WILD CARDS

Campo di addestramento di Ranid
Europa - Giove

"Nessun segnale positivo."

Vaarik chiuse il suo tricorder e lo appese alla cintura, appoggiandosi ad un muretto di recinzione. Sollevando lo sguardo verso l'alto, il vulcaniano osservò per un attimo l'enorme sfera striata gialla e arancione di Giove, sospesa nel cielo turchese come una gigantesca mongolfiera. Più distante, il sole splendeva della sua consueta luce gialla e avvolgente, appena meno luminoso di come si appariva dalla Terra.

Come per la maggior parte dei satelliti naturali, la rotazione di Europa era sincrona con la sua rivoluzione attorno al pianeta, il che significava che per tutta la sua orbita il satellite rivolgeva sempre la stessa faccia verso il suo pianeta madre. Questo significava che, da quel lato del satellite, l'enorme disco di Giove incombeva continuamente sulle teste di coloro che vi soggiornavano, senza mai sorgere né tramontare.

Purtroppo, proprio mentre stava per addentrarsi in acute considerazioni filosofiche su questo fatto, il vulcaniano venne prontamente riportato alla realtà dal trillo del suo tricorder.

"Cosa c'è, Vaarik? Hai rilevato qualche segnale?" Renko si avvicinò al suo compagno, sbirciando oltre la sua spalla.

"Non ne sono certo," rispose il vulcaniano studiando i dati che comparivano sullo schermo del suo tricorder. "Le letture sono... inconsuete."

"Come dire che non hai idea di che cosa si tratti," commentò Dalton, senza degnare di uno sguardo il suo compagno di stanza.

Come accadeva sempre più spesso ultimamente, i tre cadetti si erano trovati insieme anche in questa esercitazione. Forse era una consuetudine dell'Accademia, favorire la creazione di squadre di cadetti abituate a lavorare insieme come un piccolo equipaggio, o forse rientrava nei misteri della matematica statistica; fatto sta che anche stavolta Vaarik, Renko e Dalton erano finiti nello stesso gruppo. Questa volta però l'esercitazione era di tipo diverso dalle precedenti: all'interno del campo di addestramento era stato nascosto un dispositivo che simulava le emissioni di una piccola bomba ad antimateria. I cadetti, divisi in piccoli gruppi, dovevano trovare la 'bomba' nel minor tempo possibile, senza attirare l'attenzione degli altri cadetti presenti che non partecipavano all'esercitazione e possibilmente prima che potesse 'esplodere'.

Finora nessuno era stato fortunato, anche perché gli istruttori avevano riempito il campo d'addestramento di falsi bersagli e di emettitori di disturbo, che rendevano il lavoro dei cadetti ancora più difficile.

"Allora, orecchie a punta," lo spronò l'umano con una punta di astio, "ce la fai da solo o hai bisogno di una mano?"

"Vuoi provarci tu, Dalton? Se sei fortunato potresti riuscire a capire da che parte si guarda il tricorder," lo rimbeccò Vaarik, continuando a studiare i suoi dati.

"Wow. Umorismo vulcaniano. Ne avevo sentito parlare, ma non credevo che esistesse veramente."

"Eviterò di risponderti, Dalton, per dimostrare che qui in mezzo almeno uno di noi è una persona matura."

"La volete smettere voi due?" intervenne Renko, lanciando ad entrambi un'occhiata significativa. "Potrete continuare a rimbeccarvi più tardi. Adesso abbiamo un lavoro da fare."

"D'accordo, d'accordo," concesse Dalton, sollevando entrambe le mani in gesto di resa. "Me ne starò buono buono in un angolo finché l'elfo troppo cresciuto non ha finito di giocare con il suo aggeggio con le lucine."

Dal canto suo Vaarik non disse niente, immergendosi nelle letture del suo tricorder. "È strano," ammise dopo qualche secondo. "Rilevo un picco di energia abbastanza netto, ma lo spettro di emissione non ha nulla a che vedere con una bomba ad antimateria. Sembra piuttosto un grosso quantitativo di gas radatio."

"Un falso bersaglio?" domandò Renko.

"Se è così è stato costruito in maniera assolutamente dilettantesca. Nessuno confonderebbe una bomba ad antimateria con un deposito di radatio."

"È vero, ma è meglio dare un'occhiata. Dove si trova?"

"Cinquanta metri a sud est della nostra posizione. Proprio di fianco a quel capannone."

USS Livingston, trasporto di classe 4.
Appena fuori dall'orbita di Europa - Giove

"Questa sì che sia chiama sfortuna," borbottò Renko tra sé e sé, incrociando le braccia con aria seccata e sprofondando ancora di più nella sua poltroncina.

"A cosa ti riferisci?" domandò Dalton dalla poltroncina accanto, sgranocchiando una barretta croccante tirata fuori da chissà dove.

"Stavo ripensando a quello che è ci successo al campo di addestramento di Ranid," spiegò l'ibrido. "Due giorni sprecati, e come se non bastasse dobbiamo ripetere da capo l'esercitazione il prossimo trimestre."

"Già," confermò Dalton con una smorfia. "Per non parlare di quel deposito di gas radatio che ci è esploso praticamente sotto il naso."

"Una metafora sorprendentemente accurata, considerando che a causa dell'esposizione al radatio abbiamo contratto una severa irritazione delle mucose nasali," concluse Vaarik, seduto dalla parte opposta rispetto a Dalton, senza alzare lo sguardo dal suo testo di geometria multidimensionale.

"A proposito," si intromise l'umano, "siete sicuri che questi filtri nasali sottocutanei siano davvero invisibili? Non vorrei che rovinassero il mio meraviglioso profilo greco."

"Luke, è la quindicesima volta che te lo ripeto," disse Renko dando prova della sua proverbiale pazienza. "I filtri sono completamente invisibili: la tua è pura e semplice suggestione."

"Sarà, ma io non sono abituato ad avere corpi estranei impiantati nel mio naso," si lamentò Dalton, strofinandosi il setto nasale.

"La dottoressa Leneorat ha detto che gli impianti sono di materiale biodegradabile," gli ricordò l'ibrido, "e che nel giro di una settimana saranno completamente assorbiti dal tuo corpo. L'unico vero inconveniente è che per una settimana dovremo fare a meno del senso dell'olfatto."

"Considerando l'abitudine che ha qualcuno di lasciare i calzini usati in giro per l'alloggio, per alcuni di noi questo potrebbe anche essere un vantaggio," commentò Vaarik, sempre senza sollevare lo sguardo dal suo testo.

"Se hai qualcosa contro i miei calzini, vulcaniano, faresti meglio a dirlo esplicitamente," lo rimbeccò acidamente Dalton.

"Allora, la smettete?" li rimproverò ancora una volta Renko, che stava iniziando a stancarsi sul serio del comportamento infantile dei suoi due compagni di corso. "Sono giorni che non fate altro che beccarvi. Perché non provate a comportarvi come persone mature, invece che come dei bambini? Soprattutto tu, Luke, che qui in mezzo sei il più vecchio di tutti."

"Ehi, io non sono vecchio!" si lamentò Dalton, incupendosi.

"Hai ragione, Luke, scusami," rispose l'ibrido. "L'importante è essere giovani dentro."

"Renko, smettila! Io non sono vecchio!"

