PERCORSI & RELAZIONI

Spazi e tempi di condivisione by Alessandro Floris M.D.              

Pagina sempre in costruzione

Casella di testo: Alcolismo e alcolisti
Casella di testo:   
Sembra che noi tutti siamo stati colpiti, ad un certo punto della nostra vita, da quella improvvisa sensazione che capita quando ci accorgiamo che qualcuno di nostra conoscenza sta attraversando quella nebulosa linea di confine tra il bere un po’ troppo e l’alcolismo.  Noi tutti abbiamo guardato con orrore alla rovinosa condizione di un parente o un collega di lavoro alcolisti, siamo stati testimoni di sbronze terribili terminate con un ricovero in ospedale, abbiamo sperimentato quel senso di vuoto alla bocca dello stomaco nel vedere un alcolista che sembrava ormai recuperato cominciare il lento ma inarrestabile ritorno all’inferno alcolico. O, ancora, abbiamo all’improvviso capito da noi stessi che quel bere una volta ogni tanto, facilmente gestibile, si era trasformato in un gioco troppo duro, e che avevamo perso il controllo sull’alcol sentendoci incapaci da fare qualunque cosa. 
  L’alcolismo è dilagante; ma se noi lo guardiamo da una certa prospettiva, notiamo che l’alcolismo è solo un componente di un modello più esteso di dipendenza da sostanze chimiche. Tra queste, l’alcolismo è solo la dipendenza a maggiore prevalenza e, di sicuro, la più mortale. Si tratta di un caso di impotenza non dichiarata, che coinvolge milioni di persone, nei riguardi di un’unica potente sostanza. Il potere dell’alcol incute timore non solo per il numero di persone coinvolte ma anche per la presa, il potere di aggancio, che ha sugli individui. Non è inusuale che un alcolista che è rimasto sobrio per dieci o più anni ritorni alle sue abitudini alcoliche precedenti, come se non ci sia stato nessun miglioramento o nessuna guarigione. Gli Alcolisti Anonimi prendono ciò come esempio dell’inguaribilità dell’alcolismo; per loro si tratta di una malattia che può andare incontro a remissione, ma che continua ad essere presente e può essere attivata da un solo bicchiere.   
Claude Steiner 
(tratto da Healing Alcoholism, 2003)

      florisaless@tiscali.it

Quanto alcol ci vuole

per farsi del male?

 

E chi lo sa! Per alcuni molto, per altri molto meno. Certo è che a volte si ha un’idea un po’ confusa perfino delle dosi accettabili.

 

Bevitore adeguato

 

Uomo

 

2,5 bicchieri di vino a 12°

 

2 lattine di birra a 5°

 

2 bicchierini di superalcolici a 40°

 

Donna

 

1,5 bicchieri di vino a 12°

 

1 lattina di birra a 5°

 

1 bicchierino di superalcolici a 40°

 

Abusatore

(oltre le quantità sopraddette

all'interno dei pasti)

 

Bevitore eccessivo

(oltre le quantità sopraddette

anche al di fuori dei pasti,

con la possibilità di incorrere

in disturbi di tipo fisico)

 

Bevitore problematico

(utilizza l'alcol per sfruttare

gli effetti farmacologici)

 

Alcoldipendente

 

Colui che non riesce a smettere
anche quando comincia a capire
che l’alcol per lui è un danno,
che gli comporta o gli comporterà
seri problemi di natura fisica.

         (NOA, Asl Città di Milano)

 

 

 

 

Alcolismo = Alcoldipendenza

 

Secondo il DSM IV TR (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) per poter dire che un uomo o una donna sono alcoldipendenti è necessario che si verifichino almeno 3 delle seguenti condizioni riscontrabili in un periodo di almeno 12 mesi:

 

Tolleranza: la necessità di aumentare la quantità di alcol per mantenere gli effetti desiderati

 

Sintomi da astinenza o necessità di ingerire alcol per evitare sintomi da astinenza

 

Ingestione di quantità d'alcol maggiori o per periodi di tempo più lunghi di quanto pensato

 

Desiderio persistente o tentativi di ridurre o controllare la quantità di alcol assunta

 

Impegno di tempo per procurarsi e bere alcol o per riprendersi dai suoi effetti

 

Abbandono di attività sociali, lavorative o ricreazionali a causa del bere

 

Persistenza del bere nonostante la consapevolezza di avere problemi sociali, psicologici e fisici legati al bere

 

 

Tutto ciò succede in genere, ma non sempre, al di fuori della consapevolezza; l’Alcolista cioè molto difficilmente si rende conto di ciò che gli sta succedendo, nega di avere questi problemi, di vivere quelle difficoltà, nasconde a se stesso la realtà e possibilmente scarica sugli altri le responsabilità di ciò che gli succede; altre volte si rende conto di ciò che sta succedendo ma - come vi ho detto prima - non riesce a smettere comunque.

