Anno XVII N° 4 Aprile 2006


Mensile della UNITRE di Pavia - Redazione: Viale Libertà 8c - Telefono 0382-530619 - Direttore Responsabile: Emilio D'Adamo - Iscrizione Tribunale di Pavia n. 411/92 del 10.12.1992- Spediz. in abbonam. postale - Comma 20/c Legge 662/96 Filiale di Pavia - Indirizzo on-line: http://digilander.libero.it/unitrepavia


A GIUGNO LA FESTA DEI SOCI!

La festa di chiusura dello scorso anno

SOMMARIO

VITA ASSOCIATIVA

L'undici giugno: Cerimonia di chiusura..............................................................................pag. 2

L'angolo della poesia......................................................................................................... " 2

Ritroviamoci insieme quest'estate....................................................................................... " 3

Visita guidata a Vigevano................................................................................................... " 3

INVITO ALLA LETTURA................................................................................................ " 4

UN PERSONAGGIO, UN LUOGO................................................................................. " 5

Il dialetto della Bassa Pavese.............................................................................................. " 6

BLOCK NOTES............................................................................................................... " 6


L'Accademia di Umanità ripropone per il periodo estivo l'iniziativa:

RITROVIAMOCI INSIEME QUEST'ESTATE

Si parlerà di letteratura, storia, viaggi, teatro comico, arte, natura e altre attualità.

Gli incontri si svolgeranno al pomeriggio, due volte la settimana, presso l'aula 7 di V.le Libertà 8/c, salvo eventuali uscite per gite didattico-culturali.

Il programma dettagliato degli incontri verrà precisato sul notiziario UNITRE di maggio.

Riguardo alle uscite, deside-riamo precisare quelle che dovrebbero essere le nostre destinazioni, fornendo alcuni cenni storico-turistici.

Visite in provincia:

Gambolò _ Il nome pare derivi da campus latus, ossia, campo largo e che l'origine del paese provenga appunto dal campo militare di Scipione. Il Borgo fu possedimento dei conti di Lomello e nel 1157 ebbe il castello distrutto da Guido di Biandrate. I Beccaria ne assunsero il controllo nel 1290, poi passò a Gian Giacomo Trivulzio e quindi al cardinale elvetico Schiner, per pervenire nel 1573 ai Litta, ai quali rimase fino all'età moderna. Pare inoltre che da Gambolò fosse passato anche Annibale con i suoi elefanti. Anche Sant'Elena, madre di Costantino il Grande, transitò per questa località.

Lomello _ Possiamo affermare che la storia dell'intera Lomellina nasce qui. Già importante in epoca romana, Laumellum, centro che dà il nome all'intero territorio circostante, acquistò prestigio nell'alto medioevo, divenendo una piccola capitale dei longobardi, che ne fecero una rocca fortificata e un gradevole luogo di villeggiatura.

La leggenda vuole che nel 590

la regina Teodolinda incontrasse e sposasse a Lomello Agilulfo, futuro re germanico. Le nozze sarebbero

state celebrate nella chiesa di Santa Maria, su cui sorse, nei primi anni del secolo XI, l'omonima basilica. La figlia di Teodolinda, Gundemberga, venne rinchiusa per 3 anni in una torre del castello, per presunto adulterio, e quindi liberata a seguito del "giudizio di Dio" a cui fu sottoposta.

La suddetta basilica di S. Maria Maggiore sorge ai margini nord-occidentali dell'abitato: nel 1155 venne distrutta e la tradizione vuole che la sua ricostruzione sia avvenuta in una sola notte ad opera del diavolo che, per la fretta, la costruì un po' a sghimbescio.

Cella di Varzi _ E' nota per il Tempio della Fraternità dei Popoli. Chiesa unica e originale, in quanto arredata con i cimeli provenienti dai campi di battaglia di tutto il mondo. Un serio, grande monito alla crudeltà della guerra e un invito alla pace tra i popoli. Ci recheremo poi, fra boschi e pinete, ai piani del Monte Lesima (m. 1724), il più alto dei nostri Appennini, per pranzare presso l'azienda agrituristica Sulla via del sale, compresa nell'elenco dei negozi amici dell'UNITRE.

Visite fuori provincia:

Besate e Morimondo _ Al mattino visiteremo il Parco del Ticino su caratteristici calessi e pranzeremo poi in un locale agriturismo. Al pomeriggio visiteremo la celebre Abbazia di Morimondo.

Mantova e le ninfee _ Visiteremo Mantova, città d'origini etrusche che nel corso dei secoli è affiorata dalla palude costruendo splendidi palazzi, snelle torri ed esemplari cupole che ne costituiscono il patrimonio monumentale. Il tessuto urbano ha formato, con l'arte e la sua storia, un'espressione di altissima civiltà.Ci recheremo poi ai laghi mantovani, per poter ammirare la spettacolare fioritura delle ninfee e dei fiori di loto.

