e mi sapeva offrire anche un "affetto materno" che non ho mai avuto dalla nascita. Con lei avevo un rapporto di amicizia e di confidenza; mi aiutava nel momento del bisogno e io ricambiavo quando si presentava l'occasione.
Una mattina, nonostante la pioggia, mi alzai ugualmente di buon umore, guardando mia zia che sorridente mi presentava la calda colazione. Feci colazione, mi preparai per andare scuola come tutte le mattine, ma qualcosa attirò subito la mia attenzione: una strana lettera era infilata nelle sbarre del cancello; non veniva da una località italiana ma dal Marocco, il mio amato paese d'origine, anche se ne ricordo vagamente i paesaggi e l'atmosfera. Dopo aver letto il nome del mittente, una lacrima scese dal mio viso e con le mani tremanti aprii la busta. La grafia era confusa e disordinata, sembrava quasi scritta con ansia e fretta, forse con una certa paura; era mio padre, non c'era alcun dubbio. Tornai in fretta in casa, tanto il pulmino era già passato, e dissi alla zia che mi sentivo poco bene…Era vero, stavo male, ma dalla gioia. Pensai a mio padre: dovevo assolutamente vederlo, parlargli, abbracciarlo e dirgli che, nonostante la vita agiata che fino a quel momento avevo condotto, lui mi mancava. Dovevo trovare il modo per raggiungerlo, pur sapendo che avrei avuto bisogno di soldi e dell'approvazione di mia zia; ma lei era troppo affezionata a me, e sicuramente non mi avrebbe mai fatta partire. Nonostante ciò, sarei partita ugualmente, al più presto, con o senza il consenso della zia. Perciò di nascosto preparai lo zaino con il minimo indispensabile, rubai dei soldi dal portafoglio di Marta e nascosi tutto quanto sotto il mio letto. La sera, la zia che non aveva sospettato di niente, mi salutò affettuosamente con un bacio sulla fronte come ogni sera. La sveglia suonò con puntualità alle tre, e la spensi in fretta prima che la zia la sentisse. Feci in un baleno a vestirmi, mi misi lo zaino in spalla e i soldi nella tasca della mia Walls, aprii con prudenza la porta e di corsa uscii dalla villa. Raggiunsi il porto molto velocemente, sapendo già da dove partiva il battello per Casablanca, perché era lì che dovevo andare. Facilmente mi nascosi in un grande container, proprio come una clandestina… Il viaggio sarebbe stato interminabile, ma era la voglia infinita di vedere mio padre che mi dava la forza di resistere. Arrivai in Marocco provata dal lunghissimo viaggio. Era giorno, e il porto era trafficato, caotico, completamente diverso da quello napoletano: la gente urlava, molti erano i mercanti che scaricavano merci dai container. Mi fermai davanti ad un negozio di alimentari e, mentre mi accingevo ad entrare, presi la lettera di mio padre dallo zaino. Lessi e rilessi l'indirizzo dell'abitazione, ma era come andare alla cieca, dovevo chiedere informazioni e rispolverare quel poco di arabo che mia zia mi aveva insegnato. Uscendo dal negozio, chiesi ad un passante dov'era "via Lavef n° 908", e gli domandai se poteva anche accompagnarmi. La strada sembrava non avere una carreggiata per le automobili, che solo di rado passavano, ma era più un lungo e largo marciapiede. Mi sentivo diversa dalle altre donne, con i miei jeans e le mie Nike, rispetto alle loro semplici vesti bianche abbinate ad un povero paio di sandali di cuoio o legno. Il passante mi indicò la piccola e graziosa casa dell'indirizzo, davanti alla quale sostava un uomo barbuto, seduto su un minuscolo sgabello. Salutai e ringraziai l'arabo che sorrise, forse aveva capito un po' la mia storia, forse gli facevo pena. Sicuramente l'uomo barbuto seduto sullo sgabello era mio padre. Il suo viso segnato guardava fisso il terreno, forse per trovare qualcosa di più interessante della sua vita. Per un attimo il suo sguardo si alzò e incrociò il mio… ci bloccammo per diversi secondi in quella posizione, e subito dopo una lacrima attraversò le sue guance fino a cadere sul terreno sabbioso. Un lungo abbraccio unì finalmente figlia e padre, come avevo sognato io, come aveva a lungo sperato lui. Capii che la mia vita era lì; scrissi una lunga lettera alla zia Marta, e spero che abbia capito il mio gesto folle. Mi stabilii nella casa di mio padre e lì vissi finché non mi lasciò per sempre. Ora, quando guardo quel piccolo sgabello, penso ancora al suo tenero sguardo, che ritrovo in Karim,  mio figlio. 

