TRAFFICI ILLECITI

Campus dell'Accademia della Flotta Stellare
San Francisco, Terra.

"E' stata una vera fortuna, Ripley, che tu sia riuscita a contattarci appena un minuto prima che il dottor Brown ci riportasse nel presente."

"Hai ragione, Paul, una vera fortuna. C'è una cosa che però non capisco," disse la donna, perplessa. "Io sono saltata nel Guardiano appena pochi secondi dopo di voi, eppure sono arrivata a Sacramento nel '79 quasi due giorni dopo... voglio dire, dove sono stata nel frattempo?"

Naturalmente Vaarik fu il primo a rispondere. "La tua domanda presuppone una visione non connessa dei viaggi temporali. La matrice di trasferimento ti ha portata direttamente dal XXIV secolo al XX, ma lo sfasamento quantico tra gli istanti di partenza ha avuto una ripercussione sul tempo di arrivo, collocandoti a ben 45 ore dal nostro arrivo. Se vuoi, posso dimostrarti rigorosamente quanto avvenuto utilizzando un sistema complesso di equazioni non lineari alle derivate parziali..."

"No, no, Vaarik," si affrettò a rifiutare Dalton, "non è necessario. Ci fidiamo della tua parola."

"Ehi, gente, non per sembrare paranoico," disse Renko aggiustandosi sul naso gli eterni occhiali scuri, "ma non vi sembra che ci sia qualcosa di diverso da quando siamo tornati dal passato?"

"Sono venti minuti lo che ripeti, Renko. Cosa intendi dire, esattamente?"

"Mah, non saprei... prendi quell'edificio, ad esempio, Non vi sembra che fino a ieri fosse di un altro colore?"

"Veramente io non c'ho mai fatto caso, ma da quello che ne so potrebbero averlo ridipinto da poco."

"E' vero, ma... ehi, guarda quell'aiuola! Avevo ragione!"

"Cosa c'è stavolta, Renko?" chiese Foster spazientito. "Ranuncoli al posto di margherite?"

"No, no, i ranuncoli sono giusti... piuttosto, non è Sherman quello che li sta annaffiando?"

Accademia Terrestre del Commercio, Blocco J.
San Francisco, Terra...

Dopo un rapido briefing con Cobledick e Fraser alla caffetteria dell'Accademia, il gruppo si diresse verso i dormitori dove si trovavano i loro alloggi. Il primo che incontrarono fu quello di Vaarik, e il vulcaniano si apprestò ad accomiatarsi dagli altri. Appena vide la porta, però, il vulcaniano si paralizzò, fissando con sgomento la targa che riportava gli occupanti dell'alloggio.

Accanto al suo nome, infatti, invece che un rassicurante spazio vuoto, appariva chiaramente la dicitura: ALLIEVO LUKE DALTON.

"Be'," iniziò Dalton con un sorriso di scherno, poggiandogli una mano sulla spalla, "a quanto pare in questo posto siamo compagni di stanza..."

Lentamente il vulcaniano si voltò verso di lui, lanciando uno sguardo gelido prima alla mano sulla propria spalla e poi al suo proprietario. Solo quando l'ebbe ritirata, il vulcaniano si degnò di rispondere sprezzantemente. "Ecco un altro ottimo motivo per tornare da dove siamo venuti."

Ma se c'era una cosa che Dalton non sapeva, era quando smettere. "Be', sai, forse non è una cattiva idea. In fondo deve essere dura per te, tutto solo, in un alloggio così grande e vuoto..."

Il volto di Vaarik si incupì ulteriormente, ma con grande sforzo il vulcaniano si rifiutò di cadere nella provocazione.

"Avanti, Vaarik, non ti sembra fantastico?" stava continuando Dalton, sempre ridacchiando. "Potremmo vederci tutto il giorno, fare colazione insieme, tu mi aiuteresti con l'astrofisica e io in cambio potrei aiutarti a migliorare il tuo senso dell'umorismo..."

"Luke?" interloquì il vulcaniano, interrompendo gli sproloqui di Dalton.

"Sì, Vaarik?"

"Stai. Zitto."

Dalton gli fece una boccaccia, ma il vulcaniano non lo stava più degnando di uno sguardo. Immise il codice di apertura, sperando che funzionasse. Fortunatamente, la porta obbedì mansuetamente al comando. Bene.

"Molto bene, signori. Ci incontreremo tra un'ora."

Appena gli altri se ne furono andati, fecero un passo nell'alloggio. Lo spettacolo che si presentò davanti ai loro occhi li lasciò senza parole.

Ovunque nell'alloggio regnava il disordine più totale: abiti disseminati su sedie e mobili, PADD ammonticchiati sul pavimento, pezzi di cibo sparsi un po' ovunque, e un gran numero di apparecchiature parzialmente smontate che ingombravano un lungo tavolo da lavoro. Vaarik aggrottò le sopracciglia, visibilmente perplesso.

"Vaarik," gemette Dalton accanto a lui, "ho il sospetto che le nostre controparti abbiano abitudini un po'... diverse dalle nostre."

"Non vorrei essere pessimista, ma temo che la tua sia una grossolana sottovalutazione del problema."

"Diamoci da fare..." sospirò l'umano, immergendosi in quella che pareva la sua stanza, stando attento a non calpestare i pezzi di cibo che si facevano via via più fitti.

Vaarik si ritrovò immobile al centro della stanza del suo alter ego, scoprendosi restio a frugare tra le sue cose. Non che fosse preoccupato di violare la sua privacy, intendiamoci. Ma dovete sapere che poco dopo il suo arrivo nell'universo della Federazione, il consigliere Memok gli aveva domandato se avrebbe voluto sapere la sorte che era toccata in quell'universo alle persone che conosceva nel suo. In quel momento, Vaarik aveva sdegnosamente risposto che non era minimamente interessato a scoprire i particolari della bella vita che avevano fatto le loro copie mentre loro sputavano sangue sotto il tallone dell'Alleanza. A seguito di quel categorico rifiuto, il consigliere non aveva più insistito. Ma la verità era da tutt'altra parte.

La verità è che non voleva sapere perché aveva paura.

Era letteralmente terrorizzato all'idea di scoprire che da qualche parte T'Eia era ancora viva, ed ancora più terrorizzato all'idea di scoprire che invece le era toccata la stessa sorte della sua compagna. In questo modo, invece, il vulcaniano era in grado di cullarsi nella straziante speranza di rivederla di nuovo, anche se la sua era una speranza resa amara dalla consapevolezza che non sarebbe mai stata la sua T'Eia, perché la sua T'Eia gli era spirata tra le braccia quasi due anni prima nell'infermeria di una nave stellare. Era perfettamente conscio del fatto che il suo comportamento era del tutto illogico, ma quando l'argomento era T'Eia, anche la logica per Vaarik perdeva ogni importanza. Ora invece si trovava nella condizione di dover indagare nella vita di un altro Vaarik, ben sapendo che in realtà avrebbe potuto trovare qualunque cosa. Ma non poteva aspettare ancora, con il rischio di essere scoperti in ogni momento dai loro alter ego. Non c'era più tempo per dubbi o ripensamenti. Con il volto impassibile ma la morte nel cuore, il vulcaniano si apprestò iniziare la ricerca.

Dieci minuti dopo, tutto quello che era riuscito a scoprire era che il suo alter ego trascurava di rimettere a posto la stanza, si dilettava di ingegneria, e aveva un pessimo gusto nello scegliere i calzini. Nulla di fondamentale, comunque. Ad un tratto, sotto una pila di asciugamani, trovò un piccolo proiettore olografico, di quelli che si usano per conservare le immagini dei propri cari. Naturalmente lui non aveva nulla del genere nella sua stanza, dal momento che gli bastava chiudere gli occhi per trovarsi di fronte l'immagine dell'unica persona di cui desiderava ricordare il volto.

Lo poggiò dunque sul tavolo da lavoro, studiandolo attentamente ma senza accenderlo. La sua mente si soffermò sul pensiero di quale fosse l'immagine contenuta all'interno: ci sarebbero stati i genitori di quel Vaarik, che indossavano gli abiti cerimoniali per una foto di famiglia?

Ci sarebbero stati fratelli, sorelle, cugini?

Ci sarebbe stata T'Eia?

Ci sarebbe stato quel bambino che lui non aveva mai visto nascere?

La sola idea era intollerabile, e il vulcaniano sentì il proprio cuore stretto in una morsa di ghiaccio. Ma questa volta Vaarik doveva sapere. Perfettamente conscio che avrebbe potuto pentirsene per il resto della sua vita, Vaarik attivò il proiettore.

