MISSIONE: IMPOSSIBILE

Accademia della Flotta Stellare.
San Francisco, Terra.

Vaarik era intensamente consapevole che tutti gli sguardi erano fissi su di lui.

I più discreti si limitavano a sbirciarlo di sottecchi quando lo incrociavano nel corridoio, ma altri lo fissavano deliberatamente finché non usciva dalla loro visuale. Non è difficile immaginare che il vulcaniano non si sentisse esattamente a proprio agio in questa situazione, ma la sua disciplina gli impediva di lasciare trasparire la sua irritazione. D'altro canto, non c'era nulla che gli impediva di immaginare che rumore potessero fare le ossa del loro collo mentre venivano spezzate da una precisa tal shaya, la versione mortale della presa vulcaniana. Niente grida, niente sangue, una fine rapida e indolore. Nonostante l'Alleanza ne avesse proibito assolutamente l'insegnamento ai giovani vulcaniani, Nonno Jenak gliela aveva insegnata quando lui aveva sette anni, poco prima che fosse forzatamente trasferito all'Istituto. Sapeva di essere un po' fuori allenamento, ma era certo di poter riprendere la mano in pochissimo tempo.

Fonte di tutto quell'interesse nei suoi confronti era stato lo spiacevole equivoco avvenuto nel suo alloggio il giorno prima. Il cadetto Eru, una chiropteriana appena trasferita da un sezione distaccata dell'Accademia, era stata alloggiata temporaneamente nella stanza di Vaarik, ma nessuno si era preoccupato di avvertire il vulcaniano. Vaarik, al rientro dalle lezioni, era entrato nel suo alloggio, ovviamente senza preoccuparsi di bussare. Sfortunatamente, la ragazza stava uscendo in quel momento dalla doccia, e il suo abbigliamento era decisamente poco... formale. Sarebbe potuto essere un incidente veniale, una lieve fonte d'imbarazzo ma nulla di più serio. Destino aveva invece voluto che proprio in quel momento facessero la loro apparizione nell'alloggio il tenente comandante Cobledick e il consigliere Memok, tutore di Vaarik all'Accademia, e in questo modo la situazione si era complicata notevolmente.

Ora l'equivoco era stato chiarito, ma, come è facile indovinare, più le notizie sono tendenziose e più velocemente tendono a diffondersi nei corridoi dell'Accademia. In questa occasione, la velocità di diffusione era tanto più amplificata dalla fama che il vulcaniano si era fatto durante quei mesi di corso. In quel periodo, Vaarik aveva impiegato molte delle sue energie nel ritagliarsi una nicchia nella quale isolarsi, possibilmente al riparo da tutta quella serie di creature irritanti che sembravano non avere nulla di meglio da fare che portare avanti loro patetici e irritanti tentativi di comunicazione. Fortunatamente, grazie alla sua campagna fatta di occhiate taglienti e conversazioni terminate con poca grazia, solo i più ostinati e i più incoscienti continuavano a rivolgergli la parola. Come potete bene immaginare, questa situazione male si accordava con le voci riguardanti l'essere sorpresi nel proprio alloggio con una ragazza nuda da due ufficiali superiori, una cosa che stuzzicava il morboso interesse degli altri cadetti.

Così, quella mattina, Vaarik percorreva gli affollati corridoi dell'Accademia, sentendo incollati su di sé tutti quegli sguardi incuriositi che lo scrutavano come se fosse una specie di fenomeno da baraccone, e provando l'impulso quasi irresistibile di spegnere per sempre quella luce divertita che vi vedeva brillare all'interno. Abbastanza fortunosamente per le loro vertebre cervicali, in quel momento Vaarik aveva ben altro per la testa.

La sera prima, mentre rientrava nel suo alloggio, aveva trovato, passando davanti alla soglia dell'infermeria, una lettera dall'aspetto ufficiale, con impressa la scritta TOP SECRET. Dopo un paio di rapide occhiate in giro per assicurarsi di essere solo, il vulcaniano se l'era infilata in tasca, meditando di darci un'occhiata una volta arrivato nel suo alloggio.

Ora Vaarik si stava dirigendo a passo spedito verso l'ufficio dell'ammiraglio De Leone, stringendo in mano la lettera incriminata. Nonostante gli sguardi incuriositi, nessuno sembrò notare la sua fretta: erano fin troppo abituati a vederlo guadare a testa bassa i corridoi dell'Accademia, cupo e taciturno. In questo caso, la cosa si era rivelata indubbiamente un vantaggio.

Quando infine arrivò all'ufficio di De Leone, Vaarik si trovò di fronte alla stessa civile umana che il giorno precedente stava aiutando il guardiamarina Marok a distribuire i questionari. Vaarik lesse il nome sulla targhetta, Moneyrenny, e ipotizzò che fosse una specie di impiegata.

L'umana, impegnata in una conversazione al videoterminale, sembrò accorgersi appena della sua presenza, ma gli fece cenno di accomodarsi.

L'ammiraglio Simone De Leone, un umano che appariva sin troppo giovane per ricoprire una carica così alta nella gerarchia della Flotta, era seduto alla sua scrivania con le mani intrecciate sulla lucida superficie in mogano e un ampio sorriso stampato in faccia. All'ingresso del vulcaniano il suo sorriso si allargò ancora e l'ammiraglio, con una cortesia non prescritta dal protocollo, si alzò in piedi e lo accolse con gentilezza.

"Buongiorno, cadetto. Si accomodi, prego." Poi l'ammiraglio riprese il suo posto al di là della scrivania. "Allora, mi è stato riferito che aveva qualcosa per me...", disse distrattamente.