 

 

Casella di testo: Ricapitolando 
L'alcolista è colui che consapevolmente o meno usa l'alcol come medicina per riempire un vuoto esistenziale, ma che poi viene agganciato dall’alcol come la peggiore delle droghe. 

Purtroppo, molto spesso l’alcolista nel momento in cui non beve sente un vuoto dentro di se, si sente solo, incompreso, incapace di stare insieme agli altri ed in effetti è come se recitasse una tragedia teatrale in cui, nell’ultima scena altamente drammatica, morirà annegando in questo liquido fatale, in genere in piena solitudine. 

In tutto ciò l'alcolista coinvolge pesantemente la famiglia:

è sempre meno efficiente e responsabile
chi vive con lui si sente pieno di rabbia e rancore 
i figli o la moglie fanno pian piano le cose al posto suo
la famiglia stessa si isola dal vicinato per la vergogna e poi tende ad isolare l’alcolista

Il passo decisivo per avviarsi verso un pieno cambiamento dello stile di vita, per scendere da quel palcoscenico in cui va in scena la tragedia, è 

riconoscere di essere incapaci di gestire l’uso dell’alcol, perché si ha una malattia che impedisce di fermarsi al momento giusto, perché - come dico spesso ai pazienti - nel cervello si è guastata una valvolina che nei non alcolisti si chiude quando è il momento di dire basta; l’alcolista ha un guasto irreparabile della valvolina quindi l’unica vera cura sicura è rinunciare completamente all’alcol 
Casella di testo: Scrive Peter Schellenbaum nel suo best seller “La ferita dei non amati”: “… incertezza, estraneità, insicurezza …. Non sono eliminabili in quanto fanno l’uomo com’è”. Quindi, aggiungo, è inutile utilizzare l’alcol per cercare di rimuovere queste emozioni che fanno parte della Natura Umana. Diverso è quindi il percorso che ci attende se desideriamo che questa vita terrena ci doni serenità. E’ mia intenzione dimostrare che una delle piaghe sociali di maggior pericolo, l’alcolismo, nasce laddove siamo chiamati semplicemente ad essere noi stessi e non ci riusciamo. 
Qualche settimana fa sono stato ad un seminario per le associazioni di volontariato promosso da un Comune e da Alcolisti Anonimi. Dopo aver presentato la mia relazione un medico di famiglia mi ha chiesto gentilmente di fare una netta distinzione tra consumatori patologici e normali di bevande alcoliche, perché, ha specificato, “da riunioni di questo tipo in genere si esce con le idee molto confuse e si fa molto terrorismo”. Se fare terrorismo significa instillare in ciascuno la preoccupazione che alcuni comportamenti, come quelli legati al consumo e abuso di sostanze, possono portare verso gravissime patologie, ebbene, …. io intendo fare del terrorismo. Forse non sapete che tra chi leggerà queste righe il 10% è pressoché sicuro di essere interessato da problemi, personali o familiari, dovuti al consumo eccessivo di alcol e il 3% diventerà o è già in prima persona alcolista. E’ vero che le statistiche rappresentano una media della più vasta popolazione generale, ma non si sfugge dal fatto che, più o meno, una larga fetta di noi tutti avrà problemi alcolcorrelati. Cosa significa avere problemi alcolcorrelati? Essere alcolisti? No di certo. Ci tengo a sottolineare il fatto che gli alcolisti rappresentano solo la punta dell’iceberg: sotto il pelo dell’acqua c’è tutto un mare di persone che ricevono multe per guida in stato di ebbrezza, bevono in contesti del tutto slegati da una sana consuetudine alimentare (frase complessa per dire che il bere fuori dai pasti non è sempre, anzi, quasi mai, consigliabile), in contesti sociali si comportano in maniera visibilmente alterata, fanno ricorso alle strutture sanitarie per le sbronze del sabato sera, vanno incontro a incidenti domestici o lavorativi causati dall’eccessivo bere. L’alcol, a dosi eccessive, è un potente veleno: distrugge il fegato e conduce alla cirrosi, il cervello e porta alla  demenza, la mucosa della bocca, dell’esofago e dello stomaco con tutta una serie di tumori, il sistema nervoso periferico e i muscoli con polinevriti e miositi. Ma non è di quest’alcol che oggi voglio scrivere, mitigando in qualche modo il mio “fare terrorismo”. Mi interessa di più sottolineare che l’alcol è un potente psicofarmaco che attenua o annulla l’ansia, fa sentire più spigliati, allegri e disponibili, vince la timidezza, però anche rallenta – essendo un anestetico – la digestione, i riflessi e diminuisce la qualità della vista. E siccome, alla fine dei conti, diminuisce anche la qualità della … vita, nonostante all’inizio del consumo si sia propensi a vedere gli effetti positivi, siamo chiamati a trovare delle soluzioni alternative ai nostri malesseri esistenziali come, lo dicevo all’inizio, “… incertezza, estraneità e insicurezza”. Vedete, nel parlarvi subito di questi tre sentimenti so di aver corso un grosso rischio: quello di anticipare i tempi e di saltare alle conclusioni di ciò che normalmente è un lento e graduale processo di consapevolezza che conduce chi abusa d’alcol a prendere coscienza del proprio problema. Corro questo rischio perché ho davanti agli occhi l’immagine di quei motorini parcheggiati e in mezzo a loro quei ragazzi con le loro birre in mano … alle 11 del mattino. Sono costoro degli alcolisti? Senza dubbio no …. però … però … la scintilla del dubbio, di ciò che potranno diventare è per me una vera sofferenza. Anche perché, è inutile negarlo, in loro vedo i miei due figli, e in loro …. Vedo il bambino insicuro che ero io. 
“… incertezza, estraneità, insicurezza …”. Chi di voi cova dentro di sé uno di questi sentimenti? Tutti, nessuno, molti, pochi? E perché poi dovreste sentirvi così!. Eric Berne, uno psichiatra canadese, negli anni 50 ha proposto un particolare modello funzionale del cervello. In pratica ha detto e lungamente scritto che nel cervello umano è come se ci fossero tre organi: il Genitore, l’Adulto e il Bambino.  Il responsabile di quei sentimenti sarebbe il Genitore che fa sentire continuamente al Bambino la sua vocina stridula  che gli ripete: “non arriverai da nessuna parte, sei un fallito, ma guardati …!”, o anche: “devi migliorare, devi essere il più bravo, il più forte, non basta, non basta, non basta mai!”. Ora, voi capite bene che questo dialogo interno, che è completamente al di fuori della consapevolezza e viene percepito come “… incertezza, estraneità, insicurezza..”, diventa una bella rottura per questo Bambino dentro il ragazzo che vorrebbe crescere tranquillo. Poi, un giorno, il Bambino scopre, del tutto casualmente, che basta appena appena di una qualunque bevanda contenente alcol per attenuare questi sentimenti che quasi tutti definiscono di “inadeguatezza”, per cancellare questo Genitore insistente e, anzi anche per gonfiare un po’ il senso di potere del Bambino. E a quel punto che, spesso, si gioca la partita del bevitore che diventa alcolista. E’ vero, non c’è solo l’alcol, molte altre droghe e ancora più potenti ci insidiano: ma  pensate solo alla grande diffusione e disponibilità delle bevande alcoliche, al grande potere di attrazione offertoci dalla pubblicità, al prezzo irrisorio, e si capisce come mai al mondo ci siano molti più alcolisti che cocainomani.