VISITA GUIDATA

A VIGEVANO

La Professoressa Mara Zaldini organizza una visita guidata a Vigevano per il giorno lunedì 29 maggio 2006.

Si visiteranno Piazza Ducale, il Duomo, il Castello e altro ancora.

Il trasferimento a Vigevano avverrà con pullman di linea con partenza alle ore 8.45 dalla Stazione delle corriere e ritorno per le ore 11.45.

Gli interessati diano la loro adesione, anche telefonica, all'ufficio di Santa Maria Gualtieri entro il 23 maggio.

MOTTI DI SPIRITO

E' così vecchio che, quando ordina un uovo à la coque, gli chiedono di pagare in anticipo.

Milton Berle

I vicini di casa sono le uniche spie disposte a prestarvi mezzo chilo di zucchero.

Enzo Costa

Mia moglie fa cose splendide con gli avanzi. Li butta via.

Herb Shriner

Mia madre cucinava così male che la nostra pattumiera aveva l'ulcera.

Mario Zucca

Il mio primo film era così brutto che in sette Stati americani aveva sostituito la pena di morte.

Woody Allen

La ragione perché nonni e nipoti vanno così d'accordo è che hanno un nemico comune.

Sam Levenson


INVITO ALLA LETTURA

Questo mese si consiglia...

ERRI DE LUCA

Sulla traccia di Nives

Mondadori _ Strade blu

ciò che più ha importanza.

Affiora così il dolore della scalata fatta da veri alpinisti, senza portatori, senza ossigeno, quando i polmoni cercano aria nello sforzo di domare la montagna, ma l'uomo (la donna in questo caso) accetta la sfida e in un mondo fatto di solitudine, di ghiaccio e di roccia prova non l'orgoglio della vittoria ma l'umiltà della fatica; conosce la gioia della discesa che è liberazione del respiro, che ad ogni passo è più profondo e nutre il corpo come un balsamo; prova rispetto per una natura che non perdona ma è carica di fascino anche nelle manifestazioni più drammatiche: il vento che costringe a rimanere chiusi in un piccolo guscio di tela per giorni e giorni, le tempeste di neve a oltre ottomila metri, il freddo che gela persino i pensieri.

Accanto alla resistenza fisica, alla forma "perfetta" non risalta

della natura che non permette di abbandonare sui ghiacciai nep-pure un segno della presenza umana perché la montagna non deve essere contaminata.

E poiché le parole ascensione e ascesi hanno la stessa origine, non ci appaiono strane, nel libro, le citazioni che l'Autore trae dai testi sacri: davvero chi compie le grandi scalate è colui che costruisce nei cieli i suoi gradini come dice il profeta, forse per cercare il volto di Dio, più spesso per conoscere nei fulmini che corrono lungo le vette, la forza della sua potenza. Anche se Nives non ha senso religioso: la sua religione è la montagna, la voglia di andare, la perfezione del suo corpo che ubbidisce ai comandi della mente, la simbiosi con la roccia, la conquista di sé prima che della cima.

Noi, gente piatta, chiusi nella nostra piccolezza, aggrappati

Nomen, omen: se, come pensavano gli antichi, ciascuno porta iscritto nel nome il proprio destino, per nessuno può essere tanto vero quanto per Nives Meroi.

Nives è, in latino, il plurale di "neve" e nessun altro nome poteva meglio rappresentare una donna che, tra le pochissime al mondo, ha scalato quasi tutti gli ottomila della terra.

Il libro che vi proponiamo non è un romanzo ma la trascrizione di lunghe chiacchierate notturne intercorse tra l'Autore e la grande scalatrice, chiusi in una piccola tenda ad oltre settemila metri di quota nel cuore dell'Himalaia.

A quell'altitudine, in condizioni estreme, le parole diventano preziose, seguono il filo dei ricordi o della fantasia, sono simboli di fatiche sovrumane e di volontà di ferro per raggiungere la "cima" che non è, come si potrebbe credere, la meta, ma solo l'intervallo tra una scalata e l'altra, perché la voglia di salire e di mettere se stessi alla prova è

di meno la grandezza dell'anima di chi scala le grandi mon-tagne, per la solidarietà e la tacita in-tesa dei com-pagni con cui si compiono simili im-prese, che sono i com-pagni della vita ma so-prattutto di

emozioni che non hanno bisogno di essere esternate per essere capite. E colpisce, in un mondo che sembra richiamare solo l'istinto della sopravvivenza, lo spirito di dedizione per cui si può interrompere la conquista di una parete per portare in salvo uno scalatore sconosciuto abban-

donato dai compagni e il rispetto

Erri De Luca

alla nostra pianura, guardiamo a colei che è capace di ascendere

con sacrificio ma immensa gioia verso l'infinitezza, con invidia e gratitudine per averci, almeno per il tempo della lettura, innalzati al di sopra della mediocrità.