I sensi di Vaarik si tesero. Troppa gentilezza. Senza dire una parola, il vulcaniano gli porse la busta. Nel vederla, l'ammiraglio impallidì visibilmente. Si sedette e rigirò la busta tra le mani, esaminandola attentamente.

"Accidenti," borbottò. "Sembra manomessa." Il suo sguardo si posò severamente su Vaarik. "Ha guardato il contenuto, cadetto?"

"Signore!" replicò il vulcaniano, assumendo un tono lievemente sorpreso. "Sarebbe stata una grave infrazione del protocollo, come riporta il Regolamento Interno della Flotta Stellare, articolo 91, comma B, paragrafo 4 e successivi, e i Decreti Federali 73859W41/390 e 73859W47/403-bis, emendati in data stellare 2841.3," dichiarò, mostrando chiaramente di conoscere benissimo le leggi ma senza dichiarare apertamente di averle rispettate o meno.

Come diceva quel vecchio adagio?

Ah, già. I vulcaniani non mentono. Riescono benissimo a nascondere la verità senza bisogno di farlo.

"Molto bene", disse l'ammiraglio con un sospiro di sollievo. "Altrimenti sarei stato costretto ad allontanarla dall'Accademia, per il bene della Flotta... e anche per il suo."

Vaarik non poté trattenersi dal sollevare un sopracciglio. Dal momento che De Leone era uno dei pochi ufficiali a conoscenza della sua situazione di rifugiato dimensionale, non era un'affermazione da prendere alla leggera.

Intanto l'ammiraglio aveva aperto la busta e ne stava scorrendo il contenuto, mormorando strane frasi nell'idioma natio.

Ad un certo punto, sollevò lo sguardo e fissò pensieroso il panorama che si godeva dalla grande finestra del suo ufficio. Un paio di navette sorvolarono il Golden Gate, immergendosi nel blu intenso del primo mattino.

"Cadetto, lei cosa sa dirmi dell'UFCLE?"

Vaarik squadrò le spalle all'interno dell'uniforme, richiamando le informazioni con sufficiente facilità.

"L'UFCLE., ossia Ufficio Federale Controllo Livelli di Espansione, è la principale agenzia di controspionaggio della Flotta Stellare. Il suo compito è monitorare le tendenze espansionistiche delle potenze considerate nemiche della Federazione, come i Romulani, il Dominio, o in passato i Klingon. La sua sede è ad Addis Abeba, Terra..."

"Vedo che il colonnello Kharla ha fatto un buon lavoro," tagliò corto l'ammiraglio, temendo una lezione fiume. "Bene. In questa lettera ci sono i nomi di alcuni agenti dell'UFCLE. distaccati nell'Unione Cardassiana. Doveva trovarsi nella cassaforte dello SFIC, e non per terra, alla mercé del primo venuto. Ha fatto il suo dovere portandola a me, ma ora la prego di dimenticare tutta questa faccenda. Da questa momento ce ne occupiamo noi. Buona giornata, cadetto." L'ammiraglio si alzò dalla scrivania e fece per condurre il vulcaniano alla porta.

"Ma, signore, non pensa..."

"Ho detto buona giornata, cadetto." replicò De Leone con un sorriso forzato, facendo accomodare frettolosamente Vaarik fuori dal suo ufficio.

Mentre si dirigeva spedito verso l'aula dove si sarebbe tenuta la prossima lezione, Vaarik si sorprese a rimuginare sullo strano comportamento dell'ammiraglio. Scosse la testa, infastidito.

Era illogico preoccuparsi per questa faccenda.

Con tutta probabilità, non ne avrebbe mai più sentito parlare...

Accademia della Flotta Stellare, Sala Mensa.
Alcune ore dopo...

"Posso sedermi?"

Vaarik non si prese nemmeno la briga di sollevare lo sguardo dalla sua minestra di patate andoriane per vedere chi era. "Posso impedirtelo?"

Senza dare segni di aver inteso le parole del vulcaniano, Eru poggiò ugualmente il suo vassoio di fronte a quello di Vaarik, che, dal canto suo, non poté fare a meno di notare che il vassoio della sua nuova commensale appariva stranamente vuoto. L'unica portata presente era infatti costituita da una ampia coppa di semplice fattura, simile a quelle usate per il cognac, colma fino a metà di un denso liquido rosso scuro.

Se fosse stato un umano, Vaarik avrebbe trovato stranamente inquietanti le abitudini alimentari della sua commensale.

Rifiutandosi di darle soddisfazione, il vulcaniano continuò a sorbire la sua minestra, continuando però a sentire su di sé gli occhi della chiropteriana che lo scrutavano con aria divertita. Vaarik non poté fare a meno di chiedersi con una certa dose di irritazione che cosa ci trovasse di così divertente in quella situazione.

"Non ti sono simpatica."

Vaarik emise un verso irridente. "Deduzione eccellente. Mai pensato di darti alle investigazioni private?"

"Non credevo che i vulcaniani amassero fare dell'ironia," rispose la chiropteriana, sollevando un sopracciglio.

"Ironia? Quale ironia?"

Eru sorrise di nuovo, ma fu un sorriso un po' triste questa volta. "Non me lo perdonerai mai, vero?"

Di nuovo Vaarik non sollevò nemmeno lo sguardo dal suo piatto. "Perdonare cosa?"

"Di averti messo in imbarazzo di fronte al signor Cobledick e al consigliere Memok," disse la ragazza con aria paziente.