Un gruppo di persone, in tute da meccanico. Sullo sfondo, un'officina zeppa di strumenti e apparecchiature. In un angolo, la scritta 'Club Amici della Chiave Inglese, 21 settembre 2370'.

Mentre il ghiaccio intorno al suo cuore cominciava a sciogliersi, Vaarik esaminò i volti uno a uno, vedendo con crescente sollievo che non ne conosceva nessuno. O meglio, che ne conosceva solo uno. Vide infatti un volto affilato, incorniciato da lunghi capelli corvini. Vaarik lo soppesò accuratamente, notando le differenze tra i loro volti. Anche quel Vaarik portava il pizzo, ma al contrario del suo quello era biondissimo, frutto certo di una colorazione artificiale. Il suo volto era più pieno, quello di un uomo che non aveva mai sofferto la fame, e nessuna cicatrice solcava la sua fronte. Ma la cosa che Vaarik non poté fare a meno di notare erano i suoi occhi. Erano gli occhi di un uomo sereno e appagato, soddisfatto della vita e con un lavoro che amava. In uegli occhi non vi era spazio per le ombre, le ombre che si agitavano come leviatani negli abissi della mente di Vaarik.

Improvvisamente, il vulcaniano provò l'irrazionale impulso di spaccare la faccia al suo alter ego. Immaginò di continuare a colpirla, ancora e ancora, fino a che non sarebbe stata ridotta a una maschera di sangue verde.

Vaarik trovò una certa soddisfazione in quell'immagine, ma con un grande sforzo riuscì ad accantonarla. Non era certo il momento di perdere la testa dietro a sciocche fantasie emotive. Spense il proiettore e lo rimise dove l'aveva trovato, nella improbabile ipotesi che la sua controparte si ricordasse dove l'aveva lasciato. Ora non gli restava che da controllare una cosa. Si diresse verso il terminale del computer e lo attivò con un gesto.

"Computer, accedi all'archivio centrale dell'Accademia Terrestre del Commercio."

"Accesso consentito."

"Ricerca il fascicolo dell'Allievo Vaarik e mostrami il contenuto."

"Il costo di questa operazione è dodici crediti della Corporazione. Premere un tasto qualsiasi per accettare i termini della transazione."

Passandosi una mano sul volto il vulcaniano eseguì quello che gli era stato detto.

"Transazione eseguita. E' possibile ora procedere al riconoscimento vocale. Nome e numero di codice fiscale, prego."

Difficilmente questa procedura sarebbe stata un problema. "Vaarik, figlio di Temnok, codice fiscale VRKTMN128K42G714."

"Riconoscimento positivo. Dati in trasferimento."

Vaarik scorse velocemente la schermata che apparve sul terminale, senza però trovare quello che stava cercando.

"Computer, questi sono gli unici files presenti nel fascicolo?"

"Affermativo."

Vaarik era perplesso. Quel fascicolo era molto simile al suo, ma a quanto pareva mancava un'intera sezione, ossia quella relativa al suo salto dall'universo dello specchio. Vaarik cominciò ad avvertire un leggero senso di gelo alla base del collo.

"Computer, inizia una ricerca testuale incrociata. Parametri della ricerca: <universo parallelo>, <sfasamento quantico> e <trasferimento dimensionale>."

"Il costo di questa operazione è di venti crediti della Corporazione. Premere un tasto qualsiasi per accettare i termini della transazione."

Schiacciando un tasto con irritazione crescente, Vaarik attese il responso del computer.

"Risultato della ricerca nullo. Nessun riferimento trovato."

A volte la verità è talmente semplice. Era del tutto naturale che il fascicolo del suo alter ego non contenesse informazioni sul trasferimento dimensionale, in quanto non vi era stato alcun trasferimento dimensionale. La sua controparte non era un profugo, un rifugiato che doveva fare i conti con una realtà non sua. Lui non si era mai mosso da dove avrebbe dovuto essere. Lui non si era mai mosso da casa.

Una mano gelida sfiorò il cuore di Vaarik, lasciandolo letteralmente senza fiato. Senza alcun motivo logico, quella rivelazione lo aveva sconvolto profondamente, come se il fatto che un altro Vaarik avesse condiviso il suo stesso fato avrebbe potuto rendere il suo fardello meno pesante. Ora, invece, per l'ennesima volta, il vulcaniano seppe che il suo fardello non si sarebbe mai alleggerito.

Per l'ennesima volta, Vaarik si sentì disperatamente solo.

Un grido lo riscosse. Corse nell'altra stanza, temendo ad ogni passo che i legittimi proprietari dell'alloggio li avessero scoperti. Trovò invece Dalton che fissava inorridito una pila di vestiti. L'umano si voltò verso di lui, tenendo davanti a sé un paio di pantaloni talmente larghi che avrebbe potuto starci comodamente in una sola gamba.

"Questo qui non è un uomo," mormorò Dalton in preda allo sconforto, "è una balena!"

Cancelli dell'Accademia del Commercio Terrestre.
In quel preciso momento...

Che schifo di giornata, pensò disgustato Enarrav Paltos, 42 anni, tellarite. Aveva avuto un guasto al sistema elettrico del suo veicolo che l'aveva costretto a ritardare di mezza giornata tutte le consegne. Di conseguenza, aveva dovuto affrontare almeno una dozzina di clienti imbufaliti per il ritardo, come se fosse stata colpa sua se il fottuto cavo coassiale si era fuso. Ora, dopo un'ora di coda sul Goden Gate per fare quell'ultima consegna, aveva solo voglia di tornare a casa, insultare sua moglie, picchiare i suoi bambini e sedersi in poltrona a godersi la partita di Parrises Squares in santa pace. Pigiò il tasto che attivava il videocitofono e chiese di essere messo in contatto con l'alloggio dell'allievo... consultò la sua bolla di carico... Renko. Allievo Renko. Attese che la comunicazione fosse attiva e si ritrovò di fronte un giovane con indosso un paio di improbabili occhiali scuri.

"Ho qui la sua merce," esordì senza preamboli. "Venga giù a pagarmi che non ho tempo da perdere."

Vide il giovane lanciare un'occhiata verso qualcuno non inquadrato, per poi dirgli laconicamente che sarebbe sceso immediatamente.

Fantastico, pensò con gioia Paltos. Magari arrivo a casa in tempo per il secondo quarto.

Campus dell'Accademia Terrestre del Commercio.
Dieci minuti dopo...

Vaarik e Dalton si ritrovarono pochi minuti dopo nello spiazzo antistante l'edificio dove c'era l'alloggio di Renko. Giunti a poca distanza, videro che c'era del movimento intorno ad un furgone parcheggiato vicino all'ingresso. I due si scambiarono uno sguardo preoccupato e accelerarono il passo, prevedendo guai all'orizzonte. Non furono smentiti quando dietro il furgone trovarono Renko, il quale stava discutendo con un tellarite dall'aria infuriata e i due klingon dall'aspetto più strano che avessero mai visto. Gli occhi di Vaarik si socchiusero mentre esaminava con attenzione l'abbigliamento dei due. Al posto della consueta corazza entrambi indossavano abiti leggeri dai colori sgargianti, e uno portava addirittura una bandoliera decorata a fiori. Al loro fianco, al posto del consueto d'ktagh, pendeva un inquietante cimbalo di legno di faggio, mentre gli stivali rinforzati erano stati sostituiti con semplici sandali di corda. Ma, nonostante tutto questo, riuscivano comunque a diffondere una precisa sensazione di minaccia. Renko sembrava infatti piuttosto indaffarato nel tentativo di calmarli, anche perché doveva tenere a bada l'esagitatissimo tellarite, il quale dal canto suo gli sbandierava sotto il naso quella che sembrava una bolla di carico.

"Io non sento ragioni," stava sbraitando. "Voglio i miei soldi, e li voglio subito!"

Prima che Vaarik potesse fermarlo, Dalton si era già messo in mezzo, nel tentativo (naturalmente futile) di fare da paciere.

"Scusatemi, egregi signori, ma per quale ragione siete così agitati?" disse, con un sorriso a trecentosessanta denti. "Sono certo che discutendone da persone civili non sarà un problema risolvere la situazione."

Uno dei klingon gli si avvicinò, snudando i denti. "Ti consiglio di non immischiarti, fratello. Prevedo che tutta la situation si risolverà in pochissimi minuti." Non so perché, ma Dalton non si sentì per nulla rassicurato da quella affermazione.

Intanto il tellarite se la stava prendendo con l'altro klingon, quello che indossava una maglia sulla quale era possibile leggere il motto Pace a costo dello sterminio.

