IL DISASTRO

Accademia della Flotta Stellare.
San Francisco, Terra.

C'era un detto terrestre per definire quello che Vaarik stava sperimentando in quel momento.

La frase suonava come qualcosa del tipo 'lupus in fabula', o qualcosa del genere. In questo caso sarebbe stato più appropriato dire 'vulcan in fabula', ma in fondo era una mera questione di sostituzione semantica.

Proprio mentre stava rientrando in alloggio pensando al consigliere Memok e alla sua irritante abitudine di sottoporre continuamente ad analisi i comportamenti altrui, Vaarik aveva trovato sul suo terminale un messaggio che lo informava che c'era una comunicazione registrata per lui da parte del consigliere della USS Nemesis.

Nella registrazione il vulcaniano aveva la stessa aria sardonica che aveva in ogni altra comunicazione, e lo informava che, durante la licenza di due settimane di cui avrebbero goduto i cadetti per la fine del secondo anno accademico, Vaarik avrebbe dovuto presentarsi su Vulcano, dove l'avrebbe atteso il suo esimio tutore per proseguire con il suo ciclo di sedute.

Il giovane vulcaniano gemette mentalmente al pensiero di doversi sorbire quindici giorni di sedute psicoanalitiche con il consigliere, ma dal tono dell'ufficiale era piuttosto chiaro che non avrebbe avuto molte possibilità di scelta. L'unica consolazione era che almeno per un po' di tempo avrebbe potuto godere della pace e della privacy che solo una permanenza su Vulcano poteva garantire, lontano dal frastuono e dalla folla che caratterizzava l'Accademia di San Francisco.

Ad ogni modo, riflettè il vulcaniano cercando di vedere la cosa da un altro punto di vista, sarebbe potuta andarmi peggio. Avrebbe sempre potuto ordinarmi di passare la licenza insieme a Dalton.

* * *

"Maledizione a te, Luke, ed alla tua brillante idea di fare da portalettere per il professor Six," si lamentò Foster, evidentemente pentito di aver acconsentito ad accompagnare Dalton nella sua commissione prima di arrivare allo spazioporto. "Se andiamo avanti così rischiamo di perdere il volo."

Il gruppo di cadetti si aggirava spaesato per il Villaggio, cercando di orientarsi nell'intrico di vialetti e stradine tra un consolato e l'altro. Quando infine anche Vaarik ammise di non avere idea di dove si trovavano, decisero di comune accordo di chiedere informazioni a qualche esponente della fauna locale.

"Mi scusi," domandò Dalton ad un anziano andoriano che si stava occupando di potare un cespuglio, "saprebbe indicarmi dove posso trovare il professor Patrick Six?"

L'andoriano lo squadrò a lungo, soppesando anche i suoi compagni di corso. "Perché lo sta cercando, cadetto?" domandò infine, con una voce secca e stridula.

Dalton fece un gesto vago con le mani. "Dovrei consegnargli un pacco e..."

L'andoriano si allarmò immediatamente. "Un pacco? Che genere di pacco? Non sarete mica dei terroristi, vero?"

"No, guardi, non siamo terroristi," si difese Dalton, badando bene di tenere sott'occhio le enormi cesoie che l'andoriano aveva cominciato a sventolargli sotto il naso. "Siamo studenti del professore e dovremmo consegnargli i suoi appunti..."

Ma l'andoriano non lo stava ascoltando. Brandendo le enormi forbici, iniziò a pontificare. "Non mi sono mai piaciuti i terroristi. Mi ricordo quella volta, ero appena rientrato a casa dopo aver innaffiato le rose a Villa Leonia, quando ecco che dei brutti ceffi fanno irruzione nel mio salotto e mi danno una botta in testa." Il vecchio andoriano si massaggiò la nuca con una mano nodosa, come se il bernoccolo gli facesse ancora male. "Be', quando mi sveglio sono legato e imbavagliato come un salame e come se non bastasse sotto il mio sedere c'è la più grande bomba al plastico che abbiate mai visto. Dopo due ore che sono seduto là sopra... be', sa cosa succede?"

Dalton lo guardò con aria vacua, pensando che fosse una domanda retorica, ma l'andoriano insistette. "Ho detto, sa cosa succede?"

"No, non lo sappiamo," intervenne Vaarik cercando di porre fine alla conversazione, "e sinceramente nemmeno ci interessa."

Niente da fare: l'andoriano era lanciatissimo. "Be', arrivano i ragazzi della Dominus, con quella loro specie di runabout con le ali, si piazzano davanti alla mia casa e cominciano a gridare al megafono con voce nasale: <ANDORIANO! SAPPIAMO CHE SEI LI' DENTRO! ESCI SUBITO DI LI CON LE MANI IN ALTO!>"

Sentendo menzionare la Dominus, una nave su cui avevano servito molti membri del corpo docente dell'Accademia, i cadetti tesero metaforicamente le orecchie.

"Per un po' di tempo li sento trafficare con non so che cosa, poi ricominciano: <ANDORIANO! NELLA NOSTRA INFINITA BONTA' TI CONCEDIAMO ANCORA CINQUE MINUTI! ESCI DA LI' CON LE MANI IN ALTO!>"

L'andoriano scosse la testa. "Chissà cos'avevano in testa quei ragazzi," disse. Poi proseguì più vivacemente. "Fatto sta che dopo un po' entrano in casa, mi trovano ancora lì legato come un salame, mi prendono su di peso e mi tirano fuori da quel pasticcio."

"E come è andata a finire con la bomba?" domandò Renko, ormai completamente assorbito dal racconto.

"Mi ha fatto saltare in aria mezza casa," rispose sconsolato l'anziano andoriano. "Ah, ma gliel'abbiamo fatta poi vedere a quei terroristi," disse poi con un moto di orgoglio, squadrando le spalle ossute. "Gliele abbiamo suonate di santa ragione, altroché!"

