SMASHING PUMPKINS

Sottotitolo:
spaccando zucche... preferibilmente vuote

Accademia della Flotta Stellare, Palestra.
San Francisco, Terra

"Cadetti, at'tenti!"

Come un solo uomo, il plotone di cadetti scattò sull'attenti. Il rumore dei tacchi non fu del tutto soddisfacente, ma considerando che stavano indossando scarpe da ginnastica su un pavimento di flexaform, l'istruttore Ted Sherman decise di lasciar correre. Squadrò con aria marziale il gruppo, cercando il minimo segno di imperfezione nelle grigie tute da allenamento dei cadetti. Ogni tuta aveva una striscia colorata che correva lungo la parte superiore del torace, identificando la sezione di appartenenza. Poco sotto questa striscia, dove consuetamente ci sarebbe stato il comunicatore, faceva bella mostra di sé il logo triangolare dell'Accademia.

"Molto bene," disse infine l'istruttore, soddisfatto. "Oggi siete in gran forma, vedo."

Un leggero sospiro di sollievo fece abbassare di qualche millimetro il torace di molti cadetti, che fino ad allora avevano trattenuto il respiro.

Oggi ci siamo risparmiati i soliti venti giri della palestra, fu il pensiero che molti di essi condivisero.

Ma intanto la faccia dell'istruttore si era nuovamente rannuvolata. "Dove sono i cadetti Foster e Renko?" tuonò.

Dalton fece un passo avanti. "Ehm, hanno avuto dei contrattempi con i mezzi pubblici, signore. Saranno comunque qui appena possibile, signore."

Sherman gli lanciò un'occhiataccia, come se la colpa del ritardo dei suoi due compagni fosse sua. Dalton deglutì vistosamente, ma a quanto pareva era la sua giornata fortunata. L'istruttore infatti si limitò ad annuire pensierosamente.

Poi continuò a parlare: "Va bene. Stavo dicendo, visto che il vostro rendimento ultimamente è stato quasi decente, e sottolineo quasi, ho deciso di farvi una sorpresa."

Un lieve mormorio di sorpresa serpeggiò tra i cadetti. Nonostante il tono amichevole, quello che aveva detto Sherman non era per nulla rassicurante.

Infatti, proprio in quel momento, le porte della palestra si aprirono. I cadetti si aspettarono quasi di vedere un intero squadrone di marines klingon irrompere nella palestra, pronti a mettere alla prova la loro soglia del dolore. Invece, contro tutte le aspettative, entrò solo un uomo, fasciato in una tuta piuttosto simile a quelle indossate dai cadetti. Percorse a passo misurato la lunghezza della palestra, fino a ritrovarsi a fianco all'istruttore.

I cadetti si ritrovarono con una discreta dose di stupore ad osservare un uomo di corporatura media, con occhi blu e capelli scuri. Rimase qualche attimo a guardarli, in silenzio e con un sorriso falsamente allegro.

"Buona giornata, miei cari cadetti," esordì il nuovo venuto, piuttosto cordialmente. "Io sono il tenente comandante Naren Gozar. Sono stato compagno d'arme del vostro istruttore quando era a capo della sicurezza della USS Dominus. Ero di passaggio qui sulla Terra, quando mi è stato chiesto se volevo tenere una dimostrazione qui, oggi. Inutile dire che ho accettato più che volentieri." Nel dire quell'ultima frase, il falso sorriso che si ritrovava stampato in faccia si allargò ulteriormente, ma, nello stesso momento, a nessuno sfuggì la luce sinistra che si accese nei suoi occhi. Una luce incredibilmente pericolosa.

