PERU' - 1999


06/10/1999 - Lima

Dopo un interminabile volo transoceanico (c.a. 18 ore) siamo finalmente arrivati nella 1a delle nostre tappe: LIMA (ore 18.15 c.a. locali).
Ad accoglierci un clima tetro che incute stati di depressione a causa della "garùa" una forma di nebbia mista smog che ristagna sopra la città rendendo tutto l'ambiente grigio e tetro, quasi surreale.
Superata questa empasse e recuperati i bagagli, all'uscita dell'aeroporto, mentre sulla città calavano le prime ombre della sera, siamo stati immediatamente assaliti da una turba di improvvisati "promoter" turistici locali, da chi vendeva pacchetti turistici e tour, prodotti alimentari a chi semplici passaggi in auto o bus.
Ci siamo affidati ad una di questi ultimi per raggiungere la nostra agognata meta (Hostal "La Castellana" - quartiere Miraflores) per la modica cifra di 5 U$D a testa.
Nello stesso tempo, mentre ci caricavano i bagagli sul bus, sono stato quasi "rapito" dall'ennesimo agente turistico che al fine di aiutarci a confermare il volo interno previsto per l'indomani con destinazione Cusco (cosa che ci era stata caldamente consigliata di fare onde evitare spiacevoli sorprese dell'ultimo momento) mi ha condotto, attraversando tutto l'aeroporto in mezzo ad una miriade di facce dai tratti somatici tipicamente locali, allo sportello dell'aviolinea "Aero Continente" dove tutti sembravano lentamente indaffarati in attività di ogni genere, ma nessuno particolarmente interessato della mia presenza.
In quel momento, mentre i miei "partner" di viaggio erano lontani dalla mia visuale ed io ero immerso in un ambiente tutt'altro che tranquillizzante, la mia mente volava a situazioni che caratterizzavano film come "Fuga di mezzanotte".
Grazie al cielo, dopo ripetuti solleciti, allo sportello venne confermata la ns. prenotazione in modo da permettermi finalmente un veloce riavvicinamento al bus dove ad aspettarmi trovai, con sommo gaudio, Andrea e Patty.
Durante questo tempo il mio accompagnatore continuava a propinarmi ipotesi di pacchetti turistici per Lima, Cusco ed ogni altra località peruviana che non era assolutamente mia intenzione accettare in quanto dopo 18 ore di volo non ero sicuro sia della mia lucidità sia delle mie capacità di valutazione, e per esaurimento riuscì a strapparmi i dati anagrafici per potermi successivamente rintracciare in Hotel.
Siamo saliti in autobus con destinazione Miraflores mentre ad aspettarci, fuori dall'aeroporto, c'era l'inferno, il caos totale di una città che oserei dire invivibile e la cui linfa sembrava essere il traffico automobilistico.
Auto di tutte le età, tutte rigorosamente ammaccate, si intrecciavano ed accalcavano come una massa informe per le fatiscenti vie della città a forza di clacson e prepotenza.
L'impatto con la città non è stato certamente dei più tranquillizzanti, ma finalmente, dopo non poco tempo, il bus riuscì ad abbandonare la parte più caotica della città per le strade di Miraflores, quartiere più tranquillo e meglio edificato lasciandoci, distrutti, all'Hostal la Castellana per trascorrere la 1a notte in Perù.

07/10/1999 - Cusco

Partenza per Cusco

Il risveglio è stato piuttosto anomalo in quanto a causa del fuso orario nessuno dei tre aveva dormito tranquillamente durante la notte e già da qualche ora ci si stava rigirando sotto le coperte nell'attesa che si facesse ora di svegliarsi.
Comunque alle 7.00 c.a. siamo scesi al P.T. per fare colazione, colazione composta da tè o caffè, succo di frutta, pane tostato con marmellata.
All'uscita ci attendeva un taxi che per la modica cifra di 35 Sol ci avrebbe accompagnati all'aeroporto, andammo a recuperare i bagagli, facemmo una veloce telefonata a casa per tranquillizzare i parenti, e con un po' di preoccupazione, memori della serata precedente, ci reincanalammo nel traffico di Lima.
Questa volta il percorso fu diverso, costeggiammo la Costa Verde percorrendo una strada a due corsie che a sinistra si affacciava sull'oceano Pacifico e a destra sfiorava una specie di grande collina senza vegetazione con pareti a strapiombo visibilmente a rischio di frana.
La spiaggia era ricoperta di rifiuti di ogni genere non necessariamente portati dal mare, ed i colori presenti in quello scenario, dal verde dell'acqua all'ocra della parete di destra, miscelati con la luce cupamente diffusa determinata dalla garùa, rendevano quel paesaggio particolarmente surreale accrescendo la nostra voglia di abbandonare al più presto quella città.
Arrivati all'aeroporto non facemmo in tempo a liquidare il taxista ed a guardarci intorno, che fummo subito assaliti dai soliti agenti turistici, che a turno facevano di tutto per garantirci una buona partenza, indicandoci gli sportelli giusti per il check-in, proponendoci cambi di valuta, speranzosi di "venderci" i loro pacchetti turistici.
A lungo andare cedemmo ad uno di loro, tale Augusto Oviedo che ci indirizzò alla sua agenzia di Cusco per tutte le nostre future necessità proponendoci tra l'altro l'eventualità di essere recuperati da suo fratello al nostro arrivo in aeroporto.
Riuscimmo finalmente a decollare, abbandonando quell'orribile città, e speranzosi finalmente di incominciare a gustare i tanto attesi aspetti archeologico - naturalistici che caratterizzano questo paese.
Rimanemmo delusi dal viaggio in quando una densa coltre di nubi copriva le Ande impedendoci di verificarne l'imponenza, ma quando iniziammo a vedere in lontananza i rossi tetti di Cusco incastonati in una valle brulla ma affascinante a quota 3.400 m. c.a., il nostro morale ebbe una notevole impennata verso l'alto.
Scendemmo dall'aereo, e mentre una sferzante ventata di aria calda ed un sole terso ci ridestarono prontamente facendoci dimenticare in pochi minuti le ore passate a Lima, all'uscita dell'aeroporto ad attenderci c'era una piccola ragazza peruviana con un cartello bianco con su scritto a caratteri cubitali: Ivano.
Il nostro destino era oramai segnato!

Incontro con Jolanda

Jolanda!!
E' questo il nome al quale risponde colei che riuscirà, nostro malgrado, a pianificare una buona fetta della nostra vacanza nella buona e nella cattiva sorte.
Ci fece trovare immediatamente un mezzo di trasporto per raggiungere l'Hotel "La Cusqueñita", Hotel per il quale avevamo una prenotazione dall'Italia, e giusto il tempo di registrarci, piazzare i bagagli in camera e berci il nostro primo Mate de coca come rimedio per i problemi legati dell'altura, che ci aveva già venduto (ad un prezzo che comunque ci apparve conveniente) i seguenti pacchetti turistici: Riuscimmo finalmente a liberarci di lei, facemmo una breve camminata per le vie di Cusco, istituimmo la "cassa comune" e rientrammo in Hotel giusto in tempo di ritrovarla pronta per imbarcarci sull'autobus che ci avrebbe guidato alle mete previste dal City-Tour.

City Tour

Il City tour comprendeva la visita al Coricancha (tempio del Sole), la Cattedrale ed al parco archeologico di Sacsayhuaman.
All'esterno dell'ingresso principale del Coricancha stazionavano adulti e bambini dai tratti somatici tipicamente Inka che, vestiti con i colorati abbigliamenti peruviani ed in compagnia di agnelli e alpaca, speravano di ottenere qualche spicciolo dai turisti di passaggio che, interessati, si fossero fermati a scattare qualche fotografia.
Sarà questa una delle costanti di tutto il viaggio.
Il Coricancha,prima meta del nostro city tour, sorgeva la dove ora si trova la chiesa di Santo Domingo, il cui interno contiene i resti delle mura del tempio Inka, il complesso architettonico più sontuoso dell'antica Cusco.
La leggenda dice che i suoi muri erano coperti con 700 lamine d'oro decorate con smeraldi e turchesi, mentre le finestre erano strutturate in modo che la luce del sole si riflettesse in maniera quasi accecante sui preziosi contenuti al suo interno.
Le cronache spagnole riportano lo stupore degli europei alla vista del cortile interno del Corichanca, pieno di statue d'oro che rappresentavano, a grandezza naturale, lama, alberi, frutti, fiori e addirittura delle farfalle.
Successivamente i conquistatori costrinsero gli indios a distruggere quei preziosi manufatti in oro e argento, fondendoli e trasformandoli in lingotti per agevolarne il trasporto.
La sosta al tempio durò circa 45 minuti ed usciti dal tempio, prima di dirigerci al parco archeologico di Sacsayhuaman, ci dirigemmo in Plaza de armas per visitare la Cattedrale di Cusco.
La
Cattedrale, costruita sulle fondamenta della residenza dell'Inka Viracocha utilizzando in parte le pietre provenienti dalla fortezza di Sacsahuaman, è il risultato della fusione fra l'architettura rinascimentale spagnola ed i materiali tipici degli indios.
L'impronta è comunque tipicamente coloniale, piena di affreschi, quadri, crocefissi dorati e stucchevoli altari che, malgrado l'eccessiva ostentazione di lusso e Cristianità, non riesce ad attirare la mia attenzione più del minimo indispensabile.
Si esce dalla Cattedrale e finalmente ci si dirige verso il parco archeologico di Sacsayhuaman, che oltre al sito omonimo comprende anche i siti di Tambomachay, Puca - Pucara e Q'enqo.

Sacsayhuaman, nome in Quechua Qolcampata, è una fortezza realizzata sulla parte alta della città, la cui costruzione è attribuita agli Incas dell'ultima dinastia che ne attribuirono la funzione di tempio del sole e "Casa de armas", luogo ove immagazzinare armi.
Costruita utilizzando enormi pietre del peso di oltre 100 tonnellate, il complesso militare che domina la città presenta una cinta muraria doppia a zig-zag, una forma che secondo alcuni imitava la dentatura di un "Puma", la cui testa era rappresentata dal forte stesso. Si, il "Puma", altro elemento dominante della cultura Incas.
Un tempo Sacsayhuaman aveva almeno tre grandi e favolose torri ed un labirinto di stanze che ospitavano una guarnigione di cinquemila soldati.
Da qui nasce il fiume sotterraneo che scorre all'interno di condotti di pietra costruiti dagli antichi indios per dotare la città di un rifornimento idrico invisibile.
Fu qui che gli Incas, guidati da Manco Capac, nel 1536 sconfissero gli spagnoli fermando temporaneamente la loro spinta espansionistica, ma nulla poterono, pur battendosi valorosamente, contro la reazione disperata degli spagnoli che alla fine ne ebbero ragione impadronendosi del forte, di Cusco e quindi di tutto il Perù.
Storia a parte, la nostra attenzione era comunque tutta dedicata alle dimensioni ciclopiche delle pietre che formano le mura della fortezza, destandoci perplessità soprattutto in considerazione di quelle che centinaia di anni fa potevano essere state le tecniche di costruzione adottate da un popolo considerato, almeno dagli spagnoli, "incivile".
Il tempo necessario per effettuare un giro all'interno di quello che rimaneva delle mura ed eravamo nuovamente in autobus, arrancando in salita, in mezzo a piccoli conglomerati "pseudo" urbani edificati in Adobe, incontrando sulla strada che porta a Tambomachay, oltre a sparuti gruppi di "Campesinos", lama, alpaca, e bovini notevolmente sottopeso.
Tambomachay è conosciuto come i "bagni dell'Inca" sia per la forma della fonte di acqua sia per essere il Tempio dedicato al culto dell'acqua.
Il tempio è costituito da tre piattaforme in pietra, ognuna con varie nicchie, che si presume servissero ad alloggiare una persona al servizio del luogo.
In prossimità del luogo i soliti "Campesinos" con relativa prole indossavano l'abbigliamento tipico con la speranza di "scroccarci" qualche Soles vendendoci prodotti tipici di artigianato locale o più semplicemente facendosi fotografare assieme a noi.
Il sole stava tramontando e mestamente, mentre un notevole mal di testa causato dal primo giorno d'altura mi stava assalendo, prendemmo posto sul bus con destinazione Puca - Pucara.
A Puca - Pucara sono presenti i resti dell'edificio appositamente costruito per ospitare la corte che accompagnava l'Inka durante i suoi viaggi verso Tambomachay, qui abbiamo effettuato una veloce sosta senza entrare nel sito che, dopo aver visto Sacsayhuaman, non ci destava particolare interesse.
Prima di rientrare a Cusco effettuammo l'ultima sosta prevista dal City Tour precisamente al sito di Q'Enqo, probabilmente luogo cerimoniale dove si apprezza, nella parte centrale, un monolito gigante rappresentante un animale (Puma ?) che doveva essere la principale divinità del luogo.
Nella parte interna, erano presenti 19 nicchie ove venivano posizionate le offerte agli dei ed un altare in pietra utilizzato per imbalsamare corpi e per effettuare sacrifici.
Oramai era buio, e lo spettacolo offerto dalle luci della città di Cusco era indescrivibile, malgrado l'intensità delle stesse contribuisse ad aumentarmi il mal di testa.
Arrivò provvidenziale una sosta in un locale lungo la strada dove, in una stanzetta tappezzata di caldi tappeti in pelo di alpaca, in mancanza di un mate de coca gustammo un tè corroborante, in attesa di partire per rientrare a Cusco.
Rientrammo a Cusco, e dopo esserci rassettati un pò; andammo a consumare la ns. prima cena a Cusco al ristorante "Nevado", locale consigliatoci da Jolanda per l'ottimo rapporto qualità-prezzo, gustai uno "spiedone" a base di carne di manzo, pecora e trota, il tutto contornato da una mega patata arrostita esternamente ma quasi lessa internamente, bevendo birra Cusquena ed il fatidico mate de coca, ottimo rimedio per il mio mal di testa, dopodiché tornammo in albergo per coricarci in attesa della giornata campale che ci attendeva.

Inka Trail (08/10/1999 - 11/10/1999)

La pista per Macchu Picchu

Fra gli itinerari più famosi del Sudameria la Pista Inca (che richiede dai tre ai cinque giorni) è divenuta ormai leggendaria. L'avventura comincia con quattro ore di treno lungo la sponda del fiume Urubamba, in quella che gli Incas chiamavano la Valle Sacra. A ogni fermata campesinos ancora insonnoliti caricano e scaricano i loro prodotti destinati ai mercati e si stipano in carrozze che assumono rapidamente l'aspetto di carri merci. Al km.88 il treno effettua una breve fermata per permettere agli escursionisti di scendere. Qui, all'inizio del sentiero, solamente un piccolo ponte ci separa da un salto indietro nella storia di oltre quattrocento anni.
I primi sette chilometri si percorrono abbastanza agevolmente, attraverso macchie di esili cespugli, colline basse e qualche abitazione rurale. La prima barriera è il Passo di Warmiwañuscca, oltre il quale si trova una grande quantità di rovine inca, ma la salita fino ai 4.200 metri del passo non è impresa da poco. Durante la faticosa marcia l'escursionista avrà modo di identificarsi spesso con il nome originale del luogo, che tradotto in italiano significa più o meno "il passo della morta".
Da quassù si cominciano a riconoscere le tracce della storia inca. La piccola postazione di guardia di Runkuraqay, che domina la valle ed è spesso avvolta dalla nebbia, è la prima tappa storica del sentiero inca. Più avanti, il sito di Sayajmarka (Città Dominante) dalla costruzione più elaborata, poggia su un sottile sperone di roccia. Le pietre finemente lavorate che hanno reso famosa l'architettura degli Incas sono ben visibili. Nella valle sottostante si snoda una vera e propria "autostrada" pavimentata con pietre tagliate in modo da coincidere perfettamente, opera di un popolo che gli spagnoli consideravano incivile.
Man mano che si prosegue nel cammino, i siti archeologici diventano sempre più complessi. Puyapatamarka (Città sulle Nuvole) affascina con le sue mura circolari e il suo acquedotto che porta ancoa oggi l'acqua delle sorgenti alle antiche vasche da cerimonia. Sotto, il sentiero offre un altro scenario formidabile.
I gradini giganteschi di una enorme scala di pietra, lunga circa ottocento metri, scendono fin nel profondo della giungla, dove fioriscono orchidee selvagge e altre piante esotiche. E' interessante osservare che questo tratto della pista fu scoperto solamente nel 1984. Fino ad allora un sentiero tracciato in tempi più recenti serviva a congiungere i due tronconi interrotti di questa autentica "autostrada" inca.
L'ultimo gruppo di rovine, il più drammatico, è aggrappato ad uno scosceso precipizio. Fin dal primo momento in cui lo si avvista a distanza, Winay Wayna regala uno spettacolo indimenticabile. La capacità degli Incas di costruire un edificio di questa complessità in un'area dallo sviluppo così verticale sfida la nostra capacità di comprensione, ma la serie di vasche rituali, i lunghi tratti di terrazze e il raffinatissimo lavoro di muratura sono un'ennesima dimostrazione che talvolta anche ciò che sembra impossibile può essere realizzato.
Dopo un'altra ora di cammino incontriamo infine il gioiello di questa corona regale: Macchu Picchu. Dall'alto del passo di Intipunku, i "Cancelli del Sole", si ha la prima visione della città. Siamo alla fine di un percorso durato alcuni giorni, dove l'immersione nell'antica cultura è ormai totale. Attraverso lo stesso passaggio da cui centinaia di anni fa transitavano gli Incas, il visitatore inizia la discesa finale a Macchu Picchu, condividendo il sentiero con il cammino della storia.

08/10/99 - Primo giorno Inka Trail

Il risveglio fu programmato per le ore 5.30 della mattina e malgrado ci fossimo scrupolosamente preoccupati di farci svegliare dagli addetti della reception, il nostro orologio biologico ci svegliò qualche decina di minuti prima, in tempo per organizzarci, completare la preparazione dei nostri bagagli e scendere per la colazione: il mio mal di testa era completamente sparito!
La colazione, servita in un locale lindo e pulito in maniera impeccabile dai camerieri dell'albergo, fu gustata in tutt'altra maniera rispetto a quella di Lima, anche se sostanzialmente era composta dagli stessi alimenti, tè o caffe, mate de coca, pane tostato e non con burro e marmellata, succo di frutta di stagione e, ciliegina sulla torta, banana servita come finale e spacciata per essere prodotto esclusivo di Macchu Picchu.
Il servizio ricevuto, la colazione, nonché le pressanti insistenze dei gestori della "Cusquenita" nel proporsi come nostro riferimento al ritorno dall'Inka-Trail ci crearono un leggero disagio paragonabile ad un principio di pentimento per aver deciso di cambiare Hotel, ed era molto difficile per noi dare risposte aleatorie ed evasive alle loro domande cercando di non fargli capire che avevamo già preso un'altra decisione.
Malgrado questi attimi di esitazione, il ns. programma, dopo la colazione, prevedeva come previsto dagli accordi con Jolanda il trasferimento all'Hotel "Conquistador" per depositare i bagagli ed attendere il bus che ci avrebbe trasportati fino al km. 82, punto previsto come partenza per il fatidico Inka-Trail.
Tutto si svolse come previsto, alle ore 7.30 eravamo seduti sul bus che lentamente si infilava fra le viuzze di Cusco per raggiungere gli Hostals dove gli altri componenti del gruppo si sarebbero uniti a noi, ultimo ma non ultimo il buon Rafael, la guida locale designata ad accompagnarci fino a Macchu Picchu assieme ai nostri portatori.

Il mitico Rafael

"OK, my friends!", fu così che mentre il bus si dirigeva verso il km. 82 (c.a. 2 ore di viaggio) Rafael iniziò ad indottrinarci sul tipo di impegno che ci avrebbe aspettato nei giorni successivi, e noi iniziammo a prendere confidenza con il suo oramai famoso intercalare.
Rafael, fisionomia tipicamente "Inka" e probabile discendente di coloro che molti secoli fa in quei posti avevano costruito un impero, era una guida bilingue che, oltre al quechua, parlava spagnolo ed un inglese didattico ma abbastanza funzionale.
Nella sua introduzione al viaggio esordì parlandoci delle difficoltà del percorso legate alla pendenza, alle difficoltà che avremmo incontrato in alta quota ed in particolare sottolineando concetti, basati sostanzialmente sulla non competitività della nostra camminata ("... is not a championschip ...!"), parole che in futuro io ed i miei compagni di viaggio ci saremmo ricordati spesso soprattutto nei frequenti momenti di affanno respiratorio buoni ultimi con notevole distacco dagli altri componenti del gruppo.
Il nostro "cammino Inka" era stato così delineato e prevedeva le seguenti tappe:

Prima di definire il cammino che avremmo dovuto affrontare, Rafael ci impegnò in un veloce giro di presentazioni al fine di capire con chi avrebbe avuto a che fare nei giorni successivi e darci nello stesso tempo alcuni spunti di socializzazione.
Dal sondaggio emerse che effettivamente il gruppo era composto da un'accozzaglia di 14 persone che proveniva da varie parti del mondo, ed in particolare oltre a noi tre, ci accompagnarono in questa avventura: James (Sudafrica), Bruce (Zimbawe), Sally (Sudafrica), Doris e relativo compagno (Svizzera), Aude e Antoine (Francia), una coppia di giovani sposi (Australia e U.S.A.), un ragazzo Svizzero ed uno Irlandese dei quali non ricordo il nome.
In attesa di arrivare al km. 82, senza che Rafael avesse qualche cosa di rilevante da raccontarci, la nostra attenzione era tutta per gli scenari che scorrevano lentamente fuori dal finestrino e per la precarietà della strada che, rigorosamente sterrata, permetteva a fatica il passaggio di due automezzi nel senso opposto di marcia.
La strada costeggiava il fiume Urubamba ed a grandi linee seguiva il percorso della ferrovia che porta fino ad Aguas Calientes incrociandola in vari punti del suo percorso, entrambe comunque percorrevano il fondo valle incastonate fra montagne che raramente erano più basse di 3.000 m.
La vegetazione non era particolarmente lussureggiante e la mancanza di alberi sulla costa delle montagne, determinata dal disboscamento selvaggio effettuato nel periodo della "colonizzazione" spagnola, rendeva il paesaggio piuttosto brullo, vivacizzato esclusivamente dalle oasi di verde che costeggiavano il corso dell'Urubamba.
Ad attirare la mia attenzione erano comunque gli insediamenti "urbani" che incontravamo lungo il percorso, formati al massimo da un paio di capanne, con le pareti realizzate in "Adobe" ovvero mattoni di fango misto a paglia posti l'uno sull'altro senza l'utilizzo di alcun materiale intermedio, abitati dai "Campesinos" locali, per noi contadini, che tuttora vivono in condizioni inimmaginabili.
Sulla strada, in prossimità di queste capanne, qualora non fossero impegnati a lavorare nei campi, alcuni bambini, sporchi in maniera indescrivibile, spiavano con occhi pieni di curiosità gli "stranieri" sui bus che passavano sulla loro strada, sperando magari che qualcuno si fermasse a regalargli qualche "Soles" o qualche piccolo dolcetto, pezzo di cioccolata, simboli scontati nella nostra opulenta società, ma che per quei bambini rappresentava un attimo di piacere in una vita che per loro è e sarà probabilmente soltanto sofferenza.
A condividere il territorio assieme a questa gente si intravedevano cucciolate di simpatici maiali pelosi, anatre ed altri animali "domestici" che, felici e liberi di girovagare ovunque desiderassero, ricevevano gratuitamente dall'ambiente molto più dei loro padroni senza doverne condividere la fatica.
La visione di questi scenari e le mie divagazioni mentali sulle condizioni di vita della gente del posto erano di tanto in tanto distratte dalle imprese del nostro autista sovente impegnato in stretti passaggi a ridosso di scarpate mentre incrociava autocarri che circolavano in senso opposto e dai pochi millimetri che a volte separavano i due mezzi.
Malgrado tutto, dopo circa un paio d'ore dalla partenza, siamo arrivati al fatidico km. 82, prima tappa della nostra spedizione, da dove, zaini in spalla, avremmo dovuto iniziare la lunga camminata con destinazione Macchu Picchu.