 

"Vivere insieme si può"
di Ghizlane Samid


Illustrazione di Nicola Passarotto

Mi sembra ieri il 6 marzo 1993, quando io, mia madre e i miei fratelli abbiamo preparato le valigie e ci siamo avviati verso l' aeroporto di Casablanca, per raggiungere mio padre in Italia, a Ferrara, dove lui viveva già da 5 anni.
Quel giorno non lo dimenticherò mai! E' stato il giorno più triste della mia vita: ho lasciato tutto, tutto ciò che avevo, gli amici, i compagni di classe, i nonni, i parenti e soprattutto i cugini a cui ero legatissima.
Da qualche mese sentivo mia mamma che diceva che stava preparando i documenti per raggiungere papà in Italia, ma io non volevo crederci e non pensavo che sarebbe mai arrivato quel giorno.
Invece quel giorno è arrivato.
Non è per niente facile lasciare il proprio paese, la propria cultura, le persone care e arrivare in un paese completamente diverso dal proprio, dove ci sono altri usi e costumi e dove soprattutto non hai nessuno, nessuno che conosci e che ti conosce.
Quando sono arrivata mi sentivo sola e triste, nonostante ci fossero i miei fratelli e i miei genitori; ma anche loro si sentivano soli e tristi come me.
Ricordo che non mi piaceva niente, non guardavo neanche la televisione, perché non capivo la lingua e rifiutavo tutto, anche il cibo, che aveva tutt'altro gusto dal cibo marocchino.
Sono rimasta chiusa in casa per due settimane, poi sono andata a scuola.
Quando sono arrivata in classe mi sentivo osservata ed ero a disagio.
Ogni volta che qualcuno parlava pensavo che stesse parlando di me e non solo perché non conoscevo l'italiano.
A scuola ho vissuto un'esperienza diversa da quella negativa e difficile di altri ragazzi immigrati che conosco.
Sono infatti sempre stata accettata e rispettata dai miei compagni di classe.
Anzi è stato grazie a loro se mi sono inserita in questa nuova realtà e ho superato il difficile momento iniziale del mio arrivo in Italia.
I bambini non sono razzisti: il razzismo nasce dalla paura e dall'ignoranza e infatti i bambini non hanno paura e sono troppo curiosi per essere ignoranti.
Indifferenza, intolleranza, discriminazione razziale, non sono istinti naturali.
Per questo sostengo che è essenziale che i genitori educhino i figli alla convivenza.
Io sostengo ciò perché ho conosciuto i genitori eccezionali dei miei compagni di classe.
Quei genitori non conoscevano nemmeno bene la mia famiglia, eppure hanno portato i loro figli a giocare a casa mia senza avere paura, senza pensare che, in quanto marocchini, potessimo fare loro del male, come molti sfortunatamente sostengono.
Sono convinta che il rimedio all'odio razziale stia nell'educazione.
I genitori e la scuola devono trasmettere e far maturare, nei loro figli e nei giovani, una coscienza libera da sentimenti di superiorità o di inferiorità, sentimenti che non esistono in natura e che vengono instillati dagli adulti attraverso un'educazione sbagliata.
I miei genitori mi hanno insegnato a rispettare gli altri e a chiedere rispetto agli altri.
Sono mussulmana ma ciò non toglie che non creda nella convivenza e nel rispetto, nel fatto che ognuno deve essere libero di credere ciò che vuole, nel rispetto dell'altro.
Ho scelto di fare la scuola che sto facendo proprio perché ci si prende cura di persone che hanno bisogno e spero di poter realizzare il mio sogno, che è quello di poter lavorare nel campo dell'immigrazione e poter aiutare quei bambini e quei ragazzi che si troveranno in una situazione simile a quella che ho dovuto affrontare io al mio arrivo.
Nonostante siano passati nove anni da allora il mio cuore è là, in Marocco, dove ho ancora parenti e amici, dove sono nata.
In Italia ho conosciuto persone eccezionali; tra queste anche i miei compagni di classe attuali, che mi hanno sempre rispettata e accettata, ma soprattutto hanno sempre cercato di conoscere la mia cultura.
Questo è stato ed è molto importante, in particolare in questo periodo in cui tanti pensano e parlano dei mussulmani come se fossero tutti terroristi, o mostri.
Sia gli amici al di fuori della scuola che a scuola non hanno cambiato i loro sentimenti nei miei confronti e io li porterò nel mio cuore per sempre.
E porterò anche l'esperienza della scuola superiore, proprio perché ho conosciuto persone eccezionali, alle quali voglio dire:" grazie, grazie sarete sempre nel mio cuore."
Vorrei lasciare un messaggio a tutti e dire che il razzismo è come una malattia e che bisogna imparare a rigettarlo, o rifiutarlo.
"Imparare insieme a vivere insieme è la migliore arma contro l'intolleranza razziale". 

