Per una politica del terzo millennio

 

Autori vari

 

 

 

 

 

INDICE

 

 

 

…INCIPIT.. 2

PREFAZIONE.. Errore. Il segnalibro non è definito.

INTRODUZIONE STORICO PROSPETTICA.. Errore. Il segnalibro non è definito.

1.1       LE ORIGINI ECONOMICHE.. Errore. Il segnalibro non è definito.

1.2. Il percorso storico della socializzazione. Errore. Il segnalibro non è definito.

LE BASI DELLA SOCIALIZZAZIONE.. Errore. Il segnalibro non è definito.

2.1.      Per cominciare. Errore. Il segnalibro non è definito.

2.2   Breve analisi economica del marxismo leninista. Errore. Il segnalibro non è definito.

2.3   Filosofia della socializzazione. Errore. Il segnalibro non è definito.

2.4 Le critiche alla socializzazione. Errore. Il segnalibro non è definito.

2.5   Differenze del distributismo rispetto al marxismo. Errore. Il segnalibro non è definito.

2.6       La ripartizione delle ricchezze ed il consumismo. Errore. Il segnalibro non è definito.

2.7       Le crisi economiche e le guerre. Errore. Il segnalibro non è definito.

2.8         Dirigismo marxista e meritocrazia. Errore. Il segnalibro non è definito.

2.9       Il comunismo sovietico. Errore. Il segnalibro non è definito.

DEFINIZIONE E APPLICAZIONE.. Errore. Il segnalibro non è definito.

3.1   LE NUOVE REGOLE FISCALI. Errore. Il segnalibro non è definito.

3.2   INVESTIMENTI PRODUTTIVI E GESTIONE DEL RISPARMIO.. Errore. Il segnalibro non è definito.

3.3.      GESTIONE DELLE AZIENDE.. Errore. Il segnalibro non è definito.

3.4       SISTEMA ASSICURATIVO.. Errore. Il segnalibro non è definito.

3.5 CREDITO SOCIALE.. Errore. Il segnalibro non è definito.

3.6       GESTIONE DEL FALLIMENTO.. Errore. Il segnalibro non è definito.

3.7   DA SCUOLA A LAVORO.. Errore. Il segnalibro non è definito.

3.8   DISOCCUPAZIONE.. Errore. Il segnalibro non è definito.

3.9   LAVORO DIPENDENTE.. Errore. Il segnalibro non è definito.

3.10   SERVIZI PUBBLICI E GESTIONE DELLE LICENZE.. Errore. Il segnalibro non è definito.

3.11   IL NUOVO SISTEMA PENSIONISTICO.. Errore. Il segnalibro non è definito.

FISCALITA’ MONETARIA E PROGRAMMAZIONE ECONOMICA.. Errore. Il segnalibro non è definito.

4.1 Programmazione economica. Errore. Il segnalibro non è definito.

4.2 Amministrazione dell’inquinamento e dello spreco energetico. Errore. Il segnalibro non è definito.

4.3 Razionalizzazione della mobilità. Errore. Il segnalibro non è definito.

ORGANIZZAZIONE DELLO STATO SOCIALIZZATO: CORPORATIVISMO E DEMOCRAZIA ORGANICA.. Errore. Il segnalibro non è definito.

5.1  Il sistema politico si baserà sul corporativismo e sulla sua estensione “democrazia organica”. Errore. Il segnalibro non è definito.

5.2  Le corporazioni Errore. Il segnalibro non è definito.

CONCLUSIONI. Errore. Il segnalibro non è definito.

BIBLIOGRAFIA.. Errore. Il segnalibro non è definito.

 

 

 

 

 

 

 

Premessa personale del coordinatore degli autori  oppure:

 

…INCIPIT

 

Come si sa molte opere saggistiche o romanzate traggono origine, o quantomeno spunto, da particolari esperienze di vita dello scrittore. Quest’opera, sebbene sia stata originata dalla consapevolezza del vuoto totale finora esistente nella nicchia che si propone di riempire, anche ad essa possono essere applicati degli aneddoti concernenti esperienze personali. A partire da una generica constatazione, che come iniziatore dell’opera sento di dover esprimere, partendo dalla constatazione che in questo mondo, mi sento di essere come un Alice nel paese delle meraviglie. Per uno come me non potrebbe essere altrimenti.

Tra i ricordi personali del periodo della scuola elementare ne è riemerso uno in particolare che presenterò come aneddoto. Questo riguarda una lezione in cui la maestra fece vedere in una foto il quadro “campo di grano” di Van Gogh, chiedendoci al contempo di scrivere un breve tema sulle impressioni riportate in quella bucolica visione. Prima di scrivere il tema i commenti verbali dei vari alunni erano stati in maggior parte sfavorevoli quando non proprio insolenti, complessivamente molto netti (come spesso lo sono a quell’età) e simili ad un colorito “uno schifo, sarei più bravo io”. Orbene, quando arrivò il momento nel quale la maestra ci lesse i temi elaborati dai vari alunni della classe, rimasi assolutamente allibito. I commenti presentati dagli alunni e letti ad alta voce dalla maestra riportavano invariabilmente commenti che recitavano “il pittore ha usato la tecnica bla bla bla, il chiaroscuro bla bla bla, il colore qua, il colore là bla bla”. Naturalmente quando arrivò il momento di leggere quello che avevo scritto io la faccia della maestra inorridì. Coerente con quanto anch’io avevo espresso in precedenza, nel tema liquidai coraggiosamente l’opera del pittore in due righe di commento, scrivendo che “quel quadro fa schifo e un bambino di tre anni lo avrebbe dipinto meglio”. Il che, secondo me, era così. La conclusione fu che gli altri furono lodati ed io fui mandato dal direttore come punizione. E pensare che solo poco tempo prima lei stessa ci aveva letto la fiaba del “Re nudo”. Oggi con orgoglio posso dire di essere stato l’unico bambino a far notare a tutti gli adulti attorno a me che “il Re era nudo”. Con questo non si vuole giudicare il pittore Van Gogh ed i suoi lavori, ma criticare una maestra che pretende tutti debbano uniformarsi ai suoi imperscrutabili gusti, di qualunque tipo essi siano.

Non fraintendete, non voglio presentarlo come una causa di quel che sono diventato, ma come un sintomo di quel che già ero.

 

Se per relativismo deve intendersi il dispregio per le categorie fisse, per gli uomini che si credono portatori di una verità obiettiva immortale, per gli statici che si adagiano invece di tormentarsi e rinovvellarsi incessantemente, per quelli che si vantano di essere sempre uguali a se stessi, niente è più relativistico della mentalità e dell’attività fascista” (Benito Mussolini, “Il Popolo d’Italia”, 22 novembre 1921)

 

Se c’è invece qualcosa che posso presentare come “concausa” del mio percorso formativo, questo fu un fumetto tratto da “Il giornalino”, il quale illustrava la resistenza a Berlino all’approssimarsi dell’arrivo dei soldati russi nell’aprile del 1945. Ai civili disperati, perfino a bambini, venivano consegnate armi per difendere la loro città. Era la prima volta che vedevo i tedeschi raffigurati nella seconda guerra mondiale come persone anziché come “quasi bestie”… ciò mi fece riflettere intensamente… se finora (avrò avuto 10 anni) mi hanno mentito presentandomi i tedeschi in vesti disumane, e la vittoria russo-americana come una liberazione per tutta l’umanità, attesa perfino dai tedeschi stessi, quante altre favole mi tengono ancora in sospeso? Dopo babbo natale, pure questo? Come posso continuare a credere agli adulti? Probabilmente anche questo tipo di esperienze mi permise successivamente di riuscire ad osservare con un giusto spirito critico il funzionamento del mondo che mi circondava, notandovi l’assoluta e dal mio punto di vista incredibile mancanza di lucidità nella stragrande maggioranza delle persone, che di conseguenza si rivelava anche nel voto politico e quindi nei criteri di gestione della società a tutti i livelli ed in tutti gli ambiti amministrativi. -------qui attilio???------- Una particolare propensione per la cosa pubblica (e in particolare dal punto di vista ecologico) mi portava a studiare materie quali l’urbanistica e la topografia.

Alla caduta del muro di Berlino, nella mia ingenuità di dodicenne, credevo sarebbe seguita la scomparsa definitiva del comunismo anche dalle menti del cosiddetto Occidente (a prescindere che l’auspicassi o meno). Dovrebbe essere possibile immaginare lo sgomento che ebbi nell’apprendere i risultati delle prime elezioni che seguivo, quelle del 1992. Mi venne da rabbrividire al rendermi conto per la prima volta tra che gente ottenebrata ero capitato in questa vita. A cominciare dai miei stessi genitori. Il pensiero che mi balenò alla mente fu che il mondo intero dovesse essere preda di una ipnosi collettiva; non riuscivo a darmi altra spiegazione più sensata di questa. Ma perché io dovevo essere l’unico “non ipnotizzato”? “Ne esisteranno anche altri?”, mi chiedevo conseguentemente. Oppure, pensai, sono io ad essere fuori posto? Ad essere anormale? Questo dubbio è stato per me una costante, e come ovvia conseguenza probabilmente una certezza per molti di quelli che mi conoscono. Dato che mi era difficile adeguarmi a quella che io vedevo come un’inconcepibile follia collettiva quella determinata/finalizzata all’egoismo menefreghista che contraddistingueva praticamente tutti quelli che mi circondavano, dalla quale potevo escludere solamente me stesso.

 

In un’epoca di pazzia, credersi immuni dalla pazzia è una forma di pazzia” (Saul Bellow)

 

Ma ancor più restai sconvolto dalle elezioni comunali della mia città, nel 1993; città da sempre chiaramente malgovernata. Nelle prime elezioni dirette per il sindaco essa votava a stragrande maggioranza quei partiti eredi o riferibili a quelli appena usciti da un fallimento politico mondiale che definire “immane” è riduttivo. A torto o ragione, vedevo ciò come una follia che mi era difficile comprendere se non ricorrendo all’ipotesi della cristallizzazione politica dei votanti, ipotesi che veniva avvalorata dalle spiegazioni ricevute in proposito: “voto comunista perché me l’ha detto il mio papà sul letto di morte”, “perché da piccolo mi piaceva la festa dell’Unità”, “perché i comunisti sono per i lavoratori”. Quest’ultima in particolare, alla luce delle immagini che in quei tempi giungevano dall’est europeo, mi suonava proprio come beffarda. Lo stereotipo su cui gongolano i fanatici dei centri sociali, è quello di Venezia come la città più antifascista d’Italia; ma sembrano dimenticare o non valutare che, contemporaneamente, e non certo a caso, corrisponde pure alla città più stupida ed ignorante d’Italia; non lo affermo campandolo in aria come opinione personale: nel mio quartiere fino al 1995 non c’era nemmeno una libreria degna di questo nome (ve n’era una specializzata solamente in testi scolastici ed una in libri erotici a metà prezzo); in quell’anno tra l’incredulità generale ne aprì una vera; il commento generale, ironico, fu “se ne sentiva proprio il bisogno, chissà quanto durerà”; difatti durò ben poco, nonostante la sempre maggior domanda di guide turistiche per le Seychelles, Maldive, ed altri posti esotici di vacanza prediletti dai ricchi “comunisti” veneziani. Successivamente ne aprì un’altra, in posizione più strategica, in modo da poter essere visibile a turisti e pendolari, che rappresentavano difatti l’unica clientela; ma nonostante ciò anche questa non durò molto. Indicativo è che commenti analogamente ironici ci furono quando bruciò il teatro “La fenice”: “non sapremo più dove andare la sera”. Dopotutto non potrebbe essere altrimenti per una città la cui massima espressione culturale è stata finora identificata con i “Pitura freska”.

Ma non si fraintenda, questo sedicente antifascismo veneziano non è determinato da vera fede ideologica, ma da qualunquismo, vuoto ideologico. Questo la differenzia rispetto alla società di una città ideologizzata come Bologna, nella quale la ricerca del consenso ideologico induce perlomeno un’efficiente amministrazione locale. Necessità che per gli amministratori del vuoto ideologico veneziano non sussiste. Il motto “piove, governo ladro” sta alla base della politica veneziana più che di ogni altra città. Non certo prerogativa degli elettori di sinistra, beninteso, è un ------------ trasversale. Questo il motivo per cui il vecchio sindaco stesso, Massimo Cacciari, può essere considerato il principale assertore di quanto detto, a conferma di come non possa essere interpretata come una mia opinione personale, ma come un dato di fatto evidente a più persone. A cominciare dal primo cittadino proprio da essi eletto.

 

Il guaio con la maggioranza della gente non è la sua ignoranza, ma il fatto che la gente non sa di essere ignorante” (Josh Billings)

 

Non mi capacitavo della mentalità di questa città, e la confrontavo con le altre. Una città pregna di possibilità di sviluppo, era invece bloccata a causa della stupidità dei suoi abitanti; stupidità, unita a spudorata e cieca ingordigia: stupefacente è che nel 2010 questi osarono addirittura ardire di candidare una simile città a sede di giochi olimpici!!! Rifiutata, per buona sorte dell’istituzione olimpica. Il comune di Venezia potrebbe essere anche solo un piccolo esempio della sociologia politica umana. Ma, a mio vedere, finora il peggiore. E mi duole terribilmente ammetterlo, essendo la mia città. Ma forse è proprio avendo sotto gli occhi il “non plus ultra” della stupidità fonte di inefficienza che ho potuto analizzarlo empiricamente giorno dopo giorno. Non tutto il male viene per nuocere, insomma.

Ovviamente l’esempio di Venezia è estendibile a livelli minori per ogni città d’Italia, e del mondo. Un normale indicatore delle possibilità economiche di una città è dato dal numero degli abitanti che essa può sostenere. Per questo motivo una città come Trieste ha risentito notevolmente della perdita del retroterra come potenzialità e si è fermata nella crescita demografica più che ogni altra città italiana. Differentemente, sotto questo punto di vista la cifra di 300.000 abitanti per un comune dalle potenzialità strategiche come quello di Venezia appare sottosviluppato: certamente, se Venezia fosse abitata, ad esempio, da veronesi o bolognesi, da persone con una mentalità veronese o bolognese, oggi avrebbe perlomeno 500.000 abitanti. Un altro indicatore della “vitalità” di una città è dato dalla tifoseria calcistica, ed in questo notoriamente una città come Venezia scompare al confronto con città anche più piccole quali Padova, Vicenza, Verona, e Treviso. “Veneziani gran signori” è un proverbio che si addice perfettamente a questi eterni “parvenu[1]” che disdegnano il lavoro di operaio e muratore (tipicamente svolti da campagnoli) per concentrarsi nel truffare i turisti. A cui fa fronte un’imponente massa di dipendenti pubblici come ammortizzatore sociale la cui inefficienza e furbizia è proverbiale e stereotipata, tanto che perlomeno fino a qualche anno fa la pratica di incatenarsi negli uffici pubblici e cospargersi di benzina per poter ottenere qualcosa di ritenuto “dovuto” era normale. Un sistema basato su quest------- due -------, il privato dominato dalla malavita, ed il pubblico utilizzato assistenzialmente--------------. Spendendo poi i lauti guadagni in viaggi nei luoghi più esotici ed in cocaina. Votando per gli ultimi residuati di un ideologia scomparsa dal resto del mondo, un’ideologia che se venisse veramente applicata, le truffe ai turisti, la cocaina, le camicie e gli occhiali griffati, ed i viaggi alle Maldive, i trafficoni veneziani “levantini” se li potrebbero solo sognare. Ma loro, evidentemente, non lo sanno. Questa consapevolezza mi allontanava sempre più dai miei concittadini, al punto che spesso dovevo fingere stupidità ed ignoranza per non estraniarmi. Ma non potevo evitare di osservare con facies stuporosa tutto quello che di incomprensibilmente assurdo accadeva intorno a me.

 

Quando sei capace, mostra incapacità. Quando sei attivo, mostra inattività. Quando sei vicino, fai in modo che gli altri pensino che tu sia lontano” (Sun Tzu)

 

Ma non si fraintenda: quest---- non riguarda solo la politica. Se così fosse sarebbe facilmente ignorabile e sorvolabile: “chi è causa del suo mal pianga se stesso”. Invece riguarda tutti gli ambiti ----sociali--------- a cominciare dalla psicologia del singolo. E sotto questo punto di vista ho spesso assistito a ragionamenti inconcepibili.

 

Fuori posto e fuori dalla norma, certamente, ma “quali erano il posto e la norma giusti?”. Purtroppo per me questo non era importante; quello che aveva importanza è che essendo l’unico diverso da tutti gli altri -----non potevo pretendere di avere una qualche voce in capitolo che fosse minimamente influente. Solo successivamente sono venuto a conoscenza che questa visione del mondo non è una mia prerogativa, anzi è addirittura il tema fondante del romanzo “Delitto e castigo” di Fëdor Dostoevskij. Ma a differenza del protagonista di quel romanzo, buon auspicio ne ho avuto nell’essere dotato di un pragmatismo estremo, che mi ha certamente evitato di considerarmi io quello giusto anziché “tutti gli altri”. Se da un lato ciò può avermi evitato il debordamento nel narcisismo come il protagonista del romanzo, dall’altro lato me ne ha causati di simili ma collaterali, dato che ho sempre visto come unica soluzione possibile a questa (e altre) diatriba che mi assillava, l’eliminazione di me. “Occhio non vede, cuore non duole”.

 

Da Wikipedia: In “Delitto e castigo” nel protagonista Raskol’nikov viene marcato il rifiuto dello stato delle cose, della società e delle regole vigenti, e quindi si dimostra contro tutti gli altri, che sono la maggioranza. Da ciò sorge una domanda: quindi qual’è veramente il bene e quale il male? Cosa giusto e cosa sbagliato? Da questa domanda matura il concetto di “grande uomo” (spesso assimilato alla teoria di Oltreuomo di Friedrich Nietzsche). Raskol’nikov matura la convinzione che l’umanità sia divisa in due categorie: quella “ordinaria”, costituita dalla netta maggioranza, e quella straordinaria, ristretta a casi eccezionali, e di quest’ultima prende come esempio Napoleone, il quale è riuscito a oltrepassare le leggi morali alle quali la gente ordinaria deve sottostare: infatti tale personaggio ha portato grandi benefici all’umanità, anche se attraverso guerre e tantissimi morti. Raskol’nikov, mancando di pragmatismo, commette l’omicidio credendo di appartenere alla categoria “straordinaria”, e quindi a suo vedere impunibile a livelli di trascendenza, perciò crede sia più che lecito uccidere la vecchia usuraia convinto delle buone ragioni di ciò, ma scoprirà ben presto che non è così e che, come tutti i “comuni mortali”, dovrà espiare le sue pene seppur emanate da persone mentalmente e moralmente inferiori a lui. Questo senso di onnipotenza è spesso alla base di omicidi futili, il cui più recente caso è stato quello dell’omicidio di Marta Russo. La maggioranza dell’umanità potrà certamente essere piuttosto stupida rispetto ad una minoranza, e certe persone (come l’usuraia del romanzo) potranno pure essere considerate ------deleterie------ all’umanità, ma ciò non garantisce l’impunità di un atto ritenuto giusto e necessario, anche quando lo fosse effettivamente. -------per quel che mi riguarda non ho mai percepito alcun senso di impunità, anzi tutt’altro. Tutt’al più ho sempre contato nel valore della persona nel giudicarla, più che dei reati in sé. Non sapevo quanto mi sbagliavo. Ho sempre notato un accanimento verso i deboli, di qualunque tipo fosse la debolezza, ma c’è da dire mai giunto al punto in cui ai forti sarebbe stato possibile giungere, e di questo personalmente gliene ho sempre riconosciuto un merito. Per questo motivo (in assenza del quale avrebbe potuto maturare un sentimento misantropico) viceversa in me è cresciuta un’estrema gratitudine per la tolleranza che la società aveva verso di me, fattore che ha originato una estrema filantropia. Cosa che ho cercato di esprimere nell’impegno politico, cioè in quello che poteva abbracciare l’intera società e non quindi solo un ristretto gruppo di bisognosi.

 

Io amo l’umanità... E’ la gente che non sopporto!” (C. Schultz)

 

Mal me ne incolse, in una società dove l’impegno politico è considerato un interesse personale e che quindi presume che per tutti debba essere dettato così. E soprattutto dove il parteggiare per una parte considerata “politicamente scorretta” (nonostante, o forse proprio per questo, sia la migliore per il bene di tutti) viene identificato come minimo derivato da fuorviamento quando non da malvagità o -----------------------.

Ho trovato anche in Filippo Tommaso Marinetti un’interessante fautore e precursore del mio modo di vedere le cose.

 

Le anime pure sanno riconoscersi tra loro... anche nei sentieri più oscuri della vita” (Maria De Angelis)

 

Questa maggiore perspicacia influiva --------------- e mi portava ad osservare con incredulità epistemologicamente il livello di civiltà e tecnologia raggiunto da un’umanità la cui analisi sociologica mi avrebbe alternativamente portato ad ipotizzare un livello da età della pietra, in assenza della effettiva realtà che invece osservavo! E mi chiedevo di conseguenza: se nonostante tale stupidità che generalmente contraddistingue le persone, siamo arrivati fin qui dove siamo ora, se tutti non fossero stupidi come sono a quale livello saremmo oggi? La risposta me l’ha data successivamente l’enciclopedia on line Wikipedia: in essa la collaborazione si basa nel tentativo continuo di far eliminare gli altri utenti contributori, per acquisire meriti ed elevarsi eliminando i concorrenti. Ciò nonostante essa ha raggiunto apici qualitativi elevati. C’è da chiedersi se ciò sia merito di questa competizione disonesta, oppure se ------- nonostante questo modus operandi. Se la “collaborazione” fosse basata veramente sulla collaborazione anziché sulla delegittimazione dei concorrenti, Wikipedia sarebbe migliore o peggiore? Per la società vale lo stesso discorso. Ed una risposta provo a darla io: se avessi dovuto sprecare tempo ed energie per svolgere un compito quale la società avrebbe voluto relegarmi, un compito che chiunque altro avrebbe potuto svolgere, tipo distribuire volantini pubblicitari o asfaltare strade, oggi questo testo non esisterebbe.

 

Tuttociò influiva particolarmente nella mia condotta scolastica, in particolar modo allorquando intravedevo un assoluta incongruenza nel tipo di materie insegnate e nella composizione dei programmi di studio: quelle superflue innalzate al rango di fondamentali, quelle essenziali completamente ignorate[2]. Posso chiarire con un aneddoto: alle scuole medie non sapevo fare le divisioni in decimale; quando avevo tale necessità, le facevo in binario, sistema per me più semplice. Una mia particolare idiosincrasia verso la coercizione soppresse in me ogni impegno scolastico, al punto da farmi rifiutare per principio l’apprendimento imposto (condizione psicologica che ho scoperto solo in seguito essere per nulla rara fra gli scolari).

 

Ho fatto in modo che la scuola non interferisse con la mia istruzione” (Mark Twain)

 

Questo mi fu di notevole impedimento nello sviluppare la capacità di esprimere in parole, sia verbali che scritte, i miei pensieri; alla pari di un musicista prima che venisse inventata la scrittura della musica.

 

Dopo il silenzio ciò che si avvicina di più nell’esprimere ciò che non si può esprimere è la musica” (A.L. Huxley)

 

Ho sempre maledetto questa mia incapacità che mi ha sempre impedito di poter trascrivere e comunicare un’attività elaborativa mentale che mi azzardo a definire fervida, talmente fervida da arrivare spesso ad un passo dal blocco[3]. Ma come fanno notare anche i letterati Franco Mancini e Theodor Adorno “la verità non è mai proporzionale alla comunicabilità”. Per questo mi appello alla comprensione del lettore se troverà questo testo difettoso in sintassi ed in lessico. Ho scovato ed inserito numerose citazioni di autori, che mi hanno reso ulteriormente consapevole di non essere l’unico a portare questa particolare visione del mondo: in pratica ho scoperto l’acqua calda.

 

Più sappiamo, più impariamo che non sappiamo niente” (Ayn Rand)

 

Ma un “acqua calda” culturalmente dispersa in mille rivoli tra tutti gli intellettuali mondiali di diverse epoche. Ho sempre desiderato che tutti questi rivoli si riunissero in un’unico fiume. La difficoltà è consistita proprio nel riunirle in un filo metrico. Per fortuna ho trovato eccellenti collaboratori che mi hanno spinto e sostenuto nel portare avanti il lavoro. Le altre persone come me “non ottenebrate”. ---- o perspicaci??------ Da cui è uscita quest’opera a più mani, di cui io sono stato solo l’iniziatore.

 

El Fundador

 

PREFAZIONE

 

Oggi il più evidente esempio della mancanza di logica e razionalità nel pensiero (e quindi nel comportamento) umano si denota nelle code automobilistiche in autostrada. Ogni essere vivente dotato di un certo livello di raziocinio ovviamente attenderebbe a motore spento che l’agglomerato di auto che lo precede avanzi fino al limite di visibilità per riaccendere il motore e percorrere quella distanza in un colpo solo assieme al proprio agglomerato per poi spegnere il motore ed attendere che l’agglomerato precedente avanzi nuovamente di una distanza decente (sistema safety car). O meglio, un’insieme, una mente collettiva, una società di persone imporrebbe il comportamento razionale a sé stessa e di conseguenza agli altri. Invece per qualche incomprensibile motivo il cervello umano medio odierno (e quindi anche quello collettivo) pone in attuazione un comportamento esente da ogni ragionamento logico e da ogni senso razionale: tenere il motore acceso in modo da poter avanzare contemporaneamente alla macchina che lo precede (sistema “fisarmonica”), come se in questo modo si potesse procedere più velocemente anziché alla stessa velocità della prassi razionale.

 

Gli uomini credono volentieri ciò che desiderano sia vero” (Gaio Giulio Cesare)

 

E se qualcuno pensasse di poter contestare ciò, faremo un altro esempio similare: fino a pochi anni fa se si avevano i fari accesi di giorno ogni auto che si incrociava lo segnalava per gentilezza con un colpo di abbaglianti. Oggi che la legge ha imposto di tenere i fari accesi di giorno, quell’abitudine si è persa, anzi a volte accade incredibilmente proprio l’opposto, che si segnali quando i fari sono spenti! Ora, dato un uguale contesto, in una data epoca si attuano comportamenti esattamente opposti rispetto ad un’altra epoca. Quale tra le due epoche “ha ragione”? Oppure vi possono essere diverse opinioni ciascuna valida a seconda dei rispettivi pro e contro? Come per ogni opinione, anche questa ha generato dei veri e propri fanatici. I fanatici delle code a fisarmonica e dei fari accesi di giorno sono invariabilmente, guarda caso, anche quelli che sostengono che il motore appena acceso debba essere fatto scaldare il più velocemente possibile anziché il più lentamente. Verrebbe da chiedersi come si regolerebbero di fronte ad un ipotetico motore adiabatico… Comunque, una cosa certa è che se venisse reso noto il costo maggiore in carburante necessario a mantenere accesi i fari, molto probabilmente molti dei sostenitori dei fari accesi di giorno cambierebbero opinione… eccetto i fanatici, si intende, quelli sempre presenti in ogni campo. Le “teste dure”.

 

Non troverai mai la verità se non sei disposto ad accettare anche ciò che non ti aspetti” (Eraclito)

 

Ma dato che oggi la legge ha voluto stabilire quale opinione sia quella giusta, ciò è impedito. -----qui frase da appunti??-------

L’analisi non termina qui, ma è di introduzione allo scopo socio-politico di questo esempio: in tali casi l’eventuale unica persona che attua i comportamenti sensati viene fatta oggetto di riprovazione da tutti gli altri automobilisti, per qualche apparentemente incomprensibile motivo estremamente convinti di avere ragione loro, e ingagliarditi per il solo fatto di essere adeguati al comportamento sociologico della maggioranza (del branco, diremmo zoologicamente) e/o della cosiddetta “Legge”. Chi ha ragione? Nessuno, diranno i neutrali; si tratta solo di opinioni, diranno. Frasi tipo:

 

Conoscere non è arrivare ad una verità assolutamente certa, ma dialogare con l’incertezza” (Edgar Morin) 

 

Certo, il manicheismo non è un sentimento giusto. Ma alle leggi della fisica le opinioni degli uomini non interessano. In seguito ad una dilatazione termica troppo repentina il metallo di cui è fatto il motore può creparsi, e al metallo non interessa proprio un bel nulla se una persona sia di opinione diversa.

 

Gli uomini sono sempre contro la ragione, quando la ragione è contro di loro” (Claude Adrien Helvetius)

 

A tutto ha dato un ordine che fosse più scorrevole per la logica dell’apprendimento umano. Niente ha accolto che non fosse secondo la mente delle Fonti. Questo lavoro immenso e prezioso si chiama «istituzionalizzazione». Tutto quello che documentatamente raccolto ha cercato di penetrare, aiutandosi coi principî del buon senso umano, nella misura in cui era consono alle Fonti o addirittura derivato da esse, tutto questo costituisce la parte «speculativa» della Teologia, senza della quale la parte sopra descritta (positiva) non aprirebbe sufficientemente il suo significato alla intelligenza umana. Intendiamoci bene: non ha accolto le filosofie transeunti, ma il buon senso umano, quello assunto da Dio stesso nell’atto di calare la Sua Rivelazione nelle forme concettuali a noi solite.

 

Rivedere: Ed ecco la finale interessante: tutto questo, per la serietà del procedimento, ossia del metodo, non permette di fare quello che si vuole, quello che comoda, quello che mette a vento secondo le mode transeunti. Per questo la Teologia speculativa è venuta a noia; meglio è dilettarsi sulle «variazioni» estranee al metodo. Altro appannaggio che assicura la qualifica ambita di «progressista». Un principio decantato in tutti i modi dal progressismo è quello di accogliere tutto il pensiero via via fluente, cercare di adeguare a quello il messaggio cristiano e, se occorre, fare secondo quello, via via, una reinterpretazione della rivelazione divina. Chi non accede a questo punto di vista è un trito conservatore, un vecchio inutile rudere, al quale nessuna persona colta crederà più. Abbiamo detto il fatto in forma assolutamente cruda; molti, che amano essere progressisti, un punto di vista del genere amano presentarlo in dosi variabili, anche omeopatiche, sì da permettere sempre una tempestiva ritirata strategica. La parentela tra il progressismo ed il relativismo, ossia il modernismo condannato, è una parentela troppo vergognosa per gloriarsene. Le premesse della Fede (apologetica) non si dimostrano più. La ragione? È stata già detta e scende logica dalle sue premesse: abbiamo visto che il progressismo accetta il relativismo (anche quando smentisce, nei suoi più pavidi e i meno aperti cultori). Abbiamo visto che per questo non esiste verità obiettiva. Dobbiamo dedurne che la questione della Fede è una mera questione di fede devozionale, insufflata dal sentimento (modernismo); che c’è dunque da dimostrare? Niente.

 

Questo è il progressismo. Molti anni innanzi non riuscivamo a capire perché uno scrittore di non troppa vaglia non volesse sentir parlare di «apologetica»; ora abbiamo capito. Ma non che lui lo sapesse, non era da tanto; era manovrato da chi tacendo lo sapeva. Il silenzio in fatto di apologetica, che si sente tutto intorno, le meraviglie sincere espresse a chi ritiene sempre necessaria la apologetica, il fingere di ignorare la sequela logica dei «perché» della mente degli uomini, indica fin dove è entrato il modernismo anche in uomini integerrimi ed onesti. Si guardi bene e, soprattutto, si lasci da parte l’inutile erudizione, usando la propria testa, e si vedrà che tutto il progressismo è venato di modernismo. Forse il rifiuto della apologetica ne è la manifestazione più rivelatrice. Citare, sì; ragionare, no! Perché la ragione e il suo valore non può venire accolta dal modernista. Ci voleva poi tanto a capirlo? I figli che elogiano in casa quelli che hanno fatto andare in rovina i vecchi, che tengono bordone coi persecutori dei propri parenti, si chiamano «degeneri». Evidentemente la capacità logica di distinguere tra un ideologia e gli uomini che la conducono fa al tutto difetto.

 

Molti errori si affermano, si difendono, si divulgano, non tanto per se stessi, ma solo per far dispetto a qualcuno. Essi sono semplicemente lo sfogo delle più bambinesche passioni umane. Tutto fa brodo e, elogiando un po’ i ribelli, sostenendo un po’ gli sbandati, rivoltando le cose a modo proprio, si fanno le vendette, si manifestano le invidie, si rendono noti i disappunti di quelli che credono di non esser potuti «arrivare»; soprattutto, nella gran fiera, si fanno meglio i propri comodi. I peggiori! Ovunque si vogliono le Assemblee: esse indichino, esse decidano. La ragione? Il numero diluisce e fa scomparire — così credono — uno che comandi, il regolamento che limiti. Autorità e regolamenti sono strumenti — oltre tutto — anche giuridici. Poiché non pochi capiscono come vanno a finire le Assemblee cercano di restringere ed usare qualcosa che rassomigli ad una «assemblea ridotta» con qualche regolamento e con un responsabile. Sì, parliamo di «responsabili», perché il terrore di macchiarsi di giudiricismo è tale che non si vuole più sentir chiamarsi «presidente», termine troppo giuridico, e ci si salva con una semplice variazione lessicale. Altra forma è l’uso maldestro della «base». Diciamo maldestro perché il termine può essere usato anche in senso buono. Ma l’uso più ricorrente è quello in cui il timore del temutissimo giuridicismo è tale da far paventare le «responsabilità» (termine giuridico, oltreché morale) e pertanto tutto si scarica sulla «base». Non diciamo affatto che i termini, qui proposti come esempio della posizione avversa al giuridicismo, siano cattivi. Tutt’altro! Diciamo solo che mascherano sulla bocca di taluni una debolezza. Per parlare chiaro diciamo che mascherano facilmente una «ipocrisia». Molti — e lo si osserva nei gruppuscoli, anche minori — temono di dirsi «capo» o «presidente», ma aspirano in ogni modo, anche violento, a fare i «tiranni». La verità è tutta qui: gli uomini liberi si tengono a freno, in modo da realizzare una compatibile vita sociale solo in due modi: «la violenza o la legge». Ricordiamo che la paura è un riflesso della violenza.

Abbiamo parlato del «progressismo», non del «progresso». Il primo cammina a grandi passi, quando non c’è già arrivato, verso la eresia, lo scisma, l’apostasia, la scollatura di tutto. Il secondo va rispettato come è sempre stato rispettato, nelle sue leggi fisiologiche che rinnovano l’organismo, ma non lo alterano, né lo distruggono. La parola «progresso» va difesa dalla contaminazione con la parola «progressismo». Questo è una accolta di perversioni, di errori e di viltà; quello è un segno di vita degli spiriti migliori.

 

Da appunti testo che inizia con: La filosofia conduce alla verità? O meglio, ci si chiede se il conseguimento della verità sia lo scopo della filosofia. In tal caso, la speculazione filosofica, proprio ---- e testo che inizia con: Lo scienziato, secondo Popper, non va alla ricerca

 

Si pensi ad esempio al dottor Ignác Fülöp Semmelweis, vissuto tra Vienna e Budapest a metà ’800. Egli veniva accanitamente perseguitato dai suoi colleghi per via della sua tesi in cui sosteneva che medici ed infermieri in ospedale dovessero lavarsi le mani; egli aveva infatti riscontrato empiricamente che la mortalità per infezioni diminuiva drasticamente in seguito a tale pratica, ma non aveva le prove per dimostrarne i motivi (solo nel 1879 Pasteur verificherà l’esistenza dei microrganismi). Alla fine, esasperato, fu rinchiuso in un manicomio. Come pensate si possa sentire una persona consapevole di star facendo il bene di tutti, e che per questo viene assalita da quelle stesse persone di cui sta cercando di far il bene? Con un muro davanti, un muro troppo alto per tentare di scavalcarlo.

 

Lavar la testa all’asino si spreca acqua e sapone

 

La solitudine “sociologica” a cui abbiamo fatto riferimento in precedenza può quindi essere dimostrata anche ricordando semplici situazioni storiche, note o meno note. Esempi di personalità o collettività refrattarie ad ogni pur minimo concetto di logica tanto da lasciare esterrefatti chi oggi li osservi con cognizione, e l’ostracismo spesso attuato verso chi non si adegua all’irrazionalità ma si strugge nel tentativo di aprire gli occhi ai ciechi.

 

Non voglio sentirmi intelligente guardando dei cretini, voglio sentirmi cretino guardando persone intelligenti” (Franco Battiato)

 

I primi sono come quegli economisti che cercavano di far credere che l’aumento dei prezzi dopo l’introduzione dell’euro fosse dovuto a quei pochi centesimi di differenza nel cambio tra lira ed euro che venivano arrotondati dai venditori al minuto. Una spiegazione che avrebbe potuto reggere, solo se non fosse stato che i prezzi applicati dai negozianti non erano aumentati di qualche punto percentuale, ma erano letteralmente raddoppiati. Inevitabile fare un accostamento con gli insider trader possessori di azioni di uno “schema Ponzi” che contrastano chi sveli lo schema. C’è chi lo fa per interesse, ma c’è anche chi lo fa perché è un emerito cretino che vuole mettere il becco in cose che nemmeno si sforza di comprendere, fungendo con ciò da “utile idiota”.

 

Meno si ha da riflettere, più si parla” (Montesquieu)

 

Essi sono i cosiddetti “debunker”. Così come ci saranno i diretti interessati che architetteranno ogni tipo di bugia per impedire alla verità di venir conosciuta, ci saranno gli investitori ipnotizzati da una specie di sindrome di Stoccolma terrorizzati di perdere l’intero investimento, che contrasteranno ------------- sperando che non sia vero ciò che -----------------, e ci saranno i disinteressati che crederanno di avere il dovere di mettere il becco solo perché hanno la bocca per emettere suoni.

 

La causa principale del diffondersi dell’ignoranza di massa è il fatto che tutti sanno leggere e scrivere” (De Vries)

 

Quando salterà fuori il primo pazzo a dire “guardate che questi non stanno producendo niente, stanno solo fregando l’ultimo arrivato, bruciano foglie secche per far uscire del fumo dalla ciminiera”, l’accanimento verso esso ------------------------------. -----quelli che soffiano nella bolla------- più grande è la bolla, e più distruttiva sarà l’esplosione.

E quale miglior strategia di difesa per i vari “Ponzi” e “Madoff” se non mettere in giro voci di presunta bolla su ogni altra compagnia in modo da far passare i pazzi per quelli che gridano “al lupo al lupo!”? Tale descrizione corrisponde perfettamente anche ai debunker storici.

 

L’ideale senza dubbio cambia, ma i suoi nemici, purtroppo, sono sempre gli stessi” (Jean Rostand)

 

Non è il caso di assumere la sufficienza che il buon don Ferrante assumeva quando dissertava sulle strane parole “sostanza” ed “accidente” ricavandone l’inesistenza della peste. Prassi che raggiungono l’apoteosi nei discorsi degli anti-nuclearisti: tipica quella di inserire varie affermazioni corrette e concordabili, a cui seguono però associazioni illogiche e senza senso ma fatte in modo così furbamente contraddittorio che le menti più influenzabili si sforzano a trovare una logica prendendo per vera la “conclusione” e scartano la premessa (che invece è l’informazione giusta). Infatti altrimenti perché precisare una cosa “vera” che però non c’entra, penserebbe il debole mentalmente? Quindi l’unica logica che troverebbe non è nel mettere sotto critica la carta stampata (una mente influenzabile se vede informazioni stampate su carta, crede che siano il verbo divino), bensì nell’accettare l’implicita informazione tra le righe. Un perfetto esempio di sottile lavaggio del cervello.  ---qui da pag. 62 appunti su carta?-----

 

Non discutere mai, poiché non convinceresti nessuno. Le opinioni sono come i chiodi: più ci si picchia sopra, più entrano in profondità” (Dumas figlio)

 

Ma quello a cui regolarmente si trovano davanti i singoli individui razionali è in verità soltanto un muro debole e marcio, abbattibile con una semplice spinta. Ecco il grande difetto che la razionalità imputa ai “non ottenebrati” (evitiamo di usare il termine “illuminati”, sinonimo scippato da certuni personaggi che corrispondono casomai all’esatto opposto del “lume della ragione”): non essere in grado di capire come dare quella spinta. Noi ci stiamo provando, riunendo le nostre elaborazioni in questo libro.  -----scopo della politica-------  Per far scoppiare una bolla non serve una trave, basta uno spillo. Lo scopo della politica oggi sembra essere il salvaguardare la bolla dagli spilli che cercano di salvare il salvabile. ---- il sistema lasciarlo cadere o salvare? ----qui frase distruggere è facile – ricostruire difficile??

 

Il sistema va chiaramente demolito e solo dalla morte di questo decadente occidente plutocratico potrà uscire all’attacco quell’Europa tradizionale che ha resistito assediata dal giacobinismo odierno dentro le sue foreste e le sue montagne più interne... Quando le falsità e le menzogne che intessano la nostra era verranno stralciate solo gli uomini migliori riusciranno a trascinare l’umanità verso un nuovo giorno. Per questo solo una aristoi armata di coerenza, di coesione e di diacronia potrà riuscire nella completa trasformazione del sistema. Che cos’è il sistema? L’insieme delle istituzioni e delle leggi che hanno legittimità in un territorio e che regolamentano tutti i campi come: politica, cultura ed economia. La nazione non è altro che l’insieme degli individui caratterizzati dalla medesima etnia e cultura in un dato territorio. Il Sistema è un gioco di azioni e reazioni che si annullano per restare così com’è. Non è il blocco monolitico che alcuni immaginano. ---- bande di agitatori, populisti e demagoghi ne aizzino il popolo disperato; poi subentrerà la milizia a resettare il “sistema”.------

 

Il cittadino di uno Stato democratico esprime col voto la sua impotenza” (Gian Piero Lepore)

 

Per quanto pilotata e plutocratica esiste la democrazia ed è la debolezza del sistema occidentale poiché da la possibilità di cambiamento ad un vulgus che non vive di conoscenze ma di istinti. Pilotare le paure ( e qua ci vuole una elité ) verso la fine del sistema stesso ( quindi la distruzione di tutte le istituzioni per la creazione di nuove ).

 

Accettare la civiltà quale essa è significa praticamente accettare la decadenza” (George Orwell)

 

La società odierna ci mostra questi muri come dei valichi insormontabili castrando a priori il sentimento critico del singolo cittadino, attraverso la pratica della ghettizzazione del “diverso”, del “non omologato” alla conformità della democrazia liberale come unico sistema possibile. Proprio la casta politica, attraverso le sue propaggini mediatiche, è fondamentale in questa opera conformista. Diverso è chi non si intruppa negli schemi classici di destra-centro-sinistra. Diverso è chi non è un estimatore della nazione-guida Stati Uniti. Diverso è chi si prova a sostenere la tesi che vi siano stati sovrani liberi di operare le proprie scelte, in particolare energetiche. Diverso è chi considera che quello che sta accadendo da 58 anni in Palestina sia una pulizia etnica. Diverso è chi ritiene che nell’ultima guerra non abbiano vinto i buoni. Diverso è chi ritiene che un accordo energetico con la Libia sia necessario, nonostante i comportamenti “pittoreschi” del suo presidente Gheddafi.

La differenza è questa: loro concependo il male lo riversano come in uno specchio su altri, i quali sono solitamente quelli che non essendo capaci di concepire il male si trovano svantaggiati nel saper fronteggiare ciò. Questi nei -------- vedono non dei malvagi, ma dei fuorviati idioti.

 

E’ sempre l’esistenza del presunto male che giustifica l’esistenza del presunto bene. Ma tutto è, per l’appunto, una presunzione” (----------------------)

 

Il Libero Pensiero e’ ormai “razzialmente” considerato come Male Assoluto.

La politica oggi è identificata unicamente come lotta di parte, quasi come una guerra santa tra religioni. Sembra ci sia una sola regola per gli uomini politici di tutto il mondo: quando sei al potere non devi dire le stesse cose che affermi quando sei all’opposizione. ----incoerenza---- Questa consapevolezza conferma l’asserzione che oggi il significato della politica è capovolto rispetto ai suoi scopi naturali. La politica dovrebbe essere il sapersi occupare dei problemi degli altri come se fossero propri. Pia illusione in questa società. Il punto è che i problemi degli altri sono già problemi propri! Ma ben pochi lo capiscono, in un mondo dove filantropo viene considerato chi gode ed approfitta della stupidità degli altri, mentre chi se ne strugge e la critica diventa il misantropo additato e perseguitato.

 

L’amore per il popolo è vocazione aristocratica. Il democratico lo ama soltanto in periodo elettorale (Nicolás Gómez Dávila) 

 

Non serve certo ricorrere all’esempio degli infortuni sul lavoro e relative pensioni di invalidità. Oggi chi vuole la costruzione a Venezia di un’inutile metropolitana sublagunare dal percorso totalmente assurdo, è il buono; chi ne è contrario o fa notare l’esistenza di un percorso più razionale coi flussi di traffico, è il cattivo. Chi abusa dei beni pubblici è il buono o il furbo, chi li rispetta è il cattivo o lo stupido. Questo perché solo pochi eletti riescono a capire che nel “tutti” sono compresi loro stessi. ----altri esempi?----i beni pubblici---inquinare lago----abusare di acqua pubblica---- Oggi è valutato in un miliardo e duecento milioni il numero delle persone che soffre la fame. Gli ambientalisti estremisti neo-maltusiani che auspicano un’epidemia che riduca la pressione umana sul pianeta possono essere considerati egoisti? Non si vede perché, dato che essi certamente non si escludono dalla lista non essendo certo dei privilegiati immuni da qualunque malattia! L’amministrazione pubblica non è un problema di ciascuno solo dal punto di vista dei beni pubblici, che pagano visibilmente tutti. Anche i beni privati: quando un automobile viene distrutta non è il proprietario a perderne il valore, ma tutti. Viene a mancare un automobile ad un potenziale utilizzatore. Viene distrutto il tempo ed il lavoro di chi ne ha permesso la produzione. Acquistare un automobile costerà di più, a tutti.

 

Solidarietà significa integrità corporativa: i doveri che ci aspettiamo dagli altri e i diritti che chiediamo per gli altri. E l’atteggiamento di solidarietà va di pari passo con il dovere dell’opposizione (…). Lungi dal mettersi ai margini della comunità, coloro che si oppongono a tutto ciò trovano la propria dimensione costruttiva all’interno d’essa” (Karol Woitila)

 

Una persona che consapevole di aver trovato alla nascita questo mondo già pronto, vuole perlomeno ricambiare questa benevolenza, migliorandolo per tutti, mentre altri non fanno altro che pretendere spudoratamente privilegi senza dimostrare alcuna gratitudine in cambio, peggiorandolo anziché migliorandolo, e il paradossale è che ne ricevono meriti anziché rimproveri. Quelli che buttano le cartacce per terra anziché nel cestino, per intenderci banalmente.

 

Chiunque riceve la protezione della società le è debitore per il beneficio ricevuto” (John Stuart Mill)

 

L’unico a ricevere sfacciati rimproveri gratuiti è colui il quale butta le cartacce nel cestino anziché per terra. Il filantropo che a causa di ciò viene perfino vilipeso come “scemo” per la sua apprensività, qualora provasse ad adeguarsi al comportamento degli altri non potrebbe farlo altro che imitandolo grossolanamente, apparendo egli stesso come il peggiore dei misantropi! Guai quando provasse una prima volta a buttare una carta per terra! L’accanimento sarebbe oltre ogni immaginazione! E non potrebbe far altro che ascoltare il ritornello regolarmente con rassegnato stupore e sopracciglia aggrottate, osservando impotente questa e altre aberrazioni piccole e grandi che costellano il percorso di questa società umana e le singole vite. Parafrasando una frase di Giuseppe Stalin:

 

Una cartaccia per terra è una tragedia, un milione di cartacce per terra è statistica

 

Niccolò Macchiavelli nella “Mandragola” fa notare la differenza tra chi crede nel bene comune e chi invece è abituato a farlo perché non ha mai avuto la possibilità di scegliere diversamente. Il “bene” frutto di una riflessione e di un percorso individuale, diventa parte integrante dell’individuo che mai potrà abbandonarlo senza tradire se stesso. Chi invece segue l’“indottrinamento” sociale finisce per scegliere il “male” non appena può e questo succede perché il bene non è parte della coscienza della persona ma una arbitraria imposizione sociale che viene concepita non come un qualcosa di realmente buono ma come una sorta di “forma di controllo” ed annientamento della volontà individuale.

 

L’occasione fa l’uomo ladro

 

In questo prendono senso le regole delle religioni, sorta di primordiali linee guida sociali. In sostanza la gente comune non agisce nel bene perché lo ha ritenuto giusto dopo una riflessione, ma per abitudine o paura, quando non per tornaconto diretto. Certamente per essi è impossibile concepire l’esistenza di persone che si comportano bene non per coercizione ma perché sanno che è la cosa giusta per tutti, compresi loro stessi. Lecito è chiedersi come gli irrazionali possano permettersi di giudicare chi per scelta e dopo riflessione opta per il bene, ma nell’agire ha magari causato involontariamente qualcosa che tutti i veri maligni “mummificati” giudicano come “male”.

 

Vi è un grado di falsità incallita, che si chiama coscienza pulita” (Friedrich Nietzsche)

 

Il concetto comune di “onestà” è certamente una delle maggiori ipocrisie della società. Essere onesti per paura della prigione è ben diverso dall’essere filantropi per empatia, immedesimazione. Filantropia intesa nel senso letterale del termine, non nel corrotto senso comune di “beneficenza” ovvero determinata unicamente dall’egocentrismo. Per i più empatici, essere definiti onesti equivale ad un insulto, perché indica la considerazione di un giudizio, il quale presuppone implicitamente la possibilità eventuale di definizione opposta. E dato che per essi il concetto comune di disonestà non sussiste, allo stesso modo non può sussistere un concetto opposto. Dove sta la differenza tra il “ladro” che ruba un panino e l’“onesto” che nei buffet si riempie la borsa di tutto ciò che può arraffare? Solo nella concezione popolare convenzionale. Solo nella giustizia istituzionale. Solo nell’opinione. Non nei risultati fattivi.

 

«Se mi sono dato al furto non è per guadagno o per amore del denaro, ma per una questione di principio, di diritto. Preferisco conservare la mia libertà, la mia indipendenza, la mia dignità di uomo, invece di farmi l’artefice della fortuna del mio padrone. In termini più crudi, senza eufemismi, preferisco essere ladro che essere derubato. Certo anch’io condanno il fatto che un uomo s’impadronisca violentemente e con l’astuzia del frutto dell’altrui lavoro. Ma è proprio per questo che ho fatto la guerra ai ricchi, ladri dei beni dei poveri. Anch’io sarei felice di vivere in una società dove ogni furto fosse impossibile. Non approvo il furto, e l’ho impiegato soltanto come mezzo di rivolta per combattere il più iniquo di tutti i furti: la proprietà individuale. Per eliminare un effetto, bisogna, preventivamente, distruggere la causa. Se esiste il furto è perché “tutto” appartiene solamente a “qualcuno”. La lotta scomparirà solo quando gli uomini metteranno in comune gioie e pene, lavori e ricchezze, quando tutto apparterrà a tutti» (Alexandre Marius Jacob)

 

Si pensi alla cosiddetta “giustizia intra-carceraria”, culminante nelle lettere di solidarietà scritte dai detenuti ai parenti di determinati tipi di vittime. Come poter considerare uno scippatore che si considera moralmente migliore dei coniugi di Erba?

Il campione di quest------- lo abbiamo in Vallanzasca – superbo esempio di antipatia spontanea --- di cui abbiamo l’esempio nell’episodio dell’orologio marca Rolex oggetto di scommessa con un ispettore di polizia, il quale solo per rispetto della proprietà evitò di gettare l’oggetto giustamente nel cestino dei rifiuti.

 

La moralità è il letto d’un fiume asciutto dove starnazzano le papere” (----------------)

 

----qualcos’altro?------ Questo discorso non vuole ovviamente introdurre ad un’apologia del reato, ma alla ricerca di una soluzione alla causa originaria di tutti i reati. Non è nemmeno una ricerca di soluzione “all’anarchica”, ma  -- --- --. Non è la demagogia dei marxisti che sembra vivano in un altro pianeta dove le leggi fisiche e matematiche non valgano. ----------. Per ridistribuire la ricchezza bisogna prima crearla.

Il problema fondamentale, come si sarà intuito, non sta nel livello di progresso intellettivo raggiunto dalla media delle persone o il suo livello massimo. Sta in chi guida la società, come e perché. E da questo punto di vista, la critica al sistema sociale odierno è inevitabile. Non una trita critica qualunquista.

 

Il fatto che un’opinione sia ampiamente condivisa, non è affatto una prova che non sia completamente assurda. Anzi, considerata la stupidità della maggioranza degli uomini, è più probabile che un’opinione diffusa sia cretina anziché sensata” (Bertrand Russell)

 

Nella società la guida culturale è determinata si dalla maggioranza, ma anch’essa si accosta sul carisma dei dominanti. Purtroppo il problema è che non è il vero valore qualitativo a determinare tale carisma scambiato erroneamente per “merito”; anzi solitamente sono i meno meritevoli a tenere il coltello dalla parte del manico. Li si può anche sovrastare moralmente, guardare dall’alto in basso, evidenziarne gli errori, ma sempre in balìa di essi si sussiste; privi di voce in capitolo, castrati, repressi, impotenti.

 

Chiunque sfidi l’ortodossia dominante viene ridotto al silenzio con sorprendente efficacia. Un’opinione genuinamente anticonformista non ottiene quasi mai la giusta considerazione” (George Orwell)

 

Tanto varrebbe quindi evitare di opporvisi e lasciarsi andare, aggregandosi all’obnubilamento generale. Facile dirlo, ma difficile farlo. Ci si può autoimporre -----modestia-------, ma regolarmente davanti ai sempre sotto-------- impatti con l’assurdità del mondo ------- si viene da esso tirati fuori a --------. 