Inizia la grande scarpinata

Il km.82 corrisponde alla stazione ferroviaria di Puente Ruinas e qui, dopo aver scaricato gli zaini dal portapacchi sul tetto del bus, Rafael ha provveduto a consegnare, a tutti coloro che ne erano sprovvisti, i fatiscenti materassini da stendere sotto i sacchi a pelo, sul pavimento della tenda, al fine di "isolarci" termicamente dall'umidità del terreno.
Pochi minuti ed eravamo in marcia, iniziava ufficialmente a materializzarsi uno dei nostri più grandi sogni, eravamo sull'antico "Cammino Inka".
Dopo qualche centinaio di metri in piano iniziò immediatamente la
salita, i sentieri erano scavati sul fianco della montagna, e già lì iniziò a delinearsi la nostra posizione nel gruppo, rigorosamente ultimi, un po' perché non eravamo ancora abituati all'altura, ed un po' perché rispetto ai capo-cordata avevamo zaini notevolmente più pesanti.
Malgrado ciò, mentre Andrea fa conoscenza con la svizzera Doris, anche lei attardata rispetto al resto del gruppo, in un paio d'ore arriviamo al posto tappa in prossimità di Llactapata (2650 m.s.l.m.), previsto da Rafael come posto di ristoro per consumare il primo pranzo del nostro Inka Trail.
In una verde ed assolata radura si erano sistemate anche altre comitive e mentre un sole battente ci costrinse a spalmarci i primi strati di protezione solare, i nostri portatori stavano alacremente lavorando per cucinare il nostro pranzo.
Con Doris, in una specie di gioco a scommesse, iniziammo ad ipotizzare quali potessero essere i piatti che ci avrebbero cucinato e le nostre idee svariavano da piatti a base di riso, a patate, a carne e/o verdure varie. Neanche in un mese e con tutto il nostro impegno saremmo riusciti ad indovinare quello che ci sarebbe stato effettivamente servito, ma quando il primo portatore si è fatto avanti con due piatti nelle mani è stato molto difficile per noi trattenere un'esclamazione di meraviglia nel vedere due abbondanti porzioni di spaghetti al pomodoro.
Facili ironie sulla tipica cucina peruviano hanno movimentato il nostro pranzo, ma non appena la curiosità più che la fame ha spinto la forchetta sui nostri piatti, la degustazione ci ha letteralmente tolto l'uso della parola fino al completo svuotamento dei piatti, momento in cui i commenti iniziali sono diventate lodi per gli squisiti spaghetti "peruviani".
Finito il pranzo, zaini in spalla, si riparte e dopo pochi minuti si arriva in prossimità del sito archeologico di Llactapata, piccola città Inka dove si intravedono per la prima volta i tipici terrazzamenti utilizzati, in questo caso, sia per l'agricoltura sia per la protezione dalla franatura del terreno.

Llactapata

E'un gruppo archeologico dove si unisce il sentiero proveniente dal km 77 con quello proveniente dal km 88.
Il sito e diviso in due parti ben definite: la parte alta, destinata come zona urbana per la nobiltà e la parte bassa, dedicata all'agricoltura ed a dimora per le classi più popolari.

Durante una breve sosta Rafael provvede ad erudirci sulle peculiarità del sito descrivendone le varie zone e spiegandoci per la prima volta la differenza fra le tecniche di costruzione Inka - Imperial ed Inka - Pirka, il sito in oggetto è infatti realizzato con quest'ultima più semplice tecnica.
Si riparte e, paesaggi a parte, la meta successiva è il posto tappa previsto per trascorrere la prima notte dell'Inka-Trail.
Alle 16.30 c.a., sempre rigorosamente ultimi e con molto affanno soprattutto negli ultimi chilometri arriviamo comunque indenni al posto tappa di Wayllabamba, piccolo villaggio a 3.000 m.s.l.m., dove in previsione del passo a 4.200 m. del giorno dopo per pochi spiccioli avremmo potuto procurarci, qualora ne avessimo avuto bisogno, un portatore per i nostri pesanti zaini.
Appena arrivati nel sito previsto per il montaggio delle tende, Andrea ed io, imitando i nostri compagni di viaggio comprammo e bevemmo avidamente due "Cusqueña", birra chiara prodotta nel dipartimento di Cusco, e, mentre alcuni ragazzini locali, con somma meraviglia di tutti i presenti si stavano velleitariamente sfidando in un cruento incontro di calcio giocando in un campo di terra battuta incastrato fra case e rocce, noi approfittammo dell'attesa per rassettarci in attimo negli attigui "servizi sanitari".
Poco dopo, mentre i ragazzini locali continuavano a darsele di santa ragione ed i nostri portatori avevano già montato le tende, Rafael, in attesa di farci preparare la cena, ci fece servire un break gastronomico a base di mate de coca, pop corn e crackers che sarebbe diventato una piacevole costante anche dei giorni successivi.
Verso le 19.00, con l'oscurità che è sopraggiunta già da più di un'ora, in un'atmosfera piuttosto conviviale, viene servita una cena a base di zuppa di verdure e carne con riso, che Andrea ed io provvediamo ad annaffiare con due birre a testa.
Non so se è a causa dell'ambiente, delle birre o effettivamente della qualità del cibo, ma i piatti si vuotano velocemente e tutto sembra particolarmente buono, come a sottolineare con una degna conclusione una giornata campale vissuta in un'atmosfera da mondo delle favole.
Dopo aver consumato la cena, tutti a sedere su panche disposte in cerchio ed illuminate da un lume a petrolio posto nel centro, ci concediamo un po' di tempo per socializzare gli uni con gli altri, rendendoci però (ahimè) amaramente conto degli abissali limiti del nostro inglese negli approcci linguistici con persone di madrelingua.
E' l'ultimo residuo di vitalità della giornata e dopo un oretta circa il "circolo" chiuse i battenti mandando tutti gli iscritti tra le braccia di Morfeo.

09/10/99 - Secondo giorno Inka Trail

Il risveglio, previsto per le ore 5.30, è stato quasi come una liberazione arrivata al termine di una notte particolarmente movimentata passata nel tentativo di contrastare l'anomala pendenza della superficie sulla quale dormivamo mentre l'aria gelida e frizzante delle Ande, assieme all'acqua ghiacciata dei servizi igienici, ha provveduto a scrollarci di dosso ogni forma di stanchezza dandoci, almeno apparentemente, le energie necessarie per il prosieguo di quella che dovrebbe essere stata la giornata più dura dell'Inka Trail.
La colazione venne servita nello stesso posto della cena precedente, ma l'atmosfera conviviale che la caratterizzò era probabilmente congelata dal freddo della mattinata.
A turno ci avvicendavamo sui piatti predisposti da Rafael e compagni preparandoci piccoli panini con burro e marmellata e bevendo mate de coca, fino a che si fecero le ore 6.30, ora prevista per la partenza della nostra spedizione.
Il cielo era increspato di nuvole bianche ed il freddo di quella mattinata ci spinse a vestirci con capi piuttosto pesanti nell'attesa di un miglioramento delle condizioni meteo.
Dopo qualche centinaio di metri in salita, malgrado la temperatura non fosse aumentata, ci sentimmo pervasi da una vampata di calore che ci spinse ad alleggerire un po' il nostro abbigliamento fino a quando, poco dopo, in contemporanea con l'arrivo dei primi raggi del sole ci ritrovammo soltanto in T-Shirt ed in notevole affanno per le difficoltà della salita.
Il percorso per raggiungere i 4.200 m. del passo di Warmiwañusca si sviluppava sul fianco sinistro di una verde vallata solcata da un piccolo affluente dell'Urubamba, parte in sentiero di terra battuta e pietre e parte in lunghe e faticose scalinate di roccia, fu in questa fase che, provata dalla fatica, Sally, studentessa Sudafricana si aggregò al nostro gruppetto, notevolmente distanziato dai capo cordata, approfittando saltuariamente delle foglie di coca che succhiavamo per far fronte al male d'altura.
La salita procedeva piuttosto lentamente, a fondo valle alcuni tranquilli alpaca brucavano indisturbati l'erba che cresceva in prossimità del ruscello e Rafael ogni tanto, in alcuni punti definiti del percorso, si fermava ad aspettarci probabilmente preoccupato che potessimo risentire in maniera eccessiva dell'altura e della rarefazione dell'aria.
In realtà, a differenza da chi ci precedeva e malgrado la fatica che stavamo facendo cercando di contrastare l'affanno respiratorio, spesso ci fermavamo per assaporare pienamente i momenti che stavamo vivendo, ed immerso nell'irreale silenzio degli scenari che mi circondavano spesso i miei pensieri andavano ai valorosi corrieri Inka che fino a qualche centinaio di anni fa percorrevano gli stessi sentieri.
Ora le stesse strade sono percorse per pochi spiccioli, ma con grande dignità, dai loro discendenti che, per spirito di sopravvivenza si caricano sulle spalle pesantissimi ed ingombranti carichi al servizio di turisti da quattro soldi come noi che, abituati agli agi ed alle mollezze della vita moderna, riusciamo soltanto a provare una ignobile forma di compassione per chi ha subito nel corso dei secoli soprusi inimmaginabili, è stata questa una delle sensazioni più forti che hanno lasciato un segno sulla mia coscienza durante il nostro viaggio in Perù.


Quota 4200

Verso le 11.00 della mattina ci ritrovammo noi tre, la Sellerona e Rafael nell'ampia e verde radura di Llullucha dove sostammo per qualche decina di minuti in attesa di intraprendere la parte più faticosa del cammino, ovvero la salita a 4.200 m. (2 ore c.a.).
Da Llullucha si vedeva chiaramente il passo e lassù, in mezzo alle nuvole, si intravedevano i primi componenti del nostro gruppo, che a passo spedito erano già arrivati a destinazione.
Ripartimmo per l'ultimo strappo che ad occhio e croce doveva avere un dislivello di c.a. 400 m. convinti che oramai il più era stato fatto.
E' stato l'errore più grosso della nostra vita.
Dopo poche decine di metri ci rendemmo conto che a quell'altura il minimo dislivello portava ad un elevatissimo consumo di ossigeno, ed i sintomi che iniziammo a manifestare erano sostanzialmente quelli che erano indicati in ogni guida turistica ovvero mal di testa, gambe deboli, pulsazioni accelerate e notevoli difficoltà respiratorie.
A forza di foglie di coca ed effettuando soste di recupero con la frequenza approssimativa di una ogni dieci - venti metri, ci stavamo comunque avvicinando alla vetta, ed un freddo pungente iniziava a farsi sentire.
Indossammo le nostre giacche a vento, ed affrontammo gli ultimi lunghissimi metri della salita, ogni passo sembrava interminabile e ogni nostro movimento doveva essere pensato a priori, con la rabbia e l'invidia che ci pervadeva quando qualche portatore locale, a schiena piegata e carico di attrezzature da campeggio ci sorpassava a grande velocità e senza il minimo affanno.
Come un miraggio comparve comunque la vetta e ad aspettarci c'era Bruce, il ragazzo dello Zimbawe, partner della Sellerona che da tempo era lì ad attendere la sua "amata" in mezzo alla nebbia ed al gelido vento che soffiava.
Dedicammo alla vetta giusto il tempo per scattare le foto di rito come se avessimo compiuto un'impresa da altri tempi, ed in poco tempo, iniziammo la lunga discesa verso l'accampamento.
Una ripida discesa di gradoni in pietra originali Inka iniziava subito dopo la cima ed in pochi minuti ci abbassammo notevolmente di quota e le sintomatologie dell'altura iniziarono ad attenuarsi.
Camminavamo spediti come spesso succede quando dopo un'estenuante salita si incontra "finalmente" una discesa, ma poco dopo gli alti gradini della lunga scalinata iniziarono a farsi sentire sia nelle nostre articolazioni sia nei nostri piedi e due vesciche stavano maturando sotto i miei alluci, rendendo alquanto doloroso l'ultimo tratto del percorso.
Gradatamente la scalinata lasciò il posto ad una specie di mulattiera realizzata con pietre disposte a mosaico che attenuò i traumi alle nostre gambe rendendo più rilassante la discesa, anche se l'assenza degli altri componenti del gruppo e la mancanza di segnali che ci facessero intuire quanto mancasse al nostro posto tappa contribuirono ad attenuare gli effetti psicologici positivi della discesa.
Dopo qualche sosta per riposarci e mangiare qualcosa, oltrepassato un dosso individuammo finalmente le prime tende piazzate in fondo alla vallata, segno inequivocabile che eravamo arrivati alla nostra destinazione.
Durante la fase di avvicinamento al posto tappa, alzando lo sguardo, individuammo, incastonato sul fianco della montagna, il cerchio di mura del sito archeologico di Runkuraqay che sarebbe stato meta della prima sosta nel percorso previsto per il giorno seguente.
Nel primo pomeriggio, sotto un sole cocente arrivammo finalmente a Pacaymayu dove trovammo tutti gli altri sbragati e seminudi che, in attesa del nostro arrivo, prendevano il sole sdraiati sul nudo terreno usufruendo tutt'al più dei lerci materassini in dotazione.
Al nostro arrivo un coro irriverente al quale non trovammo la forza di controbattere si alzò verso di noi che incassammo il tutto in silenzio mentre cercavamo qualche centimetro quadro di terreno per poter finalmente appoggiare le nostre stanche membra in attesa che venisse servito il meritato pranzo.
Il pranzo fu servito quasi immediatamente, ed oltre la solita zuppa prevedeva un secondo a base di riso e carne ed un mate de coca.
Con un irriverente faccia tosta Rafael ci propose di utilizzare il tempo libero previsto per il pomeriggio per effettuare un'escursione a Runkuraqay al fine di guadagnare tempo il giorno dopo in vista dell'ultima tappa verso Winay Wayna.
Con un occhio alla salita che ci avrebbe aspettato e l'altro alle vesciche fiorite sotto i miei piedi, apprezzai con sommo piacere che l'ipotesi, anche se tra i malumori di qualcuno, fu immediatamente bocciata, e che il resto del pomeriggio si presentava per noi rilassante e dedicato al riposo.
Il resto del pomeriggio trascorse tranquillo, dedicammo il nostro tempo a curare le nostre ferite e ad approfondire la nostra conoscenza di Macchu Picchu, volevo approfittarne anche per farmi una doccia, ma l'impatto con l'acqua ghiacciata ridimensionò le mie intenzioni convertendo la doccia in una semplice lavata superficiale.
La solita "merenda" preparata da Rafael e compagni servì da ottimo intermezzo nell'attesa della cena, che arrivò puntuale verso le 19.00 di sera nel buio totale dell'accampamento, illuminato soltanto da una piccola lanterna a petrolio.
Non ricordo cosa abbiamo mangiato, anche perché non riuscivamo a vedere il contenuto dei piatti, ma il buio, il freddo di quella quota, la stanchezza e la mancanza di birra, a differenza della serata precedente, limitarono ai minimi termini il convivio post-cena, stimolandoci a rientrare in tenda preparandoci per trascorrere la nostra 2a notte del "cammino dell'Inca" in attesa di quella che dovrebbe essere stata una giornata molto varia ed interessante.
Non riuscivamo ancora a renderci conto di quello che stavamo vivendo.


10/10/99 - Terzo giorno Inka Trail

Il risveglio avvenne puntualmente alle 5.30 del mattino, fuori albeggiava ed il terreno era particolarmente umido, segno che durante la notte era piovuto, mentre l'aria particolarmente fredda e frizzante faceva intuire che la temperatura aveva raggiunto valori particolarmente bassi.
Una veloce rinfrescata prima di preparare gli zaini per l'ennesima volta in attesa della partenza ci permise di riallacciare i contatti con la realtà che ci circondava, e mentre i collaboratori di Rafael provvedevano a smontare le tende, noi ci trovavamo di nuovo insieme agli altri attorno ad un telo steso in terra ed imbandito di vettovaglie nell'intento di gustare la nostra colazione.
A parte il pane, che era invecchiato di un giorno, la colazione era in tutto e per tutto simile a quella del giorno prima, ma la gelida mattinata, nell'attesa che si facesse l'ora della partenza, ci stimolava a mantenere un rapporto piuttosto intimo e ravvicinato con le calde tazze di mate de coca che stringevamo fra le mani.
La partenza avvenne puntualmente alle ore 6.30, caricammo gli zaini e ci avviammo immediatamente lungo un ripido sentiero sul fianco sinistro della vallata che dopo c.a. 20 minuti ci avrebbe condotto al sito di Runkuraquay.
L'atmosfera che ci circondava era particolarmente affascinante, alle nostre spalle i primi raggi del sole illuminavano tutto il crinale del monte rendendo visibile il passo di Warmiwañusca e buona parte del sentiero che il giorno prima ci aveva condotto a Pacaymayu, alla nostra destra il fianco della vallata era parzialmente immerso in una coltre di nuvole bianche a tratti attraversate dai raggi del sole che contribuivano a creare un bellissimo gioco di luci e colori, mentre di fronte a noi il muro circolare di Runkuraquay, posizionato in un'assolata radura, dominava tutta la vallata avvicinandosi sempre di più.
Eravamo partiti da pochi minuti e come il giorno prima, sotto un sole mattutino ma particolarmente battente ci eravamo già spogliati dei capi più pesanti rimanendo in T-shirt.
Giungemmo come da programma a Runkurakay e mentre Rafael ci illustrava le caratteristiche costruttive degli edifici in relazione alla loro posizione rispetto ai solstizi di inverno ed estate, un rapace appollaiato su un picco roccioso poco distante sembrava controllare con circospezione tutta la vallata, quasi fosse la reincarnazione di uno spirito Inka che in epoche remote aveva vigilato con fierezza quelle terre, a protezione del sentiero che conduceva a Macchu Picchu.

Runkuraquay

Posto di vigilanza nel sentiero che porta a Macchu Picchu, fu scoperto da Henry Bingham nel 1915.

Dopo c.a. 30 minuti riprendemmo il cammino in ripida salita per raggiungere il 1° dei tre passi previsti per la giornata e situato a 3800 m.s.l.m. poco oltre Runkuraquay.
Il sentiero era lastricato di pietre e si inerpicava ripido sul fianco destro del monte costeggiando un piccolo laghetto andino nell'attesa di arrivare sul punto più alto del valico.
Arrivammo finalmente a quota 3800, dal valico si aveva una vista parziale ma maestosa della valle che si sviluppava ai nostri piedi, e della quale le bianche vette della cordigliera immerse in una coltre di nuvole ne segnavano i confini.
Approfittammo di quella sosta e del panorama per scattare qualche foto di gruppo dopodiché riprendemmo il cammino, inizialmente in discesa, verso il passo a quota 3580 in prossimità del sito archeologico di Sayaqmarca.
Prima di arrivare al sito costeggiammo un piccolo laghetto glaciale con l'acqua di un colore verde scuro che scoprimmo successivamente essere la riserva d'acqua di Sayaqmarca ed origine dell'ingegnoso acquedotto che la caratterizzava.
Dopo qualche decina di minuti in corrispondenza del punto in cui il sentiero deviava verso destra immettendosi nel verde versante amazzonico della cordigliera, ci fermammo a depositare momentaneamente gli zaini per affrontare senza particolari affanni la ripida scalinata di pietra che conduceva all'interno delle mura di Sayacmarka.
Sayacmarca, arroccata su uno scosceso sperone roccioso, era un agglomerato di edifici realizzato in stile Inka-pirka e destinato a scopi religiosi e ad osservatorio astronomico, riprendendo in tutto e per tutto i temi ricorrenti nella cultura Inka legati a queste attività con la presenza del tempio del sole, le vasche per i bagni cerimoniali e i vari allineamenti rispetto ai solstizi.
Il mio interesse verso questo sito, oltre all'affascinante posizione dello stesso che dominava tutta la vallata, era attratto in particolare dall'ingegnoso acquedotto ricavato in canali di pietra incorporati nella struttura delle mura che distribuiva l'acqua originata dal lago sopracitato a tutta la cittadella.

Sayacmarca

Sito dedicato a culti religiosi ed osservatorio astronomico il cui nome gli fu attribuito da Paul Fejos nel 1941, fu scoperto da Henry Bingham nel 1915.

Facciamo un giro per le rovine gustando a pieno l'atmosfera surreale creata dalle strette viuzze che raccordano le varie zone di Sayacmarca e dalle visuali sempre diverse offerte dai vari punti di osservazione, dalle impercettibili cime grigie delle montagne mimetizzate in mezzo a fitte coltri di nubi bianche, all'assolata vallata sottostante dove si sviluppava il sentiero di pietra che ci avrebbe successivamente condotto al 2° valico della giornata.
Il tempo di metabolizzare il tutto e ci ritrovammo nuovamente sulla ripida scalinata nell'intento di rientrare in possesso dei nostri zaini e riprendere il cammino abbandonato c.a. 30 minuti prima per avviarci a quota 3580 m.s.l.m.
Ora il sentiero è immerso nel verde della foresta amazzonica, sotto un sole battente saltuariamente oscurato da macchie di fitta vegetazione costellate di fiori tropicali multicolori continuavamo il nostro cammino reso piacevole tra l'altro anche dalla semplicità del percorso che per lunghi tratti si sviluppava su vie orizzontali.
Mancava ormai poco al posto tappa previsto per il pranzo, ma i colori dell'ambiente circostante ed i rumori della giungla continuavano ad attirare la nostra attenzione, un colibrì succhiava il nettare dei fiori così velocemente al punto di fuggire anche all'obbiettivo della mia macchina fotografica.
Si arrivò finalmente all'area attrezzata prevista per il pranzo e dopo esserci rassettati un attimo approfittando dei servizi igienici esistenti in loco ci sistemammo in un punto particolarmente assolato stendendo i nostri materassini sopra uno strato di paglia che copriva il terreno e spalmandoci abbondanti quantità di crema protettiva per difenderci dai cocenti raggi del sole, particolarmente pericolosi a causa dell'ampiezza del buco nell'ozono che in Perù risulta particolarmente accentuata.
Rafael servì così il pranzo ed io nell'intento di far capire ai portatori che non era indispensabile che ci servissero come camerieri mi avvicinai alla cucina da campo e mi feci consegnare le porzioni di zuppa per me e per Patty.
Durante il breve percorso di ritorno scivolai miseramente su una roccia resa viscida a causa del fango e caddi in maniera piuttosto comica per tutti i presenti atterrando con il sedere sul terreno viscido distribuendo in maniera abbastanza uniforme il contenuto dei due piatti parte sull'area circostante e parte sul mio abbigliamento.
Mi rialzai con i due piatti (che non mi sono mai caduti) oramai vuoti in mano, con falsa indifferenza rovesciai il contenuto di uno nell'altro facendone comunque una porzione abbondante e mi diressi verso Patrizia mentre Rafael, accortosi dell'accaduto, provvedeva tempestivamente a portarci una nuova zuppa.
Da quel momento ho evitato altri slanci d'altruismo simili, mi sono sempre fatto servire al "tavolo" rialzandomi da quel materassino soltanto per andarmi a ripulire in attesa di riprendere il cammino.
Si riparte per il valico ed il sentiero, sempre immerso nel verde, costeggiava il fianco destro della vallata, l'atmosfera era notevolmente mutata, il sole non scaldava più come prima della sosta ed era anche aumentata la percentuale di umidità nell'aria, arrivammo abbastanza tranquillamente a quota 3580, ci lasciammo alle spalle il passo ed iniziammo il cammino verso l'ultimo valico in corrispondenza del sito archeologico di Phuyupatamarca (3640 m.s.l.m.) dopodichè sarebbe iniziata la discesa verso Winay Waina.
Il sentiero in questo tratto era scavato nella roccia e ci concesse qualche passaggio interessante ed un intermezzo piuttosto divertente quando un gruppo di portatori peruviani, forse troppo carichi, rimasero per qualche minuto bloccati all'interno di una stretta galleria, unico passaggio percorribile per poter proseguire verso la nostra meta.

