C'erano anche i ras filo-italiani.

 

 

Il nostro Paese ha sempre rappresentato per gli etiopici un punto di riferimento. Ci furono notabili che non condivisero la politica anti italiana perseguita dopo Adua. Significativa la vicenda di Hail¨ Teclehaimanot e della sua famiglia, dominante nel Goggiam e nemica giurata del Negus, che press˛ perchÚ il governo di Roma istituisse un consolato italiano (nella foto sotto il pi¨ famoso tra i ras filo-italiani, Hail¨ con la figlia Sabela).

 

Il ras Hail¨

 

L'Italia e gli italiani hanno da sempre rappresentato per gli etiopici, fra qualche guerra e lunghi periodi di pace, fra contrasti e reciproche collaborazioni, fra accordi e malintesi, un punto di riferimento estremamente suggestivo.
L'esempio pi¨ clamoroso e paradossale ci viene da una singolare richiesta avanzata da Ligg Jasu, nipote di Menelik, imperatore reggente d'Etiopia ma mai incoronato, prima di essere detronizzato nel 1921 dal cugino HailÚ SelassiÚ, e tenuto in carcere sino alla morte. Ligg Jasu aveva fatto sapere all'incaricato d'affari di Etiopia a Roma, Afeuorch, che era disposto a non infastidire pi¨ i nostri posti di frontiera, a non mandare pi¨ i suoi armenti ad abbeverarsi oltre i confini nei pozzi in territori a sovranitÓ italiana, ad una sola condizione: che gli fosse data in moglie una principessa della Casa regnante in Italia, una principessa del ramo Savoia Ligg Jasu era un tipo stravagante, forse un po' matto, ma il ricatto era di una realistica luciditÓ, tanto che per renderlo pi¨ persuasivo accentu˛ i tentativi di spingere i sultani di Obbia e dei Migiurtini, da noi protetti, a ribellarsi
all'Italia. E riuscý a creare uno stato di eccitazione alla frontiera somala di cui fu conseguenza la ribellione di Bulo Burti nel 1916, nella quale perdemmo un ufficiale, parecchi sottufficiali e molti soldati massacrati dagli insorti I1 bizzarro tentativo di Ligg Jasu di sposare una Savoia era un caso limite, fra la provocazione, l'oltraggio e la follia, ma altri importanti personaggi etiopici in senno guardavano all'Italia con ben pi¨ concreti obbiettivi. Ci furono notabili i quali non condivisero la linea politica anti-italiana che ad un certo punto venne ad interrompere i buoni rapporti instauratisi fra i due Paesi dopo il superamento della gravissima crisi conseguente alla battaglia di Adua de11896, conclusasi per noi in un bruciante disastro.
Fra questi filo-italiani, anche Ligg Mesfen, un colto intellettuale e influente uomo politico, favorevole ad una politica di intesa con l'Italia, in aperta e durissima polemica con l'autoritario "degiac" (governatore) di Harar, Ghebremariam, esponente della tendenza xenofoba anti-italiana che finý per imporsi anche sull'imperatore, il quale, sotto le pressioni degli intransigenti, dovette allontanare Ligg Mesfen e sostituirlo proprio con quell'Afeuorch che poi ritroviamo incaricato d'affari etiopico a Roma.
Ghebremariam aveva cominciato a mostrare i muscoli contro di noi giÓ nel 1931, quando aveva avvertito il nostro console di Harar che non avrebbe pi¨ tollerato l'accoglienza in territori coloniali italiani di etiopi in fuga dall'Ogaden per ripararsi sotto la protezione del governo di Roma All'"avvertimento" aveva fatto seguito un tentativo di marcia verso i confini della Somalia con il dichiarato scopo di raggiungere e "punire gli abissini diventati sudditi italiani".
Era il 18 settembre 1931. Il 25 gli armati del capo etiopico - circa 16.000 - si erano avvicinati pericolosamente alla frontiera, mentre l' iniziativa veniva giustificata anche con l'intenzione di "recuperare" il territorio etiopico che ci era stato assegnato dalla Convenzione del 1908.
Il nostro ministro ad Addis Abeba avvertý a sua volta l'imperatore che la situazione stava pericolosamente degenerando; ancora un passo e sarebbe sfociata m conseguenze irreparabili. L'energico intervento produsse i suoi effetti, e Ghebremariam, dopo un tentativo di piantare in segno di sfida una bandiera etiopica oltre la linea di confine, in territorio somala, inizi˛ a ritirarsi il 1░ ottobre.