La società pretende di trattare tutti secondo le sue regole, anche quelli che non le accettano e non le hanno mai sottoscritte. Certo, le regole sono necessarie e devono essere valide per tutti. Ma chi è che le decide? Il “pubblico” è fatto da un insieme di persone, ignoranti e meno ignoranti. Anche la democrazia opera su un principio statistico simile: la collettività è mediamente più “saggia” del singolo (anche se ci sono individui molto più saggi della collettività). Il problema come sempre è quello di ricordarsi che anche se, da un lato esistono persone meglio adatte di altre per prendere decisioni, come nel governo di una nazione, o sedere al vertice di un albo professionale o in una commissione di valutazione, anche se esistono queste persone, non c’è alcuna garanzia che siano queste persone ad occupare quelle posizioni. Ed è effettivamente raro trovare una persona che ricopra il posto più adatto ad essa. Di conseguenza, oggi a causa di questa alterazione delle attribuzioni, alla fine, sul lungo termine, le decisioni prese da un collettivo si rilevano migliori di quella di un singolo od una oligarchia saliti al potere per interesse proprio e grazie all’astuzia. Qualora certe regole stabilite dalla maggioranza siano aberranti, alle persone che riescono a rendersene conto, la causa non è la democrazia in sé, ma ciò che la rende oggi come oggi necessaria. Certo se lasciamo le cose in mano al collettivo i risultati non sono affatto peggiori di quelli che sono oggi come oggi.

 

I nove decimi delle attività di un governo moderno sono dannose; dunque, peggio son svolte, meglio è” (Bertrand Russell)  O su Ed il “think tank” (o mainstream???)?

 

Il punto fondamentale quindi deve essere porre le basi che consentano di identificare una valida alternativa al sistema democratico parlamentare. Come si legge anche nella Bibbia, non si può costruire una casa partendo dal tetto!

 

----qualcosa su meritocrazia qui ----------

 

E’ vero che molti cittadini non sanno gestirsi, ma se non gli viene insegnato e dato la possibilità di provarsi le cose non migliorano di sicuro. L’esempio classico è l’assemblea condominiale (nel caso ideale in cui non sia pilotata da condomini chiassosi o rissosi sostenuti da una claque prepotente). Il singolo condomino, preso individualmente non ne sa molto su svariati degli argomenti che riguardano il condominio. Ma se uno della minoranza di “svegli” espone una argomentazione, una idea, una soluzione migliore, la sa riconoscere e farsela propria. Quindi, alla fine, una assemblea condominiale fatta tra persone tranquille, anche se rappresentino lo strato medio sociale italiano, incluso quelli che secondo alcuni, solo perché privi di titoli di scuola, non dovrebbe neanche scegliere, in realtà prende decisioni di qualità superiore a quelle dell’amministratore autoritario o che si fa gli interessi suoi. Naturalmente il requisito è che i condomini si comportino da persone mature, siano abituate a decidere in assemblea, e non cresciuti una vita in un rapporto di sudditanza con il potere, l’amministratore ed il capo reparto in fabbrica o in ufficio (Paolo Villaggio ha rispecchiato un personaggio che è molto italiano ... anche se un po’ esagerato). Ovvio che se “molliamo” le redini, all’inizio c’è un po’ di sbandamento, ma man mano le gente impara ed il risultato è solo in miglioramento delle cose. Il punto quindi è che in teoria la democrazia potrebbe non solo funzionare, ma che in un sistema sociale come quello odierno si rivela necessaria come male minore. Ma in pratica la realtà ci dimostra come a decidere le opzioni da votare siano regolarmente dei cretini, e che l’opzione più votata dagli elettori li renda degni di tali capi----------------.

 

Nelle democrazie, i governanti raramente sono peggiori dei governati” (Roberto Gervaso) 

 

Biagio Antonacci è l’emblema di come una scelta affidata alla massa finisca per essere inevitabilmente quella più assurda. La democrazia potrebbe funzionare solo se -----tutti i cittadini fossero omologati su livelli intellettivi identici, ma ciò non è possibile, ed anche quando si volesse realizzarlo restringendo il diritto di voto ad un certo gruppo ciò andrebbe contro ai fondamenti attuali del concetto di democrazia. -----------Quindi non quella parlamentare. La ----- che si intravede è l’utilizzo di un diverso tipo di democrazia. Quello che difatti non riescono a capire né i sostenitori dell’ideologia della democrazia, né i suoi critici, è che il parlamentarismo non detiene il monopolio del concetto di democrazia! 

 

Le repubbliche democratiche mettono lo spirito di corte alla portata della maggioranza e lo fanno penetrare simultaneamente in tutte le classi”. Non è una corte verticale, come nelle aristocrazie, ma laterale: “ciascuno fa il ruffiano con tutti” ----- A. de TOCQUEVILLE, La democrazia in america, Milano, Rizzoli, 1992 in R. STENGEL, Manuale del leccaculo, Fazi Editore, Roma, 2004, p. 204.—

 

E le basi della democrazia oggi intesa, ----esempi-------. In definitiva il principio su cui si basa è -------. Questo principio è fuorviante e falso. Nel terzo millennio possiamo ben dire che, anche accettando obtortocollo la buona fede di chi intende una democrazia come una opportunità di coinvolgere  ampiamente i cittadini nella gestione della vita societaria, questo tentativo è miseramente fallito in una “degenerazione  individualistica e anarchistico-plebea” ---- Cfr. F.G. FREDA, Platone. Lo Stato secondo giustizia, Edizioni di Ar, Padova, 1996, p. 10. -----. La democrazia è soltanto un comitato di affari in cui pochi tenutari del potere e gestori di apparati partitici - al guinzaglio di agenzie esterne forti e condizionanti le decisioni politiche - gestiscono la vita dei sudditi indipendentemente dalle volontà individuali, gratificando le voglie più basse dei singoli e contro il benessere degli stessi. Per  quanto riguarda l’attuazione del ----- politico (nella fattispecie la democrazia) nel campo del lavoro, poi, siamo alla menzogna più sfacciata, in un sistema che ha rinunciato al minimo delle tutele, con un precariato in continua espansione ed una flessibilità demotivante e depressogena. Sembra che per i fanatici della democrazia essa vada bene applicata a qualunque cosa, fuorché alla base stessa della società: il lavoro! Ma puntualizzarlo è una folle utopia.

 

Tutto ciò che ha valore nella società umana, dipende dalle opportunità di progredire che vengono accordate ad ogni individuo” (Albert Einstein)

 

Oggi l’organizzazione del lavoro è antitetica ad ogni concetto di democrazia, anzi è proprio l’apoteosi de ---------------------. Ma sembra a tutti andar bene così. Per quanto riguarda la libertà, poi, l’unica libertà lasciata aperta nel sistema lavorativo è quella di morire di fame. Alle persone sveglie appare inconcepibile come da un lato ci si accanisca furentemente sulla democrazia nella politica, tutto sommato superflua in quanto vaga e vasta, e dall’altro lato si tolleri o si approvi ampiamente la totale assenza di democrazia e di libertà nell’ambito fondamentale della società che riguarda le sfere personali di sostentamento quale è il lavoro!

 

Così come la maestra auspicava un consenso totalitario sui suoi gusti artistici, esistono tutt’oggi una miriade di professori monotematici che vorrebbero ------- l’esempio più comune è quello dei fanatici delle contrite gite ad Auschwitz anziché al campanile di Giotto. C’è da chiedersi a quando l’ora scolastica appositamente dedicata?  ------sussiego--------- guai, regolarmente, a quei rari studenti che osassero asserire la nudità del Re!

 

Tra l’altro, in tutte le ultime discussioni è mancata del tutto una domanda fondamentale che solo una volta mi è stata posta diverso tempo fa, ovvero cosa spinga a sostenere le tesi revisioniste. La risposta è abbastanza semplice. Prima di tutto teniamo presente che la stragrande maggioranza delle persone comuni non è nemmeno a conoscenza di queste, quindi non ha nemmeno la possibilità di accedervi. Mi riferisco a chi non ha un computer con internet, ovviamente. Ovviamente a moltissimi altri può non interessare proprio il tema. Bene, assodato questo, teniamo presente che fin da bambini praticamente tutti vengono informati (anche a scuola) della tesi ufficiale dell’olocausto, e nel presupporre che esistano tutt’oggi nazisti un bambino non potrebbe altro che immaginare che questi si dicano contenti e sostenitori dell’avvenimento dell’olocausto, a rigor di logica. E’ possibile immaginare lo stupore in un bambino allorquando venga a sapere che non è affatto così. Si chiederà inevitabilmente: “ma allora perché me l’hanno lasciato credere?” e soprattutto “ma se i neonazisti non fanno apologia dell’olocausto ed anzi lo deprecano loro per primi, perché vengono attaccati dagli altri, ed in maniera così furente???????”. Sarebbe comprensibile difatti un tale accanimento verso uno che dicesse “Hitler ha fatto bene”, ma è difficilmente comprensibile verso uno che dice “io non credo possibile che qualcuno abbia organizzato e attuato ciò”. Inoltre, cosa ancor più grave, agli occhi di un revisionista l’accanimento furente col quale i sostenitori dello sterminio avversano la ricerca storica sull’argomento non può che apparire come una speranza che lo sterminio sia avvenuto veramente. Checchè i sostenitori dello sterminio ne dicano è consequenziale che vengano identificati in tal modo, in mancanza di altra plausibile spiegazione razionale del loro accanimento. Quindi a questo punto un bambino divenuto consapevole di ciò non potrebbe altro che notare l’inversione delle parti buono/cattivo, e chiedersi se sia giusto ciò.

Perché nessuno mai pone la più ovvia e fondamentale delle domande? Evidentemente perché presuppone già da sé la risposta. Una risposta completamente fasulla e basata sul pregiudizio, confondendo causa ed effetto.

 

La tristezza mentale determina la caparbietà: non crediamo facilmente a ciò che si trova al di là del nostro campo visivo. Le menti mediocri condannano abitualmente tutto ciò che oltrepassa le loro capacità” (La Rochefoucauld)

 

 

La conseguenza che ne ricaviamo è che, prima di, e per poter, eliminare l’inefficiente ed iniquo sistema politico demo-parlamentare si deve demolire e ricostruire le basi della società, ovvero ristabilirla sotto un egida meritocratica. Per questo la base di una tale democrazia deve essere l’organicismo.  ---nota organicismo qui?----

 

Non potrei definire come sono entrato nella lotta. Forse come un uomo che, sorpreso dal fuoco che divora una casa, getta la giacca e balza al soccorso di quelli in preda alle fiamme” (Corneliu Zelea Codreanu) ----- qui o su Venezia?-----

 

A chi nulla è stato dato, nulla può essere richiesto” (Henry Fielding)  

 

Non è concepibile non pretendere di essere trattato come si tratta gli altri. Uno che non ruba non può non pretendere che non gli si rubi. Uno che tratta gli altri con rispetto non riesce a concepire che gli altri non lo trattino con rispetto. Ma quando ciò venga violato non si può ribattere con argomentazioni che si rivelano regolarmente nulla più che “lavare la testa all’asino”. Lo si può sopportare, assuefarsi, ma è difficile accettarlo ed adeguarsi. Un mondo capovolto ed iniquo, astioso e acrimonioso, sapientemente descritto alcuni anni fa dal cantante Antoine nella sua canzone “Pietre”.

 

Riflettere è considerevolmente laborioso, ecco perché molta gente preferisce giudicare” (José Ortega y Gasset)

 

Sicuramente i coniugi Romano a suo tempo avranno deprecato l’omicidio dei coniugi Maso. Tutti pontificano guardando la pagliuzza nell’occhio altrui; finché non gli piomba una trave nel proprio. E non è detto che ciò accada per scelta. Come Alice nel paese delle meraviglie, è facile aver a che fare prima o poi con la “Regina” della società, e trovarsi in sua balìa, anche contro la propria volontà. Non circoscriviamo questi pensieri solo agli autori di questa opera, in quanto certamente esisteranno molte altre persone, magari anche più degne del nostro misero campione, pervase dagli stessi nostri intimi contrasti e consce come noi delle incongruenze di questo mondo; elaboriamo questo testo anche per loro, immaginando che siano nelle stesse condizioni comuni a molti altri, e, come noi, vedano le cose senza occhiali affumicati, osservandole in silenzio, come abbiamo dovuto fare anche noi fino ad ora.

 

Colui che si affida totalmente ai suoi simili appare loro come un individuo inutile ed egoista; ma chi si concede parzialmente ad essi viene definito un benefattore e un filantropo” (Henry David Thoreau) ---spostare su??---

 

Ora vorremmo provare a rompere quel silenzio fino ad oggi solo interrotto brevemente dai frastuoni inconcludenti delle giovani generazioni moderne i cui movimenti sembrano contraddistinti soltanto da puerili fremiti consumistici ed estetici. Nessuno sembra preoccuparsi di ---------, anzi, nessuno sembra notarlo. Questo è ciò su cui contano i ----furbi------approfittatori ed i loro numerosi burattini.

 

Tutte le leggi umane, non quelle divine, sono il risultato di uno sforzo di uomini. Altri uomini vengono, modificano, aboliscono, perfezionano. Non ci vuole nulla ad abolire. Distruggere è facile, ma ricostruire è difficile” (-----------------------)  

unire in qualche modo???

 

Il pensiero politico-ideologico degli uomini non si discosta dal pensiero “automobilistico” già menzionato. Come un gregge in cui ogni bestia imita all’unisono il comportamento della maggioranza. Oggi che internet ha aperto ampie possibilità di espressione e di “spinta sui muri” --------, il riferimento ai cosiddetti “debunker”[4], i sorreggitori dei “muri”, è chiaro. Voler seguire appositamente un comportamento errato può anche essere accettabile, ma volerlo convintamente imporre agli altri e magari voler pure avere ragione verso chi non lo attua è un altro discorso. L’ignoranza non è una colpa. Ma solo gli stupidi non riconoscono la propria ignoranza e pretendono di avere ragione a priori. La differenza sta nell’argomentarla e provarla, la ragione. Non è la stupidità in sé ad infastidire. Nemmeno la stupidità è una colpa ma lo diventa quando uno stupido in torto pretende pure di avere ragione. Soprattutto quando davanti l’evidenza argomentata e provata. E vi assicuriamo che chi, come noi, sa recepire ------- vi assiste continuamente, a volte ribellandosi, quando possibile farlo. Non potrebbe essere altrimenti, nell’incapacità di accettare la stupidità che circonda le nostre vite e il nostro ambiente politico in particolare.

 

Ecco quello che mi manda in bestia: la gente stupida non sa della propria stupidità” (George Bernard Shaw)

 

Non si intende sputare sentenze campate in aria. Più e più indicatori di stupidità sussistono nella società. Uno, per quanto banale, è estremamente esemplare, ed è il concetto comune di riposo: lodato è chi si sveglia alle 6 di mattina, deprecato chi alle 12; eppure si presume che entrambi abbiano dormito lo stesso numero di ore, quelle mediamente necessarie a tutti, ne più ne meno. E quando qualcuno ha bisogno effettivamente di dormire più ore (perché di bisogno si tratta, non di volontà!), esso viene deprecato anziché lodato! Cosa si può dire di una società che depreca chi durante la veglia ha un’attività mentale maggiore (che è la causa della maggior necessità di riposo cerebrale) e loda chi avendola minore ha minor necessità di riposo? Questo è l’esempio campione del livello intellettivo di questa società dominata dagli stolti.

Difficilmente essi potrebbero capire cosa possa voler dire per un vero “alfa[5]” sentirsi considerare parassita dai falsi “alfa”, i quali sono essi i veri parassiti… Ribadiamo di non accampare in aria come un’opinione personale queste affermazioni. E per questo esempi non mancano. Quando la stupidità è superficiale è pure tollerabile; ma quando diventa una “stupidità militante” allora diventa fastidiosa. L’esempio tipico di quest’ultimo caso è in quelli che rifiutando la religione impostagli alla nascita da adulti si “sbattezzano”, dando così essi stessi avvallo di importanza alla stessa ritualità di quella religione che vorrebbero delegittimare. Danno importanza ad una cosa che invece dal loro punto di vista dovrebbero voler ridimensionare. Bisognerebbe che imparassero il concetto “ogni pubblicità è buona pubblicità”.  ---paragonarlo con altro---- Questo non è neppure il peggior esempio, altri li troverete sparsi nel testo. Un paese nel quale quando dei neogenitori hanno scarse disponibilità economiche, anziché come logica vorrebbe, metterli nella condizione di guadagnare di più, gli tolgono il bambino con questa motivazione[6]! Come se poi la colpa del basso guadagno potesse essere dei genitori, e non proprio anche di quell’istituzione stessa che si permette poi pure di decidere su di loro e sul loro figlio! --qui?

Se questi banali esempi non bastassero, tutti possono prendersi uno di quei quotidiani distribuiti gratuitamente e leggersi la pagina dei commenti inviati per sms… difficile negare di trovare in essi l’apoteosi dell’imbecillità a livelli altrimenti inimmaginabili. E quelle sono le persone a cui permettiamo di votare alle elezioni politiche, amministrative e nei referendum.

 

Ma ribellarsi, ovvero esprimere e diffondere la propria opinione, cercando semplicemente di “far notare” le incongruenze, non sempre è possibile. Soprattutto quando si è sommersi da una massa di opinioni inutili e assurde. Quando possibile, arduo è contare che non capiti perlomeno uno, di “bastian contrario”. Ed il consenso popolare, raramente pende verso la parte giusta. Spesso si accanisce fino al limite del ---------. Esempi di martiri vittime della stupidità umana ne abbiamo molti, a cominciare da Ipazia di Alessandria, recentemente protagonista delle cronache culturali grazie ad un film fin troppo boicottato. Purtroppo nonostante i secoli trascorsi il mondo è cambiato ben poco da allora, sotto questo punto di vista.

Come classificare la differenza tra chi dalla stupidità altrui vuole e sa trarne profitto (le sette religiose, i maghi, i casinò, i venditori di suonerie, ecc), e chi invece se ne strugge? Come poter giustificare chi si dimostra forte solo coi deboli e debole coi forti? Chi si aggrega ai branchi? Come poter tollerare il fatto che sia regolarmente la disonestà a pagare, mentre la filantropia vera viene vilipesa? Non la filantropia dei disonesti, quella di chi dona dopo aver rubato, per acquisire meriti o credendo così di potersi salvare l’anima. Ma quella di chi non può donare nulla perché non ha nulla, ma quel poco che può fare lo mette a disposizione. Ed a volte rischia perfino la galera per questo, magari beccandosi pure del parassita dai veri parassiti della società, o del misantropo dai veri misantropi… e se pensate che ciò sia raro, vi sbagliate.

 

Se c’è qualcuno di tendenza liberale che dice che tali considerazioni come quelle qui sopra sono immorali, gli farò le seguenti domande: è possibile [avere] la minima speranza di guidare le masse con dei consigli e degli argomenti ragionevoli, quando si può fare qualsiasi obiezione o contraddizione, per quanto possa essere insensata, e quando una tale obiezione può essere maggiormente apprezzata dalla gente, i cui poteri di ragionare sono superficiali? Gli uomini nelle masse, che sono motivati solo dalle passioni meschine, dalle convinzioni misere, dai costumi e dalle tradizioni; cadono in preda al dissenso di parte, che impedisce qualunque forma di accordo, anche in base ad un’argomentazione perfettamente ragionevole” (dal “pamphlet contro Napoleone III” di Maurice Joly)

 

Non tutti noteranno un nesso con la religione cristiana. Il più importante messaggio intrinseco che ci ha lasciato il sacrificio di Cristo invece è proprio questo, lui che è stato condannato e crocifisso per volere di chi temeva per i propri privilegi immeritati, e con l’avvallo della maggioranza del popolo accecata dal fanatismo strumentale. Ma sembra che oggi questo messaggio non sia ancora stato recepito, visto che i farisei prosperano alla grande. Ma non si fraintenda quanto letto finora: è statisticamente ovvio che in una società metà dei suoi cittadini saranno classificabili come più intelligenti e l’altra metà meno.

 

Non si governano angeli nel Cielo, ma uomini sulla terra, che sono come sono, con tutti i loro limiti e non come qualche utopista o sottospecie di idealista vorrebbe che fossero” (Antonio de Oliveira Salazar)   

 

Nessuno qui vuole biasimare chi “non ci arriva”. Ma è difficilmente accettabile che a dirigere ogni ambito della società sia generalmente una classe appartenente alla fascia della metà meno intelligente, e che come automatica conseguenza esclusivista siano i più intelligenti ad essere messi nell’ultimo gradino della scala sociale come dei paria, tanto più in basso quanto maggiore è l’intelligenza. Nessuno di noi scriventi pretende o ha mai preteso vantare superiorità, anzi qualcuno avrebbe piuttosto desiderato proprio l’opposto. Non di essere più stupidi, ma che lo fossero di meno gli altri, in modo da non dover sentire sulle spalle tutto il peso inesprimibile di una responsabilità sociale percepita proprio come tale. Come un impotente genitore di un incontrollabile bambino gigantesco. Ma purtroppo ogni giorno che passa un tassello si aggiunge alla consapevolezza della stupidità che ci circonda, fin nelle più piccole questioni, facendo “cadere le braccia” ogni volta nonostante l’abitudine che si dovrebbe aver maturato.

 

I cretini sono sempre più ingegnosi delle precauzioni che si prendono per impedirgli di nuocere” (Legge di Murphy)

 

Come simbolo dell’incongruenza delle scelte politiche odierne, oltre al progetto di metropolitana sublagunare, come non poter citare la scelta dello smantellamento dei tratti a 2 corsie della SS 1 Aurelia? Per appaiarvi una nuova autostrada a pagamento, forse prendendo spunto dal film “Chi ha incastrato Roger Rabbit”... Il muro davanti alle persone razionali si alza sempre di più. Tanto da far arrivare qualcuno al proposito di farsi lobotomizzare pur di poter a seguito di ciò provare quello che gli altri chiamano “felicità” e che non tutti sono sicuri di aver mai provato.

 

Il problema dell’umanità è che gli sciocchi e i fanatici sono estremamente sicuri di loro stessi, mentre le persone più sagge sono piene di dubbi” (Bertrand Russell)

 

La società odierna può essere riassunta anche con un banale ma calzante esempio etologico: il cuculo. Il comportamento atipico di quest’uccello, che non cova il suo uovo ma lo depone nel nido di altri uccelli, i quali lo covano con amore, e nel momento in cui si schiude, il pulcino del cuculo spinge fuori dal nido gli altri pulcini, facendo in modo che i genitori “adottivi” accudiscano solo lui, anche quando divenisse più grosso di loro. Una curiosa coincidenza utile da far notare, dato che ciò corrisponde appieno alla gerarchizzazione della società odierna dove nelle attribuzioni non è il merito ad essere vincente, ma la competizione sfociante nell’arrivismo più aggressivo. L’esempio non termina qui: un pericoloso nemico degli uccelli è il serpente. Talvolta capita che un serpente visiti un nido mangiandosi le uova; statisticamente in percentuale uguale sia nel nido dove vi sia un pulcino di cuculo, sia dove non vi sia. Nel paragonarlo alla società odierna, in essa è come se il serpente capitasse solo nei nidi contenenti uova di uccello originale e non in quelli dove il cuculo ha deposto. Ovvero: non c’è mai un binario elettrificato a portata di zampillo quando agli scemi scappa la pipì. Forse non è immediatamente comprensibile la metafora della giustizia della società degli uomini che c’è in questi esempi, ma contiamo che alla fine della lettura di questo libro lo divenga. E se così non avvenisse, esistono già in commercio diversi testi sulle cosiddette “leggi di Murphy” che possono chiarirlo. Oppure il classico “Fantozzi”, insuperabile analisi sociologica della società italiana. 

 

Chi possiede arte e scienza, ha religione. Chi non le possiede, abbia religione” (Johann Wolfgang von Goethe) ---qui???----

 

Spostando il discorso su di un terreno metafisico possiamo inevitabilmente anche considerare che tutte queste consapevolezze possono portare un individuo a non prendere nemmeno mai in considerazione il concetto stesso di “Dio”, razionalmente. Ma irrazionalmente l’emozione può prevalere sul raziocinio, e davanti alle aberrazioni ed alle ingiustizie che accadono davanti agli occhi non è concepibile obiettivamente accettare che si limiti tutto a “questo”. Ma un dubbio che può sorgere comprensibilmente è: se questo fosse il mondo auspicato da un Dio, questo Dio sarebbe un Dio malvagio, ovverosia un diavolo. Come altro si potrebbe definire un Dio che si diverte continuamente a fare sadiche scommesse sulla pelle dei suoi “figli”, come nel caso di Giobbe? Ma nella vita vera il lieto fine non esiste mai. Le disgrazie non hanno mai motivi reconditi. Le puerili scuse accampate dalle varie religioni lasciano il tempo che trovano. “Quel che avviene”, non sempre “conviene”. La religione come legislazione primordiale alla base delle regole di vita è certamente necessaria, ma non dovrebbe essere un dogma causa stessa di ---- tragedie ed ingiustizie-----, vedi lapidazioni e crudeli macellazioni. Non intendiamo mettere in discussione l’esistenza o meno di un’entità divina. Ma non possiamo evitare di chiederci i motivi per i quali essa permetta all’uomo di essere talmente imperfetto nelle sue manifestazioni. E comunque, perché permetta a poche persone di riuscire a notarlo, fonte di ulteriore sofferenza per esse.

 

Eppure il mondo di oggi appare alla maggioranza delle persone come buono, se non il migliore possibile, e nel complesso di civiltà le sue basi vengono ampiamente percepite come fondate. Nulla di quanto necessario manca al soddisfacimento esistenziale, poco turba le coscienze e tutti si sentono liberi, o meglio, recepiscono questo sistema sociale come garante la massima libertà possibile. Qualunque seccatura che turbi il quieto vivere “occidentale” viene liquidato come malvagità ed ostacolato nei modi pudicamente possibili. Governanti che tutelano i loro paesi sovrani quali Iran o Corea del Nord vengono definiti dittatori o mostruosità aberranti da eliminare, in nome della libertà occidentale. Chi abbia fornito all’Occidente la fiaccola della bontà, non è dato.

 

Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi” (Leo Longanesi)

 

Ma nessuno ragiona con lungimiranza. Prendiamo ad esempio un tema fondamentale di questo libro, l’economia: un’economia come è pure quella italiana, un mix keynesiano di consociativismo e statalismo assistenziale e clientelare, dove corruzione, lavoro sommerso ed evasione fiscale sono ciecamente considerati motori dell’economia, e dove gli interessi personali inducono inefficienze inconcepibili, illeciti e sprechi, ha dentro di sé i geni del declino sociale. Ricchezza presunta o fittizia, sostenuta in buona parte attraverso l’accumulo continuo di debiti nominali, posticipando l’inevitabile resa dei conti, finché tale “bolla” regge. Vedremmo, se tutti si precipitassero a ritirare simultaneamente i propri crediti, a quale valore reale precipiterebbero i contanti: a carta straccia. Una società fondata sulle bugie dove andrà a parare alla fine? Un sistema politico che si basa sulla menzogna dimostra un declino che in persone razionali dovrebbe essere come una pulce nell’orecchio, spingendole a prenderne le distanze e a cercare ogni verità, sugli eventi contemporanei ma anche sui fatti storici.

 

La Verità vi renderà liberi” (Gesù Cristo)

 

L’ipocrisia umana raggiunge l’apoteosi nella vaghezza interpretativa dei reati contro la prostituzione. Basterebbe semplicemente rendere effettivamente reato la prostituzione e condannare chi la esercita. Ma dato che questo eliminerebbe la prostituzione, e nessuno vuole veramente eliminarla, i politici sotto la forte pressione dei pochi bigotti, sono costretti ad arrabattarsi con palliativi e “specchi per allodole”, come il punire i clienti, il che come è ovvio equivale a punire il vicino di casa del criminale anziché il criminale stesso. Viene spontaneo da chiedersi, seguendo questa logica, perché allora non si vada ancora più a monte delle responsabilità indirette punendo il vero mandante, ovvero tutte le donne italiane. Che magari sono pure le prime a lamentarsi. Se esse non fossero così snob non ci sarebbe certo bisogno di prostituzione di ragazzine romene o bulgare. Per quanto nel suo piccolo, un chiaro esempio dell’incongruenza delle leggi italiane riguarda anche l’arresto di Brigitta Bulgari per essersi spogliata davanti a dei maschi minorenni. Quasi ne fossero stati questi ultimi le vittime… non dovrebbero certo servire commenti.  

 

Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono!” (Malcom X)

 

Paradossalmente tutte queste critiche alla società odierna potrebbero sembrare dettate da rancore, equivalenti allo sputare nel piatto dove si mangia, invece il quadro è ben diverso, ma non si fraintenda: non si vuole sostenere che tutti debbano avere razione uguale. La natura purtroppo non ha creato tutti gli uomini uguali.

 

E’ in conformità all’ordine stabilito da Dio che nella società umana esistono principi e plebei, padroni e proletari, ricchi e poveri, colti e ignoranti” (Pio X)

 

Il nostro “sputo” è verso quelli che da questo piatto cucinato anche da altri prendono a sbafo più di quanto si meritino, perché consentitogli dagli altri commensali più ingenui. Che viceversa, spinti in questo dai più furbi, impediscono ai veri meritevoli, ai veri individui “alfa”, capaci di cucinare per tutti pietanze più succulente, di accostarsi più di tanto, mentre, punto ancor più fondamentale, tollerano addirittura che i furbi spreconi gettino il cibo per terra! Ma nemmeno qui sta il punto, sebbene sia anch’esso rilevante. La critica principale è che oltretutto in questo trogolo di società siano gli ingordi immeritevoli a permettersi addirittura di far la morale agli individui moralmente sovrastanti! Col gregge belante a far da coro. Oltre al danno, rigorosamente la beffa.

 

Perché prima di giudicare il criminale o l’innocente, saranno i giudici che bisognerà radunare immediatamente [...] Essi saranno a loro volta alla sbarra del giudizio [...] Radunateli qui i giudici, nel recinto della grande stalla. Per giudicarli, vi avverto, noi avremo i Santi. [...] I giudici vanno infine al tribunale del Gran giorno [...] Non piangete “uomini per bene”, saranno giudicati anch’essi[7]: ma ora per cominciare dobbiamo parlare di questi altri [...] Gli avversari di una volta per oggi sono d’accordo, i giusti trascinati al rogo sono vicini ai delinquenti comuni, perché i giudici saranno giudicati da colpevoli ed innocenti [...] Alla Suprema Corte d’Appello non saranno sempre gli stessi, o fratelli dalle gelide carceri, che saranno dalla parte di chi vince [...] Essi vedranno il grande Condannato, Re di tutti i condannati terreni aprire per giudici e giudicati il tempo del Grande cambio” (Robert Brasillach, tratto da “Il giudizio dei giudici”, 13 Gennaio 1945) 

 

Il problema ha origine dal fatto che i furbi, avendo a che fare quasi sempre con stupidi, ed essendolo fondamentalmente loro stessi, credono che tali lo siano tutti, e si regolano di conseguenza. Naturale è quindi l’incomprensione reciproca quando uno stupido furbo si ritrova davanti una persona raziocinante. Tale ragionamento può essere esemplificato con il meccanismo dei punti patente, apoteosi dell’iniquità livellante, data l’ovvia maggior probabilità statistica di vederli decurtati non ai guidatori peggiori, ma a quelli che percorrono il maggior numero di chilometri. A prescindere dal personale rispetto delle regole. Ovviamente il tutore delle leggi che applica la sanzione non può essere a conoscenza del senso civico e del numero di chilometri percorsi dal sanzionato, per cui si regola, comprensibilmente, sia chiaro, nel medesimo modo sia con gli sconsiderati che con i ligi. 

 

Per il narcisista il mondo è uno specchio, mentre per l’individualista primitivo era una terra di nessuno da modellare secondo la sua volontà” (Christopher Lasch)

 

----- queste -----affermazioni--- potrebbero apparire equivalenti a spingerci verso il desiderio di una società omologata, quasi Orwelliana. Ma è proprio questo il punto: la tipologia di società che stanno costruendo i Burocrati Mondiali assomiglia molto più a quella prospettata da Huxley nel suo “Mondo Nuovo” piuttosto che ad una comunità meritocratica. La critica principale che facciamo alla modernità globale è che in questo momento di decadimento sociale e morale (quello economico è solo il risultato finale) sono proprio i rappresentanti del “Bene Assoluto” a sopravvivere, mentre il gregge al pascolo si accontenta delle briciole…finché ci saranno.

 

Appena può dichiararsi libero l’uomo si sente condizionato. Quando ha il coraggio di dichiararsi condizionato si sente libero” (Johann Wolfgang von Goethe) 

 

----come unire????---------

Nella società massificata (o meglio, de-individualizzata) ognuno è una piccola ruota dell’ingranaggio. Le colpe ed i meriti sono di tutti e di nessuno.

Il problema quindi non sta tanto nei comportamenti individuali, ma in quelli collettivi. Per ristabilire le gerarchie “predestinate” non è necessario cambiare la mentalità di tutte le persone. Basterebbe che una buona volta per tutte un vero alfa riuscisse a prendere le redini della società, e portasse con sé al comando i suoi simili di rango. Per il bene di tutti. Cosa che è oggi assolutamente impedita dalle modalità con le quali il sistema democratico è applicato.

 

Guai ai popoli che non sopportano la superiorità dei loro grandi uomini! Più sventurati ancora quelli la cui politica non è ordinata in modo da permettere agli uomini di raro valore di servire la loro nazione!” (Antonio de Oliveira Salazar) 

 

Ma non si confondano i vari termini “elite”, “aristocrazia”, “rango”, ---------- il nostro ------ è la meritocrazia, che un tempo si chiamava aristocrazia (aristocrazia = governo dei migliori) democrazia (democrazia = governo del popolo) – aristocrazia/meritocrazia e democrazia non sono ossimori. Possono esserlo nella visione ----ottusa dei----------.

 

<<Soprattutto ciò che conta è il formare o riformare un adeguato “Spirito Aristocratico” che per noi significa “orgoglio” di poter servire la nazione sotto il peso di più gravi responsabilità, “coscienza” di tali responsabilità, “volontarismo” nell’addossarcele scevro da ogni calcolo e da ogni secondo fine. Oggi mentre sembra che sua Maestà la Massa (come la definì il Duce in un lontano giorno) mascherata da veli più o meno adeguati tenti di riprendere il suo trono, è necessario riporre l’accento sull’elemento diseguaglianza, che il fascismo ha posto come cardine della sua dottrina. Bisogna combattere a oltranza la massa se si vuole, come noi vogliamo, raggiungere l’elevazione delle masse. Soltanto la diseguaglianza può portarci all’aristocrazia. Soltanto l’aristocrazia (s’intenda non l’élite) può sublimare e concretare quelle virtù che sono immanenti alle masse e può svolgere quell’opera di educazione, per cui queste, con un processo di autocoscienza, giungono a riconoscersi e a ritrovarsi in essa>> (Eugenio Scalfari su Roma Fascista, 16 luglio 1942) 

 

Il sistema democratico attuale implica in sé stesso che una persona migliore non possa riuscire ad emergere tra la massa (massa per stessa convenzione statistica più stupida della relativa elite), come dovremmo oramai aver capito a questo punto. Ma sembra che oggi la gente preferisca eleggere “da sé” un completo idiota peggiore di loro ed essere amministrata da cani, piuttosto che delegare ad un “aristocrazia intellettuale” la guida della società. Se è lecito adottare l’adagio “quando non ci sono i cavalli, si fan trottare gli asini”, mai dovrebbe valere “gli asini avanti e i cavalli dietro”. In nome di un presunto egualitarismo si preferisce vivere in un sistema peggiore di quello potenzialmente possibile. Questa falsa credenza dell’uguaglianza gli è stata, e gli è, conculcata proprio dai più stupidi, unico loro mezzo per accedere al potere, tramite il cosiddetto “illuminismo” ed in particolar modo a partire dal momento della rivoluzione francese. Che difatti si è visto come debordò…

 

Il qualunquismo e l’ipocrisia del falso perbenismo sono le piaghe maggiori che fanno della società un coacervo di egoismi. Altro che Comunità, Popolo etc. E coloro che dovrebbero rappresentare la ‘classe dirigente’ non sono altro che i peggiori: i più ‘furbi’, gli arrivisti, gli speculatori, gli ‘spericolati’, gli amministratori fraudolenti della cosa pubblica. In ogni campo, in ogni dove” (Paolo Caratossidis)  

 

Il termine per designare i più stupidi oggi è divenuto “furbizia”, trasformato in un accezione adeguatamente positiva ritagliata sui propri interessi, rispetto al significato vero di furbizia, caratteristica peculiare dell’inferiorità intellettiva. Serve come stratagemma agli stupidi per “elevarsi” presuntamente. Gli alfa non hanno bisogno per proprio soddisfacimento di “furbizia”. Di un carisma basato su una percezione empatica alterata dalla furbizia propria del sedicente alfa e dalla suggestionabilità di tutti gli altri. Non dovrebbe servire citare esempi attuali quali Fabrizio Corona identificato come idolo ed esempio dal popolo ottenebrato. E’ più  utile alla società un idiot savant, o un Fabrizio Corona? Ed un “Elisabetto” Tulliani? Con il corollario dei vari “furbetti del quartierino” oggi identificati anch’essi come modelli positivi dalle masse di giovani.

 

La disperazione è bugiarda quanto la speranza. Solo una cosa conta: diventare ciò che si è e fare ciò che si deve (---------) 

 

Non sarebbe un problema se ciò non si riflettesse nella politica, ovvero in quello che guida la società. E con essa nell’economia. E’ proprio quest’ultima a subire i più poderosi ---assalti-------- da questo ---- sistema --------. Non è un caso che molti la dipingano quasi come stregoneria.

 

Nel nostro tempo la sventura consiste nell’analfabetismo economico, così come l’incapacità di leggere la semplice stampa era la sventura dei secoli precedenti” (Ezra Pound)

 

I sistemi di informazione sono quotidianamente zeppi di inutili diatribe che analizzano in maniera superficiale e fittizia una mole di differenti problematiche, al punto che oramai quelle che sono aberrazioni del sistema politico-economico vengono accettate come ineluttabile norma.

La necessità di questa nostra opera è stata valutata ritenendo che esista già una soluzione per risolvere tutti quei singoli problemi sui quali il dibattito politico annaspa, ed essa si esplica nello studiare un’unica ed articolata proposta, prima di tutto economica, in secondo luogo politica, che faciliti automaticamente la risoluzione in blocco di tutte quelle apparentemente scollegate problematiche sociali. Le comuni argomentazioni di ampia divulgazione sono generalmente fondate sull’ignoranza diffusa fra la popolazione in merito alle questioni economiche, e sulla conseguente necessità da parte della classe politica di barcamenarsi per far quadrare i conti e mantenere lo “status quo” attraverso imbonitrici strategie cerchiobottiste (tra cui le cadenzate “manovre economiche”) basate perlopiù sulla demagogia populista volta ad appagare le necessità pretese dal volgo maggioritario.

 

Il demagogo è uno che predica dottrine che sa false a gente che sa cretina” (Henry Louis Mencken)

 

Sintomatico il fatto che ormai si parli di Federalismo Leghista da oltre 20 anni, dopo che il medesimo partito è stato almeno per 3 volte al Governo del paese! ---spostare su discorsi da bar?----

La visione di come l’interpretazione del funzionamento dell’economia sia stravolta nelle menti popolari ci viene principalmente dalla concezione di “lavoro” così come viene convenzionalmente intesa: l’errore viene perpetuato addirittura fino agli uffici di collocamento (ed equivalenti), nei quali viene interpretata come “offerta” di lavoro quella situazione dove l’impresa “offre” collocazione alla forza-lavoro, mentre logico è l’opposto, ovvero l’offerta viene dalla “risorsa lavoro” nei confronti della “domanda” che è quella che proviene dalle imprese. Il capovolgimento di questi concetti perfino ai livelli istituzionali ci offre perlomeno l’idea di come la visione dell’economia sia del tutto distorta nelle opinioni e nelle concezioni della massa, e quali conseguenze sociali e politiche comporti ciò. Un’elitè che riesca ad emergervi, anche ove non si riconosca nella mentalità della massa, non può far altro che dovervisi adattare per mantenerne il consenso, col risultato di consentire ai più scaltri (poiché disponibili al compromesso) di poterne approfittare continuativamente.

 

Fa dell’uomo una mezza donna e della donna un mezzo uomo. Così governerai facilmente su mezze cose” (Mao Tse Tung)

 

I più furbi di conseguenza hanno tutto l’interesse a mantenere lo “status quo” metapolitico e culturale, limitando scientemente la diffusione di nozioni che aiutino la comprensione dei temi economici-politici, e fondando il mantenimento dei poteri sul concetto “panem et circenses”[8]. Che è un concetto certamente giusto, ma poco lungimirante. Se oggi tutti adorano la società in cui vivono, contemporaneamente deprecano le tragedie che si sono verificate nel passato. Si da per presunto che anche prima di ognuna di quelle tragedie i governi si basassero su “panem et circenses” e che il popolo l’adorasse, quindi niente impedisce che quelle tragedie si ripetano. Anche la maggioranza dei tedeschi fino al 1945 era convinta che il Führer avesse fatto il bene della gente, mentre invece stava scavando loro la fossa. Il fatto è che i dittatori (compresi quelli democratici odierni) vogliono garantirsi anche il futuro, non lo lasciano libero, prevengono le trasformazioni a loro sgradite e un bel giorno... patatrac. E’ un po’ la faccenda del ritratto di Dorian Gray. E non è un ipotesi remota, dato che una nazione ha già minacciato ufficialmente che le sue testate nucleari sono puntate sulle città europee. Non si può dire quale sia questa nazione, dato che essa è considerata bonariamente da tutto il popolino come “l’unica democrazia del medio oriente”, e sia adusa a colpire direttamente chiunque la contrasti efficacemente. Tutti l’adorano, nonostante esso sia di gran lunga lo Stato che più di ogni altro meriti la definizione clintoniana di “canaglia” tanto usata proprio da esso verso qualunque altro Stato accenni a rompergli le uova nel paniere. Oggi tutti hanno pane e circensi solo perché, e fino a che ne trae giovamento, questa lo permette. E trae questo suo potere proprio sull’ignoranza altrui.

 

Bisogna capire che tutta la moda letteraria e tutto il sistema giornalistico controllato all’usurocrazia mondiale è indirizzato a mantenere l’ignoranza pubblica del sistema usurocratico e dei suoi meccanismi” (Ezra Pound)

 

Tale situazione è il frutto di un lavaggio cerebrale continuo ed incessante che indubbiamente ha dato e continua a dare i suoi frutti. Oggi tutti hanno i loro capienti Panem (almeno fino ad ora e non in tutte le parti del globo) e i loro giochi circensi propedeutici e scientificamente studiati che assumono forme diverse da quelle che avevano ai tempi dell’Impero Romano. Oggi i Circenses si chiamano telefoni cellulari, social network, reality-show, tv satellitari, il tutto in nome di uno stordimento totale che annichilisce gli individui senza che se ne rendano minimamente conto. Ed a pagare il conto più salato sono proprio le giovani generazioni, “normalizzate” ormai fin dalla tenera età all’egoistico consumismo più sfrenato e alla precarietà culturale largamente diffusa. Non ci scagliamo contro il progresso (ci mancherebbe!), ma contro chi opera per utilizzarlo nell’interesse non di tutti, ma di determinati gruppi di potere. ----esempi???-------- e lo fa --------come?---------.

 

Il capitalismo è una cosa positiva se hai capitali, una fregatura se non li hai” (Lapalisse?????)

 

Noi vogliamo far superare questa indecente prassi e proporre qualcosa di concreto, possibilmente comprensibile, e realisticamente praticabile. Non sarà un compito certamente di facile comprensione e ne siamo perfettamente consci vista la complessità degli argomenti, ma è nostro dovere provarci, una volta verificato che in effetti finora niente di simile è mai stato seriamente e concretamente proposto. Ad eminenti “consulenti” e menti sopraffine che ricalcano il panorama politico non servirebbe scervellarsi ed arrabattarsi spasmodicamente quando le soluzioni già esistono sotto il proprio naso, laddove noi stessi le abbiamo facilmente trovate. Ed il fatto che queste evidenti soluzioni siano volutamente ignorate è in chiara funzione del loro boicottaggio culturale, visto che, come chiara prova, allorquando emerse esse sono accanitamente represse dagli attuali detentori dei poteri; ciò ci rende implicitamente quantomeno l’idea effettiva della potenzialità che questi per primi danno a dette teorie economico-politiche, così temute da chi si ostina a non voler “mollare l’osso” da chiarirci l’altrimenti inspiegabile accanimento di cui sono perennemente fatte oggetto.

 

In ogni caso il giusto è sempre identico all’utile del più forte” (Trasimaco)

 

Alla luce di ciò ne ricaviamo che tutti i singoli problemi che attanagliano la società potrebbero essere risolti non attraverso una miriade di singole soluzioni isolate e contingenti una per ognuno di essi come è prassi di ogni governo, ma interamente in blocco tramite un’unica soluzione basilare che come conseguenza renda possibile applicare facilmente singole soluzioni per ogni singola necessità. Assodato ciò, il punto di partenza deve essere quello di permettere la delega della guida delle Nazioni a persone le cui capacità siano effettive, e non affibbiate da una massa ignorante mediante elezioni generalizzate di candidati avulsi dalla realtà ed imposti dalle fazioni politiche sulla base della presentabilità esteriore e tarati sulla loro dote “economica”, ovvero di quanto denaro siano capaci di portare “in cassa” al partito. E’ solo dalla critica alla filosofia del vigente sistema politico “democratico” quale necessario sostegno del sistema economico liberista che si può ricavarne un’alternativa.

 

La politica non ha niente in comune con la morale. Il governante che si lascia guidare dalla morale non è un politico abile, e quindi, il suo trono è precario. Colui che desidera governare deve far ricorso all’astuzia ed alla finzione. Le grandi qualità nazionali, come la franchezza e l’onestà, sono dei difetti in politica. Il nostro diritto sta nella forza. La parola “diritto” è un pensiero astratto, e non è dimostrata da nulla. La parola vuol dire nient’altro che: datemi quello che voglio che lo possa dimostrare che sono più forte di voi: attaccare col diritto dei forti, e gettare ai venti tutte le forze esistenti di ordine e di controllo, per ricostruire tutte le istituzioni e per diventare il capo supremo di quelli che ci hanno lasciato i diritti del loro potere, avendoli, con il loro liberalismo, volontariamente deposti” (dal “pamphlet contro Napoleone III” di Maurice Joly)

 

Perciò davanti ai quotidiani e più o meno comprovati difetti endemici del sistema economico imperante, quel liberalcapitalismo dagli ingenui quasi perennemente considerato in crisi terminale, ed al riscontrato fallimento delle sbilenche teorie alternative ad esso, per lo più pianificatrici, dirigiste, e protezioniste, pensiamo sia arrivato il momento di proporre ed aggiornare una concezione economica storicamente obliata e politicamente boicottata: la socializzazione delle imprese. E con essa il suo sistema socio-politico quale unica alternativa alla democrazia liberale: il corporativismo.

 

Le domande alle quali è più difficile rispondere sono quelle la cui risposta è più ovvia” (George Bernard Shaw)

 

Sia chiaro che l’analisi che vi proponiamo non è una ricerca originale, ma è la riunificazione di tutta una serie di teorie, modelli, concetti già esistenti e ruotanti attorno alle filosofie facenti capo alla cosiddetta “Terza Via”. Sgombriamo ogni possibile dubbio: questo saggio non vuole essere una trita “interpretazione del fascismo” e tantomeno vuole essere la “bibbia” del neofascismo, semmai appunto la riunificazione di tutta una serie di varie proposte che non ebbero il loro preciso compimento in epoche passate, rianalizzando in particolare la loro base economica: la teoria distributista, traendo spunto da tutti i movimenti che l’hanno considerata finora. Vogliamo rendere più chiaro questo concetto con una frase di Pietrangelo Buttafuoco[9]: “io non sono fascista, ma la conoscenza di quelle prospettive inedite mi ha permesso di leggere e studiare in orizzonti altrimenti inaccessibili”. Se ne deduce la consapevolezza della persistenza di un restringimento culturale che pervade tutte quelle persone ancora oggi permeate da sentimenti ideologici di un fanatismo dove prevale il rifiuto di voler capire, derivato dal pregiudizio manicheo intriso di paranoia complottista, che oggi impedisce di “guardare oltre il proprio naso” e di prendere serenamente in considerazione proposte potenzialmente valide ma scartate a priori in quanto ciecamente etichettate come originate dal “male”.

 

Le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle” (Voltaire)

 

Lo schema di queste ideologie segue gli stati d’animo che si vivono nel nostro tormentato secolo e pertanto hanno più un carattere di rivelazione della nostra situazione concreta che un vero contenuto oggettivo e permanente. Si fa di qualcuno o di qualcosa il simbolo del male solo perché incapaci di affrontare il male della nostra epoca. Se ne fa un ------ Il male che tutti portano ma che cercano di stigmatizzare deviandolo verso parafulmini ------.  -------ostracismo------ manicheismo ------. Oppure per mantenere il potere dividendo l’avversario, “divide et impera”, e facendo scornare vicendevolmente i due ---------.

I burattini de ---- “gatekeepers” ----  Gli intellettuali radical-chic francesi tipo Jane Birkin, il peggio del peggio ---- invasati paranoici refrattari alla logica ed al buon senso ipnotizzati come sono dalle spudorate falsità di cui si auto-convincono essi stessi -----  “mamme antifasciste” ------ riottosi -----

L’unico di essi a cui si può riconoscere il merito di aver cercato di capire -------- è Pier Paolo Pasolini, che in più di un occasione accusò gli antifascisti di essere in realtà quello che loro immaginavano essere il fascismo e i fascisti. E si accanivano contro i fascisti nient’altro che per esorcizzare ed autoreprimere la malvagità che essi (e solo essi, se ne ricava) covavano dentro di sé. Egli accusò gli intellettuali, leader dell’Acculturazione con la A maiuscola, di non solo “toccare le anime”, ma di “succhiarle al centro”. Ironizzò sull’antifascismo “gratificante ed eletto” e derise “la paura degli intellettuali comunisti” simile al protagonista del “Deserto dei tartari”; ne deprecò la loro tendenza a riunirsi in aggressivi “branchi”. ---- Da: Marcello Veneziani “L’antinovecento”, ed. Mondadori--------.

 

Se volessi diventare cattolico o fascista non potrei perché ormai la campana non è più sempre la stessa e i padri non ridono, come nei rami di pioggia, negli occhi dei loro bambini” (Pier Paolo Pasolini)

 

“Piangono il morto” dicendo che oggi non c’è questo e non c’è quello, che ----------------. Ma non ci arrivano a considerare che quella che criticano è la società che loro hanno plasmato e voluto?! “informare per resistere”, a che cavolo dovrebbero aver da resistere gli antifascisti, che possono suonarsela e cantarsela senza che nessuno li critichi???? resistere a chi visto che sono loro a comandare il mondo???? Ad avere in mano le redini culturali e dell’informazione!

Tra loro non ci sono liberi pensieri, ma pensieri uguali, ciò che dice il primo tutti gli vanno a ruota dietro. Sono persone che non riescono a farsi un idea propria delle cose che succedono. Devono essere supportati a vicenda per credere che sia la loro verità. Difatti puntano su assiomi cari a qualche pensatore dell’Ottocento o del Novecento. Vanno secondo il vento che tira. Il “sociologismo”, derivando da un principio stilizzato dal “timorato” Mounier, di fatto si ispira al marxismo, del quale la povera gente ha già esaurito la esperienza che non ha invece ancora illuminato i suoi più o meno stanchi assertori.

Si creano nemici su misura. Come poter tralasciare la canea che uscì quando il sindaco di Venezia osò proporre di invitare Ernst Jünger per il suo centesimo compleanno? Jünger pur non schierandosi contro il nazionalsocialismo, si schierò nettamente contro Hitler. Heidegger e Spengler lo stesso.

E’ nota la tattica di ripetere una bugia talmente tante volte da far crollare le difese mentali dei più deboli mentalmente. L’unico motivo per cui le posizioni dogmatiche e reazionarie degli antifascisti si salvano è che manca il contraddittorio nei media collettivi. Se la suonano e se la cantano tra loro, da decenni oramai. E basta veramente poco per svelare le bugie, che hanno in effetti gambine veramente corte, talmente prive di ogni senso logico sono. E’ solo la totale censura verso chi si oppone ai dogmi reazionari ed oscurantisti che permette agli antifascisti di prosperare.

 

Sintomatico è il fatto che oggi si sia reso necessario coniare una parola adeguata per definire ------: Gatekeepers  Tutti i personaggi che hanno particolare rilievo positivo sui media di massa sono potenzialmente gatekeepers   - Il termine gatekeeping è stato ampiamente usato per descrivere il meccanismo con cui avvengono le scelte nel lavoro mediale, specialmente le decisioni se lasciare filtrare (keeping) o meno una particolare notizia attraverso i “cancelli” (gate) di un mezzo di informazione.  

 

L’uomo è un animale credulone e deve credere in qualcosa. In assenza di buone basi per le sue convinzioni, si accontenterà di basi cattive” (Bertrand Russell)

 

Il problema si pone sul “chi” manovra il gatekeeping…

Credenza diffusa è che nelle democrazie odierne, a differenza delle dittature, non esistano né censura né repressione del dissenso. ------- sebbene regolarmente fantomatiche reportistiche internazionali ci propongano continuamente l’aggiornamento di resoconti da dove si evincerebbe che la censura regni ancora nelle dittature o nelle democrazie non compiute ---- quasi a contrapporlo con le democrazie dove invece parrebbe implicita l’assenza di qualunque meccanismo censorio ----- credenza che assume livelli di vera superstizione----  Questa convinzione non corrisponde a realtà: esse solo solamente applicate in modo subdolo. La censura nel nuovo millennio ha preso la forma di viscidi atteggiamenti: non attraverso organismi ufficiali (come invece avviene in Cina), ma attraverso “delegati” autonomi ed inconsapevoli; la censura attraverso il monopolio culturale che ne esclude chiunque non l’“autoapprovi” (ci si perdoni il pleonasmo, ma esso è imprescindibile), con il boicottaggio della diffusione, con la delegittimazione personale e la derisione di qualunque opinione ne esuli (“strategia del branco”), e la repressione è affidata proprio alle persone più influenzabili ed ingenuamente inclini (i famigerati “utili idioti” noti come “debunker”) a credere alle falsità diffuse dai manipolatori culturali, i quali sono i veri complottisti.