Phuyupatamarka

Gruppo archeologico dedicato al culto ed all'adorazione del liquido elemento (acqua) e della terra, fu scoperto da Henry Bingham nel 1915 e successivamente riscoperto e battezzato da Paul Fejos nel 1941.

Facciamo una breve sosta a Phuyupatamarka (Città sulle Nuvole), gruppo archeologico dedicato al culto ed all'adorazione del liquido elemento (acqua) e della terra giusto il tempo necessario per Rafael di darci qualche spiegazione sul sito caratterizzato dalle sue mura circolari e dall'acquedotto che porta ancora oggi l'acqua delle sorgenti alle antiche vasche da cerimonia e siamo nuovamente in cammino affrontando una lunga e "traumatica" scala di pietra lunga circa ottocento metri e composta da oltre 3000 "gradoni" che ci avrebbe condotto a Winay Waina.
La scalinata, scendendo fin nel profondo della giungla, dove fioriscono orchidee selvagge e altre piante esotiche si dimostrò particolarmente impegnativa per le mie deboli articolazioni soprattutto a causa dell'irregolarità e delle dimensioni degli scalini, ma il panorama e le sensazioni offerte dal percorso ripagavano abbondantemente la fatica.
Dopo circa 1 ora iniziammo ad intravedere i primi terrazzamenti, evidente segno di antichi insediamenti Inka, e verso le 16.00 arrivammo finalmente e faticosamente a Winay Waina.
A Winay Waina, mentre i portatori stavano montando le tende, usufruimmo di una specie di bar-ristorante acquistando mezzo litro d'acqua ad un prezzo esorbitante e poco dopo constatammo l'avvenuto furto della macchina fotografica dei due francesi Aude e Antoine.
Rafael fece iniziare le inutili ricerche dell'apparecchio e mentre i due francesi si disperavano per l'avvenuto ci condusse a visitare le rovine di Winay Wayna che, aggrappate ad uno scosceso precipizio regalano uno spettacolo indimenticabile, reso per noi meno interessante esclusivamente dalla fatica che iniziava a farsi sentire.
Comunque la capacità degli Incas di costruire un edificio di questa complessità in un'area dallo sviluppo così verticale sfida la nostra capacità di comprensione, ma la serie di vasche rituali, i lunghi tratti di terrazze e il raffinatissimo lavoro di muratura sono un'ennesima dimostrazione che talvolta anche ciò che sembra impossibile può essere realizzato.
Ascoltammo Rafael per qualche minuto constatando che il filo conduttore era sostanzialmente lo stesso: tempio del sole, allineamenti astrali etc. etc.
Rientrammo al Winay Wayna - grill in tempo per sapere che le ricerche della fotocamera erano state improduttive e per gustare la classica merenda pomeridiana a base di pop-corn, mate de coca ed una specie di pizza fritta, dopo di che, in attesa della cena, decidemmo di andare a riposare in tenda le nostre stanche ossa.
La cena fu servita sempre al Winay Wayna - grill dai nostri portatori, e mentre gustavamo gli ultimi "manicaretti" del nostro Inka Trail, le bottiglie di birra Cusquena sui tavoli si moltiplicavano a vista d'occhio, soprattutto grazie al capiente stomaco dei sudafricani e degli americani, contribuendo a ricreare quella sorta di atmosfera conviviale che era stata tipica della prima sera e stimolandoci, malgrado la stanchezza, a socializzare con tutti gli altri componenti del gruppo.
Verso la fine della serata raccogliemmo una discreta cifra (c.a. 120 U$D) come mancia per i nostri portatori che umilmente ed in modo particolarmente schivo e riservato si erano fatti un notevole "mazzo" per tutti e 3 i giorni, pur mantenendo un'aurea di fierezza che forse risiede nel loro patrimonio genetico.
Continuammo a sorseggiare birra cercando di partecipare alle varie discussioni che si stavano sviluppando ai tavoli compatibilmente ai limiti che il ns. inglese ci creava fino a quando, colti da una stanchezza indescrivibile, ci ritirammo in tenda per trascorrere l'ultima notte in attesa di arrivare finalmente alla tanto idolatrata città perduta: Macchu Picchu.


11/10/99 - Quarto giorno Inka Trail - Macchu Picchu

Il risveglio avvenne come da programma alle 4.00 della mattina in quanto il programma prevedeva per le ore 6.00 il raggiungimento di Intipunku, luogo dal quale avremmo visto per la prima volta Macchu Picchu.
Il malessere che la sera prima credevo fosse riconducibile alla stanchezza non mi era passato, ed oltre a qualche problema a livello gastro - intestinale mi sentivo addosso tutti i sintomi della febbre.
La giornata non iniziava particolarmente bene, ma volente o nolente non c'erano soluzioni a quella situazione, si poteva soltanto andare avanti.
Aspettai seduto all'esterno del "Winay-Waina grill" mentre gli altri facevano colazione, l'idea di mangiare qualcosa mi faceva venire la nausea, ingurgitai soltanto una pastiglia di Bimixin per cercare di placare gli stimoli gastro - intestinali.
Verso le 4,30 ci caricammo dei nostri zaini, e mentre attorno a noi c'era ancora il buio più completo, inforcammo l'ultimo sentiero del ns. Inka-Trail.
Arrivammo ad Intipunku come previsto verso le 6.00.
Intipunku è un punto di osservazione situato a circa 2700 m.s.l.m. che sovrasta la valle dell'Urubamba dove si erge il picco che ospita la città perduta.
Il sito era già parzialmente occupato da altre comitive che, come noi, attendevano con ansia il sorgere del sole per riuscire finalmente a vedere Macchu-Picchu che fino ad allora era oscurata da una fitta coltre di nebbia.
Aspettavamo da c.a. 15 minuti, quando quasi come per incanto la nebbia allentò leggermente la sua morsa facendo intravedere per qualche secondo l'intricato agglomerato di edifici che costituisce Macchu-Picchu.
Giusto il tempo di rendersene conto che la nebbia, per qualche minuto, ritornò ad oscurare il paesaggio per poi concederci nuovamente, e per periodi sempre più lunghi, l'emozione di rivedere quel fantastico scenario.
Qualche timido raggio di sole iniziò a riflettere sulle lontane mura, e mentre Rafael ci segnalava che era giunta l'ora di partire per scendere verso la città, noi non riuscivamo a distogliere occhi ed obiettivi da quell'impressionante spettacolo.
Riprendemmo il cammino, ora tutto in discesa, ed arrivammo verso le 7.00 a
Macchu Picchu.
In attesa che si facessero le 8.00 per entrare nel sito, ci sistemammo su una grande roccia piatta che sovrastava tutta la città situata in prossimità della Baracca del sorvegliante.
Stavamo "fagocitando" a pieno il paesaggio che ci circondava, ed in silenzio la mia mente rielaborava i pensieri che nel corso della mia vita avevo associato a quel momento nell'inutile tentativo di confrontare le emozioni che avevo immaginato con quelle che stavo effettivamente provando.
Alle 8.00 ci ritrovammo all'ingresso di Macchu-Picchu, Rafael ci consegnò i nostri biglietti ed appena entrati depositammo i nostri zaini in un apposito locale presidiato in attesa di iniziare la visita al sito.
La visita a quell'ora della mattina fu particolarmente godibile malgrado le mie pessime condizioni fisiche, ed il silenzio, la pioggerellina che cadeva ogni tanto e la sottile nebbia che avvolgeva l'ambiente circostante rendeva tutto l'insieme particolarmente affascinante e mistico.

Macchu Picchu - Passeggiando fra le rovine

Scendemmo alcune rampe di scale in pietra, ci infilammo nei contorti meandri di quella parte della città caratterizzata da strette viuzze ed edifici in stile Inca Pirka fino a quando arrivammo in prossimità del Tempio del Sole.
Tempio del sole.
Questa torre affusolata è il capolavoro di Macchu Picchu. Al suo interno si trovano nicchie sacre che contenevano idoli o offerte, e al centro un'enorme pietra affiora dal terreno, parte di uno strato di roccia su cui fu costruita la torre stessa.
La base della pietra forma una grotta che è stata soprannominata Tomba Reale, sebbene al suo interno non si siano trovate ossa di alcun tipo.
Recenti studi compiuti congiuntamente da archeologi e astronomi hanno dimostrato che il tempio era un osservatorio astronomico.
La roccia al centro della torre presenta un taglio allineato con il punto in cui, fuori da una finestra, sorge il sole il mattino del solstizio di giugno.
Alcuni supporti all'esterno della finestra potrebbero essere serviti come appoggi per un oggetto particolare in grado di facilitare l'osservazione mediante la proiezione di ombre.
Nell'ingresso del tempio è visibile uno stipite forato, meno complicato di quello del Coricancha a Cuzco. L'edificio vicino a due piani era evidentemente l'abitazione di qualche personaggio importante.
Bingham lo battezzò Palazzo della Principessa.

Girovagammo per qualche tempo nelle immediate vicinanze del tempio dopodiché scendemmo ulteriormente, attraversammo la via principale della città entrando nella zona delle prigioni fino a quando, in mezzo a tutti quegli intricati edifici arrivammo al cospetto del Tempio del Condor.
Tempio del condor.
Esattamente di fronte alla scalinata si incontra una profonda cavità circondata da muri e nicchie, che è stata battezzata Tempio del Condor.
Bingham chiamò quest'area il gruppo delle Prigioni a causa delle volte sotterranee e delle nicchie a misura d'uomo, al cui interno alcuni fori potevano servire per incatenare i polsi di eventuali prigionieri.
Sappiamo però che nella società inca il contetto di "prigione" non esisteva; le punizioni riguardavano la sfera dei diritti, comprendendo la sofferenza fisica e la morte.
Alcuni spagnoli riportarono di aver visto delle fosse piene di serpenti o di puma nei quali venivano calati i condannati, ma non si fa mai menzione di prigioni.
Molto più verosimilmente la struttura fungeva da tempio.
Una roccia sul fondo è decorata con un'incisione raffigurante un condor, con la forma della testa e il caratteristico collare arruffato perfettamente distinguibili.

Dopo il Tempio del Condor visitammo gli edifici costruiti nelle immediate vicinanze dello stesso dopodiché risalimmo verso la parte centrale della città, attraversammo le sue verdi piazze e ci dirigemmo verso la zona "sacra" effettuando una prima sosta in prossimità del Tempio delle tre finestre.
Tempio delle tre finestre.
Il tempio delle tre finestre è uno dei punti più interessanti della città.
La parete orientale è totalmente ricavata da un'unica gigantesca roccia; le finestre trapezoidali sono parzialmente scavate nella pietra.
L'edificio ha tre pareti e nel lato libero c'è una colonna di pietra che serviva come sostegno per il tetto.
Ai piedi della colonna c'è un masso ornato con le tipiche decorazioni sacre a gradini di tanti templi degli incas e dei loro predecessori.

Immediatamente dietro al Tempio delle tre finestre è dislocato il Tempio Principale, caratterizzato dall'assenza di una facciata ed affacciato su una piazza che presumibilmente veniva utilizzata per i rituali cerimoniali.
Tempio principale.
A poca distanza sorge il Tempio Principale, anch'esso con una facciata aperta, scolpito nella roccia dagli abilissimi muratori inca.
La denominazione deriva dall'imponenza e dalla raffinatezza della costruzione, l'unica che abbia una specie di dépandance.
Il piccolo edificio vicino, che è stato chiamato Sacrestia, sembra proprio un luogo deputato alla preparazione dei sacerdoti per i riti che si tenevano nel tempio.

Risaliamo la collinetta immediatamente alle spalle del tempio e ci troviamo in quella che secondo me è la zona più affascinante della città: l'Intihuatana.
Intihuatana.
Salendo sulla collina alle spalle del tempio, si arriva a quello che probabilmente è il santuario più importante di tutta Macchu Picchu: l'Intihuatana, che l'esploratore americano Squier battezzo nel XIX secolo il "palo per i cavalli del Sole".
La funzione di questa pietra e di altre simili è ancora un mistero.
In ogni centro religioso principale degli incas se ne trova una, ed è probabile che venissero utilizzate per l'osservazione degli astri e per il calcolo delle stagioni.
Nei pressi di Macchu Picchu doveva esserci almeno un'altra "Intihuatana", vicino all'odierna centrale idroelettrica a ovest delle rovine.
Questa seconda pietra era probabilmente allineata con la principale, e serviva ad eseguire osservazioni astronomiche ancora sconosciute.
Questa Intihuatana è una scultura di stupenda bellezza, l'unica di tutto il Perù che sia sfuggita alla furia iconoclasta degli spagnoli mantenendo intatta la sua condizione originaria.

Mentre iniziava a cadere una leggera pioggerellina, ci spostammo in quella che è la zona all'estremo nord del sito, caratterizzata dalla presenza della Roccia Sacra.
Qui sono costretto a fermarmi per recuperare energie, le mie condizioni fisiche stavano drasticamente peggiorando.
La roccia sacra.
Sul lato nord, il più lontano dall'entrata del complesso, due edifici, sempre con una parete aperta, si affacciano su una piazzetta dominata dalla Roccia Sacra.
La roccia sul lato nord - orientale della piazza presenta una peculiarità: il suo profilo è stato modellato in modo da imitare lo sfondo delle montagne alle sue spalle.
Passando dietro alla "masma" (edificio con tre pareti e un lato aperto) del lato sud - orientale della piazzetta e volgendo lo sguardo in direzione nord - ovest, si può vedere un'altra pietra simile, che ripropone il profilo della cima rocciosa che le fa da sfondo, chiamata Uña Huayna Picchu.

Oramai la nostra visita stava volgendo al termine, ma prima di uscire, forse cercando di rimanere il più possibile aggrappati al sogno che si era materializzato, ci inoltrammo nuovamente nei meandri della città, nella zona cosi detta Quartiere Comune, soffermandoci nuovamente a mirare la particolarità e la maestosità di quelle costruzioni.
Quartiere Comune.
Tornando verso l'entrata principale e percorrendo il lato est della cresta, si passa attraverso un ampia zona di edifici più rozzi, che è stato denominato Quartiere Comune.

Girovagammo per circa 2,5 ore tra le viuzze e gli edifici di Macchu Picchu ascoltando le parole di Rafael, e verso le 10,30 iniziarono ad arrivare i primi gruppi di turisti "domenicali" che con la loro ingombrante presenza contribuirono notevolmente ad interrompere il feeling che avevamo instaurato con la città.
Verso le 11.00, dopo una sosta ritemprante nel bar attiguo l'ingresso, le mie precarie condizioni di salute ci spinsero ad evitare il rientro a piedi acquistando i biglietti per il bus che ci avrebbe ricondotto ad Aguas Calientes dove, in accordo con Rafael, avremmo aspettato l'arrivo di tutto il resto della comitiva al ristorante Sayaqmarca.
Dopo un percorso su strada sterrata caratterizzata da un elevato numero di aspri tornanti, arrivammo ad Aguas Calientes "ridente" cittadina che si sviluppa a cavallo dell'unica strada ferrata che la collega a Cusco.
L'impatto con Aguas Calientes fu particolarmente traumatizzante, sembrava apparentemente una cittadina in semiabbandono, con strade sterrate ed edifici fatiscenti, gente sporchissima seduta in terra che mangiava di tutto, ed una fila impressionante lunga circa 300 m. di persone che attendevano il bus per raggiungere Macchu Picchu.
Raggiungemmo il ristorante Sayaqmarca giusto il tempo di ordinare qualcosa da mangiare mentre fuori, accompagnato da tuoni e fulmini, scoppiò un violentissimo temporale tropicale che ci fece ringraziare la sorte per aver scelto il bus come mezzo di ritorno.
Mentre gustavamo il nostro "Lomo saltado" bevendo birra Cusquena arrivarono, bagnati fradici, tutti gli altri componenti della nostra comitiva che, come noi, in attesa che Rafael acquistasse il biglietto del treno, approfittarono del tempo a disposizione per riempirsi lo stomaco.
L'intenzione della coppia Australo - Americana di trascorrere una notte ad Aguas Calientes per usufruire delle locali acque termali fu abbandonata sul nascere in parte perché demotivata dalla fatiscenza della città ed in gran parte perché Rafael, da buon cronista locale, raccontò di vari casi di sifilide verificatisi recentemente nei suddetti bagni termali.
Assalto al treno
Arrivarono le 16.00, ora prevista per lasciare il ristorante e dirigerci verso la stazione del treno.
Rafael, dietro nostra richiesta, aveva acquistato biglietti di classe "popolare", ovviamente la più economica, con un supplemento di prezzo di 10 Soles per prendere da Ollantaytambo la coincidenza in Bus per Cusco.
In questo modo saremmo rientrati a Cusco ragionevolmente verso le 20.30 contro le previste 23.30 qualora avessimo fatto tutto il tragitto in treno.
Lasciammo il ristorante incamminandoci sui binari della ferrovia, strada principale di Aguas Calientes, per raggiungere la presunta stazione, che altro non era che un imprecisato punto in mezzo al paese.
Stava piovigginando, ma rispetto al nostro arrivo della mattinata il villaggio ci lasciò un altro tipo di impressione, i locali disposti sui due lati della ferrovia iniziavano a riempirsi di vita e colori, e tutto l'insieme sembrava molto più confortevole ed accogliente.
Camminammo per qualche centinaio di metri sui binari della ferrovia fermandoci ad un cenno di Rafael sotto un'improvvisata pensilina per ripararci dalla pioggia tenendo stretto in mano il biglietto del treno con le nostre "prenotazioni".
Ci controllavamo a vicenda gli zaini per evitare eventuali scippi e/o ruberie, come ci era stato caldamente consigliato al nostro arrivo in Perù mentre attorno a noi si stava raccogliendo un discreto numero di Campesinos.
Tutta l'agitazione determinata dall'elevato numero di persone che si stavano radunando attorno a noi stava preludendo l'imminente arrivo del treno che poco dopo, in lontananza, comparve.
Il treno non si era ancora fermato che un'indescrivibile orda di uomini, donne e bambini lo presero d'assalto aggrappandosi ai gradini, ai finestrini ed a tutto ciò che poteva dare una parvenza di appiglio.
Rimanemmo esterrefatti e frastornati per qualche secondo, nessun racconto sarebbe stato sufficientemente esplicativo relativamente a ciò a cui stavamo assistendo, e mentre l'orda di campesinos continuava l'assalto al treno noi, ritrovando un attimo di lucidità, comprendemmo che l'unico modo per prendere il treno e non rimanere bloccati un giorno intero ad Aguas Calientes era quello di rimboccarsi le maniche, alzare i gomiti ed unirsi alla massa di folli che stava assediando gli ingressi dei vagoni.
La lotta fu particolarmente aspra e mentre i campesinos facevano entrare bambini, cose ed animali attraverso i finestrini, fra spintoni, gomitate e calci negli stinchi riuscimmo finalmente a mettere piede dentro la nostra carrozza. Non facemmo in tempo a godere di quel momento che la pressione che la massa esercitava sugli ingressi ci "sparò" letteralmente dall'altra parte della carrozza impedendoci di muovere uno qualsiasi dei nostri muscoli fino a che questa non fu piena zeppa in ogni ordine di posto.
Schiacciati in un angolo ci accorgemmo che il treno iniziava a muoversi, e mentre all'esterno qualche turista disperato e furibondo stava rincorrendo le carrozze in movimento mostrando inutilmente i biglietti con le prenotazioni, il macchinista, completamente incurante di ciò e delle decine di persone ancora appese all'esterno, continuava imperterrito nella sua marcia di avvicinamento a Cusco.
Andrea e Patty, per qualche strano meccanismo di cortesia dei locali riuscirono a sedersi prestandosi anche ad aiutare i vicini reggendo i loro pargoli o i loro bagagli.
All'interno della carrozza c'era un fetore indescrivibile, parte causato dalla scarsa pulizia dei presenti, e parte causato dai pastoni di verdure e cipolla che gli stessi dopo poco iniziarono a mangiare accompagnandoli con abbondanti pinte di "Chicha".
In piedi, febbricitante e notevolmente irritato, iniziai a contare i minuti che ci separavano da Ollantaytambo (circa 2 ore), nostra destinazione, ma per il momento solo un lontanissimo miraggio.
In quelle condizioni arrivammo ad Ollantaytambo, scendere dal treno fu la sacrosanta realizzazione di un sogno durato più di due ore, ed una volta seduti sul bus che ci avrebbe condotto finalmente a Cusco, decidemmo di archiviare il viaggio appena effettuato al capitolo "Incubi" del libro della nostra vita.
Arrivammo nella Plaza de Armas di Cusco alle 20.15, distrutti dalla fatica salutammo velocemente gli altri componenti della comitiva e ci dirigemmo immediatamente all'Hostal "Conquistador" per rifugiarci in camera.
Facemmo una doccia per toglierci di dosso tre giorni di fatica, mangiai qualche biscotto per poter ingoiare una pastiglia di Tachipirina a stomaco non completamente vuoto e poi mi infilai sotto le coperte per trascorrere una riposante e corroborante nottata di sonno totale.

12/10/99 - Cusco - Tour della Valle Sagrada

Finalmente un risveglio da esseri umani !!
Alle 7.00 decidiamo di alzarci per poter essere pronti per le ore 8.00, orario previsto per la partenza del Tour della Valle Sagrada.
I malesseri del giorno prima sembrano un lontano ricordo, mi sento benissimo e questo probabilmente grazie alla nottata caratterizzata da un profondo sonno ristoratore a differenza di Andy che, a causa del suo sonno leggero e degli schiamazzi che per tutta la notte sono saliti dalle strade di Cusco, non è riuscito praticamente a chiudere occhio.
Prima di colazione chiediamo cortesemente se al nostro ritorno dal tour sarà possibile cambiare camera con un'altra non affacciata direttamente sulle vie della città.
La colazione non è stata particolarmente soddisfacente, caffè nero, toast, marmellata ed un succo di frutta alla "Pina" con uno strano retrogusto, il tutto servito in un contesto igienico non particolarmente esaltante.
Ore 8.00, puntualmente arriva a prelevarci il minibus che ci avrebbe condotto in giro per la valle dell'Urubamba.
Circa mezz'ora per recuperare gli altri componenti del gruppo che risiedevano in altri Hostals sparsi per Cusco e Walter, nostra guida bilingue (spagnolo ed inglese), peruviano D.O.C. come Rafael e caratterizzato da incisivo superiore incapsulato in metallo con una tecnica piuttosto rudimentale.
A differenza di Rafael, Walter denotava una più ampia cultura di fondo evidentemente determinata dagli studi universitari effettuati nel settore turistico.
Durante il viaggio verso Pisac, nostra prima tappa, facciamo conoscenza con una strana, ma simpatica coppia, composta da un ragazzo Padovano e dalla sua ragazza originaria di Lima.
La giornata è calda e soleggiata, e prima di arrivare a Pisac effettuiamo una breve sosta in un piccolo mercato tipico dove per una cifra irrisoria acquistiamo un paio di maglioni di baby - Alpaca ed una berretta di lana.
Si riparte e dopo poco si arriva a Pisac.
Il programma prevede prima un giro tra le bancarelle del famoso mercato e poi una visita alle rovine Inka nella parte alta della città.

