PERCORSI & RELAZIONI

Spazi e tempi di condivisione by Alessandro Floris M.D.              

VARIE ED EVENTUALI

La vera luce è quella che emana  dal profondo dell’essere umano e rivela all’anima i segreti del cuore rendendola felice e paga della vita. La Verità è come le stelle: emerge soltanto dall’oscurità della notte. La Verità è come tutte le cose belle di questo mondo: non si mostra desiderabile se non a coloro che cominciano a sentire il peso della falsità. La Verità è una profonda benevolenza, che ci insegna ad essere contenti nella vita di ogni giorno e a condividere la contentezza con gli altri.

(Kahil Gibran, da Scritti dell’Ispirazione, Un’antologia, pag. 171, Oriente Universale Economica Feltrinelli)

La Verità

florisaless@tiscali.it

La crisi della mezza età

e la via della religio

 

E’ il cambiamento maschile, o meglio un’esigenza di trasformazione non vissuta e non risolta. La parola greca krisis significa tra l’altro decisione, e di fatto l’uomo si trova a dover decidere se seguire la propria strada consapevolmente o soffrire inconsapevolmente. Tuttavia non sta a lui scegliere se proseguire come ha fatto finora o cambiare. Il modello non concede tutta questa libertà e costringe in un modo o nell’altro al cambiamento. Se nel viaggio di andata la Bibbia ci esortava con queste parole: “Rendete sottomessa la terra”, nel viaggio di ritorno ci dice: “In verità vi dico: se non cambierete e non diventerete come bambini, non otterrete il regno dei cieli”.

  La maggior parte delle persone anche ai nostri giorni, si rende conto che è tempo di tornare indietro. Soltanto che tendiamo a vivere le cose solo sul piano fisico. I cinquantenni, invece di diventare interiormente bambini, si vestono seguendo la moda infantile, acquistano auto sportive, e cercano amiche giovani. Visto che il culto della gioventù predomina, tutto questo non è affatto difficile. Le macchine sportive, dato il loro costo, vengono costruite soprattutto per i signori di una certa età, la moda è in ogni caso indirizzata a un pubblico giovane e a causa dell’allontanamento anche psicologico dai genitori molte ragazze si uniscono spesso a uomini più anziani, sui quali proiettano l’irrisolto rapporto col padre. Questo modo di affrontare la crisi del mondo esterno fa sorridere; in ogni caso è sempre migliore di un drastico rifiuto a fare il passo necessario. Chi si rifiuta in senso traslato, costringe il corpo a intervenire. La depressione sarebbe una forma irrisolta di cambiamento. De-pressione significa letteralmente “via dalla pressione” o “rilassamento”, e in effetti un tale atteggiamento di vita porta all’abbandono di tutte le tensioni anche se irrisolte.

  Invece di lasciare in sospeso il problema della propria vita e di farlo risolvere alla società, si cerca distensione, ma in modo pretenzioso. Nella periferia del mandala la tensione è al massimo e, proprio dove lo spiegamento di forze e di influenze ha raggiunto il culmine, è necessario ritornare all’unità, che è priva di ogni tensione. Un detto popolare definisce queste realtà: “Nel momento più bello, bisogna smettere”. L’esperienza insegna infatti che in seguito è tutto necessariamente meno bello.

  Il mito descrive in tutte le varianti il ritorno a casa dell’anima: Parsifal, come Ulisse o gli Argonauti, cerca la via che porta all’unità. La Bibbia racconta del Figliol Prodigo che tornando alla casa del padre, simbolo dell’unità, ottiene la giusta ricompensa ed è trattato meglio dell’altro figlio che non ha osato intraprendere la via del mondo della polarità, della sofferenza e della divisione. Gli eroi di ogni fiaba seguono questo modello archetipico.  Talvolta l’abbandono dell’unità viene facilitato dalla presenza di una matrigna cattiva, però l’eroe deve comunque sottomettere la terra e trovare la sua altra metà, cioè integrare la sua ombra. Dopo essersi riunito ad essa, sotto forma del matrimonio con una principessa, tornano insieme alla casa del padre, e “se non sono morti, vivono ancora oggi”.

  Questo modello è ancora valido ed è lo stesso a cui l’uomo moderno deve attenersi.

  Prima la religione offriva l’aiuto necessario per intraprendere questa strada. Oggi, che le grandi religioni hanno esteriorizzato il loro sapere, la religio, intesa come riunificazione con le origini, deve continuare a svolgere questo compito. La medi-tazione mira allo stesso fine, il centro, e in passato, lo faceva anche la medi-cina, come il nome stesso dimostra. Certamente era una medicina archetipica, che si basava sui simboli, paragonabile alla medicina degli indiani. Non si presentava nella forma di pillole, bensì mirava al cuore.

 

Domande esistenziali:

 

1. A quale punto del modello di vita mi trovo ora?

2. In quale punto della strada della mia vita sto sul piede di guerra?

3. Dove e in che modo mi oppongo al ritorno del modello?

4. Quanta tensione esiste nella mia vita?

5. Quali vie di distensione mi si offrono?

6. Ho realizzato gli scopi della mia vita o sono andato oltre il limite?

7. Cosa potrebbe ancora salvare la mia vita?

 

(Tratto da MALATTIA, LINGUAGGIO DELL’ANIMA; di Rudiger Dahlke, Ed Mediterranee)     

Casella di testo: Casella di testo:

Proteso verso la profondità, l’ignoto, il coperto,

verso lo sconosciuto, l’interno, il nascosto.

