THE DREAMWALKERS

Accademia della Flotta Stellare.
San Francisco, Terra.

"Dalton..." erano le prime parole che il vulcaniano aveva pronunciato da quando avevano lasciato il loro alloggio alla volta di quello di Renko.

"Sì, Vaarik?" rispose l'umano con aria allegra.

"Mi permetto di farti notare che, se proseguirai a fissarmi con quel ghigno idiota stampato in faccia ancora a lungo, potresti avere in seguito dei seri problemi a sfoderare qualunque tipo di espressione facciale," disse il vulcaniano tutto d'un fiato.

Dalton sollevò un sopracciglio con finto manierismo vulcaniano, poi chiese con ara di sfida. "E' una minaccia?"

"I vulcaniani non minacciano, Dalton," rispose Vaarik continuando a camminare. "Tuttavia a volte trovano conveniente informare gli interessati delle conseguenze delle loro azioni."

"Uff! come sei permaloso..." dichiarò Dalton alzando gli occhi al soffitto. "Va bene, va bene... non ti fisserò più con quel ghigno idiota stampato in faccia."

Il silenzio tra loro non durò che pochi istanti.

"Dalton..."

"Cosa c'è questa volta, Vaarik?" chiese l'umano, con una nota di esasperazione nella voce.

"Con la mia frase precedente non intendevo implicitamente affermare che hai il permesso di fissarmi con un altro ghigno idiota stampato in faccia."

Questa volta, Dalton dovette fare appello a tutta la sua buona volontà per non scoppiare a ridere in faccia al vulcaniano.

Arrivati all'alloggio di Renko, vi trovarono già Foster e Ripley che li stavano aspettando. "Siete in ritardo," li informò Foster. "C'è qualche problema?"

"Sì!", "No!" risposero immediatamente le voci sovrapposte di Vaarik e Dalton.

I due si scambiarono uno sguardo al fulmicotone.

"No!", "Sì!" esclamarono di nuovo all'unisono, invertendosi però i ruoli.

Gli altri tre li fissarono per un attimo con aria perplessa, poi Vaarik prese la parola.

"Non c'è assolutamente nessun problema," dichiarò, con la voce priva di qualsiasi intonazione.

"Assolutamente," concordò l'umano, sfoderando la sua migliore faccia da poker.

Poi, mentre il vulcaniano si allontanava per un attimo, Dalton colse l'occasione per spiegare a gesti ai suoi compagni quello che era successo. Poi si portò un dito alle labbra suggerendo di tacere la cosa per un po', almeno fintanto che al vulcaniano non fosse sbollita la sua logica dose d'irritazione.

Fu quindi del tutto benaccetta la distrazione costituita dal nuovo replicatore alimentare di Renko.

"Bello!" esclamò Dalton, estasiato, scostando leggermente il vaso di papaveri azzurri appoggiato nelle vicinanze. "E' proprio come quello che ho visto sul catalogo!"

"Mah, resta pur sempre una macchina per clonare della roba, io non mi fiderei."

"Cos'ha di buono in memoria?" chiese Foster, iniziando ad armeggiare con le regolazioni.

"Tutto quello che volete," rispose Renko, da vero padrone di casa. "Comunque neanch'io ho capito ancora bene come funziona. Voi cosa volete?"

"Io gradirei un tevesh," rispose Vaarik.

"Hai del sedano?" domandò Ripley, grattandosi dietro un orecchio.

"Ma che sedano e infusi vulcaniani!" esclamò Dalton allegramente. "Qui ci va qualcosa per festeggiare il ritorno!" Poi scorse rapidamente la lista dei superalcolici. "Che ne dite di un... Gotto Esplosivo Pangalattico?"

"Gotto?! Che roba è?" chiese Ripley, curiosa, mentre tutti e cinque si accalcavano sul replicatore per vedere meglio.

"E io che ne so? Però è qui sulla lista."

"Non si può dire che come nome ispiri fiducia," affermò Vaarik, scettico come sempre.

"Io ci sto!" disse Renko, ispirato

"Allora anch'io!" decise Foster.

"E sia! Gotto Esplosivo Pangalattico per tutti!" ordinò Ripley, dando il via al processo di materializzazione.

In quel momento, urtato casualmente da qualcuno, il vaso di papaveri di Renko vacillò pericolosamente, finché, mancandogli completamente l'appoggio, non cadde rumorosamente sul pavimento, spargendo polline e terriccio tutto attorno.

"Ehi! I miei papaveri!" disse Renko, balzato tardivamente al salvataggio del suo vaso di fiori.

Gli altri si spostarono, tentando di non calpestare le delicate pianticelle.

"Ops! Ci dispiace Renko," si scusò per tutti Dalton. "Non volevamo."

"Nessun problema," li rassicurò il frullato genetico esaminando le piantine dietro gli occhiali scuri. "Per fortuna i fiori non si sono rovinati. Basterà replicare un vaso nuovo."

"Meglio così," disse Foster, visibilmente sollevato. "A proposito, chi te lo fa fare di tenere un vaso di papaveri azzurri in alloggio?"

"Questi sono i papaveri che mi ha portato la mia mamma!" spiegò Renko mentre gli altri lo aiutavano a raccogliere il raccoglibile. "E poi sono un ricordo del mio pianeta."

"Scusate, potremmo iniziare a parlare di cose serie?" disse Vaarik, sottolineando la sua affermazione con un'alzata di sopracciglio. "Se non erro, e ai vulcaniani capita di rado, ci siamo riuniti qui per discutere riguardo..." fece una pausa per scegliere le parole più adeguate, "...l'arricchimento che, come cadetti, possiamo trarre dalla lezione sul Pianeta del Sempre."

I restanti quattro si guardarono intorno, con aria circospetta.

"È sicuro quest'ambiente?" domandò Foster guardando Renko.

"Assolutamente," lo rassicurò quest'ultimo. "Anche se ci stessero spiando, sentirebbero una normale discussione su una lezione di fisica temporale."

"Bene!" esplose Dalton. "Perché non vedo l'ora di recuperare quell'oro!" e svuotò tutto d'un fiato il contenuto del suo bicchiere, prontamente imitato da Foster, Ripley, e infine, nonostante le sue perplessità, Vaarik.

* * *

Il salto, la nebbia, la sensazione di cadere in tutte le direzioni contemporaneamente.

Sensazioni che il vulcaniano sapeva di dover riconoscere, ma che al momento sfuggivano al suo ricordo. Ricordava distrattamente un arco di pietra, una voce, il suono dei millenni.

La sensazione durò a lungo, più al lungo delle altre volte. Quali altre volte? Si sorprese a pensare con una nota di stupore.

Privo di qualunque nozione del tempo, Vaarik fluttuò a lungo, avvolto nelle nebbie del tempo, mentre attorno a lui roteavano immagini e sensazioni che sapeva appartenenti a luoghi e tempi diversi, finché in lontananza non intravide qualcosa che richiamò la sua attenzione. Era un luogo che gli sembrava stranamente familiare, come se fosse la destinazione di un viaggio che però non sapeva di aver intrapreso. Cercò di nuotare in direzione di quel luogo, chiedendosi distrattamente come faceva a muoversi in un ambiente privo di attrito e di gravità. Non che gliene importasse molto, del resto, tanto più che sembrava muoversi in ogni caso. Si avvicinò a quel luogo a velocità via via crescente, tanto che cominciò a domandarsi come avrebbe fatto a fermarsi prima di sbattergli contro. Quante domande, commentò nella sua mente. Le domande mi piacciono, ma le risposte mi piacciono ancora di piu'. Il pensiero lo distrasse a sufficienza da non preoccuparsi di ciò che gli stava precipitando contro a una velocità impressionante, finché in un attimo non gli fu addosso. Di colpo Vaarik non poté più vedere il luogo verso il quale si era diretto, perché immediatamente fu dentro il luogo, e dentro il tempo.