Le sopracciglia di Vaarik erano talmente corrugate che i suoi occhi erano completamente immersi nell'ombra, mentre studiava l'uomo che aveva di fronte. Nei duri anni della schiavitù nell'universo dello specchio, il giovane vulcaniano aveva per forza di cose dovuto imparare a riconoscere quello sguardo. Purtroppo, non esistono delle definizioni più precise per le sensazioni che uno sguardo può trasmettere, nonostante in vulcaniano esistano alcune espressioni piuttosto antiche che rendono abbastanza bene l'idea. Quello sguardo era qualcosa che avevano alcuni sorveglianti, quelli che in un primo tempo sembravano i più gentili e compassionevoli, ma che d'improvviso, e soprattutto senza alcun motivo apparente, potevano decidere che era ora di spolverare l'agonizzatore. Erano i più pericolosi, per quel tratto di lucida follia che li contraddistingueva. Non importava cosa tu facessi, non importava quanto il tuo lavoro fosse soddisfacente, in qualunque momento la punizione poteva arrivare, tanto improvvisa da mozzare il respiro. Quindi, capirete, col tempo Vaarik aveva imparato a conoscere molto, molto bene quello sguardo. E, sicuramente, assolutamente, al di là di qualsiasi ombra di dubbio, il tenente comandante Gozar aveva quello sguardo.

Il vulcaniano non lo perse di vista nemmeno un istante mentre continuava a parlare al gruppo di cadetti.

"...quindi, ora vi sarei molto grato se qualcuno di voi mi potesse aiutare nella dimostrazione pratica."

In un primo momento, nessuno nella fila di cadetti si mosse, aspettando che fosse qualcun altro a farsi avanti. Un attimo dopo, Vaarik non fu per nulla stupito nel vedere la folta chioma di capelli rossi di Rebecca fare un passo avanti. "Io, signore," disse la ragazza, protendendo il mento con aria di sfida.

"Molto bene, cadetto Goldblum, prenda posizione," concesse Sherman con voce autorevole.

Anche se non sarebbe stato possibile dirlo dall'esterno, Vaarik era piuttosto preoccupato nel vedere la sua compagna di corso avanzare verso il centro della palestra. Di certo Vaarik non avrebbe definito Rebecca una sua amica, ma d'altro canto non aveva nemmeno nessun interesse nel vederla affrontare quello strano personaggio dall'aria falsamente innocua. Per un rapidissimo istante, una parte molto antica e molto cavalleresca del suo cervello valutò l'ipotesi di fare qualcosa per fermarla, ma il vulcaniano si impose di accantonarla: la vita gli aveva insegnato, in un modi che non avrebbe mai potuto dimenticare, che ciascuno era in definitiva l'unico responsabile del proprio destino, e che non fosse quindi compito di Vaarik o di qualunque altro proteggere Rebecca dalle conseguenza delle sue azioni.

I due sfidanti si posizionarono sul quadrato di combattimento, un luogo che per Vaarik aveva ancora a che vedere con spiacevoli ricordi di un corpo a corpo con Sherman avvenuto parecchi mesi prima. Ma, si sa, i Vulcaniani hanno la memoria lunga, un po' come gli elefanti.

Vaarik osservò la posizione di Rebecca, e la riconobbe come una guardia di Aikido. Rebecca studiava per entrare nella sezione sicurezza, e le lezioni di difesa corpo a corpo erano tra le sue preferite. Il tenente comandante Gozar, dal canto suo, aspettava con le braccia incrociate. Ad un cenno dell'istruttore, Rebecca si lanciò come un coguaro.

Tutto si svolse nell'arco di due secondi netti. Alla fine, Rebecca impattava senza tanti complimenti contro il pavimento fuori dal quadrato di combattimento, mentre Gozar si era solamente spostato di una ventina di centimetri dalla sua precedente posizione.

"Allora, c'è qualcun altro che vuole tentare la fortuna?..." disse, esibendosi in sorriso malvagio.

* * *

In pochissimo tempo, l'allenamento si era trasformato in un gioco al massacro.