"Sentite, freakettoni dei miei stivali, non me ne frega niente dei vostri problemi. IO voglio essere pagato per la mia consegna o qui faccio scoppiare un casino!"

"Stai cominciando a emanare un sacco di bad vibrations, fratello," lo apostrofò il klingon. "Stai in campana, o ti insegniamo noi a turbare l'armonia del cosmo."

Renko approfittò dell'attimo di distrazione dei due per passare a Dalton il suo PADD, il quale sgranò gli occhi mentre ne leggeva il contenuto.

"Ehi, Vaarik," sussurrò per richiamare l'attenzione del vulcaniano. "A quanto pare il Renko di quest'universo ha combinato un bel casino con le forniture alimentari: si è fatto pagare in anticipo una partita inesistente di gagh dai due klingon, poi coi soldi ha comprato 42 quintali di zuppa ploomek liofilizzata da rivendere ad una catena di fast food, la McSurak..." e a quelle parole Vaarik impallidì visibilmente, "per poi usare il ricavato per acquistare finalmente il gagh da consegnare ai klingon. Il piano era buono, ma..."

"Ma qualcosa è andato storto, non mi dire..." lo anticipò il vulcaniano.

"Esattamente. E ora il simpaticone ha avuto la brillante idea di rendersi irreperibile, portandosi naturalmente dietro i soldi per pagare la consegna del ploomek. E a quanto pare il nostro amico c'è capitato proprio in mezzo," disse indicando Renko, il quale stava ancora tentando di calmare sia i klingon che il tellarite.

In quel momento vennero raggiunti da Foster e Ripley, i quali furono rapidamente messi al corrente della faccenda.

"Dobbiamo aiutarlo," affermò immediatamente la donna.

"Buona, Ripley," la trattenne Foster. "Non possiamo mica metterci a spaccare teste qui in mezzo al campus."

"E perché no?"

"Perché non vogliamo dover dare troppe spiegazioni, ecco perché," le spiegò ancora l'umano. "Dobbiamo trovare una soluzione."

"Come questa?" suggerì candidamente Vaarik porgendogli il PADD di Renko. "Secondo i miei calcoli, liquidando la maggior parte dei beni delle nostre controparti otterremmo il denaro necessario a pagare il carico di zuppa ploomek." Guardò in viso i suoi compagni. "Resta il problema della partita di gagh."

"Ma certo!" saltò su Dalton come se fosse stato punto da un'ape. "Consegniamo noi il ploomek e il gioco e' fatto!" disse, schioccando le dita. "Così avremo il denaro e lo potremo restituire ai klingon!"

"L'idea è buona," rimuginò Foster. "Tutto sta nel convincere i nostri amici."

"A questo ci penso io," li informò Ripley, e partì in direzione del gruppo prima che gli altri potessero fare qualcosa per fermarla. Osservandola con orrore avvicinarsi ai due klingon, Vaarik, Foster e Dalton tirarono un sospiro di sollievo quando videro che la donna oltrepassava il gruppo, dirigendosi con passo deciso verso un albero nelle vicinanze. Un attimo dopo, Ripley aveva conficcato il pugno nel tronco dell'albero fino all'altezza del gomito, provocando uno schianto che attirò rapidamente e definitivamente l'attenzione sia dei klingon che del tellarite.

Estratto il braccio dalle profondità dell'albero, Ripley avanzò fino a loro, piantandosi con le mani sui fianchi.

"Abbiamo una soluzione."

Ripley espose in breve il piano, ottenendo in cambio sguardi foschi da parte dei klingon e sonori rimbrotti da parte del tellarite.

"E noi cosa ci guadagniamo a dare un altro po' di tempo al tuo amico?" chiese cupamente uno dei klingon.

"Possiamo accordarci su un ragionevole extra per il ritardo," rispose Ripley con un sorriso. "E soprattutto, non finite a fare compagnia all'albero." Infine, Ripley li stese con un colpo da maestro. Sollevò entrambe le mani nel gesto che per tutti i freakettoni dell'universo significava 'peace' e esordì con un "La pace per mezzo di una potenza di fuoco superiore, giusto, fratelli?"

I klingon sgranarono tanto d'occhi e risposero al gesto. "Cosmico, sorella. Tu sì che emani good vibrations. Affare fatto."

"Ehi, e io?" sbraitò il tellarite. "Io voglio essere pagato subito, niente scuse!"

"Per questo non ci dovrebbero essere problemi," lo tranquillizzò Dalton che nel frattempo si era unito al gruppo. "Liquidando parte dei nostri beni, possiamo saldare il conto del nostro amico. Spero che non ci siano problemi per questo."

"I soldi sono soldi, cocco, non mi interessa da dove vengono. Ma facciamo in fretta che voglio andare a casa a vedere la partita."

"Allora siamo d'accordo," concluse Renko esibendosi in un sorriso affascinante. "Signori, è stato un piacere fare affari con voi..."

Accademia del Commercio Terrestre, Blocco J.
Quattro ore dopo...

"Molto bene, gente. Ora tutto quello che abbiamo sono 42 quintali di zuppa ploomek, e 72 ore per consegnarli."

Dalton si guardò intorno in quello che una volta era l'alloggio della sua controparte e di quella di Vaarik, e che ora aveva assunto un'aria spettrale privato di quasi tutto il mobilio. Intanto Foster stava sfregando tra di loro le mani, tentando di riscaldarsele nella gelida temperatura a cui era costretto l'alloggio dopo che avevano tagliato il riscaldamento.

In quel momento dalla porta dell'alloggio fece irruzione Renko, tutto trafelato.

"Tutto a posto," ansimò una volta che la porta si fu richiusa alle sue spalle. "Ho convinto Biukal ad affittarci il suo cargo, la Sedicesima Reincarnazione. Per un modico prezzo, ovviamente."

Dalton fu il primo ad insospettirsi. "Mm... quanto modico?"

"Il 20 % di quello che ricaveremo."

"Alla faccia del modico!"

"La zanzara non critica il sangue che la nutre, per quanto sia pieno di colesterolo," spiegò Renko con aria rassegnata. "Ho anche dovuto promettergli che lo tratteremo con i guanti d'oro, altrimenti 'ci stacca le braccine a tutti quanti e ci mena con quelle', parole sue."

"Personcina oltremodo amabile il tuo compagno di stanza," sottolineò Foster sempre con i geloni alle mani.

"E pensa che con il reimpianto il suo carattere è perfino peggiorato," commentò tra sé e sé il frullato genetico, ripensando alle maniere della giovane trill che nel suo universo aveva ereditato il simbionte appartenuto a Biukal. "Ma veniamo a noi: siete riusciti a vendere tutto il vendibile?"

"Praticamente sì," rispose Luke PADD alla mano. "L'unica cosa che non sono riuscito a piazzare è questo qui," e prese dalla tasca un oggetto di vetro delle proporzioni di un disco da hockey, riempito da una strana polvere dal colore sbiadito. Lo porse a Renko. "Era nel cassetto del tuo comodino."

Vaarik lo osservò per qualche istante. "Credo che si tratti del metodo ferengi di conservare i propri defunti. Vengono fatti a pezzi, essiccati, e venduti al migliore offerente."

"Che cosa carina..." commentò Dalton, un po' schifato. "Ma qui non c'è nessun nome, solo un numero... 512.318."

Renko sbiancò letteralmente in volto. Era la prima volta che il vulcaniano vedeva su di lui una reazione così intensa. "Co... come?" sussurrò.

Poi Vaarik vide Renko prendere con delicatezza il disco dalle mani di Dalton, e guardarlo per un lungo momento con inequivocabile tenerezza.

Il vulcaniano non ci mise molto a capire. In fondo al suo cuore, conosceva fin troppo bene quell'espressione.

Quel disco conteneva i resti di qualcuno a cui Renko era estremamente affezionato. In un gesto del tutto istintivo, privo di logica e contrario alla comune etichetta vulcaniana, Vaarik poggiò una delle sue mani sulla spalla del suo compagno di corso.

"Renko," lo chiamò, con la sua voce incredibilmente profonda. "Stai bene?"

"Va tutto bene," sorrise stancamente Renko. "In fondo... in fondo è inutile che la pianura si rammarichi per la montagna se il fiume porta a valle dei residui."

Vaarik lo osservò mettersi in tasca con rassegnazione il disco e tornare rapidamente il Renko di sempre, ma non abbastanza da ingannare il vulcaniano. Nonostante come tutti i vulcaniani avesse difficoltà a comprendere le emozioni degli altri, le dinamiche del dolore erano in fondo la sua specialità.

"Allora, dove eravamo rimasti?" stava intanto chiedendo Ripley.