La realtà si schiantò contro i suoi sensi con l'impatto di un cubo di porfido spinto a pieno impulso. La sua testa rintronò qualche istante, mentre peso, inerzia, suoni, odori, colori si avventavano sulle sue sinapsi come belve affamate di preda. Con un immane sforzo di concentrazione, come sempre aveva fatto in precedenza, il vulcaniano tentò di dominare il caos, finché, a poco a poco, il sovraccarico sensoriale non fu superato.

Apri gli occhi.

Vaarik sentì una voce nella sua testa, e con un po' di stupore scoprì che era la sua.

Avanti, apri gli occhi.

La prima immagine comprensibile che i suoi occhi misero a fuoco fu quella di un incendio. Vaarik ammiccò, mentre la membrana che proteggeva i suoi occhi dalla luce intensa si metteva automaticamente in funzione. Immediatamente riuscì a distinguere meglio i particolari, e il vulcaniano si rese conto che ciò che stava guardando bruciare era un rozzo edificio, una specie di baracca di legno e lamiera. A giudicare dal tipo di danno, sembrava che avesse subito un bombardamento di qualche tipo. Guardandosi intorno, Vaarik vide che quello non era l'unico edificio danneggiato. Si trovava al centro di un pietoso agglomerato di baracche e catapecchie, edificato rozzamente e in maniera chiaramente non pianificata. Numerose strutture recavano segni di una recente distruzione, e l'acre odore di bruciato permeava l'aria notturna.

"Vaarik!"

Immediatamente il vulcaniano si voltò, trovandosi di fronte Dalton che accorreva verso di lui. Appena lo vide in volto, l'umano sbiancò. "I tuoi occhi..." disse, arrestandosi di colpo.

Riflessi nella superficie completamente a specchio delle sue pupille, danzavano furiosi i bagliori dell'inferno.

L'umano restò senza fiato per un istante, poi Vaarik sbatté nuovamente le palpebre e i suoi occhi ripresero il loro colore abituale. "La membrana protettiva," spiegò rapidamente, mentre anche le guance di Dalton riprendevano il loro colore abituale.

"Ah...", disse l'umano, senza però sembrare del tutto convinto. "Però tu non farmi più uno scherzo del genere, okay?"

"Non posso prometterlo, Dalton. Si mette in funzione in presenza di illuminazioni intense o cangianti. E' completamente involontario," si giustificò, anche se non era del tutto vero. "Qualche idea sulla nostra attuale posizione?" domandò poi, cambiando discorso.

"Assolutamente no." L'umano sembrava sinceramente spaesato. "Un attimo prima stavamo brindando nell'alloggio di Renko, e un attimo dopo ero qua."

"Ehi, gente!" il richiamo fece voltare contemporaneamente sia Dalton che Vaarik.

Nei loro pressi erano sbucati sia Ripley che Foster, anche se da direzioni opposte.

"Ci siete anche voi!" esclamò Dalton, chiaramente felice di non ritrovarsi solo in quel paesaggio sconosciuto.

"Si può sapere dove cavolo siamo?" domandò Foster, massaggiandosi la nuca. "Ho un mal di testa da spaccare le pietre," commentò.

"Non ne abbiamo idea," spiegò Dalton allargando le braccia. "E nemmeno di come ci siamo arrivati."

"Suggerirei di effettuare un giro di ricognizione," disse Vaarik guardandosi in giro. "Considerando che questo posto sembra un centro abitato, sebbene in pessime condizioni, è plausibile aspettarsi di incontrare qualcuno in grado di fornirci delle informazioni utili..."

Vaarik percepì un tono diverso di silenzio da parte degli altri membri del gruppo, e si voltò verso di loro con aria interrogativa.

"Ehm... Vaarik, a proposito di pessime condizioni..." disse Dalton indicando verso di lui con un cenno del capo.

Il vulcaniano abbassò lo sguardo verso i suoi abiti, e, al posto dell'uniforme da cadetto che stava indossando precedentemente, si vide addosso una tunica da lavoro sporca e grigiastra, e che portava distintamente i segni di un utilizzo eccessivo. Le sue mani erano coperte da mezzi guanti, mentre i suoi stivali erano informi e rappezzati.

Sentendo il sangue che affluiva violentemente al suo volto, Vaarik fece di tutto per dissimulare le emozioni che provava in quel momento. Non era certo la povertà del suo abbigliamento a turbarlo. Era il fatto che lui conosceva quell'abbigliamento.

Lo conosceva fin troppo bene, dal momento che l'aveva portato praticamente fin da quando i suoi ricordi potevano arrivare. Ricordi sepolti in un universo cupo e brutale, dove uno schiavo vulcaniano doveva ritenersi fortunato se i suoi sorveglianti lo consideravano utile abbastanza da avere abiti adeguati a coprirsi e proteggersi dal freddo.

Sollevando gli occhi, Vaarik vide che anche i suoi compagni erano abbigliati in maniera inconsueta. Dalton aveva addosso un'uniforme grigio-azzurra, dai risvolti in pelle e la sigla Earth Alliance ben in vista sul petto e sulle maniche. Ripley indossava semplicemente un paio di pantaloni da meccanico e una canottiera, apparentemente incurante del freddo vento che spirava tutto attorno. Da ultimo c'era Foster, la cui uniforme si era invece trasformata nel maglione beige della SHADO che avevano già avuto modo di vedere nella Sacramento del XX secolo.

Tutto questo non aveva senso. Come, d'altro canto, non aveva senso tutto il resto. Dov'erano? Perché non ricordavano come c'erano arrivati? Perché avevano tutti addosso vestiti che provenivano del loro passato? E soprattutto, perché Vaarik si sentiva stranamente stordito, come se qualcosa nel suo metabolismo impedisse ai pensieri di scorrere con la consueta fluidità?

Ancora domande, rifletté ancora il vulcaniano. Troppe domande.

Scosse la testa. Era una situazione a dir poco irritante, soprattutto per un vulcaniano, abituato ad avere tutto sotto controllo, soprattutto se stesso.

Non puo' andare avanti in questo modo. Deve esserci una risposta.

E infatti la risposta arrivò, in questo caso sotto forma di Renko che sbucava da dietro le spalle del gruppo.

Anche lui aveva indosso una tenuta stravagante, una casacca rossa con il collo alla coreana chiusa in vita da una cintura nera, e larghi pantaloni scuri che lasciavano ampia libertà di movimento.

"Allora ci siamo tutti!" disse Foster, sempre più perplesso.

"Forza, gente, è ora di svegliarsi!" disse Renko allargando le braccia. "Dobbiamo tornare indietro." Non era una cosa molto sensata da sentirsi dire, e forse per quello nessuno avanzò alcuna protesta a quell'affermazione.

"Per me andrebbe anche bene," acconsentì Dalton con una nota di ironia nella voce. "Perché non vai avanti tu così noi ti seguiamo?"

"Nessun problema," spiegò Renko con naturalezza. Poi si sedette a gambe incrociate sul terreno, assumendo una posizione rilassata. "Si fa così: si svuota la mente da ogni pensiero superfluo e ci si concentra sul ritmo del proprio corpo." Il respiro del frullato genetico si era fatto più lento, la sua voce più bassa. "Poi, si cerca una connessione con la realtà, ad esempio la sensazione del contatto tra voi e il divano su cui state dormendo... ci dovrebbe volere solo un attimo... solo un attimo ancora..."

* * *

Renko aprì gli occhi, sollevando lo sguardo sui suoi amici raccolti intorno a lui.

"Sono ancora qui," osservò piattamente.

"Affermazione di difficile confutazione," sottolineò il vulcaniano guardandolo con severità.

"La meditazione del Risveglio del Dinosauro non ha funzionato," rifletté perplesso Renko, confuso dalla piega che avevano preso gli eventi.

"Ora che il tuo piccolo spettacolino è finito," disse Foster con cinismo, "vorresti gentilmente metterci al corrente di cosa cavolo è questa storia?"