 

Le attività intellettuali sono ormai ridotte a merci e il pensiero stesso è pura ragione strumentale i cui prodotti, con il progresso tecnico, forniscono ai gruppi sociale che ne dispongono una immensa superiorità sul resto della popolazione. D’altra parte il processo di utilizzazione dei prodotti intellettuali attraverso i nuovi mezzi tecnici li sottopone a forme di adattamento e di controllo che rendono addirittura superflua la censura[10]

 

Di conseguenza le teorie dei veri complottisti imperano nei media, e divengono dogmi, spesso debordando in vere farneticazioni basate su assurdità inconcepibili, o altri esempi di squilibrio mentale. Con tutti gli ottenebrati a pendere dalle loro labbra. Ma si pensi al solo 11 settembre 2001! Il fatto che esistano ancora persone persuase dell’incredibile versione precotta esplicitamente basata sul nulla più totale lo conferma! Ed i pontificatori ne hanno buon gioco a manovrare per i propri interessi questa massa di persone capaci di credere così ciecamente a palesi falsità inventate di sana pianta non si sa nemmeno da chi!

 

Non si può spiegare quanto sia grande l’autorità di un dotto di professione, allorché vuol dimostrare agli altri le cose di cui sono già persuasi” (Alessandro Manzoni)

 

Essi, i burattinai ed i burattini della novella censura, sono quelli che oggi ucciderebbero di nuovo Ipazia. Come gli automobilisti accodati che insultano l’unico che attua un comportamento razionale che dovrebbe essere la norma fondata sulla logica. Il sistema di censura odierno è ben diverso da quello classico: è più subdolo, in quanto si basa soprattutto sulla delega alla strategia del branco nota come necessità del consenso da parte dell’opinione pubblica, cosa che la rende non immediatamente identificabile come censura vera e propria. Una censura inconsapevole, in quanto rende le persone sinceramente convinte che le “censure” (sotto qualunque forma compaiano) che si attuano siano giuste, e la partecipazione al linciaggio di branco come una propria precisa volontà anziché come suggestione psicagogica; l’esempio più vicino e banale è l’avvallo del divieto di ricostituzione del partito fascista da parte di persone che si dicono seguaci dei precetti della democrazia liberale. Ma si arriva a veri e propri parossismi giustificabili obiettivamente solamente ricorrendo alla psico-patologia. Ne abbiamo l’evidente misurazione nei sorrisi sardonici dei partigiani in quelle foto dove sbeffeggiano le ausiliarie della Rsi. Così come sulle modalità occorse alla salma di Benito Mussolini in piazzale Loreto, sulle quali, i “linciatori morali” ancor oggi ne menano pure vanto anziché vergognarsene come sarebbe logico aspettarsi da persone sane di mente. Culminando con il mito della “resa dei conti”, purtroppo verso le persone sbagliate, come vedremo più avanti ---- con il proposito che non sia finita a piazzale Loreto, rivelando apertamente il loro interesse in ciò unicamente nel loro astio misantropico di origine prettamente narcisista. Fino ad arrivare come risultato al punto che una carica istituzionale locale perviene a dichiarare candidamente in televisione che di fascisti “ne sono stati uccisi troppo pochi”[11]. Ed una nazionale (Umberto Bossi) si propone di andare a prenderli “casa per casa”. E “dulcis in fundo”, il taglio di un bosco per il solo motivo che visto dall’alto appare a forma di svastica viene ampiamente tollerato da quelli che solitamente si dicono ecologisti. L’aspetto tragico di questa incoscienza è che generalmente induce gli astanti a tendere perlomeno a tollerare normalmente certe aberrazioni come fossero moralmente corrette o comunque accettabili. Ovviamente le persone che prendono parte al massacro sono convinte di farlo di propria volontà, e non di esserne spinte con metodi plagiatori che poco si differenziano dall’ipnosi, strumentalizzate ad hoc dai diretti interessati. Il farsesco è che a volte hanno pure l’impudenza di “mettere il loro cappello” agli altri, ovvero rivoltare ciò imputandolo a chi non si adegua a loro!

 

Se qualcuno mi chiede cos’è un libero governo, io rispondo che esso è, ad ogni fine pratico, ciò che il popolo pensa che sia” (Edmund Burke)

 

Ed a sostegno della tecnica plagiatoria, la mole di bugie è immensa e spudorata all’inverosimile. Dalle più grandi della storia alle più piccole della quotidianità. Non tutte sono immediatamente identificabili come tali, soprattutto per quanto riguarda quelle minori e locali. Ma proprio in quanto tali la loro diffusione è talmente ampia e quotidiana che è impossibile censirle. Ma il materiale per fare una generalizzazione di certo non manca… In certi giornali sistematicamente un aggressione subita da 3 persone proditoriamente ad opera di 20, quando i 3 sono, ad esempio, etichettati come fascisti, diventa come minimo rissa, quando addirittura i ruoli non vengono presentati invertiti; e se osassero intervenire, come è loro normale compito, dei poliziotti o dei carabinieri, essi diventerebbero complici dei 3 aggrediti. E’ regolarmente così. Ed il bello è che a nessuno si storce il naso, cosicché i giornali possono permettersi impunemente di perpetuare queste aberranti ed incredibili mistificazioni. Anzi, ciò fa in modo che paradossalmente questi violenti aggressori possano arrivare addirittura ad  imputare costantemente agli aggrediti (“mettergli il cappello”) questa loro tipica prassi di aggredire sempre in rapporto di dieci a uno! Il tipico bue che dice cornuto all’asino, insomma. E guai se il papà di un aggredito osasse intervenire in difesa del figlio minorenne vittima di agguato sotto casa ad opera di 3 energumeni! Essi verrebbero presentati come le vittime dall’amico giornalista, aggrediti loro da padre e figlio addirittura! 

 

I media sono l’entità più potente della terra. Hanno il potere di trasformare l’innocente in colpevole e il colpevole in innocente, e questo si che è potere, perché così si controlla la mente delle masse” (Malcolm X)

 

Quando il tribunale rimette a posto le cose (dato che i tribunali, almeno loro si, devono basarsi su fatti veri e non inventati), la prassi del giornale è guardarsi bene dal darne notizia; soprattutto quando l’aggressore condannato è il nipote del sindaco. I due esempi non sono astratti, il riferimento è ad episodi realmente avvenuti, a Venezia, uno nel 2005, l’altro nel 1998. Ed il giornale in questione è lo stesso che nei primi mesi del 2010 ha ripetutamente tessuto le lodi di un ladro “in pensione”. ----come unire???----- questa è la gente che si lamenta della censura nelle dittature.

 

Il postulato democratico è che i media sono indipendenti, e hanno il compito di scoprire e riferire la verità, non già di presentare il mondo come i potenti desiderano che venga percepito” (Noam Chomsky)

 

L’uomo progredisce tecnologicamente e scientificamente, ma la mentalità di retaggio animalesco sembra permanere immutata nelle epoche. Come non pensare a quando ----- anni fa gli alessandrini uccisero il parabolano Ammonio per futili motivi, Cirillo si prodigò immediatamente per fornire una versione dei fatti opposta a quella vera, arrivando perfino a cambiargli nome ed elevandolo a martire, come se fosse morto per difendere la sua fede. “Ma chi aveva senno, anche se cristiano, non approvò l’intrigo di Cirillo. Sapeva, infatti, che Ammonio era stato punito per la sua temerarietà e non era morto sotto le torture per costringerlo a negare Cristo”. Infatti, lo stesso Cirillo “si adoperò per far dimenticare al più presto l’accaduto con il silenzio[12]”.

 

Alla fine non è che un altro mattone nel muro” (Pink Floid)

 

Ed oggi? Che dire di titoli tipo “teste rasate accoltellano immigrato”, per scoprire, leggendo l’articolo, che si trattava di Hare Krishna? O la sbandieratissima “brutale aggressione” subita da un intera scolaresca in gita a Dachau ad opera dei “naziskin”. Ad opera di numero 2 (due) “naziskin”, leggendo meglio... Od il credito elettorale dato ad un politico veneziano auto-vandalizzatosi con lo spray il pianerottolo di svastiche? In certi giornalacci privi di ogni pudore, un servizio di polizia messo a protezione di tre militanti di un partito neofascista intenti in un volantinaggio in una zona ostile, diventa finalizzato a “tenere a bada” i fascisti; anziché a proteggere proprio questi ultimi… Una frase dal ben esplicito significato quale “o con noi o contro di noi” diventa paradossalmente “sibillina”. La potenza delle parole. Chi potrà smentirle?

 

Le parole non sono innocenti” (Adriano Pessina)

 

In un documentario di Current tv intitolato “L’ascesa degli estremismi” è interessante vedere come dei gruppi di sinistra chiamati “patria socialista” e “rash” facciano tranquillamente addestramenti paramilitari e apologia della violenza come metodo di lotta politica senza che ciò venga presentato come anomalo. Sarebbe interessante vedere cosa ne sarebbe stato detto se la stessa cosa fosse successa per un gruppo non di sinistra. Esclusa la Lega Nord, che pur non essendo di sinistra, anch’ella può permettersi di vomitare odio impunemente. Basti pensare a quella frase ignobile che pronunciò Bossi nel 1994, in perfetta linea con quelli della “resa dei conti” sopradetta, ed il tono ributtante di quel “mai”. Difficile immaginare come tali aberrazioni possano suonare alle orecchie dei suoi fanatici irretiti. Eppure una marmaglia di gente lo adora come un idolo, ipnotizzata dalle sue movenze e dalla sua retorica. L’esperienza di Hitler non ha quindi insegnato proprio nulla? Dato che è difficile vedere una differenza tra le due personalità. Magari alle stesse persone che Hitler deprecano, alla faccia della coerenza.  -----qui???---- Sembra che in questo mondo sia possibile affermare qualunque sproposito, anche il più scellerato, a patto di non essere etichettato come “fascista”. Marchiati con questa etichetta anche la più blanda facezia diventa una perfidia, ed il più retto proposito diventa quantomeno un “subdolo inganno” (l’esempio più tipico è il distorcere come antisemitismo il sostegno umanitario alla causa palestinese).  --------manicheismo--------

Odio riassunto magistralmente dalle canzoni dei “99 posse”  ----- su bava alla bocca    Centro sociali – violenza innata ---- rancore incomprensibile.

Solo chi non è offuscato dal pregiudizio manicheo riesce a vedere l’“anima oscura” che si cela negli apostoli dell’odio e del plagio psicologico. Gli stessi che magari deprecando uno come Hitler, si comportano allo stesso identico modo! E non di rado vantano pure propositi non dissimili. carichi d’incontenibile odio che riversano su ---- mirati capri espiatori----- Il tutto più che tollerato dai media, che da un lato omettono, e dall’altro accentuano tutto a loro uso e consumo. Manovrando la semantica come dei ---perfetti---- direttori d’orchestra. “Ironia” ed “astio” sono due concetti inconciliabili e ben definiti nel loro significato, eppure nulla vieta ad un giornalista di usare il termine “ironia” per definire i rancorosi grugniti di quei soliti prepotenti che si scagliano astiosamente con la bava alla bocca contro una legittima manifestazione politica che il giornalista stesso nei giorni precedenti ha contribuito a criminalizzare gettando benzina sul fuoco arrivando arbitrariamente a definirla “arrogante”; non si sa bene arrogante sulla base di cosa, ed il giornalista di certo non lo spiega. Poi si lamentano se qualcuno li definisce i veri terroristi. Cos’è un terrorista, se non uno che diffonde terrore? E certi tipi di giornalisti, non fanno forse questo? Non serve certo andare a rivangare il can can che montarono sull’antrace nel 2001. Un caso più recente riguarda una manifestazione in piazza Navona a Roma, quando in tutti i telegiornali furono mandate in onda le immagini di 10 ragazzi dell’associazione “Blocco studentesco” che brandivano bastoni, apparentemente puntati verso il nulla; difatti i giornalisti si erano guardati bene dal ruotare le telecamere per far vedere le 3-400 persone che partendo dall’altro lato della piazza erano corse all’assalto verso di loro provocando tale reazione difensiva.

 

I video li sappiamo vedere tutti. […] C’è stato l’arrivo in piazza dei vecchi nostalgici dell’antifascismo militante, quelli che non tollerano una protesta unitaria degli studenti. E i vecchi, con la loro bava alla bocca in cerca di un nemico da colpire e isolare, hanno dirottato la loro rabbia sull’unica vera novità della contestazione” (Il secolo d’Italia) 

 

Un po’ come se una partita di calcio fosse inquadrata interamente dal centrocampo verso una sola delle porte, cosicché nessuno riesca a capire nulla della partita. Anzi, il colmo viene raggiunto nelle immagini che da fisse si spostano repentinamente a nascondere la vista degli aggressori quando nel campo visivo entra qualcuno di essi lanciando sedie prese da un bar, testimoniando in tal modo esplicitamente l’intenzionalità dei cameraman nell’agire così. “Peggio il taccone che il buco” insomma. Ma paradossale è la situazione nella quale da un lato si vuole presentare quelli del blocco studentesco come criminali, e dall’altro li si accusa di connivenza con la polizia! Ma che ci si decida almeno! Se ne ricava quindi la conferma già esposta, che qualunque cosa oppure il suo esatto contrario si faccia, chi ha l’etichetta di fascista è “male”, chi ha l’etichetta di antifascista è “bene”. Si badi che l’accusa di connivenza con la polizia è basata sul fatto che i poliziotti chiamavano per nome quelli di blocco studentesco. Nei video non andati in tv si vede come la stessa cosa valga anche verso gli aggressori, ovvero verso quelli di sinistra. ---comprensibile che chi debba controllare qualcuno ne conosca perlomeno il nome! Naturalmente ad essere portati in Questura furono solo i 10 aggrediti. La sera il “servizio di vigilanza del partito di Rifondazione Comunista[13]”, programma solitamente dedicato alla ricerca di persone scomparse, non si capisce ancora per quale motivo dedicò un servizio a questo episodio… Se non è terrorismo questo…

 

Le menzogne possono farti fare una carriera grandiosa” (David Icke)

 

Questi bugiardi impenitenti hanno poi pure l’insolenza di insistere, lamentandosi se i calunniati si recano nella sede Rai a protestare!

L’abitudine di capovolgere le colpe non si ferma alle aggressioni fisiche; uno slogan usato dai no-global contro l’annuale cerimonia della Lega Nord a Venezia è “Venezia è casa mia, e a casa mia non ti voglio”, ma come abbiamo appena visto sembra che i giornalisti veneziani abbiano deciso unilateralmente di invertire il significato semantico del termine “arroganza”. Bisogna informare l’“accademia della crusca”, in modo che possa modificare i suoi dizionari…

Ed a rinfocolare la loro arroganza ci si mettono pure i comuni cittadini: indimenticabile quella donna che intervistata dal tg3 veneto sui disagi causatigli da una manifestazione dei no global davanti l’aula bunker di Mestre invece di prendersela coi no global se la prendeva con la presenza dell’aula bunker vicino alla sua casa...

Gli ottusi trovano sempre scuse capziose (sembra le vadino a cercare col lumicino…), come il divieto di circolazione in piazza Navona (che non si comprende quale pertinenza possa avere con un ipotetica giustificazione dell’aggressione di massa… magari sarebbe bastato un vigile a fare la multa, no?), od un immaginaria ed inventata di sana pianta sparizione di referti medici, o la mancanza di un fossile che colleghi una certa tappa evolutiva all’altra. Oppure tentare di giustificare un aggressione (ovviamente col solito metodo dieci contro uno) impestando i muri della città con la foto dell’aggredito che indossa un casco ad una manifestazione, cosa che non poteva che ritorcersi contro agli aggressori in quanto l’aggressione stessa in sé subita portava a giustificargli retroattivamente l’uso cautelativo del casco, con la dovuta precisazione poi emersa che non era la prima volta che subiva aggressioni simili, tanto che in quel caso anche i giornalisti dovettero evitare i loro oramai stereotipati capovolgimenti dei fatti. Anche per via delle decine di testimoni oculari… Chissà come avranno rosicato in quel caso… Ovviamente per i no-global quelli che si arrampicano sugli specchi sono gli altri, non proprio loro…    -------sempre certi dell’impunità--------

Ce ne sarebbero di esempi, tra quelli noti e tanti altri rimasti ignoti… Come non rimandare la memoria alla campagna diffamatoria sulle responsabilità del rogo di Primavalle? Ogni appiglio, anche il più squallidamente non concernente, davanti all’evidenza più lampante della loro colpa e menzogna per ribaltare le palesi responsabilità. Rimane solo da sperare che, allorquando la gente si sveglierà, tutte queste piccole e grandi menzogne e mistificazioni si ritorcano contro a questi disonesti consapevoli di esserlo. Tanto più massiccio diverrà il muro, e tanto più rumore farà crollando. Allorché forse questi maestri nella sapiente arte del lessico lo perderanno questo brutto vizio di distorcere le parole ed i fatti a loro interesse ideologico e professionale.

 

Calunniate, calunniate, qualche cosa resterà” (Voltaire)

 

L’apoteosi dell’impudica superficialità venne raggiunta quando Giovanna Botteri in diretta dal G8 di Genova del 2001, di fronte ai violenti disordini ed a una conseguente carica della polizia disse “ma non stanno facendo niente”, correggendosi subito dopo essersi ricordata di essere in televisione e non alla radio dicendo “stanno solo lanciando delle pietre”. Inevitabile farne un accostamento col caso sopraesposto di piazza Navona, vero funerale del senso della decenza giornalistica, dove a commento delle immagini di ragazzi ventenni si odono puerili frasi che li descrivono come quarantenni. Un pò come quei testimoni oculari che dichiarano che nei campi di concentramento tedeschi “il cielo era perennemente oscurato da denso fumo nero e lingue di fuoco uscivano dai camini”, ignorando il fatto che la fotografia aerea era stata inventata da un pezzo e nessuna foto ripresa dagli aerei americani mostra un tale scenario infernale. Il bello è che nelle immagini del lato opposto di Piazza Navona, immagini mai mandate in televisione, si vede chiaramente che l’avanguardia degli aggressori, o meglio, i fomentatori laterali, sono i tipici ultimi residuati sessantottini e dell’autonomia anni ’70-’80, e la stessa commentatrice che cerca di far passare i ragazzini del blocco studentesco per vecchi è lei stessa un ultraquarantenne!

Se poi gli viene proibito di proiettare un documentario “taglia e cuci” tipo “Nazirock” che fa volutamente apparire la parte avversa in maniera completamente fuori dalla realtà hanno pure la faccia tosta di lamentarsi! Invece di vergognarsi della propria falsità!

---spostare?-àEd a proposito della Botteri e di errori in seguito emendati, l’11 settembre 2001 tutti i telegiornali riportarono come parole del capo dei pompieri di New York che il WTC 7 (la terza torre crollata senza apparente motivo) era stata fatta implodere da loro con una demolizione controllata, dichiarazione oggi introvabile se non nella memoria delle poche persone che ci fecero caso al momento. Dato che tale ipotesi non poteva reggere (minare un grattacielo in 2 ore?), la notizia è stata semplicemente cancellata da ogni archivio, tanto che nemmeno in quel calderone che è internet se ne trova traccia. E chi si ricorda che i media davano la cifra di 25.000 morti? Pochi storcono il naso davanti alla cifra definitiva di 2.700, chiedendosi per quale ragione quel giorno nel WTC vi era solo un decimo delle persone solitamente presenti.

 

La verità è un pesce d’argento che guizza dalle mani” (proverbio cinese) ß spostare?----

 

Davanti a certi prototipi di persone rabbiose e sprezzanti, rigonfie di puro odio, la cui visione simbolica l’abbiamo avuta anche in televisione quando un’invasato politico comunista aggredì Alessandra Mussolini pronunciando delle frasi inequivocabili ed irripetibili, il cui solo pensiero fa rimanere esterrefatti davanti a tale ingiustificabile ed immotivato astio eruttato con la convinzione di “aver ragione”. Il punto è che se questa gentaglia è contenta e perfino orgogliosa di odiare il mondo (perché così è alla fin fine) e vorrebbe eliminare fisicamente chiunque non gli aggradi, beh, è una loro opinione, e per quanto aberrante va rispettata. Ma che venga ad accusare le sue vittime di essere gli aggressori, come il bue che dice cornuto all’asino, allora non è più accettabile! Ed è sempre così, regolarmente! E’ incredibile come riescano ad arrampicarsi sugli specchi in tal modo e incolpando regolarmente gli altri delle proprie colpe, senza un minimo di pudore. E’ inconcepibile poter comprendere chi cerca mille scuse per giustificare i propri “buoni” e invece si accanisce imperterrito contro i propri “cattivi” sputando inconcepibili falsità.

 

La guerra dell’inimicizia assoluta non conosce alcuna limitazione. Trova il suo senso e la sua legittimità proprio nella volontà di arrivare alle estreme conseguenze. La sola questione è dunque questa: esiste un nemico assoluto, e chi è in concreto?” (Carl Schmitt)

 

E buon gioco ne hanno finchè avranno in mano la capacità di determinare cosa è vero e cosa non lo è, con tutti gli spettatori a pendere dalle loro labbra. Uno che li conosce bene, come può conoscerli solo uno che è stato uno di loro, Giampaolo Pansa, li definisce con il termine quantomai azzeccato di “gendarmi della memoria”.

 

Oggi la sconfitta politica della sinistra, battuta dal centrodestra, ha inacidito l’antifascismo rosso. I suoi cattivi umori l’hanno spinto a chiudersi in se stesso, come in un bunker assediato da alieni sbarcati sulla terra da un’astronave. Lo constato da molti segnali. E non soltanto dal rifiuto testardo dei miei libri revisionisti […] Le tante sinistre sono convinte di essere le uniche a possedere la verità sulla guerra civile e su molte altre cose. Questo vizio le rende arroganti, supponenti, boriose. Fingono di non trovarsi al lumicino. E si scagliano a testa bassa contro chiunque non accetti le loro parole d’ordine” (Giampaolo Pansa)

 

La presentazione semplicistica e unilaterale della Seconda Guerra Mondiale ancor oggi in voga, serve perfettamente a legittimare o quantomeno a giustificare ----aberrazioni---- che in alternativa verrebbero deprecate anche dall’uomo comune ------ Finchè -------. Tutti hanno sentito parlare di Joseph Mengele, nessuno del sovietico Isidor Cederbaum, operante nel medesimo settore professionale. Il quale non era certo da meno del primo nei metodi, anzi! E questo è solo un minimo esempio. E’ incredibile come queste persone riescano a passare dalla più  pietosa contrizione per -------------, al più esagitato livore verso ------------. I fatti sgradevoli sono stati relegati in un dimenticatoio orwelliano, e i pochi libri che hanno cercato di presentare la verità sono stati o ignorati o malevolmente irrisi. Alla generazione cresciuta in quest’infausta era di crociate laiche è stato fatto un accurato lavaggio del cervello sulle basi storiche delle questioni internazionali e sul ruolo esercitato in esse dagli Stati Uniti e dal loro cervello sito a Wall Street. E’ emerso poco, ammesso che sia emerso qualcosa, oltre i limiti informativi e intellettuali della colorita ma ingannevole retorica del Presidente Roosevelt sul “Giorno dell’Infamia”.

E’ stato detto spesso che questo blackout storico è oggi un complotto sinistro e deliberato per ostacolare la verità e mortificare la storia. Ciò è indubbiamente vero rispetto al programma e alle attività di certi gruppi minoritari e di certe organizzazioni ideologiche che hanno un particolare interesse a perpetuare la mitologia dell’epoca di guerra. Ma, in gran parte, è più il risultato involontario di quasi tre decenni dell’indottrinamento nato dalla propaganda bellica e interventista. Anche gli storici più professionali, che hanno iniziato la carriera accademica dopo il 1937, hanno accettato automaticamente come verità le distorsioni dell’interventismo bellico e pre-bellico.

il fatto che socializzazione e fiscalità monetaria siano completamente ignorate nei libri di testo

L’attuale blackout è più una reazione automatica al lavaggio del cervello che una cospirazione perversa. Ma tutto ciò non rende meno difficile resistere o vincere. Il fatto stesso che la gente comune sia convinta di sapere e di saper giudicare da sé è ----maggior ostacolo----- alla verità. Cosicché soventemente si punta più sui metodi di studio e di giudizio che su -----. ----oro colato-----

 

Nello studiare un filosofo l’atteggiamento giusto non è né di reverenza né di disprezzo, bensì prima una specie di ipotetica adesione perché sia possibile capire ciò che egli sente, e credere nelle sue teorie, e dopo un risveglio dell’atteggiamento critico il più possibile simile allo stato d’animo d’una persona che sta abbandonando le opinioni che fino allora ha sostenuto. Il disprezzo ostacola la prima parte di questo processo e la reverenza la seconda. Due cose bisogna ricordare: che un uomo, le cui opinioni e teorie son degne di essere studiate, si può presumere abbia posseduto una certa intelligenza; e che d’altra parte è probabile che nessuno sia mai arrivato alla verità completa e definitiva su un soggetto qualsiasi. Quando un uomo intelligente esprime un punto di vista che ci sembra evidentemente assurdo, non dobbiamo tentare di dimostrare che in qualche modo la cosa è vera, ma dovremo provare a capire come mai sia successo che a lui sia sembrata vera. Questo esercizio della fantasia storica e psicologica allarga subito il campo del nostro pensiero, e ci aiuta a comprendere quanto sciocchi sembreranno molti dei nostri pregiudizi che ci sono cari ad un’età di diversa forma mentis” (Bertrand Russell)

 

Da tutte le parti si punta sempre sulla conta dei morti, su chi ne ha fatti di più e su chi ha iniziato; e la colpa viene addossata anche a chi è nato 50 anni dopo, perpetuando così l’odio anche nelle nuove generazioni. Secondo loro in Istria avrebbero dovuto esserci ben 10.000 criminali di guerra italiani, peggio che a Norimberga...

Niente di cui potersi stupire. Dopotutto sono gli stessi che sono stati addirittura capaci di inventare di sana pianta un’intera “Gestapo” italiana… o meglio, di affibbiargli arbitrariamente un nome di loro maggior gradimento. E’ il caso della fantasiosa “Ovra”, acronimo tempestivamente coniato subito dopo la guerra (secondo i testimoni dai quali è originata tale sigla, accennato scherzosamente da Mussolini in un occasione) ed oggi preso per veritiero perfino dai fascisti stessi! Indicativo è che sul suo significato letterale non esista unanimità interpretativa e ci si dibatta ancor oggi, incomprensibilmente dato che ovviamente un tale organismo di polizia esisteva comunque, come in ogni altro paese civile del mondo (e come esiste anche oggi in Italia, col nome Digos), ma si chiamava notoriamente “servizio investigativo politico”, come anche precisò Sandro Pertini a Francesco Cossiga nel 1979 in una polemica basata sulle accuse che i metodi del Sip fossero stati più umani di quelli della polizia “democratica” in quel momento affidata a Cossiga in qualità di presidente del consiglio[14]. Ovviamente appare quantomai risibile il fatto parallelo che si tenti di accreditare come agenti dell’Ovra un numero spropositato di persone, delle quali sembra nessuna fosse a conoscenza del nome dell’organizzazione di cui faceva parte! Nemmeno il suo capo! 

Davanti questi esempi come si può -------? E queste persone che ------- hanno come ------unificante ------ antifascismo ----antifascisti------  se esiste una giustizia storica, un giorno non lontano i veri responsabili della seconda guerra mondiale (i quali già ora staranno bruciando all’inferno, se esiste un Dio) saranno visti peggio di quanto fino ad oggi siano stati visti gli sconfitti, in quanto hanno perfino assecondato la finta di passare per i buoni. Se, come dicono i cappellani delle carceri, chi non paga adesso pagherà dopo e con gli interessi. Tanto più massiccio sarà il muro, tanto più rumore farà quando cadrà. E a giudicare da come ultimamente si stanno agitando per tenerlo in piedi, non dovrebbe mancare molto.

 

Non auspichiamo che si estingua un idea, ci mancherebbe, ma che si estingua l’intolleranza ed il senso di superiorità tipico di questa gente tronfia e snob, questo si. Quale onore gli farebbe ritornare coi piedi per terra! Tanto di cappello al primo di essi che ammettesse di parlare a nome di un ideologia che ha commesso errori e crimini, che però rivendicando le sue ragioni fosse pronta a confrontarsi alla pari con le altre sul futuro ed a valutare il valore delle loro proposte. No, dall’alto dei loro miti si sentono indubitabilmente superiorissimi a tutti gli altri, e perfino ai loro stessi compagni bollandoli a comodo come “deviazionisti”! C’è da domandarsi: se non avessero avuto tutto il peso della loro orribile storia politica alle spalle, personaggi come la Belillo cosa si crederebbero oggi? Probabilmente dei semi-Dei.

 

Sono un marxista, caro mio, e come tale devo conservare la mia vita per la causa, quella degli altri conta fino a un certo punto” (Piero Calamandrei[15])

 

L’aspetto terrificante è che ancor oggi sono loro a mantenere imperscrutabilmente le redini culturali della società, e quindi questa società accecata non riesce a vedere la vera anima oscura di questi boriosi personaggi che appaiono come angioletti nei mezzi di informazione. Il classico esempio è il noto misantropo Sandro Pertini, immortalato bonariamente in una famosa canzonetta di Toto Cutugno. Ci è toccato pure sorbircelo nell’immagine festosa di quello che fu il prezzo del silenzio su 166 morti. Per fortuna oggi si stanno pian piano estinguendo, finalmente, dopo 65 anni di menzogne! E la gente sembra si stia risvegliando, e cominci a scandagliare con maggior competenza certe “anime belle”. E allora vedremo quali saranno le statue che saranno abbattute…

 

La verità storica è una favola convenzionale” (Napoleone Bonaparte)

 

Noi continuiamo a confidare nel risveglio delle coscienze. Oramai sempre più noto e appurato è come l’antifascismo si regga da sempre sulle menzogne. Altrimenti non si reggerebbe, ipso, facto. Forse è proprio per l’acqua alla gola che sentono, se ora gli invasati si mettono a sbraitare ancor più forte di prima. I veri revisionisti sono loro, che la storia l’hanno “riscritta”, sia che ciò sia stato fatto fin dall’inizio o successivamente non cambia nulla al torto marcio che portano come falsificatori. E rode il fatto che siano i veri “revisori” originari, loro, ad accusare di revisionismo quelli che invece conoscono e cercano di far emergere la verità vera e logica! E non contenti, come se non fosse bastata la “revisione” originaria, negli ultimi anni si sono messi con ancor maggiore accanimento a riscrivere la storia a loro comodo. Ogni tanto capita fuori qualcosa di nuovo, per poi affievolirsi lentamente come una qualsiasi moda. Inutile fare esempi che abbiamo sotto gli occhi pressoché quotidianamente. Tanto di cappello, quindi, al comitato centrale del partito comunista greco, che conscio di ciò scrive:

 

Signori deputati, La vostra campagna anticomunista e la riscrittura della storia sono funzionali all’attacco che l’Unione europea e i suoi governi hanno lanciato contro i diritti dei popoli per assicurare il profitto dei monopoli. Preferite le persone soggiogate e disorientate per tutelare il vostro potere da reazioni popolari future. Non avrete successo. La storia può avere due versioni, quella scritta dai popoli e quella scritta dagli sfruttatori. Sono versioni discordanti per quanto si provi a conciliarle” (dalla lettera aperta del partito comunista greco ai 13 deputati europei del “Gruppo per la conciliazione della Storia europea”, 15 aprile 2010)

 

Tale asserzione, seppur espressa con l’intenzione di esprimere un concetto a loro specifico uso, ha comunque colpito nel segno il nocciolo della questione.

 

Ma purtroppo rimane tutto confinato in una nicchia; la maggior parte delle persone mai vi avrà accesso. Rimarranno sempre in balìa dell’auto-censura mistificatoria auto-indotta nel popolo emotivamente sensibile alla propaganda ed al terrore; questo è ben noto soprattutto ai frequentatori della famosa enciclopedia on line Wikipedia, dove questo tipo di censura è praticata in maniera sistematicamente fanatica, cosa che gli rende possibile indirizzare e manipolare la “verità” grazie alla melliflua filosofia fondante di quell’enciclopedia. --- gatekeeping ---

 

La libertà di parola senza la libertà di diffusione è solo un pesce dorato in una vaschetta sferica” (Ezra Pound)

 

Esistono dei veri e propri manuali dedicati, la cui applicazione delle prassi è riscontrabile spesso da parte di utenti di wikipedia e non solo lì. Sono quei manuali istruttivi sulle tecniche sottili per il plagio psicologico delle quali nella società troviamo la più subdola espressione solitamente nei seguaci neocatecumenali. La nascita di questa enciclopedia “a contributo libero” ha rappresentato un salto di qualità nel sistema monopolizzante auto-censorio in internet, prima assai grossolano, ora più sottile e curato, ma pur sempre puerile e facilmente smontabile (ma solo dove sia consentito farlo, possibilità che appunto in Wikipedia non esiste[16]). Ogni elemento viene considerato valido dagli amministratori preposti solo quando confermi le proprie convinzioni, anche quando esso contrasti palesemente con la logica. Ovviamente quando qualcosa giunga da una fonte “avversa” o scomoda, diventa falsa a priori. Le fonti documentarie possono venir vagliate e scartate in maniera certosina quando in contrasto con la verità “ufficiale” o quando semplicemente fastidiose all’interesse ideologico del “controllore” di turno. Accettate entusiasticamente a priori quanto contribuenti a rimpinguare la già imponente massa di prove dell’assurdo. Non sono molto diversi dai vari “avvistatori di ufo”. Il problema si pone sul “chi” è delegato a giudicare tra le parti. E se il buon giorno si vede dal mattino… Se ci si basa solo su prove e fonti, ciascuno potrà trovare sempre quella che gli fa comodo; e così solitamente è. Se qualcuno volesse sostenere che la luna è fatta di formaggio? La fonte la potrebbe citare; e guai a contestarla se esso ha l’appoggio dei “controllori” e/o della maggioranza! Purtroppo per lui e per tutti a mancargli sarebbe la logica. La filosofia base di quell’enciclopedia è il consenso; ma il fatto che 1+1 faccia 2 non può essere condiviso oppure no! In certi casi la logica dovrebbe valere più di mille prove, ma non tutti sanno comprendere la logica, soprattutto quando essa contrasta con i propri dogmi. E non si parla di logica in senso astratto come comunemente intesa, ma come vera disciplina analitica aristotelica. Quali prove abbiamo che le api vedano i colori? Nessuna prova. C’è solo la logica ad indurci ad assertire che se le api non vedessero i colori, i fiori non avrebbero alcuna ragione di essere colorati. Non dovrebbe servire ricorrere a Charles Darwin o a Gregorio Mendel per capirlo! Nel medioevo non esisteva nessuno che avesse visto la terra dallo spazio, eppure qualcuno l’aveva dimostrato lo stesso che la terra ha una forma sferica... ma non essendoci le prove, chi lo sosteneva rischiava di venir bruciato sul rogo come eretico, un pò come avviene oggi col “rogo mediatico” verso chi sostiene tesi fastidiose.

 

Spesso una cosa stupida si regge perché viene approvata dalla legge” (Trilussa)

 

Ma il bello è che regolarmente sono proprio loro, i refrattari alla logica, ad additare gli altri come “avvistatori di ufo”! Il tipico “bue che dice cornuto all’asino”! E’ una prassi consueta, per quanto incredibile possa sembrare. Inevitabile far notare che solo una persona che sguazza nell’irrazionale può riuscire a concepire questa possibilità negli altri. Per chi non comprende l’irrazionale è difficile accettarne l’esistenza in qualcuno. Una persona che ----esempio?------ porta a spasso una pentola fumante per la stanza verrà osservata come pazza dall’irrazionale; il razionale cercherà invece di capirne il motivo. L’irrazionale ritiene normale che esistano comportamenti irrazionali, per il razionale invece ogni comportamento ha una ragione, e quando essa non sia evidente cercherà di capirla. Non si limiterà a giudicare pazza la persona che la esegue.

 

Le azioni umane non debbono essere derise, né compiante, né odiate ma capite” (Baruch Spinoza)

 

---------pozzo di drake qui???????-----------

 

E’ ricercando l’impossibile che l’uomo ha sempre realizzato il possibile. Coloro che si sono saggiamente limitati a ciò che appariva loro come possibile, non hanno mai avanzato di un solo passo” (Michail Bakunin)

 

Il problema si pone solamente, lo ribadiamo anche qui, quando a tenere il coltello per il manico sono gli irrazionali. Quando ad essi è demandato stabilire cosa è razionale e cosa non lo è. Un po’ come -----esempio???---proverbio???-----.   assiomi e teoremi: si suppone che quanto viene dopo l’assioma sia rigorosamente dimostrato attraverso un ragionamento deduttivo.

 

«Il metodo del “postulare” quello che vogliamo ha molti vantaggi; sono gli stessi vantaggi di un furto nei confronti di un onesto lavoro» (Bertrand Russell)

 

Un esempio semplice per chiarire fin dove in Wikipedia l’insensatezza possa giungere si trova nella voce “fiscalità monetaria”. Questa voce è stata letteralmente stravolta da pochi singoli utenti talmente infervorati da sembrarne direttamente interessati per qualche motivo, tanto da essere divenuta ad un certo punto totalmente incomprensibile non solo nel significato che essa dovrebbe esprimere, ma anche nella grammatica! L’apice del vandalismo si raggiunse nella precisazione aggiunta successivamente riguardo l’asserzione che con la fiscalità monetaria verrebbe meno il debito pubblico: “tuttavia nessuno ha mai saputo spiegare come la fiscalità monetaria possa determinare ciò”; precisazione indice di come (volendo essere buoni), i devastatori non abbiano minimamente afferrato i concetti che si vorrebbero esprimere con “fiscalità monetaria” (tanto che qualcuno giunse capziosamente a definire il concetto stesso come ossimoro!) e che essi vorrebbero contraddire, e a nulla è valso chiarire (cosa che non avrebbe certo dovuto essere necessaria) la semplicissima conseguenza che se lo Stato potesse stampare tutta la moneta di cui abbisogna per ripianare i propri debiti (il che è la base della fiscalità monetaria) è a rigor di logica che non avrebbe più la necessità di dover ricorrere a debiti! E quelli già esistenti li potrebbe agevolmente ripianare con una cadenza a seconda della loro entità. Nessuno l’ha mai “saputo spiegare” perché è una constatazione talmente implicita che per far si che qualcuno si ponga tale dubbio questo qualcuno dovrebbe essere talmente ottenebrato da rendere tale eventualità impensabile, e quindi nessuno potrebbe ipotizzare la necessità di doverla pure specificare! Ma come detto, il testo della pagina era stato talmente stravolto che effettivamente è più che comprensibile che il lettore non ci capisca nulla e quindi si ponga certi dubbi davanti ad enunciati lasciati furbescamente sussistere proprio allo scopo di farli poi apparire come campati in aria.  

 

Un uomo civilizzato è uno che dà una risposta seria ad una domanda seria” (Ezra Pound)

 

Il discorso cambia laddove, a differenza di Wikipedia, non esista censura. Quando l’inoppugnabilità delle argomentazioni diventa insuperabile (e ciò accade spesso, anzi, quasi sempre), laddove non vi sia censura la solita soluzione è il “mettersi le dita nelle orecchie”, ignorare. Il cosiddetto “plonkaggio”. ----qui?-----

 

Per questo il rifugiarsi dove vi sia censura da parte di --------- , e dove non vi sia da parte di --------. La stretta censoria ------------------. ----gatekeepers – ing -----

 

Se io sostenessi che tra la Terra e Marte c’è una teiera di porcellana in rivoluzione attorno al Sole su un’orbita ellittica, nessuno potrebbe contraddire la mia ipotesi, purché mi assicuri di aggiungere che la teiera è troppo piccola per essere rivelata, sia pure dal più potente dei nostri telescopi. Ma se io dicessi che – posto che la mia asserzione non può essere confutata – dubitarne sarebbe un’intollerabile presunzione da parte della ragione umana, si penserebbe con tutta ragione che sto dicendo fesserie. Se, invece, l’esistenza di una tale teiera venisse affermata in libri antichi, insegnata ogni domenica come la sacra verità, ed instillata nelle menti dei bambini a scuola, l’esitazione nel credere alla sua esistenza diverrebbe un segno di eccentricità e porterebbe il dubbioso all’attenzione dello psichiatra in un’età illuminata o dell’Inquisitore in un tempo antecedente” (Bertrand Russell)

 

Galileo non negava nulla; egli constatava l’esistenza di un errore o di una superstizione ed insisteva affinché, in un ambito particolare della conoscenza, l’astronomia, si rivedesse, correggesse o “revisionasse” ciò che fino ad allora era stato creduto esatto e che, a suo avviso, era falso. Chi negava erano proprio quelli che le cose le avevano “revisionate” originariamente.

 

Chi vuole annegare il proprio cane lo accusa d’avere la rabbia

 

Chi vuole attaccare un indagatore fastidioso l’accuserà indifferentemente di “danni contro terzi”, per “diffamazione”, per “incitazione all’odio razziale”, per “apologia di reato”, di “offesa ai diritti dell’uomo”, di “terrorismo” o di qualsiasi altro crimine o delitto. E di questo ne hanno subito le conseguenze più d’un “Galileo” odierno, nonostante la gente sia propensa a credere che viga la totale libertà di espressione. L’ultimo caso (2010) quello del belga Vincent Reynouard, arrestato per aver analizzato (“osato analizzare”, diremmo) il processo di Norimberga del 1946. In poche parole Reynouard è in carcere esclusivamente per aver distribuito per posta alcuni opuscoli con la sua versione analitica sulle accuse di quel processo. Che la sua analisi sia giusta, sbagliata, oppure semplicemente demenziale dovrebbe spettare alla critica storica stabilirlo, non ai tribunali penali. Ma nel presente si stanno diffondendo ovunque apparati giuridici che, con varie scuse, processano le intenzioni e le idee, e quasi sempre a senso unico nonché arbitrariamente. E’ certamente assai interessante notare come oggi gli stati più liberticidi in questo senso siano quelli che per antonomasia sono considerati i più liberali, basti pensare a Olanda, Belgio, Svizzera, Austria, Canada, Danimarca, Francia, Germania… Forse non tutti capiranno al volo il significato conseguente di questa constatazione. Un po’ alla volta sarà possibile analizzarlo e capirlo. Ognuno tira l’acqua al suo mulino, e tutti cercano di arruffianarsi con sussiego il “capobranco”… soprattutto i più vili.

 

Spesso la paura di un male ci conduce a uno peggiore” (Nicolas Boileau-Despréaux) o su Olanda, Belgio, Svizzera poco più giù?

 

Controbattiamo rapidamente il primo, che consiste nel richiamarsi alla “sofferenza” delle vittime, le quali devono essere protette contro oltraggi intollerabili. L’argomento potrebbe avere qualche valore se i revisionisti negassero l’esistenza delle persecuzioni “antisemite” sotto Hitler e paragonassero i campi di concentramento a campi di vacanze, oppure se facessero apologia di un genocidio (come potrebbe aspettarsi chi sprovveduto).

 

La mia libertà finisce dove comincia la vostra” (Martin Luther King)

 

Ma non è affatto così. Contrariamente a quanto si sarebbe indotti ad immaginare dal luogo comune i neonazisti non fanno affatto apologia di un genocidio, cioè non dicono “hanno fatto bene a farlo”! Essi invece sostengono l’esatto opposto, ovvero che è una cosa incredibile che possa essersi verificato! Ma non astrattamente perché loro lo desiderano, ma sulla base, oltrechè di una tale mole di prove, della logica stessa! Una logica talmente inappuntabile che di fronte anche solo ad essa le prove stesse non dovrebbero nemmeno essere ritenute necessarie. Contrariamente al messaggio trasmesso ultimamente dai media, i revisionisti non sono “negatori”; se denunciano le palesi menzogne della tesi ufficiale, tentano, al contempo, di scoprire e spiegare ciò che è realmente accaduto. E in questa storia più vera, le sofferenze delle vittime restano drammaticamente presenti, nessuno le nega o le irride. Sarebbe comprensibile un --deprecare--- nel caso riguardo un delitto qualcuno ne facesse l’apologia, ma il bello è che nel caso in questione non è affatto così. C’è da chiedersi quindi ------------ se qualcuno ne facesse l’apologia, ovvero  ---- il punto da chiedersi è: ma se essi non fanno apologia ma anzi sostengono che -------, per quale motivo vengono attaccati??? Ciò è chiuso nelle menti dei ----sterminazionisti----- e sarà assolutamente incomprensibile finchè qualcuno di essi non vorrà spiegarlo. Ma il fatto è che è proibito indagare. Lo sanno bene Vincent Reynouard, Gerd Honsik, -------, --------, e chissà quanti altri.

 

Il mondo non ha bisogno di dogmi; ha bisogno di libera ricerca” (Bertrand Russell)

 

In Wikipedia esiste una sola pagina nella quale il titolo è rappresentato non dal significato reale del contenuto, ma da un dispregiativo coniato appositamente da fanatici propagandisti. E’ facile indovinare quale sia quella pagina. Un po’ come se alla voce “giornalista” il titolo della pagina riportasse “scribacchino”. Inconcepibile! Ma non per tutti.

Importa loro ben poco che sia una calunnia lanciata contro milioni di uomini (da Hitler a Pio XII, passando per enti morali come la Croce Rossa); importa poco che questa calunnia sia anche all’origine della tragedia di un intero popolo: il popolo palestinese.

In un momento in cui il popolo si fa complice per la sua approvazione o il suo pauroso silenzio, questo modo di agire può sembrare di un’efficienza temibile.

Vincent Reynouard, Prigione di Valenciennes (Francia), 21 agosto 2010

E’ un indecenza che ancora oggi si possa essere processati e soprattutto condannati per un’opinione.

in questi paesi ci si strugge per Aung San Suu Kyi o per ----------- ma contemporaneamente si perseguita -------

Vincent Reynouard, Wolfgang Fröhlich, Gerd Honsik, Sylvia Stolz, Horst Mahler, Ernst Zündel e Germar Rudolf

Vi sono anche tutti coloro che sono stati condannati a pene detentive o che sono sul punto di esserlo e che, tutti, affermano nondimeno le loro convinzioni revisioniste: il francese Georges Theil, lo spagnolo Pedro Varela, i tedeschi Günter Deckert, Manfred Roeder, Marcel Wöll, Dirk Zimmermann, Kevin Käther,

Per fortuna in Italia non siamo arrivati a certi livelli, in Italia non vige quell’ipocrisia tipica di chi si crede il detentore de -----diritti umani ecc--------. Quei begli esempi di democrazie sedicenti libertarie. Il ----bello----- è che paesi come la Francia hanno poi pure la faccia tosta, tramite i loro intellettuali radical chic, di fare la morale all’Italia sui diritti umani, vedi il caso di Cesare Battisti.

 

L’ingiustizia in qualsiasi luogo è una minaccia alla giustizia ovunque” (M. L. King)

 

Tempo fa avevo letto di un problema che le democrazie hanno nei confronti del concedere il diritto di parola ad organizzazioni che si battono per un tipo di Stato in cui il diritto di parola viene negato. La conclusione, difficile, ma inevitabile a seguito delle valutazioni delle conseguenze, è che nei confronti di queste organizzazioni, il diritto di parola non si può concedere (un’altro esempio di come nella vita reale non si può essere “puristi” e “formalisti” a tutti i costi, ma ci sono “eccezioni” da gestire).

Per analogia, tutti coloro che negano i vantaggi della libera iniziativa economica, del privato, della superiorità sul pubblico (che deve SOLO fare una funzione di controllo “super-partes”, cosa che male può fare se è anche parte del gioco), dovrebbero essere espulsi dalla comunità, ovvero trasferiti in enclave ove possano con loro simili provare le bellezze di una economia pubblica. -----questo altrove o farne un parafrasi-------

 

Ognuno è libero di pensare quello che vuole, ma non di pretendere che tutti gli altri debbano adeguarsi a lui! Ed il bello è che sono proprio le persone che vorrebbero tutti adeguati al proprio pensiero a permettersi per prime di fare la morale sulla libertà di pensiero! Ma allora ci dicano cosa intendano, quale sia la loro concezione di questo termine! Un chiarimento dovrebbe essere doveroso a questo punto…

 

Non sono d’accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa continuare a dirlo” (Voltaire)

 

Internet soprattutto si è rivelata un paradiso per chi è solo capace di dimostrarsi forte coi deboli e debole coi forti. Per i furbi che sanno approfittare della debolezza mentale della massa. Per quelli davanti le cui ----illogicità----- ----- John Von Neumann inorridirebbe certamente. Le trovate ingegnose con le quali riescono imperterriti a girare e voltare i fatti e la logica a proprio piacimento ne fanno perfino a volte degli esempi di genialità e costanza. Il persistente impegno che vi infondono fanaticamente raggiunge apici qualitativi molto elevati. Certuni di essi potrebbero riuscire persino a sbugiardare Foucault ed il suo famoso pendolo. L’ottusità dei mistificatori raggiunge apici che possono essere paragonati ad una persona che davanti ad un muro bianco sostiene che quel muro è nero, e l’inconcepibile è che quando ciò accade, piomba regolarmente un astioso gregge belante a dargli ragione e manforte! Anche davanti l’evidenza! Quando Berlusconi appellò “kapò” il deputato Schultz, solo poche persone capirono che il riferimento era chiaramente al telefilm “gli eroi di Hogan”; ma il bello è che, quando ai fanatici anti-berlusconiani lo si rinfacciava, essi rispondevano “non è vero”, come se lo avessero saputo loro, come se stesse a loro decidere il senso di una cosa detta da un altro.

 

Rispondo solo di quello che io ho detto, non di quello che tu hai capito” (proverbio popolare)

 

Ma il culmine venne raggiunto quando arrivarono a negare che tale telefilm esistesse, per il semplice fatto che, evidentemente a causa della giovane età, loro non l’avevano mai visto!!!

 

Ma un conto è ottenere ragione, altra cosa è averla. Come già detto, il fatto che 1+1 faccia 2 non può essere oggetto di condivisione oppure no! Con la logica, quella applicata da Von Neumann a circuiti elettrici, ci funzionano i computer. Arduo sarebbe sperare che con il tipo di logica “creativa” intesa dai debunker un -----circuito logico------- darebbe come risultato 2 all’operazione 1+1. Certo, potrebbero girarci intorno con le loro solite farneticazioni del tipo sostenendo che 1+1 fa in realtà 3, o 4, o 6, o 15 o che tutti si leggono come “due” architettando ogni incredibile contorsione dialettica per cercare di convincere gli spettatori. Ma -------- esempio?----

 

Quando non sanno più a cosa appigliarsi regolarmente la prassi è mettersi a sputare sentenze gratuite del tipo “non capisci nulla”, “ ------“ , ho ragione io, anziché cercare di ragionare con la logica  ----- oltre la già accennata pratica di mettere nelle frasi cose che non c’entrano, ma che guarda caso sono “corrette” per distrarre dove c’è la trappola semantica... la tattica di fare ragionamenti che non stanno in piedi con il tono come se fosse “ovvia” la sua logica e quindi distrarre il problema dalla corretta formulazione. Quando anche ciò venisse spazzato via argomentando non è raro che si arrocchino su leziosità cercando di farsi passare per colti al cospetto degli ignoranti, citando anche a caso autori che se visti sotto una certa luce potrebbero avvalorare le loro tesi. Ma il fatto che tali autori siano uguali a loro non necessariamente eleva loro, casomai può abbassare gli autori…

ad esempio quando la verità di un qualcosa venisse ----svelata-------- la tipica ---strategia------ sarebbe quella di delegittimare i concetti stessi di logica e di verità, citando come esempi celebri pensatori quali Parmenide, Nicolas Boileau-Despréaux, Jürgen Habermas, Charles Sanders Peirce, Alfred Tarski. ----- che se visti sotto una certa luce potrebbero avvalorare le sue tesi riguardo i concetti di “logica” e “verità” -----.

Spesso stravolgendone i significati, o comunque manipolandoli e presentandoli come confermanti le proprie tesi. Se non arrivando ad affermare il concetto che la verità è falsità o che la logica è illogica (alla faccia del paradosso…), perlomeno farfugliando astrazioni tipo che un muro anche se è bianco è nero, o che 1+1=3 ------ simili e portando a ---prova----- logorroiche elucubrazioni appositamente astruse (“latinorum”) confidando nella resa altrui per sfinimento. La dialettica è l’arma degli imbroglioni - la verità è semplice. ----rasoio di Occam??------

Come se poi, il livello di cultura della persona che afferma qualcosa potesse modificare quella cosa. Come se si potesse dubitare della rotondità (grossomodo) della terra nel caso ad affermarlo fosse la persona più ignorante esistente. Un muro bianco è un muro bianco; se Parmenide dice che il muro è nero non è che il muro diventi nero. Che lo si voglia o no, uno più uno fa due e solo due. Il bello è che spesso le citazioni che essi riportano se da un lato possono portare conferma di una loro tesi, dall’altro ne refutano altre.