"Alla rotta da seguire," rispose rapidamente Dalton, felice di cambiare argomento dopo la mina che si era appena fatto. "Abbiamo solo 72 ore per consegnare il carico alla sede della McSurak..."

"Luke, per favore, ti ho già chiesto di non ripetere quel nome," ringhiò Vaarik, a cui ogni volta che veniva citato quel nome veniva un attacco d'ulcera.

"...per consegnare il carico alla sede di chi-sappiamo-noi su Risa. Purtroppo, utilizzando le normali rotte commerciali, impiegheremo almeno 90 ore per arrivare a quel sistema. A meno che..."

"A meno che?" chiesero in coro gli altri.

"A meno che non passiamo di qua," disse, indicando un'area segnata in rosso sul display del suo PADD. "In piena zona neutrale imprimana."

"In piena cosa?" Vaarik aveva fatto sparire entrambe le sopracciglia sotto la frangia.

"Andiamo con ordine," prese la parola Foster, cominciando una piccola lezione di storia. "In questa linea temporale, gli Imprimani sono entrati in guerra con i Romulani circa trecento anni fa. La cosa è andata per le lunghe, poi Imprima si è alleata con un altro pianeta attaccato dai Romulani, Angosia. Insieme, hanno sconfitto e conquistato i Romulani, diventando la maggiore potenza del quadrante. Una potenza aggressiva e in continua espansione. I loro maggiori avversari sono la Confederazione Bajor-Cardassiana e la Fratellanza Klingon, di cui abbiamo già conosciuto due esponenti. Tra queste tre potenze c'è uno stato di guerra fredda decennale, con la Corporazione Unita dei Pianeti in mezzo che fa affari con tutti."

"Una bella situazione tranquilla, no?" disse Dalton con sarcasmo. "E noi dobbiamo proprio infilarci nel proverbiale occhio del ciclone..."

Nave da trasporto La Sedicesima Reincarnazione.
Bacino Orbitale Quattro.

"Signori e signora, benvenuti sulla Sedicesima Reincarnazione."

Era Renko, in quanto cicerone del gruppo, a fare gli onori di casa. "Alla vostra destra, potete ammirare la stupenda cabina di pilotaggio..." e i quattro poveretti infilarono la testa in una scatola per sardine in cui a momenti non c'era nemmeno posto per stare in piedi, "mentre alla vostra sinistra, l'accesso alla sala motori," e si ritrovarono a fissare un residuato bellico delle guerre eugenetiche, "e al teletrasporto..." al cui confronto una turca da campo sembrava una reggia. "Sul ponte inferiore sono situati gli spaziosi alloggi dell'equipaggio," cinque loculi di proporzioni raccapriccianti, "e l'accesso alla sezione posteriore, occupata interamente dalla stiva di carico principale."

Dalton e Foster si guardano intorno sconsolati. Far volare quell'affare si sarebbe rivelato piu' duro del previsto...

Mezzora dopo, i due piloti si ritrovarono alla consolle di comando, sprofondati nei sedili di pelle pezzata di mucca.

"Iniettori di plasma?"

"Go."

"Smorzatori inerziali?"

"Go."

"Sistemi di bordo?"

"Mah..."

"Lo prendo per un go. Controllo traffico, qui cargo spaziale RJC-25 chiede permesso di lasciare l'hangar spaziale."

"Permesso accordato, RJC-25. Buona fortuna. Ne avrete bisogno..."

Spiritosi... ringhiò Dalton mentre le sue dita volavano sui controlli. "Allacciatevi le cinture, gente, si parte!"

"Senti, Luke, dimmi una cosa..." gli giunse la voce di Ripley dal ponte inferiore. "Hai mai fatto volare qualcosa di simile?"

"No," rispose seraficamente Dalton. "E tu, Paul?" chiese ad alta voce, in modo che gli altri potessero sentirli.

"Assolutamente no," confermò Foster.

"Grazie, ragazzi. Ora sì che mi sento molto più tranquilla..."

Nave da trasporto La Sedicesima Reincarnazione, cuccette dell'equipaggio.
Ventisette ore dopo...

Vaarik e Renko stavano condividendo il turno di riposo, il primo tentando di recuperare qualche ora di sonno, il secondo digitando implacabilmente sul suo PADD. Dopo alcuni minuti, Renko si rivolse al vulcaniano. "Vaarik..."

"Mm..."

"Vaarik, sei sveglio?"

"Domanda del tutto illogica, visto che ti sto rispondendo," disse Vaarik con voce stanca.

"Volevo chiederti una cosa..."

"Dì pure, Renko."

"Stavo pensando... la mia controparte in questo universo è un truffatore di ultima categoria, quella di Dalton un obeso scrittore di programmi erotici, quella di Paul un bieco killer professionista. Come mai la tua invece era un allegro meccanico?"

"Direi che la risposta è piuttosto semplice, Renko. Quasi ovvia."

"Sarebbe?"

"L'alter ego malvagio sono io."

Renko scosse la testa con aria afflitta, pensando che con Vaarik non si sapeva mai se scherzava o diceva sul serio. Poi cambiò di colpo argomento. "Dobbiamo assolutamente mettere le cose a posto," affermò deciso. "Non posso vivere in questo universo."

"Renko, nessuno di noi ha intenzione di vivere in questo universo..."

"Lo sai perché 318 è morta?" continuò imperterrito l'ibrido. "In questa realtà, il mio pianeta è entrato tempo fa nella Corporazione. Vendono il sottoprodotto dei papaveri blu a prezzi altissimi, come droga, senza preoccuparsi degli effetti devastanti che possono avere le spore se non vengono usate con le dovute precauzioni. E in quanto ai bambini... non viene considerato un buon investimento tentare di curare quelli con dei problemi di stabilità genetica. Non hanno neanche provato ad aiutarla. Non ci hanno neanche provato. L'hanno lasciata morire e poi hanno venduto i suoi pezzi."

Vaarik si affacciò dalla brandina superiore per guardare in volto il suo amico. "Ti conosco da quasi due anni. Non ti avevo mai visto arrabbiato, finora."

"Non sono arrabbiato," disse Renko con convinzione. "Voglio solo andarmene da qui."

Distendendosi nuovamente sulla sua brandina, Vaarik pensò che questa volta non poteva fare a meno di essere completamente d'accordo con Renko.

Nave da trasporto La Sedicesima Reincarnazione.
Trentaquattro ore dopo...

"Nave non identificata, siete penetrati senza autorizzazione all'interno dello spazio dell'Impero Imprimano. Abbassate i vostri scudi e preparatevi ad essere abbordati."

La situazione non avrebbe potuto essere peggiore. Erano stati rintracciati da una nave da guerra imprimana che pattugliava il confine della zona neutrale, una montagna semovente travestita da astronave. Il cargo non era armato, se si escludeva un debole raggio traente per il rimorchio di piccoli asteroidi, ma anche se lo fosse stato tentare una resistenza sarebbe stato un puro e semplice suicidio.

"Potete inventarvi qualcosa?" chiese Renko nella speranza che almeno uno dei due piloti avesse l'idea giusta per salvare la situazione.

"Mi dispiace, ma non abbiamo più carte in tavola," disse Dalton colpendo con un pugno la consolle di navigazione. "Siamo un bersaglio di una facilità disarmante."

La procedura di abbordaggio fu veloce e efficiente. Il loro cargo spaziale venne docilmente condotto nel cavernoso hangar navette dell'astronave, dove una squadra di guardie li attendeva coi fucili disgregatori spianati. Vennero rapidamente perquisiti da una guardia vestita di pelle in vena di amenità, poi gli fu ordinato di mettersi in riga uno si fianco all'altro e di mettere le mani sopra la testa.

Perfetto, pensò più d'uno di loro con una punta di ironia. Una bella esecuzione sommaria e' proprio quello che ci vuole per movimentare la giornata.

Ma fortunatamente non era così che doveva concludersi la loro avventura. Sentirono alle loro spalle il rumore di un portello che si apriva, ma non si arrischiarono a voltare la testa per vedere chi era arrivato. L'unico indizio che Vaarik riuscì a dedurre dal suono dei loro passi fu che erano in tre e indossavano stivali militari. Non un gran indizio, doveva ammetterlo, ma era pur sempre qualcosa con cui cominciare.

"Molto bene amici miei," disse una voce alle loro spalle. "A quanto pare siamo un po' lontani da casa..."

In quel momento videro una sagoma familiare comparire di fronte a loro, attorniato da due guardie con indosso la solita divisa in pelle nera.

"Gozar?!?" fu l'esclamazione che salì spontaneamente alle loro labbra quando infine il suo volto fu completamente in luce.