"Semplice," spiegò Renko spolverando le ginocchia dei suoi pantaloni. "Stiamo facendo un sogno collettivo."

Improvvisandosi tutti vulcaniani, gli altri quattro membri del gruppo sollevarono contemporaneamente un sopracciglio.

"Come fai a esserne così sicuro?"

"Be', dopo tutti gli anni in cui ho studiato arti marziali esoteriche... la mia capacità di meditazione... il mio intuito..." ad ogni affermazione il silenzio degli altri si faceva sempre più profondo. Alla fine, Renko decise di desistere. "Prima di raggiungervi ho effettuato su di voi un'analisi con il tricorder e le vostre onde alfa erano sincronizzate."

"Renko..."

"Sì, Luke?"

"Per favore, ricomincia da capo."

Riassumendo: come già sapevano, Renko era nativo di Delta Gamma IV. Il pianeta era stato visitato per la prima volta dall'Enterprise del capitano Kirk, durante la sua missione quinquennale. Al tempo il pianeta era disabitato, e sulla superficie cresceva spontanea una specie di piante, somiglianti ai papaveri terrestri ma di colore azzurro, le cui spore, se inalate, si annidavano nel sistema nervoso dell'ospite, causando un fenomeno estremamente particolare: venivano create delle proiezioni extracorporee, vere e proprie copie fisiche del soggetto libere di scorrazzare mentre questo si trovava in uno stato di sonno forzato. Questo aveva causato un notevole scompiglio durante la preparazione di un importante summit di diplomatici della Federazione, ed era costato perfino la vita ad alcuni di essi. Come conseguenza, il pianeta era stato dichiarato off-limits per tutto il personale della Flotta Stellare. Durante il secolo successivo, in circostanze non ancora del tutto chiarite, il popolo di Renko aveva colonizzato il pianeta, trovando che i derivati di quelle piante potevano risolvere i problemi di stabilità genetica che i loro nuovi nati incontravano nell'età dell'adolescenza. Col tempo erano riusciti ad eliminare quasi del tutto gli effetti indesiderati, come per l'appunto le proiezioni extracorporee. La proiezioni erano ancora possibili, ma con una buona dose di pratica era possibile controllarle. Inoltre, erano state selezionate varietà di papaveri meno virulente, le cui spore non venivano assolutamente liberate nell'aria. Quelli nella stanza di Renko appartenevano appunto a queste varietà. Purtroppo, l'urto accidentale e la conseguente rottura del vaso ne aveva liberato una piccola quantità, e queste si erano poi combinate con il Gotto Pangalattico durante il processo di replicazione, dando origine ad una bevanda dagli effetti imprevedibili. Dulcis in fundo, loro se l'erano scolata fino all'ultima goccia.

Bisogna dire che Foster non la prese molto bene. Ma in fondo, tentare di strangolare Renko non era poi la cosa peggiore che Foster avrebbe potuto fare in quel momento.

Vaarik intanto si stava carezzando il pizzetto con aria vagamente compiaciuta. "Non vorrei doverlo dire, ma... ve l'avevo detto."

"Odio i vulcaniani..." ringhiò tra i denti Dalton.

"...soprattutto quando hanno ragione," concluse per lui Vaarik, citando un famoso proverbio. Poi si allontanò rapidamente per esaminare un fabbricato nelle vicinanze.

"Comunque," stava intanto continuando Renko massaggiandosi la gola, "non è andata poi così male. Quando ho capito cosa era successo, ho provato a percepire tracce di proiezioni extracorporee, ma non ne ho trovata nessuna. Probabilmente stiamo solo dormendo."

"Penso che il problema stia nel fatto che le hai cercate nel presente," lo interruppe la voce sepolcrale di Vaarik, intento ad osservare l'interno della rozza costruzione da una finestra. "Noi siamo di nuovo nel passato."

"Cos...?" il gruppo accorse a vedere cosa stava osservando il vulcaniano, per poi ritrovarsi letteralmente a bocca aperta. Una figura cenciosa sedeva al bancone di quello che non poteva essere altro che un bar improvvisato, roteando pigramente un dito in un bicchiere di liquore.

"Se la memoria non mi inganna," disse Vaarik, lasciando ben intendere quanto fosse lontana questa possibilità, "quello laggiù seduto al bancone è Zephram Cochrane."

"Be'", disse Renko con voce piatta. "In statua sembrava più alto."

* * *

"Be', in statua sembrava più alto."

Il gruppo rimase sgomento per qualche attimo, poi iniziò il coro delle proteste.

"Non è possibile!" sbraitava Foster. "Io mi rifiuto di credere ad una follia come questa. Già la storia delle spore è a dir poco strana, ma proiezioni extracorporee nel passato?! Questo è assurdo!"

"Anch'io sono piuttosto perplesso: viaggiare nel tempo richiede una quantità di energia molto elevata." disse Vaarik con l'aria di poter tenere una conferenza sull'argomento. "Ad esempio, il Guardiano sembra attingere la sua energia direttamente dalle correnti geodinamiche che permeano il Pianeta del Sempre. Invece, l'effetto fionda a velocità curvatura sfrutta l'energia del pozzo gravitazionale di una stella, con il risultato che può dislocare intere navi stellari, seppur a costo di una minore precisione nelle coordinate del punto di arrivo. In ogni caso, si tratta di una quantità enorme. È fuori da qualsiasi dubbio che un semplice infuso di spore possa averci fornito un'energia del genere."

Lo stesso Renko, in genere aperto ad interpretazioni poco ortodosse, pareva dubbioso. "In effetti, non ho mai sentito parlare di una cosa del genere, nemmeno dal Maestro. E come diceva sempre lui: il tempo non dorme mai, tutt'al piu' sonnecchia!"

Passato il momento di silenzio che sempre seguiva le perle d'infinita saggezza elargite dal frullato genetico, Ripley prese la parola per la prima volta dall'inizio della discussione. "Allora, stiamo solo sognando, vero?"

"Dal momento che sono coinvolto anch'io non posso esserne sicuro, ma secondo me sì." Renko non era l'immagine della convinzione, ma al momento era la cosa più vicina ad un esperto che il gruppo poteva sperare di avere.

"Allora io direi di godercelo!" decise la donna, e si diresse a passo risoluto verso l'ingresso della baracca prima che gli altri potessero fare qualcosa per fermarla (nel caso poco realistico in cui qualcuno di loro avesse avuto la pessima idea di provare a fermarla...).

Cochrane la scorse appena varcò la soglia. "Ehi, cameriera!" la chiamò, agitando una mano e quasi cadendo dallo sgabello. "Un altro whisky! Liscio, stavolta!"

"Cameriera?!?" Ripley non poteva essere più perplessa. "Ragazzi, questo qui è andato!"

"Mi sa che mi farò anch'io una bevutina," decise Foster dirigendosi dietro il bancone. "Chissà che sapore ha il whisky sognato..."

"Oh, barman!" lo apostrofò Cochrane con euforica allegria. "Questo giro lo offro io! Da bere per tutti! Anche per quel baro laggiù in fondo! E per il suo degno compare!" disse, indicando con entusiasmo Dalton e Renko che si erano appena seduti all'altro capo del bancone, ormai rassegnati alla follia della situazione.

"Cosa?! Baro a me?!" si scandalizzò Dalton, dirigendosi verso di lui con il volto paonazzo. "Ma come si permette quell'ubriacone?!?"

Intanto Vaarik si era frapposto tra i due, onde evitare incidenti. "Non prendertela, Dalton. E' solo un sogno, no?"

L'umano si ricompose, bofonchiando oscure minacce all'indirizzo dello scienziato. "E comunque," commentò blandamente il vulcaniano, appena sopra la soglia di percettibilità di Dalton, "conosci il detto: in vino veritas?"