Dopo una lunga marcia di ritorno, il 1░ dicembre rientrava ad Harar. E scioglieva la spedizione, provocando il malcontento dei capi che lo avevano seguito con il miraggio di catturare in territorio italiano un ingente bottino, cammelli, sale, incenso e le preziose foglie di "chercher" per la fabbricazione delle stuoie.
HailÚ SelassiÚ era stato da poco incoronato, e il "colpo di testa" del "degiac" di Harar non solo non gli era dispiaciuto, ma lo aveva segretamente favorito in quanto gli sarebbe servito per confermare la tradizione abissina secondo la quale ogni nuovo regnante doveva consacrare con la guerra e con ingrandimenti territoriali l'ascesa al trono.
I comandanti della spedizione punitiva avevano la certezza di riuscire nell'impresa per almeno due ragioni: la sorpresa, che invece era mancata, e il numero degli armati etiopici, quattro volte superiore a quello dei nostri "dubat" a guardia della frontiera somala.
Ma, purtroppo, la provocazione non era rimasta senza conseguenze: antichi odi fra etiopici e somali si erano riaccesi, razzie contro razzie, atti di brigantaggio, incursioni nei villaggi e scontri armati ripresero a rendere incandescente la situazione.
In quell'agitato periodo si distinse un altro devoto amico dell'Italia, il sultano degli Sciaveli Olol Dinle, pieno di rancore nei confronti di Ghebremariam che per punirlo delle sue simpatie verso gli italiani gli aveva imposto, pena la vita, il pagamento di 200 vacche e notevoli quantitÓ di ovini, di durra e cotone.
Dopo il fallimento della spedizione guidata dal "degiac" di Harar, Olol Dinle aveva intravisto l'occasione per vendicarsi, e le nostre autoritÓ dovettero faticare non poco per calmarlo. Chiedeva armi e munizioni per "dare una lezione" a Ghebremariam, le quali gli furono naturalmente negate mentre fu intrapresa una difficile opera di mediazione fa il sultano e i notabili delle trib¨ a lui avverse, con il faticoso ma finalmente positivo risultato di farli accordare sulla delega al governo italiano della Somalia per la soluzione delle loro controversie. Accordo che prevedeva fa l'altro lo scambio entro due mesi di migliaia di capi di bestiame razziato.
Ma mentre da parte italiana si procedeva a questa complessa open di pacificazione, Ghebremariam continuava ad aizzare le trib¨ rivali alfine di mantenere in fibrillazione la fascia confinaria con la Somalia italiana.
A questo punto emergeva la figura di un altro importante personaggio amico dell'Italia e agguerrito avversario del Negus, Ras Hail¨ Teclehaimanot, con tutta la sua famiglia, da sempre dominante nel Goggiam. Incontratosi con un diplomatico italiano, il consigliere dr. Frangipane, in occasione delle cerimonie per l'incoronazione di HailÚ SelassiÚ, lo aveva sollecitato ad intervenire sul governo di Roma per istituire un consolato italiano nel Goggiam.
In una lettera de131 maggio 1930 il dr. Frangipane informa il ministero delle Colonie dell'incontro con Ras Hail¨ e precisa: "Mi ha assicurato che mi darÓ in regalo il terreno e le concessioni per utilizzare i soliti materiali da costruzione secondo i miei bisogni e le mie richieste. Si Ŕ per˛ raccomandato di non richiedere atti di proprietÓ, perchÚ la questione degli acquisti di terreni da parte di stranieri Ŕ regolata in Addis Abeba dal governo centrale ma in senso negativo, ed ha aggiunto con amara ironia: "Dato che ormai qui vogliono disporre anche della nostra libertÓ in casa nostra, ove queste regole moderne non vigono e ove io, per diritto consuetudinario, posso dare le mie terre a chi voglio, senza atti notarili o similari".
Il capo del Goggiam lasciava anche intendere che, non riuscendo ad immaginare l'esito finale dei suoi contrasti con il "Negus, gli sarebbe stato molto utile poter contare sull'"appoggio morale" dell' Italia. Era certo che non gli sarebbe mancato in caso di necessitÓ, considerata "la tradizionale amicizia mia e della mia famiglia verso il governo italiano".
