LE ALI DEL DESTINO

San Francisco, Terra.

"Allora, la volete finire voi due?" Renko, seduto ad uno dei tavoli della mensa tra i suoi due compagni di corso, fece passare lo sguardo a Luke a Vaarik e viceversa con aria di rimprovero.

In qualche modo i due riuscirono ad assumere contemporaneamente un'aria irritata e contrita, ma non dissero nulla. C'era stata un po' di bufera in sala mensa a causa dell'ennesima discussione sull'abitudine di Luke di suonare la sua batteria in piena notte, un'attività che l'umano definiva 'accarezzare la celestiale creatura' e il vulcaniano 'percuotere lo strumento barbaro', cosa che dava addito ad una certa disparità di opinione.

"Domani ci diplomeremo guardiamarina e voi ancora battibeccate come due bambini," aggiunse l'ibrido con sguardo severo. "Mi aspettavo di meglio da voi."

Gli altri due rimasero in silenzio un attimo, poi Luke fece l'occhiolino e diede a Renko un'amichevole spinta sulla spalla. I due si fecero una bella risata; anche Vaarik rilassò i muscoli del volto, in quello che poteva essere considerato il parente minore di un sorriso. Quella era una scena che avevano recitato tante volte; anche ora, con la Kobayashi alle porte e la fine dell'Accademia dietro l'angolo, era il modo migliore che avevano per rilassarsi un po' in attesa della prova.

Luke sollevò la sua tazza di raktajino e bevve un sorso, imitato dagli altri due: per l'occasione perfino il vulcaniano aveva variato la sua severa abitudine alimentare e aveva ordinato una tazza della bevanda corroborante.

"A proposito di diploma," aggiunse l'umano, "qualcuno ha idea di come sarà calcolato il punteggio finale? Ho sentito che i migliori cadetti di ogni corso possono scegliere la loro assegnazione."

"Il computo del punteggio finale di diploma è piuttosto complesso," spiegò Vaarik. "Tiene conto non solo degli esiti degli esami finali e del test della Kobayashi Maru, ma anche del rendimento complessivo di tutti e quattro gli anni, dei corsi extra-curricolari, della condotta tenuta del cadetto e dei giudizi dei singoli istruttori."

"Sarebbe davvero bello poter scegliere la propria assegnazione," commentò Renko. Poi aggiunse: "Potremmo anche chiedere di essere assegnati alla stessa unità."

"Non ce lo permetterebbero mai," disse Luke come un dato di fatto, attirandosi sguardi perplessi dagli altri due.

"State scherzando?" domandò l'umano, con gli occhi sgranati. "Con tutti i guai che ci capitano quando siamo insieme, sarebbe una nave condannata!"

Vaarik e Renko dovettero riconoscere la verità nelle sue parole.

"Comunque, essere i primi del corso ha anche i suoi svantaggi," disse il vulcaniano dopo un momento.

"Sarebbe?"

"Secondo la tradizione," spiegò il vulcaniano in tono neutro, "durante la cerimonia di diploma verranno pronunciati dei discorsi. Il Rettore, due ospiti esterni all'Accademia (di norma un ufficiale della Flotta Stellare e un civile) e due cadetti. Il cadetto secondo classificato pronuncerà il discorso introduttivo, che per questo viene detto 'salutatorio', mentre il miglior cadetto del corso leggerà il discorso di commiato, che viene invece chiamato 'valedittorio'."

"Vedo che ti sei informato per bene," commentò Luke, lanciandogli un'occhiata in tralice.

"Il mio punteggio accademico è piuttosto soddisfacente," disse Vaarik stringendosi nelle spalle.

"Un discorso?!?" esclamò l'umano, quasi strozzandosi con il suo raktajino. "Ti sei preparato un discorso?!?"

Le orecchie del vulcaniano divennero vagamente più verdi del solito, ma non disse nulla.

"Ah, questa è una cosa che non voglio perdermi per nulla al mondo," disse Luke, con un sorriso che gli andava da orecchio ad orecchio. "Avanti, faccelo sentire in anteprima!"

"Se il mio punteggio sarà sufficiente, lo sentirete domani, insieme a tutti gli altri," rispose il vulcaniano.

"Avanti, Vaarik, non fare il difficile," insistette Renko, anche lui curioso come pochi.

Il vulcaniano esitò, poi emise un piccolo sospiro: con quei due non sarebbe mai riuscito a scamparla. Tirò fuori un piccolo blocco di fogli bianchi, di quelli sui quali si scrivono gli appunti per ricordare i punti salienti di un discorso da pronunciare in pubblico. Si mise a posto sulla sedia, si schiarì la voce e fece un respiro profondo. Renko e Luke erano concentratissimi, con i gomiti sulla tavola e il mento appoggiato sulle mani: una cosa come quella non succedeva davvero tutti i giorni.

"È finita," disse Vaarik, "poteva andare peggio." Poi più nulla.

Dopo qualche istante di silenzio, Luke e Renko si scambiarono uno sguardo perplesso. "Come, tutto qui?"

Il vulcaniano annuì con la testa.

"Scusa, vediamo se ho capito," disse l'umano. "Ti sei preso la briga di preparare un discorso per la cerimonia di diploma, in caso fossi stato chiamato a pronunciarne uno, e tutto quello che sei riuscito a tirare fuori è: 'è finita, poteva andare peggio'?"

"Esatto."

"Ho visto tante cose strane da quando sono in Accademia," commentò Renko incredulo. "Ma questa le batte tutte."
"Almeno io ho preparato un discorso," rispose Vaarik con aria inespressiva. Poi sollevò un sopracciglio nella sua direzione. "E il tuo punteggio accademico è perfino più alto del mio."

Le implicazioni di quella affermazione raggiunsero immediatamente il cervello dell'ibrido, che sgranò gli occhi dietro alle lenti scure. "Qu'vatl!" Poi un piano d'azione sembrò formarsi nella sua mente. "Devo assolutamente trovare un modo per essere sconfitto durante la Kobayashi."

Dalton lo guardò perplesso. "Renko, la Kobayashi è uno scenario non-vincente: si suppone che tu venga sconfitto."

"Mh," concordò l'ibrido. "In effetti è vero. Come posso fare?"

Vaarik si strinse nelle spalle. "Il test della Kobayashi Maru è studiato per mettere alla prova il carattere dei cadetti," spiegò. "La valutazione viene stilata in base al comportamento dei cadetti di fronte alla sconfitta. Ergo," concluse, come se si trattasse di un teorema, "l'unico modo per essere sconfitto al test della Kobayashi è vincere."

"Il tuo ragionamento non fa una piega," commentò Dalton, bevendo un altro sorso del suo raktajino e provando l'intenso desiderio che si trattasse di qualcosa di più forte.

Accademia della Flotta Stellare. Blocco J.
Poco dopo.

Vaarik aveva lasciato i suoi due compagni ancora in mensa, impegnati a fare ipotesi sulla Kobayashi Maru di quest'anno: per quanto lo riguardava, preferiva passare gli ultimi momenti prima del test meditando in santa pace nel suo alloggio. Nonostante si sforzasse di mostrare altrimenti, era ovviamente preoccupato per lo svolgimento della prova di quel giorno: non tanto per la sua valutazione, ma quanto per il sottile timore di fare qualcosa di altamente inappropriato durante il test, coprendo di vergogna la sua dignità e il suo retaggio vulcaniano.

La sua stabilità psicologica era decisamente migliorata rispetto a qualche anno prima, quando il dolore per la perdita di T'Eia e l'impatto della nuova realtà l'avevano portato a richiudersi completamente in se stesso, rifiutando ogni contatto con l'esterno; ma dentro di sé Vaarik sapeva che, per quanto si sforzasse, la crepa che si era formata nel suo autocontrollo non si sarebbe mai risanata del tutto, e che lo stress e la pressione avrebbero potuto far esplodere il vulcano che ribolliva al centro della sua anima.

Liberando la mente da questi pensieri foschi, il vulcaniano entrò nel suo alloggio, assaporando per qualche momento la tranquillità che vi si respirava. Stava per sedersi sulla sua poltrona preferita a meditare quando notò con la coda dell'occhio che una piccola luce lampeggiava nell'angolo dello schermo del suo terminale, indicando una comunicazione registrata in arrivo.

Con un leggero senso di curiosità, Vaarik si chiese chi potesse avergli lasciato un messaggio: l'unico con il quale comunicava all'esterno dell'Accademia era il consigliere Memok, ma il vulcaniano l'aveva chiamato il giorno precedente per augurargli buona fortuna per la Kobayashi. La conversazione era stata rapida e priva di convenevoli, una rarità quando si trattava del consigliere, ma entrambi sapevano che c'erano molte cose non dette tra loro, cose che riguardavano il passato di Vaarik e il suo futuro, e che una comunicazione subspaziale su un canale della Flotta Stellare non sarebbe stato il luogo migliore per discutere di quelle faccende. Invece che rassicurarlo quella comunicazione gli aveva lasciato un senso di nervosismo, una cosa di cui avrebbe fatto volentieri a meno in quei giorni.

Attivò quindi il terminale di computer, aspettando che la comunicazione venisse indirizzata alla sua consolle. Pochi istanti dopo, sullo schermo comparve un volto che sapeva da tempo che prima o poi avrebbe dovuto rivedere.

"Salute, Vaarik," disse la voce di Eru, priva del consueto tono scherzoso. Quello era scivolato via da tempo, insieme alla sua identità di copertura come cadetta della Flotta Stellare. Il vulcaniano notò che la chiropteriana non indossava l'uniforme, ma un abito civile completamente nero.