Il pilota stava per rispondere per le rime, quando venne anticipato da Cochrane. "Ma bravo!" si congratulò con il vulcaniano, mettendogli un braccio sopra le spalle e inondandolo del suo fiato che sapeva di alcool di pessima qualità. "Ecco il prode buttafuori che prende le difese del povero avventore contro le angherie del teppista di turno!"

Dalton sorrise da orecchio a orecchio. Per rivedere l'espressione assolutamente nauseata di Vaarik al contatto con quell'umano ubriaco fradicio si sarebbe fatto dare del teppista anche altre mille volte.

"Ho trovato!" saltò su Renko in quel momento, facendo ribaltare lo sgabello sul quale si era appollaiato. Allo sguardo interrogativo dei suoi compagni, cercò di spiegare la sua illuminazione. "Ho capito perché prima la meditazione del Risveglio del Dinosauro non ha funzionato! Dobbiamo meditare tutti insieme! Le nostre onde alfa sono sincronizzate, quindi solo così possiamo svegliarci tutti. Tutto quello che ci serve sono pochi minuti di tranquillità e un ambiente adatto, così vi mostro come si fa."

"Un po' di tranquillità per una meditazione collettiva? Non mi sembrano delle richieste irragionevoli," disse Paul ritrovando un filo di buonumore.

Al contrario, Vaarik non sembrava affatto di buonumore. "Allora, se la cosa non vi disturba troppo, vi chiederei di metterci subito all'opera. Direi che ne ho avuto abbastanza di questo cosiddetto sogno." E si diresse verso l'uscita.

In quel momento, la porta si spalancò, ed un vecchio dall'abito cencioso e la capigliatura scarmigliata entrò di corsa, brandendo quella che non poteva essere altro che un'arma rudimentale. Il giovane vulcaniano si ritrovò con la pistola puntata a pochi centimetri dal volto, mentre dietro alla bocca da fuoco lo osservavano due occhi lucidi di febbre. "Ti fermerò, Cochrane!" sibilò il vecchio contro un allibito Vaarik. "L'altro non sono mai riuscito a fermarlo, ma posso ancora fermare te!"

I due restarono come congelati per un istante, poi il vecchio diresse lo sguardo verso gli altri che osservavano immobili la scena. I suoi occhi ammiccarono per la sorpresa, e la canna della sua pistola vacillò.

"Un altro! E un altro... una altro... un altro..." balbettò con le labbra rugose, mentre i suoi occhi correvano da un cadetto all'altro. Le sue vecchie dita si strinsero convulsamente sull'impugnatura del revolver. "Maledetto Cochrane! Moltiplicarti non ti servirà! Fermerò tutti i Cochrane! Nessuno di voi riuscirà a sfuggirmi..." ormai fuori di sé, il vecchio iniziò ad indietreggiare, tentando di tenere sotto tiro contemporaneamente tutte le persone nella sala. Indietreggiando, l'anziano inciampò contro Foster, che nel frattempo gli era scivolato alle spalle. L'ex colonnello della SHADO si affrettò ad afferrarlo prima che potesse cadere e fratturarsi qualcosa, mentre con l'altra mano si impossessava dell'arma. Tremante di paura, il vecchio non oppose quasi resistenza, dibattendosi debolmente come un pesce ormai a corto d'acqua.

"Maledetto Cochrane! Sarai la nostra rovina..." sussurrava ogni tanto all'indirizzo di Foster, il quale, non senza una certa gentilezza, impediva al vecchio di fare del male a se stesso e agli altri.

"Com'è che il nonno vede Cochrane dappertutto?" stava intanto commentando Dalton.

"Be', è uno degli effetti delle spore." Renko su questo argomento era un pozzo di scienza. "Le proiezioni extracorpore possono assumere un aspetto diverso da quello dell'originale, e in genere appaiono in maniera diversa agli occhi di persone diverse, utilizzando immagini tratte dalla loro mente: questo anziano signore dev'essere ossessionato da Cochrane, quindi ci vede tutti come sue copie. Il dottor Cochrane, invece, a quanto pare ci vede come normali frequentatori di questa bettola di quart'ordine."

"Intendi forse dire 'uno degli effetti sarebbe'... perché questo è solo un sogno, vero?"

"Sogno, non sogno... in fondo cos'è che si sogna? Ciò che si conosce."

"Che strano... non vi sembra che assomigli a qualcuno?" chiese Ripley, osservando con interesse l'anziano.

"Chi, il vegliardo?" Dalton lo guardò inclinando la testa da un lato. "Non saprei, in effetti più lo guardo e più mi sembra che abbia un'aria familiare."

"Ripley ha ragione." Vaarik scrutava con aria clinica l'anziano attentatore. "Attribuendo a quell'uomo i normali parametri d'invecchiamento umani, le sue fattezze potrebbero corrispondere a quelle del ragazzino che abbiamo incontrato a Sacramento nel 1979."

"Intendi dire quello che hai spaventato a morte con la tua aria da beccamorto?" Dalton non mancava mai di sottolineare l'accaduto.

Vaarik non si curò nemmeno di rispondere, ma in compenso lanciò all'umano uno sguardo molto vicino allo zero assoluto.

Un istante dopo, il vulcaniano si voltò dall'altra parte per non vedere Dalton fare "Brrr... brrr..." sfregandosi le braccia come se stesse congelando sul serio.

"Mm..." stava intanto riflettendo Ripley. "Quindi forse è così che si sarebbe ridotto quel ragazzino se non gli avessi concesso uno dei miei autografi..."

"Uno dei tuoi autografi?!" le fece eco Dalton, scettico.

"Be', sì. Non puoi negare che ho salvato il continuum grazie alla mia popolarità."

"Oh, cavolo. Mi sa che la sorellina si è montata la testa..." commentò Foster passandosi una mano sul volto.

"Va bene, basta giocare adesso," li ammonì amichevolmente Renko. "Avanti, bisogna iniziare a meditare."

"Non per fare il pignolo, ma questo non mi sembra esattamente l'ambiente adatto per la meditazione." Poi Vaarik guardò la sua tunica logora, e aggiunse: "Ma, a pensarci bene, devo ammettere di aver meditato in posti decisamente peggiori di questo."

"Allora è deciso. Inoltre, che cos'altro potrebbe capitare in questo momento?"

Il suono di un teletrasporto sottolineò le parole di Renko.

Davanti a loro erano apparsi due borg.

Per un istante, il gruppo rimase talmente allibito che nessuno osò nemmeno commentare l'incredibile gufata del frullato genetico.

"E, no!" disse infine Dalton, desolato. "Così non vale! Va be' che i sogni non hanno regole, ma adesso i borg mi sembrano un po' eccessivi!"

"Preparatevi ad essere assimilati. La resistenza e' inutile."

Facendo ronzare i loro servomeccanismi, i borg iniziarono ad avanzare verso Cochrane. Cochrane osservò allibito le creature avanzare verso di lui, poi guardò la bottiglia vuota che aveva in mano, infine tornò ad osservare i borg. "Wow," commentò con la voce colma di ammirazione. "Questa sì che è roba forte!"

Naturalmente, essendo quello un sogno, la cosa più logica da fare in quel momento sarebbe stata sedersi comodamente e osservare come si sarebbe sviluppata quella situazione, e poi analizzare il tutto in separata sede per comprendere quali pulsioni subconsce avevano dato origine a quella inconsueta trama onirica. Tuttavia, quattro quinti del gruppo non si erano mai rivelati troppo interessati alla logica. Probabilmente, aveva supposto Vaarik, per loro la situazione presente poteva essere riassunta in questa semplice maniera accessibile perfino alle loro menti non illuminate dalla logica:

  1. I borg cattivi vogliono fare male al dottor Cochrane.
  2. Arriviamo noi e gli facciamo il culo.

Poi Vaarik si rese conto che quella che aveva fatto era psicologia degna del consigliere Memok e non poté fare a meno di rabbrividire.