 

«Orbene io ti dirò, e tu ascolta accuratamente il discorso, quali sono le vie di ricerca che sole sono da pensare: l’una che “è” e che non è possibile che non sia, e questo è il sentiero della Persuasione (infatti segue la Verità), l’altra che “non è” e che è necessario che non sia, e io ti dico che questo è un sentiero del tutto inaccessibile: infatti non potresti avere cognizione di ciò che non è (poiché non è possibile), né potresti esprimerlo… Infatti lo stesso è pensare ed essere» (Parmenide, da Il poema sulla natura, o Della natura)

 

Quando le proprie tesi cominciano a rivelarsi vacillanti, l’arma estrema di questi invasati diventa regolarmente mettere in bocca all’avversario cose che egli non ha detto, quando non si riuscisse a tirargliele fuori provocandolo, altra tipica astuta prassi. Le rare volte che si riuscisse inoppugnabilmente a far prevalere la verità, come minimo i bugiardi invasati verrebbero consolati e giustificati dal gregge (“cricca”, come ai “padroni” di wikipedia piace auto-definirsi, è fin troppo lusinghiero), quando fino ad un attimo prima il suo qualunquista atteggiamento nei confronti dei ragionevoli sarebbe stato di un accanimento rabbioso e risentito. Non ci inoltriamo in questa critica a wikipedia e non faremo altri esempi pratici perché sarebbe come “sparare sulla croce rossa”. Ma è facile intuire quali possano essere le voci enciclopediche più accanitamente falsificate dai “censori”. Proprio quelle trattate in questo testo…

 

Cento che agiscano sempre di concerto e d’accordo prevarranno sempre su mille che agiscano liberamente” (Gaetano Mosca)

 

Ma non solo. Nel web l’accanimento non si limita a questioni ideologiche, economiche, politiche e storiche. Spazia in diversi campi, perfino nell’urbanistica! Ad esempio nessuna diatriba potrà mai raggiungere i livelli di degenerazione raggiunti sul forum internet it.cultura.storia in merito all’esistenza di un fantomatico “borgo medievale di Kaliningrad”, ma quello può essere considerato il “non plus ultra” della stupidità umana, arrivato al punto che era il branco a voler decidere non solo cosa era vero, ma addirittura cosa le loro “vittime” dovessero dire, e quali titoli o capacità dovessero vantare o meno. Si era letteralmente raggiunto un punto nel quale se l’angariato vantava titoli scolastici, il branco asseriva “non è vero”, quasi avesse potuto saperlo o perlomeno capirlo. Il fatto che una persona non sappia distinguere una qualunque città dalla foto aerea non significa che nessuno lo sappia fare. Eppure l’irrazionalità umana tende a decretare che ciò che non si sa fare non lo sappia fare nemmeno nessun altro.

 

Ho un azienda di vendita su internet” – “Bugiardo no che non ce l’hai” (dialogo Ned Flanders - Homer Simpson)

 

Ovviamente con un tal tipo di persone ottuse la possibilità di ragionamento logico è del tutto preclusa. La discussione su Kaliningrad è esemplare. Un centro storico di impronta tipicamente settecentesca (prima della totale devastazione del 1944-45) come poteva contenere un borgo medievale? E soprattutto contenerlo ancora dopo che l’intera città fu rasa al suolo? Si da il caso poi che oggi l’intera area del vecchio centro storico di quella città è un parco, e quindi nelle cartine e nelle foto aeree appare colorata di verde. Non serve essere dei geni della topografia per capire che il colore verde non corrisponde ad un “borgo medievale” ma ad un area alberata…  Basta come esempio? ------ mercato e società pag. 110-1.

Anche la pagina di discussione alla voce “Ezra Pound” su Wikipedia è un vero campionario delle furbe strategie di manipolazione mentale tipicamente “neocatecumenali”, dove una folla di suggestionabili ipnotizzati dal presunto carisma di un furbo utente dava furiosamente ragione a questi nonostante l’evidenza delle bugie e dei suoi puerili trabocchetti per far cadere in fallo o delegittimare chi infastidiva il suo grossolano esperimento di plagio psicologico. Per la cronaca, egli voleva indurre a credere che Ezra Pound non si fosse mai interessato del tema dell’economia, e questo non dovrebbe avere bisogno di ulteriore commento se si tiene conto che uno dei libri scritti da Pound si intitola nientemeno che “ABC dell’economia”, eppure alla fine riuscì incredibilmente ad averla vinta lo “charme” dell’affabulatore. Alla faccia della verità, e a dimostrazione del livello di suggestionabilità delle masse, wikipediane in specie. Moderatori compresi, dato che anche alcuni di essi si accodarono agli infatuati dal furbo manipolatore mentale. Non c’è da stupirsi, dato che in Wikipedia i moderatori vengono eletti con sistema democratico e non vi è una vera gerarchia di merito e capacità. Il bello è che di queste regole ne menano pure vanto! E rigirano le critiche per sbeffeggiare chiunque contesti tali regole.  ---le regole di wikipedia ---------- Anche lì ogni ricerca della verità viene regolarmente liquidata come “dietrologia”, non importa l’obiettività logica, solo quello che sta scritto sui libri “ufficiali” è vero. Un po’ come se i libri fossero scritti da entità soprannaturali, non da persone.

 

Dite alle persone qualcosa che già sanno e ve ne ringrazieranno. Dite loro qualcosa di nuovo e vi odieranno per questo” (George Monbiot) 

 

Viene spontaneo chiedersi come si adeguino certi “storiografi” quando le loro amate verità “ufficiali” vengono ufficialmente ribaltate, ad esempio come nel caso dell’omicidio di Enrico Mattei. Guai a sostenere che di omicidio si trattasse, prima che un giudice lo ufficializzasse con una sentenza! Ma la sentenza non modifica gli avvenimenti già accaduti! Mattei non è stato vittima di omicidio perché un giudice l’ha stabilito trentadue anni dopo! Così come i pazienti non hanno cominciato a morire di setticemia solo dal momento in cui Pasteur scoprì i microrganismi patogeni.

Wikipedia nonostante gli sbandierati propositi certamente retti, è affidata in mani non sempre affidabili. Tanto che si è dovuta fondare un analoga enciclopedia per rimediare alle note falle di Wikipedia. Per quanto alla fine anche Wikileaks non può finire altro che diventare un’altra ----- manovrabile da interessati. Certamente additata come crogiolo del complottismo.

 

La novella parola buona per tutti gli usi -----dietrologia ------logica ------- complottismo ----- non importa quanto evidente possa essere un --------- quanto vi si è appiccicata questa etichetta anche le più sensate argomentazioni diventano –--- gatekeepers ---- qui cose da logica? Gottlieb Frege – refutazione = confutazione – premessa e conclusione di un argomentazione: asserzioni. – pertinenza (che pertinenza abbia) sillogismo – tautologia – inferire – regole d’inferenza --- reiterazione – ridondanza --- trasposizione --- algoritmi logici ----

 

Per quanto sia audace esplorare l’ignoto, lo è ancor di più indagare il noto” (Kaspar)

 

Un aneddoto ci viene raccontato da --------: quando vi fu l’elezione dell’attuale Papa, ed il cardinale annunciatore pronunciò il nome “Josephum” ancor prima di dire “cardinal Ratzinger”, lasciai attoniti i miei compagni di cella esclamando più o meno “scommetto che si farà chiamare Benedetto”. Qualunque buon debunker mi avrebbe definito pazzo, e forse lo pensarono anche le persone che mi udirono profetizzare quel nome prima che venisse annunciato.

 

Il matto di oggi può essere il savio di domani” (David Icke)

 

Ebbene, quale nome ha preso l’attuale Papa? Dietrologia? No, logica. Dietro ad ogni minimo particolare si possono intravedere più grandi verità. E -----nome-----, come certamente anche altri, sapeva che un Papa tedesco non avrebbe potuto scegliere altro che quel nome. Per un preciso motivo, specificato da -----------, ma che ci asteniamo dal chiarire per non far urlare istericamente i soliti idioti nelle critiche a questo libro. Quelli, per intenderci, convinti che solamente per caso un epidemia di virus Ebola si sia sviluppata, fatalità, in perfetta contemporanea con l’uscita dell’omonimo film; né prima, né dopo.

 

E’ un miracolo che la curiosità sopravviva all’istruzione formale” (Albert Einstein)

 

Quello che solitamente viene vituperato con il termine “dietrologia” è l’analisi di coloro che cercano la verità laddove palesemente sia carente o manchi del tutto. L’accanimento ha sempre come unico fine quello di screditare coloro che si pongono domande, senza mai entrare nel merito delle questioni. Basti considerare che, laddove si tollerano perfino opinioni aberranti ma “politicamente corrette”, gli argomenti “revisionisti[17]” vengono invece derisi e liquidati con una censura ingiustificabile. Quando argomentata, consta unicamente in un dogmatismo ottuso ed accanito, senza neppure voler entrare nel merito dei fatti per poterli analizzare con la logica, ma rigorosamente chiedendo le prove (ma solo quando ciò va nel proprio interesse!) anche laddove comprensibilmente non possano esisterne, dato che non è certo possibile ----portare--- prove che una cosa non si sia verificata (come suggerito anche da Parmenide nella citazione poc’anzi riportata); quando portate, sbeffeggiate e sminuite, oppure etichettate. Ed una verità etichettata diventa automaticamente decaduta, diventa una “verità personale”, soprattutto quando giunge da un autore facilmente delegittimabile tramite qualunque scusa si abbia sotto mano, anche la meno concernente.

 

Il cattivo critico critica il poeta, non la poesia” (Ezra Pound)

 

Come se la stessa identica cosa potesse modificare il suo contenuto a seconda dell’insieme di lettere che compone un nome. Interessante sarebbe osservare la facies spaesata nei volti di questi tipici ottusi davanti un testo in forma anonima…

Come si può considerare una persona che chiede di portare prove che una cosa non si sia verificata? Casomai è il contrario, le prove le deve portare chi sostiene che una cosa si sia verificata. Quali prove ci possono essere che ---------------? Nessuna! E’ chi lo sostiene che deve portare prove di quanto afferma! Ma l’ottusità di cert ------ non conosce limiti anche davanti la più evidente tautologia.

Magari sono le stesse persone che sberleffano scientology od i mormoni per le loro buffe credenze, ma poi vanno a credere a favole altrettanto fantasiose e completamente esenti da ogni sillogismo, come fa Bill Maher! Allora, la coerenza? Tutto solo a proprio interesse? Un po’ come Olanda, Belgio, Svizzera, Austria, Canada, Francia, ecc.

In un documentario nella televisione di Al Gore Current Tv incentrato sulle vignette di Maometto comparse in Danimarca, si intervista un arabo. L’intervistatore, un mellifluo estremista liberal, gli rinfaccia ovviamente il trito fatto che nell’islam non vige la libertà di parola se i giornali si sentono impediti di pubblicare una semplice vignetta per paura di ritorsioni, anche allorquando la libertà di espressione non sia legalmente limitata. L’arabo l’ha liquidato con una risposta che ha colto alla sprovvista l’intervistatore lasciandolo interdetto ed incapace di controbattere: “in occidente un giornale può permettersi di pubblicare una vignetta che ironizzi sull’olocausto?”. Quello che stupisce non è tanto l’arguta risposta, ma la sorpresa che ha colto l’intervistatore, lasciando capire che fino a quel momento non aveva nemmeno preso in considerazione la possibilità che le sue stesse accuse potessero essere rivolte contro di lui in qualche modo! Ed il brutto è proprio questo, che nell’occidente si ritiene sbagliato che non si possa criticare Maometto, ma si ritiene normale e giusto che non si possa criticare l’olocausto come mito. Due pesi e due misure?  ---o su Solo chi non è offuscato da???  O su dovrebbe essere doveroso a questo punto…???

 

I processi di Norimberga hanno reso l’intrapresa di una guerra perduta un crimine: i generali della parte sconfitta vengono processati e poi impiccati” (Bernard Law Montgomery)

 

Esemplare la dichiarazione comune firmata da 34 storici ed autori francesi, fra cui Léon Poliakov, Pierre Vidal-Naquet, Fernand Braudel e Jacques Le Goff: “Non bisogna chiedersi come tecnicamente un tale assassinio di massa sia stato possibile; esso è stato tecnicamente possibile poiché ha avuto luogo” (Le Monde, 23 febbraio 1979). Ciò è quel che si chiama, nello stesso tempo, confessare la propria impotenza nel poter dimostrare le proprie convinzioni, ed imporre agli altri insindacabilmente il rispetto di un tabù. In menti razionali ciò non dovrebbe avere bisogno di ulteriore ----------. Il fatto che invece venga considerato normale la dice lunga sul livello di razionalità di questo mondo.  ---- o su è così e basta!-----?--- Hegel non può certo essere accusato di revisionismo, essendo morto ben 116 anni prima del presunto fatto in questione…

 

Ciò che è noto, non è conosciuto. Nel processo della conoscenza, il modo più comune di ingannare sé e gli altri è di presupporre qualcosa come noto e di accettarlo come tale” (Georg Wilhelm Friedrich Hegel) -----o spostare assieme a frase su?-----

 

Un tale dogmatismo ottuso è particolarmente odioso da parte di storici riconosciuti, come da un “tribunale” quale i gruppi di moderazione di un forum, che avrebbero il compito di giudicare con coscienza di causa ed imparzialità, invece di praticare la politica ciecamente censoria cara ai debunker. Che una tesi fastidiosa sia giusta o sbagliata, non cambia rigorosamente nulla alla realtà. Non è che fatti avvenuti o meno si modifichino tramite una “macchina del tempo” solo perché qualcuno lo desidera. Ammesso che sia errata, nessuno ne riceve (o meglio, nessuno ne dovrebbe ricevere, perché nessuno ne dovrebbe avere un’interesse personale) il minimo danno concreto, e potrebbe persino facilmente essere smentita. Viene da chiedersi, se gli sta tanto a cuore, perché non riescano mai a smentirla. Soprattutto considerando l’impegno che ci mettono nel controbatterla con argomentazioni arzigogolate talmente incongruenti che farebbero impallidire non solo Aristotele. Se dedicassero il loro tempo a -----cose più producenti----, magari la società progredirebbe più -----velocemente anziché rimanere cristallizzata su dogmi immortali-----. Incomprensibile appare quindi agli occhi di una persona comune l’accanimento furioso ed irrazionale col quale vengono contrastate determinate questioni senza il minimo tentativo di confutarle col ragionamento. A meno di considerare, appunto, l’esistenza di un preciso interesse da parte di qualcuno, il quale ha, per conseguire questo diretto interesse, la necessità di appropriarsi della “verità”. Ma la verità non è di nessuno, è solo la verità. Checchè ne dica Parmenide.

 

Sarei propenso a dire che è fanatico chi pensa che qualcosa possa essere tanto importante da superare qualsiasi altra” (Bertrand Russell)

 

In questo mondo di verità capovolte si arrivano perfino ad usare varie scale di giudizio in merito al crimine di “genocidio” come se esistessero dei genocidi “passabili” e dei genocidi “da condannare”.

Ma moralmente è lecito chiedersi chi sia migliore tra chi spera che, ad esempio, un genocidio sia avvenuto, e chi spera che non sia avvenuto… In questo mondo capovolto è quest’ultimo a venir considerato malvagio, mentre chi desidera che un atto orribile sia avvenuto (ovvero uno “sterminazionista”, se vogliamo rivoltare contro essi la loro pratica di affibbiare neologismi arbitrari) è messo tra i “giusti”. In tal caso, le persecuzioni (anche giudiziarie) di cui si può essere oggetto per aver espresso le proprie opinioni - giuste o sbagliate - e fatti svelati, sono veramente odiose. Si tratta di furente boicottaggio intellettuale attuato attraverso mezzi funzionali ed imposto sotto le sembianze del “politicamente corretto” in nome di “temi sensibili”, unicamente per soddisfare nient’altro che il proprio ego, quando non veri e propri interessi personali o politici, sfruttando l’evidente sindrome di Münchausen di cui soffrono ancor oggi le vittime designate. 

 

Le convinzioni, più delle bugie, sono nemiche pericolose della verità” (Friedrich Nietzsche) 

 

Soprattutto laddove non solo la logica, ma addirittura le prove siano marcatamente evidenti ed innumerevoli, e delegittimare diventa difficile. In tal caso la strategia si raffina, ad esempio dosando sapientemente la semantica delle parole e coniando neologismi paradossali, il cui esempio più clamoroso è il recente dispregiativo “negazionismo”, termine completamente surreale visto che nessuno di quelli definiti tali nega proprio un bel nulla, e volendo esser precisi nemmeno “rivede”, ma solamente e semplicemente constata laddove tutti gli altri credono ciecamente al “perché è così e basta!” derivato da “sentito dire” incontestabili per ordine “divino” e rifiutano a priori di considerare prove e ragionamenti di per sé logici quando non addirittura lampanti. E per quanto non tutti riescano ad averne accesso (dato il boicottaggio culturale, “gatekeeping”), e quindi possa suonare strano ai più, questo riguarda un grande numero di argomenti.

 

Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente” (Bertolt Brecht)

 

Nel 1859 tutti gli abitanti di Titusville sbeffeggiavano Edwin Drake come lo scemo del villaggio mentre perforava il terreno alla ricerca del petrolio. Nel 1870, l’azienda che sfruttò tale scoperta, valeva un milione di dollari (di allora). Abbiamo visto come il dottor Semmelweis fu rinchiuso in manicomio perché si lavava le mani prima di toccare i pazienti. Oggi sarebbe il medico che non si lava le mani ad esserne rinchiuso. Oggi è chi ---------------------- ad essere perseguitato; domani sarà chi ------------------?

 

La salvezza dell’uomo è nelle mani dei disadattati creativi” (Martin Luther King) 

 

Questi ---------- portano spesso come argomento per delegittimare le ---- idee fastidiose --- il fatto che “non esista riconoscimento scientifico --- su di esse ----- (nota: dalla pagina di wikipedia sulla fiscalità monetaria, al 31 agosto 2010)”; invece di chiedersi il perché di quello che è un voluto boicottaggio da parte della comunità scientifica “ufficiale”, lo prendono come conferma di ---- illegittimità -----; riconoscimento da quella cultura scientifica che ancor oggi continua a curare le patologie causate da vasocostrizione periferica somministrando (e perdipiù localmente)… vasocostrittori periferici! Oppure che continua a sostenere che i latticini siano benefici per la dentatura, anziché esserne l’alimento più deleterio! Quella stessa che ignora completamente i meccanismi matematici che regolano i prezzi dei carburanti, della telefonia, de ----altro------. Quella che evita accuratamente di fare il paragone quantitativo tra uranio e petrolio (1/15.000) e che considera come difetto delle centrali nucleari le scorie stoccate, ma non dice che a parità di energia prodotta sono molti di più gli isotopi radioattivi diffusi liberamente nell’ambiente dalle centrali termoelettriche. ----altro per unire?----- Guai a chi osi contestare ------! Certamente 100 anni fa chi avesse osato contestare la pratica medica del salasso con sanguisughe sarebbe stato delegittimato allo stesso modo. Fra cinquant’anni libri come “La forza della ragione” verranno guardati con lo stesso orrore con cui oggi si guarda il “Mein Kampf” e ci si chiederà come sia stato possibile. (da La missione di Oriana: americanizzare tutti, Il Gazzettino, 9 aprile 2004) Massimo Fini. Troppo soddisfacente sarebbe lasciarli cuocere nel proprio brodo…

 

E’ pericoloso avere ragione in questioni su cui le autorità in carica hanno torto” (Voltaire)  

 

Sempre riguardo la semantica e le sottili strategie dei fanatici, si pensi a quando Jean-Marie Le Pen si “azzardò” a definire i campi di concentramento tedeschi come un dettaglio nella seconda guerra mondiale, il putiferio che si scatenò. L’apoteosi del deficit mentale delle masse, ma anche delle presupposte elite autonominatesi tali. Ora, a qualunque persona dotata di un minimo di raziocinio verrebbe spontaneo chiedere a questi ignoranti, dato che se a loro vedere la definizione di dettaglio non calza con il dettaglio dei campi di concentramento, e dato che parliamo la stessa lingua, quale sia la loro definizione. Per logica conseguenza, parlando in italiano, se non sono un dettaglio tra tutti quelli che compongono una determinata cosa, in questo caso la seconda guerra mondiale, finiscono inevitabilmente per essere “il tutto”, ossia essi stessi a rappresentare tutta la seconda guerra mondiale. Ora ci si dica come si deve considerare una persona che sostenga che la seconda guerra mondiale è “i campi di concentramento e nient’altro”… perché se non sono un dettaglio tra tutti, conseguentemente a rigor di logica altro non possono essere che “il tutto”, e quindi non vi è nient’altro. A meno che non si parli una lingua diversa. Dato che nessuno arriverebbe a sostenere che la seconda guerra mondiale è stata solamente i campi di concentramento (che tra l’altro non sono nemmeno un dettaglio di essa, visto che c’erano anche prima e ci sono stati anche dopo) e nient’altro, il più azzeccato consiglio che si può dargli è di imparare non la storia, ma la propria lingua. A meno che l’equivoco sussista solo nella traduzione del concetto dal francese all’italiano… ma è dubitabile sia così.  

 

L’uomo è un animale impigliato nelle reti di significati che egli stesso ha tessuto” (Clifford Geertz)

 

Come può fregiarsi della “Giustizia” una società dove chi campa sulle bugie è sostenuto da chi non solo crede ma addirittura spera che quelle bugie siano verità? Essi di questo ne devono rispondere solo alla loro coscienza. Se togliamo le bugie, ben poche pallottole rimangono nel caricatore dei debunker, refrattari anche a qualunque prova evidente e logica. Per questo la censura è necessaria alle loro fanatiche convinzioni. Si verifichi quale esempio banale, come perfino la frase mussoliniana “il cinema è l’arma più forte” li spinga ad immaginare e diffondere la credenza che il fascismo abbia realizzato film di propaganda, quando ciò invece non risulta nei fatti (se non si vuole considerare tale “vecchia guardia” di Blasetti, che è piuttosto un’inevitabile film storico), nonostante desidererebbero che ciò fosse. Un nazista e un ebreo che si stringono la mano (tipica propaganda di Gaetano Saya), nei giornali diventano “un nazista che schiaccia la mano a un ebreo”.

 

La speranza è la più grande falsificatrice della verità” (Baltasar Gràcian y Morales)

 

Sono esempi banali, di questi se ne potrebbero fare a bizzeffe, ma ne sottolineamo alcuni un po’ più importanti: oggi è oramai risaputo ed accettato ufficialmente che il famigerato bombardamento di Guernica non si sia mai verificato (quantomeno non nei termini solitamente descritti), ma sia stato praticamente inventato per propaganda tramite il famoso quadro di Picasso, tra l’altro da lui iniziato ben prima del fantomatico bombardamento, e poi riadattato appositamente. Fino a qualche anno fa fu imputata ai tedeschi una strage che ora si sa essere stata causata da una bomba americana; ma tant’è, si disse, “nella chiesa colpita dalla bomba furono i tedeschi a metterci le persone”. Si, ma non certo immaginando che sarebbe stata colpita da una bomba! Cosicché fino al 2008 a San Miniato la lapide in memoria di quella strage indicò i tedeschi come responsabili. In modo simile, è mancata per lungo tempo una chiarezza sulle responsabilità del massacro di Katin del quale fino al 1990 i sovietici hanno dato la colpa ai tedeschi nonostante l’evidenza della colpevolezza sovietica. Ora, ci si dica davanti a questi esempi come ci si può fidare nel credere anche a tutto il resto? Il fatto che per certi fatti già venuti a galla, come appunto Guernica, nonostante questa rivelazione sia ormai innegabile, ciò venga tenuto comunque rigorosamente nascosto, ovvero assente di una smentita ufficiale come invece è stato nel 1990 per Katin, è indicativo dell’indifendibilità della menzogna e dell’interesse a mantenerne tacitamente la credenza che vi gira attorno. Stessa cosa per la risiera di San Sabba, leggenda “creata” “ad hoc” negli anni ’70 in previsione del conciliante “trattato di Osimo” per contrapporla ai massacri delle foibe. Dopotutto oggi campi “di sterminio” non ne esistono più nemmeno in Germania, sarebbe un po’ troppo megalomane pretendere che ve ne fosse uno addirittura in Italia… Per continuare con sapone fatto con cadaveri, paralumi in pelle umana, e persone bruciate vive in forni crematori: oggi nessuno storico continua a sostenere la veridicità di tali assurde calunnie, ma tuttavia nessuno ne dà precisa smentita ufficiale, cosicché questo “venticello” permane a galleggiare nell’aria alla mercé degli sprovveduti. E’ una prassi talmente quotidiana nella sua spudoratezza che non hanno nemmeno bisogno di preoccuparsi a dare un fondo di logica o di verosimiglianza a certe assurdità che propinano. Chi mai andrà a contestarle? Per non dire poi di pretendere che essi stessi ----- facciano notare volontariamente le assurdità che anche un bambino noterebbe. Fare un distinguo sulla solita confusione vigente tra i due oggetti completamente diversi di camera a gas e forno crematorio? Perché mai? Fino a che l’equivoco è così utile a farne un unico calderone… Esemplare in tal senso è il servizio nel più retrivo giornalistico stile “taglia e cuci” tipo “l’immondo profondo” realizzato dalle Iene portando Paolo Caratossidis a visitare un campo di concentramento; stile poi ricalcato dal montaggio “artistico” del documentario “Nazirock”. 

 

La ragione non è di chi ce l’ha, ma di chi ha la forza per esercitarla” (Michel Foucault)

 

Holliwood ---- “L’allievo”, quel film col vecchio che mette il gatto nel forno . Un film indecente, il problema è che la gente non lo interpreta come un film tanto quanto “il mago di Oz”, ma come una cosa vera. In quel film il vecchio racconta dettagliatamente ad un ragazzo come funzionavano le camere a gas, un racconto di pura fantasia cinematografica ovviamente. Vaglielo a spiegare agli spettatori che quella è solo una sceneggiatura cinematografica... Tra i film fantasiosi è opportuno citare “I giovani leoni”, “Il peccato e la vergogna”, “storici” tanto quanto “La vita è bella” di Benigni. Realistici tanto quanto “Salò o le 120 giornate di Sodoma” di Pasolini. Ovviamente sono film di pura fantasia, spesso al livello del surreale e del paradossale, non è possibile nemmeno immaginare che gli autori pretendano di farli passare per storici, talmente irreali sono. Però il problema è che la gente che lo guarda non lo sa. E di sicuro non andrà qualcuno a specificarlo. Arduo contare che alla fine scriveranno “i fatti narrati sono da considerarsi frutto di pura fantasia ed ogni riferimento ad eventi o persone realmente esistiti è puramente casuale”, come si fa in altri film. I disegni dei campi di concentramento poi, oramai non sanno più su quali assurdità appigliarsi! Ma riuscite a immaginarvi????? E’ una cosa indecente e inconcepibile! Certamente la via più breve per vincere l’Oscar.

 

Ad ogni angolo di strada il sentimento dell’assurdità potrebbe colpire un uomo in faccia” (Albert Camus) 

 

----come unire??------- ma voler ristabilire la verità è un eresia.

Dopotutto abbiamo visto quale fine ha fatto il governo polacco nel momento i cui la verità avrebbe dovuto essere ufficializzata definitivamente… inevitabile fare un parallelo storico. Singolare il ripetersi della storia della decapitazione della classe dirigente polacca nel momento in cui si accingevano a ricevere le scuse ufficiali da Putin per la precedente decapitazione… Un po’ come la nonna del predestinato presidente Barack Obama morta giusto il giorno prima delle elezioni.

Ma non è con Katin che le assurdità raggiungono l’apoteosi. Si va ben oltre. Dalla Russia non erano tornati 84.000 soldati dell’Armir. Tra quelli fatti prigionieri ne tornarono solo poche decine, dopo la morte di Stalin. Tolti 10-20.000 possibili morti in combattimento o ritirata, siamo comunque di fronte a quantità rilevanti. Come l’hanno spiegata i comunisti italiani? “Molti soldati hanno preferito rimanere in Russia facendosi là una nuova famiglia”. Tutti i comunisti ne hanno fatto verità ufficiale, per loro era normalissimo che decine di migliaia di soldati si sposassero in Russia, abbandonando spesso moglie e figli, non inviando neppure una cartolina alla madre. Ne è stato fatto addirittura un film, “I girasoli”[18]. Evidentemente, anche quando caduto il comunismo, neppure uno dei presunti coniugati in Russia si è fatto vivo, ha convinto i comunisti della falsità di questa loro tesi. Poi hanno la faccia tosta di voler loro insegnare agli altri la storia e l’arroganza di essere i portatori della fiaccola della verità. E pensare che lo stesso Togliatti durante la sua permanenza fu più volte oggetto di soprusi da parte della GPU, così come molti speranzosi italiani ritornati a testimoniare la deludente esperienza vissuta in quel “paradiso”[19]. 

 

Il comunismo è intrinsecamente malvagio, e quindi nessuno che desideri salvare la civiltà cristiana dall’estinzione gli renderebbe assistenza in qualsivoglia impresa. Quelli che si lasciano abbindolare e i conniventi dell’istituzione comunista nei propri paesi saranno i primi a pagare la pena” (Pio XI, “Divini Redemptoris, 1937)

 

Si pensi che quando Don Pietro Leoni tornò dalla prigionia in Russia e raccontò le sue esperienze i comunisti italiani lo accusarono di non essere veramente lui ma un impostore propagandista.

Tutti adorano i delfini, ma ben pochi sanno che il loro divertimento preferito è scegliere l’esemplare più debole del branco ed ucciderlo in gruppo.

 

Le verità che tolgono la speranza è meglio tacerle” (Roberto Gervaso)

 

Oggi internet è considerata il massimo esempio di libertà di opinione, ma è ancora una nicchia ignota ai più, appositamente sottosviluppata ove non censurata e boicottata sminuendo e delegittimando ogni ambito fastidioso. Una vera babele dove le opinioni scomode vengono come minimo derise dai cosiddetti “troll[20]”, veri sabotatori per passione ad utilità dei burattinai dell’“intellighenzia”. Non solo in modo diretto, ma anche utilizzando l’infiltrazione mirata. Questi meccanismi si stanno molto raffinando nel tempo e ultimamente stiamo perfino assistendo a subdole “infiltrazioni” all’interno di comunità antagoniste o nella cerchia di alcuni famosi complottisti planetari (come David Icke o Daniel Estulin) al fine di rendere ancora più estreme le loro teorie, fino a portarle all’assurdo assoluto, e rendendone quindi facilmente risibili e confutabili. Un esercito di “utili idioti” teso a screditare ogni teoria logica inserendo ad arte una mole di assurdità (sinarchi rettiliani, scie chimiche, signoraggio privato, Amero, ecc.) accomunate artificiosamente a questioni serie, allo scopo di ridicolizzarle in massa. Per screditare una verità fastidiosa non esiste metodo migliore infatti che associarla ad una palese panzana; apparentemente potrebbe anche sembrare che il lavoro di certi autori abbia in realtà proprio questo scopo, raggruppare tutte le informazioni sconvenienti ed accoppiarle con teorie stravaganti, così da fare in modo che nel calderone l’insieme venga ampiamente screditato. L’esempio più calzante sono i film-documentari di Michael Moore. Far si che si guardi il dito anziché la luna. La spiegazione più calzante ce la da David Icke nella sua “guida alla cospirazione globale”: “In internet gira un video in cui si chiede allo spettatore di concentrarsi su due palloni che vengono lanciati da un gruppo di persone, e di dire quanti lanci vengono effettuati. Alla fine, allo spettatore viene chiesto: hai visto il gorilla? Pare che la maggior parte della gente non lo veda e tuttavia, quando il video viene proiettato nuovamente, si vede chiaramente passare qualcuno che indossa un costume da gorilla. La maggior parte delle persone non se ne accorge perché, secondo le istruzioni ricevute, tutta la loro attenzione è concentrata sui due palloni”. Certo anche Icke non sembra da meno di Moore, ma leggendo approfonditamente le sue opere emerge che ha delle buone motivazioni nel farsi passare per pazzo: “solo un pazzo può permettersi di dire la verità, perché non verrebbe mai creduto”. La stessa strategia usata da Alì Agca; senza le sue folli dichiarazioni sui segreti di Fatima la sua vita sarebbe in grosso pericolo ancor oggi. Egli è ben lontano dall’essere quello scemo per il quale vorrebbe farsi passare.

Non è necessariamente detto che quelli che sostengono teorie strampalate facciano questo proditoriamente, ma è verosimilmente presumibile che questo tipo di ricerche siano viste di buon occhio da chi ha tutto l’interesse affinché non vengano prese sul serio delle verità potenzialmente pericolose.

 

Una verità è pericolosa quando non somiglia a un errore” (Bufalino) 

 

Il complottismo portato all’eccesso e all’estremo non è funzionale alla verità, perché tenta di far entrare tutto in una grande congiura ideata e portata avanti, da secoli, da una tenebrosa e monolitica congrega che soggioga le masse naturalmente ignare ed imbelli cercando di conferire a quel “tutto” i crismi della plausibilità e della verosimiglianza. A conti fatti il giochino non funziona e la macchina fatica ad avviarsi nonostante il “complottismo” si sia imposto all’attenzione anche del grande pubblico - vedi il caso letterario di Dan Brown e di Icke - semplicemente perché quel “tutto” rifiuta di adeguarsi alla pura e semplice realtà. Per inferire l’azione di un pugno di potenti in associazione fra loro ce ne corre! Ma questo non significa che non ci sia un intenzionalità… Cui prodest? --riescono proprio a legittimare le proprie posizioni contestando queste amene ipotesi cospirazioniste---

 

Voi avete il dovere di conoscere quanto i professori vi insegnano, ma non dovete necessariamente crederci” (Giacinto Auriti)

 

Per questo motivo nelle librerie si trovano così facilmente veri e propri “best-seller” “complottisti”, esenti da ogni censura e solo blandamente criticati. La censura vera e propria, come spiegato, necessita solo quando si esce dal seminato della finzione semi-parodistica. Ed è una censura che, quando vuole, sa essere feroce, come abbiamo visto nel caso di Vincent Reynouard (che sia chiaro, è solo di molti l’ultimo in ordine di tempo al momento della stesura di questo testo).

Sforzo censorio tutto sommato inutile e superfluo, dato che l’influenza di internet sull’opinione pubblica è oggi assolutamente irrilevante, come ci dimostra l’assoluta preponderanza dei movimenti di destra radicale sul web, che non corrisponde analogamente a quanto avviene nella società reale.

 

Scriviamolo su internet! - No, dobbiamo raggiungere persone le cui opinioni contino veramente” (Da “I Simpson”)

 

Anche quelli che esigono tutto sono funzionali solamente a quelli che vogliono non si faccia niente. Quelli che insistono con la leggenda che il signoraggio vada ai banchieri privati impediscono di guardare il vero nocciolo della questione, deviandolo verso un problema inesistente dato che oggi il signoraggio va notoriamente (ed ovviamente!) allo Stato cioè a tutti noi. Così come quelli che vogliono la costruzione di un certo numero di imponenti centrali nucleari sono funzionali solo a chi non ne vuole nemmeno una. Invece di azzuffarsi sul luogo in cui ubicare una grande centrale nucleare che sarà pronta dopo 20 anni, sarebbe più semplice realizzare in ognuna delle centrali termoelettriche esistenti un piccolo reattore di potenza limitatissima che funga da supporto alla fonte fossile. 

 

Chi troppo vuole nulla stringe

 

Ci sono poi ambiti nei quali ignoranza e malafede sembrano coniugarsi: i titoli sensazionalistici, il cui classico esempio sono quelli quasi a cadenza regolare sull’“auto ad acqua”, per poi scoprire, leggendo l’articolo, che si tratta di una normale auto a ciclo Otto adoperante come combustibile banalissimo idrogeno. Il quale non si trova certo in giacimenti, ma per essere prodotto richiede maggior energia di quanta ne restituisca. Sembra che nelle case di certi giornalisti non si ubbidisca alle leggi della termodinamica…

 

Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, e della prima non son certo” (Albert Einstein)

 

Bisogna comunque ammettere che ci sono teorie del complotto veramente fantasiose, e a volte i detrattori della dietrologia non hanno tutti i torti. Come prendere seriamente in considerazione infatti che un gruppo di arabi con barba e turbante, senza un vero motivo contingente, si sia armato di tagliacarte e abbia dirottato aerei nei cieli della più grande potenza aerea del mondo, proprio mentre era in corso un esercitazione di simulazione aerea (similmente alle bombe a Londra del ------------),  andando a schiantarsi apposta contro due grattacieli scelti a caso? Ed a maggior ragione, come poter credere che si sia trattato di un “auto-attentato” ordito ad opera del presidente americano George Bush? Per quale motivo? Per poter invadere Iraq ed Afghanistan sarebbero bastate scuse (“false flag”) molto meno eclatanti, soprattutto data la nota influenzabilità del popolo americano. Sarebbe bastata la distruzione dei “Budda di Bamiyan”. Difficile credere quindi che Bush avesse bisogno di una tale catastrofe per spingere la sua opinione pubblica ad approvare due guerre che tutto sommato non avevano nemmeno una grande impellenza.

 

Tutti gli ambienti democratici d’America e d’Europa, con in prima linea quelli del centrosinistra italiano, sanno ormai bene che il disastroso attentato è stato pianificato e realizzato dalla Cia americana e dal Mossad con l’aiuto del mondo sionista per mettere sotto accusa i Paesi arabi e per indurre le potenze occidentali ad intervenire sia in Iraq sia in Afghanistan” (Francesco Cossiga --- da corriere della sera 30 novembre 2007)

 

Certe teorie della cospirazione sono effettivamente alquanto ridicole. Se si tiene conto che viceversa un motivo plausibile era noto ancor prima dell’episodio, un motivo talmente banale da non essere stato preso in considerazione nemmeno dai più estremi dietrologi: il nuovo proprietario Larry Silverstein da mesi premeva per demolire quei tre “vetusti” immobili acquistati a questo scopo dal precedente proprietario (il comune di New York) ed aveva stipulato un assicurazione apposita dopo averli praticamente svuotati. Dopotutto ci avevano provato anche i vecchi proprietari già nel 1993. Ma al 2001 il calo dei ricavi (comprendente il relativo aumento delle spese) rispetto al valore del terreno, rendeva minimo il saggio di profitto, cosa che spingeva ad affrettarsi a demolire per ricostruire. Oppure di vendere. Il comune stesso aveva avviato sopralluoghi tecnici anni prima per valutarne la possibilità di demolizione, sempre respinta per l’elevata pericolosità dell’operazione. L’agglomerato oramai da tempo era divenuto deficitario nei profitti a causa delle crescenti spese di manutenzione. Inoltre ne era stata rilevata una ----difetto---- nella staticità nel lato rivolto verso il fiume Hudson che li avrebbe presto resi pericolanti, con esiti immaginabili. Quindi vi era un’unica soluzione ravvisabile. Silverstein stesso l’aveva certamente acquistato proprio a questo scopo. E certamente a prezzo assai conveniente. Se si fosse trattato della moglie di un ricco spilorcio assicurato sulla vita morto in circostanze misteriose tre mesi dopo il matrimonio, sarebbe stata accusata subito. Altroché credere al racconto della donna finalizzato a scaricare la colpa dell’omicidio su un fantomatico rapinatore “costaricano”.

Tenera appare l’ingenuità di quelli che dopo il crollo chiedevano che l’area fosse adibita a giardino… quando è chiaro che se quegli immobili sono stati abbattuti è stato proprio per attuare una speculazione edilizia. Soprattutto, è già noto che in quel caso i demolitori furono arrestati quello stesso giorno, ma subito rilasciati. Rimarrebbe solo da chiedersi il perché del rilascio… se anche questo non fosse già evidente. Ma puntualizzarlo, al giorno d’oggi, è la più scellerata delle eresie, motivo per cui ci vediamo costretti ad ometterlo. Ci limitiamo a far presente una tra le tante cose già note, che durante i tre giorni seguenti all’attentato, nei quali lo spazio aereo statunitense rimase chiuso e tutti i voli cancellati, ci fu un solo aereo di linea che ebbe l’autorizzazione a partire, e non si fece alcuno scrupolo a farlo: un volo New York-Tel Aviv della El Al, tre ore dopo l’evento.

 

“La verità sta nella semplicità. Chi deve arrabattarsi alla ricerca di prove -----------------” (----)

Chi ha bisogno di andare a spulciare vuol dire che cerca di arrampicarsi sugli specchi. La dialettica è l’arma degli imbroglioni

 

La colpa data dall’ereditiera della vittima ad “un costaricano” non poteva che scatenare la caccia a tutti i “costaricani”, desiderata o meno dalla calunniatrice. Ma ciò poteva tornare utile a qualche amico della “donna”.  

Insomma ----- ottennero due piccioni con una fava, perché sebbene il motivo fosse stato prettamente speculativo (ed in questo sarebbe interessante indagare la posizione del sindaco di New York… altroché di Bush!). Con l’11 Settembre – s’inaugurava un’era di restrizioni totali delle libertà giuridiche, economiche e civili in tutto l’Occidente, si accelerava la tendenza alla concentrazione dei monopoli in campo finanziario, in campo dei trasporti, in campo delle telecomunicazioni (con tanto di superconcentrazioni bancarie, nell’internet, nelle compagnie aeree), veniva dato un giro di vite sulle conquiste sociali dando sfogo al liberismo selvaggio e si lasciava mano libera agli interventi militari costosi e spregiudicati, definiti “missioni di pace” concepiti per garantire ai più forti il monopolio delle risorse energetiche in declino e dell’intero sistema del narcotraffico mondiale. La follia speculatrice e liberticida del sistema multinazionale sorto sulla guerra di sterminio che dal 1939 al 1945 le democrazie plutocratiche (parlamentari e comuniste) condussero contro le nazioni e i popoli, raggiungeva un apice mai immaginato e del quale ben pochi dei sudditi sonnambuli si rendono tuttora conto.

 

La vittima della manipolazione mentale non sa d’essere vittima. Invisibili sono le mura della sua prigione ed egli si crede libero” (Aldous Huxley)

 

Non è ancora chiaro come e da dove sia saltata fuori questa pista araba. ------ impuntarsi su -----  che in molti paesi arabi la gente scese in piazza a festeggiare, e qualche giorno dopo Bin Laden mandò in giro per il mondo il suo video in cui esaltava l’attentato, equivale a -------. Certo, perché anche loro stessi ci erano cascati come tutti gli altri all’ipotesi che fossero stati gli arabi! Ma nessuno si è mai chiesto come sia spuntato fuori subito sto Bin Laden come autore degli attentati??? Così, qualcuno lo ha deciso.... certo, ma sulla base di cosa??? Mistero! E chi avrebbe dovuto per primo avere il compito di chiedersi da dove saltò fuori la pista musulmana, i giornalisti, invece -------si accodò------. Per poi in seguito aggredire chi cerca di fare quello che loro avrebbero avuto il compito di fare fin da subito.

 

E’ indesiderabile credere vera una proposizione quando non c’è alcun fondamento per supporre che sia realmente vera” (Bertrand Russell)  --- o su dichiarazione storici???---

 

Eppure ancor oggi c’è incredibilmente una marea di gente ancora convinta che gli autori della demolizione siano arabi musulmani! Se si pensa alle persone comuni, -------- è giustificabile che ci credano per il semplice fatto di non essersene mai interessati. Ma il bello è che invece esistono perfino persone come Piero Angela che -----dalle quali non ci si aspetterebbe tanta ingenuità! Senza contare i debunker su internet, che si accaniscono con una tale costanza da far pensare che non dedichino altro alla loro vita. ------stride con frase sotto!!!------- aggiungere qualcosa -----

 

Senza il pensiero l’uomo rinuncia a sviluppare la propria personalità e soprattutto i propri ideali; abbandona spontaneamente la possibilità di avere un’opinione personale e di decidere in prima persona della propria vita, contribuendo inoltre al decadimento della civiltà” (Albert Schweitzer)

o su condominio?

 

Lo scrittore Aldous Huxley è autore del libro “Il mondo nuovo”, scritto nel 1932, nel quale, diversamente dall’affine “1984” di George Orwell (dove la cultura diventa una prigione), immagina un ambiente nel quale la cultura diventa una farsa. “Nella nostra società non c’è nessun carceriere che ci sorveglia, ma le prigioni sono dentro le nostre teste”, questo l’incipit de “Il mondo nuovo”, un mondo solo apparentemente libero, ma in realtà controllato dalla sua stessa sedicente libertà. La giornalista Carola Catalano ne da un inquietante versione nel suo blog[21]. Nella “democrazia” rappresentata da Huxley le persone non sono imprigionate, ma distratte continuamente da cose superficiali e a fini consumistici. Non esistono censure, si è talmente subissati dalle informazioni che, incapaci di rielaborare una simile mole di notizie e qualsiasi opinione difforme da quella vissuta, si finisce col diventare passivi, disinteressarsi a tutto e a non reagire più. Nel mondo nuovo nessuno brucia i libri perché non c’è più nessuno intenzionato a leggerli. La stessa dottrina storica viene percepita come “Male Assoluto” e confinata a sacrilegio. E’ questa la vera dittatura: una dittatura subdola perché invisibile, furba perché alle catene preferisce il silenzio delle museruole mentali. Il tutto condito da un’aura di finta felicità. E’ la dittatura del nemico distributore di caramelle col sorriso sulle labbra; è la dittatura che ha trasformato i cittadini in zombi che non hanno la minima intenzione di lagnarsi. E tantomeno di ribellarsi. Dopotutto chi vorrebbe farlo? La prospettiva di Huxley è a dir poco inquietante: basta aprire gli occhi per rendersi conto che quello che stiamo vivendo oggi è già il suo incubo, che è la sua visione quella che si sta realizzando, e non quella più palesabile, e quindi più facile da individuare e da combattere, prospettata da Orwell. Obiettare è impossibile: si passerebbe per pazzi e si verrebbe isolati, detentori di una verità che nessuno, quantomeno per disinteresse, accetterà mai. Eppure “il mondo nuovo” è adesso, che lo si voglia vedere oppure no. Ma sembra a tutti far comodo.

 

Quando alla gente si impongono doveri e non si vogliono accordare diritti, bisogna pagarla bene” (Johann Wolfgang von Goethe)

 

Il fatto stesso che molto probabilmente il lettore prenderà con dubbio questo, dovrebbe bastare a confermarlo. Tanto che lo stesso Orwell viene ormai scimmiottato attraverso reality show e considerato quasi un fenomeno da baraccone completamente decontestualizzato.

 

L’opera di Huxley è fondamentale per il risveglio delle coscienze sopite.

Il solo soffermarsi a leggere cosa dice uno dei suoi personaggi, il Governatore ci fa capire il pericolo che potremmo dover sostenere nel nostro prossimo futuro: “L’impulso, arrestato, trabocca, e l’inondazione è il sentimento, l’inondazione è la passione, l’inondazione è perfino la pazzia: tutto dipende dalla forza della corrente, dall’altezza e dalla resistenza dell’ostacolo. La corrente senza ostacoli scorre placidamente lungo i canali stabiliti verso una calma felicità. (L’embrione ha fame; giorno per giorno, la pompa del surrogato sanguigno compie incessantemente i suoi ottocento giri al minuto. Il bambino travasato urla; accorre immediatamente una bambinaia, con una bottiglia di secrezione esterna. Il sentimento sta in agguato in questo intervallo di tempo tra il desiderio e il suo soddisfacimento. Abbreviare l’intervallo, abbattere tutti gli antichi, inutili ostacoli) Giovani fortunati! disse il Governatore. Non è stata risparmiata nessuna fatica per rendere le vostre vite facili dal punto di vista emotivo; per preservarvi, nei limiti del possibile, dal provare qualsiasi emozione. (…) In fin dei conti disse Mustafà Mond i Governatori capirono che la violenza non serviva a nulla. I metodi più lenti, ma di gran lunga più sicuri, dell’ectogenesi, del condizionamento neopavloviano, dell’ipnopedia... (…) Ora abbiamo lo Stato Mondiale. E le Celebrazioni del Giorno di Ford, e i Canti in comune, e gli Offici di Solidarietà. (…) La storia ripeté lentamente è tutta una sciocchezza. Agitò la mano; ed era come se, con un invisibile piumino, egli avesse spazzato via un po’ di polvere, e la polvere era Harappa, era Ur dei Caldei; delle ragnatele, ed esse erano Tebe e Babilonia e Cnosso e Micene. Una spolveratina, un’altra, e dov’era più Odisseo, dov’era Giobbe, dov’erano Giove e Gotamo e Gesù? Una spolveratina... e quelle macchie di antica sporcizia chiamate Atene e Roma, Gerusalemme e l’Impero di Mezzo, erano tutte scomparse. Una spolveratina... il posto dov’era stata l’Italia eccolo vuoto. Una spolveratina, via le cattedrali; una spolveratina, un’altra, via “Re Lear” e i “Pensieri” di Pascal. Una spolveratina, via la “Passione”; una spolveratina, via il “Requiem”; e ancora, via la “Sinfonia”; via...Ecco perché non vi si insegna la Storia stava dicendo il Governatore.[22]

 

Quindi in questo mondo di apparenza, nel quale tutti sono convinti di decidere per il proprio destino o quantomeno di averlo affidato a menti eccellenti, è arduo intravedere la possibilità che ----------qualcosa si smuova-----------------.

 

Quando potremo dire tutta la verità, non la ricorderemo più” (Leo Longanesi)  

 

In questo contesto “sonnacchioso” si potrebbe anche lasciar rivelare che ad abbattere l’aereo Argo 16 siano stati i servizi segreti israeliani, o che a commettere i reati compiuti dal mostro di Firenze siano stati dei poliziotti come con la “uno bianca”, l’importante è che ciò non importi a nessuno.

 

Parte delle armi sequestrate dall’Arma dei carabinieri venivano utilizzate per rifornire le formazioni paramilitari; venivano insomma distratte e non inviate per la distruzione alle Direzioni di artiglieria” (Verbale Amos Spiazzi, 17 marzo 1994[23])

 

L’esistenza di Gladio fu scoperta ufficialmente solamente nel 1990. Grande sarebbe lo stupore per l’ex magistrato Felice Casson nell’apprendere che l’esistenza di un tale tipo di organismo fu esposta più che dettagliatamente fin dal 1978 nel libro di William Colby “La mia vita nella Cia”… e non solo: l’esistenza del “SID parallelo”, ovvero di Gladio, sarà rivelata anche dall’ex capo del SID Vito Miceli in un interrogatorio il 14 dicembre 1977, e confermato il 5 ottobre 1978 dal presidente del consiglio Giulio Andreotti[24].

 

L’uomo comune vive tra i fantasmi, il solitario è l’unico a muovere tra cose reali” (Nicolàs Gòmez Dàvila)

 

Non è certo per disprezzo che Silvio Berlusconi affermò di vedere i giudici come antropologicamente diversi dal resto dell’umanità. Se quello sia un loro imperscrutabile “modus operandi” o se vivano davvero in un mondo di fantasia è difficile capirlo. Il problema si pone quando “Alice” si trova  a doverci aver a che fare…

 

Ma perché e come tutto questo avviene?

 

Se cerco di immaginare il dispotismo moderno, vedo una folla smisurata di esseri simili ed eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima… Al di sopra di questa folla, vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare sulle loro sorti. E’ assoluto, minuzioso, metodico, previdente, e persino mite. Assomiglierebbe alla potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un’infanzia perpetua. Lavora volentieri alla felicità dei cittadini ma vuole esserne l’unico agente, l’unico arbitro. Provvede alla loro sicurezza, ai loro bisogni, facilita i loro piaceri, dirige gli affari, le industrie, regola le successioni, divide le eredità: non toglierebbe forse loro anche la forza di vivere e di pensare?” (Alexis Clérel de Tocqueville, “La democrazia in America”)

 

A chiosa di quanto abbiamo appena espresso riportiamo un brano di un articolo del Sole 24 ore del 7 giugno 2009 nel quale il giornalista Diego Marconi elabora un’accurata recensione del libro di Gianni Vattimo intitolato “Addio alla verità”, e dell’opera di Harry Frankfurt intitolata “On Bullshit”: «Nel suo piccolo ma interessante libro “On Bullshit” (tradotto in italiano nel 2005 col titolo “Stronzate”), il filosofo Harry Frankfurt distingue il bullshit dalla semplice menzogna. Chi mente nasconde o altera quella che crede essere la verità, e quindi ha un’opinione riguardo a qual’è la verità. Invece al bullshitter - a chi parla a vanvera - non importa affatto se quello che dice sia vero o falso: gli importa soltanto di “impressionare e persuadere il suo uditorio”. Secondo Frankfurt (che scrive a metà degli anni ’80), la crescita esponenziale del bullshit è legata alla diffusa convinzione che, in una società democratica, ciascuno sia chiamato ad esprimere la sua opinione, per quanto incompetente, approssimativa, casuale; e all’espansione del circuito mediatico, che sollecita l’espressione di molte opinioni. […] Dice infatti Vattimo che la norma del discorso non è la verità, ma il consenso: ciò che si deve perseguire è una “condivisione comunitaria che non dipende dal vero e dal falso degli enunciati”. […] Secondo Vattimo, il profeta isolato potrà solo aspirare a creare, a sua volta, una comunità consensuale: diceva Ernst Bloch che la sola differenza tra il pazzo e il profeta sta nella capacità del secondo di creare una comunità.».

Questa analisi mette il timbro di approvazione a conferma di quanto scritto in questa prefazione. In alternativa, cosa spinga un incompetente ad aggregarsi ad un branco nell’aggressione al ragionevole, appare incomprensibile. Purtroppo il risvolto di questa patologia psichiatrica è che è solitamente il torto ad ottenere ragione nel mondo mediatico attuale.

 

La brama di uguaglianza può manifestarsi sia nel desiderio di abbassare tutti al proprio livello (sminuendo, relegando, facendo lo sgambetto), sia in quello di elevarsi con tutti (riconoscendo, aiutando, rallegrandosi dei successi altrui)” (Friedrich Nietzsche)

 

Come nel branco, arruffianarsi il capo carismatico assecondando i suoi desideri veri o supposti. Il tutto seguendo i più bassi istinti zoologici di un’umanità il cui retaggio animalesco dovrebbe oramai essere stato soppiantato. Invece continua a sussistere nelle relazioni sociali l’acredine e la shadenfreude[25]. Solo l’ipocrisia autoassolvente di un umanità sedotta da sé stessa può negare ciò. La domanda cui porsi è questa: chi è oggi il capobranco da arruffianarsi? La risposta è quantomai scontata nella sua evidenza, ma come abbiamo visto, in alcuni stati è perfino reato penale riscontrarlo.