UN PERSONAGGIO, UN LUOGO

Le montagne di Delforno

Chi scorgeva Carlo Cristiano Delforno aveva l'impressione di conoscere uno di quei giganti del Nord di cui parlava Flaubert. Grande corpo, grande testa, grandi mani: una voce immensa, piena di passione di raccontare il mondo e di commentarlo con intelligenza. Come gli piaceva ridere e bere e vedere amici e abitare la terra!. Così esordiva uno dei sublimi maestri della critica e della biografia letteraria italiana, Pietro Citati, nel suo breve ricordo in morte del romanziere scomparso cinquanta-seienne nel 1999, rompendo il silenzio che da molti anni era caduto sull'opera di un autore che meritava maggior fortuna.

Sembianze immediate d'invin-cibile potenza, la solidità eterna di rocce millenarie, il coraggio indomito di un eroe vichingo. Questo il messaggio ingannevole del corpo. In realtà, come lo stesso Flaubert ricordava dei giganti nordici, era uno degli essere più fragili al mondo, che portava con sé una inquietudine che lo corrodeva: un desiderio di non esistere e non essere da nessuna parte; una volontà disperata di non prendere forma, a nessun costo e per nessuna ragione.

Il tragitto letterario di questo dimenticato irregolare, che trasmetteva al lettore un'incantata gioia della narrazione, si è compiuto interamente fra gli anni Settanta e Ottanta con la pubblicazione di un testo teatrale e di cinque romanzi, dei quali Transizione, Via Palamanlio e Blu Indigo costituiscono una trilogia alla quale non è stata prestata sufficiente attenzione. Tanto che oggi i suoi titoli sono da tempo fuori dai cataloghi degli editori e si possono recuperare solo in qualche bancarella dell'usato o negli scaffali polverosi dei venditori di rimanenze.

Il profilo di Delforno come "scrittore di scrittura", che predilige lo stile scanzonato del racconto, la vivacità di una mente che passava in un batter d'occhio dalla realtà alla fantasia, senza

seguire una traccia ferrea ma lasciandosi trasportare dal momentaneo piacere degli eventi, emerge con nitidezza proprio nel capitolo conclusivo della storia tripartita di Stelvio Marcone Blu Indigo, protagonista di un'av-ventura d'epica interiore ripresa nel suo divenire in una dimensione geografica circoscritta.

Il giovane torinese Stelvio, titolare controvoglia di un'azienda torinese che fabbrica fornaci per metalli preziosi, ereditata dal padre, decide di imprimere una svolta

senso di liberazione imminente, l'animo sincero di Stelvio è trascinato a capofitto nella ricerca di un nuovo punto di partenza, di genuine e veraci ragioni di vita al di fuori della soffocante sterilità urbana: una comunità solida e concreta, un linguaggio diverso, un'economia e una consuetudine sociale ancorate a un passato eticamente migliore, un paesaggio inattaccato e rasserenante.

La ricerca dei primi contatti umani lo porta alla conoscenza di alcune autorità locali, in particolare la repulsiva figura del sindaco, autentico satrapo in sedicesimo che trasuda arroganza e sete di potere, e del giovane sacerdote, figura sfuggente nella sua immediata amichevolezza.

La felicità e il sollievo iniziali per l'inserimento in una condizione che sembrava annullare le brutture dalle quali intendeva staccarsi, mostrano in un breve volgere di mesi il lato oscuro e imprevisto della vita nella piccola comunità savoiarda. Il protagonista viene avvolto nelle spire del microcosmo alpino che riproduce in scala ridotta, ma con accresciuta capacità deflagrante, le regole nefaste della società che aveva inteso abbandonare: trame politiche intrecciate a interessi privati, passioni distruttive che covano sotto traccia, strategie compromissorie di sopravvivenza di fronte allo strapotere dei potenti; il tutto amplificato ed esasperato proprio da quelle ridotte dimensioni che rivelano un groviglio di gelosie e diffidenze tipiche di luoghi dove non vi sono segreti, dove non è possibile l'anonimato della città.

Il giovane italiano viene trascinato dal parroco, nemico giurato del sindaco, in una sfida all'ultimo voto per le elezioni municipali, in una guerra senza quartiere fra opposte fazioni per la riconferma o la estromissione del gruppo dominante, che si sviluppa a cavallo fra il dramma e l'opera buffa.