"Immagino che questa mia comunicazione possa sorprenderti, o forse no. Sono a conoscenza del fatto che oggi affronterai il test della Kobayashi Maru, e che domani parteciperai alla cerimonia di diploma. Ti faccio le mie congratulazioni. Prima di dirti altro, sono certo vorrai sapere che il nostro comune amico sta bene e gode di buona salute, considerata la sua età. Ci sono però alcune cose di cui è necessario discutere. Preferibilmente di persona. Incontriamoci questa sera alle 22.00 dietro al Golden Gate Park, vicino al monumento al capitano Kirk. Ti raccomanderei di essere puntuale, ma so che non ce n'è bisogno. Chiudo."

Il messaggio terminava lì.

Vaarik si appoggiò lentamente allo schienale della sua poltroncina, sentendosi la bocca secca. Tutto ad un tratto le sue preoccupazioni per la Kobayashi Maru, per il diploma e per la cerimonia evaporarono completamente, spazzate via dai pensieri suscitati da quella comunicazione.

La sua mente tornò a tutti gli episodi sospetti che avevano costellato la sua avventura in questo universo, soprattutto negli ultimi due anni. In realtà, i primi sospetti li aveva avuti addirittura prima della sua iscrizione in Accademia, ai tempi nei quali era ricoverato all'Istituto di Risoluzione Mentale su Vulcano: gli era sempre sembrato piuttosto strano che il consigliere Memok insistesse tanto affinché accettasse di frequentare l'Accademia della Flotta Stellare. Vaarik era un individuo instabile, forse addirittura pericoloso per sé e per gli altri, incapace di accettare la nuova realtà a cui si era trovato di fronte. Se da una parte il discorso tante volte sbandierato dal consigliere di dargli la possibilità di ricominciare la sua vita da capo poteva suonare convincente, dall'altra sembrava quantomeno irresponsabile permettergli di entrare nella Flotta Stellare, un organismo sul quale la Federazione faceva tanto affidamento per salvaguardare il benessere e la sicurezza dei suoi cittadini. Ma all'epoca quei sospetti non avevano un terreno nel quale allignare, e il vulcaniano li aveva accantonati.

In seguito, durante tutto il suo corso in Accademia, Vaarik aveva avuto spesso la sensazione di essere un sorvegliato speciale: non solo il consigliere, pur trovandosi spesso ad anni luce di distanza a bordo della USS Nemesis, in un modo o nell'altro riusciva sempre ad essere informato di quello che gli accadeva a San Francisco, ma troppe volte situazioni che gli potevano facilmente costare l'espulsione si erano risolte quasi senza conseguenze per lui e per i suoi compagni, come se qualcuno fosse interessato a tenerlo in Accademia il più a lungo possibile.

Già, i suoi compagni. Doveva essere stato cieco per poter credere che quella banda di spostati della scienza e scherzi della natura si potesse essere trovata insieme per pura casualità. Quali erano le probabilità che tutti gli individui provenienti da universi paralleli, anomalie temporali e continua alternativi di cui aveva notizia si trovassero tutti insieme nello stesso posto e nello stesso momento? La risposta più ovvia, alla quale però lui non era riuscito ad arrivare se non con colpevole ritardo, era che lui e i suoi compagni si trovavano insieme in Accademia perché qualcuno aveva voluto così, e non per uno strano scherzo del destino.

Ma il punto di svolta era stato il processo per la morte dell'axdat di nome Rossamanu, della quale era stato accusato ingiustamente. Era stata un'indagine complessa e pericolosa, dalla quale non sarebbe riuscito a venire fuori se non fosse stato per Renko e Luke. Ma la fiducia nei confronti dei suoi amici non era l'unica cosa che aveva appreso da quell'esperienza. L'axdat era venuto da lui dicendo che aveva trovato prove sul suo conto che collegavano il suo nome alla scomparsa di materiale e rifornimenti navali della Flotta Stellare: Vaarik era caduto letteralmente dalle nuvole a quelle accuse, ma il breve contatto mentale avuto con Rossamanu non lasciava adito a dubbi. Da vari anni a quella parte, erano avvenute numerose sparizioni di materiale della Flotta Stellare: rifornimenti, attrezzature, ricambi. E sempre più spesso in relazione a quelle sparizioni era venuto fuori il suo nome, anche se ovviamente il vulcaniano non c'entrava nulla con tutto quel traffico. Rossamanu sembrava convinto che dietro a quelle scomparse ci fosse qualcosa di molto più grosso e di molto più pericoloso di una semplice appropriazione indebita, una specie di complotto che da anni sottraeva materiale alla Flotta per i propri scopi, ma la morte dell'axdat aveva impedito a Vaarik di sapere di più. Ma come avrebbe scoperto immediatamente dopo il vulcaniano, parte di quel segreto era sempre stato molto più vicino di quello che pensava.

Le pericolose scoperte dell'axdat avevano infatti costretto uno degli agenti di quel complotto, che fino a quel momento si era limitato a tenere d'occhio il vulcaniano per conto dei suoi superiori per evitare che si facesse ammazzare prima del tempo, a rischiare la sua copertura per disperdere la fuga di notizie intercettate da Rossamanu. Come aveva compreso in seguito, quell'agente non era altri che Eru, la chiropteriana sua compagna di Accademia fin dai primi mesi del corso. Vaarik ricordava con dolorosa precisione il loro primo incontro, durante il quale la chiropteriana era riuscita nel non facile intento di metterlo in tremendo imbarazzo di fronte a due ufficiali superiori, e il suo comportamento in tutti i mesi successivi, che sembrava studiato appositamente per farlo innervosire. Se fosse stato solo un po' più scaltro, il vulcaniano avrebbe capito facilmente che quello era esattamente il suo scopo, continuare ad innervosirlo in modo che non iniziasse a domandarsi come mai la chiropteriana sembrava sempre spuntare sul più bello, porgendo il suo aiuto proprio nel momento in cui era necessario. Il vulcaniano non riusciva ancora a credere di non essere stato in grado di vedere attraverso la doppiezza della chiropteriana: evidentemente il pensiero di trovarsi un mondo diverso da quello in cui era cresciuto, dove i tradimenti e i voltafaccia erano una regola di vita, aveva fatto abbassare le sue difese in maniera imperdonabile.

Comunque, dal momento in cui Eru era entrata nella stanza d'albergo di Rossamanu, tutto ciò che poteva andare storto lo aveva fatto: l'axdat si era rifiutato di collaborare, costringendo Eru ad utilizzare le maniere forti; poi l'arrivo intempestivo di Vaarik, venuto a chiedere spiegazioni delle accuse, avevano fatto precipitare gli eventi. L'axdat era rimasto ucciso, il vulcaniano era stato incriminato e la chiropteriana si era trovata con una situazione che rischiava di compromettere l'intero progetto. Solo grazie alla collaborazione di Renko e Luke, Eru era riuscita a mettere a tacere la faccenda, a costo però di bruciare la sua copertura in Accademia.

Dopo quel giorno Vaarik non aveva rivisto la chiropteriana per molto tempo: ufficialmente la cadetta Eru era stata trasferita per motivi di servizio ad una sezione distaccata dell'Accademia, lasciando così il vulcaniano con un gran numero di domande senza risposta, come chi fossero i suoi misteriosi superiori e per quale motivo fossero tanto interessati a lui.

La volta successiva che Vaarik aveva rivisto Eru era stato solo poco tempo prima, e anche in quel caso era stato in seguito alla morte di qualcuno. In quell'occasione il vulcaniano e i suoi due compagni di corso stavano partecipando ad uno stage di perfezionamento presso la compagnia di bonifica spaziale Drake Inc. La nave sulla quale erano stati imbarcati, la Vulture al comando di Harry Broderick, aveva incontrato uno strano relitto abbandonato, le cui letture sembravano stranamente in contraddizione tra loro. Si erano quindi recati a bordo del relitto con una piccola squadra di sbarco, composta da loro tre, Broderick e due membri del suo equipaggio. Sul vascello avevano assistito a scene degne di un racconto del terrore, con figure spettrali che apparivano e sparivano nel nulla, scene raccapriccianti che si presentavano davanti ai loro occhi per poi dissolversi senza lasciare traccia e pericoli molto reali che li aspettavano dietro ad ogni angolo. Loro tre erano sopravvissuti; gli altri non erano stati così fortunati. Melanie era stata uccisa da una letale tal'shaya, Mack era stato gettato nel pozzo del nucleo di curvatura e infine Broderik, macabramente impiccato ad una trave della sala macchine.

Sulla nave dove gli uomini della Drake Inc. avevano trovato la morte, Vaarik aveva trovato la vita: la vita di quasi cento schiavi dell'universo dello specchio, liberati da una cellula della Ribellione e trasportati in questa dimensione proprio grazie a quel vascello, equipaggiato con una replica del dispositivo di dislocazione dimensionale utilizzato da Vaarik e dalla sua compagna T'Eia per fuggire dall'universo dello specchio. La spiegazione degli strani fenomeni a cui aveva assistito stava infatti in un salto dimensionale completato solo a metà: la nave era rimasta "incastrata" tra le due realtà, mentre equipaggio e passeggeri avevano preso a fluttuare da una dimensione all'altra.