 

Il difficile non è raggiungere qualcosa, è liberarsi dalla condizione in cui si è” (Marguerite Duras)

 

Nel mondo in cui stiamo vivendo assistiamo allo scontro tra diversi punti di vista sostenuti da determinati gruppi sociali (Marconi preferisce questa espressione rispetto all’uso del termine “comunità” che considera implichi una eccedenza di significato rispetto al tema in questione). Secondo Marconi, anche di fronte a crimini, efferatezze e menzogne perpetrate da regimi politici, democratici o assolutistici, non si pone il problema di dare visibilità pubblica alla “verità”: si tratta solamente della volontà collettiva di un aggregato sociale che sente un bisogno di giustizia - ma ancora una volta si tratta della “propria giustizia” - ritenuto un bene inalienabile soltanto per coloro che lo considerano tale.

 

Non vi e possibilità di risanamento se non nella misura in cui si sfugge a queste tirannidi democratiche” (Leon Degrelle)

 

Per questo motivo nel mondo attuale le “Alici” permangono in balìa delle “Regine”, insulsi rappresentanti di una massa popolare ancor più insulsa. Come non pensare al film “Profumo”, nel quale un assassino viene lasciato libero dopo essersi cosparso di feromoni che hanno inebriato la folla fino a un attimo prima inferocita? Ed al suo posto viene giustiziato uno che si sa essere innocente, ma un capro espiatorio lo si avrà pur dovuto immolare. Come non paragonarlo a certe vicende giudiziarie del passato?

 

Affinché il Male trionfi è sufficiente che gli uomini di buona volontà non facciano nulla” (---------)

 

Vattimo critica sia le ontologie oggettivistiche che legittimano “un ordine storico e sociale in cui la libertà e l’originalità dell’esistenza umana vengono cancellate” e allo stesso modo anche le verità espresse nello studio delle scienze naturali e logico-matematiche. I paradigmi di Kuhn, rappresentano per l’autore solamente metodi, criteri e modelli che costituiscono una interpretazione con cui affrontiamo il mondo e difendiamo i nostri interessi. Marconi aggiunge, in seguito, un elemento chiave della costruzione teorica di Vattimo: “Ma la ragione principale per rifiutare verità e oggettività, dice Vattimo, è etico-politica: se ci fosse la verità, la nostra esistenza di soggetti liberi non avrebbe alcun senso e saremmo sempre esposti al rischio del totalitarismo”. Riteniamo che quest’ultima considerazione sia inequivocabilmente chiarificatrice, ma evitiamo di commentarla per non dar adito ad appigli pericolosi. 

 

Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive” (Ray Bradbury, da Fahrenheit 451)

 

Ad esempio, gli antifascisti si lamentano dell’armadio della vergogna, ma dimenticano che è stato tenuto nascosto non dai fascisti (che non ne avevano alcun potere), ma da quelli che proprio loro hanno votato e sostenuto dal 1945-46 ad oggi! ----qui??---- o su capitolo neofascismo?---

 

Cardinal Giuseppe Siri:

àLa seconda sta nella sedicente larga produzione teologica d’oggi, dove proprio per l’oblio della logica si afferma il contrario di tutto, non esclusa la morte di Dio.

Siamo anche qui ben lontani dal credere che tutto quello che si tinge di sociale sia sociologismo e che i moltissimi attori di questa scena siano sociologisti coscienti della apostasia insita nel sociologismo. Diciamo solo che in realtà accettano le conseguenze di una concezione materialistica del mondo. Forse non lo sanno, forse sono semplicemente degli imitatori, forse seguono il vento credendo che esso spiri da quella parte; forse credono di far la parte degli stupidi, forse temono soltanto di essere etichettati per conservatori. Viviamo in un’epoca in cui si ha paura persino delle parole!

Forse si tratta di un modo per ingraziarsi qualche potente, per fare strada e, quel che è più ovvio, per fare soldi: se ne predica il dovere verso gli altri e intanto si intascano. Gli esempi abbondano! La sociologia pratica è diventata certamente una industria ed anche qui gli esempi non mancano. Le massime del sociologismo avendo qualche — solo qualche — contatto con la dottrina cristiana della giustizia e della carità, pur involvendo altri ideali che tutte le verità cristiane acerbamente smentiscono, sono piuttosto semplici, sbrigative, atte al comizio, al facile consenso, al certo applauso, quasi visive, traducibili in termini di spesa quotidiana e pertanto rappresentano una via brevissima per stare al passo coi tempi!ß

 

E’ l’impossibilità di dedurre l’aspetto morale di dati eventi a rendere inconcepibile l’idea di trovarsi davanti a dati oggettivi rispondenti a certe precise formalità; l’inesistenza di “soggetti liberi” alla luce dell’illusorietà del libero arbitrio non può essere liquidata soltanto giudicandola “errata”; il totalitarismo non ha nessun particolare bisogno di essere giudicato per sopravvivere (o meglio della conferma di una certa formalità normativa) rispetto a quanto ne abbia certamente bisogno la democrazia (con la sua continua ricerca morale del presunto “dialogo”) e anzi trova il suo perfetto compimento al momento dello scontro frontale con l’alternativa che non prevarrà.

 

Lo strumento principale del sistema di lavaggio del cervello in regime di libertà, che raggiunge la forma più alta nel paese più libero, consiste nell’incoraggiare il dibattito sui problemi politici, costringendolo però entro presupposti che incorporano le dottrine fondamentali della linea ideologica ufficiale” (Noam Chomsky)   

 

---- ----------- --- Pietrobelli semantica qui -------------------- ------

 

Come esempio dell’uso terroristico delle notizie da parte dei giornalisti è indicativo portare l’esempio dei “bambini di Cernobil”. In seguito all’incidente del 1986 molte amministrazioni comunali iniziarono ad ospitare bambini provenienti dall’Ucraina, regolarmente divulgate dai giornali. E fin qui niente di anomalo. Il bello è che a tutt’oggi (2010) non vi è ancora stato un limite a ciò. Ovvero, ancor oggi i giornali continuano a reclamizzare queste ospitalità. Ovviamente dovrebbe essere implicito per chiunque chiedersi, dato che da quell’episodio sono passati 24 anni: ma che età hanno questi “bambini” di Cernobil??? Come minimo proprio 24 anni! Dato che sarebbe pazzesco pensare che ci si riferisca a persone nate dopo quell’episodio, a dei bambini veri odierni come vittime di un incidente avvenuto prima che nascessero e che non ha e non può avere alcuna influenza su di loro, che quindi non hanno proprio nessun diritto di passare per vittime di qualcosa che non hanno subito. Ovviamente ben venga che paesi più privilegiati ospitino bambini provenienti da paesi disagiati; ma allora anche quelli della Romania, del Bangladesh, del Kenya, della Colombia. Perché gli ucraini devono essere privilegiati rispetto agli altri per qualcosa che non li ha riguardati? Il motivo è evidente: non far scemare il terrore nucleare nei lettori dei giornali; mantenerlo ben vivo. Ed i “bambini di Cernobil” usati come mezzo. ---------- ci fa capire come il continuare a battere il chiodo su fantomatici “bambini di Cernobil” sia pura e delirante propaganda. Questo ne fa un esempio di come la psiche delle masse sia esente da ogni razionalità e quindi influenzabile dal terrore e da chi sa manipolarlo.

 

Cardinal Giuseppe Siri:

Viviamo nell’epoca delle «parole». Per vincere battaglie civili (e non solo queste) si coniano parole e detti icastici, riassuntivi (slogans). Per abbattere uomini si impiega qualche termine o classifica, che le circostanze suggeriscono atti allo scopo di demolire. Per anestetizzare cittadini e fedeli si coniano parole. Ciò che stupisce è il fatto per il quale gli uomini, invece di lasciarsi abbattere da autentiche spade, si lascino abbattere da sole parole. Perciò i termini, gli slogans, le classifiche di moda vanno vagliati, capiti, eventualmente smascherati.

 

Il funambolismo lessicale tipico di giornali logorroici dei quali “il Manifesto” è il massimo esemplare ci  risparmia la fatica di descrivere il funzionamento del sistema propagandistico, con parole e concetti che non riusciremmo mai ad ideare. Chiunque abbia letto almeno una volta un articolo di quel pomposo quotidiano lo sa. E’ un chiaro esempio della teoria “chi?”: «Siamo noi, noi tutti. Siamo noi che perpetuiamo e diffondiamo le credenze popolari, i luoghi comuni, le dicerie, come in un immenso “gioco del telefono” (quello che si fa all’asilo). Forse qualcuno dà il via, ma è man mano che passa di bocca in bocca che viene cambiato, ingigantito o rimpicciolito. Se viene colto dai media e diffuso, allora gli si da a priori adito di verità incontrovertibile. E chi osa opporsi è simbolicamente linciato in pubblico». “Dagli all’untore!”.

 

Così diviene possibile l’esistenza di figure che osano a malapena parlare il proprio superiore linguaggio; tale è il poeta, che paragona se stesso all’albatro, le cui ali possenti, create per la tempesta, in un ambiente estraneo e soffocato dalla bonaccia sono soltanto bersaglio di molesta curiosità; tale è il guerriero nato, che ha le apparenze di un perdigiorno dal momento che la vita dei bottegai gli ispira ribrezzo” (Ernst Jünger[26])  

 

Le forze che combattiamo sono certo potenti, ma fondate sulla menzogna. I loro piedi sono d’argilla. Il giorno in cui, a seguito di eventi esterni, le coscienze cambieranno e i tabù vacilleranno, il trattamento che ci sarà stato inflitto testimonierà con forza in nostro favore contro di loro.

 

Come! Non avevano che le loro penne; chiedevano un dibattito leale per confrontare le loro tesi e voi, voi che avevate milioni, le televisioni, le radio, i giornali, li avete perseguitati, condannati, rovinati, gettati in prigione, strappati alle famiglie! Dite, voi, che erano antisemiti, fascisti, nazisti? Ci siamo! Ma il valore di un argomento non dipende da chi l'avanza; questo valore è intrinseco. Minacciavano la sicurezza? Ci siamo! Nel frastuono dei vostri televisori, le loro voci non erano un grido, neppure un sussurro, ma un mormorio. Ma per voi, questo mormorio, questo era troppo. Dovevate davvero temere la forza del loro messaggio per reagire così. Ora, soltanto la verità è forte. E ciò mi basta per capire chi, in questo affare, diceva il vero” (Vincent Reynouard, Prigione di Valenciennes, Francia, 21 agosto 2010).

 

La verità produce effetti anche quando non può essere pronunciata (Ludwig von Mises)

 

si usa spesso dire ----- chi non cambia mai idea è un cretino-------- ma Il pensiero umano cambia, si dice. Meglio: cambia il pensiero accademico a seconda degli idoli del momento. Fuori della professione filosofica ed intellettuale etichettata, continua a vivere bene o male il buon senso umano. E’ vero però che gli strumenti della cultura si orientano secondo i placita di moda e così influenzano molti spiriti e molti avvenimenti, come accade nel nostro tempo per i metodi hegeliano e freudiano dopo che i loro autori sono sconosciuti ai più e sono, comunque, morti. Accettare qualunque pensiero umano, spesso contraddittorio, significa qualcosa di più che cambiare testa, ma significa soprattutto non credere alla esistenza della verità. Se questa oggi è bianca, domani è nera, vuol dire che non esiste. La conseguenza logica è patente: se si deve aggiustare sempre la Parola di Dio a seconda di questo cangiante scenario, si accetta che non esiste la verità, la Rivelazione, Dio. La consequenzialità è tremenda, ma non la si sfugge. Lo stesso vale per la reinterpretazione del dogma. Con tutto questo non si esclude affatto che le diverse e contraddittorie manifestazioni del pensiero possano avere qualche parte od aspetto immune dalla sua interna logica distruttiva e pertanto accettabile, che taluni aspetti vengano illuminati, che talune stimolazioni siano afferenti. Tanto meno si esclude che il messaggio evangelico vada presentato in modo comprensibile agli uomini del proprio tempo, usando con la dovuta cautela il suo linguaggio ed i suoi mezzi espressivi.  (Cardinal Siri)

 

La realtà è quella cosa che anche se non ci credi, non va via” (---------------------)

 

spostato:

Questo libro sembra aver l’ardire pretenzioso di una moderna “bibbia” politologica, ma questo è ben lungi dall’essere. Semplicemente così è uscito, ad opera di tutti quelli che vi hanno contribuito, in un modo o nell’altro. Personalmente riteniamo che non dovrebbe essere nemmeno esistita la necessità di scriverlo. Il solo fatto che alcune persone abbiano sentito tale necessità è già piuttosto grave, come indice. Purtroppo la realtà di tutti i giorni ci dice il contrario, invece. Questo non significa che accampiamo pretese, ma che almeno non ci si possa rimproverare di non aver tentato nulla. Ne sarà comunque valsa la pena.

 

Se la Verità parla per bocca di un uomo, il merito non è dell’uomo, ma della Verità” (Giordano Bruno)

 

Ovviamente anche in questo libro saranno presenti anche degli errori dettati da ignoranza o stupidità; nessuno ne è esente. Ringraziamo anticipatamente chiunque correggerà permettendoci di rimediare successivamente. Se ritenete questo prologo come eccessivamente autocompiaciuto, considerate l’esistenza stessa di un’attività quale il wrestling… come indicatore dell’immensità della stupidità umana. Dovrebbe bastare a tacciare illazioni…

Prima della pubblicazione, dai vari “esperti” di economia che l’hanno letto sono giunte notevoli critiche. Come la storia dello studio dell’economia ci insegna, ciò è un buon segno. Le poche critiche positive possono essere riassunte così: “le perle ai porci”. Meglio pretenzioso che vacuo.

 

Bisogna che ognuno cerchi la verità da solo, che faccia le sue ricerche e si crei una propria opinione. E’ grazie a questa ricerca assidua che ho potuto pubblicare i miei libri e i miei studi storici” (David Irving)  ---spostare questa?----

 

 

La stesura di questo libro parte da queste premesse.

 

-----fino qui spostato---------------

 

Avvisiamo il lettore che la nostra opera potrà sembrare farraginosa e pregna di ragionamenti banali e non indispensabili, di cifre snocciolate in maniera didascalica, di soluzioni contingenti incomprensibili o a primo acchito impraticabili, di concetti ripetuti alla noia, anche in maniera accalorata, affollato di citazioni all’apparenza superflue, ma riteniamo che tale complessità sia necessaria proprio per consentire di esplicare e far comprendere appieno i concetti espressi, e per tacciare preventivamente i “pareri” degli azzeccagarbugli maestri dell’economia moderna, in special modo i soliti presuntuosi vetero-marxisti. Ma proprio per distinguerci dal loro tipico “latinorum[27]” eviteremo di inserire le solite leziose formule algebriche, solitamente incomprensibili ai più. Per quanto si sia voluto semplificare al massimo il testo per renderlo comprensibile a tutti, una certa quantità di termini tecnici è invece stata necessaria per renderlo completo per chi già esperto della materia economica. Tuttavia, per facilitarne la comprensione e, speriamo, la diffusione, troverete numerose note a titolo di spiegazione dei concetti più ostici. Dato che è impossibile riscrivere concetti già espressi da altri, ritenendoli validi abbiamo inserito numerose citazioni di vari autori, utili ai fini di questo testo. Confidiamo che non rimarrete delusi anche se non troverete le solite dogmatiche apologie di elucubrazioni astratte decretate da filosofi ed economisti “defunti”.

 

Firmato Il gruppo di studio –----nome?----

 

“…la crisi è penetrata così profondamente nel sistema che è diventata una crisi del sistema. (…) Oggi possiamo affermare che il modo di produzione capitalistica è superato e con esso la teoria del liberismo economico che l’ha illustrato ed apologizzato. Le stesse dimensioni dell’impresa superano la possibilità dell’uomo; prima era lo spirito che aveva dominato la materia, ora è la materia che piega e soggioga lo spirito. Giunto a questa fase il supercapitalismo trae la sua giustificazione da questa utopia: l’utopia dei consumi illimitati. L’ideale del supercapitalismo sarebbe la standardizzazione del genere umano dalla culla alla bara. Il supercapitalismo vorrebbe che tutti gli uomini nascessero della stessa lunghezza, in modo che si potessero fare delle culle standardizzate; vorrebbe che i bambini desiderassero gli stessi giocattoli, che gli uomini andassero vestiti della stessa divisa, che leggessero tutti lo stesso libro (…) Oggi noi seppelliamo il liberismo economico. Noi abbiamo respinto la teoria dell’uomo economico, la teoria liberale, e ci siamo inalberati tutte le volte che abbiamo sentito dire che il lavoro è una merce. L’uomo economico non esiste, esiste l’Uomo integrale che è politico, che è economico, che è religioso, che è guerriero.”

 

Benito Mussolini[28]

 

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

 

La necessità della socializzazione

 

 

Al vero Stato come unità nazionale di popolo spetta il compito di istradare l’unica economia possibile.

Nel dominio delle scelte economiche che lo Stato – il vero Stato – ha il diritto e il dovere di compiere, così come in tutte le scelte indotte che consistono nelle sue ricadute sociali e territoriali (fisco, tributi, politiche abitative, partecipazione del settore economico alla determinazione della politica nazionale) è necessario escludere ogni sorta di frazionismo.

L’opzione “riformista”, al pari delle manovre di solidarietà (che spesso si configurano come una vera e propria elemosina concessa al popolo in nome del mantenimento della c.d. “pace sociale”), si inseriscono storicamente nel filone dei sistemi politici liberal-capitalisti nei termini di assenza di soluzioni ai problemi che inevitabilmente, a causa della loro stessa natura, vengono a crearsi all’interno delle società rette da questi stessi sistemi e di quelle a loro vincolate da rapporti vetero o neo-coloniali. In tale settore si inseriscono i “bonus”, i provvedimenti di sostegno al reddito, le misure a favore degli incapienti; ma anche la tassazione dei redditi elevati, le concessioni e le agevolazioni sociali (case popolari, asili, etc.), se non estrapolate dal contesto politico liberista, si configurano come fumo negli occhi utile solo a offuscare le responsabilità e le colpe che ricadono sulla gestione predatoria della cosa pubblica, sul sistema capitalista liberale di mercato.

Le stesse teorie economiche alternative volte, nelle intenzioni, alla ricerca di soluzioni basate sull’equità e sulla giustizia, improntate sulla collettivizzazione, sul dirigismo d’apparato e sul protezionismo, sono state storicamente condannate proprio in quanto manifestatesi nei termini di “capitalismo di Stato” e si sono auto-distrutte configurandosi in apparati burocratici e antipopolari che sono stati espressione delle loro stesse teorizzazioni socioeconomiche. Sono quindi state condannate dalla storia politica ed economica, ma soprattutto sono state risucchiate dal vuoto pneumatico in cui consisteva il loro fondamento dottrinario, quello cioè che delineava – ricalcando lo schema adottato dall’economia di mercato - la tragica figura dell’homo oeconomicus, l’uomo concepito come tubo digerente. Di questi uomini, di questi esofagi antropomorfi, avrebbero voluto – nella loro critica al sistema capitalista – appianare e uniformare universalmente il diametro. Ma lo schema, la visione del mondo, restavano gli stessi.

L’unica risposta sensata alla crisi del capitalismo e alla sterilità delle dottrine che, dall’Ottobre bolscevico in poi, hanno nominalmente tentato di contrastarlo, risiede nella socializzazione. Essa ha la sua forza proprio nell’essere istanza totalitaria, nel comprendere quindi la totalità degli aspetti socio-politici – e non solo economici – della vita dell’uomo all’interno delle strutture sociali e produttive in cui è inserito, che dovranno di conseguenza (e totalitariamente) essere ricondotte allo Stato.

La socializzazione, unica economia possibile, unica forma in cui può inverarsi la sostanza dell’amministrazione della cosa pubblica relativamente alla gestione dei beni materiali e dell’influenza che il patrimonio spirituale, intellettivo e scientifico di una comunità su questi può esercitare, ha trovato il proprio fondamento in tutte le organizzazioni comunitarie, sociali e nazionali che – fuori da ogni metafora – definiamo “tradizionali”.

Dalla dottrina distributista cristiana all’ordinamento socioeconomico feudale, dal più genuino sindacalismo e anarchismo rivoluzionario europeo fino alle migliori espressioni delle rivoluzioni nazionali, sociali e fasciste del secolo scorso, si è sviluppata quindi una secolare dottrina economica che prevedeva la rottura del vincolo individualista che ha legato l’uomo alla merce rendendolo – negli ordinamenti liberal-capitalisti – oggetto dello sfruttamento senza il quale non sarebbe possibile la tesaurizzazione e l’accumulo di ricchezza nelle mani di pochi, ovvero – negli ordinamenti burocratico-marxisti – oggetto della mercificazione e della riduzione a mero indice produttivo del proprio lavoro e della propria vita.

La dottrina economica della socializzazione non può e non deve essere disgiunta dall’istanza nazionale; socializzazione e nazionalizzazione devono marciare su binari paralleli, binari che porteranno, senza equivoci di sorta, l’uomo alla riappropriazione dei destini delle propria comunità attraverso l’identificazione lavoro-nazione. Fuori da questo schema ogni cosa perderebbe di senso: senza il patrocinio dello Stato, in cui la Nazione ha il proprio compimento materiale e spirituale, è impossibile imprimere una simile politica economica (se non in una fase rivoluzionaria). Socializzare le imprese e la produzione, rendendone i lavoratori ‘proprietari’, significa e comporta nazionalizzarle: se la socializzazione è un movimento che parte dal basso percorrendo la direttrice lavoratore-impresa, la nazionalizzazione ne è il completamento verso l’alto, lungo la direttrice impresa-Stato. Ed è dalla congiunzione di queste due direttrici che necessariamente prende forma una prassi politica che non può che definirsi socialista nazionale.

La dottrina economica della socializzazione non può e non deve altresì essere disgiunta dalla proprietà popolare della moneta. L’economia socializzata sta alla predazione capitalista come la moneta di popolo sta al signoraggio. L’azione usuraia delle banche sarebbe infatti insormontabile ostacolo alla delineazione dello schema sopra citato: la nazionalizzazione socialista del lavoro creerebbe un circolo virtuoso che relegherebbe la struttura bancaria a sottostare alle direttive dello Stato in quanto gestore delle sfera monetaria dell’economia. E’ uno degli aspetti più rilevanti della natura totalitaria della vera economia che, oltre a non prevedere una entità superiore allo Stato nella determinazione delle scelte inerenti la propria amministrazione, prevede un equo concetto di fiscalità non imposta sul reddito da lavoro che troverà compensazione – ai fini del reperimento dei fondi necessari alla spesa pubblica – nell’assorbimento del debito pubblico causato dal signoraggio delle banche.

Volutamente ricusiamo, nel definire la socializzazione nazionale, l’espressione “terza via”, che presume l’esistenza di altre due, o che a molti addirittura trasmetterebbe un significato di compromesso. Essa è infatti “unica via” o, come si è già detto, unica economia possibile. Profondamente differenziata dalle isterie del capitalismo e del conseguente sfruttamento di uomini e popoli. Profondamente differenziata dal marxismo burocratico, economicistico e mercificante. Un’unica via, più umana, più alta.

 

 

Fabrizio Fiorini

 

 

La socializzazione ha il valore di sposare i pregi di ogni sistema economico, finora proposto, epurandone le deficienze. Dosando libertà e solidarietà in par misura. La novità piena dell’economia partecipativa è il ruolo che il soggetto produttivo assume. L’uomo non è più parte di un automatismo, un ingranaggio fra tanti, ma diviene cardine, centro, fautore del proprio destino. Ritrova se stesso nel compito che svolge, prendendo parte alle decisioni sul proprio futuro, armonizzando il proprio presente. Il lavoro cessa di essere un fine, nella peggiore delle prospettive economiciste, in direzione di divenire un mezzo per trovare se stessi, completare la propria libertà all’interno di un insieme armonioso. Laddove libertà e necessità collimino come due rette che si incontrano all’orizzonte. Dove, non più le attinenze fra gli elementi che lo compongo, ma il valore stesso degli elementi assume un ruolo primario. La partecipazione è un metodo contingente dettato dalla necessità di saldare la frattura tra capitale e lavoro. Consumata dopo la fine del feudalesimo e accelerata dal tardo ottocento fin tutto l’ultimo secolo. La partecipazione è dispositivo essenziale per poter passare, usando le categorie di Marcello Veneziani, dal degrado di una società liberale schiava di una pretesa libertà, troppo spesso confusa con libero mercato, alla nascita della democrazia comunitaria. Ciò che fa della socializzazione qualcosa oltre il mero strumento economico, è la visione etica e solidale che l’accompagna. L’interesse principale per le ambizioni, i desideri e i bisogni dell’individuo, che partecipando attivamente e collegialmente, non è ne massa senza volto ne soggetto sganciato dalla realtà. Ma individuo determinato, evolianamente assoluto, inserito in un contesto di riferimento, mosaico della sua stessa identità personale, la comunità nazionale. In questo si rilancia il feroce antagonismo al liberalismo e al comunismo rei della stessa colpa. Privilegiare l’istanza economica a discapito di quella umana.

 

Salvatore Valerio ------ o Nicola Piras - il Fondo magazine, 25 maggio 2009??????---

 

O sostituire con:

Concludiamo questa prefazione con le sacrosante parole di Fabrizio Fiorini estrapolate da un ottimo articolo pubblicato sul sito di Miro Renzaglia: “L’unica risposta sensata alla crisi del capitalismo e alla sterilità delle dottrine che, dall’Ottobre bolscevico in poi, hanno nominalmente tentato di contrastarlo, risiede nella socializzazione. Essa ha la sua forza proprio nell’essere istanza totalitaria, nel comprendere quindi la totalità degli aspetti socio-politici – e non solo economici – della vita dell’uomo all’interno delle strutture sociali e produttive in cui è inserito, che dovranno di conseguenza (e totalitariamente) essere ricondotte allo Stato. La socializzazione, unica economia possibile, unica forma in cui può inverarsi la sostanza dell’amministrazione della cosa pubblica relativamente alla gestione dei beni materiali e dell’influenza che il patrimonio spirituale, intellettivo e scientifico di una comunità su questi può esercitare, ha trovato il proprio fondamento in tutte le organizzazioni comunitarie, sociali e nazionali che – fuori da ogni metafora – definiamo “tradizionali”. (…)

La dottrina economica della socializzazione non può e non deve essere disgiunta dall’istanza nazionale; socializzazione e nazionalizzazione devono marciare su binari paralleli, binari che porteranno, senza equivoci di sorta, l’uomo alla riappropriazione dei destini delle propria comunità attraverso l’identificazione lavoro-nazione. Fuori da questo schema ogni cosa perderebbe di senso: senza il patrocinio dello Stato, in cui la Nazione ha il proprio compimento materiale e spirituale, è impossibile imprimere una simile politica economica (se non in una fase rivoluzionaria). Socializzare le imprese e la produzione, rendendone i lavoratori ‘proprietari’, significa e comporta nazionalizzarle: se la socializzazione è un movimento che parte dal basso percorrendo la direttrice lavoratore-impresa, la nazionalizzazione ne è il completamento verso l’alto, lungo la direttrice impresa-Stato. Ed è dalla congiunzione di queste due direttrici che necessariamente prende forma una prassi politica che non può che definirsi socialista nazionale. (…) Volutamente ricusiamo, nel definire la socializzazione nazionale, l’espressione “terza via”, che presume l’esistenza di altre due, o che a molti addirittura trasmetterebbe un significato di compromesso. Essa è infatti “unica via” o, come si è già detto, unica economia possibile. Profondamente differenziata dalle isterie del capitalismo e del conseguente sfruttamento di uomini e popoli. Profondamente differenziata dal marxismo burocratico, economicistico e mercificante. Un’unica via, più umana, più alta.”[29]

 

 

INTRODUZIONE STORICO PROSPETTICA

 

 

1

 

LE ORIGINI ECONOMICHE

 

Troppo capitalismo non significa troppi capitalisti, ma troppo pochi capitalisti” (Gilbert Keith Chesterton)

 

La teoria economica della socializzazione trae origine dal “distributismo”, un concetto derivato dai principi della dottrina sociale della Chiesa Cattolica in particolar modo del pauperismo francescano e del benedettino “hora et labora” espressi modernamente nella dottrina di Papa Leone XIII a sua volta contenuta nell’enciclica “Rerum novarum” (1891) e successivamente sviluppati da Papa Pio XI nell’enciclica “Quadragesimo anno” (1931). Encicliche che si inserivano temporalmente nell’ambito della critica cattolica sia verso il marxismo che verso il capitalismo, effettuata peraltro in periodi estremamente critici: sorgere dei partiti socialisti per la prima, crisi economica mondiale per la seconda.

 

In particolare così si esprimeva Leone XIII a proposito dell’Autonomia e Disciplina delle associazioni: “Questa sapiente organizzazione e disciplina è assolutamente necessaria perché vi sia unità di azione e d’indirizzo. Se hanno pertanto i cittadini, come l’hanno di fatto, libero diritto di legarsi in società, debbono avere altresì uguale diritto di scegliere per i loro consorzi quell’ordinamento che giudicano più confacente al loro fine. Quale esso debba essere nelle singole sue parti, non crediamo si possa definire con regole certe e precise, dovendosi determinare piuttosto dall’indole di ciascun popolo, dall’esperienza e abitudine, dalla quantità e produttività dei lavori, dallo sviluppo commerciale, nonché da altre circostanze, delle quali la prudenza deve tener conto. In sostanza, si può stabilire come regola generale e costante che le associazioni degli operai si devono ordinare e governare in modo da somministrare i mezzi più adatti ed efficaci al conseguimento del fine, il quale consiste in questo, che ciascuno degli associati ne tragga il maggior aumento possibile di benessere fisico, economico, morale. E’ evidente poi, che conviene aver di mira, come scopo speciale, il perfezionamento religioso e morale, e che a questo perfezionamento si deve indirizzare tutta la disciplina sociale. Altrimenti tali associazioni degenerano facilmente in altra natura, né si mantengono superiori a quelle in cui della religione non si tiene conto alcuno[30].

 

Dal canto suo Pio XI riprese i temi del suo predecessore rafforzandoli con decisione: “All’enciclica Leoniana dunque si deve attribuire se queste associazioni di lavoratori fiorirono dappertutto in tal modo, che ormai, sebbene purtroppo ancora inferiori di numero alle corporazioni dei socialisti e dei comunisti, raccolgono una grandissima moltitudine di operai e possono vigorosamente rivendicare i diritti e le aspirazioni legittime dei lavoratori cristiani, tanto nell’interno della propria nazione, quanto in convegni più estesi, e con ciò promuovere i salutari principi cristiani intorno alla società. Oltre ciò, le verità tanto saggiamente discusse e validamente propugnate da Leone XIII, circa il diritto naturale di associazioni, si cominciarono ad applicare con facilità anche ad altre associazioni e non solo a quelle degli operai; onde alla stessa enciclica Leoniana si deve in non poca parte il tanto rifiorire di simili utilissime associazioni; anche tra agricoltori e altre classi felicemente si unisce al vantaggio economico la cultura delle anime. Non si può dire lo stesso delle Associazioni vivamente desiderate dal Nostro Antecessore, tra gli imprenditori di lavoro e gli industriali. Che se di queste dobbiamo lamentare la scarsezza, ciò non si deve attribuire unicamente alla volontà delle persone, ma alle difficoltà molto più gravi che si oppongono a consimili associazioni e che Noi conosciamo benissimo e teniamo nel giusto conto[31].

 

Già Tommaso d’Aquino aveva individuato nella proprietà una natura personale per quanto riguarda l’acquisto, e una natura comune per quanto riguarda l’uso.

 

La legge ha come suo fine primo e fondamentale il dirigere al bene comune. Ora ordinare qualcosa in vista del bene comune è proprio dell’intera collettività o di chi fa le veci dell’intera collettività. Stabilire le leggi appartiene dunque all’intera collettività o alla persona pubblica che ha cura dell’intera collettività, giacché in tutte le cose può dirigere verso il fine solo colui al quale il fine stesso appartiene” (San Tommaso d’Aquino)

 

Un’interessante analisi descrittiva della socializzazione distributista ci giunge, inaspettatamente, da Karol Woitila, nella sua enciclica “Laborem exercens” del 14 settembre 1981, descrivendone dapprima le finalità: 

 

La proprietà secondo l’insegnamento della Chiesa non è stata mai intesa in modo da poter costituire un motivo di contrasto sociale nel lavoro. Come è già stato ricordato precedentemente in questo testo, la proprietà si acquista prima di tutto mediante il lavoro perché essa serva al lavoro. Ciò riguarda in modo particolare la proprietà dei mezzi di produzione. Il considerarli isolatamente come un insieme di proprietà a parte al fine di contrapporlo nella forma del «capitale» al «lavoro» e ancor più di esercitare lo sfruttamento del lavoro, è contrario alla natura stessa di questi mezzi e del loro possesso. Essi non possono essere posseduti contro il lavoro, non possono essere neppure posseduti per possedere, perché l’unico titolo legittimo al loro possesso - e ciò sia nella forma della proprietà privata, sia in quella della proprietà pubblica o collettiva - è che essi servano al lavoro; e che conseguentemente, servendo al lavoro, rendano possibile la realizzazione del primo principio di quell’ordine, che è la destinazione universale dei beni e il diritto al loro uso comune. Da questo punto di vista, quindi, in considerazione del lavoro umano e dell’accesso comune ai beni destinati all’uomo, è anche da non escludere la socializzazione, alle opportune condizioni, di certi mezzi di produzione. Nello spazio dei decenni che ci separano dalla pubblicazione dell’Enciclica Rerum Novarum, l’insegnamento della Chiesa ha sempre ricordato tutti questi principi, risalendo agli argomenti formulati nella tradizione molto più antica, per esempio ai noti argomenti della Summa Theologiae di San Tommaso d’Aquino

 

Per continuare con i motivi sociologici contrapponendo il funzionamento organizzativo di liberal-capitalismo, collettivismo, e socializzazione, senza dimenticare il rispettivo inserimento nel contesto dei pubblici poteri:

 

Questo gruppo dirigente e responsabile può assolvere i suoi compiti in modo soddisfacente dal punto di vista del primato del lavoro - ma può anche adempierli male, rivendicando al tempo stesso per sé il monopolio dell’amministrazione e della disposizione dei mezzi di produzione e non arrestandosi neppure davanti all’offesa dei fondamentali diritti dell’uomo. Così, quindi, il solo passaggio dei mezzi di produzione in proprietà dello Stato, nel sistema collettivistico, non è certo equivalente alla «socializzazione» di questa proprietà. Si può parlare di socializzazione solo quando sia assicurata la soggettività della società, cioè quando ognuno, in base al proprio lavoro, abbia il pieno titolo di considerarsi al tempo stesso il «com-proprietario» del grande banco di lavoro, al quale s’impegna insieme con tutti. E una via verso tale traguardo potrebbe essere quella di associare, per quanto è possibile, il lavoro alla proprietà del capitale e di dar vita a una ricca gamma di corpi intermedi a finalità economiche, sociali, culturali: corpi che godano di una effettiva autonomia nei confronti dei pubblici poteri, che perseguano i loro specifici obiettivi in rapporti di leale collaborazione vicendevole, subordinatamente alle esigenze del bene comune, e che presentino forma e sostanza di una viva comunità, cioè che in essi i rispettivi membri siano considerati e trattati come persone e stimolati a prendere parte attiva alla loro vita

 

E giunge fino a considerare gli aspetti psicologici:

 

Ma già qui bisogna sottolineare, in generale, che l’uomo che lavora desidera non solo la debita remunerazione per il suo lavoro, ma anche che sia presa in considerazione nel processo stesso di produzione la possibilità che egli lavorando, anche in una proprietà comune, al tempo stesso sappia di lavorare «in proprio». Questa consapevolezza viene spenta in lui nel sistema di un’eccessiva centralizzazione burocratica, nella quale il lavoratore si sente un ingranaggio di un grande meccanismo mosso dall’alto e - a più di un titolo - un semplice strumento di produzione piuttosto che un vero soggetto di lavoro, dotato di propria iniziativa. L’insegnamento della Chiesa ha sempre espresso la ferma e profonda convinzione che il lavoro umano non riguarda soltanto l’economia, ma coinvolge anche, e soprattutto, i valori personali. Il sistema economico stesso e il processo di produzione traggono vantaggio proprio quando questi valori personali sono pienamente rispettati. Secondo il pensiero di San Tommaso d’Aquino, è soprattutto questa ragione che depone in favore della proprietà privata dei mezzi stessi di produzione. Se accettiamo che per certi, fondati motivi, eccezioni possono essere fatte al principio della proprietà privata - e nella nostra epoca siamo addirittura testimoni che è stato introdotto il sistema della proprietà «socializzata» -, tuttavia l’argomento personalistico non perde la sua forza né a livello di principi, né a livello pratico. Per essere razionale e fruttuosa, ogni socializzazione dei mezzi di produzione deve prendere in considerazione questo argomento. Si deve fare di tutto perché l’uomo, anche in un tale sistema, possa conservare la consapevolezza di lavorare «in proprio». In caso contrario, in tutto il processo economico sorgono necessariamente danni incalcolabili, e danni non solo economici, ma prima di tutto danni nell’uomo

 

E questo nel 1981, poco dopo essere stato dimesso dall’ospedale dove era stato ricoverato in seguito all’attentato del 13 maggio, terminata nel suo letto d’ospedale e mentre era ancora in atto la guerra fredda tra capitalismo e comunismo soprattutto nella sua Polonia dove il sindacato Solidarnosc si batteva in quei giorni, l’enciclica di Woitila non può essere vista altro che come una linea guida destinata non tanto ai paesi capitalisti, ma piuttosto a quelli comunisti!  

 

Dopo che la schiavitù del capitalismo fu distrutta, i lavoratori si ritrovarono in una schiavitù collettiva e totalitaria. Ora essi sono minacciati lo stesso, come tutta l’umanità, dalla schiavitù della tecnocrazia” (Cardinal Wyszynski, 1969[32]) 

 

Non si può quindi prescindere, nell’analisi del distributismo, dalla sua origine e dalle cause che l’hanno soppresso fino ad oggi. Difatti ad una lettura sociologica se ne potrebbe dedurre che il percorso storico-istituzionale (“processo di istituzionalizzazione”) avrebbe dovuto sfociare inevitabilmente in un sistema socio-economico distributista. Eppure così non è stato. Max Weber ne fa l’analisi più accurata nel suo “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”---- -----analisi di Max Weber?----

 

In una storia universale della civiltà, da un punto di vista puramente economico, il problema centrale non è lo svolgimento dell’attività capitalistica come tale… ma bensì il sorgere del capitalismo industriale borghese con la sua organizzazione razionale del lavoro libero” (Max Weber)  ---etica protestante e lo spirito del capitalismo -----

 

Il punto fondamentale è la connessione fra sviluppo capitalistico e il costituirsi di uno Stato rappresentativo costituzionale dotato di un diritto formale e di un apparato tecnico-razionale. Ferdinand Tönnies sostiene che la distinzione tra prima e dopo (la scelta nel bivio tra liberismo e distributismo) sta nella disgregazione sociale, quando “ognuno sta per conto proprio[33]” ma è tuttavia sospinto dalla necessità esistenziale ad offrire costantemente la sua prestazione produttiva.

Secondo Adam Smith la commercializzazione del lavoro provoca che “ognuno è un commerciante”. Ciò, secondo Tönnies, avvierebbe una “guerra latente” tra tutti gli individui, rispetto alla precedente collaborazione. Mediata solamente da accordi contrattuali stabiliti dal diritto garantito dallo Stato.

 

Lo Stato è come la religione, vale se la gente ci crede” (Errico Malatesta)

 

Emile Durkheim faceva notare come però tali contratti non sono autosufficienti, cosicché “i rapporti del capitale e del lavoro sono restati, fino ad oggi, nello stesso stato di indeterminatezza giuridica”, e i risvolti si sono esplicati nella ricerca di un alternativa che però si è espressa popolarmente nel marxismo, come alternativa a quei difetti riscontrabili “che tutti i popoli attualmente sentono e si sforzano di colmare”. Emile Durkheim, “La divisione del lavoro sociale”, pag. 358. ----- Umberto Cerroni, “Il pensiero politico del novecento”, Newton ed., pag. 19. Il progredire di questo ----- puntava sulla solidarietà contrattuale come nuovo tipo di solidarietà organica tramite il mezzo del diritto contrattuale e amministrativo.

Quella che ne esce è la società salariale-assistenziale (come l’ha definita André Gorz) basata sulla proprietà accentrata ed il lavoro come merce -- ----. -----lavoro subordinato-----

----qualcos’altro?----- frase??-----

 

Una patria è un composto di più famiglie; e come di solito si sostiene la propria famiglia per amor proprio, quando non si abbia un interesse contrario, così per lo stesso amor proprio si sostiene la propria città o il proprio villaggio che si chiama patria. Più questa patria ingrandisce e meno la si ama, poiché l’amore suddiviso si indebolisce. E’ impossibile amare teneramente una famiglia troppo numerosa che si conosce appena” (Voltaire)

 

differenza tra concetto di Stato e concetto di Patria.  ----identitario ---- lo Stato come necessità di imporre regole.

 

L’Idea di patria invece è un’idea assolutamente superiore. Rappresenta il massimo allargamento della generosità dell’individuo straripante in cerchio verso tutti gli essere umani simili a lui o affini, simpatizzanti e simpatici. Rappresenta la più vasta solidarietà concreta d’interessi agricoli, fluviali, portuali, commerciali, industriali legati insieme da un’unica configurazione geografica, da una stessa miscela di climi e da una stessa colorazione di orizzonti. Rappresenta precisamente la distruzione del sentimento di famiglia egoistica, ristretta, divenuta inutile o dannosa all’individuo. L’Idea di patria annulla l’idea di famiglia. E’ un’idea generosa, eroica, dinamica, futurista, mentre l’idea di famiglia è gretta, paurosa, statica, conservatrice, passatista. La vera concezione di patria nasce per la prima volta oggi dalla concezione futurista del Mondo. E’ stata prima d’ora una confusa miscela di campanilismo, di retorica greco-romana, di eloquenza commemorativa e d’istinto eroico incosciente. Hanno stupidamente poggiata questa idea sulla commemorazione degli Eroi, sulla sfiducia nei vivi, sulla paura della guerra, sulla restaurazione conservatrice di tutto ciò che era morto. Il patriottismo futurista è invece la passione accanita, violenta e tenace per il divenire-progresso-rivoluzione della propria razza lanciata alla conquista delle mete più lontane. Come massima potenza affettiva dell’individuo il patriottismo futurista, pur essendo di essenza disinteressata, si trasforma in utilità pratica per la continuità e lo sviluppo della razza che favorisce. Il patriottismo italiano, invece di lavorare per i suoi figli, lavora, si batte e muore per gli italiani di domani. Massima potenza di amore paterno: invece di quattro o cinque figli sentirne nel cuore 40 milioni. Il cerchio affettivo del mio cuore italiano tendendosi smisuratamente abbraccia la patria, cioè la massima quantità manovrabile di ideali, interessi, bisogni miei, nostri, legati fra loro e non in contrasto fra di loro. Concludendo: la patria è il massimo prolungamento dell’individuo o meglio: il più vasto individuo vivo capace di vivere lungamente, di dirigere, dominare e difendere tutte le parti del suo corpo. (Filippo Tommaso Marinetti)

 

 

Per questi motivi la realizzazione del distributismo condurrebbe ad una situazione nella quale le istituzioni pubbliche diverrebbero superflue, e nel residuo delle quali il sistema amministrativo potrebbe essere fondato sul vero concetto di meritocrazia espresso dalla “democrazia organica”.

 

Lo Stato si fonda sulla schiavitù del lavoro. Se il lavoro diventerà libero, lo Stato sarà perduto” (Max Stirner)

 

Incredibile è come pochissimi riescano a comprendere la possibilità anche solo ipotetica o teorica dell’esistenza di un’alternativa tra sistema economico capitalista nelle forme conosciute di proprietà accentrata e quello di proprietà statale, o di vie di mezzo tra essi. E’ sconvolgente apprendere come pochissimi riescano a concepire la possibilità che un’azienda possa essere posseduta in percentuale uguale da tutte le persone che vi lavorano. Viene da chiedersi su quali basi l’escludano a priori come sembrerebbe ipso facto… E’ veramente una prospettiva così impensabile? Eppure che di esempi di negozi, ristoranti, botteghe artigiane, ditte di servizi, posseduti in società in parti uguali da due, tre, quattro, ecc soci dovrebbero esisterne già… quindi perché a chiunque venga presentata questa prospettiva, strabuzzano gli occhi come -----esempio---se guardassero una fumante merda posata su un cuscino di seta----?    

 

Certi vedono le cose come sono e si domandano “Perché?” Io invece, sogno le cose come non sono mai state e mi domando “Perché no?” (George Bernard Shaw) 

 

La prima e unica volta che in campo ufficiale si è sentita esprimere la possibilità di una distribuzione della proprietà ai dipendenti è stato il 9 settembre 2010, quando Fidel Castro di fronte all’ammissione del fallimento del sistema comunista cubano ed alla promessa di riforme, ha specificato al giornalista Jeffrey Goldberg che “la proprietà non sarà consegnata ai dipendenti”. Precisazione doverosa, se non voleva essere ammazzato subito e che il suo paese fosse devastato ed invaso con le solite scuse inventate.

 

Pensare che ai primordi della rivoluzione industriale, ovvero quando si passò da un sistema produttivo contadino ad uno industriale caratterizzato da una razionale divisione dei compiti, in molti casi il diritto sociale adottato era corrispondente al distributismo o comunque indirizzato verso un tale prospettabile sviluppo. Il più famoso esempio fu la masseria di San Leucio, una vera “new town” ante litteram nata in Campania pochi mesi prima della rivoluzione francese. Proprio i risvolti “democratici” di questa rivoluzione soffocarono quello sviluppo e deviarono definitivamente il sistema verso il liberismo. Seppur vantando ufficiosamente questa origine, le teorie distributiste coinvolsero in modo trasversale un ampia gamma di filosofie politiche e religiose, dal cattolicesimo all’anglicanesimo, dall’anarchismo al fascismo, trovandovi somiglianze inaspettate perfino in alcuni aspetti delle religioni orientali e di pratiche politiche e sociologiche completamente slegate da essa. Queste similarità si fondano principalmente su una ben determinata concezione del sistema economico e dei suoi scopi nella società, in un evidente contrapposizione alle teorie sempre più dominanti col passare del tempo e tutt’oggi applicate dai governi pressoché dell’intero globo.

 

C’è sempre un modo giusto e un modo sbagliato, e quello sbagliato sembra sempre il più ragionevole” (George Moore) 

 

Un tentativo di sperimentare in modo pianificato un sistema produttivo basato su filosofie diverse dal liberismo si ebbe anche successivamente al primo sviluppo industriale, con i “falansteri” di Charles Fourier e gli “ateliers nationaux” di Louis Blanc, rivelatisi effimeri anche a causa dell’assoluta assenza di quel sostegno politico di cui invece godeva la loro concorrenza capitalista. Ragion per cui in un secondo tempo la ricerca non fu basata su un impostazione di per sé già definita, ma su quale metodo applicare per poter superare questo limite estrinseco. Un limite che venne dai più considerato invalicabile con i metodi proposti dai fautori di quel socialismo il cui precursore si può identificare in Claude-Henri de Saint-Simon e che fu definito “utopistico” dalle altre correnti, “scientifiche”. Dal che, come alternativa al rivoluzionarismo “scientifico” marxista, nacquero le teorie sul “credito sociale” come soluzione per la fondazione, e la critica al sistema politico noto come “democrazia liberale” per sostituirlo con una base politica che consentisse alle imprese collettive di poter sussistere paritariamente. Ma un altro difetto venne riscontrato anche nell’impostazione propriamente intesa: Josiah Warren, uno dei partecipanti alla “New Harmony Society” di Robert Owen, giunse alla conclusione che la comunità era destinata al fallimento anche per la mancanza di sovranità individuale e di proprietà privata; ma egli riversò questa sua critica riconvergendo verso il liberismo sfrenato (da ciò la sua fama successiva come primo teorizzatore dell’individualismo anarchico tipicamente americano). Bisognava perciò trovare una soluzione anche a questo endemico difetto, e il risultato finale di questa ricerca fu il distributismo. Una basilare concezione lo differenziava da qualunque teoria socialista, scientifica od utopistica: secondo il distributismo il punto focale dell’economia non deve essere inteso come rappresentato dai mercati tout court e dal valore nominale delle merci simboleggiato dal denaro, bensì da produzione ed allocazione[34].

 

Ma come è dunque assicurato l’ordine nella produzione e nella distribuzione? La risposta è data da due principi del comportamento non primariamente associati all’economia: la reciprocità e la redistribuzione. (…) Principi del comportamento come questi tuttavia non possono diventare efficaci a meno che i modelli istituzionali esistenti non si prestino alla loro applicazione. Reciprocità e redistribuzione sono in grado di assicurare il funzionamento di un sistema economico senza l’aiuto di scritture e di un’elaborata amministrazione soltanto perché l’organizzazione delle società in questione soddisfa le richieste di una simile soluzione per mezzo di strutture come la simmetria e la centricità. La reciprocità è enormemente facilitata dalla struttura istituzionale della simmetria, un aspetto frequente dell’organizzazione sociale tra i popoli illetterati. La sorprendente “dualità” che troviamo nelle suddivisioni tribali si presta all’accoppiamento dei rapporti individuali e assiste perciò al dare e ricevere di beni e di servizi in assenza di registri permanenti. Le “metà” della società primitiva che tendono a creare un “pendant” a ciascuna suddivisione risultano derivare dagli atti di reciprocità sui quali si basa il sistema oltre che essere un contributo alla loro realizzazione. (…) Fino a che l’organizzazione sociale corre nei suoi binari non occorre che entri in gioco alcun motivo economico individuale, non occorre che sia temuta alcuna invasione allo sforzo personale; la divisione del lavoro sarà automaticamente assicurata e gli obblighi economici debitamente assolti, e soprattutto saranno forniti i mezzi materiali per un’esuberante manifestazione di abbondanza in tutti i festeggiamenti pubblici. In una comunità di questo tipo è esclusa l’idea del profitto, il contrattare è condannato, dare generosamente è acclamato come una virtù; la supposta propensione al baratto, al commercio e allo scambio non appare. Il sistema economico è in realtà una semplice funzione dell’organizzazione sociale” (Karl Polanyi[35], “Economie primitive, arcaiche e moderne”, Einaudi Paperbacks, 1980)

 

Si noterà sicuramente un assonanza con le teorizzazioni di Pierre-Joseph Proudhon[36], il quale aveva per primo intuito che il fulcro dei problemi stava nel concetto di salario; ma ne ricavò una soluzione errata col suo “mutualismo”, il quale innegabilmente parte bene con il proposito di istituire una banca di credito che conceda prestiti ai produttori (lavoratori) a tassi di interesse sufficienti a coprire giusto le spese di amministrazione (della banca), intenzione che verrà poi ripresa da Clifford Hugh Douglas con il suo “credito sociale”, e che era stata in precedenza proposta da Giuseppe Mazzini.

 

Il riordinamento del lavoro sotto la legge dell’associazione sostituta all’attuale del salario, sarà, noi crediamo, la base del mondo economico sicuro, e implica che un capitale indispensabile all’impianto dei lavori e alle anticipazioni necessari debba raccogliersi nelle mani degli operai associati” (Giuseppe Mazzini)

 

Le parole di Proudhon sono inequivocabili: “Noi non vogliamo alcuna partecipazione dello Stato nelle miniere, nei canali, nelle ferrovie…. Tutto deve essere affidato ad associazioni di lavoratori democraticamente organizzate, le quali operino non sotto la costituzione e la vigilanza dello Stato, ma basandosi sulla propria responsabilità. Noi vogliamo queste associazioni come un modello pratico per l’agricoltura, l’industria e il commercio: come un primo nucleo di quelle ulteriori federazioni di leghe e associazioni, riunite dal vincolo comune della repubblica democratica sociale”. Proudhon, molto intransigente nelle sue posizioni, arrivò a criticare aspramente Karl Marx, obiettandogli di proporre una “finta rivoluzione” ossia di propagandare una soluzione economica che si limitava semplicemente a spostare l’asse dal potere dalla classe borghese alla classe del proletariato.

 

Il socialismo al contrario dovrebbe permettere la totale attribuzione all’individuo del suo lavoro e quindi sotto certi aspetti predica il recupero totale del profitto individuale. Infatti Marx sostiene che il socialismo coincide con la massima estensione del “diritto borghese” e che finché prevale la scarsità di merci il mercato deve regolarne la distribuzione. Solo che ci sono “comunisti” che questo non lo hanno ancora capito. Per quanto riguarda il mercato nessuno, nemmeno Stalin, negava la necessità del mercato nel socialismo. Solo i gruppetti dottrinari e la vulgata pseudo-marxista nega questo. Persino Trokzy era per il mantenimento del mercato. Il socialismo di mercato lo ha inventato Lenin nel 1921 è poi stato teorizzato da Lange (un economista che Stalin stimava molto) nel 1937 e applicato dagli Jugoslavi, polacchi e ungheresi. Mao lo teorizzava negli anni ’50 poi si è perso per strada. I cinesi lo applicano da 32 anni, i vietnamiti da 23, i laotiani solo in teoria e ufficialmente è anche la teoria dei nord- coreani che lo applicano a fasi alterne. Morales in Bolivia e la fazione che fa capo a Giordani in Venezuela dice di ispirarsi a questo modello.

