L' AGE D' OR

(Louis Buñuel - 1930)

 

Cast: Gaston Modot ; Lya Lys ; Caridad de Laberdesque ;

            Max Ernst ; Liorens Artigas ; Lionel Salem ; M.me

            Noizet Duchange Ibanez

 

Sceneggiatura : Luis Bunuel e Salvador Dali

 

Una serie di immagini, un forte salto temporale, per descrivere i problemi della Ritualità, la cui maggiore veicolatrice è la Religione.

Da immagini particolari, suggestive, inquietanti, emerge una visione dell' Uomo il quale, solo liberandosi da Fobie Religiose, potrà ritrovare la sua vera identità.

 

 

Immagini apparentemente scollegate. Un film che inizia mostrando la vita degli Scorpioni, accompagando con il tema splendido de: "Le Ebridi" di Mendelssohn, e termina nel castello di Sellinay, vicino a Parigi, accompagnando il tutto con un incessante rullio di tamburi.

Due, più momenti con, all' apparenza, ben pochi collegamenti. Tuttavia, la bravura di Bunuel è proprio nel saper legare ogni cosa con dei fili, magari non narrativi, ma di argomento o di tema.

Lo scorpione, all' inizio. La sua aggressività. Poi l' Uomo, la cui aggressività può essere ancora peggiore e più cruda.

Appare una visione interessante, molto scientifica. Evoluzionista. L' Uomo come parte di un processo evolutivo, che ne determina le caratteristiche come sviluppo di quelle di altre specie. L' aggressività ed il veleno dello scorpione può essere meno crudele di quello dell' Uomo, che di tutti gli esseri appare quello che "calcola" il distruggere.

In particolare, questo Esssere Umano "assolutizza". Le altre specie agiscono e basta; l' uomo, invece, vuole costantemente trovare una motivazione ai suoi gesti, il più possibile dogmatica ed assoluta.

E qui il discorso cade, ovviamente, sulla Religione, per Bunuel uno dei massimi responsabili delle trappole che, costantemente, vincolano l' Uomo a non esprimersi, ed a ripiegare su sé stesso.

Ne "L' Angelo Sterminatore", di futura produzione, il Regista sarà molto più esplicito, mostrando la, le Religioni come massima fonte di inibizione e di angoscia per l' uomo, rendendo a lui impossibili cose che, altrimenti, sarebbero molto semplici.

Qui, comunque, Buñuel è molto bravo ed arguto ad estendere il concetto di Religione a quell' insieme di riti, di gestualità senza le quali L' Uomo non riesce a vivere.

Gesti propiziatori, gesti ripetitivi, situazioni ripetute alla paranoia: questo è il "Background" di tutte le speci che vivono sulla Terra, e che spesso nei regolano tempi e modi di vita.

L' uomo, però, non vede queste gestualità come puri modi per scandire determinate situazioni, ma ci riflette sopra, le elabora, ne ricerca un senso anche quando esso non appare in alcun modo, dandone una miscela esplosiva.

Simboli eccessivi: una mucca in casa, adorazioni (o quasi) di una statua e csì via. Ma simboli di tante piccole "Religioni personali". Simboli, quindi, del tutto "volutamente eccessivi", per enfatizzare il discorso che il Regista vuole portare avanti.

A tal proposito val la pena di ricordare che Freud, in merito, affermava che le Nevrosi sono una sorta di Religione individuale, mentre le Religioni sono una sorta di Nevrosi Collettiva.

Buñuel sembra sposare questo modo di vedere le cose. Qui i simboli della Religione Cattolica si mescolano con altri riti, facendo ad essa riferimento diretto. Con quale maestria Bunuel mette alla berlina i simboli della Chiesa, secondo il suo punto di vista così poco sentiti, così poco vissuti, ma percepiti come una sorta di gestualità isterica! Un qualcosa che, ben lungi dal voler aiutare l'Uomo, fornisce solo una sorta di benessere illusorio.

In questo caso, comunque, si va anche oltre. Buñuel attacca qualsiasi forma di "Religione personale". La Chiesa Cattolica è "Il Simbolo" di tutto ciò per eccellenza. Ma qualsiasi altra "Religione", anche quella dell'istinto sfrenato, è da condannare.

Nel Castello di Sellinay si consumano orge. Il Regista, che più volte aveva condannato e condannerà le inibizioni Sessuali, condanna pesantemente il diventare del Sesso una nuova Religione, un puro insieme di Riti. Non a caso, comunque, il Duca di Blangis avrà le sembianze di una sorta di Cristo. O di sacerdote, comunque condannato dal Regista, anche se si tratta di un "Sacerdote Carnale". Tutti le gestualità ripetute e ripetitive portano solo distruzione. Anche il Sesso, vissuto come puro gesto, magari con carica di violenza, ha un valore del tutto negativo.

Dai gesti Religiosi a quelli Borghesi. Buñuel ha sempre attaccato i costumi della Borghesia. In particolare, qui mette in relazione questa con le loro Ritualità vacue, sciocche, improduttive. I loro gesti ripetitivi, le loro tradizioni portate avanti ma non sentite, ne fanno un parallelo molto forte con la Religione. La Borghesia è portatrice di una sorta di "Religione individuale", se non di tante piccole Religioni, atte spesso a conservare quella piccola fetta di Potere che essa ha conquistato. E qui appare un' altra idea Buñueliana: il Rito come mezzo per conservare qualcosa: in questo caso mezzo per conservare un Potere. In ogni caso, il rito appare sempre come un modo per non avanzare verso la libertà dell' Uomo, ma per restare chiusi in angusti orizzonti, che danno però sicurezza. Salvo poi trovare un "fuoco" che, purificatore, libererà la persona da tutto questo, restituendogli la sua libertà.

Un film "forte". intenso, che fa riflettere. Un lavoro che non può lasciare indifferenti e che, al di là delle belle Musiche, sempre molto centrate ed intonate all' evento che viene vissuto, e alle scene magari poco "intelligibili", lancia un messaggio di una forza davvero notevole. Sino ad affermare che il lavoro può pone le fondamenta per un modo nuovo di vedere l' Uomo ed i suoi problemi. Ove, finalmente libero da consuetudini, che a tratti divengono maniacali, e che lo distruggono sia come Spirito che fisicamente, Egli possa tornare in possesso di quell' identità perduta, di quell' Io adombrato da paure inconsce e "loop" bloccanti, per poter arrivare davvero a vivere un' Età d'Oro.

 

Sergio Ragaini