Il mercato di Pisac

Il mercato di Pisac, dove una miriade di bancarelle colorate sembrano state preparate appositamente ed esclusivamente per noi turisti, resta comunque una meta molto interessante e tipica.
Le bancarelle, piene di tessuti colorati, di morbidi maglioni, di morbidissimi tappeti di Alpaca, oggettini sacri simboleggianti i miti e le divinità Inka, riuscirono effettivamente a calamitare la nostra attenzione ipnotizzandoci e risvegliando in noi l'istinto puramente consumistico tipico di noi "Occidentali" che, grazie alle sensazioni primordiali che fino ad allora il Perù ci aveva regalato, credevamo sopito.
Forse proprio a causa della grande varietà e tipicità dell'offerta uscimmo dal mercato senza aver acquistato nulla.

Le rovine di Pisac

Lasciammo il mercato e dopo pochi minuti di bus arrivammo alle rovine Inka di Pisac.
Un arido sentiero sulla costa della montagna ci condusse fino al sito archeologico, le scoscese terrazze coltivate e l'architettura solenne sono gli elementi più importanti dell'impressionante scenario di quella che un tempo era una città fortificata.
Fra l'altro, c'erano dei bagni sacri alimentati da un acquedotto e uno dei più grandi cimiteri inka che si conoscano.
Le pietre di Pisac sono più piccole di quelle di Sacsahuamàn, ma sono tagliate con incredibile maestria.
Il panorama che si gode da lassù è stupendo; infatti per certi aspetti le mura sono persino più spettacolari di quelle delle rovine di Macchu Picchu.
Il complesso è formato da edifici e torri che secondo alcuni esperti potevano essere osservatori astronomici.
Più in alto appare un'altra serie di rovine, il cui stile (Inka -pirka; le pietre sono più piccole e sistemate in maniera meno precisa) è stato interpretato in diversi modi.
Secondo certi era la residenza dei servi o di membri di basso rango della comunità; per altri questa sezione è precedente a tutte le altre.
La caratteristica principale delle rovine di Pisac è la precisione e rifinitura geometrica delle mura degli edifici della parte "sacra" della città, composta da quegli elementi architettonici che sono stati la caratteristica comune degli insediamenti urbani visitati fino ad ora: tempio del sole, della luna e bagni cerimoniali.
Molto interessante comunque il sistema di adduzione acqua per le vasche cerimoniali.
Restammo alle rovine per circa 45 minuti, il tempo di guardarci attorno e poi ritornare verso il bus per dirigerci verso il luogo previsto per la pausa pranzo.
Arrivammo in un bel locale in parte all'aperto organizzato a self - service, e mentre Andy evitò di consumare perché stava accusando più o meno i miei problemi fisici del giorno prima, Patty ed io, stimolati da un discreto appetito, riempimmo i nostri vassoi di carne di pollo, trota fritta e quant'altro il ristorante offriva, il tutto accompagnato da birra Cusquena, a detta dei locali la miglior birra del Sudamerica.
Mangiammo tutto con gusto, pagammo il conto e riprendemmo nel primo pomeriggio il nostro tour con destinazione Ollantaytambo.
Durante il percorso per raggiungere Ollantaytambo, Walter ci fece notare come frequentemente all'esterno di abitazioni rurali sia nei piccoli agglomerati urbani sia in mezzo alla campagna, sporgevano lunghe aste di legno o di canna con in cima avvolto un cencio di tessuto o di plastica di colore rosso chiaro.
Questo simbolo indicava che all'interno dell'abitazione si produceva e vendeva la "Chicha", birra di granturco fatta in casa, la cui tecnica di produzione si perde nella notte dei tempi.

Ollantaytambo

Ollantaytambo, fortezza Inka a 72 km da Cusco, è un elegante ed intricato complesso chiuso da una cinta muraria, al cui interno si trovano sette monoliti di granito rosa alquanto misteriosi.
Secondo gli scienziati infatti la pietra non proverrebbe dalla valle.
Una ripida scala conduce all'interno del gruppo di edifici dei quali il più noto è il Tempio del Sole, una struttura incompiuta di fronte ad una parete di enormi rocce sulle quali si intravedono ancora alcune incisioni consumate dal tempo.
Anche se è difficile crederlo, dato il grado dell'usura, gli esperti sostengono che si tratti di raffigurazioni di puma.
Secondo l'ipotesi di alcuni specialisti le condizioni attuali del tempio non vanno attribuite alla distruzione di Ollantaytambo per opera degli spagnoli, ma piuttosto ad una precedente interruzione dei lavori di costruzione.
Gli esperti ritengono che le pietre utilizzate provenissero da una cava che si trova a sei km di distanza, ma come gli indios siano riusciti a trasportare fin qui queste grandi rocce, attraversando il fiume Urubamba e issandole lungo il ripido pendio fino al cantiere del tempio, incuriosisce anche gli studiosi.
A Ollantaytambo, costruita strategicamente all'estremità nord della Valle Sacra, si possono vedere anche piazze, nicchie sacre, santuari, un'area di gogne di pietra, dove i prigionieri venivano incatenati per le mani, ed alcune docce per le abluzioni sacre, fra cui il Bagno della Principessa o Bano de la Nusta.
La fortificazione del villaggio era così ben progettata che stupì gli spagnoli giunti qui in cerca di Manco Inca, nel corso della rivolta indio del 1536.
Hernando Pizarro, al comando di un contingente formato da circa cento uomini e da varie guide indios, si recò al forte per catturare e uccidere il ribelle.
Le cronache riportano che quando gli spagnoli giunsero furtivamente sotto le mura della fortezza all'alba, videro sugli spalti le sagome di una moltitudine di guerrieri pronti a misurarsi con loro.
Pare che lo stesso Manco fu visto guidare le truppe su un cavallo catturato agli invasori.
Gli Incas convogliarono le acque del fiume nei canali d'irrigazione e allagarono la pianura dove si trovavano gli spagnoli, che riuscirono comunque a mettersi in salvo raggiungendo Cusco, dove reclutarono trecento uomini per tornare a battersi contro le truppe dei ribelli.
Questa volta la differenza numerica era schiacciante e il nobile indio fu costretto ad abbandonare il forte rifugiandosi a Vilcabamba, dove venne ucciso con l'inganno dagli spagnoli.

Notevolmente impressionante la struttura di Ollantaytambo, disposta in una stretta gola una ripida e lunga scalinata saliva verso la sommità del sito attraversando gli ampi gradoni di pietra posti a difesa della cittadella.
Questo tipo di edificazione rende immediatamente comprensibile come sia stato necessario per gli spagnoli ricorrere ad un elevato numero di uomini per conquistare Ollantaytambo durante la rivolta di Manco Capac.
Risaliamo la scalinata fino a circa metà del suo sviluppo inoltrandoci in quella che doveva essere la parte sacra della città rappresentata in particolare dai resti del tempio del sole dove sette enormi monoliti in granito rosa affiancati l'uno all'altro, con i resti consumati dal tempo di alcune incisioni Inka, dominavano tutta la vallata sottostante.
Walter approfitta dell'occasione per spiegarci quali fossero le ipotesi prese in considerazione per il trasporto delle enormi pietre fino a quell'altezza dopodiché, indicandoci la scoscesa rupe situata di fronte al sito ci fece notare alcuni "presunti" profili di guerrieri Inka scavati nella roccia che venivano toccati tangenzialmente dalla luce del sole durante il solstizio d'estate.
Questa ipotesi ci lasciò particolarmente perplessi in quanto non veniva preso in considerazione alcun particolare punto di osservazione, e si giustifica soltanto grazie alla tendenza tipica di tutti gli uomini e piuttosto radicata in Perù, che spinge la fantasia a farci vedere tutto ciò che si desidera soprattutto in relazione a ciò che si cerca di mitizzare.
Lasciando Ollantaytambo per Chincheros ripercorriamo in parte le strade che ci hanno accompagnato al km. 82 del ns. Inka - trail, attraversiamo nuovamente la cittadina di Urubamba per poi alzarci di quota ritrovandoci in mezzo a paesaggi fantastici pur se incastonati in un tratto piuttosto brullo della cordigliera andina.
Il sole stava calando ed il gioco di luci, grazie alla limpidezza del cielo ed al colore ocra che dominava il paesaggio circostante, creava intorno a noi un'atmosfera incredibile, caratterizzata da ombre lunghe e colori fantastici.
In mezzo a quei paesaggi di tanto in tanto si incontrava qualche campesinos che con i suoi alpaca sembrava diffondere tranquillità a tutto l'ambiente, ed in quel contesto tutto l'accanimento nella ricerca del minimo sostentamento che fino ad allora avevamo visto dipinto sui ruvidi volti delle popolazioni locali sembrava un ricordo del passato.

Chincheros

Anche a Chincheros si può osservare l'attività di un mercato del fine settimana, dove gli indios si dedicano sia all'acquisto e al baratto che alla socializzazione.
Il "paese dell'arcobaleno", come veniva soprannominato prima dell'invasione spagnola, ha mantenuto molte delle sue antiche tradizioni; i suoi abitanti vivono in case vecchie di secoli, indossano abiti tradizionale e il loro mercato si tiene in una piazza che da un lato è chiusa da un massiccio muro costruito dagli Incas.
Si dice che Chincheros fosse uno dei posti preferiti dall'Inca Tupac Yupanqui, che qui vicino, alla foce del fiume Vilcanota, fece costruire un palazzo e delle terrazze coltivate.
Altri storici dicono che era un centro relativamente importante ai tempi degli Incas e che Topa Inca, il figlio di Pachacutec, aveva un possedimento da queste parti.
In effetti non è improbabile che i nobili inca siano stati attirati qui dal panorama maestoso delle montagne innevate e del fiume.

Arrivammo a Chincheros durante il tramonto e camminando sulle antiche pavimentazioni della città giungemmo poco dopo in una bella ed ariosa piazza coloniale dove si stava svolgendo un interessante mercato di prodotti tipici.
La visita agli edifici coloniali non fu particolarmente interessante, ma la piazza immersa nei colori del tramonto era per me di una bellezza impressionante.
In quell'atmosfera ritrovai Andy che, contrattando con più di un venditore, acquistò per pochi spiccioli un piccolo tappetino di morbidissimo pelo d'alpaca.
Il tour era giunto alla fine, stanchi ma sostanzialmente soddisfatti rientrammo sul bus e in circa un'ora arrivammo a Cusco.
Ad aspettarci in albergo trovammo Jolanda con la quale prendemmo gli ultimi accordi per l'acquisto dei biglietti per il volo Cusco - La Paz, dopo di che, giusto il tempo di rassettarci, siamo nuovamente in strada alla ricerca di un buon posto dove mangiare qualcosa.
Non facciamo in tempo a guardarci intorno che siamo assaliti da un orda di ragazzini mandati dai ristoratori locali che cercano in tutti i modi di orientare la nostra scelta mostrandoci a turno la convenienza e la qualità dei propri menù.
Decidiamo per un locale dove per modica cifra veniva proposto un menù turistico che comprendeva la mitica "trucha fritta" per la quale in quel momento eravamo particolarmente propensi.
Ordiniamo quindi "trucha" con patate fritte e birra Cusquegna mentre un complessino di suonatori andini per qualche minuto accompagna il nostro pasto dopodiché, stanchi ma sazi rientriamo in albergo attraversando un mercato di prodotti tipici che si sviluppa per le vie principali di Cusco.
La notte fu condizionata da una comitiva di ragazzi che, schiamazzando, resero impossibile il sonno a molti ospiti dell'albergo, per lo meno fino a quando un inglese, indispettito, verso le 3.00 di notte uscì nel corridoio urlando al punto che tremarono perfino le mura di Macchu Picchu, e sodomizzando verbalmente tutti i molestatori attirando su di se la stima di tutti coloro che, come noi, fino ad allora avevano subito passivamente.
Per il resto della notte anche le mosche decisero di non volare più.

13/10/99 - Cusco - Giorno di riposo

Certamente nei nostri programmi iniziali non era in previsione un inizio così intenso della nostra vacanza in quanto c'eravamo proposti di dedicare i primi giorni all'acclimatamento in quota ed alle escursioni locali.
Gli eventi e l'oggettiva difficoltà ad incastrare tutte le escursioni che avevamo previsto, inka trail compreso, determinarono un evidente cambiamento dei nostri programmi venendo meno a quanto ci eravamo riproposti.
In considerazione di ciò accogliemmo con molta gioia questa giornata dedicata al riposo, a tranquille visite per i musei di Cusco ed ai preparativi per la partenza del giorno dopo.
Con molto relax ci svegliammo e dopo esserci rassettati ed aver consumato la colazione ci inoltrammo per le vie di Cusco alla ricerca di un'economica lavanderia che in poche ore potesse ridare una parvenza di pulito a tutti gli indumenti utilizzati durante l'inka trail.
Lasciati in lavanderia i sacchi con gli indumenti sporchi, in una calda ed assolata mattina, iniziammo un tranquillo tour della città dirigendoci inizialmente verso il museo del sito di Qorikancha.
Dedicammo poco più di mezz'ora alla visita del museo che conteneva, oltre a qualche plastico ricostruttivo del tempio di Qorikancha, una serie di oggetti sacri in oro, miseri resti di un più importante "tesoro" saccheggiato durante l'invasione colonialista spagnola.
Coscienti che i musei più interessanti e ricchi di reperti si trovano a Lima, ci dirigemmo comunque a visitare il museo Històrico Regional, casa di Garcilaso de la Vega che, pieno di affreschi ed icone cristiane, rappresentava sostanzialmente una testimonianza della cultura coloniale spagnola.
Era oramai ora di pranzo ed in attesa che arrivasse l'ora per andare a ritirare i nostri indumenti oramai "rigenerati" decidemmo di approfittare del tempo rimasto per saziare i nostri più primordiali istinti addentrandoci nei meandri di una piccola ma confortevole pizzeria "Cusquena".
Generalmente non sono assolutamente propenso a ricercare all'estero specialità tipicamente italiane, ma tendo ad integrarmi negli usi e costumi gastronomici locali riuscendo spesso ad apprezzare le peculiarità che tali cucine offrono proprio grazie alla loro diversità.
In questo caso uscimmo un attimo dai nostri canoni in parte a causa dei pasti consumati durante l'inka trail ed in parte in quanto avevamo bisogno di consumare un pasto particolarmente veloce.
A dispetto delle aspettativa la pizza, annaffiata da abbondanti quantità di birra Cusquena, era molto buona e questo gratificò molto la scelta che avevamo effettuato.
Contrariamente a quanto sconsigliato alla sezione gastronomica di tutte le guide più famose, consumai, senza alcun effetto posteriore, anche un'insalata cruda, mentre Patty ed Andy prima della pizza ordinarono una zuppa di crema di asparagi.
Uscimmo soddisfatti dal locale, andammo in lavanderia a prelevare i nostri abiti, li depositammo in albergo, dopodiché ci dirigemmo a visitare il museo Archeologico di Cusco.
Rimanemmo sostanzialmente delusi da questa visita perché i reperti ivi contenuti riguardavano soltanto in piccola parte il periodo Inka pre-coloniale, mentre la maggior parte dei manufatti presenti erano relativi alla vita delle classi sociali più povere durante il periodo della colonizzazione.
Uscendo dal museo ci inoltriamo per le affascinanti vie di Cusco alla ricerca di spunti interessanti, ci fermiamo per le foto di rito alla famosa pietra dei dodici angoli, e seguendo l'inatteso profumo che fuoriusciva da una pasticceria locale ne approfittammo vigliaccamente per gustare alcune prelibatezze locali molto simili ai nostri cornetti della prima colazione.
Seguendo i lineari percorsi delle vie di Cusco, incastonate in mezzo alle possenti mura inkaiche, giungemmo in una assolata piazzetta, dove decidemmo di effettuare una rilassante sosta mentre un gruppo di giovani irlandesi cercava di improvvisare alcuni brani musicali tipici della loro tradizione.
Fu qui che Andy fece conoscenza con una bambina di circa 10 anni, Ephina, che cercava di vendere il contenuto della piccola scatola di cartone che teneva tra le mani, caramelle e chewingum mentre, sensibilmente commosso, le chiedeva informazioni sulle proprie abitudini e condizioni di vita.
Il resto del pomeriggio trascorre così in relax fino all'incontro con Jolanda previsto per le ore 18.30 circa, dove la nostra oramai "guida ufficiale" ci consegna i biglietti per il volo per la Bolivia, consegnandoci praticamente nelle mani dell'agenzia consociata ma con sede a La Paz.
In poche parole pianifica tutti i nostri futuri spostamenti consegnandoci rispettivamente a:
Rimanemmo basiti di fronte a tanta efficienza, ma nella nostra mente covava un sottile progetto di ammutinamento che avremmo in parte realizzato dopo la pessima sistemazione a La Paz.
Si fece sera e come d'abitudine ritornammo per le vie di Cusco alla ricerca di un piccolo locale che avevamo individuato nel tardo pomeriggio dove veniva servito un menù a base di "Trucha" a prezzi convenientissimi.
Cercavamo la Trucha, ma probabilmente a causa della limitata capienza della dispensa dovemmo optare per una misera bistecchina insipida contornata da patate fritte che consumammo in pochi minuti, delusi soprattutto nelle nostre aspettative ma consci che avremmo avuto ulteriori stimolanti occasioni per gustare il famigerato pesce dell'Urubamba.
Rientrammo in albergo e trascorremmo una felice notte in attesa della definitiva partenza da Cusco, il vero "ombelico del mondo", checché ne dica Jovanotti.

14/10/99 - La Paz

Ci svegliammo presto per terminare di preparare i bagagli ed una volta ricomposti gli zaini ci presentammo al piano terra per la nostra ultima colazione a Cusco.
C'era una strana atmosfera per le strade di Cusco quella mattina e non riuscivamo a capire se fosse causata dal nostro stato d'animo in vista della partenza o da qualche altro motivo che in quel momento non riuscivamo ad afferrare.
La risposta arrivò al rientro di Andy in albergo dopo essere uscito per qualche minuto nel vano intento di acquistare qualche francobollo per spedire alcune cartoline.
La città era blindata, tutte le saracinesche dei negozi erano chiuse, Plaza de Armas era presidiata da alcuni automezzi corazzati delle forze dell'ordine ed i punti strategici di Cusco erano presidiati da militari in tenuta da sommossa, con elmetto scudo e manganello.
La causa scatenante di tutto questo schieramento di forze era uno sciopero previsto per il giorno stesso e determinato da una protesta delle classi medio basse contro i continui ed incontrollati aumenti del prezzo dei carburanti.
Per questo motivo al fine di evitare le strade più pericolose prevenendo le mosse dei manifestanti, Jolanda anticipò il suo arrivo, così poco prima delle 8.00 eravamo già sul taxi diretti verso l'aeroporto di Cusco.
Per l'ultima volta, sotto un sole già caldo, avremmo percorso le affascinanti strade di Cusco, da quelle centrali, caratterizzate dai magnifici edifici realizzati con le gigantesche pietre inkaiche, a quelle di terra rossa che attraversavano i quartieri più periferici e fatiscenti della città.
Giusto il tempo di ripensare con un po' di nostalgia ai giorni appena trascorsi che eravamo già in aeroporto in attesa di essere imbarcati su un aereo della linea Boliviana LAB con destinazione La Paz.
La partenza avvenne più o meno puntualmente verso le ore 11.30, ed arrivammo altrettanto puntualmente verso le ore 13.30, ora Boliviana, all'aeroporto di La Paz in una fredda e piovosa giornata.
Ad attenderci all'uscita c'era una ragazza particolarmente robusta che teneva in mano un cartello con scritto "Libano", evidente storpiatura del mio nome che probabilmente non è particolarmente diffuso da quelle parti.
La ragazza si presentò come Lourdes ed a posteriori si può tranquillamente affermare che la storpiatura del mio nome nel cartello poteva essere individuata come un segnale evidente della pessima qualità del servizio offerto dall'agenzia di La Paz.
Arrivammo in taxi all'Hostal "Dinastia", e prima di essere accompagnati nella nostra camera ci fermammo qualche minuto nel piccolo atrio per verificare insieme a Lourdes le proposte turistiche previste dall'agenzia.
Premesso che lo scopo principale della nostra puntatina in Bolivia era principalmente la visita al sito archeologico di Tiahuanaco, arrivammo a pattuire un pacchetto che in più comprendeva un city tour per l'immediato pomeriggio, due notti in albergo ed il biglietto del bus per Copacabana alle seguenti più o meno convenienti condizioni:
Definito il tutto fummo accompagnati nella nostra camera.
Era un tugurio sporco e squallido, con un misero bagno quasi impraticabile e le lenzuola sporche nei letti tanto che decidemmo di passare la notte nei nostri sacchi a pelo.
Malgrado tutto ci riposammo per circa un ora in attesa di partire per il city tour.
Verso le 15.00 arrivò a prelevarci il minibus dell'agenzia, e poco dopo facemmo conoscenza con la guida assegnataci per il city tour.
Era un "Fonzie" in miniatura, giubbotto di pelle, camicia sbottonata fino all'ombelico e Ray-ban scuri, la cui unica differenza rispetto all'originale, oltre ai tratti somatici tipicamente sudamericani, era il capello lungo.
La Paz è una città con più di 1,5 milioni di abitanti e si sviluppa per lo più verticalmente sulle scoscese pareti di quel tratto a circa 3.800 mslm di cordigliera Andina.
A prima vista la città è impressionante, ma tutt'altro che affascinante.
Continui ripidi saliscendi caratterizzano le vie della città e lo smog causato dall'intenso traffico la rendono in alcuni tratti molto simile a Lima.
Usciamo dal quartiere abbastanza squallido sede del nostro albergo e ci dirigiamo verso la periferia a visitare quelle che i Boliviani chiamano le "montagne della luna", ovvero una zona caratterizzata da alcune formazioni rocciose probabilmente di origine calcarea che effettivamente richiamano alla mente paesaggi lunari.
E' questo probabilmente il momento di punta del city tour, il che evidenzia la carenza di contenuti interessanti di questa squallida città.
Il tour prosegue girovagando fra i quartieri della città, da quelli signorili e più lussuosi, a quelli più poveri fino ad arrivare in una piazza abbastanza centrale vicino allo stadio dove è stato trasportato un idolo in pietra rossa prelevato dal sito di Tiahuanaco.
Poco oltre facciamo una sosta in un luogo panoramico che offre una visione totale della città, con i suoi edifici costruiti più o meno abusivamente sui fianchi delle montagne, e con sullo sfondo dominante il picco ad oltre 6.000.= metri del Nevado Huayna
Petosì tra l'altro sede di innevate piste da sci.
Effettuiamo una visita al museo dell'oro, pieno di reperti sacri, ornamenti ed offerte alle divinità provenienti dagli scavi di Tiahuanaco dopodiché veniamo scaricati in prossimità del nostro Hostal per effettuare una visita al mercato tipico dove è possibile acquistare per modiche cifre prodotti di qualsiasi tipo ed in particolare "ingredienti" necessari per l'esecuzione di riti magici.
Oltre ai classici idoli in pietra si trovano infatti anche filtri a base di erbe o composti organici animali, embrioni di lama essiccati, resti rettili che hanno subito lo stesso trattamento e quant'altro di più raccapricciante si possa immaginare Dopo aver salutato la nostra guida e girovagato fra le bancarelle del mercato, rientriamo in albergo a riposarci un attimo prima tornare in strada alla ricerca di un luogo per cenare.
Verso le 20.00 siamo di nuovo in strada e dopo qualche tentativo troviamo un localino stranamente lindo e pulito dove consumiamo piuttosto avidamente la nostra cena a base di pane all'aglio, una "soupa" di verdura per Andy, Trucha fritta con patate fritte, ed abbondanti quantità di birra Boliviana Paseña, a detta dei locali la miglior birra del Sudamerica.
A fine cena, in balia della stanchezza, rientriamo in camera per una riposante notte di sonno nei nostri sacchi a pelo in vista della tanto attesa visita a Tiahuanaco. Da questo momento in poi iniziò l'incubo di Andy, che verso le 23.00 iniziò a girovagare come un fantasma per la stanza facendo la spola tra il letto ed il bagno.
Palesemente sofferente, in preda a dolorose fitte gastro-intestinali, accentuato senso di nausea e con un pallido e preoccupante colorito, non riusciva ad avere pace e più volte si rinchiuse in bagno "scaricando" i suoi dolori nella tazza del water.
Per l'ennesima volta uscì barcollante dal bagno e si sdraiò sul letto delirando.
Gli somministrai la classica pastiglia di Bimixin, antibiotico gastro-intestinale e gli allungai il termometro per misurarsi la febbre.
In preda ad un accentuato tremolio generale fece molta fatica ad inserire il termometro sotto l'ascella.
Dopo qualche tentativo ci riuscì e constatammo che la sua temperatura si stava alzando repentinamente.
Verso le 23.45, preoccupato per la situazione decisi di rivolgermi alla reception e feci chiamare un dottore.
Dopo circa un'ora arrivò un certo Erbert Orellana Jordàn, presumibilmente medico, che effettuò una visita piuttosto approssimativa ed ipotizzò una qual forma di intossicazione alimentare che doveva comunque essere confermata da esami di laboratorio.
In quel momento gli spasmi di Andy si erano andati attenuando, ma per evitare pericoli quali salmonella od altro decise di farsi ricoverare nella clinica privata caldamente consigliata dal medico.
Ci vestimmo, lasciammo Patty chiusa a chiave in camera, e con un taxi ci dirigemmo alla Clinica Boston tanto patrocinata dal Dr. Orellana.
Andy fu immediatamente ricoverato in una camera singola mentre il Dr. Orellana, quasi per tranquillizzarlo, continuava a ripetere di casi simili accaduti a turisti provenienti da tutte le parti del mondo e brillantemente risolti grazie al buon operato dello staff della clinica.
Gli furono fatti i prelievi di rito, applicata una flebo e somministrato un antidolorifico in attesa che Andy producesse un po' di materiale "organico" utile per completare gli esami necessari.
Debolezza a parte Andy stava meglio, ora si trattava solo di aspettare la mattina per il risultato della analisi.
Mi sistemai in una poltroncina di fronte al letto di Andy cercando quando possibile di dormire, ma prestando comunque attenzione alle eventuali necessità del degente.
Il resto della notte trascorse così, interrotta soltanto sporadicamente dai tentativi di Andy di fornire la materia prima per gli esami delle feci.
Arrivarono circa le 6.45 di mattina quando Andy, confortandomi sul suo stato di salute, mi disse che non aveva particolari bisogni di assistenza e che potevo tornare in albergo per la gita a Tiahuanaco come previsto dal programma.
Come ci era stato detto dal Dr. Orellana i risultati degli esami sarebbero stati pronti presumibilmente a metà mattinata ed Andy sarebbe stato dimesso nel primo pomeriggio.
Uscii così dalla clinica, fermai un taxi, e tornai all'Hotel Dinastia.
Arrivai sul posto mentre in terra, sui marciapiedi delle strade di La Paz, molti Campesinos stavano sistemando i loro prodotti da vendere su alcune poco igieniche coperte di lana di alpaca in un altrettanto poco igienico contesto generale.
La porta principale dell'Hotel era ancora chiusa. Iniziai a bussare ripetutamente e con forza al portone, ma con gli stessi risultati.
Dovetti aspettare circa mezz'ora perché si accorgessero di me.
Erano circa le 7.30, entrai e mi diressi direttamente in camera da Patty.
Patty mi confortò dicendomi di aver trascorso la notte abbastanza tranquillamente, al che decidemmo di uscire dalla stanza per fare colazione.