Ma intanto, grazie al cielo, Foster si era ricordato di avere in mano una pistola a proiettili, seppur rudimentale. "Da quanto tempo non vedevo una Colt," sospirò, quasi con nostalgia.

Poi puntò l'arma contro i droni e fece fuoco più volte. I borg, esseri cibernetici capaci di assorbire le più letali scariche di phaser, non avevano tuttavia difese contro dei semplici proiettili di piombo la cui energia cinetica era fornita da una reazione chimica. Qualcuno dei colpi venne attutito dagli impianti in metallo, ma altri si conficcarono nel molle tessuto organico, uccidendo il drone e liberando per sempre la persona che era prigioniera al suo interno.

"Be', non è stato poi così difficile..." commentò Renko, guardando Foster da dietro gli occhiali scuri.

Come a sottolineare quelle parole, i corpi dei borg svanirono alla loro vista dissolvendosi nella luminescenza verde del teletrasporto borg, richiamati alla collettività che avrebbe riciclato i loro pezzi.

Nel frattempo, Dalton stava tentando delicatamente di svegliare il vecchio, che alla vista dei droni era svenuto come una pera cotta.

"Non è che questo ci schiatta sul colpo?" domandò Ripley, con una certa mancanza di tatto.

"Aaahhh! I mostri! Aiuto! AAAHHH!" Se non altro, le urla confermarono al gruppo che l'anziano attentatore era tutto fuorché morto.

Intanto, però, il rumore degli spari aveva risvegliato mezza baraccopoli e dall'esterno cominciavano a giungere le voci degli abitanti che accorrevano sul posto.

"Opporc... Vaarik, le orecchie!" fece in tempo a dire Ripley, rendendosi conto che a quel tempo nessuno aveva ancora visto un vulcaniano... almeno ancora per qualche ora.

Guardandosi rapidamente intorno, Vaarik raccattò al volo da un attaccapanni un berretto da boscaiolo dimenticato chissà da chi e se lo calcò bene in testa, coi paraorecchi abbassati. Considerate le circostanze, l'effetto era soddisfacente.

In quel momento un gruppo di uomini entrò di gran carriera nel locale, armati di fucili, pistole e inquietanti forconi.

"Cosa diavolo è successo?!" urlò uno di loro, grosso come un armadio a muro.

Fortunatamente Luke ebbe abbastanza presenza di spirito da cogliere la palla al balzo in un attimo.

"L'abbiamo fermato!" tuonò vittoriosamente indicando il vecchio che urlava come un ossesso. "Voleva ammazzare il professor Cochrane con quella pistola, ma fortunatamente ha sbagliato mira e siamo riusciti a disarmarlo!"

I bifolchi guardarono Cochrane, illeso, il quale stava cercando di far cadere le ultime gocce di liquido da una bottiglia direttamente sulla sua lingua, poi guardarono il gruppo e il vecchio che sbraitava. Per un tempo che sembrò lunghissimo Vaarik ebbe quasi l'impressione di sentire il suono degli ingranaggi arrugginiti che si muovevano all'interno delle loro teste, tentando di applicare alla situazione corrente quello che da quelle parti passava per logica.

Poi uno dei presenti riconobbe l'attentatore. "Ma è Geoff Quile!" lo additò al resto della plebe. "E' uno di quei fanatici che odiano tutto ciò che riguarda l'esplorazione dello spazio! E' stato sospettato di un gran numero di attentati contro basi di lancio!"

"E' vero!", lo riconobbe un altro. "Me lo ricordo anch'io!"

Altri si unirono al coro del riconoscimento, e un gruppo di uomini si avvicinò per prendere in consegna Quile.

In quel momento un uomo alto, dal volto sorridente incorniciato da una corta barba castana, si avvicinò a Dalton e Vaarik, tendendo loro la mano. "Avete salvato il professor Cochrane e il lancio della Phoenix," disse con gratitudine. "Non potremo mai ringraziarvi abbastanza."

"Non devi ringraziarci," rispose Dalton stringendo la mano che gli veniva offerta. "Siamo stati semplicemente fortunati."

Vaarik nel frattempo si stava soffiando distrattamente sulle mani per scaldarle.

"Will!" chiamò Foster attirando l'attenzione dell'uomo. Il comandante Riker guardò Foster con sguardo interrogativo, confuso dal fatto che uno che nemmeno conosceva si rivolgesse a lui con tanta familiarità.

"Ma come, non mi riconosci?" insistette Foster, avvicinandosi a lui per farsi vedere meglio. "Sono io, Paul!"

Sul volto del comandante Riker la confusione non accennava a diminuire, quando, un secondo uomo si avvicinò a lui. "Qualche problema, comandante?" chiese l'ingegnere capo LaForge.

"Non saprei," gli rispose Riker, dubbioso. "C'è qualche problema?" chiese poi rivolto a Foster.

"Non faccia caso a lui," si intromise Renko mettendo un braccio intorno alle spalle di Foster, "ogni tanto gli piace scherzare..."

"Ma io veramente..." accennò a ribattere l'umano, ma Renko gli lanciò uno sguardo al fulmicotone da dietro gli occhiali neri.

Intanto però lo sguardo del comandante Riker era caduto sui bicchieri di whisky che Foster aveva iniziato a riempire prima di essere interrotto. Sulla sua faccia si allargò un sorriso complice.

"Senti, vecchio mio," disse rivolto a Paul, "ho una grande idea: perché adesso non ce ne andiamo tutti a fare una bella dormita?"

Foster incrociò le braccia al petto con aria compiaciuta. "Ma io sto già dormendo," disse come se fosse una cosa assolutamente normale. "Infatti questo è uno dei sogni più realistici che mi sia mai capitato di fare." Poi diede una amichevole pacca sulla spalla al comandante Riker e si allontanò dicendo, "Salutami zio Piky quando torni a bordo."

Il comandante Riker stava per ribattere qualcosa ma ormai Renko e Dalton avevano già trascinato Foster fuori portata. Poi scrollò le spalle e si accinse a portare Cochrane alla sua baracca.

In pochi minuti la piccola folla che si era raggruppata lasciò la baracca che fungeva da bar e alla fine il gruppo rimase nuovamente solo.

Guardandosi distrattamente in giro, Renko si sfregò le mani, compiaciuto. "Bene, ragazzi," disse con allegria, "questo mi sembra proprio il momento adatto per iniziare la meditazione."

Il sussurro del teletrasporto invase nuovamente il locale.

"Preparatevi ad essere assimilati. La resistenza e' inutile."

Le spalle dei cadetti si ingobbirono tutte di qualche centimetro. "Ma, no! Di nuovo..."

Questa volta i borg erano cinque, e sembravano più agguerriti dei precedenti. Evidentemente, dopo la brutta fine dei loro predecessori, il collettivo li aveva riconosciuti come una minaccia.

"Preparatevi ad essere assimilati." I droni cominciarono ad avanzare nella loro direzione. Forte dell'esperienza Foster puntò il revolver nella loro direzione, ma contrariamente alle loro aspettative il colpo non partì.

"Acc... è scarica!"

La situazione volgeva decisamente a loro sfavore, e i cadetti ripiegarono su una saggia ritirata strategica. Prima di lasciare il locale, però, Renko agguantò al volo un secchio d'acqua saponata e lo lanciò sulla traiettoria dei borg. I primi furono colti completamente di sorpresa dall'improvvisa scomparsa dell'attrito e finirono letteralmente gambe all'aria, travolgendo nella loro caduta anche i compagni.

Il gruppo di cadetti iniziò a congratularsi con Renko, vedendo che tutti gli sforzi dei droni si rialzarsi avevano il solo effetto di farli scivolare nuovamente e ricadere a terra ancora più aggrovigliati di prima.

Come sempre, toccò a Vaarik il gramo compito di interrompere i festeggiamenti. "Guardate!", disse, indicando i borg. "Si stanno adattando!"