"Nessuno sta dicendo il contrario! Noi non ci facciamo ingannare dai capelli grigi e dalle rughe intorno agli occhi."

Dalton fulminò Renko con uno sguardo assassino.

"Desolato di intromettermi in una diatriba così interessante," intervenne Vaarik, spegnendo il padd dal quale stava leggendo, "ma non avreste qualcosa di meglio di cui discutere?"

"Forse hai ragione," disse Renko, annuendo con aria saggia, "del resto all'età di Luke può essere pericoloso arrabbiarsi."

Come si può facilmente sospettare, il resto del viaggio fu piuttosto movimentato.

Accademia della Flotta Stellare, Blocco J.
San Francisco, Terra.

Vaarik si stava crogiolando sotto la doccia sonica come una lucertola shaliss sotto il sole di Vulcano. La fatica accumulata nei due giorni di esercitazione stava a poco a poco cominciando a scivolargli via di dosso, così come la sensazione di pericolo che l'aveva perseguitato da quando Sherman aveva fatto saltare il aria per errore il deposito di gas radatio durante l'esercitazione di balistica. Riflettendoci a posteriori, erano stati davvero fortunati: sarebbe bastato che il serbatoio principale del capannone fosse esploso appena trenta secondi prima e sarebbero stati investiti in pieno dai vapori tossici del radatio: in quel caso, nessuno di loro avrebbe più dovuto preoccuparsi dei filtri nasali che era costretti a portare.

Inconsciamente, portò una mano al volto, strofinandosi leggermente il setto nasale. Odiava dover dare ragione a Dalton, ma anche lui percepiva una sensazione di leggero fastidio alla base del naso. Per non parlare dell'assenza del senso dell'olfatto: i filtri inibivano il passaggio di qualunque sostanza chimica, il che rendeva ovviamente impossibile percepire qualunque tipo di odore. Fino a quel momento, Vaarik non aveva mai considerato quanto l'olfatto fosse importante nel relazionarsi al mondo esterno. Era come vivere in una specie di bolla asettica, separato dal resto del mondo da un invisibile muro di plastica trasparente. Una sensazione decisamente strana.

Quando uscì dalla doccia, il vulcaniano si accorse che il suo compagno di stanza se n'era già andato. In quel periodo, Dalton tendeva sempre più spesso ad evitarlo (per quanto fosse possibile evitarsi tra compagni di stanza, naturalmente), e le rare volte che gli rivolgeva la parola per primo sembrava rifiutarsi di guardarlo negli occhi. Perfino le loro infinite scaramucce verbali non sembravano più divertirlo come un tempo, anche se continuavano a stuzzicarsi come sempre.

Vaarik sapeva il motivo di quel cambiamento: appena qualche settimana prima, il vulcaniano si era trovato in guai molto seri con la legge, accusato di un crimine che non ricordava di aver commesso. Rinchiuso nel suo alloggio come un topo in trappola e con un buco nella mente lungo dieci giorni, Vaarik non avrebbe avuto speranze se non fosse stato per Renko e Dalton. Nonostante le prove sembrassero schiaccianti e la sua colpevolezza quasi certa, i due avevano fatto carte false per aiutarlo, riuscendo infine a dimostrare la sua innocenza quando perfino lui stava iniziando a dubitarne.

Sfortunatamente, passato un primo momento di logica soddisfazione per la risoluzione del problema, Vaarik si era richiuso nuovamente nel suo guscio, trincerandosi dietro alla tipica freddezza vulcaniana. Se i suoi amici avevano sperato che l'esperienza l'avrebbe spinto ad aprirsi con loro, non avrebbero potuto essere più lontani dalla realtà.

Renko l'aveva presa con filosofia, com'era sua abitudine del resto: l'ibrido aveva la sorprendente capacità di liquidare i problemi con una scrollata di spalle, come se da qualche parte dentro di sé possedesse l'incrollabile certezza che nulla di ciò che poteva succedere avrebbe potuto perturbare la sua ineffabile essenza. Ogni volta che gli capitava qualcosa di terribile, Renko sembrava rinascere dalle sue ceneri come una specie di fenice, ogni volta con una nuova scorta di entusiasmo e di vitalità.

Al contrario, Dalton l'aveva presa sul personale, e la situazione era rapidamente degenerata. Quanto a quello che era successo dopo, e quello che si erano detti... be', meglio non ripensarci.

Accantonando quelle sgradevoli riflessioni in una angolo della sua mente, Vaarik finì di indossare la sua uniforme, preparandosi a raggiungere i suoi compagni in sala mensa.

Campus dell'Accademia della Flotta Stellare.
Pochi minuti dopo.

"Vaarik, compagno, aspettami!"

Sentendo pronunciare il suo nome ad alta voce, il vulcaniano si arrestò istintivamente, rimpiangendo però immediatamente di averlo fatto. C'era solo una persona che si rivolgeva a lui chiamandolo 'compagno'.

"Buongiorno, Ilaij. Posso fare qualcosa per te?" disse il vulcaniano, anche se dal suo sguardo non era difficile intuire cosa stesse pensando realmente in quel momento.

"In un certo senso, compagno Vaarik," rispose il russo, affiancandosi a lui e facendogli cenno di proseguire. "Stai andando in mensa per la distribuzione delle bustine, vero?"

Vaarik sollevò un sopracciglio, incuriosito. "Quali bustine?"

"Ma quelle del gioco, no?" gli rispose Ilaij ridacchiando, come se il vulcaniano avesse fatto una domanda veramente stupida. "Oggi c'è l'ultima distribuzione gratuita."

"Non ho assolutamente idea di cosa tu stia parlando," disse Vaarik, guardando l'umano come se si trovasse di fronte ad un organismo unicellulare che cercava di attirare la sua attenzione facendo roteare un hula-hop.

"Le carte!" spiegò Ilaij, orripilato dall'abissale ignoranza mostrata dal suo compagno di corso. "Il gioco di carte collezionabili distribuito da Romansk! Ma dove sei stato in questi ultimi due giorni?"

"A dire il vero sono stato al campo di addestramento su Europa, dove sono rimasto coinvolto nell'esplosione di un deposito di gas tossico," rispose il vulcaniano, glaciale.

"Ah, questo spiega tutto," concordò l'umano, visibilmente sollevato. "È una specie di evento promozionale, organizzato in occasione dell'uscita di questo nuovo gioco di carte," iniziò a spiegare il pravdiano, infervorandosi sempre più nella descrizione. "Un paio di giorni fa in mensa hanno fatto una distribuzione omaggio di bustine, e da allora non si parla d'altro. Guarda qui." Il russo tirò fuori da una tasca un mazzetto di carte, sventolandole davanti al vulcaniano. "Queste sono quelle che ho raccolto finora."

"Toglimi quelle carte da sotto il naso, Ilaij," sibilò Vaarik come un serpente a sonagli. "Subito."

"Ok, ok, non ti scaldare. Volevo solo farti vedere come funzionano," rispose il russo, a metà tra l'offeso e il divertito. Poi prese una carta dal mazzo e se la appoggiò sul palmo della mano. Dopo qualche secondo un'immagine iniziò a formarsi al di sopra della superficie della carta, con la caratteristica apparenza traslucida delle immagini olografiche intangibili.