"Come?" si stupì blandamente l'angosiano, "conoscete il mio nome? Evidentemente devo esser più famoso di quello che mi fa credere il comando generale..." rise rozzamente, suscitando di rimando le risa di tutta la squadra di sicurezza. Le zittì tutte con un gesto della mano.

"Allora, cani corporativi," ringhiò Gozar, cambiando improvvisamente umore, "cosa ci fate nel territorio dell'Impero?" Poi si ricompose, continuando in maniera più gioviale. "Ma che ve lo chiedo a fare? Contrabbando, è ovvio!"

Renko ebbe la pessima idea di fare un passo aventi per esprimere le sue rimostranze e l'angosiano lo zittì con una violentissima testata al volto, quasi infrangendo i suoi sempiterni occhiali scuri.

"Vedo che nessuno ha il coraggio di rispondere," disse distendendo le labbra in un sorriso malvagio. "Vorrà dire che ci penseranno i miei uomini a..."

Le parole di Gozar vennero interrotte da un frastuono di tacchi che rimbombavano sul pavimento in metallo dell'hangar.

"Comodi, comodi..." ordinò pigramente una voce di donna. Vaarik ebbe la nettissima sensazione di conoscerla, poi guardò Foster e vide che si era letteralmente pietrificato al suono di quella voce, la voce di...

"Intendente Ossydianne, non doveva disturbarsi per queste nullità," disse Gozar con un piccolo inchino, grondando servilismo da tutti i pori. "I primi ufficiali servono proprio a sbrigare queste piccole faccende di nessuna importanza."

"Se siano di nessuna importanza o meno spetta a me deciderlo, colonnello, non a te. E poi occuparmi delle piccole faccende domestiche mi aiuta a passare un po' il tempo. Non c'è mai niente da fare su una nave così grande..."

Con andatura oscillante, una copia perfetta della moglie di Foster osservò i cinque malcapitati, i quali si sforzavano di mantenere lo sguardo fisso davanti a sé, anche se con non perfetti risultati. La donna era infatti fasciata in un vestito attillatissimo costituito da un unico pezzo di plastica rosso fuoco, la cui unica distinzione da uno strato di pittura su corpo era una zip magnetica che correva dal collo della donna fino alla cintola. Neanche da dire che questa cerniera risultava aperta per una buona metà della sua lunghezza.

Vaarik percepì i suoi occhi indagatori che lo soppesavano come carne da macello, e nonostante tutta la sua disciplina il vulcaniano non poté fare a meno di sentire impellente il bisogno di farsi una doccia quando quell'esame fu terminato, quasi che quello sguardo avesse avuto il potere di lasciare una patina di unto su tutto il suo corpo.

Ossydianne avanzò lentamente sugli stivali dai tacchi a spillo in direzione di Foster, il quale sembrava preda di una paralisi completa, nonostante gocce di sudore rendessero umidi i suoi capelli. Lei sollevò una mano all'altezza del suo petto, facendo scorrere le unghie laccate in rosso sulla superficie della sua tunica. Poi, d'improvviso, la donna rivolse la sua attenzione a Dalton, stringendogli i capelli della nuca in una mano guantata e baciandolo con foga. Poi girò sui tacchi e disse a nessuno in particolare "Portatelo nei miei alloggi."

* * *

"Portatelo nei miei alloggi."

L'Intendete Ossydianne odorava di potere e di morte. Vaarik avrebbe potuto sentirlo a miglia di distanza. Il vulcaniano aveva incontrato quell'odore molte volte nella sua vita, in quello che la Federazione chiamava universo dello Specchio. Governatori di ampie zone di spazio, comandanti di enormi navi da guerra, perfino sorveglianti di sperduti avamposti minerari. Facevano tutti lo stesso, identico odore.

Inebriati dal loro potere, spietati con i più deboli, crudeli oltre ogni limite, più che mai determinati a prendersi con ogni mezzo il più possibile, prima che la partita fosse finita.

Tutti lo stesso, identico odore.

"Ma, mia signora..." mugolò il colonnello Gozar, preso in contropiede dalle voglie della sua comandante, "non è prudente. Non sappiamo chi siano, potrebbero..."

Ossydianne lo fulminò con uno sguardo al plasma, e Gozar trattenne letteralmente il fiato, sapendo che ad un cenno dell'imprimana le guardie non ci avrebbero pensato due volte ad aprire il fuoco su di lui. Ma, a quanto pareva, la sua vita non sarebbe terminata in quel momento.

"Stai forse insinuando, colonnello, che non sono in grado di gestire la situazione?" domandò gelida.

"Non me lo sognerei mai, mia signora." Bisogna ammettere che Gozar era piuttosto bravo. A strisciare. "Stavo solo facendo un'osservazione."

"Quando sarò interessata alle tue osservazioni, te lo farò sapere," concluse sprezzantemente la donna, guardandolo con aria di infinita superiorità.

Poi girò le spalle al gruppo e si allontanò con andatura oscillante, mentre due guardie la seguivano portando con loro il povero Dalton, il quale continuò a fissare i suoi amici finché la sua vista non fu oscurata dalla porta che si chiudeva alle sue spalle, ben sapendo che avrebbe potuto non rivederli mai più.

Dal canto suo, il colonnello Gozar non trovò nulla di meglio da fare che sfogare la sua frustrazione sui malcapitati.

"Veniamo a noi, miei gentili ospiti," disse con giovialità. Poi proseguì in tono più formale. "Sono spiacente di informarvi che la vostra presenza in questa zona di spazio costituisce una immotivata violazione della sovranità territoriale dell'Impero Imprimano. Avete qualcosa da dire a vostra discolpa?"

Foster fece appena in tempo a inspirare nel tentativo di aprire la bocca che si ritrovò a terra con un labbro sanguinante. Il colonnello era stato così veloce che nessuno l'aveva visto muoversi.

"Sono felice che non tentiate di accampare scuse puerili per la vostra intrusione. Naturalmente saprete che la pena per chi viola il nostro spazio deve essere il più dura possibile, in modo da scongiurare ulteriori intrusioni."

Il gruppo si scambiò un'occhiata significativa. Non che si fossero aspettati nulla di meno, naturalmente.

"Questa corte vi giudica colpevoli dei reati ascritti, e vi condanna alla pena capitale, da comminare... nella maniera che più mi aggrada." Fece un grosso sorriso. "Ma prima, perché non ci divertiamo un po'?"

Incrociatore Stellare Imprimano Zondrolla, Sala degli Interrogatori.
Un'ora dopo...

Vaarik aveva assistito a tante cose durante la sua vita. Crudeltà, violenze, abusi. Erano all'ordine del giorno nell'Universo dello Specchio. Ma mai, in tutta la sua vita, Vaarik aveva assistito ad una tortura di questo genere.

"Scelgo 'situazioni tattiche' da 30."

Vaarik osservò l'enorme tabellone elettronico che si ergeva davanti a loro. Su di esso, una casella si illuminò e prese a lampeggiare.

"Vediamo un po'," disse il colonnello Gozar inforcando un paio di occhiali a mezzaluna. "Qual è la posizione precisa delle navi della Corporazione nel settore Beta Pictoris?"

"Non lo so," rispose il vulcaniano, guardando fisso davanti a sé con stoica determinazione.

"Peccato, signore e signori! Risposta sbagliata!" rise Gozar con vera cattiveria.

La scarica ad alto amperaggio attraversò il corpo di Vaarik come un torrente d'acqua gelida e di lava incandescente insieme. Il vulcaniano inarcò la schiena contro i vincoli che lo ancoravano strettamente alla parete, mentre ogni muscolo del suo corpo ai contraeva in uno spasmo di agonia. Il suo volto si deformò in una smorfia di sofferenza, ma dalle sue labbra non uscì un solo suono.

"Sono ammirato, vulcaniano," gli confidò Gozar quando la scarica fu terminata. "Molti altri a questo punto starebbero gridando come un maiale andoriano."

"Ho fatto... molta... esperienza," sussurrò Vaarik con il respiro spezzato, mentre un filo di sangue gli colava dalle labbra.

Ma intanto Gozar aveva rivolto altrove la sua attenzione. "Adesso tocca a te, donna. Cosa scegli?"

"Scelgo 'codici di accesso' da 90," ringhiò sprezzantemente Ripley, guardando Gozar con un sorriso di sfida.

L'angosiano fece una faccia strana, sollevando entrambe le sopracciglia. "Sei, coraggiosa, donna. Vediamo se sei anche fortunata." Inforcò nuovamente gli occhiali a mezzaluna e lesse. "Qual è il codice d'accesso al computer del Comando della Flotta della Corporazione?"