Poi il suo entusiasmo parve smorzarsi, mentre si dava una grattatina dubbiosa al mento. "O sono loro che ce le hanno suonate? Bho, non me lo ricordo più."

"Ok, però adesso andiamo," disse Foster impaziente, tirando per la collottola gli altri cadetti. "Dobbiamo ancora trovare dove abita Six."

"Felice di esservi stato d'aiuto," salutò l'andoriano, sventolando le cesoie a mo' di fazzolettino. "E se avete ancora bisogno non avete che da chiedere di me! Ralenia! Ricordatevelo! Ralenia!"

* * *

Dopo aver finalmente consegnato quei maledetti appunti al professor Six, i cadetti avevano deciso di fare insieme la strada verso lo spazioporto, chiacchierando su come avrebbero passato quei quindici giorni di licenza.

Foster sarebbe andato su Imprima per conoscere (finalmente) i genitori di Ossydianne, ospite del madraga che rappresentavano. Renko, dopo più di due anni di permanenza più o meno forzata sulla Terra, avrebbe fatto ritorno su Delta Gamma, e già si immaginava di poter finalmente riabbracciare qualcuno dei suoi innumerevoli genitori. Dalton, sempre coerente con se stesso, avrebbe passato la vacanza su Risa, presumibilmente a caccia di nuove ragazze e di nuovi guai. Aveva fatto giurare solennemente ai suoi amici di non rivelare nemmeno sotto tortura a Lam dove sarebbe andato, altrimenti sapeva che la ragazza l'avrebbe spellato vivo.

Vaarik aveva vagamente informato gli altri che avrebbe fatto rientro su Vulcano per motivi scientifici, e ogni tentativo di estorcergli ulteriori informazioni si era rivelato del tutto vano.

All'arrivo allo spazioporto avevano però trovato una spiacevole notizia ad attenderli. La maggior parte dei terminal della struttura era fuori uso per un problema di aggiornamento del software, e quei voli che non erano stati cancellati erano comunque affetti da un mostruoso ritardo. Vaarik fu testimone di numerose scene disdicevoli, in cui passeggeri in attesa da ore di essere imbarcati su voli inesistenti tentarono di mettere in atto azioni di rappresaglia contro innocenti assistenti di volo ormai al limite dell'esaurimento fisico.

In ogni caso, erano miracolosamente riusciti ad accaparrarsi quattro posti su una navetta charter che li avrebbe portati fino all'astroporto di Sirio II, dove ognuno di loro avrebbe poi preso la coincidenza per le rispettive destinazioni.

La loro soddisfazione fu però di breve durata. Arrivati al terminal dove li stava attendendo la loro navetta, si trovarono di fronte ad un reperto archeologico risalente al tardo ventunesimo secolo. I quattro raggiunsero il portellone d'imbarco, tergiversando nervosamente sulla sua soglia.

"Ehm, ragazzi, siete sicuri che questo coso sia in grado di volare?" domandò Renko, vedendo improvvisamente diminuire le probabilità di riuscire a tornare a casa sano e salvo.

"SS Andrea Doria, classe Savoia-Marchetti," declamò Dalton, leggendo il nome dipinto sulla fiancata rugginosa. "Residuato di tutte le guerre."

"Sapete," aggiunse Foster pensieroso, "penso di aver pilotato mezzi più avanzati secoli fa."

Dal canto suo, Vaarik non disse nulla, ma dalla sua espressione era facile dedurre che non si aspettasse nulla di buono.

In una manciata di secondi videro saettare di fronte ai loro occhi le varie ragioni che li spingevano ad affrontare il rischio di un viaggio in quel rudere volante:

Prendo questa navetta o addio presentazione ai genitori di Ossydianne.

Prendo questa navetta o addio vacanza su Risa, donne e divertimenti.

Prendo questa navetta o addio ritorno a casa per chissà quanto tempo.

Prendo questa navetta o addio sedute psicoanalitiche con il consigliere Memok.

Tre figure fecero risolutamente un passo in avanti, decidendo che era meglio morire tentando che non avere tentato affatto.

La quarta figura sollevò invece una mano in segno di saluto. "Buon viaggio," disse con aria distante, per poi fare un mezzo giro su se stesso e allontanarsi dal velivolo.

"Ehi! Vaarik, dove vai?" avrebbe voluto dire Renko, ma le sue parole vennero coperte da un grido belluino che proveniva dalle loro spalle.

"Pistaaaaaaa! Devo assolutamente prendere questo trasportooo!"

Una ragazza arrivò correndo a tutta velocità, travolgendo oggetti e persone sul suo cammino.

La giovanr donna travolse come un ciclone anche il gruppo di cadetti che sostava all'ingresso, gettandosi a capofitto all'interno della cabina passeggeri.

Immediatamente alle spalle della ragazza arrivò galoppando con la lingua penzoloni anche un lupo dall'aspetto per nulla rassicurante, il quale balzò oltre la soglia della cabina usando la testa di Renko come trampolino di lancio.

Ancora prima che i cadetti potessero riaversi dalla sorpresa il portellone della navetta si richiuse alle loro spalle, bloccando all'interno anche un contrariato vulcaniano.

In meno di due secondi la ragazza e il suo peloso accompagnatore si erano accomodati sui sedili riservati ai passeggeri, senza minimamente preoccuparsi degli sguardi perplessi degli altri occupanti della navetta.

* * *

Dopo quella scena surreale, la prima parte del volo fu abbastanza tranquilla. Il pilota, un edoano grassoccio, pelato e dall'accento raccapricciante, prima della partenza fece una visita in cabina per stringere la mano a tutti i passeggeri, ma visto che di mani ne aveva tre la cosa non portò via più di tanto tempo.

Foster e Dalton, da bravi piloti, fecero un sacco di domande sullo stato della nave, ricevendo in cambio le più ampie assicurazioni sul perfetto funzionamento di tutte le apparecchiature di bordo. La cosa però non tranquillizzò affatto i due uomini, i quali continuarono a guardare fuori dal finestrino per buona parte del viaggio per assicurarsi che tutto fosse a posto.