Vaarik si ritrovò ad osservare una versione in miniatura del Cremlino di Mosca, che fluttuava pigramente ad un paio di centimetri dalla superficie della carta come per farsi ammirare da tutte le angolature.

Il volto di Ilaij si atteggiò ad un largo sorriso: l'umano stava letteralmente gongolando di soddisfazione, come un padre orgoglioso delle imprese del proprio figlioletto. "Bella, vero? Ogni carta è dotata di un microemettitore olografico autoalimentato. Mi stupisce che quel capitalista liberista di un ferengi produca roba di questa qualità."

Ma contrariamente alle aspettative del russo, il vulcaniano non sembrava essere contagiato dal suo stesso entusiasmo, come sempre del resto. "Pur ammettendo che le carte possano essere ben realizzate, non vedo come un passatempo come questo possa fare tutta questa presa su un gruppo di persone che si presume possano essere considerate adulte."

"Non capisci: non è solo un passatempo," si ribellò Ilaij, ferito dal commento di Vaarik. "È un gioco molto complesso, basato sulla strategia e sull'intelligenza. Un po' come gli scacchi, gioco dove modestamente noi russi eccelliamo da generazioni. Su ogni carta sono indicate delle caratteristiche che rappresentato il suo utilizzo nel gioco: è necessaria una mente analitica per sfruttare al meglio ogni carta, ed una grande abilità per riuscire ad approfittare dei punti deboli dell'avversario. Un vulcaniano come te dovrebbe apprezzare questo genere di cose."

Vaarik lo guardò sollevando un sopracciglio. "Non sapevo che fossi un appassionato di questo genere di giochi."

"In effetti non lo sono mai stato," disse Ilaij dandosi una grattata alla fronte stempiata. "Però quando ho visto queste carte per la prima volta... non so, sono rimasto incantato."

"I terrestri sono soliti cadere preda di manie inspiegabili," rispose Vaarik, esibendosi nell'equivalente vulcaniano di un'alzata di spalle. "Ormai ho smesso di domandarmene il motivo. In ogni caso cosa volevi chiedermi?"

"Come ti ho detto, oggi c'è l'ultima distribuzione omaggio in mensa. I replicatori distribuiranno una bustina di carte ad ogni cadetto. Come compagno, volevo proporti di allearci e di creare un kolchoz di giocatori per arginare lo strapotere imperialista che sta dilagando anche in questo gioco!"

"In pratica vorresti le mie carte," tradusse Vaarik, che ormai aveva imparato a capire il senso di quello che diceva Ilaij al di là della sua solita retorica socialista.

"Ma solo unendo le nostre forze potremmo sconfiggere gli avversari del popolo!" ribadì il russo, tentando di convincere il vulcaniano, ma in realtà dando solamente un'ulteriore conferma di quanto tenesse ad avere quelle carte.

"Vedremo, Ilaij" rispose Vaarik, mentre i suoi occhi iniziavano a brillare di una luce sinistra. "Vedremo."

Campus dell'Accademia della Flotta Stellare.
Cinque minuti dopo.

Quando Vaarik entrò in mensa, la scena che gli si parò di fronte fu a dir poco inconsueta: il locale era pieno come al solito, ma nessuno sembrava interessato a consumare il proprio pasto. Molte persone erano in fila ai replicatori, ma quasi nessuno ne tornava indietro con un vassoio di cibo. Altre erano invece riunite in capannelli, e discutevano animatamente tra loro, come se tentassero di convincersi a vicenda. L'impressione generale era quella di un mercato coperto all'ora di punta in un giorno particolarmente affollato.

Fendendo la folla con la sua solita aura di disastro imminente, il vulcaniano raggiunse rapidamente Renko e Dalton, seduti in disparte ad un tavolo isolato, intenti a discutere nuovamente dei filtri nasali impiantati loro dalla dottoressa Leneorat.

"I replicatori non forniscono più cibo?" domandò Vaarik senza perdersi in chiacchiere, facendo chiaramente riferimento alla caotica situazione attorno a loro.

"Peggio, danno carte da gioco omaggio," rispose l'umano con aria rassegnata. Poi evidentemente non poté resistere alla tentazione di stuzzicare come al solito il suo tetro compagno di stanza. "Ma come? Non sei qui per avere la tua bustina?"

"Sono qui per soddisfare il mio fabbisogno giornaliero di apporto calorico," rispose Vaarik, rifiutando di dargli soddisfazione.

Renko, conoscendo la situazione tesa esistente tra i suoi due amici, reputò più saggio intervenire prima che la schermaglia potesse degenere. "Ragazzi, ormai la coda ha quasi raggiunto una lunghezza accettabile per mettersi in fila. Ci alziamo?"

Seguendo il consiglio del delta gammano, i due fecero per alzarsi dal proprio posto, solo per venire intercettati da Rebecca, a cui si unirono subito dopo Sh'muss, l'enorme macgyveriano che avevano conosciuto durante l'esercitazione di sopravvivenza su Kantara e L'Amico Andoriano, ormai abituato a convivere con quel nome davvero assurdo.

"Salve, ragazzi," esordì Rebecca, scoccando un sorriso luminoso in direzione dei tre cadetti seduti al tavolo. "Perché non ci dare i vostri codici per il replicatore? Così vi portiamo il pranzo direttamente al tavolo, che ne dite?"

"Che è successo? Ci sono di nuovo le elezioni accademiche?" domandò Renko dopo qualche secondo, lanciando un'occhiata in tralice a Rebecca e dando così voce ai sospetti di tutti e tre.

"Cosa vai a pensare," rispose l'umana, mettendosi subito sulla difensiva. "Volevo solo essere gentile."

"Non offendere la nostra intelligenza, Rebecca," cominciò Dalton, ammorbidendo le parole con un sorriso da avventuriero. "È abbastanza chiaro a cosa mirate. Comunque non preoccuparti, questo gioco di cui tutti parlate tanto è carino, ma non così affascinante come lo dipingete. Adesso noi tre andiamo a prenderci il nostro pranzo e poi... chissà, se vi interessano tanto potrei anche darvi le mie carte."

Colti in flagrante come tre bambini con le mani sporche di marmellata, Rebecca e gli altri due finsero di sentirsi in imbarazzo, ma nonostante questo seguirono avidamente con lo sguardo Renko, Vaarik e Dalton fare la fila per ritirare il loro pranzo ai replicatori.

Il vulcaniano osservò il cibo materializzarsi sul suo vassoio, e accanto ad esso la tanto chiacchierata bustina di carte. All'apparenza il sottilissimo pacchetto non sembrava nulla di speciale: il nome del gioco, il simbolo della casa produttrice, due o tre righe di avvertenze: 'Non adatto ai bambini di età inferiore a tre anni standard', 'Campione omaggio, vietata la vendita e qualunque altra forma di transazione', 'La casa editrice declina ogni responsabilità per il contenuto delle carte'. Vaarik si rese conto che l'ultima frase suonava un po' strana, ma non diede importanza alla cosa: probabilmente era stata messa giusto per evitare che qualcuno potesse fare causa alla casa produttrice dopo aver perso il posto per essere stato sorpreso a giocare con le carte invece di lavorare. Come aveva detto poco prima ad Ilaij, non c'era limite a quello che i terrestri potevano fare a causa delle loro manie.

