Vinicio Coletti

Diario digitale


Castelli di rabbia

Romanzo
di Alessandro Baricco, Italia, 1991
224 pagine nell'edizione Rizzoli Corriere della Sera

Baricco mi ha sempre suscitato sentimenti contrastanti. Che sappia scrivere, nessun dubbio; che sappia creare dal nulla degli sfaccettati universi fantastici, è evidente. Ma c'è, forse, a volte, qualche piccolo eccesso che dà una vaga sensazione di artificiosità alla scrittura, sensazione che in qualche raro caso sconfina nel fastidio se non nell'irritazione. Così.
Forse non è però il caso di questo libro, specie se ci ripenso ora, qualche mese dopo averlo letto. Abbiamo qui un piccolo mondo antico, ottocentesco, in cui inventori strampalati cercano di intrappolare il suono nei tubi metallici, costruiscono organi umani dove ogni corista emette sempre e soltanto una singola nota ed in cui l'industriale locale, versione moderna del feudatario, si fa prendere dalla passione per i treni.
Un mondo antico, quindi, ma moderno, che subisce l'impatto della nascente società dei trasporti rapidi e del vetrocemento. Probabilmente il pregio maggiore del libro è proprio quello di mescolare sapientemente la favola della cittadina immaginaria di Quinnipak con eventi veri come l'invenzione della locomotiva e la costruzione del Crystal Palace a Londra, aneddoti compresi. Ed è veramente molto divertente seguire l'interazione di reale ed immaginario, dei treni di Stephenson e della locomotiva di cui si innamora, letteralmente, il signor Rail, posseduto da quella stessa passione ed ostinazione che ha sempre portato, e porta tuttora, gli uomini al successo. O alla rovina.


Alcuni estratti:

Di tanto in tanto il signor Rail tornava. Di regola ciò accadeva un certo tempo dopo che era partito. La qual cosa testimonia l'ordine interiore, psicologico e si potrebbe dire morale del personaggio. A modo suo il signor Rail amava l'esattezza.
Meno facile da capire era perché lui, di tanto in tanto, partisse.
 
- Diavolo! Un buco nel tubo... come ho fatto a non pensarci... caro Pehnt, ecco dov'è l'errore... un buco nel tubo... un piccolo maledetto buco nascosto da qualche parte, è chiaro... se n'è scappata di lì tutta quella voce... sparita nell'aria...
Pehnt si è alzato il bavero della giacca, tiene le mani sprofondate nelle tasche, guarda Pekish e sorride.
- Be', sai cosa ti dico? lo troveremo Pehnt... noi troveremo quel buco... abbiamo ancora una buona mezz'ora di sole, e lo troveremo... in marcia, ragazzo, non ci faremo fregare così facilmente... no.
E così se ne vanno, Pekish e Pehnt, Pehnt e Pekish, se ne tornano lungo il tubo, uno a sinistra l'altro a destra, lentamente, scrutando ogni palmo del tubo, piegati in due, a cercare tutta quella voce perduta, che se uno li vedesse da lontano potrebbe ben chiedersi cosa diavolo fanno quei due, in mezzo alla campagna, con gli occhi fissi per terra, passo dopo passo, come insetti, e invece sono uomini, chissà cos'hanno perso per strisciare in quel modo in mezzo alla campagna, chissà se lo troveranno mai, sarebbe bello lo trovassero, che almeno una volta, almeno ogni tanto, in questo dannatissimo mondo, qualcuno che cerca qualcosa avesse in sorte di trovarla, così, semplicemente, e dicesse l'ho trovata, con un lievissimo sorriso, l'avevo persa e l'ho trovata - sarebbe poi un niente la felicità.
 
La morte più assurda, ma se si vuole anche più puntuale e giusta e responsabile, la fece Walter Huskisson, il senatore Walter Huskisson. [...] La gente scese dalle carrozze, e in particolare scese Walter Huskisson dalla sua, che era quella delle autorità, scese per primo e questa si rivelò essere una circostanza non priva di importanza visto che appena sceso - per primo, dalla carrozza delle autorità - fu travolto da uno degli otto treni che procedeva lentamente sul binario di fianco, non abbastanza lentamente per poter frenare davanti al senatore Walter Huskisson che, per primo, stava scendendo dalla carrozza delle autorità. [...] Però arrivò vivo all'ospedale di Liverpool, e lì morì, lì e non prima. Sì che il giorno dopo, su tutti i giornali, in mezzo alle grandi pagine dedicate alla storica inaugurazione, comparve sì un trafiletto dedicato alla singolare morte del senatore Walter Huskisson, ma non sotto il titolo, che non sarebbe parso illogico, "Senatore maciullato dal treno", ma sotto il titolo, lungimirante, "Un treno in corsa per salvare il senatore", sotto il quale, con penna ispirata, il cronista di turno raccontava l'epica corsa contro il tempo, la formidabile capacità del mostro meccanico di divorare spazio e tempo per riuscire a portare il corpo rantolante del senatore all'ospedale di Liverpool in sole due ore e ventitré minuti, infinita prodezza, acrobazia futurista grazie alla quale al senatore non spettò il destino anemico di crepare con la testa appoggiata a un sasso, in mezzo alla campagna, ma quello, nobile, di spegnersi in grembo alla medicina ufficiale in un letto vero e con un tetto sulla testa.


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