E a tutta l'Accademia..., pensò Vaarik, ricordando con fastidio gli sguardi dei cadetti. In realtà, il vero problema per Vaarik non era tanto che la ragazza di era divertita a metterlo in imbarazzo, quanto il fatto che lui aveva lasciato che lo mettessero in imbarazzo. Non avrebbe dovuto permettersi di provare nulla a riguardo. La Disciplina non pretendeva nulla di meno.

"Non vi è stata alcuna negligenza o dolo da parte tua, quindi non hai nulla di cui essere perdonata," disse con voce accuratamente neutra, continuando a dedicare tutta la sua attenzione alla sua minestra.

"Mi fa piacere sentirtelo dire. Ma ci credi veramente?"

"I vulcaniani non mentono," rispose Vaarik, un po' infastidito.

"E' vero: i vulcaniani non mentono," concesse l'altra. "Ma tu?"

Vaarik non seppe se essere più seccato per l'insistenza o più incuriosito dal comportamento della ragazza.

Da quando si era iscritto all'Accademia, ben pochi avevano avuto la sfrontatezza di parlargli in quel modo. Paragonato agli altri cadetti, Vaarik aveva quasi il doppio della loro età, ed era quindi piuttosto naturale per loro mantenere da lui una certa distanza. Oltre a questo, Vaarik sembrava fare di tutto per isolarsi dal resto dell'universo.

Il suo atteggiamento, il suo comportamento, addirittura il suo abbigliamento mostravano chiaramente il suo disinteresse per la vita e ciò che aveva da offrirgli. Era come se si impegnasse con tutte le sue forze a mantenere ad un braccio di distanza tutto ciò che lo circondava. Nulla di ciò che muoveva le altre persone sembrava interessarlo. Corsi accademici, attività pratiche, sport, divertimenti, vita sociale. Nulla. Ogni tanto un barlume di interesse affiorava nei suoi occhi durante le lezioni più astruse del capitano Stark, ma consuetamente nemmeno gli studi sembravano risvegliare il suo interesse, un comportamento assolutamente scandaloso per un vulcaniano.

L'unica cosa che lo interessasse davvero sembrava essere lasciato solo. Perseguiva questo proposito con sistematicità matematica, come se fosse una sorta di crociata personale da portare a termine ad ogni costo. La maggioranza delle persone sembrava percepire questo suo rifiuto, questo desiderio di isolamento, e pareva ben disposta ad accontentarlo. "Ecco il becchino vulcaniano...", "arriva il corvaccio con le orecchie a punta..." Quante volte aveva sentito mormorare queste frasi al suo passaggio, pronunciate da individui che non si rendevano conto di quanto sottile potesse essere l'udito di un vulcaniano. Vaarik al contrario si rendeva perfettamente conto che quelle poche parole rivelavano come molte persone lo considerassero poco più di una curiosità da additare agli amici, ma se quello era lo scotto da pagare per essere lasciato in pace, Vaarik era più che disposto a pagarlo. La derisione di quei ragazzini viziati non poteva certo fare più male degli agonizzatori dei cardassiani o delle umiliazioni dei klingon.

Però c'era anche un altro genere di persone. Persone che non si facevano intimidire dal suo atteggiamento scontroso, e che non si lasciavano scoraggiare dalle sue conversazioni interrotte in malo modo. Persone che sembravano disposte a cavargli fuori le parole di bocca con la tenaglia, e che non smettevano di inseguire il vulcaniano finché non si rassegnava ad ammettere la loro esistenza e a considerarli quasi come delle persone.

Renko era stato il primo. Poi erano venuti gli altri. Ilaij, Rebecca, Dizzie, Gabriel.

Adesso Eru.

Vaarik cominciò a domandarsi se la cosa non cominciasse a sfuggirgli di mano.

Il vulcaniano non era ancora riuscito a capire se semplicemente queste persone non si rendevano conto del suo rifiuto di fronte a ciò che questo universo poteva offrirgli o se per qualche ragione che gli era completamente ignota decidevano di ignorarlo e proseguivano con i loro piani.

Probabilmente, come per un sacco di altre cose che riguardavano questo universo e le persone che lo abitavano, non l'avrebbe mai capito.

Infastidito dal divagare dei suoi pensieri, Vaarik tornò a rivolgere la sua attenzione alla chiropteriana, che aspettava ancora una sua risposta alla domanda che aveva posto poco prima.

"Diciamo che preferisco evitarlo, se è possibile," disse, cercando di mantenersi il più possibile sul vago.

"Un comportamento assennato," approvò lei. "Basandomi su questo fatto," disse poi mimando il modo di parlare vulcaniano, "l'unica deduzione logica è di potermi considerare pienamente perdonata, dico bene?"

"Io non la metterei in questi termini," disse il vulcaniano leggermente infastidito, "ma, se hai proprio bisogno di sentirtelo dire: sì, sei perdonata."

"Molto bene, cadetto Vaarik. Questo suona come in nuovo inizio, non ti pare?" chiese Eru protendendosi verso di lui con aria cospiratoria.

"Credo di sì", concesse Vaarik, senza però apparire minimamente interessato alla cosa.

"Allora brindo alla tua salute, vulcaniano", disse comunque la chiropteriana, sollevando la sua coppa. "Lhe-Stath," intonò, poi bevve un lungo sorso, rovesciando la testa all'indietro.

Il vulcaniano guardò tristemente la sua minestra azzurrina. "Altrettanto."

