BATTLEFIELD ROOM

USS Huston, NCC 34855.
In orbita attorno alla Terra.

Vaarik raccolse la sua borsa e si apprestò ad uscire dall'alloggio che gli avevano assegnato a bordo della Huston. Passò rapidamente in rassegna la stanza, assicurandosi di non aver dimenticato nulla. Durante il viaggio di ritorno dal Pianeta del Sempre, Vaarik aveva trascorso molto tempo in meditazione all'interno di quelle quattro mura. Come tutti i Vulcaniani, aveva l'abitudine di meditare quotidianamente sui fatti salienti della giornata, allo scopo di esaminarli razionalmente e trarre da essi tutti gli insegnamenti possibili. E, riguardo gli eventi dei giorni precedenti, tutto si poteva dire fuorché che fossero privi di fatti salienti. Con tutto il casino che era successo, Vaarik avrebbe probabilmente avuto materiale su cui meditare per settimane.

Infatti, dopo essere fortunosamente riusciti a ripristinare la corretta linea temporale, il Guardiano, probabilmente per evitare che causassero altri danni, li aveva rispediti direttamente sul Pianeta del Sempre. Si erano materializzati nell'atto di saltare fuori dal massiccio anello di pietra, ed erano stati accolti con soddisfazione da Fraser, che si complimentava calorosamente con loro per il completo successo del loro piano nella Sacramento del '79.

Dopo un attimo di comprensibile confusione, il gruppo aveva appreso che, secondo ciò che ricordava l'istruttore, lui era appena ritornato nel presente dopo aver lasciato il 1979 grazie alla sua cronovela da polso. Nessun cenno a nessuna realtà alternativa, o diversa linea temporale che dir si voglia. Sul momento erano stati troppo stanchi e troppo storditi per cercare di capire cosa fosse successo esattamente. L'importante era che fossero tornati alla loro linea temporale, come e perché ci fossero riusciti non gli importava poi più di tanto.

Solo successivamente, durante un briefing nell'alloggio di Renko, erano giunti all'unica conclusione possibile: ripristinando il flusso del tempo direttamente dal '79, all'inizio della loro prima avventura, avevano totalmente evitato il dipanarsi della linea temporale "sbagliata". Di conseguenza, quando, il giorno dopo, dal '79 Fraser avrebbe fatto ritorno nel presente, la sua cronovela non aveva potuto fare altro che rispedirlo nell'unica linea temporale rimasta, per l'appunto quella "corretta".

O, come aveva riassunto Foster con la sua consueta sintesi, "Riappiccicando l'inizio con la fine, abbiamo saltato quello che c'era nel mezzo."

Durante quell'incontro, i cinque avevano anche deciso di tenere nascosta la loro seconda avventura. Era molto meglio lasciar credere che la loro presenza non avesse causato alcuna interferenza nella linea temporale, piuttosto che attirare sospetti raccontando delle loro peripezie non esattamente legali nella realtà alternativa.

A rigor di logica, aveva sostenuto Vaarik, nulla di ciò che ricordavano era successo davvero, quindi negare quei fatti di fronte ai loro superiori non costituiva davvero una menzogna. Nessuno aveva trovato da eccepire al ragionamento del vulcaniano, anche perché tutti avevano condiviso lo stesso medesimo pensiero. Ad aspettarli in fondo ad un profondo canyon del Pianeta del Sempre, per sua natura immune alle variazioni della linea temporale, c'era la navetta angosiana con cui erano scesi sul pianeta, e i cui interni, per buona pace del gusto imprimano per il lusso, erano letteralmente ricoperti di latinum dorato...

Quindi, quando poi erano venuti da loro gli agenti del Dipartimento per le Investigazioni Temporali, il vulcaniano aveva raccontato unicamente la loro prima avventura, omettendo in toto le loro scorribande nella realtà alternativa. Gli investigatori, forse sospettando qualcosa, o forse per semplice paranoia professionale, gli avevano fatto ripetere quella storia un numero imprecisato di volte, sperando forse che cadesse in contraddizione. Speranza quanto mai vana, naturalmente.