Secondo il racconto degli schiavi, si trovavano a bordo di un trasporto minerario quando la loro nave era stata attaccata e un banda di ribelli aveva fatto irruzione nel loro comparto di detenzione, aiutandoli a fuggire a bordo del loro vascello. I ribelli gli avevano rivelato che quello era solo l'ultimo di una serie di attacchi, grazie ai quali erano già riusciti a liberare migliaia di ribelli e a trasportarli in un altro universo, dove sarebbero stati al sicuro dagli artigli dell'Alleanza. Successivamente erano stati trasferiti sul mercantile, il cui equipaggio era però chiaramente composto di mercenari che non condividevano lo stesso ardore dei ribelli. Questi li avevano ammassati nella stiva e avevano poi attivato il dispositivo di trasferimento dimensionale: qualcosa doveva essere andato storto, perché da quel momento tutto era diventato strano e confuso, almeno fino al momento in cui i tre cadetti erano riusciti a riattivare l'energia e completare il trasferimento dimensionale. Come se questo non bastasse, sul mercantile avevano trovato qualcuno che era stato molto vicino a Vaarik, l'anziano che si era preso cura di lui e di altri bambini quando era ancora troppo piccolo per essere inquadrato negli istituti di preparazione per i figli degli schiavi e troppo grande per essere ancora affidato ai genitori. Nonno Jenak, più vecchio e più ammalato di quanto Vaarik ricordasse, l'aveva riconosciuto, ma insieme al bambino che aveva cresciuto aveva riconosciuto in lui anche qualcos'altro.

Ma se il racconto degli schiavi sembrava quasi incredibile, lo era stata ancora di più la loro reazione di fronte al vulcaniano: appena posato lo sguardo su Vaarik infatti, uomini e donne, giovani e vecchi si erano inchinati di fronte a lui come di fronte ad un'apparizione religiosa, chiamandolo con il nome di va'hral, il corvo della mitologia vulcaniana, araldo della morte e portatore di vittoria, che secondo la leggenda sarebbe ritornato nell'ora più disperata per ridare ai popoli la dignità che era stata loro strappata. Una leggenda che da qualche tempo aveva ricominciato a circolare, insieme alle voci che il ritorno del va'hral non era così lontano, e che ogni schiavo sarebbe dovuto essere preparato quando il grido del corvo si sarebbe levato nel silenzio della notte, quando colui che era morto sarebbe tornato per guidare i vivi e i morti nella battaglia finale.

Il loro sgomento era stato interrotto solo dall'arrivo dei soccorsi, che avevano però portato altre sorprese... o forse no: al comando dei soccorsi c'era infatti proprio Eru, impegnata ancora una volta a mettere una pezza là dove i tre cadetti insistevano a buttarsi a capofitto nei guai, consapevolmente o meno. La chiropteriana aveva preso in consegna gli ex-schiavi, compreso nonno Jenak, garantendo ai cadetti che sarebbe stata loro offerta la possibilità di una vita migliore, e la speranza di un futuro libero dalla tirannia dell'Alleanza. In che modo questa possibilità si sarebbe concretizata, non stava a lei rivelarlo. Non ancora. Del resto, come potevano dubitare della loro sincerità? Non era forse stata offerta la stessa possibilità a Vaarik; con risultati eccellenti, se poteva dire la sua opinione?

Vaarik, Renko e Dalton non avevano avuto molta scelta se non accettare la parola di quella che un tempo era stata la loro compagna di corso. I prigionieri non potevano certo essere rimandati indietro, ed avevano il forte sospetto che Eru e i suoi collaboratori non avrebbero permesso di raccontare questa storia ai canali di comunicazione della Federazione. Per questo avevano anche accettato che fosse Eru ad occuparsi dell'altra questione che rimaneva in sospeso, quella degli uomini della Drake Inc.

Il vascello danneggiato dal trasferimento dimensionale era stata distrutto dopo essere stata evacuato ed era stata creata ad arte una storia di copertura. Per una volta, la fortuna aveva dato loro una mano: durante uno dei raid precedenti era stata liberata dai ribelli la controparte speculare di Harry Broderick, comandante della missione di recupero. Questo, adeguatamente istruito, aveva preso il posto del suo alter ego e una volta rientrato aveva raccontato di come il relitto, una nave antiquata utilizzata probabilmente da contrabbandieri, avesse subito una rottura del nucleo durante la missione di esplorazione, uccidendo tragicamente nell'esplosione i suoi collaboratori. Poco tempo dopo il Broderick speculare aveva dato le dimissioni dalla Drake Inc., adducendo motivi di stress e depressione, facendo poi perdere le proprie traccie. Per la stampa e l'opinione pubblica, la faccenda era chiusa.

Non altrettanto per i tre cadetti, che da quell'incontro avevano dedotto molte cose, quasi tutte molto preoccupanti: appariva chiaro infatti che la fantomatica organizzazione di cui Eru faceva parte non era semplicemente interessata a Vaarik, ma all'universo specchio nella sua interezza. Grazie ai contatti con i gruppi di ribelli che operavano nell'universo specchio, era riuscita a liberare un considerevole numero di schiavi, trasportandoli poi in questo universo grazie alla tecnologia fornita inconsapevolmente proprio da Vaarik e T'Eia durante la loro rocambolesca fuga. Avevano poi sfruttato il racconto di questa fuga per fomentare sentimenti di rivolta tra le popolazioni assoggettate, ispirandosi ad una antica leggenda vulcaniana che preannunciava il ritorno di sorta di figura messianica. Questo significata numerose cose: innanzitutto che i misteriosi superiori per cui Eru lavorava erano molto più potenti di quanto avessero immaginato; che avevano contatti ricorrenti con l'universo dello specchio, tali da portare avanti una campagna i propaganda che preparasse il popolo alla ribellione; che godevano della protezione di membri delle forze di sicurezza della Federazione, forse all'interno dello stesso Comando di Flotta, altrimenti non avrebbero potuto mantenere il segreto su un progetto così complesso e delicato; e in ultimo che non solo Vaarik era coinvolto in quella faccenda ma che lo erano anche Renko e Dalton, come testimoniava il fatto che erano ancora in vita nonostante il rischio che ponevano per la segretezza del progetto.

Quindi, mettendo insieme gli indizi e le informazioni scoperte durante i quattro anni Vaarik, Renko e Dalton erano riusciti a ricostruire un quadro generale coerente. Questi i punti salienti:

1) esisteva un'organizzazione segreta, i cui interessi sembravano concentrati sull'universo dello specchio;

2) questa organizzazione aveva ramificazioni in varie sezioni della sicurezza federale, dai servizi di informazione fino ai reparti operativi, probabilmente con la partecipazione anche di personale civile;

3) l'organizzazione aveva a disposizione ingenti quantità di materiali, rifornimenti e attrezzature sottratte alla Flotta Stellare nel corso di anni;

4) aveva contatti e forse addirittura coordinava i piccoli gruppi di ribelli dell'universo dello specchio, i quali erano riusciti a liberare un grande numero di schiavi dalla morsa dell'Alleanza:

5) aveva accesso alla tecnologia di dislocazione dimensionale ideata da T'Eia e utilizzata da lei e Vaarik per la fuga, grazie alla quale gli schiavi liberati erano stati trasportati in questo universo;

6) aveva creato un'aura di leggenda intorno al vulcaniano, utilizzando un'antica leggenda per fare presa sugli animi disperati dei prigionieri e utilizzando la storia della loro fuga per dare una speranza a tutti gli schiavi ancora sotto il giogo dell'Alleanza;

7) aveva manovrato Vaarik affinché si iscrivesse all'Accademia di Flotta, l'aveva avvicinato ad un gruppo nel quale potesse trovare un senso di appartenenza e gli aveva affiancato un agente affinché lo sorvegliasse a dovere;

8) in puro stile dell'universo specchio, aveva messo a tacere ogni tipo di inconveniente che si era presentato sul suo cammino, senza alcun rispetto per le vite di coloro che avevano avuto la sfortuna di imbattersi nel suo piano.

Vaarik si passò una mano sul volto, cercando di lenire un mal di testa incipiente, senza tuttavia riuscirci. Alla luce di ciò che ora sapeva, molte cose che gli erano successe durante quei folli quattro anni di Accademia avevano trovato una spiegazione, ma molte ancora restavano le domande senza risposta: Chi erano i capi di quell'assurda macchinazione, e quali erano con esattezza i loro piani? Perché proprio la sua storia era stata scelta come strumento di propaganda? Cosa c'entravano Renko e Luke in tutto quello? Quale sarebbe stata la sua vita, il suo futuro, il suo destino?

Quelle domande l'avevano assillato negli ultimi mesi, ma Vaarik non era riuscito a darsi una risposta. Ripensò al messaggio di Eru che aveva appena ricevuto: forse quella sera avrebbe avuto le rispose alle sue domande? In ogni caso il vulcaniano dubitava che gli sarebbero piaciute, ma d'altra parte aveva il forte sospetto che avrebbe avuto per poca scelta in proposito.

Dando un'occhiata al cronometro, Vaarik si accorse che rischiava di fare tardi: ormai le sue possibilità di meditare erano svanite. Il vulcaniano si ricompose, indossò la maschera di autocontrollo che portava sul volto e uscì dall'alloggio senza permettersi di ripensare a tutto ciò che era successo negli ultimi quattro anni, e alle conseguenze di ciò che poteva aspettarlo quella notte.

Una Kobayashi Maru alla volta, si disse. Una Kobayashi alla volta.

Accademia della Flotta Stellare, Sezione Simulatori Olografici.
Pochi minuti dopo.

Vaarik si affacciò alla piccola aula che fungeva da saletta di attesa per i cadetti in procinto di affrontare la Kobayashi Maru in uno dei tre simulatori attivi: il vulcaniano sapeva già che non vi avrebbe trovato Renko e Dalton, i quali erano stati assegnati ad altri due gruppi. Vi trovò invece alcune vecchie conoscenze.

"Vaarik, compagno! Come stai? Nervoso per la Kobayashi?"

"Salute, Ilaij," ricambiò Vaarik, nel tono più accuratamente neutro possibile. "Credo sia inutile ricordarti che come vulcaniano sono perfettamente in grado di gestire qualsiasi tipo di stress emotivo."