 

----mettere il cappello, qui???--------

 

Ma seppur avendo intuito il nocciolo della questione, l’errore di Proudhon stette nella mancata comprensione delle logiche economiche, che lo portò ad auspicare una società egualitaria nella quale i prezzi corrispondessero alla quantità di lavoro necessaria per la fabbricazione della merce stessa. Il Mutualismo è affine ma differente dalla Cooperazione in senso stretto, anch’essa teoricamente basata su princìpi che escludano il profitto come scopo dell’attività lavorativa. Ma il mutualismo si basa sul precetto che stabilisce la necessità di dover ricevere in cambio della vendita di lavoro o di un prodotto del proprio lavoro, l’esatto ammontare del valore venduto in beni o servizi, che non tiene ----o tenga----- conto cioè delle leggi di mercato che regolano da sé i valori a seconda del rapporto tra domanda ed offerta. In pratica lo stesso errore basilare compiuto da Marx e che lo sviò dal vero punto-cardine della questione, dividendo e facendo rimbalzare i suoi epigoni tra tutta una serie di proposte marginali e superficiali, distraendoli dal vero punto focale quando invece era chiaro e semplice che esso stava nel concetto stesso di salario, come identificato e contestato successivamente anche dalle riflessioni di Antonio Labriola suggerite ai comunisti: “Malgrado il divieto anticipato del socialismo scientifico, che non è dato a tutti d’intendere, pullulano e si moltiplicano ogni istante i farmacisti della questione sociale, che han tutti qualcosa di particolare da suggerire o da proporre, per curare od eliminare questo o quel malanno sociale; - nazionalizzazione del suolo; monopolio dei grani da parte dello stato; statificazione delle ipoteche; municipalizzazione dei mezzi di trasporto; finanza democratica; sciopero generale; - e così via, da non finirla mai! Ma la democrazia sociale elimina tutte coteste fantasie, perché l’istinto della propria situazione induce i proletari, appena si addestrino nell’arena politica, ad intendere il socialismo in modo integrale. A intendere, cioè, che ad una cosa sola essi devono soprattutto mirare: all’abolizione, cioè, del salariato: che una sola forma di società è quella che rende possibile, e anzi necessaria, la eliminazione delle classi: e cioè l’associazione che non produce merci; e che tal forma di società non è più lo Stato, anzi è il suo opposto, ossia il reggimento tecnico e pedagogico della convivenza umana, il selfgovernment del lavoro. Non più giacobini, né quelli eroicamente giganti del ’93, né quelli in caricatura del 1848!” (Antonio Labriola, “In memoria del manifesto dei comunisti”). Anche secondo Ezra Pound, Marx (ma in parte anche il cattolicesimo sociale) commette lo sbaglio in un punto essenziale: criticando la circolazione del denaro fine a sé stesso perde di vista il centro della questione, che è la commercializzazione della vita, la vita monetizzata sotto la forma dello scambio (Pound lo chiama “trasferimento”).  

 

Il mercato del lavoro è una costruzione sociale e il suo funzionamento risente profondamente del fatto che in questo particolare mercato si scambia una particolarissima merce che è il lavoro” (Robert Solow)

 

Cosa che in precedenza, nelle forme socio-economiche autarchiche-barattiere non sussisteva, ma non potendo reggere la complessità delle nuove forme di organizzazione produttiva si doveva sviluppare il sistema fino allora in voga, fino a quando all’uscita dal sistema arcaico ci si trovò di fronte al bivio di una scelta tra liberismo e distributismo. Un nuovo regime lavorativo era inderogabile davanti la crescita della complessità delle strutture sociali della produzione. Enzo Mingione definisce il regime lavorativo “un insieme coerente e duraturo di regole di vita sociale che consente la mobilitazione delle energie lavorative in forme tipiche  ---mercato e società pag. 158.

Il principale guasto della scelta in quel bivio fu l’alienazione della persona dalla produzione, non più recepita come per se ma come obbligo cosicché da avere per i capitalisti la necessità di elaborare la pianificazione del regime lavorativo che ha portato al sistema fordista. Ed ancor prima il taylorismo come “organizzazione scientifica del lavoro”.

 

Ciò sfociò in risvolti che arrivano fino ad oggi. Il lavoro dipendente (a differenza di quello autonomo) è frustrante e deprimente, causa di stress sfociante in episodi di psicosi ossessivo-compulsive sfogate soprattutto in piccoli sabotaggi gratuiti ed aggressività. ---- già messo 1 volta.

 

Perfino Marx lo capì che il lavoro dipendente “Non è parte della sua natura e quindi non gli permette di realizzarsi, finendo anzi per danneggiarlo, provocandogli sentimenti di infelicità ed impedendogli di sviluppare pienamente le proprie energie fisiche e mentali, esaurendo le sue forze e svilendo le sue capacità intellettive. Di conseguenza, un lavoratore si sente spaesato sul posto di lavoro e trova conforto solo nel tempo libero. Il lavoro di una persona non è mai un’attività volontaria ma è frutto di una forzatura e di un’imposizione” (Karl Marx)

e se ci è arrivato anche Marx…

 

Questione che tende spesso ad essere sopravvalutata, e quindi a sopravvalutare il ruolo della sociologia del lavoro nel contesto psicologico e nei suoi risvolti nella vita sociale. L’ignoranza su cosa sia lo stress è notevole. Tutti tendono a sottovalutare il suo impatto sulle vite delle persone, e di riflesso sulla vita sociale. Tutti lo limitano ad una questione psicologica oppure a “stanchezza”. Questo non è certo un libro di medicina, comunque lo stress è una precisa condizione fisica determinata da ormoni la cui secrezione è regolata dalla psiche. Questi ormoni (adrenalina e cortisolo, antagonisti degli androgeni) hanno una tale influenza nell’organismo che possono perfino causare la morte immediata per stimolo psichico (“morte da anatema”, autocoagulazione ematica generalizzata). Ancora lo sottovalutiamo? Gli effetti dello stress si definiscono psicosomatici, in quanto questa secrezione determinata dalla psiche ha notevoli ed evidenti effetti biologici (uno per tutti: la calvizie). Qui aggiungere discorso sullo stress – lavoro dove non si vede il risultato ---- in natura lo stress si accumula finché il ---obiettivo prefisso --- non giunge al risultato (il quale può essere per il cacciatore infilzare la preda), e quando il risultato giunge lo stress (adrenalina e cortisolo) viene annientato dalla soddisfazione (sintesi di testosterone). Quando non si ottiene o non si vede un risultato lo stress permane indefinitamente, con danni organici ben noti ed evidenti nella psicosomatica, e con risvolti psichici alienanti.

 

Il lavoro come tale costituisce, la migliore polizia e tiene ciascuno a freno e riesce a impedire validamente il potenziarsi della ragione, della cupidità, del desiderio di indipendenza. Esso logora straordinariamente una gran quantità di energia nervosa, e la sottrae al riflettere, allo scervellarsi, al sognare, al preoccuparsi, all’amare, all’odiare” (Friedrich Nietzsche)

 

I lavoratori dipendenti vengono alienati dal prodotto del loro lavoro e, dal momento che non possono possedere o controllare quanto producono, le loro capacità ed esigenze vengono definite solo in relazione alle esigenze contingenti di accumulazione del capitale. Di conseguenza un dipendente si sente psicologicamente estraneo al proprio lavoro, con risvolti appunto, di alienazione (come anche Marx la definì, come “scissione dell’uomo nell’uomo”). Da cui inefficienza per ------. ----monotonia----- l’intraprendenza castrata, repressa dal lavoro dipendente rispetto a quello autonomo sia frustrante e deprimente, causa di alienazione e stress sfocianti in episodi di psicosi ossessivo-compulsive sfogate soprattutto in piccoli sabotaggi gratuiti ed aggressività, certamente non benefici alla vita aziendale.

 

“[Cerchiamo] una società in cui non esistano più né ricchi né poveri, né persone inattive né sovraccariche di lavoro, né lavoratori di concetto stressati né operai depressi, in una parola, in cui tutti possano vivere a parità di condizioni gestendo la propria vita senza sprechi, e con la piena coscienza che un danno ad una persona è un danno per tutti - la realizzazione ultima del significato della parola commonwealth” (William Morris)

 

Tuttavia molti studiosi notarono e si domandarono stupiti le cause di una strana contraddizione: in molti casi i lavoratori dipendenti sembrano comportarsi indipendentemente da ciò che ci si aspetterebbe da questa condizione psicologica. Il sociologo marxista Michael Buroway ----o Burawoy ?????--- osservò attentamente questa strana “ipnosi”, e cercò di indagare sui motivi che spingevano questi dipendenti a lavorare così duramente ed intensamente in maniera del tutto volontaria al punto da renderli incomprensibilmente protagonisti attivi dei meccanismi che paradossalmente a loro stesso dire portavano al loro sfruttamento. Buroway per spiegare questo curioso comportamento sociale dovette ricorrere alla teoria dei giochi, in particolare al famoso “dilemma del prigioniero”. In questo caso si esplicava in un reticolo di tacite alleanze informali tra i vari dipendenti, ovvero nel tentativo di volgere a proprio favore gli atteggiamenti di alcuni individui chiave nel contesto lavorativo, come i supervisori, i capireparto, le segretarie, i magazzinieri, gli autisti dei camion. Questo quindi non solo nel sistema del “making out”, ovvero raggiungere il “bonus”, la paga massima oraria in un sistema di lavoro a cottimo. Ovviamente in caso di “making out” questo tipico comportamento si amplifica, ma anche questo non esclude del tutto l’alienazione in tutte le sue tipologie. Anzi, per certi versi è esso stesso un fattore alienante, non tanto direttamente ma soprattutto in quanto come abbiamo detto aumenta in modo indiretto i fattori di alienazione. Egli ha osservato tale comportamento nel caso-limite del cottimo, ma dato che in molti casi avviene anche in una situazione di ---non cottimo--- –salario classico?----, rimane da chiedersi quale sia lo stimolo in tal caso. Ebbene lo stimolo viene identificato nella determinazione a non essere licenziato. Ne consegue che la costante minaccia e paura del licenziamento è nel liberismo fondamentale per indurre le persone ad essere più produttive possibile. Inevitabile fare il paragone (che da la conferma di ciò) con la produttività dei lavoratori nei sistemi lavorativi nei quali non esiste la possibilità di essere licenziati, quali i posti statali, nei paesi comunisti in specie. Cosa che analizzeremo più dettagliatamente in altro capitolo. ----qui o giù?----

 

Che follia l’amore per il lavoro! Che grande abilità scenica quella del capitale che ha saputo fare amare lo sfruttamento agli sfruttati, la corda agli impiccati e la catena agli schiavi [....] Il movimento degli sfruttati è stato corrotto tramite l’immissione della morale borghese della produzione, cioè di qualcosa che non è solo estranea al movimento, ma gli è anche contraria. Non è un caso che la parte a corrompersi per prima sia stata quella sindacale, proprio perché più vicina alla gestione dello spettacolo produttivo. All’etica produttiva bisogna contrapporre l’estetica del non lavoro” (Alfredo Maria Bonanno)

 

Nel processo di making out, spesso si prevede che un caporeparto assuma il ruolo di arbitro e di mediatore: ad egli indicare quali fossero le mansioni migliori ed assegnarle, e intervenire nel processo produttivo aiutando nelle lavorazioni più complesse oppure evitando o favorendo il controllo da parte di un ispettore. Mantenere buone relazioni con un caporeparto significava dunque avere la possibilità di lavorare più velocemente e quindi di guadagnare di più (nel cottimo) o di avere maggiori possibilità di non essere licenziato (nel lavoro a salario classico ---- non a cottimo). In tali casi le tensioni tra gli operai divengono tali da provocare conflitti intestini nei reparti. Perché il modo più semplice per essere migliori è presentare gli altri come peggiori. Tale logica non giunge a prevedere una contrapposizione verso la dirigenza, ma un’alleanza (leccaculismo basato soprattutto sulla delazione e la lusinga); a sua volta la dirigenza vi prendeva parte, non sempre attizzando i dipendenti l’uno contro l’altro ma perlomeno organizzando e rinforzando le regole non scritte della concorrenza reciproca. Le interazioni e le negoziazioni tra i vari “attori” all’interno di questo sistema sociale di fabbrica aprivano quindi dei margini in grado di dare piccole soddisfazioni ai partecipanti a questo “gioco”. A scapito di altri, però. E della produttività totale dell’azienda. Di conseguenza tale comportamento equivarrebbe per il gruppo dei dipendenti al “tagliarsi i genitali per far dispetto alla moglie”. In pratica un sistema di delazioni reciproche finisce per imprigionarli in un sistema di prassi che produce automaticamente sfruttamento e subordinazione, ed un’alienazione ancor maggiore che in assenza di questi “giochi”. La conclusione di Buroway fu che i dipendenti attuassero tale comportamento alla ricerca di spazi dove il controllo dei supervisori fosse meno rigido, grazie alla fiducia ottenuta. Ma, ribadiamo, a scapito di altri e quindi di tutti. Tuttavia Stewart Clegg criticò questa ipotesi per l’assenza di un’analisi adeguata alla soggettività dei dipendenti. Egli basò questo comportamento su quella che definì “regola dell’inclemenza”, prevista nel caso che un gruppo di operai avesse la facoltà di interrompere il lavoro a propria discrezione (nel caso da lui preso in esame riguardo condizioni meteorologiche avverse). In tal caso non sussistendo una definizione univoca di “avversità” la soggettività del giudizio ed unilateralità della decisione tendeva a provocare una divergenza di opinione tra maestranze e dirigenza, ed anche all’interno dei due gruppi per il timore delle ricadute sul giudizio dell’altro. Cosicché qualunque comportamento si fosse attuato il risultato non sarebbe stato un allentamento del controllo, ma una sua accentuazione! In pratica i manovali usavano tale discrezionalità per fare pressione sui responsabili del cantiere, definendoli incompetenti ed esortandoli ad organizzare meglio il lavoro. Ma così facendo ne inducevano uno stimolo ad accentuare la pressione sui ritmi lavorativi. Nel caso di una catena di montaggio, il reciproco incolpare gli altri di lentezza non può far altro che spingere i dirigenti ad aumentare la velocità della catena! In definitiva ogni reparto, incolpando gli altri reparti e facendo pressione in tal senso sui dirigenti, induceva questi ultimi ad aumentare il controllo per tutti, e quindi ad aumentare il presunto sfruttamento. Ciò soprattutto nel caso di bonus personale, ma non solo. Nel primo caso il free riding non si lega al rendimento dei colleghi ma solamente al proprio in quanto la retribuzione individuale non è correlata direttamente alla produttività totale. Ma quando il proprio rendimento è legato a quello dei colleghi il problema di concorrenza intestina si accentua, a discapito del buon vivere di tutti, con risultati alienanti a fronte di irrilevanza nella produttività totale. Da qui il ricorso a sistemi pianificati di organizzazione del lavoro che sfiorano la schiavitù. A seconda della società in cui vengono applicati, si intende.

 

Chi fosse costretto a scegliere tra ricevere un sussidio di disoccupazione o lavorare come un giapponese, sceglierebbe senza dubbio la disoccupazione” (Colin Turnbull) ----qui?----

 

Tale problema si pone anche nel secondo caso, ovvero quando il bonus del “making out” non sia personale ma collettivo. Anche in tal caso viene meno la coesione di gruppo, perché di fronte ad elementi più produttivi ed individui meno produttivi sorge un contrasto. Ciò non può far altro che aumentare l’attenzione al controllo del rendimento dei colleghi, non per free riding ma per interesse indiretto. Ma l’alternativa non è rosea: l’assenza di alcuno stimolo comporta disinteresse, pigrizia, assenteismo, corruzione, e la delazione segreta o anonima per arrivismo non viene a cadere, perché comunque sussiste la concorrenza sul mantenimento del posto di lavoro. Tutte cose che nel primo caso potrebbero nuocere a tutti e non solo alla persona indicata. In tal caso manca il free riding in quanto la retribuzione individuale è correlata direttamente alla produttività totale e non individuale.

 

E’ facile, da parte di -----------, nel suo piccolo, poter testimoniare questa strana incongruenza con un esempio: trovandosi da poco a lavorare con un lavoratore più anziano e carismatico, questi abusava notevolmente di pause deliberate spronando tutti gli altri a seguire il suo esempio. Ciò ovviamente rallentava notevolmente il procedere del lavoro. Tuttavia quando un capo faceva notare la lentezza del lavoro, egli si crucciava e sottolineava questo cruccio a tutti gli altri.

 

Negli anni ’70 molte aziende tentarono di rimediare con il “profit sharing”: ripartizione dei profitti aziendali, ma anche dei rischi legati ad essi. ---- dove Alemanno e dove sindacati vogliono tutto e subito ---già messo 1 volta-------

Il “profit sharing” è una dinamica retributiva che lega i salari ai ricavi dell’azienda (una moderna forma di cottimo sganciata dal lavoro in sé e legata ai risultati della commercializzazione del prodotto), sperimentato nel tentativo di limitare l’influenza sindacale, ma abbandonato quando ci si rese conto che quando i ricavi diminuivano, la pressione sindacale aumentava. I salariati insomma non intendevano accettare le regole dell’economia, ma ricevere solo benefici senza dover sottostare ai sempre possibili rischi. Inevitabile quando la proprietà e il potere decisionale rimanevano comunque esclusi ai salariati. Anche il rimedio di condivisione della proprietà tentato con le “stock option” finì in un fiasco, in quanto come abbiamo visto i sindacati non desiderano miglioramenti per i salariati, ma solo il potere che gli è dato dalle condizioni di subordinazione dei salariati dei quali sono i rappresentanti. Senza salariati che necessitino di rappresentanza, i sindacati sparirebbero. Inevitabile la loro ---contrarietà ---- a quest ------ e l’utilizzo proprio dei lavoratori sindacalizzati per impedirlo. Ovvero di quelli che da ciò contro cui protestano ne avrebbero un miglioramento. Ma in un sistema tanto parziale, i salariati, incapaci di comprendere le logiche dell’economia, non riescono a vedere la condivisione della proprietà come una “proprietà” loro, bensì come un astrazione. ---coesione di gruppo---ma free riding----- in quanto la retribuzione individuale non è correlata direttamente alla produttività totale-----

 

Non è una questione di ----salario e pesantezza----, e non lo è mai stata come conferma la medesima ----visione----- nei confronti del lavoro in due epoche nelle quali il ------ si è capovolto. Un tempo erano i garzoni a svolgere i compiti più pesanti, oggi è il padrone. Ma la ---------- non è cambiata, e ciò dimostra come il -----punto fondamentale----- non è -----fatto pratico in sé------, ma la ----visione------.  

 

I vari esperimenti di “job redesign” degli anni ’70 fallirono proprio per l’incontentabilità dei lavoratori e le diatribe sindacali all’interno dei gruppi aziendali, rendendo chiaro quanto difficile possa essere per un proprietario gestire la manodopera salariata, anche con tutta la buona volontà.

Nonostante questo, ancor oggi il 24% dei salariati britannici usufruisce del profit sharing.

Gli obiettivi che motivavano l’introduzione di tali forme di condivisione sono difficilmente quantificabili, mentre di contro i dipendenti assecondano tali soluzioni esclusivamente per ottenerne un personale tornaconto economico, al di là delle nobili ------intenzioni----- che queste ---- avrebbero dovuto introdurre. I dipendenti considerano quella parte di ---salario---- legato alla commercializzazione del loro prodotto come un qualunque premio, senza essere in grado di ricollegarla mentalmente ad un loro interesse per lo scopo produttivo aziendale.

  

E qui abbiamo la visualizzazione di quale sia stato il risultato della scelta compiuta in quel bivio: lo ----divisione----- tra salario e produzione, tra “stakeholders” (management e lavoratori) e “shareholders” (proprietari o azionisti). Il che è la causa dei conflitti sociali che hanno travagliato tutto il periodo successivo fino ad oggi. A cominciare dal non collegare concettualmente il profitto alla produzione. Da qui il mercato nelle forme conosciute fin’oggi, coi suoi risvolti sociali e politici -----. Alla fin fine il problema è l’incapacità dei salariati a capire che “non si può cavare sangue da una rapa”.

 

E’ indispensabile che i sindacati considerino i salari una variabile indipendente dagli altri fattori della produzione” (Luigi Macario, Cisl, 18 ottobre 1969) ---–già messo--------

 

Questo per analizzare il percorso che conosciamo oggi subìto dal sistema produttivo-lavorativo a seguito della scelta del bivio. Diatribe che se fosse stata presa l’altra strada non sarebbero mai sussistite. Diatribe che sono state all’origine delle tragedie storico-politiche che hanno caratterizzato tutto il contorno al sistema economico liberista. Tutti i suoi risvolti, prima di tutto nelle istituzioni politiche. Coi suoi processi di istituzionalizzazione, asimmetrie di potere, meccanismi di protezione attivati dalla società, routine e schemi cognitivi appresi, relazioni interpersonali interne ed esterne ai mercati. De i risvolti sociali, nel tipo di identificazione dei dipendenti con i valori d’impresa, interiorizzati o meno, all’origine dell’intraprendenza castrata, repressa, nell’inefficienza produttiva.

 

Con questo non si vuole criticare il sistema di mercato. Difatti il liberismo non ne ha il monopolio! L’intreccio tra il sistema istituzionale (e di potere) esterno all’economia e il sistema degli interessi economici può dar vita a forme molto differenti di strutturazione dei mercati, senza per questo determinare un alterazione dell’orientamento di base dell’agire degli attori, che restano ugualmente mossi dalla ricerca del profitto individuale. ---mercato e società pag. 74.

 

Sempre secondo Vando Borghi e Mauro Magatti, autori del libro “Mercato e società”, l’ambiente economico di mercato si concretizza quando “Il diritto, creato e interpretato in modo razionale, formalizzato e suscettibile di calcolo, presupposto per l’esistenza di modalità istituzionalizzate di regolazione dei conflitti di interesse che si vengono a creare nei rapporti tra attori individuali e collettivi” + “La creazione di un mercato del lavoro, dove il lavoro sia scambiato liberamente, con persone che non solo siano in grado giuridicamente di vendere in modo libero la loro forza di lavoro sul mercato, ma che siano anche costrette a farlo” + “La commercializzazione dell’economia, cioè l’uso di titoli atti a rappresentare diritti di partecipazione alle imprese e diritti patrimoniali, con la definizione dei diritti di proprietà e delle modalità di controllo e di disposizione sulle persone e sulle cose” --- mercato e società pag. 19-20. ---- sono stati all’origine del concetto odierno di lavoro. Tuttavia la pretesa appropriazione del concetto di “mercato” da parte del liberismo ha sviato più di un autore. Inevitabile di fronte all’incapacità già accennata di vedere la possibilità di un mercato nel quale non esistano padroni né dipendenti…

Ma le soluzioni ai problemi identificati come tali hanno sempre condotto alla creazione di soluzioni di retroguardia quali quelle che abbiamo viste, tutte vanificate dalla mentalità economica collettiva, caratterizzata dalla più nera ignoranza e stupidità. In particolare le critiche al libero mercato, alla libera iniziativa, si sono unite in un unico calderone, che è sfociato nel marxismo il quale le ha inglobate monopolisticamente. Il quale lungi dal cercare una possibile modifica ad un sistema che basilarmente era valido, è andato alla ricerca di utopie senza alcun fondamento logico e scientifico. Ma a malincuore di Marx e dei suoi seguaci, inevitabile puntualizzare che la matematica non è un opinione.

 

Non è dalla benevolenza del macellaio, del birraio e del panettiere che noi ci attendiamo il nostro pranzo, ma dalla cura dei loro propri interessi. Noi ci affidiamo non alla loro umanità ma al loro egoismo e non parliamo mai con loro delle nostre necessità, ma piuttosto dei loro vantaggi” (Adam Smith)

 

Il capitalismo funziona (e le crisi ci saranno sempre ed in tutti i sistemi, la differenza è che il capitalismo le supera, gli altri crollano) perché si basa su esperimenti pratici quotidiani e multipli, ogni singola scelta di una persona sull’utilizzo dei suoi risparmi, investimenti ed acquisti è un piccolo esperimento, se il risultato sarà positivo tale azione verrà perpetuata, copiata, sviluppata e modificata da altri, in caso negativo no, ogni singolo giorno per ogni singola persona. Il comunismo con le scelte a tavolino di poche persone ha capacità limitate, e difatti i risultati sono evidenti.

Le crisi sono autocorrezioni del sistema, di ogni sistema economico. La differenza fra capitalismo ed altri sistemi economici è cosa succede dopo la crisi, il capitalismo riparte, gli altri sistemi crollano, comunismo docet. Il sistema perfetto sempre e senza crisi non esiste e mai esisterà, alla base c’è l’uomo e l’uomo non è perfetto.

 

------- Qui qualcosa su dirigismo in liberismo – sovrastrutture -----

Anche Francesco Girotti “sostiene che gli individui possono uscire da una condizione di insicurezza e dipendenza solo se lasciati liberi di perseguire egoisticamente il proprio utile” ---mercato e società pag. 141. -----già messo – spostarlo o lasciare entrambi??-----

Ma questo non significa che il liberismo sia perfetto come piacerebbe ai fanatici “azionisti” (inteso come simpatizzanti del defunto partito d’azione). Il mercato è in grado di ricondurre le spinte egoistiche ad un vantaggio. Ma nel liberismo vige la competizione tra “classi” (fomentata dal marxismo come presunta ricerca di soluzione a ciò) che causa un’inefficienza che solo col distributismo verrebbe a cadere. Di conseguenze le spinte egoistiche private della competizione classista ricondurrebbero ad un vantaggio ancor maggiore il mercato rispetto al sistema liberista!

 

Il marxismo, universalmente ritenuto l’unica alternativa all’egoismo del mercato liberista, ma tra liberismo e marxismo significa dalla padella alla brace. Il marxismo lo analizzeremo meglio nel capitolo apposito.

 

Per fornire una visualizzazione della critica distributista al liberismo economico e al suo substrato ideale, il liberalismo politico, riportiamo le parole di Harold Joseph Laski, il quale sosteneva che il liberalismo garantisce soprattutto “la libertà e l’uguaglianza dei detentori di beni” ----- “Le origini del liberalismo europeo” ----

E: “Il liberalismo è sempre stato influenzato dalla sua tendenza a considerare i poveri come uomini falliti per colpa loro” (Harold Joseph Laski) ----- Umberto Cerroni, “Il pensiero politico del novecento”, Newton ed., pag. 57. 

 

Ecco cosa fa del liberismo una “padella”, secondo i distributisti.

 

Dove vi è eguaglianza non può esistere libertà; ad esistere, non sarà la pura libertà, ma saranno le molte, singole libertà addomesticate e meccanizzate, in un limitarsi a vicenda. Se mai, è nel sistema più contrastante coi gusti liberali che quella libertà si potrebbe realizzare approssimativamente: nel sistema in cui il problema sociale è risolto in modo da assicurare determinati privilegi ad un piccolo gruppo, a prezzo della massima soggezione di tutti gli altri; e il tipo del tiranno sarebbe pertanto la concretizzazione più perfetta di siffatto concetto o ideale di una libertà uniforme, se pensato a fondo” (Pier Paolo Pasolini, “Imperialismo Pagano”)

 

A recepirlo non furono i socialisti “scientifici”, ma i tanto vituperati “utopisti”, o perlomeno quelli che possono essere considerati i loro eredi, rivelatisi nella critica al marxismo di fine secolo dalla quale attinsero i distributisti per definire un sistema economico la cui base di partenza prevedesse l’abolizione del salario e che come conseguenza eliminasse le marxiane classi ovvero riunisse l’intera nazione in un’unica classe, anziché aspirare alla prevaricazione di una classe sull’altra. Il più grande difetto di Marx fu l’ignorare la sociologia e le implicazioni che la natura dell’uomo comportava sui sistemi, e ne fu traviato dalla sua analisi falsata del divenire storico che egli chiamò “materialismo storico”.

 

Il capitalismo libertario, l’anarchia della proprietà privata e l’anarchia di mercato sono le uniche opzioni compatibili con la natura umana” (Jesús Huerta de Soto)

 

Il sistema distributista consapevole delle lacune appena enunciate vuole organizzare l’economia per renderla coniugabile con tutte le esigenze sociali che il paleo-capitalismo anarco-liberista non prevede o non ammette. Appurato che la libertà economica è subordinata alla proprietà, la proprietà di un qualche bene può però stroncare la libertà di un altro individuo (ad esempio chi possiede l’unico pozzo in un’area desertica detiene la libertà degli altri di irrigare coltivazioni). Perciò tutti dovrebbero sottostare al suo arbitrario senso della comunità (senso della comunità che nella società anarco-liberista nemmeno esiste in quanto è ontologicamente considerato una limitazione della libertà dei singoli). Forse per propria responsabilizzazione può restargliene un pizzico, ma che non è detto che sia dettato da filantropiche finalità. Una visualizzazione pratica di questo concetto è il caso dei proprietari di quadri preziosi che nel testamento esprimono la volontà di essere sepolti assieme ad essi, cagionando così all’umanità la perdita di inestimabili patrimoni artistici.

 

Un oggetto, anche se non ottenuto con il furto, è tuttavia come rubato se non se ne ha bisogno” (Mahatma Gandhi)

 

Perché le amministrazioni pubbliche, dopo aver fatto costruire nuove case, tendono a lasciarle inutilizzate? A causa dell’esistenza delle associazioni dei proprietari di case. La carenza di vani tiene alti gli affitti, a vantaggio dei proprietari, certo, ma a svantaggio degli inquilini! Cioè a vantaggio di una ricca minoranza e a svantaggio della maggioranza povera. E per quanto sempre nella nazione questa ricchezza rimanga, è certamente fonte di inefficienza.

 

La casa non è un capitale, ma una integrazione spirituale alla vita dell’uomo. Quella del Mutuo Sociale è una battaglia per sancire il diritto alla proprietà della casa… diritto in grado di cancellare per sempre quella che è la più subdola forma di usura: l’affitto” (dal sito internet di Casa Pound) ----anche su casa???----

 

Come quei pescatori che eliminano orsi e foche che costituirebbero un concorrente nella pesca. Ma questi ----------- lo fanno nei confronti di altri uomini, non verso “improduttivi” animali.

 

---------Kenya--------------- alleanza neomarxisti e neoclassici contro l’economia dello sviluppo – neoluddismo----------- Paesi neomarxisti: impresa e proprietà privata permesse ma fortemente impedite.

paesi dove pur essendo legale la proprietà privata e le licenze produttive e commerciali, il loro accesso è burocraticamente fortemente impedito, vengono definiti perciò “neo-marxisti”.

Grado di apertura: al commercio estero

Il sistema giuridico esistente mira invece a isolare il potere di proprietà, d’impresa.

 

Il luogo comune che le banche paradossalmente prestino soldi solo a chi li ha già non è dovuto a sadismo e ---incongruenza--- dei direttori di banca come sarebbe comprensibile immaginare. E’ dovuto al fatto che a tutt’oggi chi dovrebbe garantire la solvibilità dei debiti, lo Stato, non lo fa. Di conseguenza, dato che come abbiamo già visto le persone tendono a credere che tutti siano come loro stessi, i direttori di banca non riescono ad avere fiducia nelle persone che gli si presentano davanti, non avendola (conseguentemente) nemmeno in loro stessi. Dopotutto se fossero diversi non avrebbero mai potuto accedere a livello di direttore di banca.

 

La vita è come un gioco di scacchi: noi tracciamo una linea di condotta, ma questa rimane condizionata da ciò che piacerà di fare all’avversario, nel gioco degli scacchi, e dal destino, nella vita” (Arthur Schopenhauer)

 

In assenza di “collaterali”, ossia beni immobili o attività finanziarie da offrire come garanzia alle banche per ottenere prestiti, le famiglie più povere hanno più difficoltà ad avviare una propria attività imprenditoriale, anche se dispongono di buone idee ed ottime capacità imprenditoriali. 

albi come barriere:  

 

Gli ordini professionali esistono solo in Italia e mi pare che il confronto con la situazione in altri paesi industrializzati esprima in giudizio impietoso di bocciatura del sistema italiano. Semplicemente non funziona, è una farsa, ostacola la concorrenza, fa operare i professionisti in una forma di cartello (parole usate in una sentenza della Corte di Cassazione relativamente al comportamento delle maggiori  associazioni di amministratori condominiali). Questo accusa di ”cartello di imprese” (ed i consumatori sanno cosa significa ...) sarebbe cancellata con l’istituzione dell’ordine di amministratori condominiali. Quindi che cosa è l’ordine professionale ? Un cartello a danno dei consumatori che secondo gli illusi invece dovrebbero essere tutelati dagli stessi iscritti ... eppure in Italia si dice:


- lupo non mangia lupo

- non chiedere all’oste quanto è buono il suo vino


ma forse queste massime girano molto, proprio perché nella zucca delle masse, queste semplici saggezze contadine non riescono a trovare posto, troppo imbevuti dall'immagine di padre-padrone dello Stato ed ogni altra figura VIP.

La gestione dell’albo è l’albo. Smettiamola di girarci intorno a nozioni teoriche ed astratte. Le idee sono belle e varie, ma ad un certo punto occorre guardare la realtà. Ed il sistema italiano degli albi ha fallito su tutti i fronti meno che quello della tutela degli interessi degli iscritti. Ora, per quale motivo il collettivo dovrebbe tutelare l’esistenza degli ordini e degli albi, se non ne ha alcun vantaggio ?

 

La visione personalistica del distributismo non può includere questo concetto della proprietà, ma deve considerarne uno in cui il soggetto titolare di questo diritto non rappresenta più un individuo atomisticamente considerato, bensì una “persona organicamente concepita nella società”, e che come tale non può pretendere un diritto tanto esteso da entrare in conflitto con gli interessi della stessa comunità di cui è parte integrante. Per cui, se si riconosce che il diritto di proprietà è funzionale al benessere tanto del singolo quanto della società, si devono riconoscere come legittime sia le limitazioni a questo diritto per finalità sociali, sia la costituzione di proprietà collettive per le stesse finalità.  

 

La proprietà privata non è il dominio della persona sulla cosa, bensì un utile funzione sociale” (Fulvio Balisti)

 

Hilaire Belloc definì lo “Stato distributivo” (ossia lo Stato che attua il distributismo) “un agglomerato di famiglie e persone di diversa ricchezza, ma di gran lunga nel maggior numero di proprietari dei mezzi di produzione”. Tuttavia, la parola “proprietà” può risultare ingannevole, poiché non porta alla luce completamente il fatto che il trasferimento capillare ad ogni membro della società del potere di controllare la produzione della ricchezza rende superfluo il concetto stesso di “proprietà”.

 

Il lavoro è umano solo se resta intelligente e libero” (Papa Paolo VI)

 

Con la proprietà estesa nessuno è escluso dalla possibilità di controllare o beneficiare dell’uso dei mezzi di produzione, cosicché il concetto di proprietà nel senso di possesso esclusivo perderebbe senso: se nessuno è escluso, non c’è nessun non-proprietario. Il professor Enrico Baccarini definisce la proprietà come il frutto del proprio lavoro, del proprio tempo, delle proprie energie  e del proprio talento; è quella parte della natura che trasformiamo in qualcosa di utile e a cui diamo valore. La proprietà è anche la proprietà di altri che ci viene data attraverso uno scambio volontario e consensuale. Due persone che scambiano la proprietà volontariamente ne hanno un vantaggio altrimenti non lo farebbero. Solo loro possono prendere questa decisione per se stessi. Talvolta qualcuno usa la forza o la frode per sottrarre beni ad altri, senza la loro volontà e senza il loro consenso. Può essere anche un governo a far questo.

 

Nulla è tanto avverso allo Stato come l’ingiustizia: la società civile può essere amministrata e conservata soltanto con Giustizia. Il popolo può definirsi: Società di uomini unita dal consenso delle leggi e dalla partecipazione degli utili. (…) Tolta la giustizia, cosa sono gli Stati se non grandi brigantaggi?” (Sant’Agostino)

 

Lungi dal distributismo voler seguire il marxismo sulla via della collettivizzazione delle proprietà private! Solamente aprendo a tutti la possibilità di accedere al lavoro in forma autonoma non ci sarebbe alcuna necessità di espropriare i mezzi di produzione e di proibire il lavoro dipendente.

 

Di conseguenza, mentre il comunismo marxista fondamentalmente non permette agli individui di possedere proprietà (le quali sono sotto il diretto possesso dello Stato), e il liberismo (liberal-capitalismo) tende a favorire l’accentramento dei patrimoni (come inevitabile risultato di competizione arrivistica[37]) consentendo, come diretta conseguenza, solo a pochi di venirne a possedere, ed entrambi, ognuno a modo suo, tendano a soffocare la libertà della natura umana, il distributismo cerca invece di implementare una condizione che conduca spontaneamente la maggior parte delle persone a divenire proprietaria dei mezzi di sostentamento e di abitazione.

 

“Molti economisti suppongono, almeno nelle teorie astratte, una situazione di democrazia economica nella quale chiunque sia dotato di capacità imprenditoriali può ottenere il capitale per lanciarsi in un affare rischioso. Questo quadro delle attività del puro imprenditore è, a dir poco, irrealistico. Il requisito più importante per diventare un imprenditore è la proprietà del capitale”

(Michał Kalecki[38], “Teoria della dinamica economica”)

 

Sia chiaro che per il distributismo non è solamente una questione di distribuzione della ricchezza, ma soprattutto di organizzazione sociale ed efficienza. Non si può distribuire “il nulla”.

Un mondo nel quale paga di più una giornata trascorsa ad imbucare volantini pubblicitari che un anno speso a scrivere un libro ha chiaramente qualcosa di contorto. Un mondo nel quale paga di più un sito web commerciale creato in un ora che un sito culturale risultato di anni di ricerca ha chiaramente qualcosa di intrinsecamente perverso. Come si permette il vero parassita dal facile guadagno improduttivo, di criticare chi nell’alternativa sceglie di non fare niente piuttosto che fare qualcosa di inutile? E dato che nessuno vive di sola aria, come si possono stigmatizzare i criminali quando dall’altro lato non gli si dà nessun altra possibilità di sopravvivenza? O meglio: quando gliela si toglie, e senza dar nulla a pareggiamento della preclusione. Solo in un mondo simile un venditore di suonerie può guadagnare più di un muratore, o una prostituta più di un medico. Solo un mondo accecato può accettare come normale tutto ciò.

 

Talvolta l’uomo d’affari di successo fa i soldi grazie alla propria abilità ed esperienza, ma di solito li fa per sbaglio” (Gilbert Keith Chesterton)

 

Oggi chi inventa qualcosa di utile come la mette in pratica? Come la fa fruttare, come la rende disponibile, dove la presenta? Nei programmi televisivi, inserita tra i fenomeni da baraccone? A chi altri può proporla? Nella massa idiota, trovare un intelligente referente è come trovare un ago nel pagliaio. Tutti si credono migliori degli altri, e tutti trattano tutti con snobismo. Paradossale è la consapevolezza che solo chi non lo fa è colui il quale avrebbe diritto di farlo. ----- qui o su barriere all’iniziativa? –licenze-----

 

La fortuna è cieca, ecco perché batte solo le strade che conosce a memoria” (-------------)

 

Questo giovane geniale si sente nei nervi una forza misteriosa, violenta. Sarà poeta, pittore, artista drammatico, costruttore di ponti su fiumi americani, appaltatore di terreni lontani da dissodare, deputato, ecc.: egli non sa esattamente. Rischierebbe volentieri tutto ciò che ha di caro e di piacevole intorno a sé, affetti, amicizie, primi piaceri sessuali, allegrie goliardiche, per ottenere immediatamente la prova diretta e la manifestazione di questa sua forza. Egli ha invece intorno a sé degli alti pessimismi neri, delle negazioni massicce; respira lo scetticismo avvelenante e non ha un soldo in tasca. Se coraggiosissimo, rivoltosissimo, egli riesce a spaccare e rovesciare tutti i divieti, la miseria assoluta, ultimo laccio invincibile, lo trattiene e lo inchioda nell’assoluta impossibilità di staccarsi e di osare. Questi fallimenti di gioventù geniali sono numerosissimi e tipici in certe province d’Italia come la Toscana, che pur essendo indiscutibilmente le più intelligenti sono purtroppo le meno fattive e le meno utili nello sviluppo nazionale. Firenze è piena di giovani d’ingegno inoperosi e smarriti che sciorinano sotto i soli elettrici dei caffè dei meravigliosi tessuti di pensiero e di lirismo senza speranza di essere mai valutati, considerati, utilizzati. Scrivere? A che pro? Dov’è l’editore? Certo non pagherà, anzi vorrà essere pagato. Nei giornali? Il direttore è stato prescelto fra i quattro o cinque autentici cretini della città. Ostruzionismo, dunque meglio abbandonare spiralicamente il proprio canto malinconico nell’antico chiaro di luna che ripatina Lungarno e il Ponte Vecchio o godersi una “bambina” alle Cascine che offre camere ammobiliate a buon mercato assoluto. Ho conosciuto innumerevoli giovani geniali a Firenze, in Toscana, a Napoli e in Sicilia. Quasi tutti esasperati; il cuore già chiuso da un sordo rancore contro la società, molti avvelenati da una precocissima invidia che sporca la fonte chiara dell’ispirazione genuina e dell’entusiasmo giocondo, creatore. E’ talvolta difficilissimo conoscerli, apprezzarli, incoraggiarli. Poiché invece di abbracciare spiritualmente l’Italia come una vasta massa malleabile da plasmare essi la considerano come un reticolato idiota di soprusi, di camorre, di autorità scroccate, di divieti imbecilli. E hanno ragione. Dovunque, l’ingegno è svalutato, deriso, imprigionato. Incoronato soltanto e festeggiato il mediocre opportunista o l’ex genio ormai rammollito. Il Futurismo scoprì, svegliò, rianimò, radunò molti di questi giovani geniali, i migliori, senza dubbio. Ma non tutti certamente. Nella vasta rivoluzione di serate burrascose che si propagò su tutta la Penisola, il Futurismo entrò in contatto con quasi tutti ma occorre un più sistematico intervento delle forze del paese per salvare, riaccendere e utilizzare tutto il vasto proletariato dei geniali. (Filippo Tommaso Marinetti “Il proletariato dei geniali”)

 

Non riforma della giustizia ma riforma dei giuristi” (Carl Schmitt)

 

Nessuno deve più dover fare il barbone, a meno che non sia una sua scelta. Ma questo non perché sia un governo a stabilirlo e regolamentarlo. E’ un indecenza che finora sia esistita la necessità di un assistenza sociale e della delega ai poteri pubblici a realizzarla. Oppure il suo nulla osta agli ammortizzatori sociali che non apportano alcun sovrappiù ma casomai sprechi inauditi. Se vendere pentole porta a porta o arredamento telefonicamente è un lavoro, allora anche chiedere l’elemosina lo è! Che una persona possa essere in grado di usufruire per sé stessa delle sue capacità deve (e dovrebbe essere sempre stato) una cosa automatica, spontanea, non sottoposta ad approvazione di alcuno se non di sé stessi. Non dovrebbe essere stato necessario architettare un metodo come la socializzazione per stabilire ciò! Ma dato che ciò non sussiste, finora, diviene necessario farlo.

 

«La società non mi accordava che tre mezzi di esistenza: il lavoro, la mendicità e il furto. Il lavoro, al contrario di ripugnarmi, mi piace. L’uomo non può fare a meno di lavorare [...] Ciò che mi ripugnava era di sudare sangue e acqua per un salario, cioè di creare ricchezze dalle quali sarei stato sfruttato. In una parola, mi ripugnava di consegnarmi alla prostituzione del lavoro. La mendicità è l’avvilimento, la negazione di ogni dignità. Ogni uomo ha il diritto di godere della vita. “Il diritto a vivere non si mendica, si prende”» (Alexandre Marius Jacob)

 

Nessuno sceglie di essere ricco o povero, ed a nessuno è data questa possibilità di scelta. Infatti, nonostante la leggendaria sviolinata del “selfmademan”, l’origine liberista del capitale è sempre da ricercarsi nell’accumulo ereditato, o generato da inique speculazioni, fortune casuali, loschi affari, o comunque sia quasi mai per effettivi meriti o capacità, ma è il frutto derivante innanzitutto da questi atti di prevaricazione e furbizia, clientelismo, e nepotismo, tutti effetti della competizione nella spinta all’accaparrazione illimitata base fondante del liberismo. Quando non, come detto, di pura casualità, il che non è per nulla raro. Di conseguenza non solo la proprietà effettiva sottostà a questi fattori, ma anche le gerarchie amministrative-manageriali sono regolate da essi. I conseguenti guasti risaltano evidenti nei livelli di efficienza perennemente sotto le effettive potenzialità di una società concepibile, difetti rilevabili nelle critiche solitamente espresse dall’opinione pubblica nei confronti di un “sistema” perennemente considerato in crisi. Ma difetti ai quali questa stessa opinione pubblica non riesce tuttora a proporre alternativa valida.

 

I disordini non avranno mai fine, non avremo mai una sana amministrazione della cosa pubblica, se non acquisteremo una nozione precisa e netta della natura e della funzione del denaro” (Ezra Pound)

 

L’approccio prettamente “cooperativo” di produzione-allocazione su cui si basa il distributismo presuppone ed auspica che le attrezzature ed i beni immobili produttivi divengano “comproprietà” di chi le utilizza, potenzialmente anche entità più estese che un singolo od una semplice “società anonima”, per esempio soci in un impresa oppure imprese in un consorzio, pur permanendo in una forma di indipendenza aziendale svincolata da influenze politiche. Inoltre, sempre secondo la teoria distributista il valore delle merci è certamente condizionato dalla quantità di moneta circolante (come merce simbolica essa stessa), ma prima di tutto legato inscindibilmente a produzione ed allocazione. Il prezzo di una merce è la quotazione del suo valore rispetto a tutti gli altri beni esistenti (moneta compresa), regolata secondo la legge domanda/offerta; la quantità di moneta circolante (M1) quindi rappresenta il totale del valore dei beni esistenti in un dato momento. Nella fattispecie, diversamente dai marxisti, c’è la consapevolezza che nel mercato inserito in un sistema di spontaneità produttiva (“laissez faire”) sono, in un causa-effetto, anche le differenze reddituali a determinare i prezzi, e la produzione commerciata a determinare i redditi, e quindi ad adeguare ogni reciproco valore alla progressiva possibilità di accesso ai beni indotta in maniera progressiva ---o graduale------, influenzando parallelamente la variazione delle propensioni al consumo ed al risparmio; e non viceversa, come invece sembrano sostenere Marx e Proudhon. Difatti per quanto scontato questo chiarimento possa sembrare, non lo è affatto dal punto di vista dei marxisti. Questo crea nel distributismo chiaramente una contrapposizione con i precetti marxisti di appiattimento della piramide sociale e della parificazione pianificata dei redditi e dei prezzi “a seconda delle necessità”.

 

La società, cioè la pacifica cooperazione degli uomini sotto il principio della divisione del lavoro, può esistere e operare solo se si adottano politiche che l’analisi economica dichiara idonee a raggiungere i fini perseguiti” (Ludwig von Mises) 

 

Proprio sulla base di quanto enunciato finora, a differenza del liberismo la teoria distributista sostiene che anche se la proprietà di ogni mezzo di produzione fosse distribuita a tutti i suoi conduttori, l’equilibrio della piramide reddituale nell’intera società nazionale si manterrebbe tale e quale ad oggi, ed oltretutto teoricamente senza che venga modificato il valore reale dei beni, le attività disponibili, e le loro allocazioni, nonché di tutti gli altri parametri derivanti, spesa pubblica compresa. Questo risultato viene esposto solo come prospettiva teorica, allorché prendendo in considerazione anche una gamma di prevedibili circostanze “collaterali” (che saranno anch’esse analizzate nel corso del testo), nella realtà pratica tutti i fattori certamente si adeguerebbero alle mutate condizioni, ricavando questa prospettiva principalmente sulla base delle teorie dell’economista marxista (per quanto “economista marxista” possa suonare come ossimoro, come vedremo più avanti) Piero Sraffa che analizzando la “teoria della rendita del consumatore”[39] contestano il fondamento tipicamente marshalliano che “il prezzo d’equilibrio viene determinato dall’intersezione tra la curva della domanda e quella dell’offerta”, introducendovi l’elasticità e disancorando il concetto di prezzo dal concetto di valore. La conseguente eventuale variazione autonoma della spesa aggregata sarebbe sia causa che effetto di questo mutamento di condizioni, mentre una variazione indotta non è da contemplare dato che non è realisticamente prevedibile una fuga di reddito assorbito dal risparmio; o meglio, anche in caso di variazione indotta essa verrebbe a compensarsi per via del rapporto tra propensione all’accumulazione di capitale e tassi di interesse (vedi anche pag. -------) dato che il saggio di interesse è influente ma non determinante del rapporto risparmio/spesa.

 

“I capitalisti come classe guadagnano esattamente quanto investono o consumano” (Michał Kalecki, “Teoria della politica fiscale”) 

 

La distribuzione come risultato patrimoniale specifico darebbe, in buona sostanza, unicamente la separazione dell’investimento (il cui capitale disponibile sarebbe accumulato ed utilizzato direttamente dall’azienda come utili non distribuiti) dal consumo (in questo caso per semplificare intendendo come tale anche l’impiego per il risparmio personale). Come si può dedurre dalla teoria del reddito permanente di Milton Friedman dove si precisa che le funzioni autonome di consumo e risparmio[40] rimangano invariate, se ne ricava che la distribuzione non comporterebbe cambiamenti sostanziali nella produzione e nemmeno nell’allocazione rispetto al liberismo (la “piramide” resta inalterata nella sua forma), ma comporterebbe una razionalizzazione efficientista del lavoro e di tutto il sistema sociale. Ciò in quanto, assodato che il risparmio è sempre equivalente alla spesa per investimento e che l’aumento di domanda aggregata aumenta solo il livello dei prezzi e non incide sulla produzione, i beni prodotti vanno comunque distribuiti (“allocati”), al prezzo adeguato alle richieste di mercato, mercato basato sulla quantità di beni disponibili, conservandovi quindi un equilibrio reddito/spesa perlomeno non dissimile da quello odierno, ma nella realtà assai più stabile ed efficiente come indiretta conseguenza alla scomparsa di inflazione e disoccupazione; ed anche, così come oggi, qualora i costi di produzione superassero il rendimento, il bene (evidentemente non necessario) semplicemente non verrebbe prodotto (per “costo di opportunità”[41]), massimizzando con ciò la “funzione di utilità[42] non dissimilmente rispetto ad oggi. Contrariamente a quanto sostenuto dai keynesiani, secondo i quali bisogna consumare per produrre, il che significa invertire i concetti di domanda/offerta. Certo le nicchie vengono riempite, ma i keynesiani tralasciano di valutare che è possibile fornire “a seconda delle necessità” solo se esiste la possibilità di farlo. Per distribuire la ricchezza bisogna prima crearla, e per crearla ci devono essere i mezzi. Non si può cavare sangue da una rapa.

 

Bisogna mangiare per vivere, non vivere per mangiare” (Socrate) 

 

Se ne deduce che la base fondante del distributismo si regge sulla constatazione della “legge di Say[43]. Questo significa in parole povere che, a differenza di quello che avverrebbe con l’applicazione delle teorie marxiste, praticando il distributismo il livello di vita rimarrebbe generalmente perlomeno uguale ad oggi dal punto di vista della percezione personale, comunque non inferiore, dato che per la produzione aggregata non si intravede alcun motivo per prospettarvi una sua diminuzione o una variazione del tipo di beni prodotti (che invece per il marxismo, come anche esperienza insegna, si prospettano). Nel distributismo, così come nel liberismo, quando c’è un prodotto sul mercato, esso viene in ogni caso adeguatamente usufruito, cioè scambiato secondo le normali leggi domanda/offerta che ne determinano il prezzo; contrariamente a quanto accade col marxismo, il quale, considerando il costo come fattore determinante il prezzo (“teoria del valore-lavoro”[44]), si ritrova inevitabilmente schiacciato tra gli squilibri che si vengono a creare: inefficienti giacenze da un lato e scarsità dall’altro. Da ciò si evince chiaramente un aspetto che riteniamo utile far comprendere, cioè che il concetto “cosa produrre, come, e per chi” base dello studio dell’economia politica, permane immutato tra liberalcapitalismo e distributismo. Ma diversamente dai liberisti, i distributisti auspicano che il lavoro umano sia tolto dal novero dei fattori di produzione. Per questi motivi, distinguendosi in ciò dagli economisti liberal, i distributisti rifiutano di considerare i beni come numeri fini a se stessi, e giudicano illogica e surreale “La favola delle api[45], alla quale contrappongono il “Racconto della finestra rotta[46]. Di conseguenza promuovono un sistema sociale che preveda la sostituzione del concetto liberista di lavoro come “valore mercantile” con quello cattolico di “necessità” ed il cui coordinamento venga basato sul “merito” anziché sul “fato”.

 

La vera felicità si raggiunge esercitando liberamente il proprio ingegno” (Aristotele)

 

Nella pratica questo significherebbe soprattutto che nessuno dovrebbe più poter prendere in considerazione l’ipotesi di poter usare un essere umano al pari di una “merce” dotata di relativo prezzo, perché l’uomo è il consumatore finale delle merci ed esse vengono da lui prodotte per soddisfare le sue necessità, e non l’opposta interpretazione che invece vige nel semi-anarchico liberismo consumistico dove sono le necessità ad essere create appositamente per essere colmate. L’aspetto da considerare fondamentale non solo moralmente ma anche produttivisticamente è quello che nessuno di coloro che si occupano di economia dovrebbe poter considerare un essere umano come acquistabile. Il concetto odierno di lavoro, originato dalla borghesia industriale e finalizzato a distinguere chi guadagna producendo da chi, come i cicisbei, acquisiva risorse come rendita, sembra sempre più un anacronismo.