"La 'Gerusalemme Liberata' in klingon, letta al contrario, solo i versi dispari."

"Divertente," sorrise Gozar.

La scarica che investì Ripley fu dieci volte più intensa di quella che aveva colpito Vaarik. La donna inarcò la schiena contro la parete con tanta forza che i lacci diedero quasi l'impressione di volersi rompere, mentre lanciava un grido che più che quello di un umanoide sembrava appartenere ad una bestia scaturita dagli oscuri reami dell'incubo. Durò così a lungo che più di una guardia fu costretta tapparsi le orecchie per non sentire quel suono orribile. Quando la scarica fu cessata, la donna si accasciò sotto il suo peso, trattenuta solo dai vincoli che legavano i suoi polsi.

Nel silenzio che era seguito, Vaarik si accorse che Ripley non stava respirando. Stava per richiamare l'attenzione di Foster quando vide Gozar lanciare un'occhiata in direzione di una guardia armata di fucile disgregatore a tracolla, la quale si avvicinò alla donna per controllare se era ancora viva.

La guardia, un imprimano dagli occhi incredibilmente chiari, sollevò brutalmente la testa di Ripley, serrandole i capelli in una mano guantata.

Ripley, che un attimo prima sembrava priva di conoscenza, scattò rapida come un cobra, sputando una boccata di sangue in faccia alla malcapitata guardia. L'imprimano indietreggiò urlando, mentre il sangue corrosivo bruciava i suoi occhi e la pelle del suo viso. Poi cadde in ginocchio, incapace di mantenere l'equilibrio, mentre i suoi compagni erano come paralizzati dalle sue grida e dal suono della sua carne che sfrigolava. Ripley guardò Gozar dritto negli occhi, snudando i denti macchiati di sangue in un sorriso crudele.

"Pare che i tuoi uomini si impressionino alla vista del sangue."

A quelle parole le altre guardie si animarono, imbracciando i fucili disgregatori e puntandoli contro di lei, mentre due di loro correvano a soccorrere il loro compagno che ormai giaceva svenuto a terra. Vaarik ebbe la netta sensazione che stessero per aprire il fuoco e che per Ripley fosse davvero la fine, quando il colonnello Gozar fece abbassare tutti i fucili con un gesto della mano. A quanto pareva, si stava divertendo da matti.

"Bella prova, donna. Complimenti. Vediamo se i tuoi compagni sono altrettanto resistenti," e fece cenno alla guardia ai controlli di replicare per tutti e quattro la scarica appena subìta da Ripley.

In maniera totalmente illogica, Vaarik pensò che era un piccolo prezzo da pagare per lo spettacolo che si erano appena goduti. Poi, non vi fu più tempo per pensare a nulla.

Incrociatore Stellare Imprimano Zondrolla, Zona Detentiva 29.
Alcune ore dopo...

I quattro si ritrovarono in una cella piccola e buia, ammassati gli uni contro altri come bestie da macello. Però, al contrario di ogni aspettativa, erano ancora vivi.

"Non credo che sarei sopravvissuto ad un'altra scarica," commentò Foster, mentre si teneva la testa tra le mani nel tentativo di smorzare il dolore che lo avvolgeva come le bende di una mummia.

"Teoricamente parlando, non saresti dovuto sopravvivere nemmeno a quelle che hai subìto. Probabilmente i tuoi vincoli avevano delle dispersioni di corrente." Quello era tutto quello che Vaarik riusciva a dare in termini di umorismo, soprattutto quando ogni muscolo del suo corpo gli faceva così male che avrebbe voluto gridare con tutte le sue forze, se solo avesse potuto.

"Mah," commentò Renko blandamente, seduto in un angolo in una curiosa posizione, come se stesse tentando di utilizzare una delle sue famose meditazioni. "Più che altro a me annoiava il gioco."

Un coro di risatine soffocate accolse la sua affermazione, dando un briciolo di soddisfazione al frullato genetico. Ora come ora, l'ironia era l'unica arma che avevano contro la disperazione. "Comunque l'importante è che siamo sopravvissuti all'interrogatorio, se così vogliamo chiamarlo."

"In effetti," affermò Vaarik, in vena di elucubrazioni, "non capisco per quale motivo siamo ancora vivi. Ormai perfino uno come Gozar avrebbe dovuto capire che non abbiamo informazioni tattiche che gli potrebbero essere utili. A questo punto, stiamo solo consumando il suo ossigeno."

"In questi casi il mio maestro aveva un motto," fece loro sapere Renko. "Quando l'affamato trova una ciotola di riso per strada, non dovrebbe perdere tempo a chiedersi chi l'ha lasciata, o quello potrebbe tornare a riprendersela."

"Mi piace il tuo maestro," commentò Ripley. "Dovresti farmelo conoscere, prima o poi."

"Lo farò," promise Renko, "mi basta solo tornare a casa vivo."

Nessuno ebbe niente da ridire sulle sue parole.

"Sentite, ragazzi, sono un po' preoccupata per Luke," saltò su Ripley dopo un po' di tempo. "Sono molte ore che non lo vediamo..."

"Sei ore e quarantuno minuti, per la precisione," confermò Vaarik, impassibile.

"Grazie, Vaarik, ora sono molto più tranquilla..." lo guardò male lei.

"Ne avrà ancora per un po' di tempo," tagliò corto Foster, la cui voce aveva un suono strano.

"Cosa intendi dire?" domandò Renko, non cogliendo un'ottima occasione per stare zitto.

"Che non rivedremo Luke ancora per qualche ora. Sempre che sopravviva."

"In che senso?" domandò Renko, confuso. "Non credevo che i vostri curiosi rituali d'accoppiamento potessero essere pericolosi."

"Dipende. Nel caso di Ossydianne molte cose possono diventare pericolose."

"Ah."

Un imbarazzato silenzio scese sulla piccola cella, ma non durò a lungo. Ormai non vi erano più dubbi sul fatto che restare rintanati in quella cella aspettando che succedesse qualcosa non sarebbe servito a niente.

"Abbiamo bisogno di un piano," esordì Vaarik improvvisamente.

"Intuizione brillante, orecchie a punta," lo prese in mezzo Ripley. "In teoria non avrei nulla da ridire sulla tua affermazione, ma temo che metterla in pratica sarà piuttosto problematico."

"Di conseguenza, abbiamo bisogno di un piano," proseguì il vulcaniano con l'aria di chi sta tentando di spiegare i principi della relatività generale ad un paguro.

"E tu cosa proponi, eh?" saltò su Foster, quasi aggredendo il vulcaniano. "Di sfondare la porta a testate? Di sopraffare trecento guardie armate e impadronirci della nave? Di ritornare sulla Terra e integrarci nel simpatico ambientino che e' diventata?"

Poco alla volta, Foster stava tirando fuori tutta la rabbia che aveva accumulato in ore di frustrazione e di attesa, scaricandola sul primo obiettivo che gli era capitato a tiro.

"Be', io non ne ho la minima intenzione. Ho gia' dovuto fare una fatica dell'anima per adattarmi a vivere in un mondo come quello della Federazione, prova a immaginare cosa voglia dire vivere qui! Qui sembra che nessuno voglia capirlo, ma e' chiaro che ormai non possiamo fare niente! Niente!"

Con la rabbia che emanava da lui come una cortina gassosa, Foster si avvicinò a Vaarik, ergendosi in tutta la sua statura.

"Non ti rendi conto che la cosa ci e' sfuggita di mano? Siamo feriti, stanchi, stremati, prigionieri di un pazzo furioso che si diverte a giocare al gatto e al topo e tu mi vieni a dire che dobbiamo organizzare un piano! Ho paura che nella tua ossessione di razionalizzare tutto sei andato davvero un po' oltre, Vaarik. Questa volta siamo davvero nella merda, amico, e ci siamo dentro fino al collo!"

Lo sfogo aveva lasciato Foster senza fiato. D'un tratto l'umano si rese conto che le sue mani stavano stringendo con forza il bavero della tunica di Vaarik.

Renko e Ripley, che avevano assistito alla scena con crescente stupore, si chiesero da quanto tempo le sue mani fossero lì, dal momento che nessuno dei due ricordava di averle viste muoversi. Dal canto suo, il vulcaniano non stava muovendo un solo muscolo.

Ma la temperatura all'interno della cella era scesa di parecchi gradi.