Rapidamente Vaarik estese i suoi saluti anche a Rebecca e Dizzie, sedute lì a fianco. Nel caso di Dizzie il concetto di 'seduta' era più che altro un approccio teorico, dal momento che la nykkus somigliava più ad un velociraptor piuttosto che ad un umanoide: accucciata sarebbe stato probabilmente un termine più esatto. Nonostante la sua conformazione facciale generalmente inespressiva, Dizzie sembrava molto nervosa, e non smetteva di ticchettare con gli artigli sul pavimento, generando un rumore alquanto fastidioso: ogni tanto uno degli altri cadetti in attesa nella saletta le lanciava un'occhiataccia e la nykkus smetteva per un po' con aria contrita, per poi ricominciare poco dopo. Rebecca come al suo solito sembrava sicura e determinata, ma Vaarik non avrebbe saputo dire quanto questa impressione fosse veritiera o costruita.

Anche Ilaij sembrava preoccupato, ma la prendeva con ironia. "Ah! Non vorrei doverlo dire, ma certe volte invidio davvero voi vulcaniani. Scommetto il mio sedere socialista che questa mattina sei perfino riuscito ad ascoltare la lezione di Cobledick: io invece avevo la testa completamente vuota."

"Il che mi sembra del tutto coerente con il tuo status normale," disse Vaarik, scrollando le spalle. Rebecca accompagnò l'affermazione del vulcaniano con una risatina, attirandosi un'occhiata fintamente offesa da parte del russo.

"A proposito," continuò la ragazza. "Avete sentito che quest'anno hanno sostituito il computer del simulatore con un nuovo processore a matrice bio-neurale? In questo modo la risposta del simulatore dovrebbe essere molto più veloce e realistica, anche in caso di situazioni non previste inizialmente dal programma."

"Danza di verità tue parole eseguono?" domandò Dizzie con lo strano modo di esprimersi tipico della sua razza. "Che fossero riusciti ad installarlo, credevo non."

"Ne ho la sicurezza, ho sentito questa mattina Vinsar e De Leone che ne parlavano in corridoio. A quanto pare sono arrivati praticamente tutti i componenti che aspettavano. Lo collauderanno oggi pomeriggio."

"Già, probabilmente su di noi," commentò sarcastico Ilaij.

In quel momento entrò nella stanza il guardiamarina Marok. I cadetti scattarono in piedi, un po' per rispetto dell'etichetta e un po' per semplice nervosismo.

"Cadetto Vaarik," disse il vulcaniano dopo averlo individuato, "lei è il primo. Si presenti al simulatore numero diciannove, con effetto immediato." Vaarik non aveva ovviamente mai creduto alle coincidenze, ma gli sembrava ci fosse una sorta di simmetria poetica nel fatto che Marok, l'ufficiale che l'aveva introdotto al colloquio con il Rettore il suo primo giorno di Accademia, lo accompagnasse al test della Kobayashi Maru nel suo ultimo giorno da cadetto. Il cerchio si chiude, pensò.

Il vulcaniano fece per dirigersi verso la porta, ma venne intercettato dai suoi compagni.

"In bocca al lupo, compagno," disse Ilaij con un cenno della testa. "Fagli vedere di cosa sono capaci i cadetti del corso del 2377."

"So che andrà bene," aggiunse Rebecca con un sorriso tranquillo. "Se c'è qualcuno qui capace di trasformare la sconfitta in una concreta possibilità di vittoria, quello sei tu."

Inspiegabilmente, le parole dei due cadetti ebbero un effetto sorprendente su di lui, scacciando quel senso di impotenza che l'aveva accompagnato fino a quel momento. Quelle persone credevano in lui. Nonostante tutte le menzogne che aveva dovuto raccontare sul suo passato, nonostante non avesse mai dato motivo di credere che ricambiasse la loro amicizia, loro credevano in lui.

"Sulle loro ossa danza di vittoria tu eseguirai," concluse Dizzie, sibilando con convinzione: per un attimo il vulcaniano non poté fare a meno di immaginare la scena, ritrovandosi a sperare che la nykkus non intendesse in senso letterale.

Lungo il corridoio Marok gli diede le ultime istruzioni.. "Quando la luce verde sul pannello a fianco della porta si sarà accesa dovrà entrare immediatamente nel simulatore. Non è consentito l'uso di tricorder o di PADD personali. Per lo svolgimento del test dovrà utilizzare unicamente i dispositivi che troverà all'interno del simulatore. Non le è dato di sapere a priori il tempo di durata del test. Il test terminerà soltanto quando l'ufficiale superiore fra i presenti ne decreterà la conclusione. Terminato il test dovrà allontanarsi dall'area delle esercitazioni senza fermarsi a parlare con altri cadetti. I risultati del test verranno comunicati ufficialmente alle 19.00 ora locale. È tutto chiaro?"

"Sì, signore."

"Domande?"

Vaarik ci pensò su un attimo. "In caso uno degli istruttori rimanesse ferito durante la simulazione, il cadetto che sta eseguendo la prova in quel frangente sarebbe ritenuto responsabile delle conseguenze?"

Il vulcaniano sembrò spaesato dalla domanda. "Suppongo di no. Le azioni dei cadetti hanno effetto solo per quanto riguarda la simulazione. Qualsiasi conseguenza reale sarebbe considerata come una avaria tecnica." Poi dovette vedere qualcosa di strano sul volto di Vaarik, perché aggiunse. "A meno che non intenda pugnalarne uno di persona."

"Capisco," fu l'unica risposta del vulcaniano.

Marok gli lanciò un'occhiata, ma non disse nulla. "Inserisca qui il suo codice di immatricolazione. Luce verde. Inizio simulazione."

Accademia della Flotta Stellare. Simulatore n. 19.
Subito dopo.

L'interno del simulatore era attrezzato con la ricostruzione della plancia di una nave stellare. La configurazione del ponte era chiaramente federale, ma Vaarik riconobbe postazioni provenienti da almeno tre classi differenti: evidentemente erano decisi a rendere loro la vita il più difficile possibile. Gli istruttori che interpreteranno i ruoli degli ufficiali di plancia erano già ai loro posti. Sulla poltrona di comando era seduto il capitano Maxwell, con l'aria di divertirsi un mondo.

"La sua postazione è quella del timoniere," disse la donna, indicando davanti a sé. Vaarik fece tre passi e si sedette dove gli era stato indicato. Timone, pensò, con un po' di delusione. Naturalmente aveva seguito tutti i corsi base di pilotaggio, ma avrebbe preferito la postazione scientifica, che era la sua specializzazione, o magari quella dell'ingegneria. Poi lanciò un'occhiata verso la poltrona centrale, cercando di non pensare alla sensazione di potere che si doveva provare sedendosi al centro della plancia, con tutti gli occhi puntati addosso, in attesa di un suo comando. Scacciò il pensiero e si mise a familiarizzare con i comandi: se possibile voleva evitare di schiantarsi la prima volta che doveva fare una virata a sinistra.

"Computer, iniziare test Kobayashi," disse Maxwell, e i sistemi della plancia tornarono alla vita.

"Missione di addestramento Gamma Hydra," replicò docilmente la voce del computer. "Sezione 14, coordinate 22 87 4. Zona neutrale in avvicinamento. Tutti i sistemi regolari e funzionanti."

La prima parte del volo sembrò durare un'eternità. Un sensore si illuminò sulla sua consolle. "Stiamo lasciando la sezione 14 per la sezione 15, capitano," annunciò Vaarik con voce neutra.

"Molto bene. Programmare rotta parabolica per evitare zona neutrale."

"Cambio di rotta programmato ed inserito, capitano." Tutta quella faccenda stava cominciando a diventare surreale, pensò il vulcaniano: tanto lo sapeva che qualcosa sarebbe dovuto andare storto, cosa stavano aspettando?

"Capitano, ho un messaggio in arrivo sul canale di emergenza," disse l'addetto alle comunicazioni. "Solo audio." Finalmente qualcosa cominciava a muoversi.

"Attivare altoparlanti."

La plancia si riempì del brusio della statica, sotto la quale era però ancora distinguibile una voce agitata. "Emergenza! Qui è la Kobayashi Maru, 19 periodi all'esterno di Altair 6. Siamo entrati in collisione con una mina gravitazionale. Necessitiamo di assistenza immediata: il supporto vitale è al minimo e il contenimento dell'antimateria potrebbe cedere da un momento all'altro. Abbiamo trecento passeggeri a bordo..."

Istintivamente Vaarik iniziò a preparare le coordinate: Maxwell gli avrebbe sicuramente ordinato di entrare nella zona neutrale, tanto valeva farsi trovare pronto.

BOOOM! Un'esplosione scosse la nave, facendo vacillare gli istruttori. "Rapporto situazione!"

BOOOM! BOOOM! Tra gli scossoni il vulcaniano interrogò la consolle, cercando di capire cosa fosse successo. "La Kobayashi Maru ha ragione, capitano. Ci sono mine gravitazionali dappertutto."

BOOOM! BOOOM! BOOOM! Maxwell si aggrappò ai braccioli della poltrona. "Manovre evasive!"

Vaarik fece volare le mani sulla consolle, cercando di evitare più mine possibile, ma quelle erano guidate verso di loro dalla stessa massa della nave e non c'era verso di ingannarle: le mine continuavano a puntarle su di loro da ogni parte come vespe arrabbiate. Il vulcaniano teneva incollato il volto allo schermo visore, cercando di aprirsi la strada dove le mine erano meno fitte, ma le maglie di campo si facevano sempre più strette, e Vaarik cominciava a provare dolore agli occhi per lo sforzo di tenerli concentrati sullo schermo. Per un attimo gli sembrò persino di vedere due sagome luccicare in controluce sul visore, ma doveva essere un'illusione perché quando sbatté le palpebre l'effetto svanì come era apparso.