I droni infatti stavano cominciando a rialzarsi, facendo emergere dalle suole delle loro scarpe delle lame simili a pattini. Grazie a quell'accorgimento i borg erano in grado di compensare la scivolosità del pavimento, e anzi di sfruttarla a loro favore. In pochi secondi tutti i borg furono in piedi e iniziarono ad avanzare, mantenendo tuttavia un'andatura tentennante da "prima volta sui pattini".

"O-ogni resistenza e' inutile. P-preparatevi ad essere... Uops!"

A quel punto Dalton non riuscì più a trattenersi e cominciò a ridere scompostamente, indicando i borg con una mano e tenendosi la pancia con l'altra. "E questi tizi sarebbero la peggiore minaccia che la Federazione abbia mai affrontato? Ma fatemi il piacere..." riuscì a dire tra gli scoppi di risa.

A via di scivoloni, però, i borg si stavano avvicinando pericolosamente, quindi il quintetto di cadetti decise che era meglio levare le tende. Tuttavia, Dalton non si era ancora ripreso dalla precedente crisi di ridarola, quindi Ripley fu costretta a caricarselo di peso in spalla se non volevano lasciarlo sul posto. Una volta all'esterno della baracca i droni furono costretti a far rientrare le lame dei pattini e inseguirli con la loro solita andatura.

I cadetti si guardarono in giro, indecisi sul da farsi.

"Ehi, Vaarik, non ti sembra il momento di far lavorare la tanto decantata logica vulcaniana?" gli chiese Foster, non senza una nota di ironia.

"Questo è un sogno, Paul. E i vulcaniani non sono avvezzi a questo genere di attività," rispose Vaarik con uno sguardo gelido. Poi guardò da un'altra parte per non vedere Foster che, come Dalton poco prima, faceva "Brrr... brrr..." sfregandosi sulle braccia come se stesse congelando.

"Oh, cavolo!" disse d'un tratto Ripley, arrestandosi di colpo. La brusca frenata prese di sorpresa gli altri che la videro tornare indietro in direzione dei borg tirandosi simbolicamente su delle invisibili maniche. "Mi sono stufata di scappare. Adesso giochiamo a modo mio."

La donna affrontò il primo drone, agguantandolo per il bavero e sollevandolo da terra.

"Allora, bello, che ne dici di divertirci un po'?" chiese, con un ghigno divertito.

Il borg, anche se privo di appoggi, protese il braccio verso il volto di Ripley, con i tubuli di assimilazione protesi. La donna li acchiappò al volo, poi con una torsione del polso li sradicò dalle dita del drone. I tubuli continuarono a danzare nella sua mano come serpenti impazziti, poi la donna li lasciò cadere ai suoi piedi, dove restarono inerti.

"Ti sarebbe piaciuto, eh?" chiese Ripley avvicinando il suo volto a quello del drone, poi passò rapidamente la mano libera sopra uno degl'impianti, lasciando che il metallo scalfisse la sua dura epidermide e creasse una sottile ferita dalla quale il sangue cominciò a colare. Poi con un sibilo di soddisfazione stampò la mano in faccia al borg, ascoltando lo sfrigolio dell'acido che iniziava ad intaccare la parte organica.

Il borg urlò, la prima volta che udivano un drone dare segni di dolore, e tentò di divincolarsi mentre la sua faccia letteralmente si scioglieva, ma la donna mantenne salda la presa sulla sua faccia.

"La resistenza e' inutile," lo informò Ripley con una certa dose di cattiveria, e in pochi attimi il borg smise di scalciare. La donna lo lasciò cadere a terra come una bambola di pezza, guardandolo con evidente disgusto.

Ma ormai anche il secondo borg le era addosso, con le mani protese verso la sua gola. Ripley tentò di afferrarne una in modo che l'acido agisse di nuovo, ma questa volta non riuscì a mantenere la presa sulla sua pelle stranamente scivolosa. Inoltre, con sua grande sorpresa, l'acido non parve avere nessun effetto.

"Magnesia San Pellegrino," recitò la voce spettrale del collettivo, "antiacido, effervescente."

Ripley lanciò un grido mentre il secondo borg stringeva le mani attorno alla sua gola, ma proprio mentre stava per soccombere dietro al drone comparve Renko. Con un balzo felino l'ibrido saltò al collo del drone, sfruttando la sua maggiore agilità per avvinghiare le gambe attorno alla sua gola. Con un grido si gettò quindi all'indietro, lasciando che il suo peso e la torsione facessero il resto. Il collo del drone di spezzò con uno schiocco sinistro, facendo scaturire dalla sua bocca una pioggia di scintille.

Renko atterrò morbidamente con una capriola e grazie alla velocità acquisita fece tre salti mortali, mettendo così una buona distanza tra lui e gli altri borg. Foster e Dalton lo guardarono ammirati, mentre il frullato genetico si rimetteva in posizione di guardia tenendo sott'occhio i borg rimasti.

"Allora," disse loro con un sorriso di sfida, "siete ancora convinti che al Castello di Kyôki mi abbiamo solo insegnato a meditare?"

"Be', in questo caso bisogna dire che la parte pratica è decisamente molto più utile di quella orale," disse Foster ricordando le perle di saggezza che Renko insisteva a spacciare loro.

Purtroppo, i droni si adattarono molto velocemente anche all'uso delle arti marziali. Naturalmente, nell'arco di millenni di assimilazione, i borg avevano assorbito le tecniche di combattimento di centinaia di culture. Normalmente non avevano bisogno di ricorrervi, bastava semplicemente il loro numero a sbaragliare qualunque avversario. Ma all'occorrenza, quelle informazioni potevano comunque essere richiamate. Privato del fattore sorpresa, Renko non fu quindi in grado di mettere a segno altri attacchi, poiché ogni suo colpo veniva intercettato dai droni prima che potesse avere effetto.

"Accidenti, non riesco più a colpirli!" sbuffò alla fine Renko, spossato dall'azione. "Dobbiamo ripiegare!"

Il gruppo riprese quindi la sua fuga, dirigendosi verso una baracca vicina alla base di lancio. Quando entrarono, videro che all'interno vi era una specie di cucina rabberciata, e una serie di tavolacci di legno sui quali erano sparsi gli avanzi di quella che non poteva essere altro che una festa, preparata probabilmente in vista del lancio della Phoenix il giorno dopo. In men che non si dica rovesciarono un paio di tavoli e riuscirono a sprangare la porta.

"Fiuuu..." si lasciò sfuggire Renko, appoggiando la schiena ai tavoli rovesciati. "Così dovremmo essere al sicuro."

In quel momento la sagoma di una sega circolare apparve sulla parete opposta, fendendo il legno con un ronzio assordante.

"Non c'è che dire, oggi non è proprio la mia giornata!" ringhiò Renko, balzando in piedi e guardandosi attorno in cerca di un'idea.

Intanto però i borg erano riusciti ad aprirsi un varco nella parete di legno, e irruppero nella sala facendo ronzare i servomeccanismi.

"La resistenza e' inutile. Sarete assimilati."

"Eccheppalle!" sbottò Dalton, ormai fuori dai gangheri. Afferrò al volo una bottiglia di whisky e la scagliò con rabbia in direzione dei borg che avanzavano. La bottiglia compì due rapidissime rotazioni in aria e andò a conficcarsi esattamente nella bocca di un drone. Il testa del drone saettò all'indietro per la forza del colpo, e il liquore cominciò a scendere inarrestabile nella gola del borg, il quale non riuscì ad estrarla almeno fino a che non si fu svuotata. La bottiglia finì in mille frantumi nella stretta del drone, ma intanto l'alcol contenuto nel whisky cominciò ad avere i suoi effetti. Il borg barcollò, mentre allungava inutilmente una mano verso di noi.

"Roteare e' inutile!" esclamò con la voce stranamente stridula. "Sssharete assshimilati!"