 

Amore sul Nilo
di Elisa Baraldi e Vanessa Siviero


Illustrazione di Daniela Rossi

Avevo deciso di prendermi una bella vacanza per superare lo stress da lavoro, passando quindici giorni a Capri. Per quella località infatti, l'agenzia in cui ero impiegata riservava delle offerte molto interessanti ai dipendenti. Arrivata a Capri, decisi di trascorrere la vacanza nel più lussuoso hotel del posto, l'Hotel Grotta Azzurra, immerso nella tipica vegetazione mediterranea dell'isola. In quel periodo, in città stavano girando un importante film, che aveva tra i suoi interpreti diversi attori famosi. 
Venerdì mattina (lo ricordo benissimo) pensai di cominciare la giornata con una bella nuotata in piscina; faceva molto caldo, indossai il bikini, quello azzurro, il mio preferito e raggiunsi il luogo del mio relax. Non c'era tanta gente, però le voci allegre dei bambini risuonavano nell'ambiente .
Appoggiai l'asciugamano su una sdraio, il trampolino mi aspettava e…….splash!
Oh mio dio! Che disastro, una situazione davvero imbarazzante! Avevo urtato un uomo e per giunta molto affascinante.
I lineamenti del viso e il colorito della pelle mi facevano pensare a un egiziano. Avrei scoperto di lì a poco che lo era veramente!
Mi scusai:-"Mi dispiace!"
-"Signorina non si preoccupi…"mi rispose lui …-"Anzi posso sapere il suo nome?"
-"Se proprio le interessa, Vanessa Chiaraldi"
-"Piacere di conoscerla, Mohamed Null."
-"Ho già sentito questo nome…deve essere un personaggio televisivo …lei promuoveva quel detersivo, con quel ritornello simpatico?!"
-" Ma…veramente no! Io sarei…"
-"No non me lo dica, mi lasci indovinare"
-"Ah sii! La pubblicità di quello snack! L'ho assaggiato sa? E' molto buono.
La conversazione continuò così per un quarto d'ora; lui mi recitò anche una frase di un suo film: "Ehi John, non farlo …"
Capii chi era quell'uomo e l'errore che avevo fatto. Era proprio lui! Il protagonista di una soap opera famosa in tutta Europa: il grande attore Mohamed Null!
Che disastro avevo combinato, mi sarei seppellita un metro sotto terra, ma ero nell'acqua!
Per rimediare e scusarmi decisi di offrirgli la cena, lui rifiutò da gentiluomo e mi propose una "speciale" nella sua suite.
Accettai.
Quella fu la prima serata di una lunga serie.
Passarono i quindici giorni e nemmeno me ne accorsi. Dovetti tornare nella mia città per il lavoro, ma tra un impegno e l'altro trovavamo sempre il modo di incontraci, nei week-end, nei giorni festivi; addirittura certe sere lui prendeva l'aereo per raggiungermi e trascorrere con me poche ore, che volavano via con la rapidità dell'alba. Passai con lui momenti indimenticabili, notti sotto le stelle con il vento che ci accarezzava… insomma tutte quelle esperienze romantiche che avete sempre sognato, sapendo bene di non poterle vivere. Anche a me sembrava troppo bello per essere vero e infatti a luglio il sogno svanì.
Ricordo quell'afosa giornata di luglio come fosse ieri. Mohamed aveva ricevuto molte telefonate nei giorni precedenti; io come un'illusa credevo fossero di lavoro. Quando gli chiedevo se aveva avuto altre donne prima di me, quante, chi erano e altre domande del genere, cercava sempre di cambiare discorso e ci riusciva bene, con quel suo fare irresistibile.
Finalmente capii perché, quando quella sera mi svelò una parte della sua vita di cui non mi aveva proprio parlato.
Mi raccontò che era sposato, ma sua moglie non voleva essere coinvolta nel mondo dello spettacolo, preferiva rimanere nella sua deliziosa città sul Mediterraneo; per questo i giornali non avevano alcuna informazione su di lei.
Pensai, in un primo momento, fosse uno scherzo, ma il suo atteggiamento non lasciava spazio all'illusione.
-"Mi dispiace…avrei dovuto dirtelo prima, ma ora è giunto il momento di decidere; le telefonate che ho ricevuto sono sue, mi chiede di tornare; ho preferito tacere per non perderti, ma mi sento troppo in colpa nei tuoi confronti…"
-"Ah, quindi per tutto questo tempo hai finto, sei veramente un bravo attore!"
-"No, io ti amo veramente, ma voglio bene anche a mia moglie, non potrei rinunciare a lei. Vedi, nel mio paese esiste la poligamia; so che è difficile per te, me ne rendo conto… Non possiamo buttare via un rapporto così intenso come il nostro…vedi…"
-"Cioè tu mi vorresti fare accettare tutto questo: convivere con un'altra donna e dividere il tuo amore anche con lei. Non è possibile, tu per me sei unico…"
Rimanemmo in silenzio, fissandoci negli occhi; mi dissi, senza crederci: "forse questa è l'ultima volta". Uscii sconvolta, dicendo confusamente che gli avrei telefonato, ma in cuor mio sapevo di mentire.
Quella notte vagai senza meta per le strade della città, immersa nella confusione dei miei pensieri. All'alba ricevetti una sua telefonata, risposi come un automa e gli dissi:
"Mi dispiace, non ce la faccio…"
"Allora questo è un addio?"
Riuscii a mormorargli un sì fra le lacrime.
"Credo che ti amerò sempre", concluse lui.
Trascorsi un'estate da non raccontare.
Una sera d'ottobre, passando davanti ad un cinema, lessi sulla locandina il suo nome tra gli interpreti del film "Amore sul Nilo". Per di più, vidi la sua immagine abbracciata ad una donna, in un lungo bacio appassionato, come il nostro pochi mesi prima.
"Facciamoci del male" pensai. 
Entrai, acquistai il biglietto e mi sedetti nell'ultima fila, quella delle coppiette.
L'interprete femminile si chiamava Vanessa, come me.
Piansi per tutta la durata del film.