La vicenda infinitesimale che travolge l'equilibrio secolare della

rivoluzionaria alla sua vita agiata ma insoddisfacente. Desideroso di lasciare libero sfogo alle sue aspirazioni di scrittore, di troncare definitivamente con i compromessi e le invidie, le convenzioni e la protervia di un mondo privilegiato che non sente suo, lascia la metropoli e si traferisce con moglie e figli in un piccolo villaggio di montagna dell'Alta Savoia, dominato da vette incantate e da uno sfolgorante manto di neve che, nelle notti di luna, si tinge di quel misterioso e rassicurante colore nobilitato nel titolo. Il desiderio di quiete interiore che si prepara a diventare realtà. Lo spirito d'avventura alla scoperta di una realtà sconosciuta. L'entusiasmo per una dimensione più umana e

vivibile. Con passionale curiosità e


gente della montagna francese finisce per sconvolgere il privato di Stelvio, le sue ritrovate certezze, le sue malriposte speranze, fino a minare gravemente la sua stabilità familiare a causa di un'amicizia controproducente.

Nel romanzo di Delforno ci viene presentata un'esperienza di ogni giorno, alla quale siamo abituati per conoscenza diretta o mediante le cronache, senza

perdigiorno. Si lasciava voluttuosamente coprire dal tempo... non entrava mai in rapporti con la realtà e con gli uomini. Questa indifferenza non era un peso: era l'aria stessa che respirava, gli dava un profondo benessere. In realtà, la voce stava sfuggendo da qualcosa o da qualcuno _ e il desiderio di fuga è una delle angosciose felicità degli esseri umani.

pretese di eccezionalità. La gradevolezza del suo scrivere viene non dal fatto in sé, ma dal tono ironico e leggero, dalla curiosità del narratore che contagia il lettore con il piacere di raccontare situazioni in parte autobiografiche, sempre oscillanti tra la concretezza e il sogno dell'assurdo.

Il narratore era un


ANALIZZARE IL DIALETTO

DELLA BASSA PAVESE

con Silvana Galli

già dato voce alla sua appassionata partecipazione alla ministoria che quella lingua porta in sé, con fonemi e proverbi, suoni e locuzioni che ne hanno fatto un'isola appartata rispetto alla grande evoluzione della nazione.

Li incontreremo VENERDI' 28 APRILE presso l'Istituto S. Giorgio - in Aula 7 alle ore 15

Tutti i soci sono invitati: sarà un momento interessante non solo per coloro che provengono da quella zona, ma anche per chi riconosce che le nostre usanze vanno conservate e tramandate ai giovani.

Anche su chi non lo conosce bene o non lo parla ma lo capisce, il dialetto esercita un fascino particolare: esso, nato prima della lingua colta per le esigenze primarie della vita quotidiana, ha inventato e si avvale di espressioni così vive e tanto spontanee da farci dire che è più efficace della lingua dotta. Se questa è sempre un po' imbavagliata, rigida, attenta alle regole, il dialetto si permette di essere sboccato, di usare paragoni assurdi e gustosissimi, di

produrre immagini atte a sollecitare una visione immediata di situazioni e cose.

Non fa eccezione il dialetto della Bassa Pavese di cui verrà a parlarci Silvana Galli, che lo ha studiato e analizzato in un valido libro intitolato: "Forma e significato del dialetto _ Santa Cristina e Bissone nella Bassa Pavese"

A presentarci l'Autrice e la sua opera sarà il Prof. Angelo Stella, che nella introduzione al volume ha

BLOCK NOTES


APRILE

giovedì 13/martedì 25 - Chiusura delle segreterie UNITRE

MAGGIO

venerdì 5 - Convocazione Assemblea dei soci studenti (vedi notiziario marzo pag. 2)

domenica 7 - Concerto all'Auditorium di Milano (vedi notiziario marzo pag. 6)

sabato 13/sabato 20 - Viaggio in Belgio e Olanda (vedi notiziario marzo pag. 4)

giovedì 18 - Gita a Borgio Verezzi (vedi notiziario marzo pag. 7)

lunedì 29 - Visita guidata a Vigevano (pag. 3)

GIUGNO

domenica 11 -Festa di chiusura dell'anno accademico 2005-2006 (pag. 2)


UNITRE notizie

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Anno XVII n° 4 - Aprile 2006

Direttore responsabile: Emilio D'Adamo

Comitato di redazione: Laura Allora Crocetti, Luisa Bisoni, Luigi Burtulla, Lillina Cassani, Anita Diener, Gian Paolo Parmini

Hanno collaborato a questo numero:

Per le illustrazioni: Angelo Bruni, Enrico Ferri

Per la composizione: Silvia Grandi, Leonide Leoni, Giuseppina Zibardi

Per la stampa: Giuseppe Alini, Franco Scotti