I cadetti si immobilizzarono stupiti alla vista di quel bislacco spettacolo, poi notarono che anche gli altri borg stavano cominciando ad accusare il colpo. L'alcolemia, per così dire, stava dilagando attraverso il collettivo. Il primo drone crollò a terra, mentre gli altri continuarono ad avanzare sulle gambe malferme.

"Sssharete assshimilati! Assshimileremo tutti! Hic...!"

Alla vista dei borg ubriachi fradici Dalton ebbe una nuova crisi di ridarola, e finì per terra a contorcersi dal ridere. Anche gli altri restarono stupiti, poi Renko si sistemò sul naso gli occhiali scuri e con aria meditabonda affermò: "Come diceva sempre il mio Maestro, il dugongo che ulula alla mattina coglie il loto nella vasca da bagno."

"Renko?" giunse da dietro le sue spalle la voce del vulcaniano.

"Dimmi, Vaar..."

SPAFF!!!

Il frullato genetico non fece in tempo a terminare la frase che una enorme torta di panna si sfracellò contro il suo volto. Il silenzio piombò per un secondo nella sala.

Poi Renko udì Vaarik affermare con voce inequivocabilmente soddisfatta:

"Era tanto tempo che volevo farlo..."

"ADDOSSO!!!" gridò Foster con quanto fiato aveva in corpo, agguantando al volo un'altra torta e scagliandola contro i borg. Entro poco i droni furono sommersi da una gragnola dolciaria, scagliata con forza dal quintetto di cadetti.

"Avanti! Non fermatevi!" li incitava con foga Dalton, di nuovo in piedi a dare man forte, mentre Foster e Ripley sghignazzavano come matti lanciando contro i borg tutto quello che gli capitava a tiro. Nulla poterono i droni rimasti, mentre la panna e il burro di arachidi ricoprivano i loro impianti e rendevano difficoltosi i loro movimenti, e in breve tempo crollarono al suolo, incapaci di restare in piedi sul pastrocchio che si era formato sotto di loro. A quel punto il collettivo non poté fare altro che richiamare i droni ormai inutilizzabili, facendo svanire la loro sagoma nella luce verdognola del teletrasporto.

"HURRA!!!", esplosero i cadetti, complimentandosi e abbracciandosi l'un l'altro. Perfino Vaarik non poté fare a meno di esibirsi in un paio di inequivocabili sorrisi, anche se tentò immediatamente di ricomporsi.

"Abbiamo vinto, abbiamo vinto!" saltava dalla gioia Dalton, come se avesse appena conquistato il campionato del mondo di calcio.

* * *

Finiti i festeggiamenti, il gruppo tentò di ricomporsi.

"Avanti, è ora della meditazione," li incitava Renko, come una maestrina. Con un po' di pazienza riuscì a farli sedere tutti in cerchio a gambe incrociate.

"Bene, possiamo cominciare." Renko si concentrò, facendo dei respiri lunghi e profondi. "Chiudete gli occhi. Lasciate che il vostro corpo si rilassi. Concentrate tutta la vostra attenzione sul vostro respiro..."

Renko sentì un rumore e aprì un occhio, trovandosi di fronte la scena di Ripley che bisbigliava in un orecchio di Foster. "Basta, voi due!" li sgridò. "Bisogna concentrarsi."

I due tornarono al loro posto con aria contrita. Soddisfatto, Renko riprese la posizione originaria. "Concentrate la vostra attenzione sul ritmo del vostro respiro. Cercate di mantenerlo regolare, senza accelerarlo o rallentarlo. Cercate di..."

"Ehi!" sentì la voce di Vaarik che si lamentava. Aprì nuovamente gli occhi e vide il vulcaniano con in mano una pallina di carta. "Mi ha tirato questa!" disse indicando Dalton, seduto dall'altra parte del cerchio, il quale aveva assunto un'aria assolutamente ieratica.

"Dalton, smettila. Altrimenti ti metto in castigo!" disse Renko all'umano, il quale tentò di discolparsi. "Ma io non ho fatto niente!"

Uno sguardo spazientito del frullato genetico lo fece tacere, ma prima di chiudere nuovamente gli occhi Renko lo vide fare una linguaccia in direzione del vulcaniano.

"Ricominciamo. Rilassate il vostro corpo. Concentratevi sul vostro respiro. Lasciate..." Renko sentì un piccolo contatto sulla parte destra della fronte. Aprì gli occhi e vide di fronte a sé una piccola pallina di carta, la stessa pallina di carta che Vaarik aveva in mano fino ad un minuto prima.

"Ma allora lo fate apposta!" saltò su di botto il frullato genetico. Raccattò un tovagliolo di carta nelle vicinanze e lo scagliò in direzione del vulcaniano. "Voi vi state divertendo troppo!" disse al gruppo, cercando di sembrare indignato ma senza riuscire troppo bene nell'intento. "Ecco perché non riusciamo a svegliarci!"

"Divertendo? Noi?" rispose Foster con aria fintamente offesa.

"Il divertimento è un'emozione," non poté fare a meno di puntualizzare Vaarik. "E i vulcaniani sono in grado di dominare le emozioni."

"Come no!" gli rispose Renko, "e io che perdo anche tempo a indicarvi la via del ritorno! Come faccio a riportare a casa dei viaggiatori che non hanno nessuna voglia di partire?"

"Ma sentitelo, il santarellino!" esplose Dalton, unendosi al diverbio. "Ma se sono state proprio le tue spore a ficcarci in questo casino!"

"Be', non è stata mia l'idea di replicare quel Gotto! Gotto Esplosivo Pangalattico! Proprio una bella pensata! Come se non ne avessimo passate già abbastanza!" rispose con forza Renko, lanciando un tovagliolo anche in direzione di Dalton.

"Be', aggiungi pure che è tutta colpa del tuo alter ego e delle sue indegne truffe!" disse l'umano, rispondendo al fuoco con altri tovaglioli.

In breve lo scontro degenerò in un conflitto a fuoco di tovagliolini di carta, bicchieri di plastica e piattini colorati, e nella mischia furibonda nessuno fu risparmiato. La battaglia durò a lungo, tra le risate dei partecipanti, ormai dimentichi delle ragioni che li avevano portati lì, dei pericoli corsi, e dei misteri che ancora si celavano dietro quel sogno bislacco. Era lo stress accumulato nei giorni precedenti che veniva fuori in maniera irrefrenabile, trovando finalmente in quella battaglia fuori di testa una valvola di sfogo attraverso la quale ripristinare la corretta pressione interna. Alla fine, stramazzarono tutti al suolo esausti, ansimanti ma felici.

Seduto per terra, circondato dai resti di quella battaglia onirica e liberatrice, Vaarik sentiva di essersi finalmente lasciato alle spalle tutti i dubbi che si era portato dentro da quando erano tornati dal Pianeta del Sempre. L'inquietudine era una cosa innaturale per un vulcaniano, e Vaarik doveva già convivere con molti più fantasmi della maggior parte di quelli della sua razza. Non aveva spazio per portarsi sulle spalle anche la responsabilità di un'intera linea temporale alternativa, spazio per i dubbi e le incertezze che i viaggi nel tempo si trascinavano inscindibilmente dietro, spazio per i rimpianti per quello che avevano fatto (o non fatto) nel corso di questa avventura.

Vaarik aveva già le sue cicatrici, dentro e fuori, e non aveva certo bisogno di infliggersene da solo delle altre.

C'era un'altra cosa, però, su cui il giovane vulcaniano rifletteva.

Lui proveniva da un universo dove la Federazione non esisteva, dove vulcaniani e terrestri erano trattati come schiavi, dove il gesto di un sorvegliante poteva significare la differenza tra il cibo e la fame, tra la salute e la tortura, tra la vita e la morte. Tutto il suo essere era stato forgiato dalle esperienze che aveva attraversato in quel luogo cupo e crudele, e, nel profondo, Vaarik era convinto di non avere nulla a che spartire con la gente che popolava la controparte libera e pacifica. Tuttavia, una volta proiettato nella bizzarra linea temporale alternativa dove i terrestri erano alleati coi ferengi e gli ideali della Federazione erano ancora una volta ribaltati, il suo desiderio era stato ritornare all'universo dove si fregiava del nome di cadetto della Flotta Stellare. Perché?