Una volta seduto nuovamente al suo posto, il vulcaniano prese in mano la bustina, studiandone con attenzione l'involucro esterno. Anche Renko e Dalton sembrarono temporeggiare con i loro pacchetti: il primo tutto assorbito nell'accumulare più informazioni possibili riguardo questa nuova stranezza di quelli di razza pura, il secondo probabilmente solo per godersi l'espressione esasperata di Rebecca, Sh'muss e L'Amico.

Con tutta la lentezza di un rituale vulcaniano, Vaarik separò accuratamente i due lati della bustina lungo il contorno, scoprendo i dorsi delle carte contenute al loro interno. Poi prese in mano le carte e le osservò ad una ad una.

[Straniero. Rettore Alenia D'Elena.]

[Il rettore dell'accademia è molto severo nei suoi giudizi: se hai Forza + Mente > 6 puoi proseguire indisturbato, altrimenti devi pagare 1 Credito per poter continuare.]

- Interessante,- pensò il vulcaniano, rimirando la ben nota immagine del Rettore che faceva capolino sulla carta. Evidentemente la casa editrice aveva reputato che, dovendo essere distribuite in Accademia, le carte avrebbe suscitato più interesse se i cadetti vi avessero trovato dei personaggi che tutti potessero riconoscere. Una strategia non priva di ingegno. Girò la carta successiva.

[Evento. Accusa: omicidio volontario.]

[Devi riuscire a dimostrare la tua innocenza superando un test contro Mente 4 o perdere una vita e tutte le tue armi.]

- Strano,- si disse, osservando il disegno che rappresentava un ufficiale di flotta seduto al tavolo degli imputati, accanto a quello che non poteva essere altro che il suo avvocato. Tutta quella situazione aveva un che di familiare.

[Nemico. Geoff Quile (XXI secolo).]

[Anziano umano, odia gli alieno a causa di uno sfortunato incontro quando era solo un ragazzino. Se sei un alieno perdi 1 Vita, se sei un umano devi spendere 2 Crediti per sostenere la sua causa o perdere 1 Vita.]

Questa volta Vaarik dovette sbattere le palpebre un paio di volte per accertarsi di aver letto bene quello che era scritto sulla carta. Geoff Quile era un personaggio storico minore, un vecchio ossessionato dalla paura degli alieni che aveva tentato di assassinare Cochrane la sera prima del Primo Contatto. Nulla di strano, se non fosse che Vaarik e i suoi compagni avevano dovuto confrontarsi proprio con lui durante uno stranissimo sogno collettivo che avevano fatto l'anno precedente.

[Seguace. Consigliere Memok cha'Juven.]

[Grazie alla saggia guida del consigliere, nonché al suo fastidioso umorismo, guadagni un bonus di +2 a Mente se sei un vulcaniano , o di +1 se appartieni a qualunque altra razza.]

- Questo è davvero troppo,- si lamentò mentalmente il vulcaniano, incupendosi immediatamente. Già il consigliere lo perseguitava a sufficienza nella realtà, e adesso se lo ritrovava su una carta da gioco, che lo osservava con la sua solita aria sardonica. In ogni caso era davvero strano: al contrario del Rettore, Memok non era una figura pubblica sufficientemente conosciuta da incuriosire i cadetti. A che scopo allora inserirlo tra le carte?

[Luogo. La Cattedrale di de'Khriv.]

[Antico tempio vulcaniano, interamente scavato nella roccia di una montagna, dove viene venerato il ricordo degli antenati. I personaggi con Mente > 2 e tutti i vulcaniani restano fermi 1 Turno per onorare i propri defunti.]

Il cuore di Vaarik ebbe una stretta nel vedere ancora una volta l'immagine della Cattedrale, scavata nella pietra viva del promontorio di Khallikesh, proprio sopra la città di de'Khriv. La Cattedrale era un luogo sacro per i vulcaniani, e lo era doppiamente per lui, dal momento che era il luogo dove era custodito il corpo di T'Eia, la sua sposa, morta ormai quasi quattro anni prima. Vederlo usato senza alcun rispetto in uno sciocco gioco era semplicemente oltraggioso.

"Guarda! Hai anche una carta Q, lo sai che sono estremamente rare? Ti servirà se vuoi giocare, è davvero molto potente." La voce di L'Amico riportò Vaarik alla realtà. Il giovane andoriano stava parlando con Renko, che nel frattempo studiava con attenzione le carte che aveva appena estratto dalla sua bustina.

"Perché gliel'hai detto? Magari riuscivo a convincerlo a scambiarla con una delle mie!" esclamò Rebecca, tra il serio e il faceto. Conoscendola, non si sarebbe mai abbassata a fare una cosa del genere... allora perché quello sguardo contrariato?

"Ah! Che iella!" disse d'un tratto Dalton, infilandosi in tasca il suo mazzetto di carte. "Le mie carte vengono da una partita difettosa. Sono completamente rovinate. Mi è passata anche la voglia di mangiare."

"Faccele vedere," chiese Sh'muss senza perdersi d'animo, "magari troviamo il modo di utilizzarle lo stesso."

"No, guarda, non vale la pena. Scusatemi, devo proprio andare," rispose l'umano, alzandosi dalla tavola con un sorriso pallido e tirato ed uscendo subito dopo dalla sala mensa.

"E tu, Vaarik?" domandò Rebecca, spostando l'attenzione di tutti su di lui. "Tu cos'hai trovato?"

"Io non ho altro da aggiungere a ciò che ha detto l'umano," rispose il vulcaniano, chiudendosi dietro alla tipica freddezza vulcaniana e rifiutandosi di rispondere alle insistenza della ragazza.

Accademia della Flotta Stellare, Blocco J.
Mezz'ora dopo.

Vaarik era seduto alla scrivania del suo alloggio, assorto nella lettura degli ultimi appunti delle lezioni del capitano Stark. Gli esami di fine anno erano alle porte, e il vulcaniano era solito prendere molto sul serio la sua preparazione: del resto, studiare era una delle poche cose che riusciva a fare senza alcuno sforzo.

In quel momento la porta del suo alloggio emise un trillo. Immaginando che fosse il suo compagno di stanza, Vaarik rispose senza nemmeno chiedere chi era.

"Avanti."

"Disturbante?"

Il vulcaniano sollevò lo sguardo verso la porta, trovandosi di fronte un enorme rettile alto due metri e mezzo che esibiva una straordinaria rassomiglianza con un velociraptor.

"Buongiorno, Dizzie," disse Vaarik senza scomporsi, salutando la nykkus con un cenno del capo. "Non mi disturbi affatto. Posso fare qualcosa per te?"

Dizzie apparteneva ad un razza di rettili estremamente intelligenti, il cui linguaggio era parzialmente corporeo e che per questo era letto con qualche difficoltà dai traduttori universali normali. A parte questo, era una delle poche persone in Accademia che il cinico vulcaniano reputava sane di mente.

"Scambiare danza di parole con te, desiderio presente. Consenso?."

La nykkus era un ingegnere molto dotato, e capitava a volte che venisse da Vaarik per chiedergli un parere o discutere di qualche nuova teoria di cui aveva sentito parlare. Di conseguenza, il vulcaniano mise da parte il suo testo e la invitò ad entrare, aspettandosi un'interessante discussione accademica.

