I CONFINI DI TITO (53)

LA QUESTIONE DI TRIESTE E DEI CONFINI ORIENTALI

 

In grassetto pesante l'ipotesi Tito che comprendeva buona parte del Friuli Orientale(Cedad=Cividale, Gradisce=Gradisca),  della val Canale (Tarvisio, misto tedesca) e Monfalcone compresa, tecnicamente un peggioramento dei vecchi confini asburgici ante 1915 segnati in grassetto sottile che escludevano Gorizia (Gorica). Tratteggiato in grassetto e punto il vecchio confine, dal 1924 al 1941, che comprendeva Fiume-Rijeka (ma non Sussak). In mezzo le ipotesi degli alleati. Vincerà quello del tratteggio più piccolo (circa) che da Gorizia (Nova Gorica) arriverà a Cittanova (Novigrad). La parte sotto Trieste, detta zona B, resterà però a Tito (vedi sotto) come Pola (Pula).

.... Nell’insediamento etnico istriano si venne a consolidare così una dicotomia. Nelle città risiedevano gli italiani, popolazione autoctona discendente dai latini, mentre nelle ville del contado erano presenti popolazioni allogene dedite all'agricoltura e al servizio delle cernide (leve militari tipica quella degli schiavoni). Le due comunità convissero per secoli in una forma di spontanea, sostanziale apartheid, anche se non priva di fenomeni di osmosi (gli slavi che si urbanizzavano in genere si venetizzavano). Diversa era la lingua parlata. I cittadini usavano l’istro-veneto, dialetto di origine romanica “contaminato” dal veneto. Un altro linguaggio romanzo, pre-veneto, esisteva nel sud-ovest della penisola (nella “Polesana”), simile ad alcuni dialetti italiani. E’ stato denominato dal glottologo Ascoli “istrioto” e tuttora perdura in alcune località come Dignano, Valle, Gallesano, Rovigno. Nelle zone rurali, presso le comunità non italofone, erano diffusi linguaggi di origine slovena (a nord del fiume Dragogna) e di origine croata ( stocavo e ciacavo). Non mancavano parlate di origine rumena, quelle dei Cicci (stanziati sull’altopiano detto Cicceria) e dei Ciribiri (lungo la valle d’Arsa). A Peroi, un villaggio nei pressi di Pola, dal 1657 era presente anche una comunità montenegrina di religione greco-ortodossa. .....
 

la linea Wilson era la 1a ipotesi post WWI, la linea grigia tratteggiata quella definitiva dopo il 1920

Dettaglio delle zone A (con l'enclave Pola vedi sotto) e B di Trieste e il nuovo confine in grassetto con la spartizione di Gorizia in Gorizia Italiana e Nova Gorica. Da notare: la linea più a destra fu l'effettivo confine del 1920 oltre la cosiddetta Linea Wilson. La puntinatura piccola risalente al 1945 era la linea proposta dagli Usa che ripercorreva etnicamente il vecchio confine della Serenissima da Fianona a Canfanaro a Montona (ma lasciando fuori Pisino e Fiume) 

da Wikipedia

1945-47 - Pola Zona A di occupazione alleata 

Pola era un exclave nell'Istria meridionale, e faceva parte della "Zona A" considerata di etnia Italiana (Distretto di Pola  54.074 (64%) italiani, 27.102 (32%) serbo-croati, 771 sloveni, 1.110 altri stranieri. Nell'area urbana di Pola, quella occupata dagli angloamericani, la popolazione era italiana per quasi il 90 %). Il 6 giugno 1945, l'accordo Gen. Alexander-Tito assegnò Pola come exclave raggiungibile solo via mare all'interno della Zona A del Territorio libero di Trieste, di occupazione alleata, comprendente anche Gorizia, Trieste e Monfalcone. Il resto dell'Istria e Fiume furono invece assegnati all'occupazione militare jugoslava. La città attirò rifugiati italiani dal resto dell'Istria, rimasta sotto occupazione jugoslava. Rinacquero in città tutti i partiti, associazioni, sindacati italiani, già soffocati dal fascismo, e poi repressi dai nazisti e dai titini. In agosto nacque la sezione della Democrazia Cristiana di Pola, con Attilio Craglietto, già preside del liceo Carducci e fondatore, in maggio, del Comitato Cittadino Polese per difendere l'italianità della città, e con don Edoardo Marzari, già presidente del CLN di Trieste (Partigiani). Nei due brevi anni di occupazione alleata Mario Mirabelli Roberti, direttore del Museo dell'Istria, riuscì a far ricostruire il Tempio di Augusto e il Duomo, appena prima che la città passasse nuovamente agli jugoslavi. Il 22 marzo 1946, giunsero in città i commissari (un russo, un francese, un inglese e un americano) della Commissione per lo studio dei confini della Venezia Giulia , emanazione della Conferenza Alleata dei Ministri degli Esteri per la definizione dei confini. Per l'occasione in piazza Foro si confrontarono una manifestazione spontanea della popolazione polese per l'Italia e una manifestazione filo-jugoslava, composta in realtà principalmente di persone venute dai paesi dell'interno della Jugoslavia con pullman organizzati dai comunisti stessi. La polizia del Governo Militare Alleato separò le due fazioni evitando in tal modo lo scontro.

