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STORIA DI ROMA



LA REPUBBLICA

Marco Livio Druso
(91 a.C.)



Marco Livio Druso il giovane - Le proposte di legge -
Il patto di Druso con gli italici e suo assassinio




Marco Livio Druso il giovane

Nei dieci anni che seguirono la morte di Saturnino, il potere era stato gestito dal senato e dagli equites, prima alleati, e poi, terminata l'emergenza, ritornati antagonisti. Il fatto che il potere giudiziaro fosse in mano a una classe indipendente (che di fatto costituiva il terzo polo, l'ago della bilancia tra ottimati e democratici), aveva creato le condizioni per un nuovo uso della giustizia a scopi politici, fatto che contrastava apertamente con lo spirito originario per il quale i cavalieri erano stati costituiti.

Nel 91 a.C. salì agli onori della storia la figura di Marco Livio Druso, figlio di quel Marco Livio Druso che era stato avversario di Caio Gracco, nonchè fervente sostenitore della causa aristocratica.

Malgrado provenisse quindi da un ambiente prettamente aristrocratico, Druso riuscì a farsi eleggere come tribuno della plebe e inaugurò una politica piuttosto originale, che prendeva elementi della destra e del partito democratico. Il suo scopo era restaurare l'antico potere aristocratico fondandolo sul consenso popolare, nel tentativo di effettuare una sintesi che avesse accontentato entrambe le parti.


Le proposte di legge

Furono tre i punti essenziali della sua politica:

1. Una legge che riguardava la giustizia. Druso, per sanare una volta per tutte la frattura che si era venuta a creare fra ottimati e cavalieri, propose che le commissioni giudiziare fossero dovute passare per l'approvazione al senato, il senato stesso sarebbe stato allargato a 300 nuovi membri, da scegliersi tra i migliori equites.
L'intento di Druso era quello di restituire il potere giudiziario al senato e di portare dalla sua parte l'intera classe degli equites, allettati dalla proposta di diventarne parte integrante.

2. Una nuova legge sulla distribuzione a prezzi politici del grano e una nuova proposta di legge agraria, nella quale si proponeva di dividere quei territori appartenenti all'ager publicus che non erano ancora stati toccati (questi territori si trovavano principalmente in Campania e in Sicilia). Era una legge prettamente demagogica fatta per portare dalla propria parte la popolazione.

3. Una legge che estendesse la cittadinanza romana agli alleati italici (socii). Anche questa legge era ormai diventata un classico del repertorio politico romani, come si vede, ad intervalli periodici, venne proposta da ogni legislatore popolare, ed ora, a sorpresa, anche da Druso, che propriamente popolare non era.


Patto di Druso con gli italici e suo assassinio

Mentre le leggi dei primi due punti passarono, malgrado l'accanita opposizione degli equites alla legge che li riguardava, la terza proposta di legge incontrò come sempre gli sfavori del senato.

Druso e gli alleati italici avevano stretto un accordo segreto. Il tribuno si era impegnato attivamente per promuovere e fare approvare la legge sull'estensione della cittadinanza ai socii, e gli alleati si erano impegnati a costituire una sorta di fronte comune per promuovere uniti tale concessione.

Il senato però era ovviamente allarmato da tale possibilità. Valutata pericolosa l'eco dei legami di Druso con gli italici (del patto segreto era evidentemente trapelato qualcosa) e considerato che da esponente ottimate si stava trasformando in "capo popolo", i senatori abolirono le leggi con un pretesto formale. Lo stesso Druso, di lì a poco, sarebbe stato assassinato da un sicario sulla porta di casa (91 a.C.).

Terminava così l'ennesimo episodio della lotta interna, anche se l'uccisione di Druso fu la scintilla che provocò la rivolta degli alleati italici contro il potere romano.

 

 

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