Proteso verso ciò che c’è ma non so,

a volte negando, altre cercando, e altre ancora ….

Proteso verso la luce, il buio, l’ombra,

verso il sole, la notte, il pomeriggio inoltrato.

Proteso verso qualcuno, gli altri, me stesso,

verso la veglia, il sonno, il sogno.

Proteso verso il desiderio di stupirmi di fronte

a una partenza, un arrivo, uno star fermo.

Proteso e attento verso il domani

mentre costruisco il mio piccolo quotidiano.

Proteso

SILENZIO

Mi riempie il silenzio,

portatore di suoni dall’interno,

sollievo per la confusione diurna,

tacito amico della pace notturna.

Mi riempie il silenzio,

mentre attendo l’arrivo sconosciuto,

nell’ascolto di ciò che non è ancora detto,

in questo istante senza tempo.

 

ONDE

 

Ondeggia l’umore, come le leggere onde della risacca che lambiscono la battigia col ritmo blando di chi non ha voglia.

 

Ondeggia l’umore, e spinge alla risata, alle lacrime, al momento di euforia, al groppo in gola e allo stomaco, al sospiro.

 

Ondeggia l’umore, un bagno caldo lava via la stanchezza e l’odore, il ritmo della vita assicura del passare delle ore.

                                              LUNGO LA STRADA VERSO ….

Lungo la strada che conduce
alla primavera e all’inverno,
ma anche all’autunno e all’estate,
incontro luci e lamiere, calore e freddo,
sole, nebbia e nubi.
Lungo questa strada, la stessa di prima,
sento parole e lamenti, musica e canti,
urla, gemiti e silenzi.
Lungo quella strada,
ancora la stessa,
mi accorgo che ciò che mi tiene
lontano dalle mie radici
non sempre è evidente e, anzi,
spesso si nasconde sotto le pieghe
del quotidiano, andando a pescare
nei non risolti e, quindi, sempre attuali,
come e perché.

In questa grande casa
dove i muri ascoltano
e le cose parlano,
cerco risposte
che solo parzialmente
il ticchettio del pendolo,
le voci in lontananza
e il cinguettio costante
possono darmi.
In questa grande casa
dove le stanze si rinnovano
nello spirito sempre uguale
della tenerezza,
mi siedo ad aspettare
di venir colto dall’intuizione profonda
che rassereni il mio passato.
In questa grande casa,
dove i pensieri albergano silenziosi e attenti,
mi immergo nella serenità dello scorrere del tempo,
pago di ciò che sono,
ma orientato al completamento del divenire.

Le giornate che si allungano
e i mandorli in fiore
mi avvisano dell’incipiente sbocciare del dopo,
in un continuo svilupparsi del progetto
che istantaneamente si prolunga
aggettandosi nel presente.

Il passaggio è stato a lungo rinviato
ma ora che è compiuto mi accorgo
che valicare i ponti che mi congiungono al passato
sa tanto di liberazione che accolgo con un sospiro ricco di
unicità ritrovata.

Un cumulo bianco
invita il mio sguardo
e indica la direzione
verso l’azzurro.
Un cumulo bianco
lentamente si inoltra
nella profondità dell’infinito,
lasciando alle sue spalle fili sospesi al nulla.
Un cumulo bianco
si stende lungo l’orizzonte
lasciando solo un minimo e trascurabile spazio
all’incertezza disarmante del ritorno.

Per 45 giorni ho resistito
al flebile richiamo della Casa del Padre,
insistendo nella rinuncia
a quel momento di ascolto interiore.
Per 45 giorni ho evitato, anche,
di mettere piede nella casa del padre,
assecondando il rifiuto che sento ancora vivo.
Dopo 45 giorni ho varcato la soglia,
resistendo al resistere, rifiutando il rifiuto,
e liberando quel confuso clamore
di pensieri, ricordi e progetti,
di oppressione senza immagini,
di richieste di chiarezza
che ora posso rileggere
una volta riassaporate le radici
di ciò che sono e sarò,
linfa vitale dei miei come e perché.

 

 

 

Ceneri.
Ceneri dal legno, dalla carne, dall’animo.

Ceneri,

come ultimo residuo di una vita
bruciata troppo in fretta,
priva del senso che la può significare
all’insegna di un progetto compiuto.

Ceneri,

come forma di pentimento
di ciò di cui non ho intenzione di pentirmi,
perché ogni passo da me compiuto
mi ha portato qui, ora,
a guardarmi intorno e dentro e
a dirmi: “Sì, ci sei”.

Ceneri,
come digiuno dall’eccesso,
come segno di fragilità,
come ricerca di quelle mancanze che,
in quanto mancanze, che non ho commesso
o … non voglio aver commesso …
e che concorrerebbero al completamento.

Ceneri,
come ripartenza verso la rinascita,
come rito che, con la sua ripetitività,
consente stabilità al presente.

Ceneri,
che il vento può trascinare, disperdere, diffondere
ma non annullare.

 

Ceneri,
come segno tangibile,
ancorché a volte impercettibile,
della presenza, anche dopo,
quando il fusto arboreo della carne
sarà solo cenere al ritorno
nel grembo della grande madre terra.
Un ritorno trampolino verso la rinascita.