In quel momento un allegro chiacchiericcio raggiunse il tavolo. Vaarik non ebbe bisogno di voltarsi per riconoscere il folto gruppo che si stava avvicinando: l'accento russo di Ilai, l'intensa eau de toilette di Rebecca, il ticchettio degli artigli di Dizzie sul pavimento, il ronzio dei servomeccanismi di Gabriel. Renko, come al solito, scivolava silenzioso come un'ombra senza fare alcun rumore, ma Vaarik era certo che ci fosse anche lui. Fecero atterrare i loro vassoi sul tavolo e si sedettero pesantemente sulle seggiole, continuando a chiacchierare del più e del meno.

Improvvisamente, l'informazione che qualcuno era seduto di fronte a Vaarik raggiunse il loro sistema nervoso centrale. Seguì un attimo di silenzio sbigottito, mentre i cinque nuovi arrivati si scambiavano tra loro sguardi spaesati, assicurandosi di non soffrire di allucinazioni da stress da Accademia.

Nessuno, pensarono contemporaneamente, si siede di fronte a Vaarik.

Poi collegarono quel volto alle voci che avevano sentito dire in giro, e alle quali fino a quel momento non avevano dato alcun credito.

La chiropteriana scoccò al vulcaniano uno sguardo malizioso con la cosa dell'occhio, poi rivolse un sorriso smagliante agli altri cadetti. "Nor-sah-lem. Io mi chiamo Eru."

Vaarik emise un impercettibile sospiro.

Ci mancava solo questa...

Locale di Chun, Quartiere di China Town.
La sera stessa...

Vaarik spalancò la porta del locale di Chun, lasciandosi avvolgere dalla tenue luce rosata. L'aria del locale era confortevolmente calda, perfino per un vulcaniano. L'accoglienza, come al solito, lo era anche di più.

"Benvenuti, giovani ospiti. Il solito tavolo?"

"Grazie, Chun."

L'asiatico fece accomodare il gruppetto in un tavolinetto defilato, proprio vicino al grande acquario della sala. Quella sera il numero dei presenti era piuttosto ristretto, causa un compito di Storiografia Federale l'indomani mattina. Chi non seguiva quel corso aveva invece deciso di concedersi una serata rilassante.

Inoltre, come aveva detto Ilaij, Eru doveva assolutamente vedere il locale di Chun, che ormai era diventato come una seconda casa per il gruppetto del Blocco J.

Eru si era subito trovata a suo agio nel gruppo, e sembrava molto felice di poter vedere la vita notturna di San Francisco. Ma Vaarik non era ancora riuscito ad abituarsi alla sua presenza, e si trovava ad evitare il suo sguardo, nonostante la ragazza avesse cortesemente smentito di fronte agli altri tutte le illazioni che si erano sollevate sul conto suo e del vulcaniano.

Chi invece non aveva timore di seguire la ragazza con sguardo adorante era Ilaij, che osservava come ipnotizzato il movimento sinuoso delle sue ciglia nerissime.

"Ma davvero sei stata a Khitomer? E quando?" le stava chiedendo il russo, gongolante.

"Tempo fa... ma ci sono stata solo poco tempo," rispondeva lei, evasiva come lo era con la maggior parte delle domande che le poneva il russo. La cosa non sembrò preoccupare minimamente Ilaij, che nel frattempo si era già dimenticato la domanda, perso ad osservare l'aggraziata curva delle spalle della chiropteriana.

Dall'altra parte del tavolo, invece, si stava consumando un altro genere di spettacolo.

Rebecca, finora il bersaglio favorito delle avance di Ilaij, se ne stava con le braccia incrociate e il viso in fiamme, come se tutto quello fosse per lei un affronto personale. Vaarik ricordava piuttosto bene che fino al giorno prima Rebecca aveva sempre mandato rigorosamente in bianco il giovane russo, ma ora quel particolare non sembrava importarle più di tanto.

Facendo il possibile per ignorare quello che considerava un ignobile teatrino, Vaarik si accontentava di discutere di alcune interessanti modifiche dei condotti ODN con Dizzie, la nykkus dagli artigli affilati ed il muso da velociraptor, che in quel momento sembrava l'unico essere in zona ancora in possesso delle sue facoltà mentali.

Quando Chun arrivò a prendere le ordinazioni, apparendo dal nulla come al suo solito, la maggior parte di loro ordinò qualcosa di leggero, tranne il solito Ilaij che chiese come di consueto una vodka liscia. Ma, come amava ripetere lui, "quella è la prima cosa che ho imparato a bere dopo il latte materno".

In poco tempo arrivò un cameriere con un vassoio di bevande, che poggiò con destrezza sul tavolo in mezzo a loro. Vaarik accettò il suo solito tevesh con un cenno del capo, e in un attimo tutti avevano davanti a sé il proprio drink.

Ilaij non si fece sfuggire quella ghiotta occasione e sollevò il suo bicchiere verso il centro del tavolo, intonando contemporaneamente un brindisi.

"Alla nostra nuova amica," declamò ispirato, lanciando uno sguardo malizioso ad Eru, "che ha sicuramente reso l'Accademia un luogo più luminoso e più piacevole da frequentare."

La chiropteriana accolse il complimento inclinando graziosamente la testa da un lato, mentre le labbra si atteggiavano timidamente ad un sorriso.

Nello stesso istante, il bicchiere di Rebecca si incrinò, scricchiolando sinistramente tra le sue mani.

Dizzie lanciò un'occhiata significativa a Vaarik, che scosse cupamente la testa: se entrambi conoscevano abbastanza bene la loro compagna di corso, l'avrebbe presa come una sfida personale.

Infatti la ragazza trangugiò in un sorso quel che restava della sua bevanda, preparandosi allo scontro. Ravvivò con una mano i lunghissimi capelli ricciuti, inumidì le labbra con la punta sottile della lingua e si avvicinò alla coppia di piccioncini per dare battaglia con tutte le sue armi.