 

Insieme
di Lisa Longhi


Illustrazione di Enrico Piccioli

Era una bellissima giornata, il sole splendeva su tutta la città di Bolzano. Erano le cinque e Giovanni usciva dalla facoltà di lingue al termine dei corsi. Era contento di essere uscito dal chiuso dell'aula e di aver trovato il sole caldo ad attenderlo.
Arrivato a casa, vide nella cassetta della posta una lettera di Amina, una ragazza eritrea con cui corrispondeva da tempo. Era sempre sorpreso ed affascinato dal suo modo di scrivere; pensò che era giunto il momento di conoscerla. 
- Ciao Luisa, scusa se t'interrompo ma vorrei organizzare un viaggio in Eritrea 
- Hai deciso finalmente di conoscere quella ragazza?
- Esatto, voglio conoscerla di persona, mi prenoti il viaggio?
- Ok quando vuoi partire?
- Prima possibile.
- Eh, quanta fretta! Guarda, il mercoledì c'è un volo della Egypt Air per Asmara. Ti andrebbe bene mercoledì 20? 
- Perfetto
- Quanto ci vuoi stare?
- Un mesetto
- Va bene, ti preparo il biglietto e il visto. Ti chiamo appena sono pronti 
Il giorno atteso, Giovanni si svegliò con il canto del gallo. Guardò fuori dalla finestra il sole che sorgeva dalle montagne; sapeva che fra qualche ora non avrebbe più rivisto la sua città per un mese; sapeva che era diretto in una parte del mondo così diversa, ma era ansioso di arrivarci. 
Durante il volo, guardava il cielo azzurro e le nuvole bianche che viaggiavano insieme a lui, immerso nelle sue fantasticherie. Amina gli aveva detto che lo avrebbe ospitato a casa sua, aveva giusto una stanza libera. 
Scese dalla scaletta dell'aereo nel sole accecante e respirò gli odori intensi di quella terra. 
- Sei tu Giovanni, o sbaglio?
Giovanni la guardò e non credette ai suoi occhi. "E' bellissima" pensò " In quegli occhi neri mi potrei perdere".
- Si. sono io. E tu sei proprio Amina.
- Vieni, dobbiamo camminare un po' per arrivare a casa; sai, non ho la macchina. Mia madre ci aspetta, sta preparando una zuppa saporita. Lei è bravissima a cucinare.
I due ragazzi si incamminarono. Giovanni era tutto preso dalla sua amica, che parlava un discreto italiano, ma si accorse ben presto che la vita attorno non era affatto facile. Le strade erano piene di bambini che giocavano a pallone scalzi e vestiti solo di stracci e c'era un gran viavai di gente che si affannava a guadagnare la giornata. Le case e i palazzi erano di stile coloniale: alcuni rovinati dal passare del tempo; altri invece presentavano i segni della guerra. 
Ci volle un'ora buona prima di arrivare a casa di Amina.
- Mamma, vieni che ti presento Giovanni
- Eccomi. 
- Giovanni ti presento mia madre
- Piacere di conoscerla
- Il piacere è tutto mio. È già pronto il pranzo. C'è una zuppa al curry
La madre era una bella donna sulla quarantina, somigliante alla figlia, anche se più robusta. Non aveva lavoro e si dedicava alle faccende domestiche e al piccolo commercio, facendosi aiutare da Amina. Il padre era morto al fronte, nella guerra contro l'Etiopia, quando Amina aveva 15 anni. Era il fratello maggiore a mantenere la famiglia, lavorando come pastore per un grande allevatore di ovini; un lavoro duro, che lo teneva fuori di casa dall'alba a notte fonda.
Iniziò per Giovanni un'esperienza entusiasmante di scoperta del paese, della gente, che era sempre molto cordiale e lo invitava ad entrare nelle case, per mangiare e bere insieme. Solo una volta un vecchio, mentre bevevano birra, gli aveva ricordato, con poche parole di italiano, che lui era figlio di un paese che aveva commesso dei crimini durante il periodo coloniale. 
La giornata era sempre molto intensa e la sera si sedevano sulla panchina di fronte a casa a prendere il fresco e a parlare fino a notte fonda. Una sera, mentre le stelle sopra di loro scintillavano come non mai, Giovanni le pose le mani sulle spalle e le disse:
- Amina, queste settimane che passo con te sono splendide, vorrei che non finissero mai. Devo confessare che mi sono innamorato di te.
- Oh Giovanni, anche io ti amo. Ti amo tanto
Si guardarono negli occhi per alcuni attimi interminabili e poi si baciarono.