Infine il vulcaninano lo vide: un varco nel campo minato, grande esattamente quanto necessario per far passare la nave. Manovrò per portarsi in traiettoria, spinse i motori per avere un po' più di velocità...

BOOOOOOOOOM! Un'esplosione di portata superiore rispetto a quelle precedenti investì la nave, facendo tremare i timpani nelle orecchie del vulcaniano e i denti nella sua mascella. La sua consolle esplose in una miriade di frammenti, investendolo in pieno e scaraventandolo a terra con violenza. Suoni ovattati giunsero alle sue orecchie, mentre il volto e le mani gli dolevano oltre ogni limite.

"I... puter non risponde... s... guina da... v... r... Emergenza medic..."

* * *

Vaarik si guardò intorno, spaesato. Si trovava in una specie di stanza ovale, dalle pareti completamente bianche, illuminata da una luce bianca e violenta che feriva gli occhi: sembrava provenire da tutti i lati contemporaneamente, come se le pareti stesse fossero fatte di luce. Il vulcaniano sbatté un paio di volte gli occhi, sentendo la membrana protettiva che scorreva sotto le sue palpebre per proteggere i suoi occhi dall'illuminazione eccessiva. Vaarik si accorse per portava un lungo abito nero, di fattura vulcaniana, completamente diverso dall'uniforme che indossava un istante prima. La stanza era completamente vuota, fatta eccezione per una poltrona a uovo, grande e bianca, di quelle che andavano di moda sulla Terra negli anni '70 del XX secolo, voltata dall'altra parte rispetto a lui. La poltrona ruotò lentamente su se stessa, mostrando il volto e la figura di colui che vi era seduto.

"Consigliere Memok?"

Nemmeno il vulcaniano indossava l'uniforme, ma un completo classico con giacca, cravatta e gilè, tutto di un bianco abbagliante come le pareti della stanza. "Benvenuto in Paradiso, signor Vaarik," disse l'ufficiale con la sua solita aria sorniona. "Lei è morto, ed io sono Dio."

Vaarik scosse rigidamente la testa. "No. Mi rifiuto di crederlo. Se questo è il Paradiso, preferisco di gran lunga finire all'Inferno."

"Molto bene. In questo caso forse sarà appropriato un cambio d'abito," rispose Memok con voce suadente.

Con uno schiocco di dita, il consigliere scomparve in un lampo di luce, mentre al suo posto comparve la figura di un klingon, alto, massiccio, con la lunga chioma scarmigliata. Vaarik riconobbe immediatamente il Reggente Worf, uno degli ufficiali più temuti dell'Alleanza, la cui crudeltà il vulcaniano aveva conosciuto di persona durante la sua schiavitù. Nello stesso tempo la stanza venne avvolta da una vampata di fiamme: le pareti si accartocciarono come se fossero state consumate dal calore e dietro di esse comparve uno spazio enorme, cavernoso, che Vaarik ricordò come l'interno della fonderia nel quale era cresciuto su Vulcano.

Dal nulla comparvero delle catene le quali, come animate di vita propria, si gettarono su di lui come serpenti infuriati, avvolgendosi attorno alle sue gambe e alle sue braccia, sollevandolo da terra e immobilizzandolo come una grottesca imitazione di un crocefisso. Anche i suoi vestiti erano cambiati, trasformandosi negli abiti laceri indossati dagli schiavi del suo universo.

"Allora, ti piace l'Inferno?" abbaiò il klingon, portandosi a pochi centimetri da lui, tanto vicino che il vulcaniano poteva sentire il suo fiato puzzolente di gagh sulla pelle. "Dovrebbe, visto che l'ho disegnato apposta per te."

"Che. Cosa. Sei?" riuscì a dire Vaarik, trattenendo a stento l'agonia causata dal morso delle catene nella sua carne.

Il klingon si tirò indietro, schioccò le dita e Vaarik si trovò di nuovo nella stanza iniziale, il suo corpo integro e le sue vesti immacolate.

Ma al posto del consigliere Memok, Vaarik vide un uomo, apparentemente terrestre, che non aveva mai incontrato prima. "Io ho molti nomi, nessuno dei quali riusciresti a comprendere, piccolo mortale," disse con spocchia. "Ma se ti fa piacere puoi chiamarmi Q."

Finalmente Vaarik comprese quello che gli stava capitando. "Un Q? Quindi si tratta di questo? Uno dei vostri stupidi scherzi per prendervi gioco dei mortali?"

"Oh, no," disse la figura, con un sorriso ironico. "Tutt'altro. Secondo tutti i criteri del tuo cosiddetto mondo, ora tu sei morto. Defunto. Dead. Kaput. Ti ho prelevato un istante prima che il danno neurale diventasse irreversibile. Un trucco nel quale sto diventando piuttosto bravo, devo ammettere."

"Che cosa vuoi da me?" domandò il vulcaniano, a cui non piaceva essere menato per il naso.

"Io? Non essere sciocco. Io sono onnipotente, capisci? Non c'è nulla che tu possa fare per me, corvaccio." Per qualche motivo, il fatto che Q avesse usato il soprannome che gli avevano dato in Accademia lo irritò ancora più delle sue parole. "Chiediti invece cosa puoi fare per te. Non credo che una fine ignominiosa in uno stupido simulatore fosse il destino che ti aspettavi, o sbaglio?"

Il vulcaniano rimase in silenzio.

"Bene. Allora apri le tue orecchie a punta: questa tua dipartita non era ancora prevista. Ci sono cose importanti che devi fare, un destino da compiere, eccetera, eccetera, un sacco di paroloni. Ma tant'è. Per questo tu tornerai."

Vaarik fece un passo in direzione dell'entità, cercando di capire meglio. "Tornare? Dove? E come farò ad evitare il destino?"

"Questo dovrai scoprirlo da solo. Vi saranno dati dei suggerimenti. Ma dovrai riuscire ad interpretarli."

"Aspetta, cosa significa?"

Ma l'entità scosse la testa. "Mi spiace, il nostro tempo è scaduto. E riguardo al tuo destino... beh, sai come si dice: meglio regnare all'Inferno che servire in Paradiso! Buona fortuna!" e schioccò le dita con gesto teatrale.

Prima di riuscire a pensare a quello che stava facendo, il vulcaniano allungò una mano per impedire all'entità di andarsene. "Aspetta!"

* * *

Vaarik si guardò di nuovo intorno: si trovava in piedi dietro un banco, in quella che sembrava esattamente la stessa aula nella quale aveva seguito la lezione di xeno-filosofia quella mattina.

Cobledick lo stava guardando stupito. "Aspettare cosa? Mi sembra di avere detto tutto."

Ora tutti gli sguardi erano puntati su di lui: il vulcaniano si sentì bruciare di imbarazzo, ma cercò di controllarsi. "Scusi, signore," borbottò, sedendosi nuovamente.

I suoi compagni di corso fecero finta di tornare a seguire la lezione, ma ogni tanto qualcuno lanciava un'occhiata furtiva nella sua direzione: con la coda dell'occhio Vaarik catturò l'immagine di qualcuno che faceva un gesto al suo vicino di posto, roteando un dito all'altezza della tempia. L'altro si strinse nelle spalle, con aria afflitta.

"Se questo è l'inizio..." sibilò il vulcaniano a mezza voce, così basso che nemmeno lui di sicuro di averlo detto realmente o di averlo solo pensato.

Accademia della Flotta Stellare, Blocco J.
Alcune ore dopo.

Per quanto Vaarik si sforzasse, non riusciva a credere a quello che stava succedendo. O meglio, ci credeva (dato che non poteva negare quello che aveva sotto gli occhi), ma allo stesso tempo non riusciva a convincere parte del suo cervello che tutto quello stesse succedendo davvero.

Aveva vagliato ogni altra possibilità che gli era venuta in mente, una per una, ma nessuna sembrava avere senso. Poteva essere un'allucinazione generata dalla sua mente quando era stato colpito dalla scarica nel simulatore? No, Vaarik era certo di non possedere immaginazione sufficiente per generare tutto quello. Doveva trattarsi di qualcos'altro.

Forse si trattava di un complesso test organizzato dagli istruttori, che avevano ricreato gli avvenimenti di quella mattina sul ponte ologrammi? Anche quello era da escludere: la ricostruzione era troppo precisa, troppo minuziosa per essere frutto di una mistificazione. Ogni più piccolo dettaglio era stato identico a come se lo ricordava: non sarebbe stato possibile ottenere quella precisione artificialmente. L'unica cosa che si discostava dalla volta precedente era l'assenza di Renko e Luke. Da quando si era ritrovato di nuovo alla lezione di Cobledick, il vulcaniano non era riuscito infatti ad incontrare i suoi due compagni; anche tutti i tentativi di contattarli tramite comunicatore non avevano dato alcun esito. Aveva anche provato a chiedere notizie di loro agli altri cadetti, ma quelli sembravano non capire il problema. Alla fine Vaarik aveva immaginato che quella faccenda riguardasse unicamente lui, e che di conseguenza gli sarebbe stato negato qualsiasi tipo di collaborazione.

Alla fine anche tutte le altre ipotesi che aveva preso in considerazione avevano fatto stessa la fine di quelle precedenti. L'unica possibilità rimasta era che l'entità che aveva incontrato gli avesse detto la verità, e che gli avesse realmente dato una seconda possibilità per evitare l'incidente che si supponeva gli sarebbe costato la vita di lì a poche ore. E come aveva detto una volta un saggio vulcaniano: 'una volta escluso l'impossibile, ciò che rimane, per quanto improbabile, deve essere la verità'. Già.