L'atteggiamento di Gozar aveva risvegliato la parte più testarda e orgogliosa della maggior parte dei cadetti, permettendogli di proseguire nella sua noiosa esibizione di superiorità. Ora Vaarik sapeva il perché delle impressionanti abilità del tenente comandante: Gozar era un angosiano. Un super-soldato angosiano, per la precisione. Alcuni membri della sua specie erano stati sottoposti anni fa ad un trattamento medico e comportamentale che ne aveva migliorato enormemente le prestazioni fisiche e mentali. I loro riflessi erano tre volte superiori alla media. La loro muscolatura era potenziata chimicamente. Le loro resistenza gli permetteva di affrontare il fuoco dei phaser quasi senza conseguenze. Erano letteralmente delle macchine da combattimento. E, come tutte le macchine da combattimento della storia, alla fine si erano ritorte contro i loro padroni. Infatti, a seguito del trattamento, i soldati avevano sviluppato un comportamento violento e antisociale, che aveva costretto il governo di Angosia a esiliarli su una colonia penale. Neanche da dire che i reietti si erano liberati, impegnandosi in una serie di scontri che sapevano di guerra civile. Poi, grazie al (o a causa del) coinvolgimento dell'Enterprise di Picard, erano stati reintegrati nella società. Gozar aveva fatto parte di un programma di scambio tra la Flotta Stellare e Angosia, che da pochi anni era diventato membro della Federazione.

Ora, alla luce di queste informazioni, Vaarik aveva supposto che chiunque dotato di un solido istinto di autoconservazione, (o di un numero di neuroni che superava almeno la dozzina) non avrebbe mai accettato di combattere in un corpo a corpo con una mostruosità del genere. Ma, come spesso avveniva quando aveva a che fare con le altre specie, Vaarik si sbagliava. E di brutto, anche.

I cadetti infatti facevano a gara ad affrontare quel bruto. L'unico motivo logico che a Vaarik potesse venire in mente per quel comportamento era di dimostrare uno spirito di abnegazione alla disciplina superiore alla logica preoccupazione per la propria vita. Questo non era un concetto estraneo alla mentalità vulcaniana. Ai tempi dell'Impero, un'ordalia del genere era la norma per entrare a far parete di alcuni ordini militari molto rispettati e temuti.

Ma, in questo caso, sembrava che il principio facesse soprattutto leva sugli istinti primordiali di dominio e sopraffazione, fisiologicamente basati su un eccesso di ormoni prodotti da alcune ghiandole endocrine che i Vulcaniani avevano imparato a tenere a bada circa tre milioni di anni prima. Orgoglio, rabbia, desiderio di primato, incapacità di comprendere i propri limiti: erano tutte emozioni che i Vulcaniani avevano imparato a dominare, in modo da non essere più dominati da esse. Era la via migliore, la più semplice, e probabilmente l'unica.

"Vaarik..." disse Dalton, accanto a lui.

"Sì?" chiese il vulcaniano di rimando.

"Io vado."

"Come sarebbe a dire: io vado?!"

"Io vado."

"Era inevitabile che prima o poi succedesse: sei impazzito definitivamente."

"Non sei spiritoso."

"Non è mai stata mia intenzione esserlo."

"Ne ero certo. A proposito, ho una domanda fatta apposta per te: quante sono le probabilità a mio favore?"

Vaarik soppesò la domanda per qualche istante. "Approssimativamente, una su quattrocento milioni settecentomila duecentoquindici. Corrisponde alla probabilità che il comandante Gozar venga colto da un massiccio attacco coronarico mentre si appresta a staccarti la testa dal collo."

"Allora ho qualche speranza" rispose determinato Dalton con un sorriso di sfida. Poi si alzò in piedi e avanzò spavaldamente verso il quadrato di combattimento. Vaarik non poté fare altro che seguire con lo sguardo il suo impulsivo compagno di corso, scuotendo cupamente la testa.

Umani, pensò tra sé e sé. Non cresceranno mai...

* * *

"Vaarik, la prossima volta che ho un'idea del genere, tu, per favore, spezzami una gamba."

Passando un piccolo strumento medico sul volto tumefatto del terrestre, il giovane vulcaniano ebbe la tentazione di abbozzare un sorriso. "Lo terrò a mente, Luke."

"Bravo. Ora, se non ti dispiace, io sverrei per una decina di minuti."