Il giorno dopo, Amina diede l'annuncio a sua madre.
- Che cosa? No, non voglio che tu ti metta con lui
- Ma mamma…
- Niente ma. Tu sai che la famiglia ha deciso che tu debba sposare Joseph. È uno della nostra gente, è un ricco commerciante: ti farà felice e darà importanza a tutta la nostra famiglia.
- Ma io non lo amo! Non lo voglio come marito e non lo vorrò mai neanche se è il più ricco sulla faccia della terra.
- No, tu lo sposerai esattamente fra un mese e non voglio contraddizioni
- Io non voglio essere la serva di quel pallone gonfiato. Voglio sposare Giovanni e frequentare l'università e in Italia potrò farlo.
- Se non accetti le mie decisioni, allora non puoi rimanere in questa casa. Vattene dove vuoi e non contare su di me! 
- Va benissimo mamma. Partiremo subito.
Giovanni guardò Amina 
- Ma sei sicura di voler venire in Italia ?
- Sicurissima. Voglio una vita diversa, accanto a te.
- E tua madre?
- Non posso accettare le sue imposizioni e quelle della famiglia; voglio percorrere la mia strada. 
- Va bene, se sei tanto sicura, cercherò di farti avere il visto: ho un amico all'ambasciata.
- Vai subito a trovarlo.
Ma gli occhi di Amina erano lucidi, stava quasi per piangere. Aveva paura di non essere gradita là in Italia, aveva paura che un giorno anche il suo amore l'avrebbe lasciata. Scoppiò in lacrime e Giovanni la strinse tra le sue braccia e la consolò. 
Si imbarcarono a Massaua, su una nave che faceva rotta per Venezia. 
Arrivarono infine a Bolzano. "Finalmente a casa nostra" sospirò Giovanni, che non credeva di ritornare nella sua città con la sua bellissima ragazza. Amina era frastornata da quel mondo nuovo che le appariva così meraviglioso e pieno di promesse.
Incominciò così la sua nuova vita. Ma incominciò male.
- Buongiorno. Vorrei una pagnotta e un etto di grissini…..
- Di dove sei negra?
- Vengo dall'Eritrea
- E cosa sei venuta a fare qui?
- Sono venuta qui per sposarmi con il mio ragazzo e per fare la facoltà di medicina.
- Facoltà di medicina? Avete sentito? Vuole fare la facoltà di medicina, chè là non sanno neanche che cosa è.
- Mi vuole dare il pane, per favore?
Sentì che ridevano dietro le sue spalle e lei non vedeva l'ora di andare a casa 
- Domani ne vado a dire quattro a quel panettiere idiota! Disse su tutte furie Giovanni. Non tollerava che trattassero così la sua ragazza. 
"Lascia perdere" disse lei "E' già passata." Ma si rese conto di colpo che non era facile vivere in quel posto, nella città del suo Giovanni. E si tormentava.
Un giorno scoprì che esisteva un locale adibito a moschea dove avrebbe potuto praticare la sua religione e si sentì rasserenata. Vi si rifugiava quando le pesava l'ostilità della gente. 
Si iscrisse all'università. Si impegnava molto ed era brava, anche se ci mise un po' a farsi accettare dai suoi compagni di corso. 
I problemi però non finivano lì. I genitori di Giovanni non tolleravano che tenesse nel suo appartamento una ragazza nera e per di più musulmana.
- Sei uscito di testa! Guarda, sei un bel ragazzo, tutte le ragazze ti adorano e tu vai con quella negra là? Ma non ti vergogni?
- No papà. Non mi vergogno. Io la amo e ben presto la sposerò. E non sarai tu a impedirmelo. 
- Che figlio snaturato che ho! Sai cosa ti dico? Se non la pianti immediatamente con questa storia, da noi non avrai più un soldo!
La mamma di Giovanni piangeva, perché non poteva credere che suo figlio andasse con una musulmana. Lo vide sbattere la porta e andarsene.
A casa, abbracciò in silenzio Amina.
- Vedrai, ce la faremo - disse lei - Io ho già trovato lavoro in una ditta di pulizie, non sarò assunta in regola, ma la paga non è male.
- Io invece andrò a vedere al servizio di smistamento postale: stanno cercando del personale. 
Amina gli diede un bacio. - Vado a preparare la cena.
Giovanni alla finestra guardò la cerchia di monti illuminata dalla luna e la città in basso: la sua città, che non riconosceva più, che gli si rivoltava contro.
Ma si sentiva forte, avrebbe sfidato l'ostilità della gente. Insieme ad Amina. 