L'esodo 

Alla conferenza di Parigi, già nell'estate 1946 apparve chiaro che il compromesso avrebbe consegnato l'Istria e Pola alla Jugoslavia, Gorizia e Monfalcone all'Italia, mentre Trieste con una fascia di territorio limitrofo sarebbe divenuta Stato indipendente. La popolazione a Pola restò incredula e divisa tra pessimisti, per i quali ormai tutto era perduto, e ottimisti, che non vedevano come, dopo due anni di tutela anglo-americana, la città potesse essere di nuovo abbandonata agli slavi. Il 26 luglio 1946 il CLN di Pola raccolse 9.496 dichiarazioni familiari scritte, per conto di complessivi 28.058 abitanti su un totale di circa 31.000, di voler abbandonare Pola qualora venisse assegnata alla Jugoslavia. Le firme del CLN di Pola furono citate da De Gasperi nel suo discorso al Palazzo di Lussemburgo a Parigi. Domenica 18 agosto 1946, alle 13, sulla spiaggia di Vergarolla dentro il porto di Pola, diverse (forse ventotto) mine, già disattivate, scoppiarono improvvisamente. I morti furono almeno ottanta, imprecisato il numero dei feriti. L'indagine alleata stabilì che non poteva essersi trattato di un incidente. La decisione collettiva dell'esodo era già stata chiaramente manifestata prima dello scoppio, tuttavia la realtà, dalle tinte apocalittiche, della strage, sicuramente poté aver provocato nei polesani la sensazione che, qualora fossero restati in città, in caso di passaggio alla Jugoslavia, avrebbero certamente corso un serio pericolo. Nell'inverno 46/47, il CLN di Pola convinse il governo italiano ad inviare la motonave Toscana e altri sei motovelieri al giorno, per il trasporto delle masserizie della moltitudine in procinto di abbandonare la città. Altri venti vagoni ferroviari al giorno sarebbero partiti da Pola per l'Italia, attraversando tutto il territorio istriano già sotto occupazione jugoslava. Il CLN di Pola trattò con il governo di Alcide De Gasperi anche a proposito della necessità di chiedere l'autodeterminazione per i territori giuliani, al fine di conservare Pola e l'Istria all'Italia. Ma lo Stato italiano non si sentì forse in grado di controllare le condizioni specifiche di eventuali plebisciti, che in Istria, dove era ancora vivo il terrore delle foibe, si sarebbero svolti sotto le minacce e le intimidazioni degli jugoslavi che la occupavano militarmente. Con ogni probabilità temette inoltre che, giocando la carta del plebiscito, avrebbe perso l'Alto Adige abitato in maggioranza da tedeschi. Il 20 marzo 1947 il piroscafo Toscana compì il suo ultimo viaggio, accompagnando le ultime partenze. Come previsto 28.000 dei 31.000 abitanti di Pola abbandonarono beni e proprietà piuttosto che divenire jugoslavi. Intanto nelle case rimaste vuote si installarono rapidamente nuovi abitanti slavi giunti da lontano. Per altri sei mesi, 1.000 "operatori indispensabili" restarono ancora nella città deserta, in attesa del 15 settembre 1947, entrata in vigore del trattato di pace, quando l'abitato doveva venir ceduto definitivamente alla Jugoslavia. L'Arena di Pola terminò le pubblicazioni il 14 maggio 1947, qualche settimana dopo che una manifestazione di parecchie centinaia di filo-jugoslavi, divenuti ormai la maggioranza nella città semideserta, aveva minacciato la redazione.