Ma come poteva fare per evitare di rimetterci la pelle in maniera tanto poco dignitosa, per di più in un dannato simulatore? Gli era stato detto che gli sarebbero stati dati degli indizi. Era così. Sul suo PADD aveva trovato un messaggio firmato Q: 18 prime 4. 19 prime 3. 20 PRIME 3.

Il messaggio era stato ripetuto in altri contesti, in forme leggermente diverse ma con lo stesso significato apparente: sul menù della mensa, su un biglietto nel suo alloggio. Ma Vaarik non ci aveva capito un accidente.

Il vulcaniano era sempre stato discretamente fiero della sua abilità nel risolvere enigmi e decifrare codici, soprattutto se basati su formule matematiche, ma questa volta brancolava nel buio più completo: gli elementi erano semplicemente troppo pochi, le combinazioni possibili praticamente infinite. Si era lambiccato il cervello per un tempo che sembrava interminabile: niente di niente.

Si era rintanato nel suo alloggio, cercando quell'isolamento che tanto spesso era stato suo alleato. Aveva rovistato tra le sue cose, accumulate in quattro anni di Accademia, in cerca di un indizio, di una traccia: aveva finito per tirare fuori tutto, senza trovare nulla che potesse aiutarlo. Sentiva la frustrazione che cresceva nel suo animo, come una minacciosa nube temporalesca. Si costrinse a mantenere la concentrazione: quella faccenda stava minando il suo autocontrollo più di quanto sarebbe stato disposto ad ammettere.

Perché? si domandò. La risposta poteva sembrare ovvia, in fondo era in gioco la sua vita, ma Vaarik sapeva che non era quella giusta. Non aveva paura della morte. Per lui la morte non era una severa mietitrice; era invece una gentile compagna di viaggio, che prometteva di restituire ciò che un tempo aveva portato via. L'aveva perfino desiderata, in passato, quando la sua vita non sembrava avere più senso: ora non più, ma di certo non aveva paura di lei.

Era qualcosa di diverso, più profondo e in un certo qual modo più... stupido: non accettava di perdere. Altro che Kobayashi Maru ed imparare ad accettare la sconfitta. Era sempre stato così per lui: avrebbero potuto strappargli le membra con artigli insanguinati, ma non avrebbe mai ammesso di essere stato sconfitto. Mai. Certo, come schiavo dell'universo specchio aveva imparato a sue spese che c'erano cose che non poteva cambiare: se una guardia di sorveglianza decideva che voleva diversi un po' con lui con il suo agonizzatore, c'era ben poco che Vaarik potesse fare per evitarlo. Ma quella non era una sconfitta. Non dentro il suo cuore. Sconfitta sarebbe stato smettere di odiare quel sorvegliante, smettere di sentire il dolore dell'agonizzatore, perché l'odio e la sofferenza erano il cibo e l'aria che manteneva in vita la sua anima.

Da questa parte dello specchio, erano la speranza e l'unità il motore propulsivo della galassia. Avversate? Certo. Combattute? Sicuramente. Ma in definitiva, ogni volta che erano state date per sconfitte, queste due forze erano rinate dalle loro ceneri per tornare a volare più in alto della loro incarnazione precedente. Nel suo universo non era così: là erano l'odio e la disperazione a farla da padroni. C'erano voluti cinque anni in un altro universo perché Vaarik capisse quella semplice verità fondamentale: l'universo specchio non era un posto. Era uno stato dell'anima. E lui vi sarebbe sempre appartenuto, indipendentemente da quello che sarebbe stato della sua vita.

Avanti, si disse: non puoi arrenderti così facilmente. Non puoi accettare di morire così, senza senso, senza significato, durante una stupida simulazione all'interno di uno stupido test scolastico. Diciotto, diciannove, venti: a cosa corrispondevano quei numeri? 'Diciotto prime quattro'. 'Prime quattro' cosa? Perché per il 'diciotto' e il 'diciannove' l'indicazione 'prime' era minuscola mentre per il 'venti' era maiuscola? Cosa significava?

Il tempo ormai era agli sgoccioli: mancava meno di mezz'ora all'inizio del test della Kobayashi Maru e lui non aveva ancora una soluzione.

Dannazione! Dannazione, dannazione, dannazione!

Per una frazione di secondo, Vaarik si domandò per quale motivo tutta la roba che era nel suo cassetto aveva preso repentinamente il volo attraverso la stanza, inseguita a stretto giro di ruota dallo stesso cassetto. I suoi effetti personali stavano fluttuando con impensabile lentezza verso la parete opposta della stanza; il vulcaniano li ammirò, rapito. Poi, come se avesse premuto il tasto di avanzamento veloce, tutto riprese a scorrere a velocità accelerata: la sua roba si abbatté contro il muro, esplodendo in tutte le direzioni, il cassetto colpì lo stesso punto meno di un istante dopo, schiantandosi con un fracasso d'inferno.

Con un vago senso di stupore, Vaarik comprese quello che doveva essere successo: aveva scagliato il cassetto e tutto il suo contenuto contro il muro con tutta la sua forza. Non ne aveva avuto coscienza, anche se certamente l'aveva fatto. Si guardò la mano, come se appartenesse a qualcun altro: il suo corpo si era mosso di sua spontanea volontà, senza disturbarsi di informare la sua mente cosciente. Sapeva perché: se l'avesse fatto, la sua Disciplina avrebbe preso il sopravvento, impedendogli di compiere quel gesto istintivo, irrazionale e avventato. E che tuttavia doveva fare. Perché era qualcosa che non avrebbe mai fatto. Non era certo che la cosa avesse un senso, ma d'altro canto era sicuro che l'avesse.

Abbassò lo sguardo sul bailamme che regnava sul pavimento della sua stanza. C'era un PADD, che l'urto aveva fatto attivare in maniera casuale. Vaarik lo raccolse per esaminarlo: si trattava di un articolo di giornale riguardante i fatti avvenuti durante il suo stage estivo presso la compagnia di bonifica spaziale di Jerome Drake. Guardò in alto a sinistra dello schermo: pagina diciannove. 'Diciannove prime tre' diceva uno degli indizi. Poteva significare qualcosa. Lesse le prime tre parole dell'articolo: 'Tra pochi giorni'.

Di per sé quelle parole non sembravano avere senso, ma dentro di sé il vulcaniano sentì di essere ad un passo, per quanto piccolo, più vicino alla soluzione.

Accademia della Flotta Stellare. Simulatore n. 19.
Di nuovo.

Le porte del simulatore si aprirono di fronte a lui: come in un sogno Vaarik avanzò nella stanza, sapendo esattamente quello che vi avrebbe trovato. Gli istruttori occupavano tutte le postazioni, eccetto quella del timoniere. Il vulcaniano si sedette, rivivendo le stesse sensazioni provate la prima volta.

La sua mente lavorava furiosamente: cosa doveva fare ora? Continuare la simulazione come se niente fosse, lasciando semplicemente la sua postazione un attimo prima di essere investito dalla mortale scarica?

Sarebbe stata la soluzione più semplice, ma Vaarik conosceva sufficientemente la meccanica temporale per sapere che con ogni probabilità non sarebbe servito a nulla. I sistemi temporali erano sistemi incredibilmente complessi, e come tutti i sistemi complessi essi tendevano spontaneamente verso una situazione di auto-equilibrio. Ogni intervento per alterare questo equilibrio avrebbe automaticamente generato delle forze, in realtà variazioni pseudo-casuali della linea temporale, il cui effetto finale sarebbe stato di annullare la sua azione, ristabilendo così l'equilibrio del sistema. Poteva tentare di tenere la linea temporale lontana il più possibile dall'esito non desiderato, ma alla fine si sarebbe dovuto arrendere di fronte alla pressione della linea temporale di ritornare in una posizione di equilibrio.

Il tenente Fraser, docente del corso di fisica temporale che avevano seguito durante il secondo anno, era ricorso ad un'analogia, e per quanto Vaarik non avesse bisogno di simili accorgimenti semantici per comprendere un fenomeno perfettamente descritto da una serie di equazioni alle derivate parziali asimmetriche, aveva trovato tale similitudine piuttosto acuta.

Si immaginava una porzione di linea temporale come un pendolo di corda, sospesa ad un estremo e collegata ad un peso all'altro. In una situazione di equilibrio, il pendolo sarebbe rimasto in posizione verticale, come una freccia diretta verso l'evento più probabile della catena di eventi che stava analizzando: in questo caso, la sua morte. Questa doveva essere per forza un punto di equilibrio, un autovalore come veniva chiamata in fisica teorica, dal momento che essa si era già verificata una volta. Se in qualche modo Vaarik fosse intervenuto per allontanare la linea temporale dalla sua posizione di equilibrio, spostando così metaforicamente il pendolo finché esso non indicasse più la direzione verticale, avrebbe allo stesso tempo generato una serie di forze uguali e contrarie, sotto la cui azione la linea temporale avrebbe tentato di tornare in posizione di equilibrio. Sempre in analogia con il pendolo, più forte fosse intervenuto per allontanare l'evento indesiderato, più intensamente la linea temporale avrebbe "lavorato contro", cercando di tornare verso l'evento più probabile. Si trattava dunque di una battaglia che non era possibile vincere indefinitamente: prima o poi avrebbe commesso un errore, e allora sarebbe stata la fine. Di nuovo.