 

Lontano dagli spari
di Romina Bassani e Nicoletta Liccardo


Illustrazione di Matteo Mora

Era una notte fredda e buia, senza stelle. Gli spari e le urla della gente provenivano incessantemente dalla città. Tremavo, nascosta nell'ombra della notte, tenendo tra le braccia il mio piccolo Karim. Tremavo per il freddo, per la paura che mi stringeva il cuore.
Appena vidi che il portello d'imbarco rimaneva deserto, mi feci forza e mi infilai silenziosamente nella profondità oscura della nave.
Mi nascosi nella stiva, calandomi in una grande cassa piena di stracci; ero stremata da quella terribile notte, ma sentivo anche di avercela fatta: ero sulla nave che partiva per l'Italia! 
Era stato mio marito a volere che noi partissimo, prima di essere arrestato dalla polizia e portato a morire chissà dove. Avevamo venduto tutto, la casa, i pochi mobili, persino i vestiti per pagarci quel biglietto clandestino. "Nostro figlio ha il diritto di vivere e non può farlo qui, dove si muore ogni giorno, senza ragione", aveva detto Nazim con un tono deciso e disperato. 
Nel dormiveglia, sentivo contro la fiancata della nave il rumore delle onde, che mi appariva rassicurante. Karim dormiva tranquillo, sicuro che niente avrebbe potuto fargli del male. Era alto per i suoi due anni ed era bello come suo padre: mi sentivo intenerita e orgogliosa.
Ad un tratto mi risvegliai, era l'alba e non sentivo più quegli orribili spari. Sbirciai da un oblò e vidi in lontananza la costa: la linea della spiaggia e alti palazzi bianchi che si specchiavano nel mare. Rimasi affascinata, perché quello era il mondo che aspettava il piccolo Karim.
In circa un'ora arrivammo al porto, mio figlio dormiva ancora, lo presi in braccio cercando di non svegliarlo e scesi dalla nave, confondendomi tra i passeggeri che si accalcavano all'uscita. Sentivo parlare una lingua straniera di cui capivo niente e intravidi degli uomini in divisa, armati, dallo sguardo cattivo, che mi provocarono un brivido di terrore. Karim si stava svegliando e lo baciai per farlo stare zitto. Mi nascosi dietro le merci che ingombravano la banchina e cominciai ad allontanarmi dalla nave. Vidi, non molto distante, una cancellata e pensai che una volta superata quella saremmo stati in salvo.
Sentii che mi urlavano qualcosa con voce dura e mi tornò in mente l'inferno da cui ero fuggita. Il terrore mi invase e ricominciai a correre, come se fossi colpevole di chissà quali sbagli.
Riecheggiarono di nuovo gli spari dietro di me, uguali a quegli altri spari e sentii una fitta ardente al braccio: al colmo del terrore, caddi e il mio Karim scivolò dalle mie braccia insanguinato e morente. Mi gettai su di lui per proteggerlo, lo chiamai disperatamente, ma non dava segni di vita e allora fui sopraffatta dal dolore e persi i sensi.
Quando mi svegliai, non so quanto tempo dopo, stavo in una cella; provai a chiamare qualcuno, ma nessuno rispose. La sofferenza era troppo forte, mi sembrava di sognare mio figlio che tornava da me, tentavo di illudermi, ma sapevo benissimo che era morto!
Ad un certo punto, vidi un uomo grosso che aprì la cella e di fianco a lui c'erano due poliziotti che mi afferrarono e mi portarono fuori. C'era una ragazza che parlava un po' la nostra lingua e mi chiese gentilmente come stavo. Le risposi bruscamente "E come mi dovrei sentire dopo aver perso mio figlio, lontano dal mio paese, dalla mia casa, dalla mia gente?"
Un poliziotto allora le disse qualcosa e lei tradusse: "E' arrivato il tuo decreto di espulsione: sarai rimandata immediatamente al tuo paese."
La rabbia che avevo provato prima mi abbandonò, lasciandomi solo il mio immenso dolore. Le chiesi se potevo visitare la tomba di mio figlio e portargli almeno un fiore, lei rispose che non era possibile e io le afferrai il braccio violentemente e le dissi:"La prego, ho perso mio figlio ed era l'unica cosa che mi era rimasta, mi lasci salutarlo per l'ultima volta!"
I due poliziotti discussero animatamente, poi acconsentirono. Vidi come in un sogno la piccola tomba grigia di Karim; credo che abbiano dovuto trascinarmi via a forza, non ricordo.
Ora sono di nuovo su una nave che va non so dove.
Le onde si infrangono senza significato contro la fiancata.