Gli altri occupanti della navetta non sembravano invece molto preoccupati dalle prestazioni della nave, o più prosaicamente sapevano di non poter far nulla in caso di necessità. Oltre a Foster, Dalton, Renko e Vaarik, i passeggeri erano davvero pochi.

C'era una donna incinta al nono mese di gravidanza di nome Mai Jing, un vecchio klingon con un braccio solo che rispondeva al nome di Kanker, e infine una giovane vulcaniana dall'aspetto severo di nome T'Meyer con un bambino tellarite di 3-4 anni, che la vulcaniana chiamava inspiegabilmente Babe, il quale doveva arrivare su Sirio II per ricevere delle cure specifiche.

Il bambino importunò Vaarik per buona parte del viaggio, insistendo nel calciare in maniera sistematica il retro del suo sedile per i primi anni luce di viaggio e facendo i capricci sulle cose più disparate.

Ad un certo punto il vulcaniano, ormai prossimo al limite della sopportazione, si voltò verso il piccolo, lanciandogli un'occhiataccia che avrebbe fatto crollare le mura di Gerico.

"Bambino," disse con aria calma ma pervasa di gelida minaccia, "se non smetti di arrecare disturbo ai passeggeri di questa nave, io faro' in modo di trovare delle grosse tenaglie metalliche e ti strappero' definitivamente quella linguetta fastidiosa dal palato." Vaarik fece una pausa, permettendo alle sue parole di aleggiare nell'aria. "E il sangue. Sprizzera'. Dappertutto," concluse, accarezzando ogni parola con sadica soddisfazione.

Il piccolo guardò Vaarik con gli occhi sgranati per qualche secondo, poi incrociò entrambe le manine grassocce sulla bocca e non mosse più un muscolo per il resto del viaggio.

La vulcaniana scoccò a Vaarik un'occhiata tra l'orripilato e l'ammirato, scioccata per il comportamento poco ortodosso del suo connazionale ma lieta di aver finalmente trovato un modo per porre fine ai capricci del pargolo.

Vaarik si rilassò nuovamente sul suo sedile, incrociando le braccia soddisfatto.

-Ordinaria amministrazione- pensò il vulcaniano, sprofondando nella lettura di un libro sulla classificazione spettrale delle anomalie gravitazionali che si era portato dietro per l'occasione.

La sua soddisfazione fu però di breve durata.

"Senti, Vaarik," disse Dalton seduto di fianco a lui, sporgendosi per sussurrare al suo orecchio, "credi che avrei qualche possibilità con la vulcaniana?" L'umano le lanciò un'occhiata di sottecchi, soffermandosi poco pudicamente su alcune parti anatomiche della ragazza. "Sai, mi pare uno di quei tipi che esteriormente sono degli iceberg, ma basta andare più a fondo e sono calienti come una nova."

Vaarik gli lanciò un'occhiata significativa, che l'umano a ragione interpretò come 'fossi in te ci penserei due volte'.

"Capisco," mormorò Dalton accasciando leggermente le spalle. Poi guardò Vaarik con rinnovato entusiasmo. "Ma se vuoi provarci tu, ti faccio tutti gli auguri possibili."

Una nuvola temporalesca si addensò sopra la testa del vulcaniano, consigliando giustamente a Dalton di non perseguire l'argomento. La nuvola non si disperse nemmeno quando Vaarik tornò silenziosamente alla lettura del suo libro di astrofisica.

In ogni caso, il personaggio che più di tutti attirò l'attenzione dei quattro cadetti fu sicuramente la ragazza con il lupo che era salita a bordo all'ultimo momento.

La prima cosa che Vaarik dedusse sul suo conto è che fosse piuttosto carina per gli standard umani, in quanto il solito Dalton, dopo il fallimento delle sue speranze con la vulcaniana, si tuffò a corpo morto su di lei.

Una volta rotto il ghiaccio, scoprirono che si chiamava Patrizia Pasquariello, e che veniva da un pianeta chiamato Italia. Vaarik fece notare che l'Italia era una nazione terrestre del continente eurasiatico, ma nessuno sembrò interessato a perseguire quell'informazione. Scoprirono inoltre che era iscritta all'Accademia, e che era appena stata trasferita dalla sezione distaccata del suo pianeta. Patrizia fu estasiata dallo scoprire che gli altri quattro erano tutti cadetti e che uno, Renko, era assegnato come lei alla sezione sicurezza. La ragazza si stava recando su Sirio III a fare visita ad un suo conoscente, e sembrava molto contenta di aver trovato qualcuno con cui passare il tempo durante il viaggio. L'unica cosa sulla quale fu piuttosto evasiva fu il lupo, che scoprirono chiamarsi Aisha ed essere una lei, limitandosi a dire che erano insieme da tempo e che non si separavano mai.

Dal momento che lo spazioporto di destinazione era situato sul continente meridionale, le navette in arrivo dovevano passare alla configurazione di volo atmosferico prima di atterrare, ma nonostante le perplessità di Foster e Dalton la nave entrò nell'atmosfera di Sirio II senza troppe difficoltà. L'unico che ebbe qualcosa da ridire fu Vaarik, ma il vulcaniano aveva sempre detestato volare in atmosfera e quindi era meno obiettivo del solito sulla questione.

La prima indicazione che qualcosa non andava fu un leggero scossone trasmesso dai sedili. I passeggeri cominciarono ad agitarsi, ma la navetta non fece altri movimenti bruschi.

In ogni caso, il sesto senso da pilota di Foster e Dalton si era ormai messo in preallarme, e di comune accordo i due decisero che era il caso di andare in cabina di pilotaggio a dare un'occhiata. Sfortunatamente, per raggiungerla i due umani furono costretti a farsi precedere da Renko e Vaarik, avendo insistito lungamente in precedenza per avere i posti vicino al finestrino. In mezzo ai loro piedi sgattaiolò anche la lupacchiotta di Patrizia, incuriosita da tutto quel trafficare.