 

Per fare ci vuole talento, per beneficiare denaro” (Johann Wolfgang von Goethe)

 

Non che il lavoro prima non esistesse, ma quell’attività divenuta consuetudinaria di manovrare e plasmare l’ambiente sulle proprie necessità non era idealmente connotata come elemento a sé stante, come dice Serge Latouche faceva piuttosto parte dell’esistenza, come la miriade di altre espressioni caratteristiche della società cooperante degli uomini. Sarà l’economia politica a trasformare il lavoro in qualcosa di inumano, tramite il naturalismo, l’edonismo, e l’individualismo, che diventano i tratti più specifici dell’Occidente a partire dal concilio di Trento, epoca in cui nasce l’idea dell’homus oeconomicus. Questo concetto è figlio dell’idea che la sopravvivenza passi obbligatoriamente attraverso la frustrante lotta contro la natura e la sua accanita trasformazione. Lotta che abbiamo finito per chiamare “lavoro”, caratterizzato dalla frattura sociale identificata tra proprietà e salariati, tra borghesia e proletariato.

 

Il sostentamento è una necessità assoluta per l’uomo. Non è ammissibile, in una società socialista, che per l’appagamento dei propri bisogni l’uomo debba dipendere da un compenso sotto forma di salario o di carità da qualsiasi parte essi vengano. Nella società socialista non dovrebbero esserci salariati, ma associati, poiché i proventi sono prerogativa personale dell’individuo, sia nel caso in cui li procuri da se stesso nei limiti delle sue esigenze, sia che detti proventi costituiscano una parte della produzione nella quale l’individuo stesso è un elemento fondamentale. In ogni caso i proventi non possono derivare da un salario percepito per una attività produttiva effettuata per conto di terzi. L’uomo della nuova società, o lavora per conto proprio, per assicurare il soddisfacimento dei propri bisogni materiali, o lavora in un’azienda socialista, ove lui stesso è socio nella produzione, oppure lavora prestando dei servizi generali per la società, là dove questa gli garantirà il soddisfacimento dei suoi bisogni materiali. L’attività economica della nuova società socialista è un’attività produttiva allo scopo di soddisfare le esigenze materiali, e non è un’attività improduttiva o procacciatrice di lucro al fine di accumulare risparmi eccedenti la soddisfazione di quelle necessità. Ciò non è compatibile con le nuove strutture socialiste” (Dal “Libro verde” di Muhammar Gheddafi)

Ma non si fraintenda: la critica mossa dal distributismo non si esplica come prospettiva nella proibizione legislativa del lavoro dipendente, bensì nell’aprire a tutti la possibilità di divenire proprietari dei mezzi utilizzati per creare il sostentamento necessario. Anziché essere considerato alla stregua di un robot, ogni uomo dovrebbe vedersi messo nella possibilità di far valere le sue capacità partendo alla pari con tutti, nell’interesse personale e quindi solo indirettamente nell’interesse collettivo (“organicismo[47] personalistico[48]”).

L’uomo libero non si chiede mai cosa può fare il suo paese per lui né cosa lui può fare per il paese” (Milton Friedman)

Ma non perché sia un istituzione a stabilirlo! Dovrebbe essere un automatismo, tanto quanto lo è la libertà di scelta del negozio in cui rifornirsi! Perché questa differenza tra libertà di domanda e libertà di offerta? Non dovrebbe essere ugualmente libero scegliere cosa comprare, come cosa vendere? Come può una società definirsi liberista quando impone insormontabili barriere proprio alla base del concetto a cui applica e da cui deriva il termine “liberismo”!? Ognuno dovrebbe essere libero di esprimere le proprie potenzialità. Solo così sussisterebbe un minimo di giustizia sociale! Pratica che secondo i distributisti, oggi non solo non sussiste, ma, anche allorquando si parta alla pari, finisce addirittura col capovolgersi negli esiti: da tempo immemorabile le gerarchie sociali non vengono più basate sul merito e sulle vere capacità utili all’umanità, ma sull’arrivismo e tutte le sue nefaste implicazioni; tutta l’economia odierna è quindi “drogata” da questi effetti i quali alterano la provvidenziale “mano invisibile[49]. E questo processo dall’economia si ripercuote in tutto il sistema sociale. Solo eliminando il concentramento della proprietà in poche mani sarebbe possibile completare lo sviluppo definitivo del capitalismo. Il sistema giuridico esistente mira invece a isolare il potere di proprietà, d’impresa. ß------questa frase anche altrove!!!!!!!!!!---- E’ proprio da queste consapevolezze che partirono gli studi di Clifford Hugh Douglas[50] nel calcolare la sua “teoria A+B[51]” avente come fulcro il concetto di produzione e allocazione alla base dell’economia, teoria che si sviluppa partendo dalla verifica dell’incongruenza di alcuni sistemi di contabilità applicata. Pur avendo essa ingenue fallacie (sembra non tener conto della “teoria quantitativa della moneta”), è dalla sua rianalisi che ha origine la stesura di questo libro. Incomprensibile apparve infatti a Douglas come nonostante tali palesi incongruenze, il sistema economico procedesse come nulla fosse, “tirando a campare” diremmo oggi. 

Viviamo in un’epoca in cui la gente, così occupata a produrre, si è dimenticata di diventare intelligente” (Oscar Wilde)

Basti pensare agli enormi sviluppi compiuti nel campo scientifico, tecnico, all’estensione dei sistemi di comunicazione, alla scolarizzazione di vaste fasce di popolazione. Grazie al progresso il livello di vita oggi è certamente superiore ad ogni altra epoca, e la produzione stessa è abbondante, per cui non dovrebbe esservi motivo di avanzare una qualunque critica. Ma è l’organizzazione che è incoerente, ed in essa riscontriamo il difetto endemico che da almeno due secoli assila il quieto vivere delle società umane. L’organizzazione di stampo capitalista non è riuscita ad applicare completamente questo progresso, e tantomeno a beneficio di tutti. Ne ha invece represso le potenzialità. I conseguenti sprechi sono immensi. Nel mondo odierno ci sono materie prime a sufficienza, lavoro, impianti, manodopera qualificata, conoscenze scientifiche e tecnologiche e, in generale, ricchezze sufficienti ad alimentare, anzi, come sostiene l’economista Joaquin Bochaca perfino a sovralimentare, i suoi abitanti. Ma, in questo mondo moderno, si perpetuano puntualmente, periodicamente, crisi “economiche”, inefficienza, e disoccupazione, con tutti i loro corollari, in primis la fame. Penalizza intere fascie sociali, se non addirittura interi continenti. La scuola economica ufficiale giustifica questa alternanza di fasi di prosperità e di recessione, pontificando di benessere fittizio ed eccessi di produzione, ed approdando alla stupefacente conclusione che sia non solo accettabile, ma addirittura logico e naturale veder gente affamata immobile ad oziare.

Il perder tempo a chi più sa, più spiace” (Dante Alighieri)

Joaquin Bochaca arriva a sostenere che la cosiddetta scienza economica contemporanea sembra costituire un fenomeno analogo a quello di certa arte che gli intellettuali “illuminati” qualificano “moderna”. E’ chiaro per lui che si tratta di un “bluff” piramidale, che però quasi nessuno osa denunciare per il timore di passare per incompetente agli occhi della massa conformista e prostrata in adorazione delle opere codificate. Come nella fiaba del Re nudo. Anche i moderni teorici del “Movimento Socialista Mondiale” giungono ad affermare come la politica economica moderna non abbia saputo nemmeno pacificare il mondo, come si può vedere dal gran numero di guerre che si sono succedute una dietro l’altra e dalla perpetua possibilità di una grande guerra atomica che rischia di cancellare l’umanità intera dalla faccia della terra. Non ha saputo usare le cognizioni accumulate per assicurare alla gente la possibilità di praticare attività utili e dignitose che appaghino e soddisfino. Anzi, è riuscita a rendere “maledetto il concetto di lavoro, giacché lavorare viene per molti a identificarsi con la parte più sgradevole dell’esistenza[52]”. Con le ovvie conseguenze sociali, tra cui la criminalità. Ribadiamo: come si possono stigmatizzare i criminali quando gli si è preclusa ogni altra possibilità di sopravvivenza?

Quelli che sanno, fanno. Quelli che non sanno, insegnano” (George Bernard Shaw)

Il risultato di persone più valide rispetto ad altre ma castrate ----sottovalutate----- e costrette a lavori che chiunque altro potrebbe svolgere è chiaramente esplicato dallo stereotipo del gangster con un libro di filosofia in mano. La castrazione di queste persone esplicitata nel tempo che debbano perdere per lavori banali, invece di utilizzarlo per fini più alti, per il bene di tutti. Prevedibile è quindi che ciò li spinga a cercare di rifuggire dal lavoro superfluo anche a costo di diventare criminali. E’ notorio il caso di ----- coso da Luttazzi----. Se i sociologi desiderassero veramente capire le ragioni della criminalità, e ascoltassero veramente i carcerati come dovrebbe essere loro ruolo fare, si accorgerebbero che la tendenza alla delinquenza in molti casi è causata fondamentalmente dal non riuscire ad accettare di dipendere da qualcuno inferiore a sé stessi e dal dover mantenere efficienza solo perché sotto la coercitiva minaccia del licenziamento. Senza contare le numerose umiliazioni di chi, pur consapevole di essere dotato di capacità notevoli, si vede sorpassato nella piramide sociale da indegni arrivisti di bassa lega. Magari pure venendo sbeffeggiato o snobbato. Ed è soprattutto quando si è consci della sminuizione delle proprie capacità che si rifiuta di svolgere un compito che si sa potrebbe essere svolto da chiunque, mentre con le proprie capacità che oggi vengono inespresse ci si potrebbe sentire ben più utili alla società.

Un uomo saggio sarà utile solo in quanto uomo, e non si sottometterà ad essere argilla, e a chiudere un buco perché non soffi dentro il vento” (Da “Hamlet” di William Shakespeare)

Ed invece ci si sente inutili e frustrati, potenzialmente sottoposti ad un superiore che si sa essere in realtà inferiore, ma al quale la società ha in qualche modo fornito il “coltello dalla parte del manico” e perciò reso incriticabile anche davanti a decisioni palesemente segnale d’incompetenza. Abbiamo già visto come l’intraprendenza castrata, repressa dal lavoro dipendente rispetto a quello autonomo sia frustrante e deprimente, causa di alienazione e stress sfocianti in episodi di psicosi ossessivo-compulsive sfogate soprattutto in piccoli sabotaggi gratuiti ed aggressività, come abbiamo visto anche il concetto comune di stress e dei suoi risvolti psichici e psicosomatici sia ignorato nelle sue influenze sulla società. Non tutti sono però disposti ad accettarlo. Per chi è uso dare valore alle persone, la più grande forma di impotenza è certamente trovarsi di fronte una persona priva di prezzo.

Lo schiavo, nell’attimo in cui respinge l’ordine umiliante del suo superiore, respinge insieme la sua stessa condizione di schiavo” (Albert Camus)

Il rifiuto di umiliarsi a nessuna condizione è certamente oggi il maggior atto rivoluzionario. Sulla base di questo si può dire che oggi i veri rivoluzionari sono tra i carcerati, perlomeno quelli che non sono classificabili tra gli standard “lombrosiani”. Ovviamente non è necessario raggiungere un tale livello di rigetto per aderire ad una causa rivoluzionaria. Qual’è il parassita tra chi desidera un lavoro comodo e ben pagato ma inutile, e chi giudica più dignitoso vivere frugalmente e non fare niente che fare qualcosa di inutile ma retribuito? Non serve certo arrivare a questi livelli estremi, che abbiamo usato come esempio eclatante: quel che conta non è lo stato effettivo, ma quello morale. Che può essere rappresentato da questa considerazione: “se avessi i soldi per giocare alla lotteria, non avrei più bisogno di giocare alla lotteria”. Parafrasando, una società nella quale ottiene il computer nuovo chi lo usa solo per leggere la posta, mentre deve accontentarsi di un computer vecchio chi ne necessita veramente per lavorare e produrre. E per questo stesso motivo che oggi il fascismo, unica filosofia politica fondata sulla prospettiva di una società meritocratica e distributista, crea proseliti soprattutto tra il cosiddetto “sottoproletariato”, composto da disoccupati cronici e disadattati vari.

Sovversivo è solo quello spirito che mette in dubbio l’obbligo d’esistere; tutti gli altri, anarchico in testa, scendono a patti con l’autorità costituita (E. M. Cioran)

Dato che nessuno vive di sola aria, nessuno può però estraniarsi del tutto dal sistema. A tal proposito la possibilità di sopravvivenza di una persona non deve essere un elargizione come nelle cooperative di detenuti, ma una cosa spontanea ed automatica ad opera di sé stessi. Non la carità pelosa ad opera di imprenditori particolarmente “illuminati” come Mc Donald e Renzo Rosso, che oggi sono un eccezione anziché la norma. Anzi, loro in una società veramente normale sarebbero considerati come oggi sono considerati i peggiori “Agnelli” (si immagini poi come verrebbero considerati i tayloristi Agnelli…). Ed a ben vedere neanche oggi eccezione, rivelandosi i loro presunti metodi organizzativi più che altro propagandistici esteriormente.

Nessuno che ambisca a contribuire alla società esprimendo le proprie capacità desidera la carità da questi. I marxisti invece pretendendo con gratitudine cose che invece dovrebbero essere automatiche danno loro questa soddisfazione ed avvallo.

Durante un banchetto gli gettarono degli ossi, come a un cane. Diogene, andandosene, pisciò loro addosso, come un cane  ----(chi?)----

Difatti oggi nessuno di questi sedicenti “illuminati” imprenditori può essere considerato l’eccezione alle gerarchie capovolte. Tra quelli più famosi ne esiste uno solo che può essere considerato l’eccezione (ovvero un alfa che merita veramente la posizione detenuta): Bill Gates. Ed a confermare la giustezza di inserire Gates nel novero dei pochi che ricoprano la posizione gerarchica legittima è soprattutto proprio il fatto che egli stesso abbia più volte espresso la convinzione e la descrizione della società mondiale organizzata piramidalmente da gerarchie non rispecchianti le vere graduatorie meritocratiche che condividiamo anche noi.

 

Bill Gates non sarebbe mai diventato Bill Gates in Italia. Primo perché lo arrestavano visto che ha cominciato nel garage e non aveva la licenza della 626. Ma a parte la 626, perché non c’era il mercato dei capitali che lo accompagnava all’inizio. Perché da noi gli avrebbero chiesto in garanzia il bar del papà, se il papà aveva un bar” (Domenico Siniscalco)

 

Secondo alcuni anche Silvio Berlusconi andrebbe inserito in quest’elenco assieme a Gates. Laddove molti si chiedono l’origine delle fortune di Silvio Berlusconi, quando tutto è già noto: “dal 1974 al 1981 l’intero sistema creditizio italiano ha messo a disposizione di Berlusconi fidi per 198.622.000.000 (il solo Monte dei Paschi 39.150.000.000, pari al 19,7 per cento). Da aggiungere ai fidi le fidejussioni: 150.311.000.000 (il Monte dei Paschi 28.213.000.000 pari al 18,7 per cento). E da aggiungere a fidi e fidejussioni i mutui di credito fondiario: la quota del Monte, dal 1967 al 1981, è di 48.465.090.000 lire (in più, sono in istruttoria nel 1981 quattro operazioni per complessivi 41.795.097.000 lire)”  ---- G. Fiori, “Il venditore”, Garzanti ed., pag. 61.

Per quanto molti di questi abbiano probabilmente compartecipato per vie indirette al crac del banco Ambrosiano, c’è da dire che di tale fiducia le banche siano state ripagate se Berlusconi è ancora sulla cresta dell’onda. Ciò ci conferma che la possibilità di far valere le proprie capacità non dovrebbe essere affidata alla politica, ma ad una libera iniziativa che, coperta dalla politica, permetta l’estensione della fiducia creditizia tesa alla riproduzione sociale. Quindi l’unica cosa che la politica dovrebbe fare in questo caso non è un “fare”, ma un “lasciar fare”, dando solo il via, eliminando ogni barriera di quelle che oggi impediscono il “fare”! Tra cui prima di tutte quella creditizia, tutelando ed assicurando la solvibilità.

 

Pertanto ricapitolando: “Il riduttivismo della visione analitica della teoria economica neoclassica, attualmente dominante, è coerente con il punto di vista dei capitalisti che nella realtà, e non solo nelle visioni, mirano ad estromettere dalla contrattazione sul salario e sull’organizzazione del lavoro i costi materiali della riproduzione sociale e le tensioni ad essa inerenti […]. L’opacità economica del lavoro di riproduzione è funzionale ad un silenzio politico sulla questione – fondamentale per qualsiasi sistema sociale – della qualità delle relazioni tra condizioni della produzione di beni e condizioni della riproduzione sociale. Una questione centrale e fondante è quindi condannata ad emergere solo come questione marginale che riguarda le donne, i poveri, i criminali, i malati ecc” (A.------- Picchio)  ---mercato e società pag. 190.

“Lasciando fare”, i vari “Agnelli” che oggi approfittano delle inique barriere di natura politico-sociale-creditizia si ritroverebbero con una mano davanti e una dietro. Oggi essi traggono vantaggio dai bisogni altrui, con l’unico scopo fine a sé stesso, il quale è certo accettabile nel sistema di mercato, ma non è accettabile che essi tramino per provocare i bisogni anziché assecondarli! Ed oltretutto impedendo agli altri di autosoddisfarsi, basti pensare come esempio alla proibizione di autoprodursi energia elettrica (solo da poco regolamentata grazie alle fonti alternative) e sale marino. Certo sono due esempi poco calzanti (le loro proibizioni hanno dei motivi effettivamente sensati), ma certamente più comprensibili alla lettura rispetto ad altri di difficile comprensione.

Gli uomini costruiscono così una terribile macchina di despotismo, la cedono a chi vuol prenderla, (e questo sarà sempre, secondo tutte le probabilità un essere moralmente decaduto), s’inchinano servilmente al padrone che si son dati, e si meravigliano in seguito che le cose vadan male per essi” (Lev Tolstoj)

La sussistenza e la perpetuazione delle gerarchie capovolte, e soprattutto le deficienze che tale graduatorie provocano  può essere parafrasato dal proverbio “chi ha pane non ha denti, chi ha denti non ha pane”. Quindi, a chi ha le capacità sono precluse le porte per realizzarle, mentre chi ha aperte le porte non ha le capacità di utilizzarle. E questo unicamente a causa del sistema tanto osannato--------. Come fino ad oggi l’estraniazione e--- l’eremitaggio---- siano rimasti così limitati è difficile comprenderlo.

 

L’uomo che si isola rinuncia al suo destino, si disinteressa del progresso morale. Parlando in termini morali, pensare solo a sé è la stessa cosa che non pensarci affatto, perché il fiore assoluto dell’individuo non è dentro di lui; è nell’umanità intera. Non si adempie il dovere, come spesso si è portati a credere e come ci si vanta di fare, confidandosi tra le vette dell’astrazione e della speculazione pura, vivendo una vita da anacoreta; non vi si adempie con i sogni ma con gli atti, atti compiuti nella società e per essa” (Georg Wilhelm Friedrich Hegel)

Secondo Abraham Maslow sussiste tutta una scala di bisogni che spinge le persone a dover vendere il proprio lavoro: nutrirsi, sesso - sicurezza amore autostima - realizzazione personale. Egli spiega come non sia possibile quindi estraniarsi del tutto. Di conseguenza ----vita sociale-------. Ma il risvolto delle gerarchie capovolte implica che raramente i meriti e le capacità vengano riconosciute in modo esatto. Dato che non tutti sono disposti ad accettare di sottostare ad un inferiore, tanto più tanto maggiore è la differenza, ne deriva un sentimento di violazione delle regole sociali da parte dei -------- che portano all’esclusione dalla vita sociale di chi non accetti la subordinazione indotta dalla massificazione delle graduatorie meritocratiche. E’ l’esclusione oggi che prende il posto della povertà. La lotta contro la povertà nelle odierne società occidentali è una vana lotta di retroguardia, come Don Chisciotte contro il mulini a vento. Le situazioni di povertà non sono fini a se stesse come in passato, ma sono determinate dall’esclusione. Quindi è la luna (cioè l’esclusione) che si deve eliminare, e non il dito (la povertà in sé).

Come non si può edificare una casa se non si mettono i singoli mattoni uno sull’altro, così non si può organizzare lo Stato, la societas o la polis, se prima non si educa l’uomo e le famiglie che la costituiscono” (Antonio de Oliveira Salazar)

Alla radice dell’economia trasposta nella vita sociale ---vi è il concetto di embeddedness: radicamento sociale? --------. Ma quello che crea un legame ------------ di contro crea barriere. Queste barriere in alcuni casi possono essere giustificate dal legame. Il problema si pone quando la giustificazione è dettata da motivi errati e perciò provoca effetti più negativi che positivi.

Secondo M. ---------- Orrù esistono dei contesti competitivi e istituzionali dell’azione economica: “comunitario”, “patrimoniale”, “familistico” - “Nessuno si essi è la versione corrotta di un mitico ideale di mercato concorrenziale perfetto; piuttosto, ognuno mette in atto requisiti tecnici e istituzionali socialmente costruiti. Di fatto, le violazioni dei modelli istituzionali di comportamento economico sarebbero distruttive all’interno delle rispettive economie” (M. ----- Orrù) ---mercato e società pag. 127. ----qui???----

 

Non necessariamente implicito è cosa Orrù intenda per “distruttivo”. Solitamente si intende un accezione negativa di questa parola, ma forse è più sensato intenderlo come un “distruggere per ricostruire”, ricostruire meglio. Perlomeno dal punto di vista del nostro discorso vogliamo intenderlo così. Dopotutto non è certamente accettabile che le barriere sociali a cui fa riferimento siano viste in maniera indiscutibilmente positiva… sia che questi requisiti tecnici siano stati costruiti dalle proprie istituzioni sociali o importati. Certo la resistenza ad ogni cambiamento è sempre forte, ma non sempre essa difende istituzioni efficienti, anzi! Probabilmente anche la società del baratto avrà tentato di difendersi. Ma oggi chi preferirebbe che ci fosse riuscita? Il progresso non deve essere confuso con “stravolgimento”. L’ostacolo al progresso perpetrato da determinate istituzioni sociali per motivi di parte non deve venir confuso con rispetto delle tradizioni! Ciò gioca solo a favore dei furbi. I quali si disinteressano delle “tradizioni” sociali fin quando non gli tornano utili. Il mondo non è immutabile, per fortuna. Quando la difesa di interessi particolari va a discapito della collettività non deve essere concepibile una loro difesa. Basti pensare ai luddisti. Se fosse stato per loro oggi andremmo ancora a cavallo e a remi, come gli amish. Inoltre il principale problema insito nei contesti competitivi e istituzionali descritti da Orrù si esplica non tanto nel funzionamento del sistema in sé, ma nell’esclusione di determinati attori. Cosicché di “sociale” nell’accezione solidaristica del termine quei contesti sociali “chiusi” hanno ben poco. Non tutti sembrano rendersene conto: i tentativi di risolvere povertà e disuguaglianza nel periodo/sistema fordista potevano “inscriversi nella traiettoria ascendente di una società caratterizzata dalla centralità del lavoro salariato e alimentata dalla crescita economica e dalla fiducia nel progresso sociale. Una volta spezzata questa dinamica, invece, il problema diventa tentare di ridurre i rischi di disgregazione sociale. Di qui l’invadenza della tematica della lotta contro l’esclusione che sembra aver rimpiazzato oggi la lotta contro la disuguaglianza” (R.------- Castel[53])

 

In un approccio così definito, ciò su cui allora va posta principalmente l’attenzione non consiste tanto nei beni e nelle risorse in se stessi, bensì nell’interconnessione tra le caratteristiche di questi beni e le capacità degli attori di utilizzarle: è da tale interconnessione, in effetti, che “dipendono le possibilità di fare e di essere […] che un bene può garantire e un disagio può compromettere” (N.---- Negri[54])

 

Pertanto il compito di tale approccio sociologico dovrebbe “consistere nell’analizzare i fattori che precedono l’esclusione per valutare i rischi della frattura sociale: nel considerare come funziona oggi l’impresa, come si incrinano le solidarietà e si sfaldano le sicurezze che garantivano l’inclusione nella società; come le situazioni limite di inscrivono in un continuum di posizioni che mettono in causa la coesione dell’insieme della società” (R.---------- Castel[55])

 

Il fatto che oggi il sistema produttivo, anziché unire, divida, dovrebbe essere un campanello d’allarme, invece è considerato normale. Abbiamo già visto l’influenza deleteria degli interessi particolari sui processi di istituzionalizzazione, i meccanismi di protezione attivati dalla società, le routine e gli schemi cognitivi appresi, le relazioni interpersonali interne ed esterne ai mercati, che tutti assieme e determinati da una certa filosofia sociale portano ad asimmetrie di potere. E di riflesso anche su ---psiche----. Il numero delle persone disagiate, fino al punto dell’indigenza, aumenta sempre più.

 

E le prospettive per il futuro non sembrano discostarsi, anzi, secondo Jeremy Rifkin “il plesso di potere che nasce dal controllo sulle risorse economiche e su quelle culturali si rivela nella questione dell’accesso. Per quanto le grandi reti che strutturano la nostra vita sociale appaiano liberamente fruibili, in realtà negli anni a venire l’accesso alle risorse fondamentali – in particolare ai mondi elettronici – sempre più costituirà il vero fattore discriminante”. E ciò perché: “la questione non riguarda più semplicemente l’accesso ai mezzi ma l’accesso – attraverso i mezzi – alla cultura. La possibilità stessa di connettersi con i propri simili, di esercitare attività economiche, di creare comunità in rete, di dare un significato all’esistenza, è sempre più vincolata alle nuove forme di comunicazione elettronica” (Jeremy Rifkin[56]). Secondariamente per questo motivo ad internet è lasciata la massima libertà da chi avrebbe tutt’altro interesse: checchè se ne voglia dire, internet è tutt’oggi ininfluente nel contesto mediatico globale. Il lavorio di questi censori difatti si svolge anche in questo campo nell’esclusione, instillando il disadattamento.

La società odierna richiede robot, non cervelli. Robot istruiti, programmati, ma privi di iniziativa. Il sistema giuridico esistente mira a isolare il potere di proprietà, d’impresa.

All’origine del disadattamento, abbiamo visto, l’incapacità od il rifiuto di adattarsi ad un sistema che si basa non sui meriti e le capacità ma su legami sociali del tutto indipendenti dalle effettive potenzialità su cui dovrebbe essere basata la ricerca dell’efficienza produttiva di una società. Basti pensare alla raccomandazione come unico metodo di assegnazione delle mansioni lavorative, invece di assegnare una persona al lavoro che più gli si confà. Il che è all’origine del disadattamento sociale di persone che in una società efficiente sarebbero, non necessariamente ai vertici, ma perlomeno avrebbero un ruolo adeguato nelle rispettive gerarchie, teso a far fruttare le loro potenzialità nell’interesse comune. Far combaciare capacità e mansioni dovrebbe essere un dovere ed un interesse delle società. L’aquila deve fare l’aquila, il gallo deve fare il gallo.

 

Fissato ne l’idea de l’uguajanza
un Gallo scrisse all’Aquila: - Compagna,
siccome te ne stai su la montagna
bisogna che abbolimo ’sta distanza:
perché nun è né giusto né civile
ch’io stia fra la monnezza d’un cortile,
ma sarebbe più commodo e più bello
de vive ner medesimo livello.-

L’Aquila je rispose: - Caro mio,
accetto volentieri la proposta:
volemo fa’ amicizzia? So’ disposta:
ma nun pretenne che m’abbassi io.
Se te senti la forza necessaria
spalanca l’ale e viettene per aria:
se nun t’abbasta l’anima de fallo
io seguito a fa’ l’Aquila e tu er Gallo.

(Trilussa)

Il problema che puntualizziamo è che in questa società ci sono aquile che si credono polli, e polli che si credono aquile. Il problema generale della società è quindi che essa lo lascia credere. E questo è causa di una mole di problemi alla cui base sta la frustrazione e l’inefficenza causate da ciò. Cyril Burt per primo definisce disadattate le persone che svolgendo una mansione non adatta alle loro capacità non sono in grado di adeguarsi alle sue regole. Padre della psicometria, egli sosteneva che era possibile giungere ad una condizione di armonia produttiva semplicemente facendo incontrare le capacità individuali con le necessità di ciascuna professione. Da ciò se ne deduce che anche secondo lui oggi non sia così. Anche Frederick Taylor propose di far combaciare persone e professioni secondo schemi poi ripresi dalla psicometria, la quale oggi è un concetto quasi ignoto (perlomeno in Italia).

E’ indiscutibile che la nostra razza supera tutte le razze per il numero stragrande di geniali che produce. Nel più piccolo nucleo italiano, nel più piccolo villaggio vi sono sempre sette, otto giovani ventenni che fremono d’ansia creatrice, pieni d’un orgoglio ambizioso che si manifesta in volumi inediti di versi e in scoppi di eloquenza sulle piazze nei comizi politici. Alcuni sono dei veri illusi ma sono pochi. Non potrebbero giungere al vero ingegno. Sono però sempre dei temperamenti a fondo geniale, cioè suscettibili di sviluppo e utilizzabili per accrescere l’intellettualità geniale di un paese. In quello stesso nucleo o piccolo villaggio italiano è facile trovare sette, otto uomini maturi che nella loro piccola vita d’impiegato, di professionista nei caffè del loro quartiere e in famiglia portano sul capo l’aureola malinconica del geniale fallito. Sono dei rottami di genialità che non hanno mai avuto un’atmosfera favorevole e furono perciò subito stroncati dalle necessità economiche e sentimentali. Il movimento artistico futurista da noi iniziato undici anni fa aveva precisamente per scopo di svecchiare brutalmente l’ambiente artistico-letterario, esautorarne e distruggerne la gerontocrazia, svalutare i critici e i professori pedanti, incoraggiare tutti gli slanci temerarî dell’ingegno giovanile per preparare un’atmosfera veramente ossigenata di salute, incoraggiamento e aiuto a tutti i giovani geniali d’Italia. Incoraggiarli tutti, centuplicarne l’orgoglio, aprire davanti a loro tutti i varchi, diminuire al più presto, così, il numero dei geniali italiani falliti e stroncati. (Filippo Tommaso Marinetti, “Il proletariato dei geniali”)

Oggi è possibile “trovare lavoro” (ovvero esprimere le proprie potenzialità produttive) solo tramite reti relazionali basate su legami sociali, familiari, di categoria, di ceto, quartiere, partito, per cui ne è escluso chi non mantiene alcuno di questi legami sociali. Sia che questo attore sia migliore, sia che sia peggiore. E solitamente, ciò è innegabile, è ai meno adatti che va ogni rispettiva mansione, a causa dell’assegnazione di tali mansioni in maniera pressoché casuale e per nulla attinente con le proprie attitudini e cultura: potenziali cuochi messi a fare i giardinieri, potenziali giardinieri messi a fare i cuochi. Certo questo è un esempio-limite, ma per nulla inappropriato. Bisogna spezzare questa aberrazione in modo che tutti possano fare ciò che più si avvicina alle rispettive capacità. Cominciando dall’individuare le cause che portano a ciò. Sono l’arrivismo, l’egoismo competitivo e l’avidità ad impedire il progresso della società. E non sono prerogative di nessuno in particolare, ma sono comuni a tutti, a tutte le marxiane “classi”.

 

Il problema nazionale è innanzitutto un problema di educazione e poco importa cambiare regime o partito se non si inizia innanzitutto a cambiare gli uomini” (Antonio de Oliveira Salazar)

In secondo luogo deve essere l’istituzione formativa per eccellenza, la scuola, a basarsi sul concetto di percorso formativo, in modo meritocratico. Questo può essere fatto soprattutto partendo dalla base della selezione, il sistema scolastico. Dato che la base de ------- la scuola, deve prima di tutto instradare la gerarchizzazione meritocratica. Mentre oggi sembra quasi sia l’opposto, nella scuola post-sessantottina dove a comandare sono più gli studenti che gli insegnanti, le stesse gerarchie sociali tendono a stratificarsi non a seconda delle capacità scolastiche come sarebbe lecito attendersi, ma a seconda della cosiddetta “popolarità” sociale tra la massa studentesca. Ciò è certamente indipendente dai voti scolastici assegnati dagli insegnanti, per cui il senso non è (per fortuna non ancora!) di selezione ----scolastica----- basata su ------, ma è innegabile che abbia influenza anche su questa disincentivando negli studenti una ---stimolo a studiare per superare tutti nei voti-------. L’esempio più ------ è il fatto che a causa di ------- sembra quasi che in alcuni ambiti (college Usa?) conti più la prestazione sportiva nella squadra scolastica che i voti nelle materie! Ma finchè ------ cultura affidata a gente che compra i libri in base alla copertina, e che inorridirebbe vedendo un libro spezzato in più parti, o con il bordo unto dalle dita,     ---– nozionismo?—  I risultati di ciò sono evidenti. Diplomati e laureati ignoranti quanto un asino sono pressoché la norma. L’esempio maggiormente calzante di persona sedicente colta ma in realtà ignorante e stupida è il figlio dottore di Alberto Sordi nel film ---dove vai in vacanza?----- Leggere senza capire --- La banalissima equazione E=MC2 è il tipico caso sul quale ci si può capacitare ---- chiedete di leggerla ad un liceale diplomato ---- ben pochi sapranno dire qualcosa del tipo “convenzionalmente l’energia viene fatta equivalere alla massa (o materia) moltiplicata per una costante definita dalla velocità della luce elevata al quadrato”. L’eccezione casomai sono quelli veramente ----istruiti e meritevoli-------. Ma finchè un pezzo di carta livellerà tutti in massa ---------. Le gerarchie meritocratiche stabilite tramite attestati da esaminatori che delle gerarchie capovolte sono essi stessi l’espressione --------.

La cultura [...] è organizzazione, disciplina del proprio io interiore; è presa di possesso della propria personalità” (Antonio Gramsci)

Superfluo precisare che le scuole dovranno essere basate sulla psicometria ----- mettere anche su scuola.

Servono più operai che ingegneri, certo. L’arte e la filosofia non danno da mangiare, certo, ma pensiamo se Leonardo da Vinci non avesse avuto un mecenate oggi non avremmo la Gioconda. Non si vive di solo pane. Così come i settori primario e secondario permettono l’esistenza del terziario, il lavoro degli inferiori col surplus prodotto deve poter consentire ai superiori di poter pensare per un futuro migliore per tutti. Se per produrre il nutrimento per dieci persone ne basta agevolmente una, che senso avrebbe impiegare tutti e dieci ad un’unica mansione? Cosa farebbero gli operai se non ci fosse un progettista a dirgli cosa fare? Inoltre la forbice tra essi si restringe sempre più, con l’aumento dell’automazione. Non è lontano il giorno in cui il lavoro manuale sarà quello affidato ai programmatori CAD.

 

Assai sa chi non sa, se sa obbedire” (Tommaso Campanella)

 

Per inventare la lampadina non sono stati necessari migliaia di laureati. Ne è bastato uno. Per questo secondo il distributismo la selezione scolastica dovrebbe essere basata non su numeri chiusi (e non del tutto sui voti assegnati) ed altri disincentivi, ecc, ma su prolungamento per i migliori, incentivandoli proprio in tal senso: master post universitari e specializzazioni varie, riconosciuti come diplomi dalle istituzioni, quasi all’infinito. Premio personale (oltre alle borse di studio) per mantenersi, a partire dal post università. A fondo perduto per chi rimane poi in Italia, da restituire per chi va all’estero. ------mettere anche su scuola--------

Una volta instradata sulla via professionale ritenuta consona alle proprie attitudini, ogni persona dovrebbe avere la possibilità di accedere alla mansione su cui compete, o perlomeno quella che più gli si avvicina (sembra che oggi tutti vogliano fare gli avvocati, ma per fortuna non siamo ancora arrivati ad un mondo nel quale metà popolazione sta in galera e l’altra metà ci lucra sopra). Questo non significa che tutti gli aspiranti musicisti debbano poter fare i musicisti, altrimenti avremmo una società di musicisti privi di strumenti musicali! Significa che i migliori tra tutti devono poter svolgere le rispettive aspirazioni a seconda della quantità necessaria complessivamente, e tutti gli altri adeguarsi a compiti che più si avvicinino a quanto abili. E qui interviene il meccanismo che oggi è assente (o meglio, impedito), quello di possibilità di espressione delle proprie capacità. Ma non si fraintenda: così come non sarà espropriata alcuna proprietà, nemmeno il lavoro dipendente sarà abolito, ma sarà data per tutti libertà e soprattutto possibilità (cosa che oggi non esiste) di scelta. Dare la libertà non è la stessa cosa di dare la possibilità. Negli Usa tutti hanno la libertà di arrivare a diventare presidente, ma ben pochi ne hanno la possibilità.

 

Abbiamo escogitato un intero sistema per impedire ad uno come te di diventare presidente” (Abram Simpson)

 

Effettivamente il capitalismo è riuscito a creare una potenziale abbondanza di ricchezze capaci di soddisfare su vastissima scala i bisogni dell’umanità, senza però riuscire a mettere totalmente in pratica tale potenziale. Se l’intero sistema fosse organizzato in maniera coerente, a quale ulteriore livello di sviluppo saremmo oggi? Come non bastasse il caso dell’energia nucleare sottoutilizzata (se vivessimo in una società razionale anche gli scaldabagno andrebbero ad energia nucleare), si pensi all’automobile come paragone. Quando l’automobile nacque il principale ostacolo per i progettisti era superare la difficoltà nel far partire da fermo il motore a combustione interna (il motore a vapore invece non aveva questo problema). Per anni decine di ingegneri si scervellarono per trovare una soluzione, inventando alfine il complicatissimo sistema frizione/marce, quando sarebbe semplicemente bastato applicare come meccanismo di partenza un semplice motorino elettrico (che poco dopo sarebbe comunque stato presente nelle auto come sistema di accensione) al posto della prima e seconda marcia (in ogni caso le prime auto avevano al massimo 3 marce). Invece abbiamo dovuto attendere e sopportare inutilmente cento anni di frizione, di freni consumati e di energia sprecata, prima che venisse prodotta la prima auto razionale, ma pomposamente sbandierata come innovativa e chiamata “auto ibrida”. Se la nostra fosse la migliore società possibile l’auto sarebbe semplicemente nata “ibrida”. E senza questo assurdo aggettivo a distinguerla. Per non parlare poi del boicottaggio della tecnologia dell’iniezione di acqua come inerte. Con questo non si vuole criticare gli ingegneri automobilistici, ma farne un paragone con la società e la politica, e, verificando come anche oggi il mercato delle auto ibride venga intralciato, considerare il fatto che esiste qualcuno che rema contro al progresso razionale per favorire al suo posto i propri interessi personali evidentemente sussistenti sullo “statu quo” dell’inefficienza. Da cui ne deriva che l’ostruzionismo verso le scelte migliori non è necessariamente causato da stupidità, ma a volte proprio dal contrario, furbizia. Basti pensare agli acquedotti incompleti in Sicilia.

E’ chiaro anche agli inesperti come certe infelici decisioni di cui beneficerebbe l’intera umanità devono sottostare ai diktat economici dei Signori del Potere; chiamarli governi, chiamarli politici, chiamarle multinazionali è la medesima cosa, visto che parliamo di tutti appartenenti alla medesima filiera maligna. L’inusitato boicottaggio di soluzioni innovative non ha sicuramente altre motivazioni e purtroppo intere schiere di eminenti studiosi tecnici ed economici si piegano al volere   in nome del dio Denaro. --- o Mammona?-----

Quale miglior esempio se non la base della formazione culturale ispirata alle esigenze dell’“intellighenzia”, il sistema educativo odierno poc’anzi descritto? Difatti solitamente a determinare le gerarchie conviene anche il diploma scolastico, il quale dovrebbe rappresentare affidabile garanzia di cultura e capacità.

Avendo già accennato alla gerarchizzazione extra-meritocratica di tradizione sessantottina, rimane da analizzare il nocciolo, o quel che dovrebbe esserlo. Cercando di evitare di polemizzare sull’iniquità delle classificazioni su voti assegnati da insegnanti sulla base della cultura, la critica che rivolgiamo al sistema scolastico odierno è di essere generalmente ancor oggi improntato prettamente sul nozionismo, che, parafrasando l’arrivismo, consente di raggiungere voti maggiori a chi più lo desidera, non a chi più ne è capace. Apprendere nozioni non sapientemente integrate con studi ed analisi empiriche equivale a costruirsi un tipo di cultura “ad personam” buona soltanto per riempire cruciverba. Lungi da noi criticare chi si sacrifica studiando con determinazione oltre le proprie capacità. Ma tra cultura ed intelligenza c’è una certa differenza. Ad apprendere tutti sono capaci. A comprendere non tutti. A creare ancor meno.

Quando sento parlare di cultura, la mano mi corre alla fondina” (Hermann Göering)

Inoltre oggi che un’elevata percentuale di studenti raggiunge il massimo traguardo, questo ha perduto il suo senso, e la conferma è la ben nota elevata percentuale di laureati disoccupati. Di contro quelli che invece ----terza media------. Il sistema scolastico è degenerato soprattutto dopo la contestazione studentesca del ’68, quando l’istruzione si è massificata creando un esercito di automi incapaci di svolgere una qualunque mansione pratica e disdegnando qualunque compito che esulasse dalle proprie “competenze” nozionistiche attestate. Non c’è miglior indicatore spontaneo quale gli annunci di lavoro dei primi anni ’70, ove veniva spesso ristretto il campo ai “laureati prima del 1968”…

 

Mi resi conto come i sessantottini incendiarono il mondo pensando a se stessi, mentre Jan Palach incendiò se stesso pensando al mondo. Come Josef Kudelka che si pose inerme davanti ai panzer sovietici: lui affrontò i carri, gli altri la carriera” (Marcello Veneziani)

 

Per evitare ulteriori tragicità abbiamo deciso di soprassedere qualsiasi discorso sulle condizioni in cui versa il sistema scolastico italiano nell’anno 2010 e sul livello qualitativo degli studenti delle ultime generazioni. Le eccezioni che sicuramente molti conosceranno nella propria sfera personale non faranno altro che confermare la regola: la massa scolastica giovanile del 3 millennio ha le stesse movenze di un gregge di pecore al pascolo. E ad offendersi del paragone dovrebbero essere proprio le pecore.

 

«Tu[57] offri l’apparenza, non la verità; quand’essi, avranno letto tante cose senza nessun insegnamento, si crederanno in possesso di molte cognizioni, pur essendo rimasti ignoranti e avranno non la sapienza, ma la presunzione» (Thamus)

 

La differenza tra arrivismo e determinazione sta nel concetto di meritocrazia, che è alla base della filosofia della persona determinata; invece tale concetto è snobbato dall’arrivista, la cui base filosofica è il cinismo. La forma più basilare di arrivismo è definita “servilismo”. Dato per presunto che i posti di potere siano in maggior parte già detenuti da arrivisti, è scontato sottolineare che essi favoriranno i loro simili (per il deferente servilismo ricevuto, o “grooming”), grazie all’origine delle gerarchie, stabilite dall’alto verso il basso negli organigrammi, inserite in una specie di sistema di caste fantasma, di cui anche il nepotismo è parte integrante. Nei vertici del potere le amicizie sono alleanze spesso, molto spesso, aleatorie e dettate dalla contingenza. La politica del distributismo prevede l’inversione in tutti i campi di questa direzione della gerarchia, facendone partire la determinazione in modo corporativo ovvero dal basso verso l’alto. Alla società attuale il distributismo contesta che è proprio quella odierna la “piramide gerarchica” disarmonica nelle proporzioni e iniqua nelle attribuzioni, e che ciò è la fondamentale causa dei dichiarati difetti sociali del capitalismo ai quali il distributismo esplicita di saper por rimedio facilmente, tramite le modalità espresse in questo libro.

 

La ricerca della verità e della conoscenza è una delle più alte attività umane, anche se spesso ne menano più vanto quelli che meno vi partecipano” (Einstein)

 

L’interesse politico non è secondario nella strutturazione del sistema scolastico. I settori altolocati di uno Stato hanno sempre avuto la necessità di intellettuali come sostegno all’apologia del loro potere con opere ed enunciati che mantenessero culturalmente le masse in soggezione, creando e manipolando il “mainstream” (opinione maggioritaria) sotto una paternalistica cupola “conoscitiva”. Fino ad un certo momento della storia dell’umanità, nella maggioranza delle società, fu la religione a costituire la categoria dei modellatori di opinione che faceva l’apologia a sostegno di quel potere. Oggi, in una più laica epoca, ci sono i tecnocrati, gli “scienziati sociali” e folte schiere di intellettuali mediatici di professione (“opinion maker”) a svolgere tale ruolo venendo a formare lo staff dell’“intellighenzia” statale. Secondo l’economista Murray N. Rothbard oggi viviamo in un mondo fondamentalmente statalizzato dominato da una elite di potere consistente in una coalizione di governo allargato, grandissime imprese concentrate e vari gruppi di influenza fondati sulla tutela di interessi particolari. Anche la tipica concezione americana semi-anarchica, fondata sulle libertà individuali, sulla proprietà privata e sul governo limitato all’indispensabile è stata da tempo rimpiazzata da una coalizione di politici e burocrati influenzati da lobbies particolari, riunite assieme in macro-organizzazioni all’uopo come la commissione Trilateral ed il gruppo Bilderberg, enti che manovrano le classi di tecnocrati ed intellettuali e le elite giornalistiche e mediatiche, formando la classe dei modellatori di opinione nella società, i “think tank”, i “fabbricanti di pensiero”, intellettuali e storici numericamente prevalenti (“mainstream”). Inevitabilmente, dato che tutto il sistema scolastico è funzionale gramscianamente alla creazione di queste pseudo-elite auto-nominatesi tali, il cui esempio lampante è il “Nobel” dato a Dario Fo.

 

Quanto detto finora in questo capitolo può essere riassunto in un discorso scritto ---140- ---- anni fa da Giuseppe Mazzini:

 

Ma che mai importavano i diritti riconosciuti a chi non aveva mezzo d’esercitarli? Che importava la libertà d’insegnamento a chi non aveva né tempo, né mezzi per profittarne? Che importava la libertà di commercio a chi non aveva cosa alcuna da porre in commercio, né capitali, né credito? La società si componeva, in tutti i paesi dove quei principi fondamentali furono proclamati, d’un piccolo numero d’individui possessori del terreno, del credito, dei capitali; e di vaste moltitudini d’uomini non aventi che le proprie braccia, forzati a darle, come arnesi di lavoro, a quei primi e a qualunque patto, per vivere: forzati a spendere in fatiche materiali e monotone l’intera giornata: cos’era per essi, costretti a combattere colla fame, la libertà, se non un’illusione, una amara ironia? Perché così non fosse, sarebbe stato necessario che gli uomini delle classi agiate avessero consentito a ridurre il tempo dell’opera, a crescerne la retribuzione, a procacciare un’educazione uniforme gratuita alle moltitudini, a rendere gli strumenti di lavoro accessibili a tutti, a costituire un credito per il lavoratore dotato di capacità, di iniziativa e di buone intenzioni. Ora perché lo avrebbero fatto? Non era il benessere lo scopo supremo della vita? Non erano i beni materiali le cose desiderabili innanzi a tutte? Perché diminuirsene il godimento a vantaggio altrui? S’aiuti dunque chi può. Quando la società assicura ad ognuno che possa l’esercizio libero dei diritti spettanti all’umana natura, fa quanto è richiesta di fare. Se v’è chi per fatalità della propria condizione, non può esercitarne alcuno, si rassegni e non incolpi persona” (Giuseppe Mazzini)

 

Noi pensiamo che in una società dove le menti più brillanti devono ridursi a fare i barboni oppure i criminali, evidentemente c’è qualcosa di sbagliato. Ma notiamo come il mondo non sia sempre stato così.

 

“Il distributismo non è una nuova prospettiva o un nuovo programma economico, bensì la proposta di tornare all’economia che prevalse in Europa per i mille anni in cui era cattolica” (Hilaire Belloc)

 

Questo non significa evidentemente manifestare un desiderio di voler tornare al feudalesimo ed all’economia curtense, ma ripensare agli spunti offertici dal sistema di un epoca in cui vigeva la “pax” sociale (nonostante le leggende marxiste vogliano far credere altrimenti) grazie all’efficienza allocativa attualizzata alle possibilità di un momento in cui le gerarchie erano basate sul merito e non su meschini intrallazzi, ed il sistema economico era un tutt’uno, non come i giorni nostri in cui il sistema produttivo ed il sistema monetario sono a tutti gli effetti due entità separate. Mentre gli utopisti anarco-liberisti precursori del distributismo ammirano il pluralismo competitivo medievale e concordano con il realismo della filosofia opposta ai “princìpi dell’89”, i liberaldemocratici sono gli eredi di quel “liberalismo” illuminista e rivoluzionario che, dopo aver contribuito a demolire i retaggi medievali e ad edificare il monopolio “democratico”, hanno poi la pretesa che sia possibile limitarne il potere mediante artifici e cavilli interni (i diritti civili, le costituzioni, la divisione dei poteri, le elezioni partitiche, la generalità e astrattezza interpretativa delle leggi e così via) rivelatisi poi in buona parte inefficaci e demagogici. La questione principale è che queste regole sono state modellate sulle necessità particolari dei modellatori, i quali pretendono di affermare a nome di tutti il principio del dovere individuale, e trasferiscono alla comunità nazionale, cioè allo Stato, il titolo del diritto, si, ma da loro stessi vergato! La vera libertà comporta il principio di responsabilità individuale, perché solo in una condizione di libertà l’individuo ha l’opportunità (ma anche l’onere) della scelta.

 

La libertà significa responsabilità: ecco perché molti la temono” (George Bernard Shaw)

 

Nonostante le persone comuni siano tese ad immaginare che il funzionamento dei sistemi politici sia semplice, e quindi la democrazia in quanto tale sia per definizione il migliore a prescindere, i politici più accorti sanno che il discorso è ben diverso. Il “diritto” è una questione estremamente complessa. Come un cavo elettrico, da toccare solo coi guanti.

---qualcosa??----- monopolizzazione del parlamentarismo come unica democrazia?

Prima di tutto la politica come ogni altra attività umana è sottoposta alle emozioni umane. Christopher Lasch in particolare studiò le emozioni umane in politica, evidenziando come il narcisismo fosse particolarmente influente. Egli testimoniò di come il gioco della politica è dominato da meccanismi mentali imperscrutabili alle persone comuni, che di conseguenza ne sono del tutto escluse in partenza. 

 

Si pensi poi alla confusione esistente sui significati dei termini. Uno su tutti, l’equivoco che vige tra i concetti di liberalismo politico e liberismo economico, che sono due cose diverse l’una dall’altra. Il liberalismo politico è la filosofia delle libertà civili e sociali e del rispetto dei diritti dell’uomo. Il liberismo economico è la filosofia del “laissez faire” ovvero della massima libertà in economia. Ovviamente non necessariamente vanno di pari passo, si pensi al Cile di Pinochet, che era il massimo del liberismo economico in una politica prettamente illiberale. Anche se è innegabile che il liberismo sguazzi con più agio nel liberalismo, che difatti tende storicamente a prediligere sostenendolo fin quando possibile, fin dove possibile. Generalmente si può accomunare i conservatori al completo laissez faire, ed i liberali a qualche regolamentazione. Specificare che differenza liberali-conservatori

 

Anche il concetto di “democrazia” è una questione che se oggi appare scontata, non lo era ai primordi della massificazione del potere politico, o meglio, della massificazione della comprensione del senso della politica.

 

Democrazia è la parola d’ordine che nei secoli XIX e XX domina quasi universalmente gli spiriti; ma proprio per questo, essa perde, come ogni parola d’ordine, il senso che le sarebbe proprio” (Hans Kelsen[58])

 

Ovviamente l’assenza di univocità sui significati dei termini presupponeva che ognuno desse anche alla democrazia la sua interpretazione personale. Anzi, accadde che ad un certo punto ognuno si impadronisse di questa parola! Da cui il sorgere di una miriade di partiti il cui nome la conteneva. Ma si pensi ai parlamenti ottocenteschi, completamente diversi nella composizione rispetto a poi. La sinistra era rappresentata dai liberali (che oggi sono la destra!) e solo successivamente comparvero come ulteriore ala sinistra i liberali radicali. Lecito chiedersi quindi chi stesse a destra… ebbene ci stavano i conservatori, che oggi quasi non esistono (se non in Gran Bretagna, ma non certo ricalcando quelli di 150 anni fa). Oggi sarebbe difficile comprendere la differenza tra essi, perlomeno in Italia. Negli Usa invece questa differenza è continuata fino ad oggi, inevitabilmente dato l’assoluto ristagno politico americano, che ne fa l’antitesi del concetto che pur’essi vorrebbero dare alla parola “democrazia”. Ma che in realtà alla fin fine ne rispecchia il vero significato, paradossalmente. Il modificarsi dei significati è testimoniato dal fatto evidente che anche la più avanzata delle democrazie del passato era peggiore della peggiore dittatura odierna, dal punto di vista del diritto. E riguardo come venivano recepiti gli schieramenti, tra cui quelli già descritti, si può paragonare che ------ i liberali in origine erano equivalenti agli odierni marxisti residui – e difatti in Usa lo sono visti come tali ancor oggi!

Ma l’apoteosi dell’ignoranza sui termini politici, per quanto riguarda gli italiani, vige sui due partiti americani. Convenzionalmente il partito democratico è quello che sta a sinistra, e quello repubblicano a destra. Qualunque pseudo-politologo italiano inorridirebbe quindi venendo a sapere che tra i due quello erede dei sostenitori dello schiavismo è quello democratico. Basterebbe poi osservare la cronistoria della distribuzione geografica del voto, dopotutto. Da questo punto di vista la frattura degli Usa è ancora insanabile: al sud imperano i democratici, al nord i repubblicani. 

Anche per questo è assai difficile paragonare gli schieramenti politici americani con quelli britannici e fare un parallelo tra i rispettivi partiti. 

