LA DECISIONE

Città di de'Khriv.
Regione di Naril'ta, Vulcano.

Il cielo era in fiamme.

Oltre le spesse mura della città, oltre il frastagliato profilo del deserto pietroso, l'orizzonte ardeva dei riflessi rosso e oro del cielo di Vulcano, riversando sugli uomini e sulle loro case la sua luce calda e vibrante.

Proteggendosi gli occhi con una mano, Vaarik sollevò lo sguardo verso sud, verso il luogo dove sorgeva Khallikesh, il promontorio che dominava la città, proteggendola dagli eserciti nemici e dal vento del deserto.

Lì dove era sempre stata, scavata nella roccia stessa del promontorio, imponente e maestosa, si stagliava la facciata ciclopica della Cattedrale.

* * *

Naturalmente non si chiamava così. Quello era il nome che le avevano dato i primi stranieri, i terrestri, all'epoca in cui avevano messo piede per la prima volta sull'arido suolo di Vulcano, quando i problemi di traduzione erano ancora un ostacolo significativo tra le due culture. Ma con il passare del tempo quella parola, così semplice eppure così ricca nei suoi significati, aveva sedotto perfino i vulcaniani più oltranzisti, soppiantando infine il nome originario.

La sua costruzione risaliva ai tempi delle sanguinose guerre per l'acqua che avevano sconvolto il pianeta per millenni, il tempo dei crudeli tiranni e dei feroci signori della guerra. La storiografia ufficiale diceva che la sua costruzione risalisse a circa novemila anni fa, quando la dinastia T'Rijel dominava la città e la valle sottostante, ma alcuni studiosi, soprattutto non nativi del luogo, sostenevano che ne avesse più di quindicimila.

La sua funzione originaria doveva essere stata di difesa, una fortezza incastonata nel fianco del promontorio, rifugio ideale contro le scorribande dei predoni o le terribili tempeste di sabbia che potevano devastare un'intera provincia. Con l'andare dei secoli, però, la sua funzione era divenuta principalmente sacrale, portandosi al centro dei culti religiosi diffusi prima del Tempo del Risveglio.

Perfino in tempi moderni, tempi consacrati alla logica e alla razionalità, all'interno di essa si svolgevano ancora gli antichi rituali interdetti agli stranieri, e il suo nome veniva pronunciato con un misto di timore e di rispetto.

Ancora una volta, Vaarik fissò l'immagine della costruzione a lungo, in maniera da poterla ricordare nei particolari.

La Cattedrale era la sua destinazione.

* * *

Vista da vicino, la facciata della Cattedrale era ancora più imponente.

Era ricavata dalla stessa roccia del promontorio, incassata nella parete che dava verso la città. Vaarik volse lo sguardo alle enormi porte in pietra, immensi monoliti levigati sorretti da cardini alti quanto un uomo. Le porte erano chiuse, come sempre, eccetto che nello svolgimento delle funzioni più solenni. L'accesso all'interno era consentito da porte più piccole, poste ai lati della principale e studiate appositamente per non far penetrare all'interno il tremendo calore dell'aria di Vulcano.

Appena fu all'interno della costruzione, Vaarik si sentì avvolgere da un'atmosfera strana e innaturale. L'interno della Cattedrale era un antro cavernoso, lungo ottocento metri e altrettanto largo, e alto più di duecento metri nel suo punto massimo. Il soffitto ciclopico era rinforzato da colonne larghe come speroni di roccia, il pavimento di nuda pietra ricavato dal basamento stesso del promontorio. La temperatura all'interno era più bassa di circa dieci gradi, e la luce era fornita da alte e strette feritoie dotate di vetri colorati che penetravano per metri nella spessa roccia fino a sboccare all'esterno. Gli stranieri rimanevano sempre stupiti dall'uso che i vulcaniani facevano del vetro nelle loro architetture, ma del resto su Vulcano la sabbia era uno dei materiali da costruzione più facilmente reperibili. Insieme all'abbassamento di temperatura, l'effetto dei vetri verdi e azzurri era quello di dare a chi si trovava all'interno la sensazione di essere proiettato in una dimensione diversa, quasi subacquea, una dimensione estranea ma stranamente confortante. Grande doveva essere stato il potere di un'atmosfera del genere su un popolo abituato a vivere nel deserto, e questo spiegava in parte il fascino che la Cattedrale aveva sempre esercitato.