L'unico modo per uscire da quella situazione era creare un nuovo autovalore, un nuovo evento più probabile verso il quale la linea temporale avrebbe preso spontaneamente a dirigersi, senza che lui dovesse continuamente intervenire per mantenere stabile la situazione. Aiutandosi con la metafora del pendolo, quello che doveva fare era generare una nuova posizione di equilibrio, ad esempio posizionando un potente magnete a lato del pendolo: questo avrebbe attirato il peso posto alla fine della corda verso di sé finché la forza gravitazionale e quella magnetica non fossero state pari, generando così una nuova situazione di equilibrio, si sperava per lui più favorevole.

Tutto questo, naturalmente, in teoria. Su come fare per applicare questa conoscenza alla sua situazione corrente, Vaarik non ne aveva assolutamente idea.

Accademia della Flotta Stellare. Simulatore n. 19.
Ancora.

BOOOM! La prima mina gravitazionale squassò la plancia. Gli istruttori si aggrapparono a qualcosa, cercando di rimanere in piedi. Vaarik non sapeva se quella situazione era prevista dalla simulazione, oppure se era frutto dell'avaria che di lì a poco gli sarebbe stata fatale. Se gli istruttori ne erano al corrente, di certo dovevano essere degli ottimi attori, perché si scambiarono sguardi perplessi e vagamente preoccupati.

Mentre la nave rimbombava delle esplosioni delle mine gravitazionali attorno allo scafo e scrollava violentemente il ponte come un cavallo imbizzarrito, Vaarik guardò con attenzione lo schermo visore della plancia, come se lo vedesse per la prima volta. La Kobayashi Maru, un vecchio vascello mercantile, tremava come una foglia in mezzo alle esplosioni; il vulcaniano sapeva che quella era solo una simulazione, e per quanto fosse poco ortodosso pensarlo durante un test che si proponeva di mettere alla prova il suo carattere, gli interessava molto di più la sua reale pellaccia che trecento persone virtuali a bordo di quel vascello fantasma. Ma come la prima volta, sullo schermo c'era anche qualcos'altro che aveva attirato la sua attenzione: forse se lo stava solo immaginando, ma per una frazione di secondo, alla luce delle esplosioni delle mine, gli era sembrato di scorgere la sagoma di altri due vascelli, simili per forma e dimensioni a quello che si supponeva dovesse apparire il vascello del quale si trovava attualmente al timone.

Non aveva mai sentito parlare di simulazioni combinate, ma si trattava comunque di una possibilità. L'esplosione di un'altra serie di mine illuminò nuovamente a giorno lo spazio. Questa volta il vulcaniano ne era sicuro: c'erano altre due navi attorno alla Kobayashi Maru, del tutto simili a quella sulla quale si trovava lui.

Qualcosa scattò nella sua mente. Tre navi. Tre indizi. Tre cadetti.

Nemmeno per una frazione di secondo Vaarik ebbe alcun tipo di dubbio su chi si trovava a bordo di quelle navi immaginarie, sottoposte come la sua al bombardamento impietoso delle mine gravitazionali. Era proprio da loro comparire in quel modo all'ultimo momento.

Il vulcaniano guardò verso la consolle delle comunicazioni, ma l'addetto era scivolato a terra a causa degli scossoni: doveva fare tutto dalla sua consolle.

"Computer, apri un canale di comunicazione con tutte le navi presenti in quest'area."

Alla cacofonia di suoni presenti in plancia si aggiunsero altri suoni e altri rumori: dal canale della Kobayashi Maru ormai proveniva solo statica, ma dagli altri Vaarik fu convinto di sentire voci concitate e una litania di profanità che avrebbe fatto vergognare un plotone di marines klingon, delle quali fortunatamente meno della metà era pronunciata in lingue a lui note.

"Renko, Dalton, siete voi?" gridò al di sopra del rumore e della concitazione. "So che potete sentirmi! Se le cose stanno come immagino, non abbiamo quasi più tempo! Dobbiamo collaborare se vogliamo uscire vivi di qui!"

"Vaarik!" esplose dal canale di comunicazione una voce che non poteva essere altri che quella di Renko. "Qui sta andando tutto a rotoli! Non sono riuscito a trovare il significato di tutti gli indizi: strano, io sono del reparto investigativo! Cosa possiamo fare?"

"Andarcene da qui il più veloce possibile!" disse la voce disincarnata di Luke, resa gracchiante dal riverbero. "Lo dicevo io che questa faccenda del simulatore non mi convinceva per niente!"

"No, non dobbiamo alterare la catena di eventi, ma interromperla!" gridò il vulcaniano. "Solo così potremmo farcela."

"Allora pensate in fretta, cari miei: non ho nessuna intenzione di fare un'altra visitina a quel rompianima di Q!"

"Vaarik, Luke," disse l'ibrido. "Qual era la soluzione dei vostri indizi? Io ho trovato solo una frase senza senso: 'la perfezione assoluta' con un punto alla fine."

"La mia parte era: 'tra pochi giorni'," disse il vulcaniano, cercando di trovare uno schema senza però riuscirci.

"La mia era: 'Ebbene sì' con una virgola finale, ma non vedo come possa aiutarci!"

Sfortunatamente nemmeno Renko, che era del reparto investigativo, sembrava comprendere cosa volesse dire quell'assurdo codice. "'Ebbene sì, tra pochi giorni la perfezione assoluta'. Ma cosa cavolo vuol dire?"

"Un momento!" ruggì una voce dietro quella dell'ibrido. "Quello è l'inizio della mia relazione per il Rettore D'Elena sull'efficienza del generatore di energia per il nuovo computer del simulatore!" Era la voce di De Leone. Sembrava che l'umano si fosse alzato dalla sua poltrona di comando per mettersi proprio alle spalle del delta gammano e avesse ascoltato tutta la conversazione. "Mi riferivo in particolare ad un relé secondario che non sarebbe stato installato fino a martedì prossimo, ma che secondo l'ingegneria non avrebbe compromesso la sicurezza del simulatore."

"Col cavolo che non l'avrebbe compromessa!" esplose Dalton, con sommo stupore dell'ammiraglio.

Fu però Renko il più veloce a dare spiegazioni. "Mi scusi, signore, ma credo che quel relé mancante potrebbe causare un corto-circuito molto pericoloso nel simulatore. Dobbiamo disattivare a tutti i costi l'alimentazione primaria."

In mezzo al trambusto, Vaarik sentì l'esitazione dell'ammiraglio, ma fu solo un secondo. "Non abbiamo tempo per recarci in sala manutenzione. Vinsar?"

Il klingon rispose prontamente da quella che sembrava la nave di Dalton. "Bisogna troncare i collegamenti dei pannelli che si trovano sotto al timone. In questo modo taglieremo fuori il generatore, ma bisogna farlo in tutti e tre i simulatori attivi."

Il vulcaniano si abbassò sul pannello sotto la sua consolle: sembrava accuratamente inchiavardato e composto di solido metallo.

"Serrrve uno strrrumento per aprrrire quel pannello!" disse il tenente Ailoura, lanciando un'occhiata da sopra la sua spalla.

Ma non c'era tempo, l'esplosione sarebbe avvenuta entro pochi secondi: senza pensarci due volte Vaarik estrasse il suo piccolo d'k tagh, il piccolo fedele d'k tagh che portava sempre con sé da quattro anni, accuratamente nascosto in una piega dell'uniforme, sapendo che sarebbe arrivato un giorno in cui quel pugnale gli avrebbe salvato la vita ancora una volta, così come varie volte aveva fatto nell'universo specchio.

Con un colpo secco, il vulcaniano riuscì ad inserire la lama del d'k tagh nella sottile linea di divisione tra il pannello e quello vicino. Poi raccolse tutta la sua concentrazione e fece leva sul pugnale con tutte le sue forze, rabbiosamente, finché il pannello non cedette di schianto: la violenza della manovra spezzò a metà la lama del pugnale, facendo volare lontano la punta. Con la forza della disperazione, Vaarik infilò la metà rimasta del d'k tagh sotto il fascio di cavi, recidendoli con uno schiocco secco, ignorando il dolore delle mani sanguinanti e il metallo che mordeva le sue carni, cercando di evitare l'inevitabile...

Troppo tardi: come se guardasse una registrazione al rallentatore, il vulcaniano vide le luci abbassarsi per una frazione di secondo, quasi che una belva feroce stesse assorbendo tutta l'energia del simulatore per poi riversarla su di lui e sui suoi due compagni in una scarica letale. Vide la superficie del pannello piegarsi e espandersi come se tentasse di contenere la scarica di plasma, per poi esplodere in una pioggia di schegge e scintille verso il suo volto. Vide le sue mani bruciare, mentre fitte di dolore attraversavano la sua carne. Sentì la scarica di energia che lo raggiungeva, sbalzandolo indietro, come un torrente di elettricità che avvampava attraverso il suo corpo, sibilando lungo i suoi nervi, su, su, fino al suo cuore...

Solo che questa volta non successe. Per un attimo fu come se vedesse due immagini sovrapposte, poi l'illusione scomparve, affievolendosi come un segnale fantasma e lasciando il posto alla realtà: il simulatore era silenzioso, immerso nella semioscurità delle luci di emergenza. Vaarik si trovava ancora seduto al suo posto, perfettamente al sicuro: il pannello giaceva inerte di fronte a lui, con i cavi sparsi tutt'intorno, come una bestia sventrata.

La voce preoccupata di De Leone lo raggiunse come in un sogno. "De Leone a Vinsar, situazione?"

"Qui Vinsar, situazione sotto controllo," disse il klingon dal simulatore di Dalton.

"Situazione sotto contrrrollo anche qui, signorrre," rispose Ailoura, guardando lo scempio ai piedi di Vaarik

"Ce l'abbiamo fatta!" fu l'esclamazione immediata di Luke, trionfante. "Per la miseria, ce l'abbiamo fatta!"