"Cosa trovato tu in buste di carte che brillano e odorano?" domandò invece la rettile, con uno scintillio di interesse nelle pupille verticali.

Vaarik sollevò un sopracciglio stupito. "Anche tu sei interessata a quello stupido gioco? Mi meraviglio di te."

"Non stupido, non stupido!" rispose Dizzie, contrariata. "Grande danza di gioia fanno carte di gioco. Carte preziose."

"Non era mia intenzione essere scortese," commentò il vulcaniano, sulla difensiva. "Sono solo sorpreso. Finora non ti avevo mai visto interessarti a qualcosa che non fosse l'ingegneria."

"Certo, ingegneria bella, e Vinsar bravo insegnante, con testa dura e voce forte. Ma carte fanno danza di gioia. Grande danza e profumo di gioia."

"Non riesco davvero a capire cosa troviate tutti di così affascinante in quelle carte," ripeté Vaarik, scuotendo la testa con aria perplessa. Poi divenne curioso. "Potresti farmi vedere le carte che hai trovato?"

"Ma tu non detto che carte stupide?" domandò Dizzie, sospettosa.

"Infatti l'ho detto. Però sono anche un vulcaniano, e questo significa che non giudico mai nulla senza avere prima delle conferme scientifiche."

La nykkus sembrò convinta, e porse a Vaarik il suo mazzetto di carte, piuttosto corposo per la verità.

Il vulcaniano le scorse ad una ad una, cercando di capire cosa ci fosse di così interessante in quegli strani cartoncini plastificati. Le carte sembravano simili a quelle che gli aveva mostrato Ilaij e alle sue, nulla di strano o di trascendentale. Poi una carta in particolare attirò la sua attenzione.

[Evento. Guerra civile.]

[Il tuo popolo viene sconvolto da una lunga guerra civile tra differenti fazioni razziali. Perdi tutti i Seguaci della tua stessa specie ma puoi pescare un Oggetto arma.]

"Non è successa la stessa cosa alla tua specie circa ottant'anni fa, tra gli anjiri, i nykkus e i raask?" domandò Vaarik a Dizzie, incuriosito.

La rettile lo osservò distrattamente, come se quello che avesse detto non fosse di nessun interesse. "Successo così è."

"E non trovi strano che questa carta parli proprio di quello che è successo alla tua specie?" rincarò il vulcaniano.

"Negativo."

Vaarik continuò a spulciare le carte, trovando avvenimenti e situazioni sempre più personali.

[Oggetto. Traduttore olografico potenziato.]

[Finalmente sei in grado di tradurre senza difficoltà ogni tipo di linguaggio, verbale o corporeo. Bonus +1 a Mente nelle interazioni con individui di altre razze.]

Un oggetto del genere era allo studio da anni per la razza dei nykkus, ma non era ancora stato possibile completarlo.

[Seguace. Colei Che È Saggia.]

[Nemico. Guerriero raask.]

[Straniero. Capitano mammifero.]

[Luogo. Territorio di cova.]


 

Alla fine, per quanto assurdo, uno schema iniziò ad emergere dalla distribuzione apparentemente casuale delle carte. Tutte le carte che aveva trovato Dizzie avevano in qualche modo a che fare con lei, con la sua razza, o con la sua storia.

Ora che ci pensava, quando Ilaij gli aveva mostrato le sue carte il giovane russo aveva estratto il Cremlino. Decisamente adatto ad uno come lui, cresciuto in una colonia ricostruita secondo l'antico sistema sovietico. Anche le carte della bustina che Renko aveva aperto a pranzo mostravano aspetti della sua vita: 55C9, il suo inossidabile PADD; il Viaggio nel Tempo, come quello che avevano fatto durante la visita al Pianeta del Sempre; il Disastro Aereo, come quello che era capitato loro nel viaggio Terra-Sirio II, ed altre.

Infine, come ulteriore conferma, c'erano le sue carte: il consigliere Memok, La Cattedrale, l'accusa di omicidio, Geoff Quile, il Rettore D'Elena. Tutti quelle carte erano collegate alla sua vita, a quello che gli era successo. Com'era possibile?

"Dizzie, so che quello che sto per dire ti sembrerà illogico, ma queste carte parlano di noi," disse il vulcaniano, restituendo il mazzetto alla rettile.

La nykkus lo osservò nuovamente con quello sguardo vuoto. "Cosa che tu dici possibile non è. Carte di gioco, non carte di realtà esse sono."

"Lo so. Ma apparentemente queste carte sembrano essere in relazione con il loro proprietario. Ho avuto modo di osservare le carte di altri cadetti, e tutte riportavano avvenimenti e persone collegate a chi le possedeva."

"Parole vuote oggi tua bocca pronuncia, prive di fondamento," disse Dizzie, guardandolo come se il vulcaniano gli avesse appena confessato di essere un tribolo sotto copertura. "Forse tua danza troppo faticosa in questi giorni è stata, di riposo tuo corpo di mammifero necessita. Ora io meglio che vada."

Detto questo Dizzie uscì velocemente dall'alloggio, come se volesse mettere la maggiore distanza possibile tra lei e il vulcaniano.

Vaarik rimase da solo nel suo alloggio, con i suoi dubbi e le sue perplessità.

Accademia della Flotta Stellare, Corridoio 1-25.
Un paio d'ore dopo.

Vaarik stava camminando a testa bassa, rimuginando senza aver trovato risposta sulla questione delle carte 'personalizzate'. Nelle ultime due ore aveva osservato un gran numero di cadetti giocare con quelle carte, e tutti avevano in mano dei mazzi le cui carte erano strettamente collegate con gli eventi della loro vita. Alcune carte parlavano dei genitori, altre raccontavano episodi di vita normale, altre ancora rivelavano l'esistenza di qualche occasionale dramma personale.

Ma ancora più bizzarro era il fatto che il vulcaniano sembrasse l'unico ad accorgersi di quella stranezza. Ogni volta che tentava di farlo notare a qualche altro cadetto, quello lo guardava come se gli fosse spuntato un terzo occhio in mezzo alla fronte e fuggiva da lui nel più breve tempo possibile. Se già la sua vita sociale non era stata gran che prima, in quelle ore aveva subito un crollo vertiginoso.

Immerso in queste meditazioni, Vaarik non si accorse di un ostacolo imprevisto nella sua traiettoria, andandoci a sbattere contro senza troppe cerimonie. Evidentemente anche l'ostacolo non si aspettava quell'impatto, perché emise una brevissima esclamazione di sorpresa e lasciò cadere ciò che aveva in mano, nella fattispecie un cospicuo mazzetto di carte.

Istintivamente il vulcaniano si chinò per raccogliere quello che era caduto, trovandosi così faccia a faccia con l'ammiraglio De Leone, intento a racimolare velocemente le sue carte.

"Accidenti, perché non guarda dove va?," stava borbottando l'umano, irritato. "Mi ha fatto cadere tutte le carte!"

"Mi scusi, ammiraglio," disse il vulcaniano, osservando l'ammiraglio con preoccupazione. Se quella storia si era propagata anche agli istruttori, allora la situazione era peggiore di quella che aveva immaginato. "Posso aiutarla?"