Dalton appoggiò la testa contro la parete e chiuse gli occhi, continuando a respirare pesantemente. Vaarik controllò le letture del piccolo tricorder medico che stava usando: l'umano aveva riportato qualche ammaccatura, ma niente di serio. Forse per un paio di giorni avrebbe avuto qualche difficoltà a sedersi comodamente. Per sua fortuna, il comandante Gozar ci era andato molto leggero.

"Vaarik!" si sentì chiamare il vulcaniano da dietro le spalle. Voltandosi, vide Foster e Renko sopraggiungere. "Cosa diavolo è successo qui?"

"E' successo lui," disse il vulcaniano indicando Gozar, che nel frattempo stava parlando agli altri cadetti.

Foster e Renko si guardarono stupiti. "Cosa?! Ha fatto tutto lui? Non è possibile!"

"L'avrei pensato anch'io, prima. Ma quello non è un uomo, è una macchina da guerra" dichiarò cupamente Vaarik, senza degnare di uno sguardo l'angosiano.

Foster al contrario lanciò una lunga occhiata in direzione di Gozar, mentre i suoi occhi azzurri si riducevano a due fessure. "Staremo a vedere."

* * *

"Vaarik, la prossima volta che ho un'idea del genere, tu, per favore, spezzami una gamba."

Questa volta, Vaarik non ebbe nessuna tentazione di sorridere. "Non dirmelo due volte, Paul. Non dirmelo due volte," sibilò tra i denti il vulcaniano. Poi strinse la fasciatura improvvisata attorno al braccio dell'amico.

"Ahi! Fai piano!"

Lo sguardo severo di Vaarik fece passare a Foster la voglia di lamentarsi ancora.

"Allora ragazzi" stava dicendo Gozar strofinandosi le mani al centro del quadrato di combattimento, "per oggi chiudiamo baracca o c'è qualche altro volontario?"

"Ci sono io, signore" dal gruppo di cadetti si levò una voce femminile. Con un sospiro di rassegnazione, Vaarik si voltò a vedere chi fosse l'aspirante suicida. Sul quadrato di combattimento stava salendo una donna che Vaarik non aveva mai visto, cosa piuttosto strana perché conosceva almeno di vista tutti i cadetti che frequentavano il corso di Sherman. Era alta e muscolosa, con un volto dai tratti decisi e un'aria estremamente pericolosa che aleggiava intorno a lei. Camminando con lentezza deliberata la donna si portò al centro del quadrato, poi si piantò con le mani sui fianchi.

"Allora, che ne dici di prendertela con qualcuno della tua taglia?" chiese beffardamente la sconosciuta con un sorriso obliquo.

Fiutando la sfida come un cane da tartufi, Gozar si mise in posizione dall'altra parte del ring.

"Ora sì che ne vedremo delle belle..." commentò Foster osservando la scena con gli occhi che gli brillavano.

"Cosa intendi dire?" chiese il vulcaniano, seguendo con lo sguardo i due avversari che si studiavano senza muovere un muscolo.

"Che adesso la cara Ripley darà a quello sbruffone una lezione coi fiocchi" concluse l'umano.

"La conosci?" chiese Dalton, che aveva ascoltato la loro conversazione.

"Oh, sì che la conosco... state a vedere..." e si mise a osservare con spietato interesse l'incontro che stava per cominciare.

Campus dell'Accademia della Flotta Stellare.
Quaranta minuti dopo...

In poco più di mezz'ora, Ellen Ripley era la persona più famosa dell'intera Accademia della Flotta Stellare. La notizia della sua strepitosa vittoria contro il tenente comandante Gozar era rimbalzata in ogni angolo del campus, proiettandola ad una notorietà che solo poche matricole potevano vantare. Ora all'uscita dell'infermeria dove era stata curata per le lievi contusioni che si era procurata durante l'incontro, una folla di cadetti faceva letteralmente a gomitate per congratularsi con la donna che aveva vendicato l'onore e il prestigio dell'Accademia contro quel demonio d'un angosiano. Ma, Ripley, del tutto incurante della sua appena acquisita popolarità, tirava dritto in mezzo a loro senza nemmeno guardarli in faccia. Attraverso la folla che sia apriva con reverenza, la donna si fermò a braccia conserte davanti a Foster.