Messo piede nella cabina, Vaarik e Renko si ritrovarono di fronte allo spettacolo terrificante di una catena montuosa che si precipitava verso di loro a velocità terrificante, mentre il pilota edoano giaceva svenuto sui comandi.

Per complicare ulteriormente la cosa, in quel momento, gli allarmi della navetta si misero in funzione, facendo danzare riflessi fiammeggianti su tutte le superfici nella cabina.

<Allarme intruso a bordo,> li informò la voce sintetizzata del computer. <Programma di protezione anti-dirottamento attivato. Procedure di isolamento della cabina di pilotaggio in atto.>

La porta della cabina iniziò rapidamente a chiudersi, rischiando di lasciare soli Renko e Vaarik nell'abitacolo. Il primo istinto dei cadetti da entrambi i lati della porta fu di gettarsi verso le loro controparti, ma dovettero rapidamente cambiare idea quando videro le paratie serrarsi repentinamente rischiando di mozzare loro le manine.

L'ibrido fu il primo a reagire, tentando di forzare fisicamente la porta blindata, ma inciampò nella lupa che di rimando prese a ululare con convinzione. Dall'altra parte, giunsero i colpi attutiti degli altri due che cercavano anch'essi un modo per aprire la porta, mentre Patrizia cercava attraverso l'interfono di calmare la sua lupa.

Vaarik invece si mise a scuotere l'edoano, tentando in qualche modo di svegliarlo, ma ottenendo ancor meno risultati di Renko. Imprecando silenziosamente, il vulcaniano tentò di scostare il corpo riverso del pilota dal quadro comandi, ma il poco spazio disponibile nella cabina rendeva l'operazione semplicemente impossibile.

"Renko, suggerirei di smettere di fare conferenze e vieni a darmi una mano," disse Vaarik con voce calma, ma attirando immediatamente l'attenzione dell'ibrido. Insieme i due riuscirono a scostare il pilota almeno quel tanto che gli permetteva di ottenere una visuale sui comandi, ma al posto del consueto sistema di guida a sfioramento i due si ritrovarono con orrore a fissare un pannello pieno di leve e comandi manuali disposti apparentemente a casaccio.

In condizioni normali, Vaarik era in grado di manovrare una navetta in maniera decorosa, mentre dal canto suo Renko aveva lavorato per un paio d'anni sull'astrotraghetto di un suo zio, ma, sfortunatamente, la loro esperienza era limitata ai sistemi di guida computerizzati e alla navigazione fuori atmosfera.

Il comunicatore del vulcaniano emise un tono. "Foster a Vaarik!" scaturì dall'altoparlante. "Cosa cavolo sta succedendo?"

"Stiamo puntando dritti verso una montagna," rispose Vaarik senza scomporsi, ma con una certa urgenza nella voce. "Non riesco a riprendere quota. Impatto stimato tra 63 secondi e approssimativamente dodici decimi."

"Vaarik, portalo su!" gridò Dalton intromettendosi nel canale di comunicazione. "Portalo su!"

"Sarei lieto di seguire il tuo consiglio," sibilò il vulcaniano con una nota di irritazione. "Ma questo sistema di guida non mi è per nulla familiare."

"Okay, descrivimi accuratamente la configurazione del quadro comandi!" rispose Dalton senza perdersi d'animo.

Vaarik fece del suo meglio, ma almeno la metà dei comandi era accuratamente non etichettato, ed esiste solo un numero limitato di modi nei quali è possibile descrivere un bottone giallo.

Una volta fattosi un quadro abbastanza preciso del pannello di pilotaggio, Dalton prese a dare istruzioni al vulcaniano su come far riprendere quota al velivolo. Il vulcaniano tentò di seguire le indicazioni, ma il corpo riverso dell'edoano rendeva difficile accedere ai comandi e gli ululati della lupa coprivano gran parte della conversazione. Vaarik si domandò per un attimo se una presa vulcaniana avrebbe potuto ridurre al silenzio l'animale, ma l'impossibilità di lasciare la cloche anche solo per un attimo rendeva l'ipotesi non applicabile.

Trovandosi a corto di mani, Vaarik richiamò l'attenzione di Renko, che nel frattempo stava tentando di attivare il pilota automatico. "Renko, porta l'energia oltre cinque punto tre."

"Cosa?"

"Quelle leve," indicò Vaarik con un cenno della testa. "Spingile fino in fondo."

"Non ci arrivo," commentò l'ibrido dopo alcuni tentativi, "devo provare ad avvicinarmi." Sgusciando sopra le spalle del pilota in una posizione altamente instabile, Renko si allungò più di quanto sembrava anatomicamente possibile fino ad arrivare ai comandi dell'energia.

"Energia oltre cinque punto tre," dichiarò Renko con tono professionale, e in quel momento Vaarik tirò completamente verso di sé la cloche di controllo.

La nave diede un sonoro scossone, ma senza allontanarsi di un millimetro dalla sua rotta originaria.

"Luke, non funziona!" urlò Renko attraverso il comunicatore.

I due piloti, bloccati oltre la porta, confabularono brevemente, ma nessuno dei due sembrava più sapere che pesci pigliare.

"Meno di venti secondi all'impatto," ricordò Vaarik, come se ci fosse bisogno di rammentare l'urgenza della situazione.

"L'altimetro," suggerì uno dei piloti, cogitabondo.

"L'altimetro?" chiese Renko, aggrappandosi ad un filo di speranza.

"Sì, l'altimetro. Dovete..."

La voce di Dalton fu coperta da una serie di grida femminili. Vaarik riconobbe la voce della donna incinta. Evidentemente, anche dall'altra parte le cose non andavano per il meglio.