Voglio dire, per lui un universo o l'altro non avrebbe dovuto fare differenza, erano entrambi luoghi alieni ai quali sapeva di non appartenere. E, allora, perché aveva voluto ritornare? A rigor di logica, uno con le sue esperienze alle spalle si sarebbe dovuto trovare più a suo agio in un universo come quello dei ferengi, dove, se non altro, non doveva sopportare la tortura di vedersi circondato da gente serena e soddisfatta, che non aveva ritegno di essere felice mentre dall'altra parte, la sua parte, la gente moriva senza un motivo. Eppure aveva voluto ritornare. Perché?

Un boato lo strappò alle sue meditazioni. Corsero fuori dalla baracca, e videro una scia fiammeggiante che solcava il cielo ormai rischiarato. Si guardarono in volto, consci di quello che era appena successo. La Phoenix era stata lanciata. La storia si compiva di nuovo.

Museo di Storia Terrestre, Archivio 35-B.
Il giorno seguente...

"Ancora non posso credere che bastasse aspettare che l'effetto delle spore svanisse da solo," commentò Dalton grattandosi la testa. Si trovavano negli scantinati del Museo di Storia Terrestre di San Francisco, dentro i quali il gruppo di cadetti aveva praticamente piantato le tende. Era praticamente tutto il giorno che rovistavano tra gli scaffali alla ricerca di eventuali tracce del loro viaggio nel tempo. Quella mattina, avevano trovato una copia della rivista spazzatura che avevano visto nel '79, quella che aveva pubblicato l'identikit di Vaarik in prima pagina, e uno spezzone di un telefilm di fantascienza del XX secolo, i cui protagonisti indossavano varianti dell'uniforme della Flotta Stellare e trafficavano con aggeggi insindacabilmente simili a tricorder e comunicatori. Per il momento quelli erano gli unici indizi degli squilibri mekflaiani che non erano riusciti a correggere.

"A volte la soluzione è talmente ovvia che nessuno ci arriva," sentenziò Vaarik con gravità, rispondendo al precedente commento di Dalton.

"Per fortuna l'effetto non è durato a lungo," disse Foster, poi si rivolse al vulcaniano. "Vaarik...?"

"Siamo rimasti privi di conoscenza per 5.47 ore. Per quanto riguarda quanto è durato il sogno... purtroppo per la natura stessa dell'esperienza non sono in grado di fornire dei dati oggettivi."

"Be', cosa ti lamenti?" disse Dalton dando un'amichevole pacca sulla spalla del vulcaniano. "hai avuto anche l'occasione di sognare l'atterraggio dei tuoi bis-bis-nonni!"

"Temo di dover rinnegare qualunque parentela tra me e quegli sconsiderati vulcaniani che hanno effettuato il primo contatto con una specie evidentemente ancora non evoluta," rispose Vaarik con aria sconsolata.

"Ehi, senti un po', orecchie a punta..." stava rispondendo per le rime Dalton, quando Foster intervenne. "Smettetela, voi due! Da quando vi hanno messo in stanza assieme non fate che punzecchiarvi!"

"Difficile essere nella migliore disposizione quando qualcuno tenta di tenerti sveglio tutta la notte percuotendo senza sosta uno strumento barbaro," sibilò Vaarik rifilando a Dalton un'occhiata gelida.

"Difficile essere nella migliore disposizione quando sei in stanza con un beccamorto!" rispose Dalton, contrapponendogli uno sguardo infuocato.

"Basta!!!" tuonò Ripley, colpendo con un pugno la parete e causando così una sinistra crepa nell'intonaco. Si alzò dalla seggiola sulla quale stava guardando lo spezzone di una vecchia olonovela. "Questa è l'ultima puntata di una popolare olonovela che seguivo ai miei tempi. Non sono mai riuscita a vederla. Di conseguenza, il primo di voi che sento di nuovo fiatare lo spedisco direttamente in orbita attorno a Giove, sono stata chiara?"

"Ma..."

"Sono stata chiara?!"

Un significativo silenzio seguì quelle parole.

"Bene," grugnì Ripley, immergendosi nuovamente nella visione della olonovela.

"Ehi, Vaarik, cosa stai leggendo?" chiese Renko dopo un po', giusto per alleggerire un po' l'atmosfera.

"Cronache del Primo Contatto, di L. Sloane et al. Sto rileggendo la parte relativa al fallito attentato a Cochrane la sera precedente al Contatto, ma i rapporti su ciò che è accaduto sono a dir poco lacunosi."

"È naturale, quelli erano momenti estremamente confusi della storia terrestre..." disse Foster scrollando le spalle.

"Non è questo che voglio dire," rispose Vaarik, mettendogli il libro sotto il naso. "Guarda quest'immagine. È l'attentatore. Perfino per un terrestre dovrebbe essere ovvio che è lo stesso individuo che abbiamo incontrato nel sogno. E si chiama Geoff Quile."

"E allora? Ci stai accusando di avere sogni privi di incongruenze?" chiese Dalton, ma senza traccia di animosità nella voce.

"Il punto è: come abbiamo fatto a sognarci esattamente quello che è successo, esattamente come è successo?"

"Be', è molto semplice. Basta che uno solo di noi abbia letto qualcosa sull'attentato, o abbia visto un documento storico, o una ricostruzione olografica... poi gli altri hanno semplicemente usufruito dei ricordi dell'interessato."

"Come teoria regge," spiegò Renko. "È piuttosto congruente con quello che so delle spore del mio pianeta."

"Inoltre, l'hai detto tu stesso: ci vuole troppa energia per viaggiare nel tempo. Un beverone di alcool e spore non avrebbe potuto fornircela in alcun modo."

"Per quanto riguarda i nostri corpi fisici, hai perfettamente ragione. Ma un residuo di particelle croniton nella nostra membrana citoplasmatica forse avrebbe potuto causare uno spostamento delle nostre proiezioni extracorporee..."

Gli altri scrollarono le spalle, scettici sulla teoria di Vaarik.

"Non vorrei che ti offendessi, Vaarik", disse Foster con diplomazia, "ma come teoria scientifica mi sembra un po' troppo stiracchiata."

Nonostante tutto, Vaarik dovette ammettere che la sua ipotesi aveva davvero delle lacune considerevoli. "Forse hai ragione. Prima o poi dovrò fare degli studi più approfonditi sull'argomento, ma per adesso non ho modo di confutare la vostra interpretazione dei fatti."

"Con calma, Vaarik," lo rassicurò Foster. "Non abbiamo nessuna fretta..."

"Ehi, che ne dite di andare a fare un salto da Chun?" chiese Dalton, senza rivolgersi a nessuno in particolare. "Sapete, spulciare dentro a tutti questi archivi mette sete..."

"Io ci sto!" "Anch'io!" risposero subito Foster e Renko, cogliendo la palla al balzo, e anche Ripley accolse con piacere l'idea, tanto più che la sua olonovela era finita da un pezzo. Alla fine, anche Vaarik dovette ammettere che un po' di riposo era quello che ci voleva.

"A una sola condizione," disse al gruppo, sollevando significativamente il dito indice.

Al coro di sguardi perplessi, il vulcaniano rispose sollevando un sopracciglio.

"Niente Gotto Esplosivo Pangalattico, stavolta!"

Una bella risata accompagnò il gruppo di cadetti fuori dallo scantinato del Museo.

* * *

Alle loro spalle, uno schermo rimasto acceso per dimenticanza continuava a far scorrere immagini storiche del Primo Contatto, dell'atterraggio della nave vulcaniana, di Cochrane che stringeva la mano all'alieno, e di cinque cadetti dai volti famigliari mischiati alla folla durante l'avvenimento...

FINE CAPITOLO