Vaarik notò con qualcosa di molto vicino alla nausea che un bottone della giacca color lavanda della giovane si era aperto come per magia, mettendo in risalto ancora di più il famoso décolleté della ragazza. Evidentemente Rebecca aveva deciso di giocare pesante.

Voltando la testa dall'altra parte, il vulcaniano elevò un caloroso ringraziamento agli dei dimenticati per la presenza di Dizzie e i suoi benedetti condotti ODN.

Campus dell'Accademia della Flotta Stellare.
Qualche tempo dopo...

"Ehi, Vaarik!"

Il vulcaniano sollevò gli occhi dal suo PADD e vide il cadetto Paul Foster attraversare rapidamente il vialetto del campus.

"Salve, Paul," salutò il vulcaniano, mantenendo un tono accuratamente neutro. "Posso esserti utile?"

"In effetti sì," rispose l'umano aggiustando il proprio passo per sincronizzarti con quello del vulcaniano. "Avresti qualche minuto da dedicarmi? Dovrei parlarti di una cosa."

Pur continuando a camminare, Vaarik non poté trattenersi dal sollevare un sopracciglio. Conosceva Foster dal momento che seguivano qualche corso insieme, ma non erano mai andati oltre qualche parola di circostanza.

"Sono qui per servirti," rispose quindi, con una certa dose di curiosità.

Foster si guardò cautamente in giro, come se temesse di essere seguito. "Bene. E che ne diresti di andare da qualche altra parte? Qui ci sono un po' troppe orecchie indiscrete."

Vaarik non aveva problemi in proposito. "Suppongo che tu abbia già un'idea piuttosto precisa su dove andare."

Foster annuì rapidamente, facendogli cenno di seguirlo.

Giunti alla porta del suo alloggio, l'umano bussò lentamente per tre volte. Poi attese.

Dall'altra parte risposero altri tre colpi.

Foster bussò altre due volte con deliberata lentezza. Poi fece per entrare, ma la porta non si mosse dal suo posto.

"Kamster, apri la porta," disse con una nota di esasperazione nella voce.

"Parola d'ordine!" squittì una voce dall'altra parte della porta.

"Ho detto apri la porta, rincretinito!" ringhiò l'umano.

"Parola d'ordine!" ripetè la voce, ma con meno convinzione questa volta.

"Se non apri questa stramaledettissima porta ti scuoio vivo e mi ci faccio un colbacco, hai capito?..." rispose Foster ormai paonazzo.

"E va bene, non si può mai scherzare con te..." piagnucolò la voce, poi la porta scivolò di lato, rivelando il peloso compagno di stanza di Foster.

"Devi scusarlo..." mormorò imbarazzato Foster al vulcaniano, "...non è colpa sua se è scemo."

I due fecero accomodare Vaarik nell'alloggio, poi gli dissero che alcuni giorni prima avevano rinvenuto una busta dal contenuto sospetto e che da allora avevano iniziato a fare un po' di indagini per loro conto. I due rimasero molto sorpresi nello scoprire che anche il vulcaniano aveva trovato una busta simile quasi contemporaneamente a loro, e questo non fece altro che accrescere la loro determinazione ad agire. Era evidente che qualcuno stava trafficando con del materiale classificato, ed era loro intenzione fare qualcosa per fermarlo.

O, per dirla con le parole di Kamster, "...è un lavoro sporco, ma qualcuno dovrà pur farlo!"

Messo prontamente a tacere il cricetone rinchiudendolo nell'armadio a muro, Foster spiegò ampiamente il suo piano a Vaarik. Il vulcaniano si limitò ad annuire pensierosamente per tutto il tempo, come se stesse assistendo ad una lezione di dinamica relativistica.

"Allora, che ne pensi?" chiese speranzoso l'umano al termine della spiegazione.

Vaarik rimuginò per qualche istante, poi scosse decisamente la testa. "E' illogico."

Foster si ritrovò con la mascella sul pavimento. "Ma... pensavo che il mio piano ti piacesse!"

"In linea teorica, sì," spiegò Vaarik con tono pacato, "ma tutto il tuo ragionamento si basa su un fatto quantomeno aleatorio, ossia che la spia effettuerà un'altra chiamata, proprio qui dall'Accademia, ed entro breve tempo. Il che può non essere vero."

"So che chiamerà," rispose Foster con intensità. "Me lo sento..."

Vaarik si esibì prontamente in quell'espressione di totale scetticismo che solo i vulcaniani sapevano fare. "Mi sembrava di ricordare che la razza telepatica fossimo noi, ma evidentemente mi devo essere sbagliato."

Foster sbuffò sonoramente, restio a darla vinta al vulcaniano. "Va be', diciamo che ci spero."

"Inoltre," aggiunse il vulcaniano, "nonostante il tuo piano sia piuttosto interessante, le sue basi logiche non sono per nulla accurate. Una semplice analisi statistica può mostrare che le probabilità di riuscita si aggirano intorno al 30%..." il morale di Foster stava scendendo sotto le scarpe, "...ma proprio questo dimostra quanto voi abbiate bisogno di uno come me," concluse il vulcaniano.

Poi Vaarik incrociò le braccia con aria vagamente soddisfatta e lanciò un'occhiata significativa all'umano. "Quindi vi aiuterò."

Foster immaginò che quello fosse il modo vulcaniano per dire "Ok, ci sto!" e decise di non prendersela troppo per le affermazioni di Vaarik.

"Molto bene," disse Foster con un sorriso beffardo, "a questo punto bisogna proprio che ti presenti la nostra arma segreta." Poi fece un gesto vago con le mani. "Vaarik, posso presentarti il cadetto Ejder McDuck?"