"Cosa?" insistette Renko, facendo pressione affinché ripetessero. "L'altimetro cosa?"

Dall'altra parte della porta sembrava essere scoppiato il finimondo. Urla di dolore si sovrapponevano a rumori di colluttazione, la donna incinta che urlava, il bambino tellarita che strillava terrorizzato, voci maschili che si rincorrevano, un grido di battaglia klingon urlato a pieni polmoni, l'urlo del vento contro le paratie che si faceva via via più concitato mentre si avvicinavano alla parete rocciosa.

Vaarik tentò di afferrare la voce di Dalton sopra a tutto quel trambusto, ma era troppo impegnato a tenere con entrambe le mani la cloche di guida per riuscire a concentrarsi.

Fu Renko che riuscì a distinguere la parola che poteva salvare loro la vita.

"Resettare l'altimetro!" gridò l'ibrido trionfante, prima di rendersi conto che non sarebbe mai riuscito ad arrivarci. Renko allungò una mano, poi l'altra, ma il comando restava sempre oltre la sua portata.

"Cinque secondi," ricordò cupamente Vaarik, e nella sua voce echeggiava il rintocco delle campane suonate a morto.

Lanciando un grido ki-yai, Renko compì nel pochissimo spazio disponibile una rapida mezza rotazione su se stesso, spostando tutto il suo peso del suo corpo su un piede e allungando contemporaneamente l'altro verso il comando irraggiungibile. Con precisione millimetrica la punta del suo stivale colpì il bottone di reset dell'altimetro, liberando così la nave dalla sua rotta forzata.

A quel punto una cabrata dolce e graduale era fuori questione. Digrignando i denti per lo sforzo, Vaarik tirò il volantino della cloche verso di sé con tutte le sue forze, sentendolo vibrare tra le mani come se stesse per spezzarsi da un momento all'altro. La nave si impennò con violenza, eseguendo una cabrata a candela, mandando Renko, il pilota edoano e la lupa a sbattere contro la paratia posteriore, mentre Vaarik riuscì a mantenere la presa abbastanza a lungo da completare la manovra.

La nave evitò la montagna per meno di una decina di metri, facendo oscillare furiosamente i radi cespugli che ornavano la sua parete rocciosa. Portata la nave oltre l'ultima guglia di roccia, anche il vulcaniano venne sconfitto dalla forza di gravità, finendo per crollare sopra agli altri occupanti della cabina già spiattellati contro la paratia.

"Approssimativamente dodici decimi, eh?" si fece scappare Renko, lanciando però un'occhiata di apprezzamento verso il vulcaniano.

"Purtroppo non sono stato in grado di essere più preciso," rispose Vaarik permettendosi un sorriso infinitesimale. "Cercherò di fare meglio la prossima volta."

Finalmente gli smorzatori inerziali della cabina riuscirono a compensare la cabrata, e i due novelli piloti riuscirono a staccarsi dalla paratia e riprendere i comandi della nave. Districandosi tra il poco spazio a disposizione, il pilota svenuto e la lupa riuscirono in qualche modo a riportare la nave in rotta verso lo spazioporto, ma la calma non durò che pochi secondi, perché la nave prese nuovamente a tremare incontrollabilmente.

<Allarme, incendio a bordo!> gracchiò il computer di bordo con una voce che avevano cominciato ad odiare. <Misure di confinamento non operative. Si consiglia di intervenire manualmente.>

"Vaarik, raddrizza questo dannato coso!" giunse la voce di Foster attraverso il comunicatore. "Raddrizzalo subito!"

Il vulcaniano e l'ibrido tentarono di stabilizzare la nave, ma il volo atmosferico non era decisamente il loro forte. La cosa venne ulteriormente complicata quando la nave si tuffò nel lato oscuro del pianeta, immergendosi in un'oscurità spezzata solo dalla luce delle stelle. La luminosità in cabina subì una brusca diminuzione, e Vaarik sbatté più volte gli occhi tentando di abituarsi alla penombra. Per fortuna le spie che si illuminavano ad intermittenza sulla consolle fornivano una luminosità sufficiente per orientarsi, ma niente di più.

"Vaarik, Renko, tentate di tenere stabile questo coso, non ho voglia di rivedere la mia colazione," si lamentò Foster attraverso il comunicatore. Dietro la sua voce era possibile udire ancora i lamenti della partoriente.

"Facciamo quello che possiamo, ma c'è qualcosa che fa attrito. Dobbiamo compensare in continuazione," rispose Renko leggermente stizzito, ricordando al suo compagno di corso chi era quello che stava facendo i salti mortali per tenere in volo quella carretta.

"Si chiama atmosfera, Renko," commentò sarcasticamente l'umano. "È quella roba che respiri, hai presente?"

"Be', nello spazio non c'è ed è più comodo!" tagliò corto Renko, dal momento che al momento aveva altri problemi a cui pensare. "Vaarik, così non c'è verso di manovrare. Dobbiamo spostare il pilota."

"Proviamo a spostarlo sui comandi del pilota automatico, tanto finché c'è il blocco di sicurezza sono completamente inutili," suggerì il vulcaniano dopo un attimo di riflessione.

Renko sollevò l'edoano dalla poltrona, adagiandolo sulla parte di consolle suggerita da Vaarik, mentre il vulcaniano tentò di scivolare al suo posto appiattendosi il più possibile ma senza mollare completamente il volantino della cloche.

Gemendo per lo sforzo Renko spostò di peso il pilota, ma un braccio dell'edoano gli scivolò dalla presa e andò a sbattere in faccia a Vaarik, che perse per un istante il controllo del velivolo. La nave fece una vite completa su se stessa prima che il vulcaniano riuscisse a riprendere in mano i controlli, sudando sette camicie per riportarlo in assetto.

"Questa la chiamiamo Manovra Renko!" ridacchio l'ibrido tentando di alleggerire la tensione.