La zona centrale della costruzione era sottolineata da una vasta zona sopraelevata, una vasca di materiale perlaceo in cui zampillavano fresche fontane di acqua purissima. Le fonti attingevano ad un pozzo sotterraneo situato molte decine di metri sotto il pavimento della Cattedrale, un requisito fondamentale per quando il luogo era un rifugio non solo spirituale per la gente della città.

Al centro di essa, sopra un grande basamento di roccia lavica, due sagome di pietra, una circolare e una triangolare, si intersecavano reciprocamente a formare l'elegante simbolo dell'IDIC, illuminato da una serie di faretti e dai riflessi cangianti dell'acqua nella vasca.

Al vertice del triangolo, unica concessione all'opulenza in un luogo altrimenti austero, brillava come un piccolo sole un grande gioiello finemente sfaccettato.

Ma Vaarik non era lì per ammirare l'architettura, o per studiare la storia.

Vaarik era lì per un altro un motivo. Lungo tutto il perimetro interno della sala, ad eccezione della parete nella quale si trovava la porta, l'unica affacciata verso l'esterno, correva un serie interminabile di porte, centinaia di porte una accanto all'altra, identiche una all'altra, dall'aspetto antico e solenne.

Dalla navata principale non era possibile capire dove portassero, ma si poteva comunque intuire che in qualche maniera conducessero nelle profondità del promontorio. Sopra ogni porta vi erano poche parole, alcune incise di recente, altre vecchie di secoli. Vaarik trovò quello che stava cercando con dolorosa rapidità.

Un discreto pannello di controllo era incassato nel muro a lato della porta, e Vaarik poggiò il palmo della propria mano sulla superficie vetrosa. Rapidamente il semplice sistema di controllo sbloccò la porta, lasciando che i due battenti scivolassero indietro lentamente. Durante tutto quel processo l'unico suono a malapena udibile fu l'esitante sospiro dei servomeccanismi.

Con il respiro stranamente doloroso all'interno dei suoi polmoni, Vaarik fece un passo verso l'oscurità che l'attendeva oltre quella porta.

* * *

Il corridoio era piuttosto lungo, e discendeva rapidamente nel ventre del promontorio.

Con un semplice calcolo sulla pendenza della scalinata qualunque vulcaniano avrebbe potuto trovare la profondità alla quale era giunto, ma in quel momento la mente di Vaarik era avvolta da un manto di sordo dolore che gli impediva di pensare con chiarezza. Quella discesa, compiuta con passi esitanti la cui eco si perdeva sulle pareti di pietra porosa, rappresentava per il vulcaniano una vera e propria discesa nelle profondità della sua anima.

In fondo al corridoio vi era una forte luce, ma dal corridoio non era possibile scorgere cosa la generasse. Dopo alcune decine di passi il corridoio si allargò improvvisamente, rivelando un'ampia stanza circolare dal soffitto a volta. Tutta la stanza era illuminata a giorno, e la luce proveniva da un globo a fusione incastonato nel punto più alto del soffitto, il cui spettro di emissione era identico a quello del sole di Vulcano. Le pareti erano dipinte di una tonalità calda, come la sabbia del deserto, e lungo il perimetro erano disposte le forme geometriche dei candelabri rituali.

Ma Vaarik non prestava attenzione a nulla di tutto questo.