Un ridente scampanellio si diffuse nell'alloggio, mentre le luci si affievolivano improvvisamente. Pochi istanti dopo, quando tornarono alla loro consueta luminosità, nella stanza vi era un'altra persona.

"Delizioso! Io adoro i vulcaniani!"

Un giovane di origine bajoriana, ma dai tratti piuttosto particolari, stava in piedi proprio di fronte a Vaarik, con indosso un'uniforme da cadetto e un sorriso compiaciuto dipinto sulle labbra. Inoltre, cosa quantomeno inconsueta per un bajoriano, almeno dall'ultima volta che il vulcaniano aveva controllato, fluttuava con assoluta naturalezza a dieci centimetri dal pavimento.

Naturalmente, doveva esserci una spiegazione logica a questo fatto, ma stranamente, per quanto si sforzasse, al momento Vaarik non riusciva proprio a trovarne nessuna.

"Non ti preoccupare," lo rassicurò Foster con aria rassegnata. "E' solo che Ejder è un tantinello... come dire... morto."

"Fantasma di prima categoria, se non ti spiace," fece notare Ejder incrociando le braccia.

Inutile dire che Vaarik non potesse accettare questa spiegazione. "Tutto questo è assolutamente illogico. I fantasmi non esistono."

Ejder sembrò prenderla male. "E io cosa sarei? Un pinguino?"

"Sicuramente c'è un trucco da qualche parte. Un dispositivo antigravità, probabilmente."

Ejder sollevò le sopracciglia con aria di sfida. "E allora spiega questo, se ci riesci."

E passò attraverso il malcapitato vulcaniano.

"Comincio a pensare che questa cosa gli piaccia..." commentò Foster, passandosi una mano sul volto.

Vaarik intanto, poco disposto a dare credito alle parole del suo interlocutore, stava discutendo animatamente con Ejder, il quale dal canto suo tamburellava nervosamente sull'aria con la punta dello stivale.

"La logica impone che ci sia un'altra spiegazione. Forse c'è un emettitore olografico in questa stanza. O forse è un'allucinazione indotta telepaticamente. Ad ogni modo tutto questo non è reale."

"E' reale come le tue orecchie a punta, te l'assicuro."

"Non riuscirai a convincermi. Io non credo ai fantasmi. Sono solo frutto di illogiche superstizioni."

"Guarda che potrei offendermi."

"La cosa non mi riguarda minimamente. Tu non esisti."

"Se continui così tra un po' non esisterai neanche tu, sottospecie di elfo troppo cresciuto..."

"Ehi! Calma gente!" Foster era accorso per fare un po' d'ordine. "Non c'è bisogno di farne una questione. Ognuno può credere quello che più gli piace. L'importante è collaborare per il piano."

"Io con quello non ci parlo!" disse Ejder stizzito, voltandosi dall'altra parte.

Vaarik incrociò le braccia e si voltò dalla parte opposta. "E del tutto illogico discutere con chi non esiste nemmeno."

Dopo un quarto d'ora di estenuante lavoro diplomatico, Foster era riuscito a stabilire una tregua tra i due. Il patto era che Vaarik non avrebbe più fatto commenti sui fantasmi in presenza di Ejder, e Ejder non sarebbe più passato attraverso il vulcaniano.

Soddisfatto del risultato, Foster si sfregò le mani. Un buon lavoro, si disse. Ora non resta che: tirare Kamster fuori dall'armadio, reclutare Ugo, convincere Renko, e portare questa banda di decerebrati alla caccia di una spia professionista di cui non conosciamo nemmeno la faccia.

Il suo ottimismo svanì rapidamente.

San Francisco, Financial District.
La sera dopo...


*-------------------------------------------------MISSION: IMPOSSIBLE
 

Il colonnello Paul Joseph Foster aprì rapidamente il proprio tricorder, mentre il gruppo di cadetti faceva capannello attorno a lui. "E' lui. Il nostro uomo sta usando un terminale a meno di cento metri da qui." Sollevò lo sguardo oltre la spalla di Renko. "Direzione sud-sudovest."

"Andiamo," squittì Kamster, che era il più impaziente di tutti.

Al ritmo del tema di "Mission: Impossible", i sei cadetti si misero rapidamente in marcia, tentando di non dare nell'occhio. Il fatto che uno di loro camminasse a una spanna da terra, uno fosse un umano fuori dal suo tempo, uno un vulcaniano con i capelli lunghi e una cicatrice sulla faccia, un'altro portasse gli occhiali da sole anche se era notte, uno fosse un criceto gigante e l'ultimo un enorme drago arancione rese le cose un po' più difficili, ma per fortuna il cammino da percorrere era poco.

Svoltato un angolo, si trovarono di fronte a uno dei locali nei dintorni dell'Accademia. Fermo al terminale vicino all'entrata, si trovava un uomo.

Foster controllò un'ultima volta le sue letture. "E' McBride," disse, con uno scintillio di anticipazione nello sguardo.

Un rapido scambio di occhiate fu il segnale che era il momento di intervenire.

"Scusate la domanda..." azzardò Renko, mentre coprivano i pochi passi che li separavano dalla spia. "Esattamente, come pensiamo di fermarlo?"

"La cosa è semplice," mormorò Ugo, il mizarthu. "Siamo in sei. Gli saltiamo addosso."

Ma, come se in qualche modo l'avesse sentito, la spia chiuse la comunicazione, lanciò uno sguardo in entrambe le direzioni e scomparve velocemente nel locale, inghiottito dalla calca.