15/10/99 - Alla ricerca delle origini: Tiahuanaco

Alle 8.00 era previsto il passaggio del bus per Tiahuanaco ed alle 8 meno 5 non eravamo ancora riusciti a fare colazione a causa del ritardo dell'addetta alla cucina che era in quel momento irreperibile.
Il bus arrivò puntuale e noi, molto arrabbiati a causa del malinteso non so quanto involontario, salimmo a bordo mugugnando ed a stomaco vuoto, minacciando ed improperando a bassa voce contro l'organizzazione dell'Hostals Dinastia.
Girovaghiamo per circa tre quarti d'ora per le strette vie di La Paz alla ricerca degli altri componenti del nostro gruppo turistico dopodiché finalmente al completo abbandoniamo il centro della città inforcando la strada che da La Paz si dirige verso Puno costeggiando la sponda sud-ovest del Lago Titicaca.
Tiahuanaco dista circa una quarantina di km da La Paz molti dei quali si sviluppano comunque all'interno dell'agglomerato urbano della città, attraversando prima il centro, poi i quartieri più poveri, per finire poi in mezzo alle favelas e relative baraccopoli.
Qui, prima di inoltrarsi definitivamente in mezzo all'area desertica che ci divide da Tiahuanaco, saltano all'occhio la fatiscenza delle baracche, i putridi rigagnoli che costeggiano le strade sconnesse, le frequenti carcasse di animali morti, lo stato generale di abbandono delle favelas popolate da flemmatici indios Aymarà.
La strada scorre dritta in mezzo al deserto, in lontananza inizia a vedersi qualche lembo di azzurro del lago Titicaca mentre sullo sfondo imperano le vette più alte di quella parte della cordigliera.
Si arriva Tiahuanaco verso le 10.00 sotto un sole cocente, si effettua una visita al museo annesso alle rovine e finalmente si entra nel sito.
Tiahuanaco è probabilmente la più antica città dell'America precolombiana dalla quale antiche leggende affermano traggano origine tutte le civiltà del Sud America.
Come affermano le antiche leggende reperibili in quasi tutte le antiche civiltà del Sud America, sembra proprio che Tiahuanaco fosse la città dalla quale si originò, per motivi tuttora sconosciuti, la diaspora che portò poi alla nascita delle civiltà stesse.
Ci arrampichiamo sui resti oramai irriconoscibili di quella che una volta doveva essere una piramide a gradoni, oramai soltanto un ammasso di terra in quanto tutti i rivestimenti, nei secoli dopo la conquista, furono utilizzati dai costruttori che arrivarono a depredarla fin da La Paz.
La piramide Accapàna misura circa 15 metri di altezza ed oltre al cumulo di terra rimangono praticamente soltanto le fondamenta in pietra.
Questa piramide, di pianta piuttosto irregolare, è orientata verso i punti cardinali e misura circa duecentodieci metri per lato.
Si ritiene che tale piramide dovesse avere qualche altra funzione oltre a quella sacra che giustifichi l'intricata rete di cunicoli di pietra rivestiti di magnifici conci che gli archeologi hanno individuato nelle sue viscere.
Pare che tali cunicoli, angolati ed incastrati ad arte, servissero a convogliare l'acqua da un grande serbatoio posto in cima alla costruzione ad un fossato che circondava completamente la piramide, evidenziando quelle che sono indubbiamente le peculiarità tipiche di un'ingegnosa opera idraulica.
Abbandonammo la piramide e ci dirigemmo verso quello che è comunemente noto come "il tempio sprofondato", di forma rettangolare, senza tetto e con dimensioni indicative di 12x9 m. è una costruzione simile ad una piscina, la cui pavimentazione si trova a circa 1,8 m. sotto il livello del terreno dove due enormi monoliti dominano l'unica rampa di accesso.
Al centro del tempio imperavano tre figure scolpite in altrettanti blocchi di pietra, oramai rese quasi irriconoscibili dal tempo, che pare rappresentino Viracocha ed i suoi sacerdoti.
L'elemento più caratteristico ed interessante del tempio, per quel che mi riguarda, sono la miriade di teste scolpite nelle mura, posizionate a diverse altezze, delle quali rimane tuttora ignota la simbologia.
Appena fuori dal tempio la prima cosa che avrebbe destato l'attenzione di chiunque era l'incredibile ingresso del Kalasasàya, un imponente portale geometrico realizzato in grossi lastroni di pietra dal quale si intravedeva la figura di un enorme gigante di pietra.
La funzione del Kalasasàya rimane tuttora poco chiara, l'ipotesi più antica era che fosse una fortezza, ma attualmente quella più riconosciuta è che fosse un sofisticato osservatorio astronomico il cui obiettivo era quello di fissare equinozi e solstizi, nonché di predire, con precisione matematica, le varie stagioni dell'anno.
Entrammo nel Kalasasàya e ci avvicinammo a quella che era famosa come "la porta del sole", sistemata in una zona marginale dell'area, la quale non rispetta la sua posizione originale in quanto fu ritrovata distante qualche centinaio di metri dall'attuale luogo di installazione.
La porta del sole è un monolite di andesite grigio-verde largo circa 3,8 m., alto 3 m., spesso 45 cm. del peso indicativo di 10 tonnellate.
Simile ad un piccolo arco di trionfo portava sui due lati innumerevoli fregi in bassorilievo che pare rappresentassero un preciso antichissimo "calendario", accompagnati dall'immancabile figura del Viracocha.
Ci dirigemmo poi verso due statue enormi, una delle quali era quella che avevamo visto poco prima dal bordo del tempio sprofondato, ma prima ci fermammo a collaudare quello che era un antico "impianto di amplificazione".
Circa in corrispondenza del punto mediano delle mura di recinzione del Kalasasàya era infatti stato ricavato un foro irregolare delle dimensioni di circa 20 cm. il cui interno era lavorato apparentemente in maniera simile al padiglione auricolare umano.
Questo "orecchio di pietra", in relazione alla parte del muro dalla quale ci si poneva, era alternativamente un microfono od un altoparlante che sfruttando la capacità di propagazione dei suoni tipica degli elementi solidi permetteva sia la trasmissione sia la ricezione degli stessi a tutta l'area interessata dal Kalasasàya.
Infatti, come prova, la nostra guida si posizionò circa al centro dell'area sussurrando frasi senza significato mentre noi a turno avvicinammo l'orecchio al foro udendo perfettamente i messaggi inviati.
Ci avvicinammo poi alle due statue di pietra.
Entrambe le figure erano minuziosamente lavorate, sembravano ricoperte di vesti lavorate a squame di pesce, e tenevano strette nelle mani strani oggetti che gli archeologi tuttora si stanno sbizzarrendo ad interpretare a seconda delle proprie convinzioni.
Anche il riferimento all'abbigliamento a squame di pesce si presta a diverse spiegazioni che si perdono fra miti e leggende dando origine alle più svariate interpretazioni.
Stazionammo per un po' sotto il sole cocente a scrutare questi enigmatici personaggi fino a che non si fece l'ora di approfittare del vicino locale di ristoro per saziare i nostri appetiti famelici.
Giusto il tempo di arrivare all'interno del locale che si scatenò un violento quanto inatteso temporale estivo.
Mentre il tetto in onduline di vetroresina del locale amplificava gli effetti del temporale gustammo con ingordigia un "pollo dorado" accompagnato da croccanti patate fritte e da una Coca Cola ancora imbottigliata nelle bottiglie di vetro che da anni non si vedono più dalle nostre parti.
Lasciammo trascorrere un po' di tempo dopodiché rientrammo a La Paz.
Erano circa le 15.30 e velocemente rientrammo in camera nella speranza di trovare Andy dimesso dalla clinica.
La camera era vuota, al che, chiedendo informazioni in reception, veniamo a sapere che Andy non era ancora rientrato.
Fermammo immediatamente un taxi per farci condurre alla clinica Boston.
Piuttosto preoccupati entrammo e ci dirigemmo immediatamente verso la camera di Andy.
Entrammo e ci tranquillizzammo subito.
Andy stava abbastanza bene, ma stava ancora aspettando l'esito delle analisi.
Le sue confortanti condizioni furono testimoniate dal fatto che aveva voglia di parlare e scherzare, chiedendoci tra l'altro informazioni sulla visita a Tiuahnaco.
Gli facemmo compagnia per circa un'ora fino a quando rifece la sua comparsa il Dr. Orellana che, esiti alla mano, confermò il riscontro di una intossicazione alimentare in case calante consigliando di curarla attraverso una dieta controllata evitando alcuni alimenti a rischio.
Oltre a questo prescrisse anche una cura antibiotica per i giorni successivi.
Fu così che Andy fu finalmente dimesso non prima però di aver pagato un conto di 170US$ per il ricovero e gli esami, all'ufficio cassa del piano terra.
Anche se all'ingresso della clinica era palesemente visibile il marchio della carta Visa, fummo costretti a pagare in contanti a causa di una poco probabile scusa accampata dalla responsabile della sezione amministrativa.
Finalmente uscimmo dalla clinica, fermammo un taxi, acquistammo in farmacia i medicinali per la convalescenza di Andy e rientrammo in albergo.
Trascorremmo un paio d'ore in camera, ci rassettammo e d'accordo con Andy che iniziava a tornare in forze, passammo il resto della giornata gironzolando fino a sera per i mercati di La Paz fino a quando non decidemmo che si era fatta l'ora di cenare.
Mentre girovagavamo per la città alla ricerca di un locale economico in cui mangiare, attraversammo una piazza piena di gente impegnata in una manifestazione politica caratterizzata anche dalla presenza di gruppi musicali che ricordava molto i filmati di repertorio della RAI relativi alle manifestazioni politiche dell'Italia degli anni '70.
Trovammo finalmente un locale che ci ispirava fiducia dove ordinammo, tanto per cambiare, "pollo dorado" che ci venne stranamente servito coperto da quantità industriali di strane salse.
Accompagnammo il tutto con birra "Pasena" dopodiché, non pienamente soddisfatti, rientrammo in albergo per dormire nei nostri sacchi a pelo nell'attesa che arrivasse il momento di abbandonare quella brutta città.

16/10/99 - Lago Titicaca

La notte trascorse tranquilla ed il risveglio avvenne puntuale questa volta accompagnato da una colazione abbastanza sostanziosa ma consumata velocemente per non perdere il bus per Copacabana atteso per le ore 8.00.
Con nostro immenso piacere il bus arrivò puntualmente, caricammo i bagagli, prendemmo posto a sedere e ci apprestammo a lasciare quella città che, Tiauahuanaco a parte, non ci aveva lasciato un'impressione molto positiva.
Prima di lasciare la città ci aggirammo fra le sue strette vie per prelevare gli altri passeggeri fino a quando, a pieno carico, il bus abbandonò definitivamente il centro con destinazione Copacabana ripercorrendo, almeno nel primo tratto, le stesse strade che il giorno prima ci avevano condotto a Tiauhanaco.
Il percorso che ci divideva da Copacabana, pur se molto pittoresco, era monotematico e contraddistinto da paesaggi aridi con lo sfondo dominato dalla cordigliera fino a quando, in lontananza, si iniziò ad intravedere qualche lembo azzurro del Lago Titicaca.
Qui il bus iniziò ad arrancare fra i numerosi tornanti ed i frequenti saliscendi in mezzo ad uno rigoglioso scenario dove piano piano il verde della vegetazione prese il posto del colore ocra che contraddistingueva i paesaggi desertici dell'altipiano boliviano mentre le lingue azzurre del lago Titicaca si inserivano sempre più frequentemente nel paesaggio che ci circondava.
Le acque del lago, per effetto della posizione del sole rispetto al nostro punto di osservazione, apparivano a volte di un azzurro tenue ed a volte di un verde profondo, alcuni isolotti contribuivano a rendere il paesaggio ancora più affascinante.
Sempre più frequentemente in mezzo alle acque del lago fecero la loro comparsa alcune infrastrutture umane che indicavano la presenza di allevamenti ittici.
Il bus proseguiva a mezza costa qualche centinaio di metri più in alto del livello delle acque del lago fino a quando arrivammo in un piccolo imbarcadero dove avremmo preso il traghetto per attraversare un sottile stretto d'acqua prima di arrivare al confine fra Bolivia e Perù.
Mentre noi attraversammo velocemente lo stretto a bordo di alcuni barconi, alcuni addetti stavano alacremente lavorando per caricare il bus su un enorme chiatta in modo da poter essere trasportato sull'altra sponda.
In attesa che terminassero le operazioni ne approfittammo per acquistare qualcosa da mangiare durante il viaggio.
In circa un'ora ripartimmo per Copacabana, dove arrivammo verso le 13.00.
Ad attenderci, non trovando Yohanna, decidemmo di acquistare i biglietti per il bus che ci avrebbe definitivamente condotti a Puño.
Il bus sarebbe ripartito verso le 15.00, ci concedemmo così il tempo per fare un giro sulla spiaggia di Copacabana, che pare sia una delle mete turistiche più sponsorizzate del lago Titicaca.
Il tipo di turismo che contraddistingue Copacabana è tipicamente balneare, anche se è da qui che partono i traghetti per le isole del Sole e della Luna.
Isola del sole
Sull'isola del sole si trovano, su due estremità opposte, una roccia sacra agli incas e le rovine di Pilko Caima, che comprendono un portale consacrato al dio Sole.
Isola della luna
Sull'isola del sole, nota anche con il nome di Coati, si possono visitare le rovine di un tempio inca e di un convento dell'antica casta delle Donne Scelte.
La stagione balneare non è ancora iniziata e la spiaggia, composta da erba e sassi levigati è abbastanza sporca e non particolarmente curata.
L'unico segno di attività in prossimità della spiaggia riguardava i preparativi che si stavano effettuando per un matrimonio che per quello che si poteva vedere sembrava dovesse essere particolarmente festoso infatti poco dopo comparvero gli sposi su uno scassatissimo camion mentre qualche ragazzino sfrecciava velocemente per le polverose strade di Copacabana guidando il relitto di una motocicletta.
Il sole batteva cocente, decidemmo così di rientrare nella saletta di aspetto dell'agenzia di trasporto in attesa del bus.
Qui facciamo conoscenza con un francese brizzolato, piuttosto originale, di circa una quarantina di anni che da anni viaggia da solo per tutti i paesi del Sud America.
In pochi minuti ci chiarisce molti dubbi sulle località che avevamo intenzione di visitare fornendoci anche qualche interessante informazione.
Caricammo finalmente i nostri zaini sul portapacchi installato sul tetto del bus e prendemmo posto a sedere in attesa di partire per Puño.
Fu in quel momento che in palese ritardo comparvero Yohanna e suo marito.
Cercando di giustificarsi per l'equivoco ci fecero cambiare bus tra i malumori e borbottii degli autisti obbligati così a scaricare nuovamente i nostri zaini.
Prendemmo posto sul nuovo bus, vicino a noi c'era Yohanna con in braccio un poppante di pochi mesi.
L'unico che parlava inglese era il marito che nell'intento di rimediare all'errore cercava di intrattenerci fino a che arrivò il fatidico momento della partenza.
Arrivammo al confine, scendemmo dal bus e percorremmo qualche centinaio di metri a piedi raggiungendo così l'ufficio doganale, compilammo i soliti moduli sdoganandoci dopo qualche decina di minuti di fila.
Approfittammo dell'attesa per fare la conoscenza di un giovane ragazzo brasiliano, sposato con una peruviana di Cusco, che dopo aver trascorso qualche mese nella sua città, S.Paolo, si apprestava a ritornare a casa con un estenuante viaggio di 4 gg. in autobus.
Il bus arrivò a Puño verso le 16.30, scendemmo all'Hostals "Manco Capac", effettuammo la registrazione e ci dirigemmo verso il nostro alloggio.
In confronto all'Hostals "Dinastia" di La Paz il nostro nuovo alloggio era una reggia.
Ci accomodammo un attimo e contrattammo con "Yohanna's family" il pacchetto che comprendeva:
Riuscì a venderci per il giorno dopo ed in maniera piuttosto subdola una "romantica" colazione al porto in attesa di imbarcarsi per l'escursione sul lago.
Una volta liberi da queste trattative salutammo i nostri ciceroni e decidemmo di dedicare il resto del pomeriggio ad un rilassante girovagare per le vie della città.
Il profumo che usciva da un panificio - pasticceria ci stimolò ad acquistare e gustare con molta avidità alcune "brioches" locali, dopodiché ci inoltrammo fra i meandri di un tipico mercatino indigeno.
Prima che un fortunale si abbattesse su Puño acquistammo un paio di giacconi in lana di alpaca pattuendo dopo lunga trattativa il prezzo di 25 Soles cadauno.
Iniziò ad imbrunire ed il vento era ora accompagnato dalle prime gocce di pioggia che ci spinsero a rientrare velocemente in albergo per rassettarci in attesa della cena.
La sera cenammo con un menù turistico del ristorante "Dorado" mentre per le vie di Puño, sotto una scrosciante pioggia, si stava svolgendo un festival folcloristico che vedeva impegnati gruppi composti da una trentina di ragazzi impegnati a suonare e danzare per le strade della città seguiti da una folla di persone acclamanti.
Questi gruppi non sembravano seguissero un filo conduttore ben definito, chi era vestito con i costumi tipici degli antichi Inca, chi con costumi tipici di epoca più recenti e chi semplicemente in maglietta a blue - jeans.
L'unica cosa che accomunava questi gruppi era la musica, tipicamente andina, e l'entusiasmo che esternavano danzando e camminando per le vie della città.
Li seguimmo per qualche minuto prima di rientrare in camera per notte.

17/10/99 - Visita alle isole

Il risveglio avvenne puntuale verso le 6.00 della mattina e poco dopo, giusto il tempo di rassettarci, un taxi ci venne a prelevare per condurci all'"harbor" di Puño per consumare la ns. colazione in attesa di imbarcarci per l'escursione sul lago.
Il marito di Yohanna ci fece accomodare in uno sporco tavolino in prossimità di uno squallido chiosco smitizzando così immediatamente l'idea "romantica" che ci eravamo fatti della colazione al porto.
Consumammo in fretta la colazione a base di caffè lunghissimo, pane e marmellata, facendo molta attenzione alle condizioni igieniche.
Non pienamente soddisfatto Andy, prima di imbarcarsi, acquistò alcune piccole banane gustosissime.
Ci imbarcammo così finalmente sul motoscafo "candelaria".
Erano circa le 8.00 di mattina e la giornata si presentava calda e soleggiata.
Dopo circa un'ora di navigazione ed alcuni strati di protezione solare arrivammo alla prima delle nostre mete, le famose isole Uros.
Queste isole flottanti, costruite in canna, da centinaia di anni galleggiano sulle acque del lago e prendono il nome dagli indios che le popolarono originariamente.
Gli Uros abbandonarono le isole probabilmente a seguito di una grave siccità che ne rese proibitive le condizioni di vita.
Successivamente si unirono con alcune tribù aymarà e quechùa, e l'ultimo uro autentico morì nel 1959.
Attualmente sulle isole vivono alcuni indios di sangue misto che pare conservino vive alcune usanze originarie anche se ora il loro sostentamento si basa prevalentemente sul turismo.
Infatti arrivati su una delle isole di canna ad attenderci c'era una distesa di tappeti con oggetti e manufatti artigianali ed alcune delle tipiche imbarcazioni di canna costruite appositamente per noi turisti.
Tutto ciò rendeva l'ambiente circostante artificioso e forzatamente turisticizzato e l'impressione dominante era che smontassero tutto alla partenza dei turisti.
Dopo circa mezz'ora si riparte per Taquile, ci aspettano circa 3 ore di navigazione.
Taquile
Taquile è la patria dei tradizionali tessuti peruviani e non è infrequente incontrare lungo le strade uomini intenti a confezionare gli splendidi copricapi in lana indossati dagli abitanti dell'isola.
I colori e i motivi decorativi degli indumenti forniscono indicazioni su chi li indossa: la posizione familiare, lo stato sociale, etc. Alcuni indumenti vengono usati solo in determinate occasioni e alcuni hanno un significato particolare; per esempio gli scapoli portano un cappello di maglia con un ciuffo bianco, mentre i copricapi degli uomini sposati sono decorati con punti rossi.
Sull'isola non esistono alberghi, ma chi desidera fermarsi per la notte potrà trovare facilmente una sistemazione presso una famiglia.
Gli alloggi sono semplici e accoglienti, ma va ricordato che le coperte fornite possono rivelarsi insufficienti per chi soffre il freddo.
La spesa per una notte non supera in genere i due dollari.