 

Il mistero svelato
di Sara Vaccari


Illustrazione di Fabio Veronese

Il ragazzo era infuriato:-Professoressa, il mio nome è Alieksei, non Alessandro! D'ora in poi, se lei non mi chiama col mio "vero" nome, io non le risponderò!- La donna rimase allibita:-Come ti permetti di parlarmi in quel modo?! Vai fuori Alieksei! Fuori!- Il giovane si alzò e con calma uscì dall'aula. Elettra lo seguì con lo sguardo:-Professoressa, -domandò:-posso uscire?- La donna annuì seccamente:-Sì, ma fa' presto!- 
Elettra si recò in corridoio e inseguì Alieksei, fermandolo prima che uscisse dalla porta di sicurezza:-Fermati! Vuoi che il preside ti sospenda per "fuga"? - Il ragazzo colpì il muro con un pugno:-Tanto lui non aspetta altro! Tutti non vedono l'ora di escludermi da tutto, anche da ciò che mi spetta di diritto! Io sono in Italia da nove mesi, ma l'unica nota positiva finora sei stata tu!- Elettra gli prese la mano dolorante fra le sue:-Non dare loro motivi per arrabbiarsi con te!- Alieksei le sorrise:-Grazie… Amore, ci vediamo fra una quarantina di minuti!- Sorrise anche lei:-Va bene, ci vediamo dopo…- Gli lasciò la mano un po' cupa e il giovane la prese per le spalle:-Eri venuta per consolare me e adesso lo devo fare io con te?- Si strinsero l'un l'altra, poi Alieksei andò in bagno ed Elettra tornò in classe.
La giovane entrò nell'aula e tornò a sedersi al suo posto. Fissò intensamente la cattedra. Posò la mano sinistra, distesa, sul banco. La chiuse di colpo. Tutti gli oggetti caddero dal piano su cui la professoressa stava compilando i registri. L'intera classe scoppiò a ridere davanti agli occhi increduli dell'insegnante, che corse fuori della classe in preda al panico.
Nel pomeriggio Alieksei ed Elettra s'incontrarono ai giardini pubblici del paese. La ragazza lo trattò coi guanti di velluto per tutto la giornata, finché lui le domandò il motivo del suo comportamento:-Sii sincera, devi parlarmi di qualcosa? È per questo che ti comporti così?- Elettra sussultò:-In effetti ti devo dire una cosa… Io… Ti senti pronto a sapere…?-
-Sì, voglio sapere!-
-Io ho scoperto a quattordici anni di saper leggere nelle menti altrui e di controllare lo spostamento degli oggetti nello spazio. In altre parole ho delle capacità ESP.- Alieksei si appoggiò al tronco di un albero:-Tu mi hai nascosto una cosa del genere? Hai aspettato che fossimo fidanzati da otto mesi per dirmelo? Se io fossi stato un tuo connazionale, me l'avresti detto molto tempo fa!- Elettra s'infuriò:-Io ti dico delle cose per me importanti e tu ti arrabbi? Mi lanci addosso accuse razzistiche? Se sei arrabbiato col mondo intero, non devi sfogare la rabbia su di me!-
-Però, devi ammettere che io ho ragione! Tu non mi hai detto nulla perché sono russo!-
-Smettila!- sbottò Elettra e se ne andò senza voltarsi sino a casa.
-Pronto?- domandò Elettra con voce tremante al telefono:-Elettra? Cosa ti prende?- domandò a sua volta Marta all'amica:-Hai litigato con Alieksei?-
-Sì…-
-Com'è successo?-
-Gli ho confidato il mio segreto!-
-Perché si è arrabbiato, allora?-
-Ha detto che non avrei dovuto nasconderglielo così a lungo! È convinto che io non mi sia confidata prima perché lui non è italiano! Non è vero! Io avrei taciuto comunque!- Marta sospirò:-Calmati! Ti credo! Puoi stare tranquilla. Se vuoi posso provare a parlargli io!- Elettra si calmò:-Se te la senti…- Dall'altro capo della linea la ragazza rise:-Certo! Se adesso sono fidanza con Mattia, lo devo solo al tuo intervento!- L'altra riuscì a ridere:-Grazie. Sappi, però, che non mi aspetto una reazione positiva: questa volta è davvero infuriato!-.