I presentimenti di Ras Hail¨ non erano infondati. Poco dopo, nel 1932, veniva rimosso con l'accusa di illeciti arricchimenti proprio da chi ad Addis Abeba rubava a manbassa. Lo inviavano al confino mentre i poteri del Goggiam venivano assunti dal governo centrale. Si tenga conto che questa stessa regione dell'Etiopia occidentale - prevalentemente montuosa, con un'altezza media di 2.400 metri - conserva un forte senso di autonomia per essere stata in passato regno indipendente. Tracce di italiani risalgono a11854, quando il Goggiam fu esplorato da Giovanni Beltrame e poi da altri viaggiatori nostri connazionali. I beni di Ras Hail¨ non furono per˛ distribuiti nel Goggiam come era stato promesso, nÚ investiti nella realizzazione di opere pubbliche. Presero il volo per Addis Abeba insieme con un ingente bottino di talleri. Il che determin˛ un moto di ribellione capeggiato dal figlio del ras deposto, il notabile Admasu, insorto alla testa di 3.000 armati. Domata la rivolta, finý incatenato nelle lugubri carceri di Ancober e poi confinato nel Sidamo dopo aver subýto l'amputazione di una gamba per cancrena prodottagli dalla catena. Averlo mandato al confino nei territori degli Arussi, una delle pi¨ fiere stirpi Galla, tradizionali nemici degli Amhara, fu per Hail¨ un oltraggio che accentu˛ a dismisura il suo rancore nei confronti del Negus e del potere centrale.
Torn˛ liberamente in circolazione con l'arrivo degli italiani, alternando permanenze a Debra Marcos, capitale del Goggiam, e ad Addis Abeba, nelle sue sontuose residenze. A Debra Marcos, un vero e proprio baluardo montuoso circondato per tre quarti dal profondo fossato del Nilo Azzurro, in un'antica, lussuosa costruzione a 2.515 metri di altitudine; ad Addis Abeba in un "Ghebbi" immerso fra gli eucalipti, lungo la "Via della Consolata" (dal nome della vicina missione cattolica).
Finita la presenza italiana, tornarono giornate difficili anche per Ras Hail¨, ma seppe affrontarle con grande dignitÓ.
Quando gli inglesi gli fecero sapere che avrebbe dovuto firmare un certo "atto" (di resa? di sottomissione?), pretese e ottenne di non muoversi, ma che fosse un ufficiale di grado elevato a recarsi da lui, a Debra Marcos, dove erano ancora fresche le italiche vestigia del "Forte Dux" con ancora le lapidi riproducenti le leggi costitutive dell'impero fascista".
E il 4 aprile 1941 arriv˛ il maggiore Hugh Boustardin, inviato dal colonnello Wingate comandante della piazzaforte, che rimase impressionato da quella cittadina di montagna (Deba Marcos, un tempo Moncorer: luogo freddo) che era tutta una testimonianza della potenza della dinastia cui apparteneva Hail¨.
Ma la sorpresa pi¨ inimmaginabile doveva ancora venire. Il frastornato ufficiale si vide ricevere con molto sussiego da Ras Hail¨ che indossava una uniforme italiana. "Immagine di tranquilla, fiduciosa dignitÓ", scrisse, ammirato, il giornalista inglese Leonard Mosley.
Hail¨ fu di poche ma perentorie parole: che i nuovi occupanti avessero ben chiaro che dipendeva soltanto da lui tenere il Goggiam tranquillo o spingerlo alla guerra civile.
In evidente stato di agitazione, l'ufficiale si conged˛ bruscamente. Dalla finestra il Ras lo vide andar via a bordo dell'elegante berlina italiana Alfa Romeo che era stata la sua vettura, ora requisita dal comando inglese.
Due giorni dopo, il 6 aprile, addirittura il Negus si disturbava ad arrivare a Deba Marcos. Non per punire "l'amico degli italiani", non per ridurlo in catene, ma per "accettare la resa" di Hail¨. Il quale lo lasci˛ aspettare per oltre mezzora prima discendere dalle sue stanze. Ci fu soltanto un inchino - il massimo di sottomissione che poteva concedere - quindi si ritir˛ "con un fiero cipiglio scolpito nel viso", come scrisse George Steer.
Il Negus lo lasci˛ tranquillo. Sarebbe stato pericoloso sfidare nuovamente il Goggiam, una polveriera sotto il trono imperiale. Si content˛ di tenere Hail¨ "sotto controllo". Tanto ormai 1'Italia era lontana. Con tutte le sue seducenti tentazioni.