Il suo sguardo era catalizzato dal grande monolito color ossidiana che sorgeva al centro della stanza, incastonato nel pavimento come un obelisco mozzato. Con passi misurati il vulcaniano si avvicinò alla struttura, lo sguardo fisso sull'immagine riflessa di se stesso che la superficie del monolito gli rimandava come uno specchio brunito. Giunto ad un passo di distanza Vaarik si fermò, il cuore imprigionato in una morsa di ghiaccio che si faceva via via più stretta a mano a mano che il tempo passava.

Lentamente la sua mano si sollevò verso la superficie vetrosa, mentre dall'altra parte la sua controparte imitava il suo movimento con innaturale simmetria. Le due mani si avvicinarono lentamente, sempre più vicine, fino a trovarsi quasi a contatto l'una con l'altra.

Un attimo di esitazione, il tempo di un respiro, poi le due mani s'incontrarono, palmo contro palmo, e per un folle momento nella mente di Vaarik si affacciò la domanda su quale delle due fosse il riflesso e quale l'originale.

Poi in un istante quel pensiero venne spazzato via, perché, diffondendosi a raggiera dal punto dove le due mani si erano incontrate, il colore della superficie iniziò a tremolare, poi si assottigliò come una nebulosa di pulviscolo dispersa dal bagliore di una supernova.

In pochi secondi la sua immagine riflessa non fu più che un ricordo, mentre su tre dei quattro lati del monolito l'oscurità si disperdeva rivelando ciò che era custodito al suo interno.

All'interno della teca nulla era cambiato.

E, provando inaspettatamente una fitta di dolore e di sollievo insieme, Vaarik seppe che anche all'interno del suo cuore nulla era cambiato.

"Sono qui," disse sfiorando con le dita la fredda superficie della teca, mentre il suo sguardo si posava sul volto della donna che riposava oltre quello schermo infrangibile.

"Sono qui, T'Eia, amata mia."

* * *

Dietro alle spesse pareti di cristallo della teca funeraria, il corpo di T'Eia riposava immobile e composto, protetto per l'eternità da qualunque agente esterno potesse intaccarlo. Quella della teca di stasi era una pratica raramente in uso presso in Vulcaniani moderni, che generalmente preferivano cremare i propri defunti per restituirli alla sabbia del deserto.

Ma lì a Khallikesh, la roccia della memoria, da generazioni resisteva quel metodo di inumazione antico e solenne, gentile con i defunti ma beffardamente doloroso con coloro che restavano, impossibilitati a lasciarsi alle spalle il volto di coloro che erano scomparsi. Era forse proprio per questo motivo che Vaarik aveva eletto quel luogo per la sepoltura della sua sposa. Di certo, molto più che per il fatto che, dall'altra parte dello specchio, l'immenso complesso di altiforni e miniere che costituiva la controparte di questo luogo era stato la sua città natale.

Naturalmente, Vaarik non avrebbe avuto alcun bisogno di quell'usanza per non dimenticare il volto di T'Eia. Egli ne ricordava ogni tratto, ogni particolare come se fosse stato impresso a fuoco nella sua struttura neurale. Gli occhi ovali, le sopracciglia gentilmente incurvate verso l'altro, le labbra delicate, le orecchie elegantemente appuntite, la frangia di capelli castani sempre leggermente spettinata, la treccia curata che scendeva lungo la spalla seguendo i contorni della candida tunica rituale. Ogni particolare colpì il suo cuore come la lama affilata di una lirpa, e Vaarik si rifiutò di provare vergogna per l'intensità del dolore e del rimpianto che provava ad ogni affondo.

La Disciplina era importante, il controllo indispensabile.

Ma il ricordo di T'Eia lo era di più.

Disperatamente di più.

Vaarik avrebbe provato il dolore fino in fondo, sperimentato l'angoscia in ogni fibra del suo essere, e non si sarebbe sottratto alla disperazione neppure per un istante. Avrebbe continuato a sottoporsi a quella tortura indefinitamente, perché dentro di lui, annidato nelle profondità della sua anima come un tumore maligno sempre in procinto di esplodere, albergava il terribile pensiero che se avesse cominciato a controllare quelle emozioni, se fosse riuscito a superarle, alla fine l'avrebbe dimenticata.