"Mi sembra il minimo, cadetto," rispose sbrigativamente De Leone, continuando la sua raccolta senza nemmeno guardarlo in faccia.

Nell'urto, alcuni mazzetti ancora sigillati si erano aperti, e ora giacevano sparpagliati sul pavimento in ordine sparso. Con una certa curiosità, Vaarik notò che le carte appena uscite dalle bustine erano completamente bianche, come se la macchina produttrice non le avesse stampate a dovere.

"Temo che quelle facciano parte di una partita difettosa," disse il vulcaniano a De Leone, indicando quelle carte.

"Partita difettosa?" domandò perplesso l'ammiraglio, prendendone in mano un paio. "Perché?"

"Perché sono completamente bianc..." Vaarik non finì la frase, notando che le carte che aveva in mano De Leone erano assolutamente normali, con le scritte e l'immagine perfettamente al loro posto. La curiosità invase il vulcaniano. "Mi scusi, ammiraglio, posso vedere da vicino quelle carte?"

Anche ad un esame più ravvicinato, le carte non mostravano nulla di strano. Su una di esse si faceva riferimento alla USS Dominus, una nave di classe Galaxy, mentre sull'altra c'era l'immagine di un gorn che rispondeva al nome di Schinn Glaff. Vaarik sapeva che la Dominus era stata la nave di De Leone prima di essere assegnato in Accademia, ed aveva sentito parlare un paio di volte di questo Glaff come un vecchio amico dell'ammiraglio. La cosa stava cominciando a diventare surreale.

"Vede," spiegò Vaarik a De Leone, restituendogli le carte che aveva in mano, "mi era sembrato che queste carte fossero bianche come quelle," aggiunse, indicando le altre carte neutre sparse sul pavimento.

"Scusi, cadetto, ma di quali carte bianche sta parlando?" rispose l'umano, guadandolo con sospetto.

"Quelle," replicò il giovane vulcaniano, indicando all'ammiraglio un mazzetto di carte neutre proprio sotto il suo naso.

"Sono solo girate," spiegò De Leone, prendendone in mano una. Quando la girò, sulla parte opposta era comparso un pallone da calcio, uno sport che l'ammiraglio amava praticare nel tempo libero.

"Sono certo che fino ad un attimo fa quella carta era completamente bianca", disse Vaarik, ancora più perplesso.

"Cadetto Vaarik, lei mi sembra un po' confuso. Com'è possibile che un attimo fa quella carta fosse bianca?"

"Non ne ho la più pallida idea," rispose il vulcaniano, non riuscendo a trattenere la sua frustrazione. Poi ebbe un'idea. "Mi faccia fare un esperimento," disse all'ammiraglio, prendendo in mano una carta dal pavimento.

Quando la girò, sulla superficie della carta era rappresentato un agonizzatore, uno strumento di obbedienza che aveva visto tante volte nell'universo dello specchio, e che tante volte aveva dovuto subire sulla sua pelle.

"Un oggetto nuovo!" commentò De Leone, prendendo la carta dalle mani di Vaarik con un luccichio negli occhi. "Non avevo mai visto una carta del genere."

- Non l'ha mai vista perché nessun altro qui in accademia a parte me ha mai visto un agonizzatore,- pensò Vaarik con improvvisa lucidità. A quel punto non c'erano più dubbi. Le carte si 'impressionavano' in base a quello che le prendeva in mano per primo, leggendone in qualche maniera i tracciati mnemonici. Che lui sapesse, non esisteva una tecnologia del genere.

Senza dire un'altra parola, il vulcaniano aiutò De Leone a raccogliere le sue ultime carte, badando bene di non toccarne alcuna che non fosse ancora 'impressionata'. L'idea di lasciare in giro nell'Accademia brandelli della sua esistenza non gli piaceva proprio.

"La ringrazio, cadetto," disse infine l'ammiraglio, contando rapidamente carte che avevano raccolto per assicurarsi che non ne mancasse nessuna.

"Arrivederla, ammiraglio," rispose Vaarik mentre l'umano si allontanava, ma ormai la sua mente era da tutt'altra parte. A quel punto, restavano due problemi da risolvere:

Chiarire perché lui sembrasse l'unico a rendersi conto di quello che succedeva;

Trovare chi aveva organizzato tutto questo.

Accademia della Flotta Stellare, Blocco J.
Notte Fonda.

Vaarik era seduto alla scrivania del suo alloggio, con i gomiti appoggiati alla superficie del tavolo e le mani unite di fronte al volto. Di fronte a lui, le carte che aveva trovato in mensa erano disposte in bella fila. A fianco ad esse, altre cinque bustine ancora sigillate.

Per studiare quello strano fenomeno aveva bisogno di altre carte, ma non era stato facile riuscire a procurarsele. Il chiosco di Romansk non avrebbe aperto fino all'indomani mattina, e in tutta l'Accademia non c'era una sola bustina che non fosse stata distribuita. Alla fine era riuscito ad inserirsi con un tricorder nel sistema informatico della rete dei replicatori, modificando la routine che sovrintendeva alla distribuzione delle bustine ad ogni cadetto. Con un po' di fortuna, era riuscito a convincere il sistema a replicare cinque pacchetti di bustine prima che il programma di gestione lo escludesse. Non era molto su cui studiare, ma almeno era qualcosa.

Per prima cosa Vaarik esaminò le carte che aveva con un tricorder, ma apparentemente il rilevatore non evidenziava nulla di anormale. Il vulcaniano però sapeva che i sensori rilevavano solo quello che erano programmati per riconoscere, quindi proseguì le indagini senza perdersi d'animo.

Dopo circa quaranta minuti di rilevazioni senza risultato, Vaarik cominciò a sospettare che il suo era l'approccio sbagliato: quelle carte sembravano normalissimi fogli di plastica, ognuno munito di un microemettitore olografico e di un sensore a sfioramento per l'attivazione. Procedendo secondo il più classico metodo empirico, il vulcaniano decise di controllare il funzionamento del proprio strumento di misura: le diagnostiche interne dicevano che il tricorder funzionava perfettamente, ma non sarebbe stato inappropriato fare qualche misura esterna, giusto per controllare.

In rapida successione Vaarik esaminò il proprio armadio, la propria poltrona, l'armadietto del pronto soccorso in bagno e il proprio terminale di computer. Tutto sembrava in regola. Alla fine regolò il tricorder per l'analisi biologica e diede una rapida scansione al proprio organismo. Anche se non era un medico, il vulcaniano poteva dedurre dai dati comparsi sul suo schermo che il suo stato di salute era sufficientemente buono, se si escludeva un po' di affaticamento e i postumi dovuti all'esposizione al gas radatio.

Controllando con più attenzione, però, Vaarik notò un picco piuttosto strano in corrispondenza dei filtri nasali che la dottoressa Leneorat gli aveva impiantato proprio in conseguenza della sua piccola disavventura al campo di addestramento di Ranid. I tamponi dei filtri sembravano impregnati di una strana sostanza chimica, sicuramente di origine artificiale. Incuriosito e leggermente preoccupato, il vulcaniano eseguì una scansione più approfondita di quella sostanza. Il tricorder la classificava come un 2ciclo-esa-partenolo sintetico, un composto chimico che poteva avere effetti sul metabolismo cerebrale, una specie di feromone sintetico.