Vaarik si era limitato ad annuire, congiungere le dita sopra la lucida superficie del tavolo attorno al quale erano seduti, e ripetere il suo racconto esattamente quante volte gli era stato richiesto, sempre con le stesse, identiche parole. Niente da dire: quelli il loro mestiere lo sapevano fare bene, ma era virtualmente impossibile vincere una gara di nervi con un vulcaniano. Alla fine, sospetti o non sospetti, gli inquirenti non avevano potuto fare altro che accettare la sua versione, anche perché coincideva perfettamente con quella degli altri cadetti e non vi era la benché minima prova che stessero nascondendo qualcosa. Insomma, perfino la paranoia, per quanto fondata, ha i suoi limiti.

E così i cinque erano stati lasciati in pace, a godersi il meritato riposo, e con i complimenti della Flotta Stellare per il brillante esito della loro azione. Anche se tutto ciò che si permise di esternare fu un pacato apprezzamento per le congratulazioni, dentro di sé Vaarik avrebbe avuto voglia di sghignazzare come una iena.

Tuttavia, il capitolo non era ancora chiuso come avrebbe voluto pensare il vulcaniano. Quegli avvenimenti avevano lasciata a Vaarik un vago senso di inquietudine, forse un sintomo causato dallo stress fisiologico dei continui viaggi nel tempo, forse la consapevolezza dell'enorme responsabilità che si erano assunti, quasi senza riflettere, nell'interferire con il flusso del tempo. Ogni scelta che avevano fatto, ogni strada che avevano preso, ogni respiro che avevano fatto avrebbe potuto causare un danno tale da non poter essere nemmeno calcolato.

Ora che la tensione del momento era svanita, quelle pressioni si stavano riversando su di lui con la forza amplificata dei dubbi e dei ripensamenti. Avevano letteralmente avuto tra le mani il Libro del Destino, ed avevano avuto la presunzione di giocare con il bianchetto sulle sue pagine incartapecorite. Un gesto avventato, un attimo di distrazione, e quelle pagine avrebbero potuto sbriciolarsi tra le loro dita. E infatti, a causa di un evento apparentemente insignificante, il loro viaggio aveva riplasmato la realtà in una successione di eventi che non avrebbero potuto prevedere. Solo grazie ad una enorme dose di fortuna, erano stati in grado di rimettere le cose a posto. Sempre che le avessero rimesse a posto per davvero...

Forse era quella la cosa più angosciante di tutte. Non avrebbero mai saputo se quella era davvero la "giusta" linea temporale. Sì, le cose sembravano andare per il verso giusto, le persone erano tutte al loro posto, la gente parlava ad una velocità normale, ma... chi gli assicurava che, da qualche parte nel passato, le loro azioni avevano causato una piccola, impercettibile variazione che, anche senza causare danni al "presente", non avrebbe avuto delle drammatiche ripercussioni su quello che sarebbe stato il "futuro"? Chi gli assicurava che, inconsapevolmente, non avevano innescato una reazione che, nel corso dei secoli, avrebbe portato ad un disastro di proporzioni planetarie, o perché no, galattiche? Per quel che ne sapevano, il loro viaggio avrebbe potuto avere ripercussioni nel computo della massa critica dell'universo, facendo pendere infine l'ago della bilancia cosmica su una prematura fine dell'universo.

In realtà, anche senza arrivare a questi casi limite, le possibilità erano virtualmente infinite. Sì, probabilmente, era quella la cosa più angosciante.

Sapendo che non gli sarebbe mai stato permesso di liberarsi da questi dubbi, Vaarik uscì dall'alloggio a passo risoluto, senza nemmeno voltarsi a vedere la porta che si richiudeva alle sue spalle.