Istria Veneziana 1706Maria Pasquinelli

La mattina del 10 febbraio 1947 il brigadiere generale W. De Winton (comandante della guarnigione britannica di Pola) lasciò il suo alloggio. In quelle stesse ore a Parigi si stava firmando il trattato di pace da parte dei rappresentanti del governo italiano ed a lui sarebbe toccato il compito di cedere l'enclave di Pola alla Jugoslavia. Per l'occasione, la guarnigione britannica era stata schierata davanti alla sede del comando ed il generale De Winton fu invitato a passarla in rassegna. La cerimonia si svolse sotto la pioggia e davanti a pochi curiosi dai quali si levarono mormorii di disapprovazione e qualche grido ostile: i polesani o polani si sentivano abbandonati e traditi dai loro protettori. De Winton stava avanzando verso il reparto schierato quando, dalla piccola folla presente, si staccò la Pasquinelli che si diresse verso l'ufficiale. Velocemente prese la pistola e fece fuoco per 3 volte da breve distanza.

Tre proiettili colpirono al cuore il generale che morì sul colpo, un quarto colpo ferì il soldato che aveva cercato di proteggerlo. Per qualche giorno le autorità militari alleate mantennero il massimo riserbo. Del delitto furono lasciate circolare le versioni più strampalate: isterismo, delitto passionale, provocazione fascista o titina e così via. In tasca della Pasquinelli venne trovato un biglietto-confessione nel quale spiegava le ragioni che l'avevano portata a compiere quel gesto. In questo biglietto o lettera, dopo un preambolo retorico sull'italianità dell'Istria e sul sangue versato dai martiri italiani, si leggeva: "Io mi ribello, col fermo proposito di colpire a morte chi ha la sventura di rappresentarli, ai Quattro Grandi i quali, alla Conferenza di Parigi, in oltraggio ai sensi di giustizia, di umanità e di saggezza politica, hanno deciso di strappare ancora una volta dal grembo materno le terre più sacre d'Italia, condannandole o agli esperimenti di una novella Danzica o con la più fredda consapevolezza, che è correità, al giogo jugoslavo, sinonimo per la nostra gente indomabilmente italiana, di morte in foiba, di deportazioni, di esilio"

Dopo l'attentato, che da parte della stampa venne giudicato come un "rigurgito fascista", il corrispondente da Pola dell'Associated Press Michael Goldsmith scrisse: « Molti sono i colpevoli, i polesani italiani non trovano nessuno che comprenda i loro sentimenti. Il governo di Roma è assente, gli slavi sono apertamente nemici in attesa di entrare in città per occupare le loro case, gli Alleati freddi ed estremamente guardinghi. A questi, specie agli inglesi, gli abitanti di Pola imputano di non avere mantenuto le promesse, di averli abbandonati. » Maria Pasquinelli fu processata due mesi dopo il fatto dalla Corte Militare Alleata di Trieste. L'imputata si dichiarò colpevole e spiegò le ragioni che l'avevano indotta a compiere l'attentato. Una sola volta l'aula fu fatta sgombrare dal presidente Chapman. Accadde quando il difensore avv. Giannini, invitato dal presidente ad adeguarsi alla procedura seguita dalla Corte alleata, rispose:  « Prima di ogni altra cosa, signor presidente, io mi considero un italiano che difende un'italiana » Nell'aula il pubblico applaudì e si udirono grida "Viva l'Italia". Fu allora che l'aula venne fatta sgombrare. Il 10 aprile la Corte alleata pronunciava la sentenza che la condannava a morte, l'imputata si raccolse in silenzio, il pubblico rumoreggiò e le donne scoppiarono in singhiozzi. Il giorno seguente Trieste fu inondata da una pioggia di manifestini tricolori sui quali era scritto:  « Dal pantano d'Italia è nato un fiore: Maria Pasquinelli »

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