Cosa ci faceva una cosa del genere nel tampone del suo filtro nasale? L'unica spiegazione era che il composto fosse diffuso nell'atmosfera, e che si fosse accumulato nel filtro invece di venire assorbito dal suo corpo durante la respirazione. A questo punto il collegamento era abbastanza ovvio.

Ora che sapeva cosa cercare, Vaarik regolò il suo tricorder per rilevare anche la più piccola quantità di questa sostanza e puntò il sensore verso le sue carte appoggiate sulla scrivania. Il tricorder si mise a lampeggiare come un albero di Natale.

Aveva trovato la soluzione. Le carte emettevano una piccolissima quantità di quella sostanza, talmente bassa che i normali rilevatori non la segnalavano nemmeno. Solo quando si accumulava in concentrazioni più alte, come ad esempio nel tampone del suo filtro nasale, il composto diventava rilevabile. Il 2ciclo-esa-partenolo emesso dalle carte agiva come un feromone sintetico, generando un interesse sproporzionato nelle carte e stimolando un feedback psicologico di auto-appagamento, come nel caso dell'innamoramento. Oltre a questo, il composto imponeva un blocco psicologico nella 'vittima' che le impediva di rendersi conto del processo in atto. Questo spiegava come mai lui non fosse soggetto alla stessa mania che sembrava aver contagiato tutti gli altri, dal momento che gli impianti nasali avevano filtrato, insieme a tutte le altre sostanze, anche il composto in questione, impedendogli di 'contagiarlo'.

Sfortunatamente, la soddisfazione derivante dall'aver capito come la mania delle carte si era diffusa in Accademia fu di breve durata per il vulcaniano: restava da scoprire come le carte venissero 'impressionate' dai ricordi della prima persona che le toccava, ma un processo di quel genere poteva solo essere frutto di una tecnologia che Vaarik non riusciva nemmeno ad iniziare a comprendere, e in questo difficilmente i suoi strumenti gli sarebbero stati d'aiuto.

Messo quindi da parte il suo fedele tricorder, a Vaarik non rimase altro che restare lì, fissando quei pacchetti sui quali poteva esserci scritta tutta la sua vita. Nonostante l'ora tarda Dalton non era ancora rientrato, e a questo punto era probabile che avesse trovato un altro posto in cui passare la notte. Aveva tutto il tempo che gli era necessario. Con lentezza, il vulcaniano scartò una delle bustine, disponendo le carte sul tavolo, a faccia in giù. Iniziò a girarle.

[Luogo. Locale di Chun.]

[Evento. Vacanze sulla neve]

[Oggetto. Pugnale klingon (d'k tahg).]

[Nemico. Peter Eugene Perfect.]

[Evento. Esercitazione nella jungla.]

Fino a quel momento le carte erano state piuttosto vaghe, e si incentravano soprattutto sulla sua vita in Accademia, come se attingessero ai suoi ricordi più recenti. Ma mentre procedeva nella sua ispezione delle carte, la faccenda si faceva decisamente più personale.

[Carta Q. Campo di specularità quantica.]

[Nemico. Reggente Worf.]

[Seguace. Nonno Jenak.]

[Evento. Attentato all'Istituto.]

Vaarik continuò ad aprire i pacchetti e a girare le carte, osservando la sua vita che si dipanava davanti ai suoi occhi come in un grottesco album di fotografie. Infine, nell'ultimo pacchetto, il vulcaniano trovò la carta che stava cercando con il cuore avvolto in una cortina di ghiaccio.

[Seguace. T'Eia.]

[Brillante scienziata vulcaniana, porta la tua Mente base a 6 indipendentemente dal tuo punteggio iniziale. Però se per qualunque motivo dovessi perdere questa carta perdi immediatamente anche 1 Vita.]

Perdi immediatamente una vita. Perdi immediatamente una vita. E quando T'Eia era morta in quel lettino dell'infermeria, lui una vita l'aveva persa sul serio.

Più leggeva quelle parole, più Vaarik si rendeva conto che nessuno avrebbe potuto immaginare la crudele ironia di quelle parole se non lui stesso. La verità appariva ora chiara ai suoi occhi: quelle carte erano solo uno strumento. Ancora non riusciva ad immaginare a quale scopo fossero state create, o da chi, ma l'unica cosa certa era che quelle carte leggevano direttamente i recessi della sua mente, spiattellandogli in faccia ciò che era, ciò che sapeva e ciò che provava. Per un vulcaniano era una cosa dura da accettare, ma non poteva essere altrimenti.

Vaarik rimase ad osservare la piccola immagine olografica proiettata dalla carta per un tempo che sembrò interminabile. Come sempre succedeva, una violenta marea di sentimenti ed emozioni a lungo repressi minacciò di sommergerlo: tristezza, dolore, solitudine, e soprattutto un'infinita mancanza, come se il suo cuore fosse vuoto e non avesse sangue a sufficienza per riempirlo di nuovo. Ma il vulcaniano sapeva anche che non era quello il momento per abbandonarsi ai ricordi: doveva restare lucido, mantenere la concentrazione, altrimenti non sarebbe mai riuscito a venire a capo di quella faccenda. Voltò la carta di T'Eia, e guardò le carte che ancora doveva voltare, chiedendosi cosa vi fosse scritto sopra. Qualche avvenimento della sua vita nell'universo dello specchio? Qualche sorvegliante che l'aveva torturato per puro divertimento? Qualche compagno di schiavitù moto davanti ai suoi occhi senza che potesse fare nulla?

Voltò la prima carta.

[Renko. ID-CODE: 512.451. Ibrido nato su Delta Gamma IV, pianeta non allineato. Esperto di Arti Marziali Esoteriche.]

Una strana sensazione si impossessò di Vaarik. Voltò la carta successiva.

[Luke "Lucky" Dalton. Provenienza: universo di Babylon 5. Ama le belle donne, pilotare e giocare d'azzardo (nell'ordine).]

Il suo primo istinto fu di rifiutare ciò che vedeva. Cosa ci facevano quei due in quell'ultima bustina? Aveva trovato altri suoi compagni di Accademia nelle bustine precedenti, quelle che contenevano gli avvenimenti più recenti e meno profondi. Cosa ci facevano invece quei due intrusi nell'ultima bustina, quella che conteneva gli avvenimenti che avevano segnato in maniera più significativa la sua vita? Le carte dovevano essersi sbagliate. Non poteva essere altrimenti.

Ma Vaarik sapeva che non era così. Poteva continuare a ripetere a se stesso e agli altri che lui non aveva amici, e che non li avrebbe mai avuti, ma le sue parole non potevano cambiare i fatti. Quando era stato sbalzato in questo universo, aveva perso molto: la sua compagna, la vita che conosceva, perfino parte della sua stabilità mentale. Ma aveva trovato altre cose, cose che non aveva mai avuto prima: degli amici. Amici che riuscivano a fargli perdere la pazienza più volte di quanto gli piacesse ricordare, amici che avevano l'abitudine di scombinare la sua vita precisa e ordinata nelle maniere più disparate, ma pur sempre amici. E per quanto detestasse ammetterlo, quella banda di spostati gli erano rimasti vicini in qualunque occasione, nonostante la difficoltà di venire a patti con un vulcaniano scostante, cinico e praticamente antisociale che sembrava disprezzare tutto ciò che gli stava intorno.