Durante i primi mesi dopo il salto, quel pensiero, quella paura inconfessabile avevano rischiato di distruggere per sempre la sua sanità mentale. Vaarik aveva trascorso un lungo periodo in una struttura di riabilitazione su Vulcano, seguito da specialisti di psichiatria vulcaniana. Forse può sembrare strano, ma come per tutte le persone, perfino per i vulcaniani esiste un punto oltre il quale la capacità di sopportare il dolore non può andare. Oltre quel punto, si annida una strada molto pericolosa, una strada che conduce inesorabilmente verso la follia.

In quei primi tempi, nessuna delle persone che lo seguivano avrebbe saputo dire se Vaarik sarebbe riuscito a superare il trauma, a ritrovare la strada verso la sua sanità mentale. Lunghi erano stati i mesi in bilico tra il buio confortevole della follia e la dolorosa luce della consapevolezza, ma alla fine Vaarik, grazie ad una forza di volontà che sfiorava pericolosamente l'ossessione, aveva vinto la sua battaglia, rifiutandosi infine di cedere al seducente richiamo dell'oblio.

In fondo alla sua coscienza, Vaarik sapeva che non sarebbe mai riuscito a liberarsi di quel peso che gravava attorno al suo cuore, fino al giorno in cui il Fato non avrebbe reclamato la sua anima così come aveva fatto con quella della sua sposa.

Allora, la sofferenza avrebbe avuto fine, dissolta finalmente nelle tenebre consolatrici dell'oblio.

Ma nel frattempo, lui avrebbe continuato ad andare avanti, cercando uno scopo per la sua vita, anche se questo avrebbe voluto dire ricominciare tutto da capo.

Appoggiò la mano contro la parete trasparente della teca, avvertendo il freddo contatto del cristallo sulla sua pelle. In un gesto profondamente simbolico, le sue dita si divisero nella forma del saluto vulcaniano, un gesto che racchiudeva in sé un numero infinito di significati.

-Adesso devo andare,- disse con la voce del pensiero, sentendo che gli occhi cominciavano a dolergli in maniera strana, come se qualcuno stesse spargendo frammenti di vetro dentro di essi. -Ma un giorno, mia amata, tornerò da te.-

Poi allontanò la mano dalla superficie della teca, lasciando che il cristallo polimerico di cui era composta riprendesse l'originale colore brunito.

E mentre si allontanava lentamente dalla teca funeraria che avrebbe preservato il corpo della sua sposa per l'eternità, Vaarik il vulcaniano ripeté ad alta voce la sua promessa.

-Un giorno tornerò da te, amata mia.

E quel giorno, sarà per sempre.-

* * *

Vaarik era seduto sui gradini della Cattedrale, lo sguardo rivolto al cielo e alle sue luci tremolanti, come se cercasse in esse le risposte che in terra non poteva trovare. Le sue riflessioni vennero interrotte dal suono inaspettato di passi che si avvicinavano nella notte.

"Buonasera, consigliere," disse al nuovo arrivato, sapendo chi fosse senza bisogno di voltarsi. "Buonasera, signor Vaarik," rispose l'uomo, ormai in piedi di fianco a lui e mettendosi a sua volta ad osservare il cielo stellato. "Spero di non disturbala."

"Nessun disturbo," lo rassicurò freddamente Vaarik, alzandosi in piedi. "Stavo proprio per fare rientro al Centro."