Foster allentò la presa, quasi sentendo le articolazione delle sue dita scricchiolare nel silenzio surreale nel quale era piombata la cella. Da quando lo conoscevano, Vaarik era sempre stato un personaggio cupo e taciturno, ma questo non aveva certo impedito agli altri componenti del gruppo di eleggerlo tra i bersagli favoriti delle loro battute. Vaarik, nella migliore tradizione vulcaniana, generalmente passava sopra a queste cose, o al limite rispondeva a tono con una citazione tratta dalla sua famosa collezione di humour nero. C'era sempre stato però un tacito accordo, come se fosse stato tracciato un limite invalicabile oltre il quale nessuno avrebbe dovuto avventurarsi, forse per rispetto della diversità del vulcaniano o perché, come dicevano i testi antichi, here be dragons. Ora, quel limite era incredibilmente vicino all'essere superato.

Vaarik rimase immobile come una statua di granito nero mentre Foster si allontanava da lui, tentando di riprendere un certo contegno. "Scusami..." sussurrò a bassa voce, incapace di guardare in faccia l'amico. "Io... mi dispiace."

Ma il giovane vulcaniano continuava a rimanere perfettamente immobile, come chi teme che un semplice gesto possa far crollare un intero sistema gravitazionale in equilibrio instabile. I suoi occhi erano invisibili, completamente immersi nell'ombra della sua frangia di capelli corvini.

Renko e Ripley stavano osservando ora l'uno ora l'altro, incerti se intervenire o meno in quella che era una situazione potenzialmente esplosiva.

Proprio quando la situazione stava per diventare insostenibile, Vaarik sollevò lo sguardo verso Foster. I suoi occhi erano impenetrabili, ma tutto quello che uscì dalle sue labbra fu:

"Abbiamo ancora bisogno di un piano."

Poi voltò le spalle al gruppo e si sedette su una branda, rifiutandosi ostinatamente di guardare in faccia qualunque occupante della cella.

Questo e' troppo. Renko sentì i propri pugni serrarsi per la frustrazione, e continuò a stringerli sempre più forte fino a che le nocche non furono diventate completamente bianche. Non sarebbe rimasto un minuto di più a guardare i suoi amici passare le ultime ore che forse restavano loro da vivere a litigare tra loro come bambini. Non sarebbe rimasto un minuto di più in quell'universo folle e bizzarro dove le persone non fanno cose giuste per amore del guadagno. Non un minuto di più.

Vaarik aveva ragione. Avevano bisogno di un piano.

E lui ne aveva appena messo insieme uno assolutamente folle. Talmente folle che avrebbe anche potuto funzionare.

Senza far passare un solo istante il frullato genetico si alzo in piedi. Gli altri occupanti della cella lo guardarono in maniera interrogativa, ma Renko non percepì nemmeno i loro sguardi. Si assestò la giacca che aveva rubato al suo alter ego, si avvicinò con determinazione alla porta e senza permettersi di pensare nemmeno per un secondo a quello che stava per fare cominciò a battere talmente forte su di essa che l'intera cella si mise a rimbombare.

"Aprite! Per l'amor del cielo, aprite! Non posso stare un minuto di piu' in questa maledetta cella! Aprite, vi ho detto!"

Gli altri tre si guardarono allibiti.

Ale', pensarono contemporaneamente. Ci siamo giocati anche Renko.

Incrociatore Stellare Imprimano Zondrolla, Zona Detentiva 1.
Un'ora dopo...

Vaarik non ci poteva credere. Il giovane vulcaniano aveva imparato da tempo che vi sono cose, nel comportamento degli esseri senzienti, che sfuggono alle ferree leggi della logica. Ma, nonostante tutta la sua buona volontà, questa volta Vaarik non riusciva a credere a quello che vedeva.

In meno di un'ora, e con una buona dose di improvvisazione, Renko era riuscito a convincere il colonnello Gozar a mutare la sua considerazione dei prigionieri da "carne da macello" a "potenzialmente utili". E, credetemi, è un passo più lungo di quello che potete immaginare.

In sintesi, Renko aveva finto (finto? Vaarik preferiva credere così) un crollo nervoso, dichiarandosi disposto a rivelare i segreti della loro presenza in quella zona in cambio della vita.

All'inizio i tre rimanenti componenti del gruppo avevano temuto il peggio, ma un paio di riferimenti di Renko nascosti all'interno dei suoi improbabili proverbi li avevano convinti a reggergli il gioco. All'inizio Gozar si era mostrato giustamente scettico, ma il riferimento al Guardiano dell'Eternità aveva rimosso le sue precauzioni. In questa realtà in Guardiano era stato scoperto da poco da una nave dell'Impero Imprimano, e ancora nessuno tra gli studiosi era riuscito a comprendere come utilizzarlo. Renko aveva sbandierato sotto il naso del colonnello un paio di frasi del tipo "potere illimitato" e "sconfinate possibilita'" e lui c'era cascato in pieno. Non che Vaarik pensasse che Gozar li avrebbe tenuti in vita per più di quindici secondi una volta che avessero esaurito la loro utilità, ma finché era convinto che ognuno possedesse una parte del codice segreto di attivazione, potevano considerarsi quasi al sicuro.

Almeno fintanto che Ossydianne non riemerse dalla sua alcova, tirandosi dietro un provatissimo Dalton. Vaarik non era in possesso di una quantità di dati sufficiente per azzardare previsioni sulla sua reazione alla notizia del cambiamento di rotta, ma rimase di sasso alla scoperta che l'intendente non solo aveva confermato la nuova rotta, ma pareva non vedere l'ora di arrivare. Il vulcaniano notò anche una sospetta cordialità nei rapporti tra l'intendente e il colonnello, segno evidente che entrambi sospettavano l'uno dell'altro, ma a quanto pare erano entrambi troppo interessati ad arrivare al Guardiano nel minor tempo possibile per perdere tempo a giocare a sei carte. Arrivati sul posto, si sarebbe visto chi aveva la mano vincente.

Durante le lunghe ore del viaggio verso il Pianeta del Sempre, Vaarik mangiò con regolarità, riuscì a dormire per brevi periodi e non subì più alcuna tortura. Per il momento, era grossomodo l'equivalente del paradiso.

"Il Pianeta del Sempre è nel raggio dei sensori a corto raggio, colonnello."

"Sullo schermo."

L'immagine del pianeta, avvolto dalle fluttuazioni temporali simili a miasmi venefici che lo attorniavano, comparve sulla plancia dell'immensa nave stellare.

"Appena pronti, inseriamoci in un'orbita geosincrona. Vado a chiamare l'intendente."

La trovò avvolta nelle lenzuola disfatte dell'enorme letto circolare del suo alloggio. L'intendente non aveva mai avuto pudore di Gozar, anzi l'angosiano era convinto che lei provasse una sorta di cupo divertimento nel farsi sorprendere in déshabillé dal suo secondo in comando, quasi a ricordargli che per lei la sua presenza era paragonabile a quella di uno strumento utile ma sostituibile. Un lieve scroscio nella stanza a fianco indicava che Dalton in quel momento si stava facendo una doccia.

"Intendente," disse, sventolando un PADD, "siamo entrati nell'orbita del pianeta. Ho ordinato di far approntare una navetta cosicché io possa accompagnare personalmente i prigionieri sul sito del Guardiano..."

"Accompagnerò anch'io i prigionieri dal Guardiano," lo interruppe Ossydianne.

"Ma, mia signora, può essere pericoloso..." guaì il colonnello.

"Stai nuovamente mettendo in dubbio le mie capacità, Gozar? Due volte in meno di ventiquattr'ore? Devo proprio farti strappare la pelle in tante striscioline sottili sottili per farti capire che non è il comportamento adatto al mio secondo in comando?" Il tono della donna era scherzoso, ma c'era della cattiveria nella sua voce.

Gozar, come al solito, si ritirò in buon ordine. "No, mia signora. Non succederà più."

"Me lo auguro, colonnello. Puoi andare," lo congedò, e sgusciò fuori dalle lenzuola senza aspettare che l'angosiano fosse uscito dal suo alloggio.

Appena la porta si fu richiusa alle sue spalle, il colonnello Gozar prese con entrambe le mani il suo PADD e continuò a stringere finché l'intelaiatura non cedette e il display non andò in mille pezzi, scalfendo la dura pelle dall'angosiano.

No. Non succedera' piu' stupida sgualdrina imprimana. Sono stanco di te e delle tue moine. Ora ti faro' vedere io chi e' Naren Gozar...

La Città.
Pianeta del Sempre.

L'Intendente Ossydianne studiò con disprezzo il corpo esanime del colonnello Gozar.

"Povero Naren," gemette con finta pena. "La tua vita è sempre stata nelle mie mani, e non l'hai mai saputo." Poi rifilò un sonoro calcione alle costole del cadavere. "Così impari a cercare di farmi la pelle!"