Il gruppo si fermò, indeciso sul da farsi.

Vaarik, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, fece sentire la sua voce per la prima volta. "Qualche idea?", chiese in tono caustico.

Foster lo guardò storto per un attimo, ma Renko era d'accordo con lui. "Ha ragione, Paul. Sai quanta gente c'è lì dentro?"

"Uomini di poca fede..." mormorò Ejder con aria condiscendente, poi scomparve scampanellando.

Riapparve pochi secondi dopo, raggiante. "Ho effettuato una ricognizione all'interno, in incognito, ovviamente. Il nostro uomo è seduto ad un tavolo, vicino all'uscita di sicurezza."

Anche se sembrava impossibile, Vaarik si incupì ulteriormente. "Io non credo ai fantasmi," sibilò tra i denti.

Ma il gruppo era già in azione. Foster faceva schemini sul selciato e sembrava Napoleone prima di una battaglia. Qualcuno si ritrovò a sperare che non fosse Waterloo.

"Ugo, tu ti posizionerai all'uscita di sicurezza. Di lì non potrà uscire. Ejder farà il palo qui fuori, nel caso arrivi qualcuno. Gli altri, con me all'interno. Quando vi farò cenno, gli saltiamo tutti addosso, e succeda quel che succeda. Tutti d'accordo?"

Cinque teste annuirono all'unisono, alcune meno convinte di altre.

"Molto bene. In azione!"

Alla spicciolata, i quattro prescelti entrarono nel locale. Il pub era strapieno, ma non fu difficile individuare la spia. Foster si sedette a cavalcioni di uno sgabello, ordinando una birra. Kamster si mise a sgranocchiare noccioline dalla parte opposta del bancone.

Vaarik si sistemò vicino ad una colonna assumendo quell'aria da entomologo annoiato che sembrano prediligere tutti Vulcaniani quando si trovano in circostanze sociali.

Renko svanì letteralmente in mezzo alla folla, ma in fondo passare inosservato era la sua specialità.

Paul cercò con lo sguardo i suoi compagni, poi cominciò a dettare il conto alla rovescia con le dita.

Tre, due, uno... ADESSO!

In un attimo gli furono addosso, bloccandolo sulla sedia tra gli sguardi sbalorditi degli avventori. Kamster, raggiante per la riuscita del piano, squittì, "Ti abbiamo preso, lurida spia!"

Incredibilmente, l'uomo sorrise. "Credete?", disse con voce blanda.

Poi iniziò a liquefarsi in una sorta di gelatina ambrata, lasciando di stucco i quattro cadetti.

Vaarik fu il primo a reagire. "Dominio!" gridò, senza sapere che fare per fermare la brodaglia che gli stava sfuggendo letteralmente tra le dita.

Foster iniziò a scrollare disperatamente le mani. "IIIIIHHH!! Che schifo! Un mutaforma!"

Ma intanto il grido di Vaarik aveva riscosso gli altri cadetti, di cui il locale era pieno. Molti di essi fecero muro per impedire al mutaforma di fuggire, ma quello, resosi conto del pericolo, estroflesse rapidamente dei lunghi tentacoli, con i quali cominciò a sferzare violentemente i cadetti. Foster si trovò sulla traiettoria di uno di essi, e non riuscì ad evitarlo. Il colpo tremendo lo mandò a sbattere rumorosamente contro il bancone, su cui rimase una poco confortante impronta.

Renko prese a gesticolare tentando di mettere in pratica una delle sue famose tecniche di arti marziali esoteriche, ma il mutaforma si scindeva e si riformava in continuazione e non era facile per lui riuscire a piazzare uno dei suoi colpi contro qualcosa che non aveva una fisionomia definita.

Continuando a schivare i tentacoli, Vaarik tentò di immaginare un piano per fermarlo, ma al momento l'unica cosa che gli veniva in mente era di tentare di distrarlo con una approfondita lezione di Algebra Lineare.

Bah!, si disse, tentar non nuoce...

"Un sistema lineare non omogeneo di m equazioni in n incognite ammette soluzione se e solo se il rango della matrice completa associata è uguale al rango della matrice dei coefficienti!" urlò, agitando le braccia per richiamare l'attenzione della brodaglia.

All'enunciato del Teorema di Rouché-Capelli, il mutaforma rallentò un istante, e Vaarik non fece alcuno sforzo per immaginare che il Fondatore lo stesse fissando con aria perplessa. Poi la massa ambrata si sollevò come un'onda di marea, pronta ad infrangersi contro i malcapitati cadetti.

Ma quel diversivo aveva dato a Foster il tempo necessario per ritornare alla carica, armato, questa volta, di una specie di aspirapolvere.

Click, SWWOOOSSSSHHHHH...

In un attimo l'intera brodaglia venne risucchiata dal tubo di aspirazione, mentre i campi di forza interni si autoregolavano per impedire a ciò che era stato imbottigliato di tornate fuori.

"Fatemi uscire," implorò una voce da dentro l'aspirapolvere.

"Cavoli!, ho aspirato un mutaforma..." commentò con ammirazione Foster, fissando con aria trasognata l'estremità del tubo di aspirazione.

Poi svenne.

Renko, che era lì vicino, ebbe la prontezza di prenderlo al volo mentre cadeva. "Paul!" chiamò allarmato, mentre lo depositava a terra il più delicatamente possibile.

In un attimo un capannello di persone si formò attorno alla scena. Vaarik tirò fuori un tricorder e lo regolò per la bioscansione. Poi si chinò e lo passò lentamente sul torace di Foster.