Giunto in una sala teletrasporto della Huston, Vaarik vi trovò l'ultimo gruppo di cadetti che dovevano ancora essere teletrasportati giù all'Accademia. L'operatore ai comandi lo salutò con un cenno del capo. "Benarrivato, cadetto. Stavamo aspettando proprio lei."

Il vulcaniano rispose silenziosamente al saluto, posizionandosi insieme agli altri sulla piattaforma del teletrasporto. Al suo fianco, il muso da velociraptor di Dizzie, lo guardava di sottecchi. "Eri quello tu che sempre andava e diceva che i mammiferi di Vulcano mai in ritardo sono da aspettare?" sibilò appena sopra la soglia di percettibilità del vulcaniano.

Vaarik gli rispose anche lui in un soffio. "Assolutamente vero, Dizzie. Ma il tempo, dopotutto, è solo un concetto relativo."

In quel momento, l'operatore alzò lo sguardo dalla sua consolle e annunciò: "Energia".

Il giovane vulcaniano si strinse nelle spalle, aspettando che la frizzante sensazione del teletrasporto lo avvolgesse.

Accademia della Flotta Stellare. San Francisco, Terra.
Quella vera, stavolta...

Con la sua borsa regolamentare saldamente assicurata alla sua spalla, Vaarik stava percorrendo in silenzio i lindi corridoi del Blocco J. Al suo fianco, fatta eccezione per il ticchettio dei suoi artigli sul pavimento, perfino Dizzie sembrava stranamente silenziosa. Arrivata di fronte al suo alloggio, esitò un istante.

"Ascolta me, Vaarik..." disse, dopo un attimo.

"Dimmi pure," concesse il vulcaniano, intrecciando le mani dietro la schiena.

Dizzie fece schioccare le mascelle un paio di volte, una cosa che faceva sempre quando era nervosa. Il che, a quanto aveva notato Vaarik, accadeva piuttosto spesso.

"Volevo io dire... accadimenti che capitano di sorpresa alcune volte sono bene, altre volte no. Io stavolta credo proprio che no."

In maniera tipicamente vulcaniana, Vaarik fu in grado di comunicare l'idea di completa perplessità semplicemente alzando un sopracciglio. "Che intendi dire?"

Dizzie fece schioccare ancora una volta le mascelle, poi la porta dell'alloggio che divideva con Rebecca scivolò di lato e il rettile vi si infilò di corsa. "Domani prossima visione reciproca sarà," salutò rapidamente.

"Aspetta un attimo," disse il vulcaniano alla porta che si chiudeva. Quando capì che non avrebbe avuto spiegazioni almeno per il momento, Vaarik fece retro front e si incamminò in direzione del suo alloggio, facendo risuonare i tacchi nel limpido silenzio del corridoio, mentre una parte della sua mente ancora si chiedeva che cosa aveva voluto dire la sua compagna di corso.

Il suo alloggio era appena oltre una svolta del corridoio. Sentendo i muscoli del suo collo che si rilassavano al pensiero della doccia sonica che lo aspettava all'interno, il vulcaniano si avvicinò alla porta, pronto a sfiorare il controllo che ne regolava l'apertura. Quando il suo sguardo cadde sulla targhetta fissata alla porta, la mano gli si gelò a pochi millimetri dalla superficie.

Esattamente come nell'altra linea temporale, sulla targa che riportava gli occupanti dell'alloggio, accanto al suo nome, invece di un rassicurante spazio vuoto, appariva chiaramente la dicitura CADETTO LUKE DALTON.

* * *

In maniera completamente istintiva, Vaarik arretrò di alcuni passi, fino a che le sue spalle non trovarono nella parte opposta del corridoio l'appoggio che stavano cercando. I suoi occhi erano incollati alla targa, ma intanto nella mente del vulcaniano stavano vorticando a velocità di curvatura un'infinità di pensieri.

siamo ancora nella realta' alternativa...

abbiamo di nuovo sbagliato qualcosa...

dobbiamo ricominciare tutto da capo...

tutto da capo...