"Complimenti, Ripley," disse lui congratulandosi. "Gli hai dato proprio una bella lezione..."

"Ne aveva un gran bisogno, credimi" commentò lei con un sorriso storto.

Lui le diede un'amichevole pacca sulla spalla, poi si incamminarono lungo un viale del campus.

Vicino al blocco dove si trovavano i loro alloggi, vennero intercettati da Dalton, Vaarik e Renko.

"Salve, ragazzi" li apostrofò Foster. "Volevate conoscere la nuova star dell'Accademia?"

"Assolutamente," confermò Dalton. "Chiunque abbia messo al tappeto quello sbruffone di Gozar merita tutta la mia ammirazione." Poi si rivolse alla nuova venuta. "Io sono Luke Dalton. Ma i miei amici mi chiamano 'Lucky'." E tese una mano verso la donna.

Lei la guardò in maniera strana, come se fosse l'appendice di una specie che non aveva mai visto prima. "Ripley," fu tutto quello che uscì dalle sue labbra mentre afferrava con energia la mano che le veniva offerta.

Il volto di Dalton, prima sereno e rilassato, cominciò a tendere inequivocabilmente verso il rosso, mentre il suo sorriso si faceva sempre più forzato. "Mo-molto piacere" gemette tra i denti, mentre piccole gocce di sudore cominciavano a imperlagli la fronte. Poi la donna gli lasciò la mano, e Dalton prese a flettere lentamente le dita, come per ripristinate la circolazione sanguigna. "Bella stretta..." commentò blandamente, tentando di sorridere.

Vaarik la squadrò lentamente dalla testa ai piedi. "Tu non sei umana," decise.

"In effetti no," intervenne Foster, sorridendo a trecentosessanta denti. "Ripley viene da un pianeta ad alta gravità. Per questo è molto più forte della maggior parte degli umanoidi..."

Vaarik sollevò un sopracciglio, perplesso. Non era un esperto di fisiologia, ma se il pianeta di Ripley aveva una gravità così alta, la sua struttura corporea avrebbe dovuto essere molto diversa da quella di una normale umana. Stava per farle questa domanda, quando qualcosa negli occhi di Foster gli fece cambiare idea. Nonostante fosse già passato qualche mese, esisteva ancora una sorta di collegamento tra loro, residuo della loro fusione mentale. A volte gli bastava un'occhiata per sapere quello che stava pensando l'umano, e cosa ben più angosciante, Foster sembrava capire al volo quello che stava pensando lui. Così si limitò a presentarsi con aria formale.

"Io sono Vaarik, figlio di Temnok," intonò. "Al tuo servizio."

Lei diede segno di avere inteso con un piccolo cenno del capo.

"Io invece sono Renko, figlio di," si intromise l'altro, sorridendole con simpatia dietro alle lenti scure.

Lei lo guardò perplessa. "Figlio di chi, scusa?" chiese, corrugando le sopraccigla.

"Figlio di, punto e basta," proseguì tranquillamente Renko, la cui spiegazione però non rendeva la cosa più chiara.

"Non ci fare caso," la rassicurò Dalton. "Dice sempre cose strane prima di cena..."

"Non sono io a dire cose strane," dichiarò Renko con gli occhiali che brillavano di una luce divertita. "Siete voi che vi ostinate a non vedere le verità che stanno proprio sotto al vostro naso. Come diceva sempre il mio maestro: 'A volte gli uomini inciampano nella verità, ma la maggior parte delle volte si rialzano e proseguono per la loro strada'."

Dalton, Foster e Vaarik si passarono contemporaneamente una mano sul volto.

Ripley sembrò soppesare per qualche istante l'aforisma di Renko, poi si pronunciò.

"Io ho fame," li informò. "C'è nessuno che conosce un buon posto dove servano del sedano?"

FINE CAPITOLO