Arrivammo a Taquile verso le 12.00 ed attraccammo in un pittoresco porticciolo.
In partenza dal porticciolo si presentò una ripida e lunghissima scalinata di pietra che si arrampicava sulla costa della montagna e conduceva al centro abitato principale dell'isola.
Sotto un sole cocente iniziammo la risalita ed in circa mezz'ora arrivammo in cima.
Prima di dedicarci alla gastronomia locale apprendemmo con molta curiosità ed interesse alcune delle peculiarità dell'isola e dei suoi abitanti.
Si tratta a tutti gli effetti di una comunità praticamente indipendente dal governo peruviano se non per qualche saltuario finanziamento che ha come obiettivo il miglioramento delle condizioni legate agli approvvigionamenti idrici o mirati al potenziamento degli aspetti prettamente turistici dell'isola.
Il governo dell'isola è formato da un consiglio eletto fra le famiglie residenti che viene rinnovato annualmente.
Il consiglio prende decisioni per gli interventi relativi ad opere pubbliche, vigila sui prezzi degli improvvisati ristoranti locali, definisce i turni di lavoro nella mensa comune, nell'agricoltura ed in tutte le attività dell'isola.
Gli abitanti indossano abiti tipici che ricordano molto quelli Sardi e di qualche regione spagnola retaggio evidente di origini non propriamente Sud Americane.
Al termine dell'indottrinamento fummo accolti in un improvvisato ristorante nei pressi di un'abitazione familiare dove trovammo ristoro e gustammo con discreta avidità una zuppa di quinoa, un Pikarey (pesce Re) alla piastra con contorno di croccanti patate fritte ed una birra Cusquena scura.
Dopo mangiato visitammo la piazza del paese ed il museo dell'artigianato tessile dopodiché ci incamminammo nuovamente lungo la scalinata che ci avrebbe condotto al porticciolo in tempo per la partenza della motobarca prevista per le 14.00.
Il viaggio di ritorno ci sembrò molto più lungo dell'andata, la nostra guida con un orecchio attaccato all'altoparlante di una piccola radio a transistors stava ascoltando quasi ipnotizzato la radiocronaca di una partita del locale campionato di calcio mentre le condizioni meteorologiche andavano lentamente peggiorando con l'avvicinarsi del tardo pomeriggio.
Verso le 18.00 arrivammo al porto di Puño.
Stava cadendo una sottile pioggia che infastidì abbastanza il nostro rientro in albergo.
Restammo in albergo giusto il tempo di lavarci un attivo per poi ritornare al "Dorado" a cenare, fuori una fitta pioggia oltre a condizionare negativamente la vita serale di Puño interruppe i circuiti principali della locale Società elettrica.
Cenammo quasi sempre al buio.
Rientrammo in albergo sempre sotto la pioggia con la testa già al giorno dopo che prevedeva l'estenuante tappa di trasferimento in autobus da Puño ad Arequipa.

18/10/99 - Arequipa

Sveglia alle 7.00 in punto, colazione oramai classica alle 7.30, trasferimento in taxi alla stazione dei bus e puntuale partenza per Arequipa alle ore 8.00.
L'arrivo ad Arequipa è previsto fra le ore 17.00 e le 18.00.
In genere in questa stagione la strada che collega Puño ad Arequipa è difficilmente praticabile a causa delle piogge, ma secondo le informazioni raccolte in precedenza quest'anno la stagione "bagnata" era in leggero ritardo e la strada era perfettamente praticabile.
Prima di affrontare i tratti più pericolosi del percorso il bus effettuò una sosta a Juliaca per caricare alcuni passeggeri locali.
Per quel poco che si poteva vedere Juliaca non meritava più di 5 minuti di sosta.
La città, le cui strade sono tutte rigidamente sterrate, è sostanzialmente un nodo stradale e ferroviario, e con il suo aeroporto raccorda i traffici aerei di quella regione del Perù.
Per il resto quello che ci pervade è un comune senso di abbandono e trascuratezza.
Si riparte e poco dopo si inizia a salire di quota.
La strada ora è stretta e non asfaltata ed il paesaggio inizia a farsi più brullo mano a mano che ci si allontana dalla zona di influenza del lago Titicaca.
Durante il percorso che ci separava dal valico a 4690 m.s.l.m. di Abra Toroya il paesaggio circostante continuava a mutare in maniera sorprendente.
Si passava dai tratti aridi e tipicamente desertici di inizio percorso nei pressi di Juliaca ai colori delle vette rocciose della cordigliera che ricordavano vagamente le Dolomiti nostrane per poi passare a verdi ed ondulati scenari con bassa vegetazione di muschi ed arbusti.
Costeggiammo isolate zone lacustri e terminammo in prossimità del valico con il paesaggio dominato da isolate distese di neve e da una temperatura piuttosto rigida.
Ad Abra Toroya ci fermammo per una mezz'ora per stirarci le gambe ed eventualmente usufruire dei servizi di un improvvisato e fatiscente posto di ristoro.
Prima di partire c'è un avvicendamento al volante, un altro autista che fino ad allora aveva presumibilmente riposato nel vano portabagagli dell'autobus si mette alla guida per condurci fino ad Arequipa.
Si riparte, e la strada è ora costantemente a strapiombo sulla costa della montagna.
Da un lato una poco rassicurante parete di roccia friabile ci dava costantemente l'impressione di essere a rischio di frana mentre dall'altro lato un profondo strapiombo contribuiva a farci prestare particolare attenzione alle manovre del nostro nuovo autista.
Dopo un paio d'ore in queste condizioni e con il cuore in gola arriviamo in prossimità di una grande croce infissa nel terreno circondata da offerte di vario tipo e di montagnole di sassi, manifestazione di fede tipica di quel paese.
Veniamo a sapere che in quel punto pochi mesi prima morirono diverse persone a causa dello scontro di due autobus.
Si prosegue.
Ora la strada è costantemente in discesa ed aspri tornanti si susseguono uno dopo l'altro.
Alla nostra destra si inizia a vedere la vetta bianca del vulcano Misti (5822 m.s.l.m.), segno indiscutibile che ci si sta avvicinando ad Arequipa.
Poco dopo sulla sinistra fa la sua apparizione la Laguna Salinas, un lago di acqua salata a poche decine di metri dalla strada che ci stupisce per la presenza di un'incredibile quantità di fenicotteri rosa.
Entriamo ad Arequipa, dapprima un'agglomerato di bassi edifici in adobe o pietra bianca tipica del luogo evidenzia una periferia popolata da gente poco abbiente, mano a mano che ci si avvicina al centro gli edifici assumono le sembianze tipiche di architetture coloniali ed i quartieri della città si fanno sempre più leziosi.
L'impatto con questa città ben curata, linda e pulita ci fece capire che stavamo definitivamente uscendo dalla totale immersione nella cultura Inka e che da quel punto in avanti sarebbero stati sempre più tangibili (purtroppo) i segni della "contaminazione" spagnola.
Arrivati al "terraporto" (terminal dei bus) incontriamo poco dopo Nancy, sorellastra di Jolanda, con la quale concordammo il trasferimento verso l'Hotel malgrado la sua totale ignoranza di inglese o italiano.
Saliamo in taxi ed insieme a Nancy veniamo condotti all'Hotel "Los Balcones de Moral y Santa Catalina" dove appena arrivati scambiamo qualche positiva impressione con una coppia di italiani che stavano lasciando l'Hotel dopo averci alloggiato per qualche giorno.
Dopo aver lasciato i bagagli ci facciamo accompagnare in banca a cambiare un pò di soldi.
Mentre io prelevo 300 Soles Patty colta da un improvviso "panico" da cambio ne preleva solo 100 (neanche 50.000 Lire).
Rientriamo in albergo e come d'accordo incontriamo Jolanda, giunta direttamente da Cusco.
Prendiamo alcuni accordi preliminari e decidiamo di definire il resto il giorno dopo.
La sera, dietro consiglio di uno dei gestori dell'Hotel, andiamo a cenare al ristorante tipico Are Quipay, dove con immenso gusto mangiamo una buonissima bistecca di alpaca (senza colesterolo) ed una altrettanto buona "plata de papas", un mega piatto di patate lessate ed immerse nel formaggio fuso.
Il tutto chiaramente accompagnato da birra Arequipeña, a detta dei locali la miglior birra del Sudamerica.
Ordiniamo anche due fette di torta di mele che "furtivamente" il gestore si fa portare da qualche panetteria - pasticceria locale.
Si rientra ed è notte !!

19/10/99 - Arequipa (giornata di relax)

Ci si sveglia alle 7.30, ed in previsione ci aspetta una giornata di relax dedicata alla visita della città ed alla raccolta di informazioni per le escursioni locali ed i trasferimenti successivi.
Verso le 8.30 siamo in strada e vi rimaniamo per pochi minuti fino a quando i nostri istinti primordiali vengono completamente sopraffatti dal fragrante profumo che usciva da una panetteria.
Seguiamo l'odore ed una volta arrivati a destinazione, completamente ipnotizzati da tutte le leccornie appena sfornate, decidiamo di eleggere a tappa obbligatoria quel meraviglio locale.
Ci accomodiamo ad uno dei pochi tavolini predisposti all'esterno e consumiamo una di quelle colazioni che non si dimenticano.
Sazi e felici paghiamo il conto con immensa gioia e ci dirigiamo verso la centrale telefonica per telefonare a casa e così rassicurare i parenti.
Ci godiamo la bellissima giornata di sole girovagando per Plaza de Armas acquistando cose di prima necessità quali acqua e cibo per i giorni successivi.
Le aiuole curate di Plaza de Armas con i loro impianti di irrigazione quasi sempre attivi rimandano i nostri ricordi alla oramai remota Cusco, mentre la minacciosa vetta innevata del vulcano Misti spunta da dietro l'imponente facciata della Cattedrale concedendole un fascino unico e difficilmente descrivibile.
Camminando camminando entriamo in una agenzia sotto i portici che ci era stata indicata dal francese di Copacabana e trattiamo un pacchetto che prevede il trasferimento a Nazca ed il sorvolo delle famose linee.
Le cifre in ballo sono molto convenienti, ma ci prendiamo un po' di tempo in modo da compararle con la proposta che ci avrebbe fatto Jolanda nel primo pomeriggio.
Usciamo dall'agenzia ed andiamo a visitare uno dei luoghi culto di Arequipa: il convento di St.Catalina.

Convento di St.Catalina

E' stato riaperto al pubblico nel 1970 dopo quattrocento anni di isolamento.
Nonostante la clausura, il voto di povertà e silenzio era rispettato in modo abbastanza relativo, almeno dalle prime monache.
Nel periodo di massimo splendore le celle erano in realtà simili a delle lussuriose alcove, con tappeti inglesi, tende di seta, lenzuola di cotone ricamate e gabinetti con arazzi alle pareti.
Per quanto riguarda il voto del silenzio pare che le monache (figlie dell'aristocrazia ciddadina) parlassero senza restrizione e spendessero enormi somme di denaro; ognuna aveva la propria servitù e possedeva servizi da tavola in porcellana, tovaglie damascate e posate d'argento.
Pare che le novizie per entrare a far parte dell'ordine dovessero provare le proprie ascendenze spagnole e possedere almeno 1000 pesos d'oro.

Entrare nel convento è come calarsi nel mondo del XVI secolo, le stradine, i porticati ed i giardini del convento portano ancora i nomi originali.
Le strade di muri intonacati a calce di colori sgargianti (rosso vivo, blu intenso), la presenza di coloratissime piante da giardino, di colorati fregi, arazzi ed affreschi rendevano l'atmosfera all'interno del convento particolarmente gradevole e rilassante.
I bei chiostri, l'arredamento delle cellette, i servizi e le infrastrutture presenti rendevano l'ambiente tutt'altro che simile a quello che normalmente ci si aspetta da un convento ed era tangibile il fatto che le monache non vivessero un'esistenza di privazioni e preghiere.
Trascorriamo un paio di ore molto rilassanti all'interno del convento che resta comunque una meta particolarmente interessante a prescindere dalle nostre divagazioni mentali e dall'ipocrisia di ciò che a suo tempo simboleggiava.
Verso mezzogiorno rientriamo in albergo dove come da accordi incontriamo Jolanda.
Trattiamo un po' sul prezzo dell'albergo raggiungendo il compromesso a 30USD, definiamo il tour del Canyon del Colca che ci avrebbe impegnato per i due giorni successivi per un totale di 678 Nuevo Soles che comprendevano:
Non concludiamo per il trasferimento a Nazca ed il sorvolo delle linee in quanto l'offerta di Jolanda non era assolutamente competitiva rispetto a quella dell'agenzia consultata la mattina stessa.
Dopo i saluti andiamo a pranzare nella panetteria della mattina dopodiché dedichiamo il resto del pomeriggio al relax ed alla visita di Arequipa.
Nel nostro girovagare entriamo in uno dei tanti locali che permettono una connessione ad Internet per un prezzo irrisorio, verifichiamo se c'è qualche novità dall'Italia e constatiamo con sorpresa il rientro alle corse di "Sochmaker" e la doppietta Ferrari nell'ultimo gran premio che avvicina Irvine al titolo mondiale.
Constato a malincuore la seconda sconfitta consecutiva della mia amata squadra (questa volta nel derby "rubato" dai cugini rossoneri) che rincalza in posizioni di metà classifica quando alla mia partenza, solo una decina di giorni prima. era sola in vetta.
Verso sera rientriamo in albergo, ci rassettiamo ed usciamo a cenare.
La scelta cade su un invitante ristorante argentino, entriamo e notiamo immediatamente che l'arredamento ed il servizio lasciano presagire una cena tutt'altro che economica.
A dispetto dei nostri intenti iniziali che erano orientati verso una cena frugale ed economica, non riusciamo a resistere all'atmosfera confortevole ed invitante che ispirava quel locale e ci accomodiamo al primo tavolo libero.
Le nostre aspettative saranno completamente soddisfatte e ceniamo così mangiando un ottima bistecca di Alpaca accompagnata da buonissimi panini al burro e aglio e da abbondanti quantità di birra Arequipeña.
Come avevamo previsto il conto fu abbastanza alto.
Usciamo comunque sazi e soddisfatti, facciamo una breve camminata per Arequipa e rientriamo in albergo per una riposante notte in attesa della partenza per il Canyon del Colca.

20/10/99 - Canion del Colca

Ci svegliamo come previsto alle 6.30 ed in attesa del bus che ci avrebbe raccolto per l'escursione al Canyon del Colca consumiamo una veloce colazione nel bar attiguo al nostro Hostal in quanto la nostra panetteria di fiducia non apriva prima delle 8.00.
Puntualmente alle 7.30 arrivò il bus.
Percorrendo le strade di Arequipa il bus andava sempre più riempendosi dei nostri compagni di viaggio che strada facendo venivano raccolti dai rispettivi Hostals.
Prima di partire era prevista un'ultima sosta all'agenzia di riferimento per imbarcare la nostra guida: Pilar.
Pilar è una giovane ragazza a suo modo carina, dai lunghi capelli neri e leggermente sovrappeso, la cui caratteristica principale era una voce sibilante ad altissima frequenza che penetrava nei timpani minacciando seriamente l'incolumità dei nostri apparati uditivi.
Dopo le presentazioni di rito si parte, e poco lontano dalla periferia di Arequipa la strada è già notevolmente malmessa e totalmente sterrata.
Ad onor del vero va detto che erano in corso poderosi lavori stradali che una volta terminati collegheranno Arequipa con le città del lago Titicaca grazie ad una nuova importante arteria tutta rigorosamente asfaltata.
Verso metà mattinata effettuiamo una sosta in un'area desertica dove per la prima volta abbiamo l'opportunità di vedere le Vigogne, cugini selvatici di Lama ed Alpaca, molto pregiati per la loro pelliccia.
A differenza degli altri camelidi sudamericani sono molto diffidenti e difficili da avvicinare, ma si contraddistinguono rispetto a Lama, Alpaca e Guanaco dalla loro grazia ed eleganza.
Sostiamo giusto il tempo di scattare qualche foto.
La strada continua ancora per un po' nell'area desertica fino a quando inizia a salire di quota, sostituendo, a mano a mano che si avanzava, il colore ocra di quegli aridi paesaggi con il verde dei muschi e delle vegetazioni montane.
Fu in questo scenario che effettuammo un'altra sosta in una gola particolarmente frequentata da branchi di bellissimi alpaca intenti a brucare erba od a bere nel ruscello che la attraversava.
Ricominciammo a salire raggiungendo così il punto più elevato del nostro percorso a 4750 m.s.l.m. dove una nostra compagna di viaggio ebbe una forte crisi respiratoria causata dall'altura.
Immediatamente fu soccorsa ed attaccata alle bombole d'ossigeno in dotazione del bus, ma la sua ripresa fu molto lenta.
Si riparte, manca poco a Chivay, ma prima di arrivare un branco di Lama ci attraversa la strada, e manco a dirlo effettuiamo un'altra sosta per immortalarli.
Arriviamo così a Chivay, nostra base di riferimento nelle vicinanze del Canyon del Colca, dove trascorreremo la notte.
Il tempo di parcheggiare il bus e ci ritroviamo a pranzare nella sala ristorante al piano terra di quello che sarà il ns. rifugio per la notte.
E' la prima effettiva occasione per socializzare con i nostri compagni di viaggio cosa che fino ad allora non avevamo ancora avuto l'occasione di fare a causa della frenesia della partenza e delle frequenti soste "panoramiche".
Il gruppo era anche questa volta molto vario ed era composto, oltre che da noi, da una coppia di giovani e "massicci" Americani, da una coppia di spagnoli, da un gruppo di irritanti giovani ragazzi francesi o canadesi molo poco disposti a socializzare, da una più che robusta ed anemica ragazza americana e da altre 4 o 5 persone.
Si mangia il classico menù turistico - economico a base di Trucha e bevendo birra dopodiché occupiamo le nostre stanze regalandoci un oretta di riposo.
Le nostre stanze sono sistemate al primo piano del fatiscente edificio sede anche del ristorante che dopo La Paz è senz'altro la peggiore sistemazione che ci sia capitata.
Il resto del pomeriggio viene trascorso alle terme sulfuree di Chivay.
Il gruppo si riunisce quando il sole è già abbondantemente tramontato in tempo per cenare in un tipico locale di Chivay dove un gruppo musicale locale si apprestava ad allietare la nostra serata.
Era il tipico locale per turisti dove cenammo a base di choclo tostado, pollo dorado, patate fritte e birra Arequipeña in abbondanza mentre Pilar dava sfogo ai suoi istinti primordiali ballando e dimenandosi a ritmo di musica.
Andy fece cucinare il suo pollo tre volte prima di essere sicuro di poterlo consumare senza pericolo.
Trascorremmo nel locale una buona parte della serata , ma alfine la stanchezza sopraggiunse e ci ritirammo in camera per trascorrere la nostra unica notte a Chivay.

21/10/99 - Canion del Colca (cruz del condor)

Durante la notte non riusciamo a riposare moltissimo a causa della pendenza dei nostri letti, comunque il risveglio avviene come da orario prefissato verso le 7.00 a.m. ed è seguito da una buona colazione nello stesso locale dove avevamo pranzato il giorno prima.
Dopo colazione si parte così per la parte più interessante del nostro tour che oltre a diverse soste lungo il Canyon prevede come destinazione finale la Cruz del Condor, luogo dove a detta delle guide locali con un po' di fortuna è possibile avvistare Condor in volo.
A dire il vero le impressioni che avevamo raccolto fino ad allora rendevano molto improbabili tali avvistamenti e comunque le probabilità erano maggiori per appostamenti organizzati nelle primissime ore della mattina.
Non eravamo molto fiduciosi di riuscire nell'intento anche considerando che vista l'ora della nostra partenza si ipotizzava di arrivare alla Cruz del Condor non prima delle 9.00 a.m.
Malgrado fossimo già in ritardo si effettuò una ulteriore sosta a Yanque, piccolo centro abitato della valle del Colca, per attendere i due spagnoli nostri compagni di viaggio che avevano scelto un altro luogo per trascorrere la notte.
Fra borbottii e malumori si riparte in notevole ritardo sulla tabella di marcia e si arriva alla Cruz del Condor alle 9.30 circa.
Scendiamo dal bus, e facendoci largo in mezzo ad un notevole numero di persone aggregate ad altre comitive turistiche ci dirigiamo verso la Croce per avere una visuale più panoramica di tutto il canyon.
Mano a mano che ci avviciniamo all'orlo del precipizio notiamo una certa agitazione fra i presenti fino a quando arrivati sul bordo scopriamo il motivo di questo fermento.
A pochi metri da noi 3 magnifici esemplari di giovani condor erano appollaiati su un ramo che sporgeva dalla parete del canyon mostrandosi particolarmente indifferenti alla nostra presenza malgrado l'agitazione generale di tutte le persone presenti.
Da allora fino alle 11.00 circa, orario della nostra ripartenza, fu un continuo susseguirsi di decolli ed atterraggi da parte dei 3 "rampolli" mentre sporadicamente qualche condor adulto sorvolava con circospezione la zona.
Era notevolmente evidente l'abitudine alla presenza umana da parte di quei Condor e la nostra impressione, anche se non è mai stata confermata da nessuno, era che in prossimità della Cruz del Condor del personale incaricato dalle agenzie turistiche o dal "Comune" di Arequipa, scaricasse periodicamente carogne di animali morti e residui organici per attirare sul posto i maestosi rapaci.
A prescindere dai motivi che li attiravano sul posto rimane comunque indescrivibile l'emozione nel vederli maestosamente in volo.
Si riparte verso le 11.30 e prima di rientrare a Chivay ci fermiamo in alcuni punti panoramici lungo il Canyon.
Il Canyon del Colca raggiunge i 3182 m. di altezza (il doppio del Grand Canyon) è una delle gole più profonde del mondo ed è effettivamente uno spettacolo molto particolare con i suoi terrazzamenti squadrati ed i canali di irrigazione, retaggio di tecniche agricole originarie di molti secoli fa.
In prossimità di uno di questi punti di osservazione Pilar ci fa notare una pietra - mappa che rappresenta quella parte del canyon con riportati in incisione tutti i canali che veniva utilizzata come modellino in scala per studiare le tecniche di irrigazione.
Effettuiamo anche una sosta in prossimità di alcune particolarissime tombe pre-incaiche posizionate a diversi metri di altezza nella parete di roccia che sovrasta la strada.
Prima del rientro a Chivay ci si fermiamo nuovamente a Yanque dove ne approfittiamo per effettuare una veloce visita all'esterno della sua chiesa tipicamente coloniale.
Si arriva a Chivay e prima di rientrare ad Arequipa pranziamo gustando "ocopa Arequipena" e "trucha".
Si riparte per Arequipa e nel punto più elevato del nostro itinerario (4750 m.s.l.m.) ci fermiamo a fare qualche foto sotto una leggera nevicata.
Arriviamo ad Arequipa nel tardo pomeriggio, e dopo esserci rassettati un attimo usciamo per organizzare le nostre prossime escursioni.
Nelle nostre intenzioni c'era il Campiña tour, escursione nei pressi di Arequipa che prevedeva il giro dei vari quartieri e dei siti più significativi, la visita alle pitture rupestri di Toro Muerto, o la visita al lago salato "Laguna Salinas", sito interessante dal punto di vista faunistico.
Si conclude a 105 Nuevo Soles per il Campiña tour in quanto l'escursione per Toro Muerto è particolarmente impegnativa, costosa e con alcune difficoltà organizzative, mentre scopriamo che la Laguna Salinas è lo stesso lago che avevamo già visto durante il trasferimento da Puño.
Gironzoliamo per Arequipa fino a quando ci infiliamo a cenare in una rosticceria dove svendevano a prezzi di liquidazione quantità industriali di pollo arrosto e patate fritte.
All'uscita dalla rosticceria ci fermiamo in una panetteria ed acquistiamo alcune paste da mangiare al volo dopodiché rientriamo in albergo per trascorrere la notte.
Durante la notte una forte scossa di terremoto ci sveglia tutti e tre di soprassalto e con il cuore in gola, in preda ad una leggera crisi di panico ed alla ricerca di un luogo sicuro.
Ci riversiamo nei corridoi dell'albergo, ma con nostra sorpresa tranne noi non c'è nessun altro.
Ci chiediamo se abbiamo sognato o meno e senza darci una risposta ritorniamo a letto per cercare di riprendere sonno.
Non sarà così facile.