Quando incontro per la prima volta un alcolista attivo io so che ho davanti una persona che si sta pian piano distruggendo. E so anche che quell’uomo o quella donna impegneranno molte delle loro energie per impedirmi di fare qualcosa per loro.

 

So che negheranno di avere un problema relativo all’uso dell’alcol e che sposteranno sugli altri - la moglie, la mamma, il marito, i figli, il lavoro o la disoccupazione  - la causa dei loro problemi; so anche che se appena accennerò al loro vero problema, il bere eccessivo, forse mi sarò fatto un nuovo nemico; so che appena andremo a parlare delle loro difficoltà quotidiane a loro verrà una gran voglia di bere e forse, andando via da me,si infileranno nel primo bar e poi nel secondo e magari anche nel terzo, oppure andranno a casa a dar fondo alle riserve nascoste.

 

Eppure so anche che se resisterò ai loro tentativi di allontanarmi e di allontanarsi, ai loro tentativi di essere presi a calci, metaforicamente o meno, se resisterò alla loro autocommiserazione, ai loro piagnistei, o alla loro presunzione, ovvero alla capacità di credere di sapere tutto e più di tutto - anche come uscire dall’alcolismo -, se resisterò alle loro manipolazioni senza iniziare ad abbaiare come un cane rabbioso; se imparerò a stargli vicino e riuscirò a far sì che loro imparino a stare vicini a me E A SE STESSI, forse …. e dico solo forse, dopo qualche tempo al mondo potrà esserci un alcolista attivo in meno almeno per un po’ di tempo.