"Sì, ne sono certo." Il tenente comandante Memok era il consigliere di bordo della USS Nemesis, la nave che per prima aveva portato assistenza alla Spada di Surak dopo il suo passaggio dimensionale, e di conseguenza era stata la prima persona a seguirlo nel durissimo periodo seguito al salto e la morte della sua compagna. Da allora, Memok aveva costantemente monitorato le sue condizioni, prima direttamente a bordo della Nemesis, e successivamente andando a visitarlo al Centro di Risoluzione Mentale tutte le volte che poteva, compatibilmente con i suoi doveri di ufficiale. In quei mesi, Vaarik aveva imparato che il consigliere era decisamente un vulcaniano sui generis: basso di statura, vagamente insopportabile e con una vena di cinismo che faceva passare per senso dell'umorismo.

Dandosi un colpetto alla tesa del vecchio cappello di feltro, e che indossava ogni volta che non era in uniforme, il consigliere lanciò un'occhiata in tralice al vulcaniano più giovane. "Allora, vogliamo incamminarci?"

Vaarik non rispose, ma iniziò a ridiscendere il viale che si snodava in direzione della città.

L'altro vulcaniano, nonostante fosse molto più basso di statura, non fece alcuna fatica a tenere il suo passo, una cosa che curiosamente irritò Vaarik molto più di quanto volesse ammettere. In realtà, c'erano poche cose in quell'uomo che non lo irritavano, prima fra tutte la sua insopportabile psicologia da quattro soldi.

Dopo alcuni minuti nei quali camminarono in silenzio l'uno accanto all'altro, facendo oscillare all'unisono le lunghe capigliature, Vaarik si rivolse nuovamente al consigliere.

"Ho riflettuto attentamente sulla sua proposta," disse, continuando a rivolgere imperterrito lo sguardo avanti a sé. Poi tacque, come se non trovasse le parole giuste.

"E.." lo incitò il consigliere, quando il suo silenzio si protrasse per alcuni istanti.

"Il prossimo trimestre frequenterò l'Accademia della Flotta Stellare."

La frase aleggiò tra di loro per alcuni istanti, pesante come una condanna capitale. Durante quel tempo, Memok ebbe modo di notare come dopo quell'affermazione Vaarik apparisse svuotato, come se pronunciarla avesse consumato tutte le sue energie. Rapidamente scacciò quell'impressione.

"Ne sono lieto, signor Vaarik. Lei ha fatto la scelta più logica," commentò con aria d'approvazione.

"Un altro modo per dire l'unica!" sibilò ironicamente il vulcaniano più giovane, fermandosi per la prima volta a guardare in faccia il consigliere.

"Questo non è del tutto esatto, signor Vaarik" affermò Memok, sostenendo il suo sguardo. "Le stiamo offrendo una seconda possibilità, l'opportunità di ricominciare la sua vita da zero. Vi sono uomini che farebbe di tutto, letteralmente, per avere questa stessa possibilità."

"E allora perché non andate da loro e mi lasciare in pace?" rispose d'impulso Vaarik, anche se già sapeva quello che avrebbe risposta il consigliere.

"Perché loro non provengono da un altro universo nel quale pende su di loro una condanna a morte," disse Memok guardandolo seriamente. Poi i suoi tratti si ammorbidirono. "Non sia testardo, signor Vaarik. Tutto quello che noi le chiediamo in cambio è di cogliere questa possibilità."

"Alle vostre condizioni," concluse l'altro vulcaniano, rifiutandosi ostinatamente di cedere.

"E se fosse?" domandò il consigliere, sentendosi forse particolarmente filosofico. "Questo rende forse la decisione meno logica, o il consiglio meno assennato? No di certo. Le dico una cosa, signor Vaarik. Una volta ho conosciuto un uomo che nel suo caso direbbe che 'ci sono sempre delle possibilità'."

"Mi piacerebbe proprio conoscerlo," mormorò Vaarik a mezza voce, riprendendo a camminare a grandi falcate.

E lo farai, ragazzo, pensò il consigliere Memok osservandolo mentre si allontanava, e lasciando che una punta di preoccupazione si insinuasse nel suo animo.

A suo tempo lo farai...

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