"Non credo proprio," rispose Vaarik guardandolo di sottecchi. "L'ho fatta io. È mia."

Se non altro, una volta seduto sulla poltroncina Vaarik riuscì a raggiungere il controllo delle luci, riportando la luminosità ad un livello dignitoso.

"Ho trovato la radio!" esultò Renko tentando di non calpestare di nuovo la lupa che gli era nuovamente sgattaiolata in mezzo ai piedi.

"Non mi sembra il momento più adatto per ascoltare della musica, Renko," rispose Vaarik piuttosto seccato.

"Intendevo il sistema di comunicazione, non il riproduttore musicale," specificò Renko, tentando di non scoppiare a ridere in faccia al vulcaniano. "Io tengo premuto il pulsante, tu parla nel microfono."

L'ibrido fece come aveva detto, e Vaarik cominciò a ripetere la richiesta d'aiuto. "May day, may day, qui nave passeggeri Andrea Doria, siamo senza pilota, chiediamo assistenza per l'atterraggio. Qui nave passeggeri Andrea Doria, siamo senza pilota, chiediamo assistenza per l'atterraggio..."

"Andrea Doria, qui torre di controllo numero cinque," giunse in risposta, "disattivate le contromisure elettroniche e preparatevi ad essere teletrasportati, ripeto, disattivate le contromisure elettroniche e preparatevi ad essere teletrasportati."

"Contromisure elettroniche?" domandò Vaarik perplesso. "Renko, di cosa stanno parlando?"

"Devono essere parte del programma di sicurezza anti-intruso," rispose l'ibrido. "Ma senza il codice di sicurezza non possiamo disattivarle."

Scuotendo la testa con aria rassegnata, Vaarik spiegò la situazione alla torre di controllo. "Torre di controllo, qui Andrea Doria, non possiamo disattivare le contromisure elettroniche senza il codice di sicurezza. Ripeto, forniteci il codice per disattivare il sistema di sicurezza."

Questa volta la risposta si fece attendere più a lungo, segno che alla torre di controllo stavano trafficando per trovare quel maledetto codice.

"Andrea Doria, qui torre di controllo numero cinque. Non abbiamo quei codici nel nostro database, stiamo contattando la compagnia aerea per farceli dare, ma ci vorra' del tempo."

Vaarik si lasciò sfuggire un sibilo di frustrazione.

"Andrea Doria," stava intanto continuando la voce dell'operatore, "stiamo tentando di agganciarvi con il raggio traente, ma alla vostra attuale velocita' rischieremmo di spezzarvi in due. Riducete la velocita' o non riusciremo ad agganciarvi."

Vaarik lanciò a Renko uno sguardo che sembrava dire 'fosse facile', poi riguadagnò il suo contegno e ripose alla torre di controllo. "Qui Andrea Doria, proveremo a ridurre la velocità, tenetevi pronti."

Dalton, che aveva seguito l'intera conversazione con la torre di controllo attraverso le frequenza aperte dei comunicatori, iniziò rapidamente a spiegare ai due improvvisati piloti come ridurre la velocità senza far andare completamente in stallo i motori, ma le sue spiegazioni erano coperte dagli urli della donna incinta, dalle direttive impartite da Foster alla stessa, dagli ululati della lupa e dalle grida di Patrizia che tentava di tranquillizzarla.

Renko e Vaarik fecero del loro meglio per seguire le direttive dell'umano, ma tra gli spingi, i tira, e la leva rossa, e la leva blu, non riuscirono a capirci gran che.

Ad un certo punto, la voce di Dalton si levò sopra il rumoreggiare della folla, in un disperato tentativo di far ordine in quella bolgia infernale. "Allora ragazzi, mettiamoci d'accordo su una cosa," gridò con quanto fiato aveva in corpo, "l'unica voce a cui darete retta è la mia. Se sentirete per radio il Presidente della Federazione, vostra madre o Dio Onnipotente che vi dice di fare qualcosa, voi l'ignorerete, perché qui si fa solo come dico io... intesi?!?"

Quando un silenzio di assenso giunse attraverso i comunicatori, l'umano proseguì con le sue indicazioni.

"...e infine spingi la leva rossa, la leva rossa!" urlò Dalton sopra gli altri rumori, e quando Renko eseguì quello che gli era stato detto la nave cominciò effettivamente a ridurre la sua velocità.

L'ibrido lanciò a Vaarik uno sguardo del tipo 'è stata dura ma ce l'abbiamo fatta', aspettandosi di sentire il gentile tocco del raggio traente accompagnarli dolcemente fino a terra.

Sfortunatamente, la maledetta voce del computer tornò a farsi sentire. <Avaria nel sistema di alimentazione. Spegnimento dei propulsori imminente. Evacuare la nave.>

Giusto il tempo di scambiarsi uno sguardo incredulo, poi la nave, attirata dall'abbraccio mortale della forza di gravità, ricominciò ad aumentare gradatamente la sua velocità, questa volta però con un angolo di quarantacinque gradi che li avrebbe ben presto portati ad uno sgradevole rendez-vous con il pianeta.

"L'incendio a bordo deve avere danneggiato il sistema di iniezione del carburante," spiegò Vaarik a nessuno in particolare. "I motori non possono più essere alimentati."

"Ci schianteremo," commentò Renko con tono piatto, troppo stanco anche solo per arrabbiarsi o per spaventarsi.

"Analisi corretta," lo informo Vaarik.

"Di nuovo," proseguì l'ibrido accasciando leggermente le spalle.

"Analisi imprecisa," puntualizzò il vulcaniano. "La prima volta abbiamo evitato l'impatto."

"Beh, in questo caso mi sembra giusto dargli una seconda possibilità di ammazzarci," disse Renko con stanco sarcasmo, poi scosse la testa e si rituffò a trafficare con la consolle. "Prova a sollevare il muso della nave," disse al vulcaniano. "Magari potremmo atterrare di pancia e slittare."