"Simulatore spento e disattivato," confermò il vulcaniano, permettendosi di lasciar andare un sospiro di sollievo.

Un attimo dopo anche la voce di Renko si aggiunse ai festeggiamenti.

San Francisco, Quartiere di Bayside.
Quella sera.

Vaarik stava camminando già da venti minuti verso il Golden Gate Park: aveva preferito evitare di prendere un taxi-pod per non lasciare traccie del suo percorso. Forse la sua preoccupazione era troppa, ma meglio essere prudenti.

I risultati della Kobayashi era usciti qualche ora prima. Il computo finale del punteggio accademico sarebbe stato eseguito quella notte, e l'indomani mattina sarebbe stata affissa la classifica generale: così il vulcaniano avrebbe saputo se avrebbe dovuto pronunciare o meno il suo maledetto discorso alla cerimonia di diploma.

La testa gli doleva ancora un po': non per l'effetto dell'incidente-non-incidente al simulatore, quanto piuttosto per la tempesta di domande alla quale era stato sottoposto dal corpo docente. Dapprima gli istruttori si erano dimostrati increduli di fronte al suo racconto, ma alla fine avevano dovuto arrendersi di fronte alle conferme del reparto tecnico: se non avessero interrotto i circuiti, la scarica di energia proveniente dal generatore (che aveva cotto buona parte dei circuiti della plancia) si sarebbe riversata attraverso la consolle, con esiti presumibilmente fatali.

Istintivamente Vaarik andò a cercare con la mano la posizione dove era solito tenere il suo d'k tagh, che ovviamente non si trovava più lì, ma sulla scrivania del suo alloggio, con la lama spezzata in due tronconi. Nonostante questo, il pugnale l'aveva servito bene, fino in fondo. Come dicevano le parole di quell'antica canzone? 'Una spada spezzata può ancora tagliare...' Mai parole furono più vere, come la sua stessa vita poteva in questo caso testimoniare.

Gli istruttori si erano raccomandati di non divulgare troppo la storia prima che si fosse riunita una commissione di inchiesta per analizzare nel dettaglio l'incidente, ma non ce ne sarebbe stato bisogno: Vaarik aveva già abbastanza problemi senza che andasse in giro a raccontare di essere stato miracolato da un'entità onnipotente. E poi non aveva bisogno di una commissione di indagine per sapere che il suo racconto combaciava alla perfezione con quello dei suoi due compagni.

Già, Renko e Luke: se era necessaria un'ulteriore conferma che la loro vicinanza era il più potente accumulatore di guai che si fosse visto a memoria d'uomo, quella situazione avrebbe dovuto fugare ogni dubbio. Mentre riviveva per la seconda volta la sua giornata, il vulcaniano aveva pensato che l'assenza dei suoi due compagni fosse dovuta al fatto che la questione riguardava solamente lui; invece era esattamente il contrario: anche loro, seduti alla postazione del timone in altri due simulatori identici, erano stati investiti dalla scarica di energia, ed erano stati rispediti indietro nel tempo da Q perché evitassero quella morte ingloriosa.

Il problema era che ognuno di loro era stato portato indietro nel proprio passato soggettivo, quindi ognuno in una realtà diversa ma parallela. Vaarik aveva cercato di spiegare la cosa con precisione matematica ai propri compagni, ma si era dovuto arrendere di fronte alle loro espressioni vacue e alle proteste di mal di testa incipiente. Solo all'interno del simulatore le barriere tra le linee temporali si erano assottigliare, permettendogli infine di comunicare: avevano così compreso che ognuno di loro aveva la possibilità di scoprire solo una parte del codice che avrebbe permesso loro di salvarsi. Solo comunicando tra loro avrebbero potuto far collassare le tre realtà su se stesse, assestandosi così su una linea temporale nella quale tutti e tre potessero salvarsi.

C'era forse una lezione che doveva apprendere da tutto quello? C'era chi sosteneva che i Q non presentassero le loro sfide per divertimento, ma che lo facessero con il preciso scopo di impartire lezioni ai mortali e di indirizzarli nel giusto cammino della loro evoluzione intellettuale. Dalle poche interazioni che aveva avuto, l'impressione di Vaarik era che fossero semplicemente degli spocchiosi arroganti a cui piaceva giocare a rimpiattino con i mortali, ma il vulcaniano sapeva bene che spesso le apparenze ingannavano. In questo caso, qual era la sua lezione? Uniti resistiamo, divisi cadiamo? Bella scoperta.

Vaarik si considerava sufficientemente saggio da prendere in considerazione i consigli di un'entità onnipotente quando questa si prendeva il disturbo di venire a riferirglieli di persona, ma quale sarebbe stato il suo scopo ora che ognuno di loro avrebbe preso una strada diversa?

Il vulcaniano era talmente immerso in quelle riflessioni che quasi non accorse di essere arrivato al luogo dell'appuntamento. Mancavano ancora un paio di minuti alle 22.00. Vaarik diede un'occhiata al piccolo spiazzo pavimentato, circondato dai prati e dai boschi del Golden Gate Park. Una volta per punizione avevano dovuto liberare da soli l'interno parco dalle cartacce su ordine di De Leone, ricordò quasi con nostalgia.

Al centro sorgeva una statua in bronzo del capitano James T. Kirk, alta circa tre metri più il piedistallo. Al contrario della statua ben più appariscente che esisteva nel giardino dell'Accademia, qui il leggendario capitano non appariva in posa eroica, petto in fuori e occhi puntati verso il futuro: sembrava anzi un po' triste, come se fosse oppresso dalla consapevolezza delle sofferenze che ogni scelta di comando poteva portare. Vaarik si ritrovò a pensare al giorno fatale in cui Kirk aveva infranto la barriera che divideva il suo universo da quello speculare, convincendo con le sue parole un ufficiale della Flotta Stellare Imperiale a iniziare un rivoluzione che, nonostante le sue buone intenzioni, aveva condotto alla rovina dell'Impero e alla schiavitù di tutti i suoi abitanti. Era quasi incredibile che una sola scelta potesse provocare così tante conseguenze. Il vulcaniano si chiese se allo stesso modo solo un'altra interferenza potesse rimediare al danno che era stato fatto, oppure se questo non avrebbe fatto altro che moltiplicare i danni. Se gli fosse stata offerta la possibilità, si domandò Vaarik, sarebbe stato disposto a provare?

Per il momento nessun indizio della presenza di Eru. Il vulcaniano aveva pensato così tanto a quell'incontro che non aveva nemmeno pensato a cosa avrebbe fatto se la chiropteriana non si fosse presentata. Sarebbe tornato in Accademia come se nulla fosse? L'indomani avrebbe partecipato alla cerimonia di diploma, avrebbe avuto la sua assegnazione e si sarebbe imbarcato su una nave come un normale guardiamarina? Quattro anni fa, aveva giurato a se stesso che avrebbe completato l'Accademia, non perché fosse convinto che il suo futuro sarebbe stato in Flotta Stellare, ma perché non avrebbe dato a nessuno la soddisfazione di vederlo fallire. Ma era davvero quello che voleva? Era davvero quello il suo destino? Durante il loro colloquio, Q aveva detto qualcosa riguardo al suo destino... qualcosa riguardo regnare all'Inferno o servire in Paradiso...

Un minimo movimento, un fruscio, poi una figura scivolò fuori dalle ombre accanto al piedistallo della statua. Il vulcaniano trattenne il respiro e aguzzò la vista: la figura era troppo alta, le spalle troppo larghe per essere Eru. Deglutendo nervosamente, si avvicinò di qualche passo, finché non riconobbe...

"Luke!"

Quello del vulcaniano sembrò più il sibilo di un serpente infuriato che un'esclamazione di protesta.

L'umano si voltò verso di lui, sbalordito. "Vaarik! Cosa diavolo ci fai qui?"

"Cosa diavolo ci fai tu!" replicò il vulcaniano, talmente inferocito da non preoccuparsi nemmeno di celare la sua irritazione.

Dalton si guardò in giro con aria confabulatoria. "Sono stato... contattato. Un messaggio mi avvertiva di trovarmi in questo posto alle dieci in punto, per discutere questioni molto importati."

"Anch'io ho ricevuto lo stesso messaggio," spiegò Vaarik cupamente. "È stata Eru a darmi appuntamento."

"Allora direi che qualcuno ci vuole tutti qui questa notte," disse una voce da sopra di loro. I due non fecero in tempo ad alzare la testa che un figura scese con un balzo dal folto di un albero, atterrando a meno di un metro e mezzo da loro.

"Renko," disse Dalton senza scomporsi. "Naturalmente."

L'ibrido annuì con la testa. "Nel mio caso è stato il mio governo a contattarmi. Mi è stato detto che qui avrei incontrato qualcuno con importanti istruzioni per il mio futuro."

I tre cadetti, ora in effetti non più tali, si guardarono in faccia, ognuno profondamente consapevole di ciò che stava pensando l'altro. Poi, come se avessero preso una decisione di comune accordo, si voltarono tutti e tre nella stessa direzione: qualunque cosa fosse successa, l'avrebbero affrontata insieme. Come sempre.

"Sono molto lieta di rivedervi, ragazzi," disse una voce femminile, e Vaarik non ebbe bisogno di aspettare che si facesse strada nella luce della luna per sapere che si trattava di Eru. "Vedo che siete già tutti arrivati."

Luke, Vaarik e Renko non risposero. Si limitarono a rimanere lì, immobili e silenziosi come statue di pietra.

"So cosa state pensando," disse la chiropteriana. "Ma dovrete fidarmi di me ancora una volta. Il tempo delle attese è finito. Adesso è giunto per voi il momento di prendere..." si concesse l'ombra di un sorriso,

"...l'Iniziativa."

FINE...?