In quel momento, la porta si aprì inspiegabilmente da sola. Dietro di essa, Vaarik vide l'umano chiamato Luke Dalton seduto comodamente sulla sua poltrona, con i piedi appoggiati sulla sua scrivania, mentre sorseggiava qualcosa dalla sua tazza, guardando con interesse qualcosa sul suo terminale di computer.

Qualcosa scattò all'interno del vulcaniano. Staccò le spalle dalla parete e cominciò ad avanzare lentamente verso la soglia dell'alloggio, lasciando che la furia si condensasse attorno a lui come una cortina gassosa. Se Dalton fosse stato una persona dalla fervida immaginazione, avrebbe giurato di vedere un muro di fiamme alle spalle del vulcaniano.

"Spero ardentemente che tu possa spiegare tutto questo, Dalton," disse, mentre i suoi occhi e le sue mani si stringevano in maniera pericolosa. "E spero che sia una spiegazione dannatamente buona, perché in caso contrario sono in grado di affermare che la tua aspettativa di vita media subirà una drastica riduzione," affermò, impregnando ogni singola parola di un gelido tono di minaccia.

"Be', Vaarik," disse l'umano intrecciando le dita dietro la nuca con aria compiaciuta, "questa è una cosa di cui avrei dovuto parlarti tempo fa."

In quell'istante, l'unico pensiero di Vaarik fu di cosa avrebbe detto agli addetti della pulizia quando sarebbero dovuti venire a togliere tutto quel sangue dalle pareti.

* * *

"Questa è una cosa di cui avrei dovuto parlarti tempo fa."

Luke Dalton si alzò dalla poltroncina in similpelle, facendo segno al vulcaniano di accomodarsi in quella che, in effetti, era la sua poltrona. "Ma c'è qualcuno che potrà spiegartelo meglio di me."

Vaarik continuava ad irradiare quella serafica tranquillità che sembravano possedere tutte le bombe ad orologeria, ma per il momento sembrò interessato a vedere ciò che l'altro cadetto era ansioso di mostrargli.

"Et voilà!" Dalton digitò alcuni comandi sul terminale, e il monitor si predispose a riprodurre un messaggio registrato. Presagendo qualcosa di sinistro, Vaarik incrociò le braccia al petto e si preparò al peggio.

"I miei omaggi, signor Vaarik," lo salutò una voce inconfondibile. "La logica mi porta a supporre che non si aspettasse un mio messaggio in questo momento..."

Attorniato dallo strano mobilio che arredava il suo ufficio, e che lo faceva somigliare più ad un bar di quart'ordine che ad una nave stellare, Vaarik si ritrovò a fissare il volto da folletto del tenente comandante Memok, consigliere di bordo della USS Nemesis, nonché tutore di Vaarik all'Accademia della Flotta Stellare.

Fortunatamente, trattandosi di un messaggio registrato, il consigliere non poté vedere il lieve filo di fumo nero che cominciò ad filtrare dalle orecchie del giovane vulcaniano.

"Prima di tutto," stava continuando nel frattempo il consigliere, congiungendo le dita davanti al mento incorniciato da una corta barba spruzzata di grigio, "ero impaziente di farle le mie congratulazioni, insieme a tutto lo staff della Nemesis, per la più che soddisfacente conclusione della vostra piccola... escursione sul Pianeta del Sempre. In maniera del tutto casuale, ho avuto modo di visionare le registrazioni degli interrogatori degli agenti Dulmer e Lucsley del Dipartimento per le Investigazioni Temporali, e devo ammettere di essere colpito dall'adattabilità che il vostro gruppo ha mostrato nel corso della missione."