- Chissà cosa direbbero i Maestri del Kolinahr,- pensò Vaarik non senza sarcasmo, contemplando con desolazione le carte disposte in varie file sulla superficie della sua scrivania, - se sapessero che per conoscere me stesso mi sono ridotto a dover consultare uno stupido mazzo di carte come una vecchia cartomante da fiera.- Ma se c'era una cosa che il tetro vulcaniano aveva imparato nella sua vita, era che il destino era solito dispensare le sue lezioni condendole con una buona dose di ironia.

Raccogliendo in un unico mazzetto le carte che aveva collezionato e infilandosele in tasca, Vaarik si alzò dalla sua scrivania, notando che all'esterno erano già sorte le prime luci dell'alba. Dopo tutto quello che aveva scoperto, avrebbe fatto meglio a fare un salto al chiosco di Romansk. Se la sua logica non era in difetto, il ferengi avrebbe avuto un sacco di cose da spiegare.

Campus dell'Accademia della Flotta Stellare.
La sera dopo...

Vaarik stava passeggiando da solo, percorrendo pensierosamente un vialetto circondato da cespugli all'interno del campus dell'Accademia. Quella giornata era stata più faticosa di quello che aveva immaginato, e il vulcaniano aveva bisogno di un po' di tempo per riflettere con calma sul senso degli avvenimenti che gli erano capitati.

Il mattino presto si era recato al chiosco di Romansk, sperando di poter parlare in privato con il ferengi per chiedergli spiegazioni su quella assurda faccenda delle carte, ma sfortunatamente il vulcaniano era stato preceduto da una moltitudine di cadetti e ufficiali, ansiosi di poter acquistare qualche altro pacchetto di carte. Solo verso sera la ressa si era dileguata, permettendogli di avvicinarsi al negozio. Immaginate la sua sorpresa quando davanti alla porta aveva notato altre due figure che lo osservavano con aria stupita.

Mentalmente, Vaarik si era dato dell'idiota per non averci pensato da solo: anche Renko e Dalton dovevano essere immuni agli effetti delle carte, dato che come lui indossavano gli stessi impianti nasali che filtravano qualunque tipo di sostanza chimica estranea.

Trascurando questo particolare, apparentemente il vulcaniano aveva avuto ragione nel sospettare che il ferengi fosse implicato in quella bizzarra faccenda delle carte: messo alle strette, Romansk aveva raccontato che quelle carte facevano parte di una specie di esperimento scientifico, il che avrebbe anche potuto far piacere a Vaarik, se non per il fatto di essere anche lui parte dei soggetti dello studio. Secondo il suo racconto, il ferengi era venuto in contatto con esseri di un'altra realtà, desiderosi di studiare le creature che vivevano nel nostro piano di esistenza. Da buon imprenditore, Romansk aveva subito fiutato le prospettive commerciali della cosa, e si era offerto di collaborare con loro. Utilizzando la tecnologia fornita da questi alieni, il ferengi aveva costruite delle carte in grado di leggere gli engrammi neurali delle prime persone con cui venivano in contatto, raccogliendo in questo modo una mole impressionante di informazioni che altrimenti gli alieni avrebbero impiegato anni per accumulare. Inoltre, come il vulcaniano aveva già scoperto per conto suo, le carte rilasciavano una sostanza chimica che, inalata dai soggetti, impediva loro di rendersi conto della reale natura delle carte. Alla fine dell'esperimento, questi esseri avrebbero avuto tutti i dato per soddisfare la loro curiosità scientifica, mentre il ferengi avrebbe tenuto tutto il ricavato dalla vendita delle carte.

Anche la scelta di compiere l'esperimento proprio all'Accademia della Flotta Stellare non era stata casuale: non esisteva altro posto in tutto il quadrante, infatti, dove si potessero trovare tanti individui provenienti da zone di spazio lontanissime tra loro, riuniti tutti insieme in uno spazio limitato e strettamente controllato.

Quando Vaarik aveva osservato che questa procedura poteva esser considerata un'imperdonabile intromissione nella privacy di migliaia di cadetti e ufficiali, Romansk aveva risposto che tutti gli studi antropologici fatti dalla Federazione sulle società pre-curvatura potevano essere considerate allo stesso modo, e che quindi non avevano nessun diritto di lamentarsi per aver subito per una volta lo stesso trattamento che loro riservavano alle culture che consideravano 'primitive'.

Nonostante non gli piacesse il fatto di essere stato trattato come un'ameba su un vetrino da microscopio, il vulcaniano doveva ammettere che quest'argomentazione non era priva di una sua logica.

Alla fine dopo qualche discussione, Vaarik, Luke e Renko avevano deciso di non denunciare il ferengi e di non rendere pubblica la faccenda, dal momento che in ogni caso l'esperimento sarebbe terminato il giorno dopo e nessuno a parte loro si sarebbe reso conto di quello che era effettivamente successo. Gli alieni avrebbero raccolto le informazioni accumulate dalle carte, le quali si sarebbero 'resettate'. Le immagini sarebbero sparite, lasciando il posto a quelle di un normale gioco di carte collezionabili. Quindi, anche il loro timore di lasciare in giro pezzi della propria vita sarebbe venuto meno. Secondo Romansk, tutto si sarebbe risolto.

Be', più o meno.

Infatti, c'era una cosa che frullava in testa al vulcaniano da quando si era reso conto di cosa significassero quelle carte. In quelle immagini era disegnata tutta la sua vita, quello che pensava, quello che provava, quello che era. Chiunque avesse avuto quelle carte tra le mani avrebbe avuto la possibilità di guardare la sua vita attraverso i suoi occhi, e quindi forse la possibilità di comprendere meglio i motivi che lo spingevano a comportarsi come si comportava.

In fondo alla sua mente, sapeva di essere in debito con Renko e Dalton: senza di loro in quel momento sarebbe stato internato in una colonia penale della Federazione, o peggio ancora in mano ad un tribunale axdat per essere giudicato per un omicidio che non aveva commesso. E in cambio del loro aiuto, lui si era sempre rifiutato di condividere con loro anche il più piccolo brandello del suo passato, nonostante entrambi avessero più volte dato voce ai loro sospetti riguardo i misteri che nascondeva.

Stava davvero agendo nella maniera più logica? O stava semplicemente tentando di difendere il suo illogico orgoglio?

Adesso aveva l'occasione di rimediare a tutto quello che non aveva fatto: non avrebbe neppure dovuto impiegare ore a raccontare tutto il suo passato, rivivendo attimo per attimo tutti i drammi e le sofferenze che avevano costellato la sua esistenza. Doveva solo far in modo che avessero le sue carte, e in pochi minuti la sua vita si sarebbe raccontata da sola di fronte ai loro occhi, senza che lui dovesse fare nulla.

Niente più segreti, niente più bugie, niente più misteri.

Sarebbe stato così terribile?

Con una nuova consapevolezza che gli cresceva lentamente nell'animo, Vaarik aumentò il passo, concentrandosi sul suo obbiettivo. Ora che la decisione era stata presa, l'avrebbe portata a termine. Come vulcaniano, e come uomo, non poteva fare nulla di meno.

FINE CAPITOLO