Ma Vaarik stava già scuotendo la testa. "Irrilevante. A questa velocità non fa alcuna differenza come toccheremo il suolo. La nave si frantumerà comunque."

"Se almeno fossimo in mare!" sospirò Renko, tentando di farsi venire in mente qualcosa mentre la nave continuava nella sua folle corsa verso il suolo. "Una volta, quando stavo sull'astrotraghetto, ho sentito di uno che è riuscito a salvarsi ammarando con gli scudi alzati, creando una bolla d'aria intorno alla nave e rimbalzando come un sasso lanciato su uno stagno."

"Purtroppo qui siamo sulla terraferma," commentò seccamente Vaarik, "e scudi o meno non..."

Il vulcaniano si bloccò, come colto da un'improvvisa ispirazione.

"Il deflettore di navigazione," esordì, senza un apparente collegamento con la sua frase precedente. "Il deflettore di navigazione!" ripeté il vulcaniano, sempre più convinto di quello che stava dicendo. "Renko, reggimi la cloche, mi è venuta un'idea."

"Reggimi la cloche?!?" rispose l'ibrido, esterrefatto. "E con cosa?!?"

Renko era infatti impegnato a tenere a bada la lupa, che rischiava ad ogni momento di schiacciare il tasto o la leva sbagliata, e contemporaneamente a impedire all'edoano di rotolare sui comandi ma Vaarik si era ormai sporto verso la consolle di inegneria, e a Renko non rimase che infilare un piede nel volantino della cloche e tentare in qualche maniera di non far ribaltare il velivolo.

"Vaarik, cosa cavolo stai facendo?!? Riprendi subito la cloche!!!" gridò l'ibrido, seguito subito dopo da Dalton attraverso il comunicatore.

Ma il vulcaniano continuò con calma il suo lavoro, qualunque esso fosse. "Atmosfera, Renko," rispose dopo qualche momento, ripetendo le parole di Foster di qualche minuto prima. "È quella roba che respiri, hai presente?" Continuando a lavorare fisicamente sulla consolle, Vaarik spiegò il suo piano. "Sto tentando di riconfigurare la griglia degli scudi per proiettare il deflettore di navigazione sul retro della nave."

"Il deflettore di navigazione?" protestò Renko, esasperato. "Non puoi attivarlo in atmosfera..." poi anche lui si bloccò, cominciando ad intuire quello che voleva fare il vulcaniano.

Il deflettore di navigazione è uno scudo semicircolare a basso potenziale, proiettato direttamente davanti alla prua della nave e regolato appositamente per disperdere le particelle e il micro-pulviscolo che abitano i profondi recessi dello spazio, e che ad alte velocità potrebbero raggiungere energie tali da intaccare lo scafo della nave. Naturalmente, in atmosfera non era possibile utilizzarlo, poiché a causa dell'alta densità delle particelle sarebbe andato in sovraccarico dopo pochi secondi.

Proiettando il deflettore sul retro della nave, capì Renko, avrebbero creato una sorta di 'paracadute frenante di emergenza' che, trattenendo l'aria al suo interno, avrebbe rallentato bruscamente il velivolo nella sua picchiata a quarantacinque gradi verso il suolo.

Il sistema sarebbe bruciato dopo pochi secondi, ma sarebbero stati sufficienti per liberare l'Andrea Doria, ormai a poche decine di metri dal suolo, di parte della sua quantità di moto.

"Deflettore di navigazione attivo ora!" lo informò Vaarik, finendo le sue regolazione e attivando lo scudo.

"Teeeneeeteeeviii!!!" gridò Renko attraverso i comunicatori, sperando che gli altri passeggeri facessero in tempo a reggersi a qualcosa.

Sul retro della nave si materializzò una sorta di paracadute di energia, che iniziò immediatamente a sfrigolare selvaggiamente mentre l'aria si accumulava al suo interno.

All'interno del velivolo, tutto ciò che non era assicurato volò in avanti, bagagli, attrezzature e persone comprese. I dispositivi di emergenza gridarono convulsamente mentre cercavano di compensare la violenta frenata, regolando la gravità interna alla nave per diminuire il più possibile il danno agli occupanti.

In cabina di pilotaggio, troppo piccola perché gli smorzatori inerziali impedissero ai piloti di schiantarsi contro il quadro comandi, una serie di airbag esplose i faccia ai malcapitati, immobilizzandoli contro le poltroncine e impedendo momentaneamente loro di vedere o anche solo di respirare.

All'interno del paracadute, la temperatura dell'aria continuava ad aumentare, eccitando le molecole che costituivano l'atmosfera. L'ossigenò si ionizzò per primo, tingendo l'interno del paracadute di una tinta azzurro elettrico, poi tutta l'aria diventò incandescente per l'aumento di pressione.

Nella cabina di pilotaggio, la consolle di ingegneria andò in sovraccarico, esplodendo in un tripudio di scintille. La loro unica fortuna fu che il gas che riempiva gli airbag non fosse facilmente infiammabile.

Dietro alla nave, lo schermo scomparve in un arcobaleno di colori, liberando l'aria incandescente che era contenuta al suo interno e dipingendo una scia iridescente dietro la poppa dell'Andrea Doria.

Ma la nave, ormai a pochi metri dal suolo, aveva perso gran parte della sua velocità, e il velivolo colpì il suolo con un angolo aerodinamicamente accettabile per non spezzare in due la fatiscente carlinga.

Con un lamentoso stridio di metallo su roccia, la nave slittò lungamente sul terreno, abbattendo arbusti e livellando asperità del terreno. Furono i dieci secondi più lunghi della loro vita, ma alla fine l'Andrea Doria fermò la sua corsa appoggiandosi dolcemente ad un rialzo del terreno.

All'interno della cabina di pilotaggio, Vaarik e Renko cominciarono a districarsi dai palloni di salvataggio, assicurandosi di avere tutti i pezzi interi e funzionanti. Anche Aisha si stava riprendendo dall'atterraggio, scrollando la testa come per scacciare una persistente emicrania.