Il consigliere si rilassò contro lo schienale imbottito della poltrona in stile presidenziale, troppo grande per la sua figura minuta. "Ed è proprio a proposito dell'adattabilità che volevo parlarle. Durante il viaggio di ritorno della Huston, mi sono messo in contatto con il cadetto Dalton, che come lei saprà conosco piuttosto bene dopo la sua... permanenza a bordo della Nemesis."

A queste parole, anche Dalton storse la bocca, ricordando con disappunto la pressione fatta su di lui dall'equipaggio della Nemesis perché prendesse in considerazione l'idea di entrare in Accademia.

"Ho quindi sottoposto alla sua attenzione una proposta che mi pare molto adatta alle attuali circostanze. Sono a conoscenza da tempo dei suoi problemi nel trovare un compagno di stanza: sia ben chiaro, nessuno ha esplicitamente rifiutato di andare in alloggio con lei, tuttavia molti hanno fatto presente che si sarebbero sentiti molto più a loro agio se fossero stati assegnati ad un'altra unità abitativa. Tenendo presente la sua particolare condizione, la segreteria non ha reputato opportuno assegnarle un compagno che non fosse completamente consenziente."

A questo punto il vulcaniano, con un manierismo dovuto certo alla sua lunga frequentazione con gli umani, si sporse verso il monitor per dare più enfasi alle sue parole. "Ed è qui che entra in gioco il signor Dalton."

* * *

Terminato il messaggio, Vaarik rimase qualche secondo in silenzio, fissando lo schermo divenuto ormai nero.

"Hai sentito il consigliere Memok, no?" disse Dalton con un sorriso quasi di scuse. "La decisione già è stata approvata dal Rettore, quindi c'è poco che possiamo fare. Tranne che far funzionare questo convivenza forzata, naturalmente," aggiunse, come per un ripensamento.

"Dalton..."

"Ma sì, pensa che bello! Non ci sarebbe migliore vendetta nei confronti di quel folletto vulcaniano che vivere insieme felici e in pace, traendo forza e insegnamenti uno dall'altro, facendo..."

"Dalton..."

"Sì, Vaarik?" rispose l'umano con fare faceto.

"Stai. Zitto."

La mascella di Dalton si chiuse immediatamente, mentre il vulcaniano si alzava dalla sedia e si incamminava verso la porta.

"Aspetta, Vaarik!" lo richiamò Dalton, incurante dell'aria omicida del vulcaniano. "Mi devi aiutare a disfare le valige," disse, piazzando distrattamente un borsone in mano a Vaarik. "Guarda qui," disse poi, aprendo un enorme scatolone con cura quasi paterna. "Questa è la mia Sara Jane."

Per pura curiosità scientifica il vulcaniano sbirciò all'interno, trovandosi di fronte a vari componenti di uno aggeggio che non aveva mai visto prima. Intanto Dalton aveva iniziato a tirare fuori dallo scatolone i componenti, assemblandoli con meticolosità in un angolo della stanza. "Sai, lei è il mio orgoglio," sospirava nostalgicamente l'umano, "mi è costata un occhio della testa, ma ne valeva la pena. Che sonorità, che volume, che prestazioni!"

A poco a poco davanti agli occhi di Vaarik prese forma un agglomerato di cilindri e aste metalliche che andava via via acquistando proporzioni sempre più inquietanti. Alla fine Dalton si sedette su uno sgabellino dietro di essa, prese in mano due bacchette di legno e con abilità colpì in sequenza tutte le componenti dell'aggeggio, generando un suono orribile e rimbombante che ferì dolorosamente le delicate orecchie del vulcaniano.

"Suona che è una meraviglia, non credi?" chiese l'umano con un sorriso a trecentosessanta gradi. "Apparteneva al batterista dei Bee Hive, un gruppo storico delle musica rock!"

Sara' una lunga guerra, pensò cupamente il vulcaniano.

Lunga e sanguinosa...

FINE CAPITOLO