22/10/99 - Arequipa e dintorni

Al risveglio decidiamo, come oramai da consuetudine, di fare colazione nella nostra panetteria preferita in attesa delle 9.00 a.m., ora prevista per la partenza del "Campiña tour".
Arriviamo puntuali in agenzia e con circa mezz'ora di ritardo, guidando una recalcitrante e fumeggiante vecchia auto, arriva la nostra guida: Patricia, una signorona di una cinquantina d'anni che ci ispira un non so ché di familiare.
Il "Campiña tour" prevede un itinerario semi-cittadino che ci porterà a toccare alcuni dei distretti più famosi di Arequipa ed alcuni altri punti di interesse storico culturale.
Si inizia con una fermata nel distretto tipicamente coloniale di Yanahuara dove la parte di maggior interesse è una verde piazza centrale sulla quale si affaccia una chiesa del 1750 e dove si incontra il "Mirador de Yanahuara", un punto panoramico sulla città ed il vulcano Misti caratterizzato da una serie di pittoreschi archi.
Qui chiedemmo a Patricia informazioni sulla scossa di terremoto della notte e lei, pur affermando che era stata di notevole intensità, disse che rientrava comunque nella normalità e che per gli abitanti di Arequipa era un elemento della vita di tutti giorni.
Ci dirigiamo poi nel distretto di Sachaca dove raggiungendo la sommità di una alta torre si può godere la migliore vista panoramica su Arequipa.
Durante gli spostamenti fra un distretto e l'altro notammo assembramenti di gente che in mezzo alla strada bruciavano vecchi copertoni ed altro materiale combustibile.
Venimmo a sapere da Patricia che era in corso una protesta popolare contro le recenti misure prese dallo Stato contro l'inquinamento che imponevano particolari oneri per chi utilizzasse autovetture a combustibile inquinante od in pessime condizioni di manutenzione.
Questa affermazione ci lasciò piuttosto sconcertati in quanto viste le misere condizioni economiche della stragrande maggioranza della popolazione, la maggioranza dei veicoli che circolavano per le strade del Perù erano ridotti in condizioni da post - rottamazione.
Dopo Sachaca raggiungiamo Huasacache, località nelle vicinanze dei rio Socabaya dove visitiamo la "Mansión del Fundador", casa nobile e ristrutturata del XVIII secolo.
Ultima tappa dopo Sachaca, Sabandia, località sede di un bellissimo mulino in roccia vulcanica restaurato pietra per pietra il più fedelmente possibile nel 1973 basando la ricostruzione su documentazioni d'epoca e memorie degli abitanti della zona che ricordavano il mulino quando era ancora in funzione circa 50 anni prima.
Salutammo Patricia dopo averci ricondotto in città e verso le 12.30 terminò il nostro tour.
Prima di rientrare in albergo mangiammo un "Hamburgesa" in un locale adiacente a Plaza de armas che lasciò traccia dentro di noi per tutto il resto del giorno.
Il primo pomeriggio lo dedicammo alla visita del convento - museo della "Recoleta", fondato nel 1648 è caratterizzato da vari chiostri che sono un esempio tipico di architettura coloniale arequipeña.
In attesa dell'apertura facemmo amicizia con un piccolo e sporco ragazzino di circa 8 anni che si avvicinò a noi in cerca di qualche piccolo regalo.
Bastarono qualche caramella alla menta ed alcune M&M. per farlo felice.
Entrammo.
Le varie sezioni del museo trattano più o meno tutti i periodi storici che hanno caratterizzato Arequipa, infatti c'è una sezione dedicata a reperti pre-colombiani, un piccolo museo religioso ed una pinacoteca dedicati al periodo coloniale, ed una sezione amazzonica con animali imbalsamati, strumenti e vestimenta delle popolazioni amazzoniche.
La parte più interessante rimane comunque la vecchia biblioteca, con i suoi scaffali pieni di opere del XVI, XVII e XVIII secolo che può vantare più di 25.000 volumi.
Uscimmo dalla Recoleta con Patty che iniziava ad avere qualche problema intestinale.
Dietro consiglio di Patricia ritorniamo verso il centro di Arequipa per una visita al "Museo Santuarios Andinos" dove avremmo visto "Juanita", la famosa mummia perfettamente conservata e rinvenuta pochi anni or sono tra i ghiacci di uno dei vulcani della zona.
Appena entrati venimmo informati che Juanita è in Giappone per alcuni studi ed al suo posto nella bacheca c'è una copia in plastica.
Il museo contiene per lo più reperti e cimeli inka e pre-inka, vasellame, monili, attrezzi, utensili ed idoli sacrificali, fino a quando arriviamo in una stanza dove all'interno di bacheche refrigerate erano conservate alcune mummie.
Forse a causa dello sbalzo di temperatura e forse anche in relazione ai segnali premonitori già avuti al museo della Recoleta, Patty dopo qualche minuto che gironzolavamo in mezzo alle mummie sbiancò totalmente e svenne.
Riuscì a malapena a sostenerla, la portammo all'esterno facendola stendere su una panchina e poco a poco rinvenne.
Accorsero alcune persone che iniziarono a prestarle alcune cure convinti che fosse mal d'altura, e feci un po' di fatica a fargli capire che era un altro tipo di malore in quanto oramai era già da tempo che ci eravamo acclimatati.
Dopo circa mezz'ora si riprese parzialmente, le facemmo bere un tè caldo dopodiché con molta calma rientrammo in albergo per farla riposare.
In albergo accusò una violenta crisi gastro - intestinale, al che ingurgitò qualche pastiglia di Bimixin e si mise sotto le coperte.
Poco dopo anche Andy iniziò a dare qualche segno di cedimento manifestando senso di nausea.
A parte gli "Hamburgesa" della tarda mattinata non avevamo mangiato niente di particolare, e comunque io stavo bene, tutto sembrava orientarsi per problemi derivati dagli sbalzi di temperatura ai quali ci eravamo sottoposti nelle stanze del Museo Santuarios Andinos.
Decidiamo ovviamente di evitare tour di qualsiasi tipo per il giorno dopo e trascorriamo il resto della giornata in camera in attesa di miglioramenti clinici.
Durante la sera esco per qualche minuto nell'intento di acquistare qualcosa di salato che i due degenti sembravano appetire ma che al mio rientro rifiutarono a causa di una involuzione del decorso clinico.
Trascorriamo una notte ... quasi tranquilla.

23/10/99 - Ultimo giorno ad Arequipa

Il risveglio, a parte qualche sintomo di debolezza residua per i due astanti, è apparentemente tranquillo, ed io continuo a non accusare alcun problema.
In vista della partenza prevista per Nazca prevista per le 20,30 del giorno stesso ed in virtù delle condizioni fisiche di Andy e Patty, decidiamo di trascorrere la giornata nel tentativo di eliminare tutti i postumi del giorno precedente.
A metà mattinata, con Andy che evidenzia qualche linea di febbre, usciamo a fare colazione per permettere l'assunzione di una pastiglia di tachipirina.
Rientriamo in albergo.
Avremmo dovuto abbandonare la camera entro la mattinata, ma per un piccolo supplemento concordiamo con i ragazzi della reception di poterla occupare anche nel pomeriggio in attesa della partenza.
Verso metà giornata riesco a convincere Andy e Patty ad uscire per mangiare qualcosa, al che facciamo ritorno al ristorante "Are Quipay" dove i miei compagni di viaggio ordinano un brodino ed un po' di carne di pollo lessata.
I due convalescenti, in particolare Patty, trascorrono il resto del pomeriggio tra il letto ed il bagno, fino a quando la convinco ad assumere un paio di pastiglie di Bimixin che grazie al cielo riescono a stabilizzarle l'intestino.
Se questo non fosse successo il trasferimento notturno da Arequipa a Nazca sarebbe diventato un incubo per tutti.
Le cose sembrano migliorare, alle 19.00 liquidiamo le nostre spettanze ed in taxi ci trasferiamo al "terraporto" di Arequipa in attesa della partenza.
Acquistiamo i biglietti per la "Cruz del Sur" e ci accomodiamo nella vasta sala d'aspetto in attesa dell'imbarco previsto per le 20.15 circa.
Nell'attesa Andy, apparentemente rinsavito, decide di placare i suoi rinnovati istinti famelici e si dirige verso uno dei chioschi presenti nella sala.
Ritorna poco dopo con un grosso panino al formaggio che mi lascia un poco perplesso soprattutto in considerazione dei problemi avuti nelle ultime ore.
E' infatti sufficiente quel panino per dare nuova linfa alla crisi gastro - intestinale di Andy che poco dopo inizia a sbiancare in viso e ad accusare nuovamente sintomi di nausea.
Una bella prospettiva per l'imminente viaggio.
Ci imbarchiamo ed alle 20.30 circa partiamo puntualmente.
Il bus è pieno in ogni ordine di posti sia a sedere che in piedi, ma molti degli occupanti sono persone del luogo che scenderanno quasi tutti nelle prime fermate prima che il bus arrivi sulla costa iniziando a percorrere la Panamericana.
Durante il viaggio Andy all'occorrenza si presta a dare assistenza alla sua vicina di posto ed al suo piccolissimo neonato.
Verso mezzanotte, in una delle ultime soste previste prima di imboccare la Panamericana, siamo svegliati da alcune ragazzine che entrano nel bus urlando ".. chicherones, .... gelatina ....", nella speranza di vendere qualche budino molle e sacchetti contenenti quelli che per noi sono ciccioli di maiale.
Per il resto del viaggio la Patty ed Io riusciamo anche a dormire per lunghi periodi, mentre Andy non chiude un occhio.
Il resto della notte trascorre tranquilla fino a quando verso le 5.30 di mattina arriviamo a Nazca.

24/10/99 - Nazcá

Stanchi per il viaggio e con gli occhi ancora appiccicosi scarichiamo i nostri zaini ed immediatamente incontriamo il sig. Periko, nostro riferimento a Nazca, il cui nome è già un presentimento.
Immediatamente ci accompagnò all'hotel "Alegria", poco distante, per depositare i bagagli ed attendere l'ora giusta per fare colazione in attesa di trasferirci all'aeroporto turistico di Nazca per sorvolare le linee.
Ne approfittiamo per rassettarci e riposarci un attimo.
Nazca si trova su un altipiano a circa 600 metri di altezza nel mezzo di uno dei deserti più aridi del mondo e già a quell'ora della mattina la temperatura era abbastanza elevata.

Nazcá

Fino a sessant'anni fa Nazcá era un semplice villaggio peruviano come tanti altrei e la sua unica particolarità consisteva nel fatto che per raggiungerlo da Lima bisognava attraversare uno dei deserti più aridi del mondo.
Ma è proprio questo deserto, la cui superficie venne utilizzata da antiche popolazione come una lavagna su cui tracciare giganteschi disegni, che oggi attira migliaia di turisti in una sperduta e assolata cittadina coloniale di 25.000 abitante, e che ha fatto della pianura che si estende a nord della città uno dei più grandi misteri del nostro tempo.

Verso le 7.00 finalmente consumiamo una veloce colazione ed approfittiamo del tempo rimanente per fare una telefonata a casa.
Alle 8.30 torna Periko che ci accompagna all'aeroporto turistico dove alle 9.00 eravamo pronti per salire su un piccolo Cesna di sei posti per sorvolare finalmente le famose linee.
L'umore è buono e tra l'euforia generale prendiamo posto a sedere sul piccolo aereo.
Insieme a noi, oltre il pilota, ci sono due anziane signore presumibilmente svizzere.
Il pilota prima di partire ci spiega che in prossimità di ogni figura effettuerà due passaggi in virata per permetterne la visione sia a coloro che sono seduti sul lato destro dell'aereo sia a quelli seduti sul sinistro.
Si parte, e dopo una breve rincorsa l'aereo si alza da terra.
All'interno le vibrazioni e le folate di vento si sentono tutte, comunque fra l'ilarità generale ci approssimiamo alla prima figura, la balena.

Le linee di Nazcá

Le linee di Nazcá rappresentano una serie di animali, figure geometriche e uccelli le cui dimensioni raggiungono i 300 metri.
I disegni sono stati tracciati raschiando la superficie arida del deserto e sono rimasti intatti per circa 2000 anni grazie alla scarsità di piogge nella zona e all'azione del vento che ha, per così dire, "spazzato" la pampa senza rimuovere gli strati superficiali del suolo.
Il primo ad accorgersi che l'insieme di quelle strane linee formava delle enormi figure fu Paul Kosok, uno scienziato statunitense che nel 1939 sorvolò la costa peruviana a bordo di un piccolo aereo.
Fino a quel momento i solchi erano stati ritenuti parti di un sistema di canali di una civiltà pre-inca, ma Kosok, esperto di irrigazione, si rese subito conto che non servivano affatto a trasportare l'acqua.
La sorte volle che il volo di Kosok avvenisse proprio nel giorno del solstizio d'estate.
Mentre lo scienziato sorvolava la zona una seconda volta, si accorse che i raggi del sole cadevano parallelamente alle linee di un disegno che riproduceva le sembianze di un uccello con le ali spiegate.
Kosok battezzò immediatamente la pianura "il più grande libro d'astronomia del mondo".
Tuttavia non fu Kosok ad avere l'onore di diventare il maggiore esperto delle misteriose linee, bensì una tedesca laureata in matematica di nome Maria Reiche, che studiò i disegni e li riprodusse in una mappa.
Maria aveva 35 anni quando incontrò Kosok lavorando come interprete durante un seminario di studio su Nazcá.
Al termine del seminario la Reiche si soffermò a parlare con Kosok che la incoraggiò ad approfondire gli studi della pianura.
Convinta dalle parole dello scienziato, Maria si gettò a capofitto in quell'affascinante impresa dedicandovi i successivi cinquant'anni della sua vita.

Arrivati sulla figura della balena il pilota inclina bruscamente il piccolo velivolo in modo da rendere più facile la visione ed allo stesso tempo si appresta a farci da cicerone: " .... alla derecia ...." ed io, mentre cerco di intravedere le mitiche figure con la coda dell'occhio vedo Patty che cambia drasticamente colore smorzando la sua iniziale euforia all'interno di un sacchetto di plastica insieme a tutta la sua colazione.
Il volo sarebbe durato circa mezz'ora, e per Patty furono i più lunghi 30 minuti della sua vita.
Il pilota iniziò una serie di brusche virate sottolineate dal suo intercalare " .... alla izquerda .... alla derecia ...." mentre Patty non riusciva a tenere la sua bocca lontana dal sacchetto.
Da parte mia ero freneticamente impegnato con una mano ad aiutare la Patty passandole in continuità una serie di fazzoletti di carta e sostituendole il sacchetto, mentre con l'altra cercavo in qualche modo di fotografare qualcuna delle figure che si intravedevano in rapida successione.
La balena, il colibrì, il pappagallo, l'astronauta ....., ma Patty viveva la sua sofferenza sempre china sul sacchetto mentre sul piccolo aereo nessuno tranne me si era ancora accorto di niente.
Finalmente atterriamo, ed in una caldissima ed assolata giornata ci sistemiamo all'ombra di una tettoia in attesa che Patty si riprenda.
Era ridotta uno straccio e mentre cercava di riprendersi l'unica preoccupazione di Periko sembravano essere le mie scarpe nel suo insistente tentativo di convincermi a barattarle con le sue.
Arrivò la guida che ci avrebbe 1condotto al cimitero di Chauchilla, ma le condizioni di Patty lo costrinsero ad aspettare insieme a noi il miglioramento della situazione.
Dopo circa un'ora Patty diede qualche segno di ripresa, e decise di fare un tentativo per continuare il nostro tour.
Saliamo sulla scassatissima vettura della nostra guida, un modello di Wolkswagen mai visto prima, nera, con motore posteriore e vagamente simile alle nostre vecchie Fiat 850.
Giusto il tempo di salire e Patty ebbe un ritorno di fiamma che la costrinse ad "evacuare" sui sedili posteriori dell'auto della nostra povera guida.
Sospendemmo nuovamente i preparativi per la partenza fino a quando, questa volta senza sorprese, Patty si riprese e finalmente partimmo alla volta del cimitero di Chauchilla.

Il cimitero di Chauchilla

Ad una trentina di km. da Nazcá è visitabile l'affascinante quanto inquietante cimitero di Chauchilla, una pianura in mezzo al deserto cosparsa di ossa, teschi, frammenti di vasi e mummie.
Il sito non è stato sottoposto a studi o restauri per impedire ulteriori furti (gran parte delle mummie sono state dissotterrate dai saccheggiatori di tombe), ma soprattutto per mancanza di finanziamenti.

Dopo aver percorso un tratto della Panamericana e circa una decina di km. di strada sterrata in mezzo al deserto, arriviamo senza problemi al cimitero di Chauchilla.
Qui troviamo uno scenario macabro ma affascinante, un percorso segnalato ci guidava fra le strade di una necropoli dove all'interno di nicchie in muratura grezza c'erano teschi, ossa e mummie più o meno conservate, tutte orientate verso il sol levante, evidente segno di un cultura funeraria tipica delle civiltà pre-incaiche di Nazcá.
Patty procedeva barcollando fra le rovine del sito non molto alleviata nelle sue sofferenze dal caldissimo sole battente di quelle ore della giornata.
Dedichiamo circa mezz'ora al sito dopodiché contattiamo la nostra guida, saliamo nuovamente sulla sua avventurosa automobile e concordiamo una visita ad uno dei sofisticati impianti idraulici realizzati dalle antiche popolazioni locali che tuttora provvedono a garantire l'approvvigionamento idrico per fini agricoli: l'acquedotto di Cantalloc.
L'acquedotto, opera di notevole ingegneria idraulica, comprendeva un condotto sotterraneo in pietra che prelevava l'acqua dalle falde più interne situate negli strati più interni dei promontori montuosi che circondano Nazcá.
Il condotto viene intercettato ad intervalli più o meno regolari in alcuni punti grazie ad un ingegnoso sistema di rampe a spirale che ne permettono l'accesso per operazioni di pulizia e manutenzione.
L'acqua all'interno del condotto scorre tuttora limpida e rigogliosa in maniera piuttosto sorprendente se si considera che l'acquedotto si trova in una delle zone desertiche più aride del sudamerica.
Andy ed Io terminiamo la visita all'acquedotto mentre Patty, provata dagli eventi della mattinata, si riposa all'ombra di un albero.
Lasciamo l'acquedotto di Cantalloc e ci facciamo condurre ad effettuare una breve visita ai resti della città amministrativa Inka.
Il tour avrebbe previsto un altro paio di soste presso alcune attività manifatturiere locali, ma il caldo, la nostra stanchezza e le condizioni di Patty ci spingono a terminare qui la visita.
Dalla nostra guida ci facciamo condurre in città e ci facciamo consigliare un luogo dove poter mangiare qualcosa.
Ci scarica di fronte ad un locale che solo troppo tardi scopriamo essere una sorta di ristorante cinese che in quelle condizioni climatiche non rappresentava certamente il tipo di cucina adatta a noi.
Ci sediamo comunque ed ordiniamo alcuni "pesantissimi" piatti che in gran parte non riusciamo a mangiare.
Erano circa la 13.00, e fuori un sole battente rendeva l'aria irrespirabile.
Torniamo all'Hotel Alegria nell'intento di rintracciare Periko che avrebbe dovuto procurarci i biglietti del bus per la partenza prevista circa alle 16.30.
Lo cerchiamo dappertutto, ma in agenzia c'è solo un ragazzino che non è al corrente della nostra situazione.
Periko non era rintracciabile né di persona né telefonicamente, nessuno sia in agenzia sia all'Hotel riusciva a darci sufficienti informazioni relative al bus che ci avrebbe dovuto condurre a Pisco.
Andammo immediatamente al terminal - bus ma i nostri nomi non risultavano fra le prenotazioni.
Ci rivolgemmo nuovamente all'agenzia ed in Hotel ma l'unica cosa che riuscivano a consigliarci era di aspettare perché prima o poi Periko si sarebbe fatto vivo.
Iniziammo ad essere particolarmente preoccupati ed incazzati fino a che decidemmo di trovare da soli una soluzione alternativa.
Andy ed io uscimmo in strada augurando a Periko ogni bene, ed in poco più di dieci minuti raccogliemmo sufficienti informazioni per raggiungere Pisco in maniera autonoma.
Da Nazcá, al prezzo di 8 Soles a persona, partivano le cosidette "auto collettive" che ci avrebbero condotto fino ad Ica, località dalla quale era molto più facile raggiungere Pisco utilizzando le linee di bus in quanto la tratta Ica - Pisco era meglio asservita.
Contrattammo con un "padroncino" il prezzo per l'auto collettiva, trovammo un accordo e fortunatamente partimmo immediatamente grazie ad altre due ragazze che già da tempo stavano aspettando che si completasse l'equipaggio in quanto questa è la condizione minima per la partenza.
Saliamo in auto e torniamo in Hotel a raccattare bagagli e Patty, carichiamo tutto e partiamo alla volta di Ica.
L'auto messa a nostra disposizione era una vecchissima auto americana anni '60, non meno di 3000 cc di cilindrata, la Patty ed io ci sistemammo accanto all'autista nel monosedile anteriore mentre dietro si accomodò Andy in compagnia delle due giovani ragazze peruviane.
Con nostra sorpresa poco dopo la partenza l'auto si fermò fra i malumori e le lamentele di Andy e delle due ragazze che furono costretti a stringersi ulteriormente per fare posto ad una anziana e robusta signora tra l'altro piuttosto maleodorante.
Si riparte, e tagliando quella fetta di deserto in un paio d'ore arrivammo ad Ica.
Scendiamo salutando tutti, scarichiamo i bagagli, ci dirigiamo al terminal - bus e prendiamo al volo un bus della linea Saky s.a. che in poco tempo ed a modico prezzo ci avrebbe condotto a Pisco.
Compiacendoci per aver deciso di mollare Periko ci rendemmo piacevolmente conto di essere notevolmente in anticipo sui nostri tempi di marcia e contemporaneamente di aver speso molto meno di quanto pronosticato per quel trasferimento.
Erano circa le 17.00 quando arrivammo a Pisco.
Come da accordi presi a suo tempo con Jolanda cercammo l'Hostals St.George dove in teoria doveva esserci una prenotazione a nome nostro.
Arrivati all'Hostals, poco lontano dal terminal bus, scopriamo che i nostri nomi non compaiono fra le prenotazioni.
Fortunatamente è comunque disponibile una stanza tripla al convenientissimo prezzo di 60 Soles che immediatamente prenotiamo.
Da li a poco concludiamo per 65 Soles anche per il tour alle isole Ballestas e penisola di Paracas rimanendo il resto della giornata a nostra disposizione.
Prima di cena dedichiamo un po' del nostro tempo per una visita del centro di Pisco, rientrando in albergo al calare delle prime ombre della sera.
Rientrati in camera apprendiamo a malincuore dalla TV il caso dei 30 bambini morti a Cusco intossicati da un micidiale cocktail a base di latte ed insetticida.
Usciamo a cenare, e tradendo una delle nostre più sacre convinzioni entriamo in un locale vicino all'albergo con l'intento di mangiare pizza.
Ordiniamo la pizza e nel frattempo ne approfittiamo per assaggiare il tanto decantato Pisco Sour, una potente mistura a base di un distillato d'uva dal colore chiaro tipico di Pisco a cui vengono aggiunti succo di limone fresco, bitter, bianco d'uovo e zucchero a velo.
Finito il cocktail continuiamo ad aspettare la nostra pizza fino a quando, con fare circospetto, una vecchia signora entra nel locale con una borsa nelle mani.
Pochi minuti dopo ci servirono un misero quarto di pizza a testa.
Sommando 2+2 capimmo che i gestori del locale ordinavano le pizze in chissà quale altro locale, ci ridemmo sopra, mangiammo quell'acconto di pizza e prima di rientrare facemmo un altro giro per le animate vie di Pisco.