Marta spostò la folta chioma bionda dietro le spalle ed entrò nell'aula:-Alieksei, posso parlarti?- Il giovane annuì e si alzò svogliatamente dal banco per seguirla nel cortile. Giunsero in un angolo appartato. Marta gli posò le mani sulla spalla, quindi lo spinse con forza contro la parete:-Ascoltami bene: Elettra sta soffrendo moltissimo e se tu soffri di manie di persecuzione non ti devi, assolutamente, prendere la libertà di sfogare la tua rabbia su di lei! Quando sei arrivato, lei è stata l'unica a concederti uno straccio d'amicizia! Spiegami con quale diritto ti sei permesso di trattarla in quel modo?- Alieksei si portò le mani fra i capelli:-Lo so! Non hai idea di come sto male da ieri sera, per il modo con cui ho trattato Elettra! Oggi non si è neppure presentata a scuola, sono preoccupato! Sai benissimo che io non sono orgoglioso e ammetto senza problemi i miei errori. Mi dispiace moltissimo e ho deciso di andare a casa sua per chiederle di perdonarmi, oggi pomeriggio!- Marta arretrò di un passo, mantenendo lo sguardo duro:-Prega di non farla più soffrire così!- Il giovane sorrise:-Puoi stare tranquilla, non accadrà più.- Lei continuò a fissarlo:-Nel caso ti dovesse tornare in mente di attaccarla di nuovo in quella maniera, ricordati chi è stata l'unica persona ad accettarti quando sei arrivato dalla Russia!- Alieksei annuì e le domandò:-Mi potresti fare una cortesia?- 

-Ciao Elettra!- disse Marta entrando nell'appartamento a piano rialzato dove la ragazza viveva coi genitori. -Entra Marta!- Lle due si accomodarono nel salotto e cominciarono a guardare la televisione, come ogni pomeriggio. La portafinestra era aperta. Dopo circa mezz'ora udirono della musica provenire dal giardino:-Andiamo a vedere da dove viene!- propose Marta, così si affacciarono al balcone e videro un'immagine al dir poco stupenda: Alieksei era nel giardino e alle sue spalle aveva creato con delle rose la scritta "ti amo perdonami", contemporaneamente cantava "that's amore". Elettra sorrise. 
Purtroppo la bellezza romanticamente simpatica era rovinata dai commenti razzistici dei passanti. -Guardalo! Cerca d'incantarla col suo fascino sovietico!- fu la prima frecciata, poi la ragazza fu costretta ad udire:-Chi si crede di essere quel russo! Loro sanno solo bere vodka e ubriacarsi!- Elettra si sentì offesa da quelle parole tanto crudeli e piene d'ignoranza. Corse in giardino e baciò Alieksei ammutolendo tutti. La folla si disperse, piena di vergogna, per le parole senza reale fondamento che aveva pronunciato poco prima.


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