Vaarik lanciò un'occhiata agli airbag, notando solo allora che ognuno di essi era stato adornato con la scritta 'felice atterraggio' in colori vivaci. Il vulcaniano scosse la testa, sconsolato, poi si mise a controllare le condizioni del pilota, che aveva ora un motivo in più per essere svenuto.

"State tutti bene?" chiese Renko attraverso il comunicatore, ottenendo fortunatamente varie risposte positive dalla cabina passeggeri. Anzi, l'inconfondibile vagito di un neonato confermò che avevano addirittura un passeggero in più.

Entro pochi minuti arrivarono i soccorsi, provvisti questa volta del codice che permetteva di sbloccare le porte blindate della cabina. Sfortunatamente, se Vaarik e Renko si aspettavano di trovarsi di fronte la faccia sorridente di un addetto al salvataggio, le loro speranze vennero bruscamente infrante.

"Fermi e faccia al muro," intimò un agente di sicurezza dal volto tirato, mentre altri suoi colleghi facevano irruzione nell'abitacolo armati di torce e fucili phaser.

"Salve, colleghi," li apostrofò l'ibrido con una notevole noncuranza, ma badando bene di mantenere le mani bene in vista. "Il pilota è svenuto, ha bisogno di assistenza medica."

"Sta arrivando," rispose concisamente un agente, forse lo stesso che aveva già parlato in precedenza, o forse no.

Vaarik invece non disse nulla, limitandosi a lanciare un'occhiata che fece indietreggiare di un passo un agente che aveva avuto la malsana idea di tentare di mettergli le mani addosso per incitarlo a muoversi con più rapidità.

"Cosa sta succedendo?" domandò poi il vulcaniano, mantenendo il suo contegno gelido mentre scendeva dal velivolo sulla terraferma.

"Stiamo cercando un ricercato," rispose un'agente, attirandosi un sopracciglio alzato per l'ovvietà dell'asserto.

Dieci minuti dopo, tutti i passeggeri erano stati accompagnati allo spazioporto dai mezzi di servizio della compagnia aerea. Tutti furono sottoposti ad un rapido check-up medico nell'infermeria dell'astroporto, dove un nugolo di dottori si informò sulle rispettive condizioni di salute.

La madre e il neonato erano in sorprendente buona salute, mentre il bambino tellarite, una volta superata la crisi che aveva avuto in volo, si era rimesso senza troppe conseguenze. Sia lui che la sua accompagnatrice vulcaniana erano stati poi accompagnati in ospedale per le cure di cui il bambino aveva bisogno. Anche il pilota edoano era stato ricoverato in ospedale per sospetta intossicazione alimentare, ma se la sarebbe cavata con pochi giorni di convalescenza.

Fortunatamente, nemmeno gli altri avevano riportato danni consistenti, limitandosi più che altro a qualche contusione e qualche livido. La ferita più grave era un taglio sulla fronte di Patrizia, ma grazie ai bendaggi di rigenerazione dermica si sarebbe rimarginato senza lasciare tracce.

Dalton, non smentendosi mai, si dichiarò lieto che il bel viso della ragazza sarebbe tornato intatto come prima, commentando che, nel gruppo, uno con le cicatrici in faccia bastava e avanzava. Nemmeno da dire che Vaarik gli scoccò un'occhiata assassina ma rifiutò categoricamente di farsi coinvolgere in quella conversazione.

Dopo il controllo medico, i passeggeri vennero lungamente interrogati sia dalle autorità civili di controllo aereo di Sirio II che dalle autorità di polizia sotto la giurisdizione di un certo tenente comandante Samuel Gerard.

Costui aveva voluto sapere per filo e per segno cosa aveva detto e cosa aveva fatto il clandestino a bordo, che risultò essere un evaso di nome Richard Kimble, un cardiologo ricercato per l'omicidio della moglie ma che aveva sempre sostenuto che a commettere il delitto era stato un klingon da un braccio solo.

Dopo poco più di due ore dall'atterraggio, i cinque cadetti si ritrovarono nella sala d'attesa dello spazioporto, ognuno aspettando di sentire la chiamata per il volo che l'avrebbe condotto alle rispettive destinazioni.

"Ragazzi, questa è l'ennesima prova che dobbiamo assolutamente stare separati," stava dicendo Dalton con aria sconsolata. "Ogni volta che siamo tutti insieme attiriamo le sfighe come un magnete!"

"Ogni volta?" rispose Patrizia incuriosita, accarezzando la pelliccia di Aisha.

"La media è undici volte su dieci," asserì Foster, scatenando ampi cenni di approvazione sia da Vaarik che da Renko.

Le sopracciglia di Patrizia si aggrottarono leggermente. "Cos'è, un velato invito a starvi alla larga?" scherzò, lasciando che il suo sorriso stemperasse il senso delle sue parole.

"Avviso d'imbarco," annunciò la voce di uno speaker dagli altoparlanti, "i passeggeri in partenza per Sirio III si rechino al cancello otto per l'imbarco."

"Detto fatto," disse Patrizia alzandosi in piedi accompagnata dalla sua lupa. "È il mio volo. Ci vediamo al ritorno in Accademia."

"Avviso d'imbarco," continuò lo speaker, "i passeggeri in attesa della coincidenza per i sistemi di Dante Maxima, 40 Eridani, Delta Gamma e Risa si rechino al cancello otto per l'imbarco..."

Le restanti quattro persone si alzarono in piedi in sequenza, sentendo nominare ognuno la propria destinazione.

"Ripeto," continuò la voce dagli altoparlanti, mentre i cinque cadetti si scambiavano sguardi sconcertati, "i signori viaggiatori in partenza per Sirio III, Imprima, Vulcano, Delta Gamma IV e Risa II si rechino al cancello otto per l'imbarco immediato!"

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