Il vulcaniano non era certo un medico, ma i dati erano lampanti. C'erano numerose lesioni interne, tre costole rotte, di cui forse una aveva perforato il pneuma. Ma la cosa più preoccupante era l'affievolirsi delle sue onde cerebrali.

Intanto Renko aveva attivato il suo comunicatore. "Cadetto Renko a Accademia. Teletrasporto di emergenza, direttamente in infermeria. Agganciate le coordinate del mio comunicatore!"

Poi Vaarik avvertì la frizzante sensazione del teletrasporto e in un attimo lui, Renko e Foster si rimaterializzarono nell'infermeria dell'Accademia. In un attimo la dottoressa Leneorat fu sul corpo dell'umano, esaminandolo con una sonda medica.

"Cosa diavolo è successo?" stormì.

"Trauma toracico." Renko era lì vicino e assisteva la dottoressa.

"Un centimetro cubo di poliadrenalina, presto. Che cosa l'ha colpito?"

"Un mutaforma," spiegò Renko sollevando l'aspirapolvere. "E' qui dentro."

La dottoressa si voltò sgranando i pistilli. "Un mutaforma?"

Renko annuì enigmaticamente dietro gli occhiali da sole.

Ad un metro di distanza, Vaarik fissava la scena con gli occhi opachi.

In un attimo la sua mente fu altrove, ad un universo di distanza. Gli ordini della dottoressa Leneorat si fusero con la voce di un altro medico, e per un attimo Vaarik vide sul lettino biomedico l'immagine di T'Eia, la sua compagna, con gli abiti strappati e il viso sporco e annerito dal fumo.

La sua vista si schiarì, e il vulcaniano vide un assistente che lo invitava a lasciare l'infermeria. "Venga via, cadetto. Ce ne occupiamo noi..."

Ma la sua voce scomparve, sostituita da un'altra che non esisteva da nessuna parte se non dentro la testa del vulcaniano.

Vaarik, aiutami!

T'Eia! gridò il vulcaniano, riconoscendo quella voce con ogni fibra del suo essere. Vaarik si guardò in giro, cercando di capire da dove provenisse la voce, ma intorno a lui poteva vedere solo la tenebra più completa.

T'Eia, dove sei? gridò, cercando di raggiungerla, lottando contro il dolore che rischiava di spaccare in due il suo cuore. T'Eia aveva bisogno di aiuto, ma lui non riusciva nemmeno a vedere dove si trovasse.

Vaarik! Aiutami, Vaarik!

Avvolto da una tenebra sempre più opprimente, Vaarik iniziò a correre a perdifiato, cercando di dirigersi nella direzione da cui sentiva provenire la voce, sentendo i polmoni che gli scoppiavano nel petto ma senza permettersi di rallentare. T'Eia lo stava chiamando, aveva bisogno di lui, e per tutti gli dei dimenticati nulla in nessun universo avrebbe potuto impedirgli di correre da lei.

Ma T'Eia era sempre più lontana, e Vaarik cominciava a sentirsi sempre più debole, sempre più stanco. T'Eia lo chiamò ancora, ma la sua voce era sempre più debole e distante. Infinitamente distante.

T'Eia!, gridò Vaarik, ma la voce si rifiutava di uscirgli dai polmoni in fiamme.

T'Eia!!! T'Eeeeiaaaa!!!!

"Vaarik, stai bene?" gli chiese Renko, trattenendolo per le spalle con forza inaspettata.

Lo sguardo del vulcaniano lo trapassò come se fosse fatto d'aria.

"Vaarik!" chiamò di nuovo l'ibrido, cominciando ad allarmarsi.

Il vulcaniano si riscosse con un lamento, e sembrò metterlo a fuoco per la prima volta. Lo guardò come se fosse l'ultima persona che si aspettava di vedere in quel momento.

"...cosa?..." disse con il fiato mozzo, cercando di mettere a fuoco quello che era intorno a lui.

"Stavi fissando il vuoto," gli spiegò Renko, con aria preoccupata. "Ho provato a chiamarti, ma non mi sentivi neanche. Si può sapere cosa ti è preso?"

"Io... io non lo so," mormorò il giovane vulcaniano, chiaramente confuso. Poi ricordò. "Foster?"

"Foster si è ripreso," si sentì rispondere. "La dottoressa dice che starà bene. Usciamo dall'infermeria, adesso."

Ma nel frattempo Vaarik si era già ricomposto. "Non sarà necessario. Tu resta con Foster. Io uscirò a... prendere una boccata d'aria," disse con disarmante serietà, e si allontanò cercando di recuperare la sua dignità.

Renko lo vide uscire dall'infermeria con passo misurato, ma si vedeva che era ancora scosso.

-Quel vulcaniano è sempre più un mistero-, pensò.

Poi si avvicinò rapidamente al lettino di Foster, affiancando la dottoressa Leneorat.

"Ci ha fatto prendere un bello spavento, sa cadetto?" stava mormorando la philosiana tra sé e sé, mentre con una fronda gli scostava una ciocca di capelli sudati dalla fronte. L'umano, imbottito di analgesici, sorrideva in maniera strana, come se avesse appena visto un vecchio amico che non incontrava da tanto tempo.

Da dietro gli occhiali da sole, Renko lanciò un'occhiata feroce all'aspirapolvere, che gemeva in un angolo.

"E tu ci dovrai dare un sacco di spiegazioni," disse con irritazione. "Ma che razza di spia sei? Hai seminato buste TOP SECRET per tutta l'Accademia!"

"Davvero?" rispose una voce da dentro l'aspirapolvere, e dal tono sembrava sinceramente stupita. "Mannaggia, ho dimenticato di nuovo di formare le tasche!"



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