Il gruppo di prigionieri in prossimità dell'accesso del Guardiano osservò la scena con freddo interesse. Nessuno di loro avrebbe pianto la scomparsa di Gozar. Poi Ossydianne rivolse a loro la sua attenzione. Con un movimento del disgregatore che aveva in mano fece cenno a Vaarik di avvicinarsi al Guardiano. "Tu. Attivalo."

Il vulcaniano si preparò a fare come gli era stato ordinato, ma non perse di vista il disgregatore per un solo istante.

"Guardiano!" intonò con la sua voce profonda. Gli rispose solo il sibilo del vento.

"Guardiano, mi senti?" Ancora nulla.

Vaarik stava cominciando ad innervosirsi. "Guardiano, vuoi deciderti a rispondere o preferisci che mandi a chiamare Fraser e te lo lasci per il resto dell'eternita'?"

"VOI NON OSERETE," rispose finalmente la voce sepolcrale, mentre l'arco di pietra pulsava di luce come se fosse vivo.

Vaarik si esibì in una performance del sopracciglio alzato assolutamente da standing ovation. "Vuoi scommettere?"

"CHE COSA VOLETE?"

"Guardiano, mi senti?" urlò Ossydianne, avanzando sul terreno accidentato. "Ora sono io che comando! Mi chiedi cosa voglio? Voglio il potere!" gridò, colta da un accesso di risa che sfiorava il parossismo. "Il potere assoluto!"

Il colpo di phaser raggiunse Ossydianne in pieno addome. La donna sollevò uno sguardo stupito nella direzione da cui era partito il colpo, e vide Dalton puntarle contro un piccolo phaser miniaturizzato, come quello che lei portava sempre in cintura... e che lui le aveva sottratto in quell'ultimo abbraccio. Tenuta insieme dalla rabbia di essere stata giocata, la donna accennò una reazione... solo per essere finita dal secondo colpo. Si accasciò al suolo, esanime, spandendo tutto attorno al suo corpo una nuvola di capelli argentati.

Dalton abbassò il braccio con dolorosa lentezza, e sembrava invecchiato di colpo di dieci anni. Gli altri lo guardarono per un attimo spaesati, poi capirono la necessità di quel gesto. Il Pianeta del Sempre era per sua natura esente dalle variazioni del flusso temporale, e se questa Ossydianne fosse rimasta lì mentre saltavano... non sarebbe stata toccata dalla ricombinazione della 'corretta' linea temporale, e questo non potevano assolutamente permetterlo.

Ma questo probabilmente non aiutava Dalton, e, certamente, non aiutava Foster.

I due uomini si ritrovarono fianco a fianco a guardare il cadavere della donna, entrambi preda di emozioni troppo forti per essere espresse a parole. Sollievo, rabbia, dolore, frustrazione, si fusero in una ragnatela di emozioni che i due fecero non poca fatica a dipanare. Ma avevano fatto quello che andava fatto, ed alla fine era soltanto questo quello che importava. Dopo un attimo, Dalton vaporizzò il corpo, come a completamento di una qualche cerimonia funebre.

"Andiamocene," disse Foster in un sussurro quando si furono riuniti al gruppo.

"Guardiano!" gridò ancora Vaarik, e il vento si sollevò tutto intorno a loro mentre l'antica pietra tornava alla vita. "Mostraci la destinazione del nostro ultimo viaggio!"

* * *

Il salto, la nebbia, la stranissima sensazione di cadere contemporaneamente in tutte le direzioni. Stavano cominciando a diventare sensazioni familiari per Vaarik. Poi il mondo si mise nuovamente a fuoco davanti ai suoi occhi nella forma di un vicolo puzzolente di una città ora non più sconosciuta.

In pochi istanti si nascosero dietro un bidone della nettezza urbana e individuarono quello che stavano cercando. Un gruppo di quattro persone, vestite con uniformi nere inconsuete per gli anni settanta, si stavano guardando intorno con aria spaesata. Uno di loro sembrava avere qualche problema di stomaco.

Vaarik guardò Dalton con curiosità. "A proposito, questa volta non ci allieti con la vista del tuo ultimo pasto?" chiese con una nota di umorismo nella voce.

"Mi sono tenuto digiuno da stamattina," spiegò Dalton facendo una linguaccia al vulcaniano.

Videro poi un bambino vestito con una tutina sgargiante avvicinarsi al gruppetto, tirare il tessuto dei pantaloni di quello con i capelli lunghi, fissarlo lungamente in volto e infine erompere in un pianto dirotto. Numerose occhiate vennero lanciate in direzione del vulcaniano, ma Vaarik si rifiutò ostinatamente di rispondere. Osservarono con interesse Renko calmare il bimbo con uno spettacolino di magia, poi il gruppetto si allontanò cercando di dare nell'occhio il meno possibile.

A questo punto, secondo il piano, dovevano entrare in azione. Si ritrovarono però a fissarsi l'uno con l'altro con espressione titubante.

"E adesso che facciamo?" chiese Dalton. "In qualche modo dobbiamo impedire che quel bambino generi tutto il casino che sappiamo."

"Una soluzione c'è," disse Vaarik con tono gelido. Tutti si voltarono nella sua direzione e il vulcaniano continuò nella sua ipotesi. "Eliminiamo il bambino."

La proposta attirò sul vulcaniano una serie di occhiate scioccate. "Vaarik!"

"E' la soluzione più semplice ed efficiente," espose Vaarik, e la sua voce sarebbe stata più ricca d'inflessione nel discutere un teorema di algebra vettoriale. "Rischi minimi. Risultato assicurato. E poi bambini ne spariscono ogni giorno..."

Ripley esplose letteralmente. "Non ci pensare neanche per un minuto, vulcaniano. Tocca quel bambino e io tocco te!"

"Il rifiuto di seguire la condotta più logica a lungo termine non si rivelerà una scelta vantaggiosa," sentenziò il vulcaniano incrociando le braccia.

"Vaarik... non cominciare." Renko era davvero categorico. "Nessuno farà del male a quel bambino. Dobbiamo solo convincerlo a non raccontare questa storia in giro."

"La cosa migliore sarebbe inserirla in un contesto che la sua mente possa afferrare..." stava riflettendo intanto Foster. Poi lanciò un'occhiata a Ripley. "Trovato!" schioccò le dita. "Venite con me."

Prima che potessero impedirglielo, Foster li stava letteralmente trascinando verso il pargoletto che intanto stava succhiando avidamente il chupa-chupa che gli aveva regalato il Renko di tre giorni prima. Quando furono a pochi passi il bambino si voltò nella loro direzione.

"Ancoa?" chiese, esitante.

"Non ti preoccupare, piccolo," lo rassicurò Foster con tono amichevole. "Tu sai chi è questa bella signora?" chiese, facendo accovacciare Ripley sulle ginocchia in modo che il suo volto si trovasse all'altezza di quello del bimbo.

L'infante corrugò la piccola fronte, come se stesse facendo un enorme sforzo di concentrazione. Poi il suo viso si illuminò e annuì con energia.

"Sigunni Uiver."

Ci fu un coro di occhiate perplesse, anche da parte di Ripley, ma Foster continuò tranquillo. "Bravissimo. E tu sai che questa signora fa l'attrice, vero?" Il bambino annuì ancora.

"Vedi, noi stiamo girando un film. Io sono il regista, e questi sono i protagonisti."

Il bambino li osservò uno per uno, poi puntò il dito cicciottello contro Vaarik. "Lui fa il cativo," decise.

"Esatto, lui fa il cattivo," si intromise Dalton con enfasi. "Vedi queste brutte orecchie a punta? Non sono mica vere! Vedi?" disse, arpionando con due dita il padiglione di Vaarik. "Non gli fa nemmeno male se stringo..."

Anche se il volto di Vaarik cominciò ad assumere una tinta più accesa del solito, il vulcaniano si costrinse a tentare di sorridere. "E' vero," gemette.

"Però non devi dirlo a nessuno, perché questo film è un segreto. Me lo fai questo favore?"

Il bambino sembrò pensarci su un attimo. "Okey," concesse il principino. "Ma vojo un autoggrafo." e tirò fuori un dalla tasca un pezzo di carta e una penna.

Ripley li prese con gentilezza, scrisse qualcosa sulla carta e la riconsegnò con un sorriso al pargoletto.

"Azie."

"Grazie a te, piccolo," rispose Foster. Poi si allontanarono rapidamente, sparendo dalla vista dietro un angolo. Il bambino guardò il foglio, rimirando il suo trofeo. Sulla carta era possibile leggere:

Al mio piu' grande fan, Sigunni Uiver.

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