25/10/99 - Pisco, Isole Ballestas e Penisola di Paracas

Ci svegliammo in tempo per fare colazione a modico prezzo nell'attiguo ristorante in modo da essere pronti per le 7.00 a.m., ora prevista per la partenza.
Come previsto puntualmente arrivò il minibus che ci avrebbe condotto all'imbarcadero di Pisco dove ad aspettarci, oltre alla nostra guida, c'era il motoscafo per l'escursione alle isole Ballestas.
La nostra guida era un peruviano nero di mezz'età, che parlava sia inglese che spagnolo, e che spesso si lasciava scappare "simpatiche" battute soprattutto in direzione di noi italiani grazie ai tanti facili luoghi comuni che ci rendono famosi in tutto il mondo.
La giornata è bellissima, e dopo circa mezz'ora di attesa ci imbarchiamo sul motoscafo e partiamo costeggiando la penisola di Paracas con destinazione isole Ballestas.

Baia di Paracas

Sulla costa, a circa cinque chilometri da Pisco, si incontra la Baia di Paracas, così chiamata per i forti venti omonimi che danno origine a violente tempeste di sabbia nella zona costiera.
L'area, che è stata trasformata in in parco nazionale dove molti avventurosi vengono a festeggiare il capodanno in tenda, è soprannominata "Galapagos dei poveri".
Nella sua riserva naturale vivono molti mammiferi marini e vari uccelli esotici fra cui i fenicotteri rossi e bianchi che si dice abbiano ispirato al generale San Martín i colori della bandiera dell'indipendenza peruviana.

Le acque della Baia erano di un bellissimo verde cupo che contrastava nettamente con il giallo vivo della sabbia della superficie, e la frastagliata costa della penisola di Paracas, con i suoi anfratti ed insenature naturali era particolarmente affascinante.
Dopo circa mezz'ora di navigazione arrivammo al cospetto del famoso Candelabro disegnato in tempi remoti nel deserto di Paracas.
Il Candelabro è inciso nella parete rocciosa di una scogliera della penisola e tuttora non trova unanimi pareri nelle varie ipotesi formulate dagli scienziati atte a giustificarne l'esistenza.
Taluni hanno ipotizzato l'esistenza di un collegamento fra la gigantesca incisione e la costellazione della Croce del Sud, altri vi vedono l'immagine stilizzata di un cactus, simbolo di potere nella cultura chavinica, che fiorì più a nord ma la cui influenza si estese in gran parte del Perù.
In realtà, la magia del cactus è legata ai poteri allucinogeni della pianta utilizzati dai massimi sacerdoti delle antiche culture indio.
Dopo qualche minuto di osservazione abbandonammo il Candelabro e riprendemmo la navigazione verso le isole Ballestas ove arrivammo in circa un'ora.

Isole Ballestas

Gran parte della riserva naturale della Baia di Paracas si trova nelle Isole Ballestas, dove leoni di mare, foche, pinguini, uccelli e tartarughe, molto rare a queste latitudini, si offrono senza paura agli obiettivi delle macchine fotografiche dei turisti.
Sulle isole nidificano decine di specie di uccelli, fra cui albatros, alcatraz, pellicani e varie specie di gabbiano.

Le isole, completamente di roccia, con i suoi archi naturali scavati dalla forza del mare, le sue insenature, le sue grotte a pelo d'acqua ed alcune piccole spiagge di sabbia gialla ai piedi di ripide pareti di roccia, si presentò immediatamente molto affascinante.
La nostra eccitazione andava aumentando raggiungendo il culmine all'avvistamento del primo scoglio assediato da un gruppo di leoni di mare.
Da lì in avanti fu un continuo susseguirsi di otarie, leoni di mare, albatros ed altri uccelli marini, mentre noi, nella nostra eccitazione, saltavamo da un lato all'altro del motoscafo alla ricerca di nuovi e sempre più emozionanti avvistamenti.
Leoni di mare e foche erano a migliaia ed oltre a popolare scogli, spiaggette ed insenature, nuotavano in massa sulla scia del nostro motoscafo nell'intento di avvicinarsi per socializzare lasciandosi andare a salti, immersioni ed acrobazie di ogni tipo.
Durante i periodi di sosta del motoscafo si avvicinavano tanto al punto di farsi quasi toccare dimostrando che la presenza dell'uomo non aveva ancora alterato i delicati equilibri ecologici di quell'area.
La nostra foga veniva saltuariamente distratta dalle simpatiche didascalie della nostra guida che alla vista di un'enorme coppia di leoni di mare disse: - "... Sofia Loren e Carlo Ponti ..." -, e poco dopo, alla vista di un altro grosso leone di mare "single": - "... Cristian Vieri ...." -.
In circa un'ora circumnavigammo le isole fermandoci in tutti i punti più pittoreschi ed affascinanti, riuscendo a vedere tra l'altro nell'oscurità di un anfratto, la livrea bianco nera di un pinguino.
Non avremmo voluto abbandonare mai quel paradiso, ma al termine della circumnavigazione salutammo tutti, e prendemmo la rotta di rientro per l'imbarcadero di Pisco.
Rientrammo in porto, dove in prossimità del molo di accesso dell'imbarcadero erano presenti un notevole numero di pellicani desiderosi di ricevere la loro parte di pescato.
Tornammo con i piedi per terra in attesa che ci raggiungesse la nuova guida che ci avrebbe condotto ad effettuare un'escursione nel parco della penisola di Paracas.
Per ingannare il tempo, approfittando dell'attesa, visitammo un mercatino tipico e successivamente ci sedemmo in uno dei tanti locali vicino all'imbarcadero per sorseggiare un tè.
Arrivò la guida, il gruppo si ricompattò e prese posto sul pulmino che ci avrebbe portato ad effettuare un'escursione nell'area desertica della penisola di Paracas toccando alcuni dei suoi punti più caratteristici.
Effettuammo la prima sosta in una zona costiera popolata da miriadi di fenicotteri rosa, che placidi stavano cercando cibo nelle acque basse di quella parte della baia mantenendo la loro caratteristica posizione su una gamba sola.
Ci avviciniamo per fare qualche scatto incontrando tra l'altro sulla spiaggia la carcassa scheletrita di un'otaria, vittima delle conseguenze del "niño" che durante il 1998 fece salire la temperatura dell'acqua della baia dagli abituali 16°C a circa 30°C provocando la morte di migliaia di foche e leoni di mare.
Lasciammo quella baia ed effettuammo una visita al museo naturale del parco dove apprendemmo quali fossero le numerose varietà di animali che era possibile trovare nella riserva.
Grazie alla elevata presenza di plancton che in quelle acque contribuisce ad attirare numerose forme di vita marine, con un po' di fortuna è possibile avvistare, oltre ai già citati leoni di mare, foche, otarie, fenicotteri ed albatros, anche balene, delfini, diverse specie di mammiferi marini, tartarughe, condor, pinguini e molto altro.
Riprendemmo l'escursione con destinazione Lagunillas dove avremmo pranzato.
Arrivammo a Lagunillas, una baia paradisiaca affacciata sul pacifico nelle acque della quale si trovavano ormeggiate numerose piccole imbarcazioni da pesca.
Prima di sistemarci nell'unico locale presente nella baia e presumibilmente in tutta l'area della riserva, dedicammo qualche minuto a gustarci la bellissima visuale che si aveva da quel punto di osservazione.
Madre natura, accostando il color ruggine della spiaggia determinato dalla elevata presenza di ossido di ferro, con il verde scuro dell'acqua ed il giallo vivo della sabbia del deserto era riuscita ad ottenere un gioco di colori e contrasti impareggiabili.
Erano circa le 12.30 ed era ora di saziare i nostri appetiti.
Ci sedemmo ad un tavolo del locale e dopo aver ordinato da mangiare varie prelibatezze a base di pesce fresco appena pescato nella baia, trovammo finalmente il tempo di guardarci attorno e fare conoscenza con il resto del gruppo.
A tavola con noi c'era il solito eterogeneo gruppo di persone dal quale spiccavano le figure di una ragazza tedesca molto strana che da anni dedicava le sue ferie a girare da sola per tutto il sudamerica, una ragazza canadese anch'essa sola, una coppia madre - figlia molto simpatiche provenienti da Barcellona ed un taciturno ragazzo sloveno molto introverso e poco disposto alla socializzazione.
Arrivarono le cibarie, quasi tutti avevano ordinato Lenguado fricho o a la plancia e Marillos, comunque pesce marino freschissimo che ci gratificò oltre che nel fisico anche nella mente.
Naturalmente accompagnammo il cibo con notevoli quantità di birra Cristal, a detta dei locali la miglior birra del Sudamerica.
Fu il pasto migliore di tutto il viaggio, ed a memoria d'uomo comunque nelle prime posizioni della mia classifica personale.
Sazi e soddisfatti verso le 14.00 abbandonammo quel paradiso per dirigerci verso l'ultima delle tappe previste dal tour: "la Cattedrale".
Dopo aver attraversato una parte del deserto di Paracas arrivammo in prossimità di un punto della costa caratterizzato da strutture di roccia simili a faraglioni e da un arco naturale scavato dalla forza del mare e dei venti chiamato appunto "la Cattedrale".
Qui il mare era nettamente più impetuoso e la sommità della costa distava almeno un centinaio di metri dal livello del mare.
Qualche minuto ed altrettante foto dopodiché risalimmo sul pulmino e rientrammo a Pisco per le ore 16.00 circa.
Durante il viaggio di rientro una forma di malinconia iniziò a pervadermi, ero ormai conscio che la nostra avventura volgeva al termine.
Arrivati a Pisco salutammo tutti, ci dirigemmo al terminal bus ed acquistammo i biglietti per Lima.
La sera, dopo aver cenato in un locale non particolarmente significativo, girovagammo per le strade del centro di Pisco dove si stava svolgendo una specie di festa del patrono.
Nella piazza centrale della cittadina, di fronte alla chiesa, due ragazzini simularono una specie di corrida indossando due enormi simulacri in cartapesta che rappresentavano appunto l'uomo ed il toro.
Non so a quale tradizione facesse riferimento quella simbologia, fatto sta che durante la loro battaglia, terminata in un tripudio di fuochi pirotecnici, una enorme quantità di persone eccitate si accalcava nella piazza incitando chi il toro e chi l'uomo.
Alla fine una miriade di razzi e petardi vennero accesi senza tener assolutemente in considerazione la sicurezza degli osservatori al punto che fummo costretti a cercare riparo all'interno della chiesa.
Passato il pericolo tornammo in piazza dove una piccola orchestrina di ottoni composta per la maggior parte di anziane persone locali stava suonando alcuni brani dai ritmi molto particolari che ad orecchio non si ricollegavano a tipiche tradizioni né sudamericane né pre-colombiane.
In piazza si respirava aria di felicità e l'atmosfera che la caratterizzava era particolarmente piacevole.
Il giorno dopo avremmo dovuto affrontare il trasferimento per Lima, decidemmo così di rientrare in albergo per l'ultima notte a Pisco.

26/10/99 - Ritorno a Lima

Il risveglio avvenne con calma e tranquillità, il bus non sarebbe partito prima delle 11.00.
Dedicammo la prima parte della mattina a ricomporre gli zaini dopodiché approfittammo del tempo a nostra disposizione per telefonare a casa e gustare una abbondante colazione ipercalorica in una pasticceria che avevamo adocchiato il giorno precedente.
Verso le 10.00 lasciammo la stanza e, zaini in spalla, ci trasferimmo al terminal bus di Pisco.
Alle 10,45 circa ci imbarcammo su un bus della compagnia "Ormeno" e alle 11.00 partimmo puntualmente.
Allontanandoci da Pisco notammo che come nella tratta Ica - Pisco il paesaggio che dominava era tipicamente desertico, spezzato saltuariamente da oasi di verde in corrispondenza dei piccoli fiumi che sfociavano nella zona e tappezzato da baracche fatiscenti che andavano aumentando mano a mano che ci si avvicinava a Lima.
Verso le 13,30 ci accorgemmo di essere arrivati nell'area di influenza di Lima dalla presenza di alcuni inquietanti insediamenti militari.
Eravamo ancora lontani dal centro e mano a mano che ci si avvicinava al cuore della città aumentavano gli insediamenti urbani composti in prevalenza da baracche dove ogni parvenza di civiltà pareva latente almeno quanto latente era lo Stato in relazione alla realizzazione di opere pubbliche.
Le fogne erano a cielo aperto e le strade, tranne la Panamericana che stavamo percorrendo, erano tutte rigorosamente sterrate e percorse da putridi rigagnoli.
Arrivammo comunque al terminal bus di Lima all'incirca verso le 15.00, prendemmo immediatamente un taxi e ci facemmo condurre all'Hotel Porta, nel quartiere Miraflores, dove Jolanda avrebbe dovuto provvedere a prenotarci una camera al prezzo di 30 US$.
Per guadagnare tempo, una volta arrivati all'Hotel, facciamo attendere il taxista dopo aver concordato il prezzo per essere condotti al famoso "Museo della Nation".
La camera era prenotata, ma con nostra sorpresa il prezzo era di 40 US$.
Evitammo qualsiasi tipo di contrattazione, sistemammo gli zaini in camera e dopo aver effettuato le rituali operazioni di registrazione ci catapultammo immediatamente al Museo della Nation.

Museo della Nation

Inaugurato nel 1990 all'interno di un mausoleo sull'Avenida Javier Prado Oeste, a San Borja, è stato costruito negli anni '70 come Ministero della Pesca ed in seguito ospitò la Banca Nazionale.
Il museo non è ancora completato e si ingrandisce di anno in anno grazie alle donazioni di collezionisti privati e di altri musei.
Al suo interno si trovano impressionanti ricostruzioni di siti archeologici precolombiani e un'ottima riproduzione della "stela" chavínica, un massiccio idolo scolpito nella pietra.
I modelli su grande scala di Macchu Picchu e di altri siti inca sono una discreta anticipazione per chi intende recarsi a Cusco.
Notevole anche la mostra permanente di costumi peruviani, al pianoterra.

Il museo era enorme, e noi avevamo circa 1,45 ore per visitarlo tutto in quanto chiudeva rigorosamente alle 18.00.
Per quanto si possa dire il museo era comunque ben organizzato ed oltre a contenere al suo interno migliaia di reperti originali di valore inestimabile, rappresenta una interessante percorso cronologico delle civiltà che si sono sviluppate nelle varie aree del Perù dai tempi più antichi fino alla formazione dell'impero Inca terminando (ahimé) con la colonizzazione spagnola.
Il museo era organizzato in modo tale per cui per ogni cultura rappresentata nelle varie aree al suo interno erano presenti oltre ai reperti originali di cui sopra numerose ricostruzioni in scala dei siti archeologici e delle antiche città fornendo così una valida panoramica dello sviluppo di queste civiltà.
L'orario di chiusura si stava avvicinando, e fummo costretti ad affrontare l'ultimo quarto d'ora in maniera piuttosto frettolosa e senza approfondimenti uscendo in extremis dal museo mentre gli addetti si apprestavano a chiudere gli accessi.
Uscimmo dal museo all'imbrunire e ci incamminammo sull'Avenida Javier Prado Oeste, una larga arteria a 2 corsie per ogni senso di marcia notevolmente trafficata.
Attraversando l'Avenida i nostri sensi furono pervasi dall'odore dello smog e dall'inquinamento generato dal traffico e dedicammo qualche minuto a compatire i poveri vigili urbani locali che dovevano convivere tutto il giorno con quelle condizioni ambientali.
Iniziammo ad avere fame, decidemmo così di anticipare l'ora di cena optando per un tipico pasto d'importazione nel Mc.Donald che era platealmente visibile ai bordi dell'Avenida.
All'uscita fermammo un taxi che ci ricondusse in albergo dove facemmo una doccia, preparammo definitivamente gli zaini e ci preparammo a trascorrere l'ultima notte in Perù.

27/10/99 - Lima

Il risveglio avvenne senza particolari frenesie verso le 7.30.
Liberammo la camera, e sistemammo i nostri zaini in un ripostiglio che ci era stato concesso dai gestori dell'Hotel per tutto il tempo necessario fino al nostro trasferimento all'aeroporto.
Nel programma era prevista una visita al museo di archeologia ed antropologia e possibilmente un giro in un mercato tipico per acquistare i souvenirs dell'ultimo momento, ma prima di tutto cercammo un luogo dove fare colazione.
Ci incamminammo per le strade di Miraflores, ma tutti i locali o erano chiusi o non ci davano molto affidamento.
Alla fine entrammo in uno squallido buco dove consumammo velocemente un caffè lungo ed una fetta di dolce probabilmente residuo del giorno prima.
Uscimmo in fretta, prendemmo un taxi al volo e ci facemmo condurre al museo di archeologia ed antropologia.

Museo di antropologia ed archeologia

E' situato in Plaza Bolivar, nel quartiere periferico di Pueblo Libre.
Si tratta di uno dei musei pù interessanti di tutto il Sudamerica, con una splendida collezione di ceramiche e tessuti di tutte le culture principali dell'antico Perù, e vari idoli in pietra appartenenti alla cultura Chavín.
Gli oggetti sono disposti molto razionalmente, in ordine cronologico.

Anche questo museo rappresenta un escursus cronologico delle civiltà sviluppate nell'antico Perù, dove erano presenti, oltre ai reperti classici quali idoli in pietra od oro, tessuti, ceramiche e paramenti sacri, anche svariati crani umani deformati come risultato dell'applicazione delle antiche tecniche di deformazione in relazione alla casta sociale di appartenenza.
Visitiamo il museo in poco più di un'ora.
All'uscita blocchiamo un altro taxi e ci facciamo portare in un quartiere periferico dove sapevamo di poter visitare un mercato tipico, era l'ultima opportunità per Andy di procurarsi il famigerato "Puma" che da Pisac non era più riuscito a trovare.
Il quartiere dove era insediato il mercato era poco rassicurante e gli individui che stazionavano ai bordi delle strade avevano facce che incutevano qualche preoccupazione.
Abbandoniamo la strada decidendo di infilarci nei meandri del mercato, ma quello che trovammo era tutt'altro che tipico.
Il mercato era vastissimo, ma era un continuo susseguirsi di bancarelle tutte uguali piene in ogni ordine di posti di oggetti molto poco "artigianali" costruiti appositamente per i turisti.
Solo Andy, in uno dei suoi tanti slanci di consumismo, trovò qualcosa da acquistare, ma di Puma nemmeno l'ombra.
Sulla scia della delusione destataci dal mercato decidemmo di visitare il centro di Lima, fermammo quindi un taxi che ci condusse in Plaza de Armas.
Arrivammo in Plaza de Armas verso le 11.00, in tempo per assistere al cambio di guardia nel cortile del Palazzo Presidenziale mentre all'esterno si stava svolgendo l'ennesima manifestazione di protesta.
In questo caso si trattava dei dipendenti di un'industria di fuochi d'artificio che stavano protestando per la imminente chiusura del loro stabilimento a causa di un disegno di legge che prevedeva la messa al bando dei fuochi forse in vista del capodanno 2000.
Anche in questo caso, come a Cusco, la piazza era presidiata da forze dell'ordine in divisa anti sommossa e da carri blindati.
Aspettammo la fine del cambio di guardia quindi abbandonammo l'inquietante atmosfera della piazza e ci inoltrammo in Jiron de la Union, una delle strade pedonali più frequentate del centro per cercare qualcosa da mangiare ed impegnare così un altro po' di tempo.
Jiron de la Union era una classica strada del centro piena di negozi, ristoranti e fast - food a quell'ora particolarmente frequentata.
Ci guardammo intorno per scegliere il posto in cui mangiare ed alla fine optammo per una pizzeria che a prezzi più che modici sfornava abbondanti ed invitanti porzioni di pizza.
Stimolati dalla fame che a quell'ora stava raggiungendo il culmine divorammo due porzioni di pizza a testa bevendoci dietro un'aranciata che era inclusa gratuitamente nella consumazione.
Soddisfatti, ma non ancora sazi, lasciammo il locale tornando su Jiron de la Union ed alla prima occasione Andy ed io ci gustammo per la prima volta un Churro a testa, rimpiangendo di non averlo fatto prima.
Il Churro, dolce tipico peruviano, è una pasta fritta a forma di grande cannolo con l'impasto simile a quello dei nostri bomboloni e ripieno di manjarblanco, crema a base di latte bollito e zucchero.
Ci era capitato spesso di vedere il Churro in vendita presso molte bancarelle ai bordi delle strade di città, e avevamo notato che si poteva gustare in due tipologie e forme diverse.
Nella prima, presumibilmente più artigianale, l'impasto era avvolto su se stesso come un enorme involtino, mentre nella seconda tipologia era estruso ed all'esterno presentava delle profonde scanalature longitudinali.
Riprendemmo a camminare e dopo aver mangiato un Churro della seconda tipologia, alla prima bancarella utile decidemmo di toglierci ogni dubbio mangiandone un altro nella sua forma più tradizionale e, dopo il primo morso, altrettanto gratificante per il nostro palato.
Questa volta effettivamente sazi decidemmo di percorrere Jiron de la Union fino a Plaza San Martin per sederci e rilassarci un attimo fino a che non giunse l'ora di tornare in Hotel.
Verso le 13.30 tornammo così in Plaza de Armas e fermammo un taxi per tornare all'Hotel Porta.
Appena saliti il taxista fece sparire l'improvvisato cartello con scritto "taxi" che era posizionato sul cruscotto, fu a causa di questa operazione che ci rendemmo conto che la maggior parte dei taxi in Perù, compreso il nostro, sono abusivi.
Arrivammo all'Hotel, recuperammo gli zaini e dallo stesso taxi ci facemmo malinconicamente condurre all'aeroporto dove per le 19,50 era prevista la partenza del nostro volo per l'Italia.
Era davvero finita.