Anche i paralleli storici tra diversi regimi --------- paiono inappropriati. Di conseguenza chi riesce a distinguere quest --------- e a fare il paragone col giorno d’oggi può guardare con realismo il ricorso odierno a falsità descrittive, a cupi scenari o comiche macchiette per indirizzare a retoriche viste in modo farsesco ma incutenti timore nel ricordo modificato di chi non c’era e non sa (e soprattutto non vuole sapere). Ovvero: quelli che vivevano in quelli che oggi vengono definiti “tempi bui”, sapevano di star vivendo in tempi bui? Inevitabile chiedersi se un domani qualcuno definirà “buio” oppure “luminoso” il tempo che stiamo vivendo ora…

E’ tutta una questione di interpretazione. Certamente nel XIX secolo dirsi liberale equivaleva a marchiarsi di rivoluzionario, mentre nell’Italia degli anni ’70 equivaleva all’esatto opposto… Oggi che l’accezione si è stabilizzata su una via di mezzo, più o meno tutti si dicono liberali, anche i più arcaici patriarchi tayloristi alla “Agnelli”.

 

Per questo quando si leggono autori del passato si deve fare attenzione al significato temporale delle parole. All’inizio del secolo XX, democrazia e liberalismo erano concetti identificati come progressisti quando non addirittura rivoluzionari; e non conservatori come sono interpretati oggi.  ----- 900 pag. 32.

 

Lenin stesso definiva i bolscevichi i “giacobini della socialdemocrazia contemporanea[59]”, e fino al 1917 il partito bolscevico russo si chiamava “Partito operaio socialdemocratico di Russia”.

 

Non dovrebbe stupire quindi la critica alla democrazia che da più voci giungeva aspra, dati i diversi contesti ed il diverso significato che prendevano i termini rispetto ad oggi che vige una mentalità unificata.

 

La democrazia è la veste con cui si presenta il declino dello Stato” (Thomas Mann[60])

 

Anche Nietzsche parla di “democrazia moderna come forma storica della decadenza dello Stato[61]

 

Secondo Vilfredo Pareto la democrazia è la forma politica della decadenza: “oggi il reggimento democratico di molti pari si può definire, sotto alcuni aspetti, una feudalità in gran parte economica. Qui come mezzo di governo si usa principalmente l’arte delle clientele politiche[62]”.

 

Ma al di là di tutte le forme politiche ipotizzabili, e relative diatribe, il punto principale di tutta la questione è il concetto di “potere”. Perché è ad esso che sono finalizzate tutte le ideologie coi loro sistemi. Potere inteso non puramente nel senso comune che ha preso accezione negativa, ma “amministrazione”. La quale implicitamente comprende comunque l’accezione negativa di “potere di fare e di impedire”.

 

Democrazia significa semplicemente far bastonare il popolo dal popolo in nome del popolo. L’abbiamo smascherata” (Oscar Wilde)

 

Secondo Schumpeter, il compito fondamentale della democrazia non era la trasmissione della volontà popolare o la rappresentanza degli individui, ma la “produzione di un governo”. Karl Popper afferma che «“Democrazia” significa letteralmente “governo del popolo” ma il significato letterale del termine aiuta poco perché, in realtà, il popolo non governa da nessuna parte. In tutto il mondo governano i governi e il massimo che il popolo può chiedere, e di fatto chiede, è che i governi governino nel modo migliore possibile».

 

Con queste definizioni essi ribaltavano gli classici stereotipi che indicano la democrazia come nobile proposito umanistico ed egualitario, degradandola a ciò che in realtà è, ovvero semplice tecnica di costruzione elettiva dell’elite che avrebbe dovuto governare. Come paravento le varie “regole per la presentazione del leader”, “per la libera competizione elettorale”, “per l’efficiente funzionamento della domanda e dell’offerta” nel “mercato politico” e della “impresa politica”. Tutti specchietti per le allodole finalizzati ad ottenere una legittimazione incontestabile al mandato del potere, mandato dalla stretta ben superiore a quello divino di tradizione monarchica. A determinare le scelte politiche non il buon senso, ma le “volizioni di gruppo” e cioè i “gruppi di pressione” sugli eletti. Per Schumpeter la democrazia è il “governo dell’uomo politico”, sui quali il popolo ha solamente la possibilità di accettare oppure rifiutare i candidati. Legislazione e amministrazione sono prodotti meramente dalla lotta di concorrenza per il potere politico, non da vani ideali sbandierati per accattivarsi il consenso delle masse elettorali. L’unico motivo della democrazia è il potere, e nient’altro. Il mezzo più sicuro per ottenere il potere. Facendo credere alle masse, ingannandole.

 

«La differenza fra la monarchia e la repubblica più democratica consiste nel fatto che nella prima il mondo burocratico opprime e taglieggia il popolo per maggior profitto dei privilegiati, delle classi proprietarie, e delle sue proprie tasche in nome del sovrano; nella repubblica opprimerà e spoglierà il popolo nella stessa maniera, a profitto delle medesime classi, però in nome della volontà del popolo. Nella repubblica la cosiddetta nazione, la nazione legale, che si suppone rappresentata dallo stato, soffoca e soffocherà sempre il popolo vivente e reale. Ma il popolo non si sentirà affatto più sollevato quando il bastone che lo percuote prenderà il nome di bastone del popolo» (Michail Bakunin)

 

Secondo tale prospettiva è del tutto secondaria l’ampiezza del quorum, ed il cosiddetto “diritto” di voto altro non è che una funzione puramente tecnica, dato che si tratta meramente di avvallare i rappresentanti del potere politico. Le estensioni del suffragio sono irrilevanti quindi ai fini della democrazia rappresentativa (in ogni caso qualcuno verrà eletto…).  -------su voto diritto o dovere----e su Atene----

Quindi non c’è molta differenza tra il vecchio sistema sovietico a partito unico e quello americano a due partiti. Dal punto di vista del risultato, le differenze poi si annullano del tutto.

 

Tutto dipende dall’uguaglianza di chances nella conquista del potere politico interno” (Carl Schmitt) --- o su bipartitismo usa??---

 

Robert Dahl respinge la visione di Schumpeter sostenendo che un sistema che limiti in qualche modo il suffragio non è definibile come democrazia ma come sistema dominato da un elite collegiale. Ma permane il nocciolo della questione: qualcuno comunque verrà eletto, a qualcuno comunque dovrà andare l’amministrazione. Qualcuno comunque avrà il potere, qualcuno comunque governerà. Indipendentemente che sia stato eletto e da chi, dovrà farlo con il consenso dell’intera nazione o comunque della parte più influente. Come in tutti i sistemi. Anzi paradossalmente tanto più il suffragio si estende, tanto più si allontana la possibilità di accesso.

 

Gli uomini pagano l’accrescimento del loro potere con l’estraniazione da ciò su cui lo esercitano[63]     o su Secondo Niklas Luhmann???

 

Questo significa che quello che deve interessare analizzare non è tanto la differenza tra un sistema e l’altro, ma il concetto di “potere”. Il potere, sia che lo si intenda come “capacità d’azione” oppure nell’accezione – limite (ma non di rado coeva alla prima) di relazione di dominio – ha molto a che fare con lo sviluppo delle interazioni sociali entro le quali, concretamente, le pratiche e le strutture dell’economia si realizzano. ---mercato e società pag. 79.

 

Il nocciolo della questione sta quindi nel concetto di “azione sociale”: un ordinamento siffatto “non consiste semplicemente nella codificazione di norme convenzionali, ma implica l’esistenza di un sistema dominante di regole sociali” (R.------ Clegg) ---mercato e società pag. 88.

 

E su questo verte l’analisi di questo testo riguardo le forme politiche come riflesso di quelle economiche, e sulla loro reciproca interazione.

----come unire?------

E come abbiamo visto sopra quelli che non accettano quello vigente vengono esclusi o si autoescludono.

 

Naturalmente nessuna società può essere uno schema di cooperazione a cui gli uomini partecipano volontariamente in senso letterale, ognuno nasce in una certa società e in una particolare posizione e la natura di questa posizione influenza concretamente le sue aspettazioni di vita” (John Rawls)

La società solamente “si avvicina quando più è possibile all’idea di uno schema volontario” (John Rawls)  ---questo discorso è opposto a contrattualismo liberale di stampo economico.

 

E ciò che interessa a noi della politica è primariamente la sua influenza sul sistema economico. Partendo dall’azione sociale.

 

-------- ------spostato----- ---- ----- ------

 

Un’analisi efficace dell’azione umana richiede di evitare l’atomizzazione implicita negli estremi teorici delle concezioni ipersocializzate e iposocializzate. Gli attori non si comportano e non decidono come atomi al di fuori di un contesto sociale, né aderiscono passivamente ad un copione scritto per loro da una particolare intersezione di categorie sociali a cui capita loro di appartenere. I loro tentativi di compiere azioni intenzionali sono, invece, radicati in sistemi di relazioni sociali concreti e attivi” (Mark Granovetter)  

 

Ontologia utilitaristica o atomistica: all’interno di questa cornice di riferimento, che (proprio come avviene nell’analisi microeconomica) genera normalmente modelli di indubbia eleganza formale, si tende peraltro a interpretare anche forme di comportamento collettivo la cui origine non pare immediatamente riconducibile a scelte egoistiche individuali. E’ il caso, ad esempio, della cooperazione (nel mercato, nella sfera politica, negli ambiti di vita quotidiana), concepita come il risultato della decisione di soggetti razionali di impedire i risultati subottimali o le disutilità legati alle difficoltà (tipicamente, l’opportunismo) nel coordinamento dell’azione attraverso sistemi di incentivi e sanzioni che fanno leva sull’inclinazione dei soggetti a mettere in atto le condotte più coerenti con il calcolo razionale dei risultati in termini di costi e benefici personali. ----free riding?---- ---mercato e società pag. 98.   --- su organicismo ----

 

Su questo si basa il concetto di “capitale sociale” (in senso sociologico, non nell’accezione economica aziendale), inteso nel -----organicistico------

Il capitale sociale riconduce alla “capacità degli attori di assicurarsi benefici in virtù della loro appartenenza a determinate reti o altre strutture sociali” (Alejandro Portes) ---mercato e società pag. 194.

 

In questo contesto, le possibili fonti del capitale sociale risultano diverse, anche se possono essere prevalentemente ricondotte a due gruppi di motivazioni: uno basato su argomentazioni di principio, l’altro invece riconducibile a ragioni strumentali. Nel primo sono collocabili situazioni in cui gli attori contribuiscono a produrre un “bene comune” (traffico ordinato, basso tasso di criminalità) poiché “sentono un obbligazione a comportarsi così” (value introjection). Anche partecipare a sciopero o arruolarsi in guerra.

Nel secondo gruppo (strumentale): norma di reciprocità, ovvero una mano lava l’altra. ---mercato e società pag. 194.

Sulla base di ciò Alessandro Pizzorno distingue capitale sociale di solidarietà (il primo) (legami sociali forti), e capitale sociale di reciprocità (il secondo) (legami sociali deboli). ---mercato e società pag. 195.

 

Questa la grande differenza che è chiaramente riscontrabile tra il nord ed il sud Italia, come anche osservato dal colonnello Likus e derivato dalla differente storia sociale, basata sul legame comunale nel nord, e sul perpetuarsi del feudalesimo baronale nel sud.

 

I benestanti e i dirigenti risentono dei costumi lasciati prima dagli angioini, poi dagli spagnoli: mancano di senso sociale e di responsabilità, di cultura e di onestà. Essi sono i maggiori denigratori del loro popolo, che taglieggiano volendo vivere senza far nulla” (colonnello Likus[64])

 

Tanto che perfino Ferdinando II non poteva sopportare la genia degli avvocati napoletani, tutti per lui liberali e massoni incalliti, mestatori della peggior risma che si servivano della giurisprudenza non certo al servizio della vera giustizia. In realtà Ferdinando, con tutta la sua buona volontà, non poteva eliminare la tendenza alla sopraffazione e all’intrigo che era comune alla classe dirigente di tutta l’Italia meridionale, e non solo.

 

Gli effetti negativi del capitale sociale secondo Vando Borghi e Mauro Magatti sono: esso filtra, limita ed esclude l’accesso a quegli spazi sociali (siano essi luoghi fisici, condizioni occupazionali, set di informazioni, conoscenze o altro ancora) per tutti coloro che, per ragioni di origine sociale, etnica, o sessuale, di appartenenza politica, di prossimità culturale sono esterni a quella stessa rete. Esercita un controllo e limita l’autonomia degli attori interni alla rete attraverso sanzioni di diversa natura.

Le conseguenze negative del capitale sociale secondo Alejandro Portes sono: l’esclusione degli outsider (ad esempio il controllo da parte delle reti etniche, di volta in volta diverse, dell’accesso a determinati settori occupazionali, vedi cattolici e protestanti in Irlanda del nord). Il sovraccarico di pretese nei confronti di certi membri di un network sociale (che può costituire un pesante limite al successo di una determinata attività imprenditoriale a causa della pressione all’impiego di familiari e parenti nell’impresa stessa; Weber sottolinea al contrario, il carattere impersonale di tali pratiche e delle transazioni economiche come tratto determinante del successo imprenditoriale puritano. Il conformismo come requisito indispensabile per ottenere la membership (appartenenza) ad un determinato gruppo sociale e quindi alle risorse da esso amministrate (si tratta, potremmo dire, del lato oscuro delle comunità coese in cui l’indipendenza e l’eterodossia conduce all’esclusione dai vantaggi che esse possono procurare). La presenza di norme sociali che “spingono verso il basso” (downward levelling norms) come nel caso di reti di solidarietà e sostegno fondate sulla contrapposizione alla (o esclusione dalla) società nel suo insieme o agli stili di vita in essa prevalenti (come nelle gang metropolitane). ---mercato e società pag. 200.

 

Asimmetrie di potere, processi di istituzionalizzazione, meccanismi di protezione attivati dalla società, routine e schemi cognitivi appresi, relazioni interpersonali interne ed esterne ai mercati.

 

Le logiche organizzative costituiscono le basi ideali per i rapporti di autorità istituzionalizzati” (Nicole Biggart)  ---mercato e società pag. 213.

 

----aggiungere?------

 

Nella società informazionale il potere non sparisce, ma si inscrive, ad un livello molto profondo, dentro i codici culturali attraverso i quali le persone e le istituzioni si rappresentano la loro vita e prendono decisioni. Il potere, benché reale, diventa immateriale […]. E’ immateriale perché tale capacità deriva dalla abilità di inquadrare l’esperienza di vita all’interno di categorie che predispongono ad un dato comportamento” (Manuel Castells) ---mercato e società pag. 232.

 

---- ---- ---- ----- fino a qui spostato--- ---- ---- ----- ----

 

Il potere oggi identificato come plutocrazia è un ----stravolgimento------ di questo ------- contesto di capitale sociale. All’origine di questo stravolgimento --------------.

 

Non si dovrebbe permettere l’esistenza di nessuna organizzazione o comportamento che impedisca l’effettivo funzionamento del meccanismo di mercato sulla linea della finzione della merce” (Karl Polanyi[65])

 

Il distributismo si pone il massimo laissez faire come obiettivo, proprio per questo. Per permettere a tutti la possibilità di espressione delle proprie capacità.

 

Per Max Adler si pone il quesito “L’organizzazione della vita economica, che il capitalismo si è sforzato di realizzare in misura sempre crescente, sarà fatta a vantaggio di un’oligarchia di capitalisti, oppure a vantaggio della comunità?” ---- Max Adler, “Democrazia politica e democrazia sociale”, ed. Astrolabio. ---

C’è da chiedersi: le due cose non coincidono? Il fatto è che, si, le due cose in definitiva coincidono. L’unica questione sussistente è il livello di efficienza della produttività di quell’organizzazione della vita economica. Efficienza va di pari passo con ----benessere psico-fisico ------- dei produttori, il quale abbiamo visto da cosa ----determinato ------ alienazione------.

Questo è quello che si deve capire, e che però ben pochi capiscono. -----ulteriorizzare------ il punto ---cardine ---- è la produzione e quindi la libertà di produrre. In qualunque modo lo si faccia, i beni prodotti andranno comunque distribuiti. Ma per ridistribuire la ricchezza bisogna prima crearla.

 

L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi, che non fanno nulla, spendono e se la godono” (Giuseppe Prezzolini)

 

Solo in un sistema veramente libero il mercato ricompenserebbe il merito e punirebbe la pigrizia, mentre oggi l’assistenzialismo statalista premia soprattutto i fannulloni, i negligenti, gli inetti, gli approfittatori e gli ignoranti a spese dirette degli intraprendenti e dei produttivi, effettivi o potenziali che siano. Ed indirettamente di tutta la comunità.

 

La libertà non è figlia, ma madre dell’ordine” (Pierre-Joseph Proudhon)

 

Per questo la distanza tra il pensiero anarco-libertario e quello liberaldemocratico è forse molto più ampia di quanto si pensi. Tanto che al pari degli anarco-individualisti, i liberal-conservatori giudicano del tutto assurda l’idea di “contratto sociale” di marca liberaldemocratica: secondo entrambe le visioni, in realtà nessuno l’ha mai voluto né firmato coscientemente un contratto di simile impostazione, dato che nessuno sarebbe mai così stupido da firmare volontariamente una delega a disporre della propria libertà e proprietà. Gli Stati non sono sorti in un colpo solo con un contratto, ma gradualmente tramite una serie di contratti: così si è sviluppata l’Europa durante l’età feudale e comunale, fino ad assumere le forme che aveva fino a prima del 1789. Non si può negare che le società pre-rivoluzione francese fossero infinitamente meno inquadrate di quelle venute dopo, nonostante tutto.

 

Nella società medievale la società è lo Stato; nello società borghese Stato e società si contrappongono; nella società comunista lo Stato è la società” (Nicolàs Gòmez Dàvila)

 

Secondo queste categorie di pensiero, così sapientemente studiate dal giornalista Guglielmo Piombini, il libertarismo economico di scuola austriaca può dare un contributo alla dottrina sociale della Chiesa cattolica, rendendola meno vaga e più cosciente del rapporto indissolubile tra efficienza economica e dignità umana. E’ significativo che il libertario ebreo e ateo Murray N. Rothbard, pur senza convertirsi e senza cambiare nessuna delle sue idee politiche sia arrivato ad aderire ad una prospettiva culturale ed economica in senso lato cattolica. Anch’egli constatò che oggi vige il trionfo del nichilismo, con l’abbandono di ogni prospettiva d’entusiasmo. Ciò, allontanando il popolo dalla vita politica, è utile al potere detenuto dai furbi. Di fatto, la visione tipicamente giansenista finisce per respingere la tradizione culturale e religiosa dell’occidente cristiano. A ciò si aggiunga che l’espansione indiscriminata dello Stato totalitario (risultato della mentalità materialista, edonista e relativista dominante) ha destituito completamente le famiglie dalle tradizionali funzioni previdenziali e assistenziali, rendendoli superflui.

 

Qual’è il miglior governo? Quello che ci insegna a governarci da soli” (Johann Wolfgang von Goethe)

 

Il tutto in funzione degli attuali manipolatori del potere. Alla luce di tutto questo è inevitabile vedere una convergenza simbiotica tra la filosofia anti-dirigista delle filosofie liberaliste, economicamente incentrate sulla scuola austriaca, verso le teorie distributiste; convergenza incardinata in particolar modo sul punto in comune rappresentato dal cattolicesimo, nonostante i primi rifiutino tale accostamento ritenendo il distributismo in contrasto con il loro punto fermo liberista “chi prima arriva meglio alloggia” riguardo la proprietà.

 

Generalmente è corretto dire che tutti i sistemi economici che ci sono noti, fino alla fine del feudalesimo nell’Europa occidentale, erano organizzati alternativamente sui principi della reciprocità o della redistribuzione o dell’economia domestica o di una combinazione dei tre. Questi principi furono istituzionalizzati con l’aiuto di un’organizzazione sociale che inter alia faceva uso dei modelli della simmetria, della centricità e della autarchia. In questo quadro la produzione ordinata e la distribuzione dei beni era assicurata da una grande varietà di motivi individuali disciplinati da principi generali del comportamento. Tra questi motivi, quello del guadagno non era preminente, la consuetudine e la legge, la magia e la religione cooperavano nell’indurre l’individuo a seguire regole di comportamento che alla fine assicuravano il suo funzionamento entro il sistema economico. Il periodo greco-romano, nonostante il suo commercio fortemente sviluppato non rappresentava sotto questo aspetto una rottura. Esso era caratterizzato dalla redistribuzione del grano su vastissima scala praticata dall’amministrazione romana nell’ambito di un’economia per altri versi domestica e questo non rappresentava un’eccezione alla regola per cui fino alla fine del medio evo i mercati non svolgevano una parte importante nel sistema economico; altre strutture istituzionali prevalevano. Dal XVI secolo in poi i mercati erano a un tempo numerosi e importanti. Nel sistema mercantile essi divennero una delle principali preoccupazioni del governo, tuttavia non vi era ancora alcun segno del prossimo controllo della società umana da parte dei mercati, al contrario: regolamentazione e discipline erano più severe che mai, l’idea stessa di un mercato autoregolato era assente. Per capire l’improvviso cambiamento verso un tipo di economia completamente nuovo nel XIX secolo, dobbiamo ora passare alla storia del mercato, un’istituzione che noi siamo stati praticamente in grado di trascurare nella nostra rassegna dei sistemi economici del passato” (Karl Polanyi, “Economie primitive, arcaiche e moderne”, Einaudi Paperbacks, 1980)

 

Per comprendere tuttociò bisogna innanzitutto analizzare le cause del percorso storico che hanno portato il sistema economico a deviare da quella sua evoluzione naturale, partendo proprio dalla frattura religiosa. Difatti la prima evidente differenza culturale cui si contrappone il cattolico e organicista “principio di sussidiarietà” è la calvinista “sovranità delle sfere”. Il “principio di sussidiarietà” è un principio antropologico che esprime una concezione globale dell’uomo e della società, in virtù del quale fulcro dell’ordinamento giuridico è la persona umana, intesa sia come individuo sia come legame relazionale; altresì viene intesa in senso politico come solidarietà tra le comunità e interazione tra i poteri. La “sovranità delle sfere” è invece una concezione della dottrina sociale protestante (in particolare calvinista) che afferma come ogni “sfera” di cui è composta la società (i vari organi di potere) derivi direttamente da Dio, sia autonoma dalle altre, sovrana su sé stessa e responsabile direttamente verso Dio del modo in cui si conduce; da tale concezione consegue che la sovranità di ciascun potere debba essere rispettata e salvaguardata nella sua indipendenza dalle altre sfere. E’ la base del Diritto anglosassone, dalla cui filosofia ne deriva un senso di impunità ed un onnipotenza sfocianti nel “culto del potere” come derivato da Dio e quindi imperscrutabile, tipici dei paesi anglosassoni, i cui effetti nefasti incontreremo più volte nel testo.

 

Alla base dell’affermazione del liberal-capitalismo si trova chiaramente la messa all’opera nella vita quotidiana di precetti e regole derivanti dall’etica protestante. Che si associa ad “una tradizione culturale che ha per fine la dominazione del mondo” (Wolfgang Schluchter[66]).

 

Il comportamento metodico, che unisce la disciplina della ricerca del successo economico al rigore morale e alla parsimonia indispensabili per il risparmio e l’accumulo di capitale reinvestibile, è infatti prodotto e reso possibile – vale a dire socialmente legittimato, riconosciuto e promosso – da un sistema di valori e di credenze (in quel caso specifico: l’etica protestante e in particolare la dottrina calvinista dell’ascesi intramondana) trascurando le quali esso risulterebbe incomprensibile. --- Vando Borghi, Mauro Magatti, “Mercato e società”, Carocci ed., pag. 174.

 

Ciò che in definitiva ha creato il capitalismo moderno è l’impresa razionale durevole, la contabilità razionale, la tecnica razionale, il diritto razionale, ma di nuovo non questi fattori da soli: doveva aggiungersi ad integrarli l’attitudine razionale, la razionalizzazione della condotta di vita, l’ethos economico razionale” (Max Weber)

 

Ma non solo la religione può influire. Riprendendo il discorso su Venezia fatto nella nota personale alla prefazione ed unendolo con l’accennata differenza tra i due tipi di “capitale sociale” individualizzabili tra nord e sud Italia: Robert Putnam sostiene che il diverso successo economico delle regioni italiane sia da attribuire al diverso “capitale sociale” che avevano accumulato nel medioevo. Non è casuale che sia maggiore nelle province dove si è vissuta l’esperienza comunale, e minore dove invece il feudalesimo è continuato fino all’età moderna; oppure dove il mercantilismo levantino ha impedito la genesi di un collante sociale identitario. Lo sviluppo delle regioni settentrionali d’Italia è associato al civismo riconducibile alla tradizione della civiltà comunale (e uniformità probabilmente genetica, anche senza dover ricorrere allo “jus primae noctis”), dall’altro l’arretratezza del meridione è connessa al susseguirsi di dominazioni diverse, e dal perpetuarsi del sistema feudale. ---mercato e società pag. 202. La conferma ci giunge da un risvolto all’apparenza banale: almeno fino a pochi anni fa, nei mercati agricoli all’ingrosso del nord Italia esisteva uno spazio destinato ai privati contadini; nel sud no, solo concessionari all’ingrosso. Tuttavia non è da dimenticare il fattore geopolitico: se si osserva una cartina economica dell’Europa non si può non notare in essa un “Ruhr-centrismo” verso il cui fulcro produttivo le aree industriali nazionali convergono, ed avente il suo nodo commerciale nel porto di Rotterdam. Questo non esclude i satelliti industriali, essi stessi convergenti sulla Ruhr ma verso i quali ulteriori centri gravitano, come il porto di Genova verso Milano.

 

L’economia non predice l’impegno civico, ma è l’impegno civico a predire l’economia e lo fa molto meglio dell’economia stessa” (Robert Putnam[67])

 

Secondo Weber, accanto ad altre condizioni (come lo sviluppo tecnologico), sull’organizzazione sociale e sulle predisposizioni individuali che il capitalismo occidentale richiede abbiano influito anche certe peculiari concezioni del mondo. La correlazione che Weber considera plausibile teorizzare è, più esattamente, quella tra lo “spirito del capitalismo” – l’atteggiamento di fondo che spinge l’imprenditore borghese alla ricerca del massimo profitto non ai fini del consumo personale ma per reinvestirne la maggior parte nello sviluppo dei mezzi di produzione – e l’etica protestante, con la sua enfasi sull’idea di predestinazione. Fa rilevare Weber, nella dottrina imperniata su questo concetto si stabilisce l’inutilità degli sforzi individuali per ottenere la salvezza eterna (che è un dono della grazia divina). 

Assieme al connesso atteggiamento dell’“ascesi intramondana”, che comportano e alimentano la tendenza a orientare e disciplinare la propria attività verso un uso sistematicamente razionale del denaro, nonché a ricercare nel successo economico i segni terreni, e dunque la certezza, della propria predestinazione alla salvezza. ---mercato e società pag. 90.  

 

Protestanti: predestinazione? Cattolici no?  Mentre per i cattolici, la salvezza (il concetto si potrebbe tradurre con “il senso della vita”) sta ne ----------

 

Il cattolico […] è più tranquillo; munito di un minore impulso alla prestazione e al profitto, apprezza un’esistenza quanto più sicura possibile, sebbene con minori proventi, più di una vita pericolosa, stressante, ma tale da apportare eventuali onori e ricchezze. Lo scherzoso detto popolare suona: o mangiare bene, o dormire tranquillamente. Nel caso presente, al protestante piace mangiare bene, mentre il cattolico vuole dormire sonni tranquilli” (Max Weber[68])   

 

Weber nel suo divagare cercando la spiegazione di ciò non giunge a sospettare che la questione è un’altra: i cattolici (e certamente pur sempre per la loro base culturale) in economia liberista si sentono frustrati, e da ciò la differenza di interpretazione etica del concetto di lavoro. Di conseguenza è realisticamente presumibile che in un sistema economico distributista le parti sarebbero grossomodo ribaltate tra cattolici e protestanti: in quel caso sarebbero i seguaci dell’etica protestante a sentirsi frustrati e quindi sottoposti alle alienazioni derivanti da ciò. Tuttavia sarebbe da dire che la frustrazione dei protestanti riguarderebbe solamente quelle poche persone che, elite nel sistema protestante-liberista, nella società cattolico-distributista si vedrebbero scalzate dai loro privilegi egoistici. Cioè un infima minoranza già di per sé immeritevole per definizione (definizione giusta, si intende, non la loro auto-glorificazione weberiana come unti dal Signore). Da ciò se ne ricava una filosofia protestante identificabile come auto-schiavizzazione. E proprio in virtù della filosofia protestante di “senso della vita”, la liberazione da questa schiavitù per i “rampanti” lavoratori protestanti rappresenterebbe veramente il raggiungimento dei loro maggiori propositi di vita. Giacchè la stessa intraprendenza che è castrata dalle barriere frapposte dal liberismo (a favore di una minoranza non necessariamente meritevole), col distributismo la possibilità di esprimerla verrebbe finalmente liberata. Quale maggior aspirazione per un lavoratore protestante? Quindi la contrapposizione weberiana in tal senso risulta inesatta, e determinata unicamente dall’interesse alla salvaguardia di privilegi da parte dei detentori del potere, e non dei protestanti tout court. 

 

Tutti i discorsi su diversa interpretazione dell’economia (licenziamento, status symbol, consumismo) paragonarli con rapporto cattolici – protestanti in paesi misti.

E non serve ricorrere ad ipotesi quando abbiamo già l’esempio di paesi dove vi è un miscuglio di protestanti e cattolici (Germania, Irlanda del nord) e dove vi era (Francia prima della revoca dell’editto di Nantes), nei quali classi e religione si sovrappongono. In questi paesi si ricalcano le marxiane divisioni di classe alla fede religiosa. E questo ne fa dei paesi a conduzione economica protestante ed a manovalanza cattolica. Ma questo non implica che se divenuti distributisti, l’efficienza produttiva ne subirebbe una modifica a causa di una diversa propensione al lavoro (come sembrerebbe far intendere Weber), ma semmai un miglioramento proprio grazie alla maggior propensione delle maestranze alla produzione. Come abbiamo visto il livello di produttività dipende più dalle maestranze (e dalle loro bizze), che dalla dirigenza. E le maestranze non fanno le bizze perché protestanti o cattoliche, ma perché inserite nel liberismo castrante ed alienante! Di conseguenza il protestantesimo non è un antitesi al distributismo, ma è una filosofia che “non l’ha ancora scoperto”. 

 

Esiste nelle scienze economiche una importante tradizione, attualmente dominante, soprattutto in macroeconomia, secondo la quale il mercato del lavoro è, da tutti i punti di vista, eguale a qualunque altro mercato. […] Ma, tra economisti non è per nulla ovvio che il lavoro sia un bene sufficientemente differente dai carciofi e dagli appartamenti da affittare, tale da richiedere un differente metodo di analisi” (Robert Solow) 

 

Per Weber il mercato è la condizione del capitalismo moderno in quanto rende possibile il calcolo razionale del capitale. --- c’è da dire che questo assioma non presuppone qualcosa che lo obblighi all’accentramento della proprietà. Difatti anche il distributismo ha il mercato come fondamento, ne più ne meno che il liberismo. Ma c’è mercato e mercato. Karl Polanyi faceva risalire la nascita della società di mercato al momento in cui non solo i prodotti dell’attività umana, ma anche il lavoro, la terra e la moneta diventavano merci. Attraverso la sottomissione anche di questi elementi al meccanismo di domanda e offerta e quindi di vendita, pare prendere corpo l’utopia negativa del mercato autoregolato. ---mercato e società pag. 135.

Nel mercato il distributismo a differenza del liberismo considera impropria l’estensione della forma merce al lavoro umano. 

Merci improprie: lavoro, terra, moneta  ---- Polanyi contesta come merci ---- mercato e società pag. 139.  ----- Anche Alain De Benoist contesta la “mercificazione dell’esistente”  -----

La mercificazione del lavoro umano è all’origine di tutt ----- problemi ---------- che hanno travagliato ------. I quali cadrebbero allorquando il lavoro non avesse più un valore quantificato, ma fosse finalizzato alla creazione del valore come necessario calcolo della allocazione dei beni esistenti. Non è il lavoro in sé ad avere un valore (scavare una buca per poi riempirla quale sovrappiù sociale produce?) ma i beni che tramite il lavoro sono prodotti! Ed anche i servizi non hanno un valore, ma sono resi possibili dall’esistenza dei beni e del loro valore. ----mettere anche su suonerie e padelle ecc---------

Il punto di rottura dal quale si giunse al bivio -----. Si tratta di una frattura storica, un capovolgimento drastico dei rapporti tra economia e società così come gli esseri umani ne avevano fino ad allora fatto esperienza. ---mercato e società pag. 135.

------- una frattura che al bivio avrebbe potuto prendere una piega giusta (distributista) ed invece ha preso quella determinata dai protestanti. Giusta dal punto di vista delle loro elite; sbagliata per tutti quanti i rimanenti.

 

Per il distributismo il punto fondamentale della sua concezione di mercato è: ------ Certamente liberi di possedere ciò che si è costruito col proprio ingegno e lavoro, ma non con quelli altrui. ---qui?---

 

 

Non a caso il distributismo si sviluppò in seno al cattolicesimo nella patria dell’anglicanesimo ed ebbe risonanza soprattutto nei paesi del Commonwealth, con le teorizzazioni distributiste dei cattolici britannici Clifford Hugh Douglas, Gilbert Keith Chesterton, Hilaire Belloc, e padre Vincent McNabb tra il 1916 ed il 1920.

 

Gesù fu il primo socialista, il primo che cercò di ottenere migliori condizioni di vita per l’umanità” (Michail Gorbaciov)

 

I paragoni non finiscono qui: per certi versi anche la filosofia buddista può essere assimilata ai principi filosofici dell’economia distributista (seppur non avendovi mai avuto influenza diretta), mentre agli antipodi culturali troviamo da un lato, il Calvinismo, come abbiamo visto equiparabile al liberismo materialista, e dall’altro lato l’Islamismo come forma di “comunismo medievale”. L’Induismo invece appare affine al “distributismo” per la concezione elitaria da cui però si distingue per quella di “Salvezza”, attraverso le opere secondo l’induismo. Il confucianesimo, come apologia del potere dell’Imperatore e, per riflesso, dello Stato, stride fortemente con la visione personalistica del distributismo. E’ per questo motivo che il governo sudvietnamita del cattolico Ngo Dinh Diem tra il 1959 ed il 1963 si dichiarò personalista, in contrapposizione alla filosofia confuciana applicata al comunismo da Ho Chi Min a imitazione della Cina maoista. 

Anche da parte anarchica arrivò un certo apporto, ma è più corretto dire che giunse da anarchici eretici, critici e delusi dall’anarchismo in senso stretto, in quanto ormai resisi edotti della banale constatazione che in realtà un sistema di vera anarchia sarebbe sicuramente la maggior aspirazione in stile “far west” dei vari Paperon de’ Paperoni, Rockefeller, Rothschild, Ford, Agnelli… che ha la sua degenerazione nell’estremo liberalcapitalismo inteso come primordiale consuetudine antropologica del kaos, dove i vari “padroni del mondo” raggiungerebbero la loro apoteosi dittatoria in un mondo dove l’anarchia esprimerebbe la sua maggiore manifestazione. La maggior figura anarchica che contribuì al distributismo fu difatti l’americana Dorothy Day[69], e ciò avvenne dopo la sua conversione al cattolicesimo. Le teorie distributiste erano state addirittura intuite precedentemente anche dall’imprenditore anarchico tedesco Silvio Gesell, probabilmente partendo dalla rianalisi delle teorie di Proudhon; non c’è da stupirsi quindi che il primo tentativo di applicazione pratica di un sistema economico di tipo distributista fu di origine anarchica: la Machnovščina (1918-21) dell’ucraino Nestor Ivanovič Machno, nata in seguito al vuoto di potere lasciato dalla caduta dell’Impero Zarista durante la guerra civile russa, e poi soffocata dai bolscevichi su diretto interessamento di Leon Trotsky[70].

 

La prima parte del nostro programma è così vasta, che alla sua attuazione può contribuire anche chi si schieri su posizioni politiche avverse” (Ferdinando Camon)

 

La ricostruzione storica che Polanyi effettua in “La grande trasformazione” riconduce gli eventi tragici dei conflitti mondiali e dell’avvento del totalitarismo proprio a questo doppio movimento generato dall’imporsi della società di mercato e dalle reazioni difensive con cui la società cercava di arginarne il potenziale distruttivo. Se, infatti, l’idea di mercato autoregolato non era altro che una “utopia”, poiché la sua piena realizzazione avrebbe “annullato la sostanza umana e naturale della società”, nonché “distrutto l’uomo fisicamente” e “trasformato il suo ambiente in un deserto”, le inevitabili difese della società avrebbero in altro modo ostacolato lo sviluppo sociale, ingenerando un dilemma tale da condurre al crollo l’organizzazione sociale che si fondava su quel sistema di mercato stesso.  ---mercato e società pag. 139.

 

Permettere al libero mercato di essere l’unico elemento direttivo del destino degli esseri umani e del loro ambiente naturale e perfino della quantità dell’impiego del potere d’acquisto porterebbe alla demolizione della società” (Karl Polanyi[71])

 

Anche qui vi sarebbe da anteporre il distinguo tra i tipi di mercato, ma purtroppo la generalizzazione tende ad indicare il “mercato” convenzionalmente unicamente come quello liberista. L’ipotesi di Polanyi della reazione al sistema di mercato liberista non tiene conto della possibilità di un mercato di altro tipo, come quello distributista, e della conseguente aspirazione de---- società ---- verso questo, e non verso la distruzione del mercato tout court. Difatti -----motivo di necessità istituzioni -------protezione sociale -------.

 

Da ciò se ne potrebbe dedurre che il fascismo, mentalità sociologicamente insita in tutti gli uomini chi più chi meno, sia uscito dallo stato di “forma mentis” e fatto ideologia politica nel momento i cui i sistemi sociali di governo si sono allontanati sempre più da tale impostazione fino al momento in cui “il vaso è traboccato”. Conferma di ciò ne è la mentalità giapponese, dalla quale tale mentalità non ha mai subito l’allontanamento che ha subito in occidente. Per questo motivo il Giappone non ha avuto la necessità di una forma di governo dichiaratamente fascista. Ma non per questo il Giappone moderno non può essere definito uno stato fascista. E questa mancanza di un eliminazione della “forma mentis” “fascista” nei giapponesi è stata chiaramente riscontrabile anche nel dopoguerra, nell’etica del lavoro, e culminata simbolicamente con il gesto di Yukyo Mishima. Nonché in precedenza nell’opposizione al bolscevismo, in specie durante la guerra civile russa.

 

Una tradizione che affondava le sue radici più prossime nel Mussolini giacobino, nel socialismo risorgimentale di Pisacane, nel sindacalismo rivoluzionario di Sorel e Corridoni, nelle avanguardie artistiche d’inizio Novecento, nel futurismo, nell’interventismo anarchico di Massimo Rocca, nel fascismo sansepolcrista del 1919, nell’interpretazione gentiliana del marxismo...

Se infatti storicamente il fascismo nasce con Mussolini e “Il Popolo d’Italia” tra il 1914 e il 1919 da una scissione del partito socialista, il filosofo cattolico Augusto Del Noce ne ha retrodatato la genesi filosofica perlomeno al 1899 con la pubblicazione del saggio di Giovanni Gentile su “La filosofia di Marx”, che venne considerato da Lenin -nel “Dizionario Enciclopedico russo Granat” del 1915- uno degli studi più interessanti e profondi sull’essenza teoretica del pensatore di Treviri. Del marxismo, Gentile respingeva il materialismo ottocentesco ma ne abbracciava con entusiasmo l’ultramoderna dimensione di “filosofia della prassi”, tesa non solo a interpretare il mondo ma a cambiarlo. Stando almeno all’interpretazione delnociana, quindi, il fascismo non sarebbe affatto una negazione del marxismo, ma piuttosto una sua “revisione” che reinterpreta la prassi come spiritualità. Il fascismo si prospetta, insomma, come una rivoluzione “ulteriore” rispetto a quella marx-leninista, una sua evoluzione. D’altro canto, divenuto filosofo ufficiale del fascismo, Gentile ripubblicò il suo libro su Marx nel 1937, nel pieno degli “anni del consenso”. E quando, il 24 giugno 1943, pronunciò in Campidoglio il Discorso agli italiani per esortarli a resistere agli anglo-americani, si rivolse espressamente agli ambienti di sinistra presentando il fascismo come “un ordine di giustizia fondato sul principio che l’unico valore è il lavoro”. Difatti venne ucciso dai comunisti.

 

In quel momento uno dei pericoli che minacciavano l’Europa e la civiltà del mondo intero era il bolscevismo, che aveva rimpiazzato l ------precedente------- e che stupidamente era stato tenuto in vita, finanziato e rafforzato dagli Usa. La natura stessa del bolscevismo lo portava inevitabilmente al desiderio di estensione su scala mondiale, per cui la prima vittima sarebbe stata l’Europa, la quale si era battuta per opporsi al nazionalsocialismo mentre aveva supportato un pericolo ben più grande: quello sovietico.

In linea con il Giappone, anche secondo Salazar e Franco “era poco significativa la vittoria di una guerra, se si perdono i principi speculativi e morali che soli possono fondare una civiltà”. Il comunismo e la sovversione in genere non la si vince solo con le armi, ma con una dottrina superiore e contraria all’errore materialista, che crei condizioni di vita avverse al proselitismo del comunismo.

Il --------- era stato rimpiazzato nel ----predominio mondiale----- dagli Usa, che, data la concezione liberale e libertaria della società, non poteva competere adeguatamente colla disciplina ferrea del comunismo, sino a che questi sarebbe crollato ab intrinseco per la deficienza innaturale del suo sistema economico, generatore di povertà.

Il solo “anti-comunismo negativo” americano e delle democrazie europee, senza proporre un’alternativa dottrinale e pratica positiva, non avrebbe potuto sconfiggere il marxismo; infatti non basta essere negativamente “contro” qualcosa, ma occorre anche essere positivamente “per” una determinata alternativa.

 

Non perché le cose sono difficili noi non osiamo ma perché non osiamo le cose diventano difficili” (Seneca)

 

L’avvicinamento dell’anarchico Massimo Rocca al Fascismo fu dovuto a comunanza di posizioni sulla sua concezione politico-economica, che si configurava come un misto di liberismo, sindacalismo e produttivismo di stampo mussoliniano. Al pari di Mussolini, anche Rocca auspicava una “matura collaborazione tra capitale e lavoro” volta all’emancipazione dei lavoratori tramite la compartecipazione al ciclo produttivo. Compito della borghesia era mostrarsi autentica classe dirigente capace tanto di opporsi al bolscevismo dilagante quanto di responsabilizzare il proletariato. Difensore dell’ordine monarchico, Rocca intravisava nell’attuale situazione politica la sopraffazione della burocrazia sulla borghesia, e il suo auspicio era quello che si realizzasse una rivoluzione, compiuta la quale, la borghesia aveva l’obbligo di realizzare un rivolgimento aristocratico della società italiana. Approvava lo Squadrismo prepotenti orde bolsceviche, e vedeva una forma di dittatura pro tempore l’unica soluzione di governo capace di far cessare “ l’orgia di tutti i disordini”. Il patrimonio ideale dell’anarco-interventismo era, senza ombra di dubbio, un individualismo stirneriano revisionato nella sua concezione velleitaria e amoralistica, volgarizzazione cui Rocca sostituì una valutazione storica e “sentimentale” che sarà principio fondante del “liberismo rivoluzionario” (o “novatorismo”).

Altro “anarco-fascista” fu Mario Gioda che, con l’ex sindacalista rivoluzionario Attilio Longoni, fu tra i promotori del Fascio di combattimento torinese del quale assunse la segreteria. Per Gioda il Fascismo doveva essere l’antipartito, motivo per il quale desiderò che al Fascio torinese accorressero tutte le forze “sane, giovani, italiane” senza distinzione di parte o colore politico, individuando il nemico non nel proletariato ma nel bolscevismo. Tuttavia, nonostante il suo punto di vista fosse volto al superamento delle logiche destra/sinistra, il Fascio torinese fu sempre inclinato verso destra (salvo una parentesi in cui si tentò una più ampia apertura verso i lavoratori delle fabbriche) al punto che la leadership di Gioda fu sostituita, nel maggio del 1920, dal monarchico De Vecchi.

 

Altra interessantissima personalità anarco-interventista fu Edoardo Malusardi, che nel Fascio veronese occupò un ruolo di primo piano fondando anche il giornale “Audacia”. Proveniente dall’esperienza fiumana, Malusardi aveva come riferimenti la Carta del Carnaro e il Sindacalismo Rivoluzionario di Corridoni. Il Fascismo doveva essere, a detta sua, antimonarchico e sensibile alla questione sindacale, puntando a far crescere il valore dei lavoratori in termini tecnico-intellettuali. Riguardo agli scioperi, la sua concezione era quella di prendere decisioni “volta per volta”. Godendo del rispetto e della compattezza del Fascio veronese intorno alla sua figura, Malusardi fu l’unico che disertò il Blocco Nazionale scaturito dall’unione tra i Fasci di combattimento e l’Associazione Liberale Democratica, che si venne a creare in vista delle elezioni del 1921. Questa coerente scelta gli valse l’assenso di Mussolini che si complimentò con lui per aver agito «fascisticamente» poiché, se mancavano «certe elementari condizioni di probità politica», necessitava «non bloccare […] ma sbloccare».

Rimanendo sempre un “novatore”, differentemente da Rocca che andava sempre più sintonizzandosi su frequenze conservatrici, Malusardi riaffermò sempre la sua fede sindacalista intendendola su parametri di sindacalismo/corporativismo dannunziano, fede la sua che lo portò anche a criticare apertamente le politiche del partito (si compì nel mentre la trasformazione del movimento in Partito Nazionale Fascista PNF) dal quale, però, non perse mai il rispetto.  da AUGUSTO TRIFULMINE fonte: http://augustomovimento.blogspot.com/

 

----altro qui???------- l’alternativa: socializzazione

 

Tutto ciò che è costruito dalla forza e dall’astuzia, l’astuzia e la forza possono demolirlo” (Alexandre Marius Jacob)  --- o su muro che cade?----

 

Non si può non notare che il pieno fervore su queste teorie si sviluppò contemporaneamente alla prima guerra mondiale; non è per un caso: la loro elaborazione si sviluppò proprio a partire dall’analisi delle cause di questo tragico evento e la conseguente ricerca di future alternative alla guerra come soluzione temporanea dei problemi economici internazionali. Difatti la Grande Guerra fu determinante a ritardare la crisi economica che inevitabilmente “presentò il conto” nel 1929, e la conferma è che entrambi i crolli sono seguiti a periodi di frenesia economica (“belle epoque” per il primo, “anni ruggenti” per il secondo) cui fece seguito una crisi perdurante. In entrambi i casi erano sembrate prospettarsi all’orizzonte le conclusioni previste da Marx ne “Il capitale” dove si ipotizzava il fallimento del capitalismo a causa della monopolizzazione incipiente quale unica possibile prospettiva finale suggerita dalla riccardiana “legge ferrea dei salari[72] e dal “malthusianesimo[73]”. Secondo essi un impoverimento delle classi lavoratrici avrebbe determinato un sottoconsumo che doveva condurre alla crisi economica e al crollo del capitalismo.  Umberto Cerroni, “Il pensiero politico del novecento”, Newton ed., pag. 10. Ma sia Marx che Malthus non avevano previsto le reazioni alle situazioni prospettate nelle loro teorie, artificiale per quanto riguarda Marx, naturale per quanto riguarda Malthus. Avevano cioè fatto “i conti senza l’oste”. La natura umana, difatti ben decisa a non “mollare l’osso” agiva di conseguenza, ma non potendo superare l’“ottimo paretiano”, sempre tramite soluzioni “trade-off”[74].

Prima di tutto si dovrebbe fare un distinguo sul concetto stesso di “impoverimento”: se si intenda “impoverimento assoluto”, ovvero diminuzione del potere d’acquisto; oppure “impoverimento relativo”, ovvero solo in confronto ai più ricchi. C’è una bella differenza -------. Difatti Marx e Malthus non avevano considerato il processo di autocorrezione involontaria insito nel mercato liberista: moltiplicando i punti decisionali e di (relativa) autonomia, il mercato sostiene anche il pluralismo sociale, condizione fondamentale per il mantenimento di un ordine politico democratico. Di fronte al continuo ricostituirsi di concentrazioni di potere, il mercato contribuisce alla sua frammentazione. Proprio per questo, storicamente il mercato viene messo in relazione con la nascita della società civile – cioè con il formarsi di gruppi sociali in grado di rivendicare una indipendente capacità di giudizio e di azione rispetto al mondo sociale circostante – e delle moderne poliarchie. ---mercato e società pag. 27.  -----o dove democrazia cucita su e per capitalismo----- 

 

Una delle soluzioni “trade-off” che spesso si è resa necessaria ---- la guerra. E’ ben difficile considerare la guerra e le conseguenze successive ad essa come un modo di “migliorare la situazione di qualcuno senza peggiorare quella di un altro”… invece come toppa per sostenere il sistema economico, per il liberismo in molti casi la guerra si è dimostrata l’unica soluzione ravvisabile.

Tuttavia non tutti la vedevano così. A questo scopo fu fondata la “Società delle Nazioni”, anche se essa finì per rivelarsi un docile strumento nelle mani delle nazioni più avide del pianeta e che avevano voluto quella guerra.

 

Il fascismo non crede alla vitalità e ai principi che ispirano la cosiddetta Società delle Nazioni. In questa società le nazioni non sono affatto su di un piede di eguaglianza. E’ una specie di santa alleanza delle nazioni plutocratiche di gruppo franco-anglo-sassone per garantirsi – malgrado inevitabili urti d’interesse – lo sfruttamento della massima parte del mondo” (Benito Mussolini, Il popolo d’Italia, 3 luglio 1920)

 

Anche la dirompente rivoluzione bolscevica in corso in Russia, che alcuni credettero fosse la soluzione a tutte le iniquità e l’inizio di una nuova Era, si dimostrò praticamente subito solo un diverso aspetto dello sfruttamento che la stessa si arrogava di voler eliminare. Soprattutto dopo la sanguinosa repressione della “sorella” Machnovščina. Apparve oramai chiaro che nemmeno le teorie di Marx interpretate da Lenin potessero rappresentare una soluzione valida. Questa prospettiva appariva via via sempre più chiara a chi aveva le capacità di vederla, fin dal 1917. Quello non poteva essere socialismo. Quello ne era l’esatto opposto. Chi consapevole di questo, prese le distanze dai referenti di quei personaggi, corrispondeva alle persone che da sempre avevano un apertura mentale, una capacità, un pragmatismo, una volontà ed un vitalismo unici rispetto ad una massa che sempre più abboccava alla trappola che qualcuno aveva predisposto per il mondo futuro.

 

Ero accanto a Lenin nei giorni radiosi della rivoluzione, credevo che il bolscevismo fosse all’avanguardia del trionfo operaio, ma poi mi sono accorto dell’inganno” (Nicola Bombacci[75])

 

Nonostante questo, in tutto il mondo si diffuse il contagio rivoluzionario. Tra il 1919 ed il 1922 in ogni nazione nacquero partiti comunisti rifacentisi al bolscevismo, subito identificati come una minaccia dai vecchi regimi borghesi. Questa “paura rossa” apriva la possibilità ai movimenti che si dichiaravano più marcatamente antibolscevichi rispetto agli altri di prendere il potere proprio in virtù del loro estremo e dichiarato anticomunismo[76]. Ma non necessariamente essi dovevano ritenersi compresi nelle file pro-liberiste… già da qualche anno difatti la critica interna ai partiti propugnatori del marxismo aveva originato il cosiddetto “sindacalismo rivoluzionario” avente i suoi principali fautori in Filippo Corridoni e Antonio Labriola, che sull’onda delle teorie di George Sorel aveva progressivamente abbandonato la via marxista. Questi grandi sindacalisti avevano percepito in anticipo che il sindacalismo comunista propugnava una determinazione solo di facciata, e che anzi si potesse tranquillamente tacciare quale avente collusioni con il Capitalismo che affermava di combattere. Il Sindacalismo Rivoluzionario fece sua questa teoria proponendo un tipo di socialismo non marxista che indicava nell’abolizione della lotta di classe, la via per una soluzione equa e rivoluzionaria. Essi si rivelarono quali principali antagonisti del bolscevismo. Secondo il loro giudizio il socialismo avrebbe dovuto essere qualcosa del tutto opposta al bolscevismo, una distribuzione, una Socializzazione, delle proprietà e dello Stato, in nome della Nazione e dei suoi interessi, e non in maniera demagogicamente vaga in nome del “popolo”. Quelli che ebbero questa prospettiva, furono quelli che nel 1919 si autodefinirono fascisti. 

 

« I precursori e gli iniziatori del fascismo sono quelli stessi, repubblicani e sindacalisti, che avevano per primi sollevato il popolo contro il socialismo deprimente e rinnegatore ed avevano voluto ed attuato, con Filippo Corridoni, gli scioperi generali del 1912 e del 1913 » (Curzio Malaparte, in “Opere Complete”)

 

Dato l’impedimento implicito dei partiti che si definivano “democratici” oppure “liberali” di agire in maniera energica, la società borghese dovette rivolgersi a partiti che invece consentivano appositamente la spregiudicatezza nella loro prassi. Il rafforzamento di questi inoltre permetteva a tutti gli altri partiti la possibilità di additarli come parafulmine per distogliere il rivoluzionarismo comunista da una contrapposizione con essi e col sistema demo-liberale che rappresentavano, incanalarla in una comunanza di finalità stile “divide et impera”, una “strategia degli opposti estremismi” che sarà praticata in maniera estesa in seguito, soprattutto a partire dalla seconda guerra mondiale. Il pericolo che il biennio rosso sfociasse in una rivoluzione bolscevica fu sventato in questo modo, ma aveva sforato dalle previsioni dei burattinai (quelli che concessero a Mussolini l’uso della loro sala di Piazza S. Sepolcro, per intenderci), cui la situazione sfuggì di mano rivelandosi per loro un boomerang, dato che i “manovali” stavolta si rifiutarono di rientrare nei ranghi una volta terminata l’emergenza. In particolare si distinse in Italia un partito che aveva avuto il suo ispiratore specifico nel movimento russo dei “Cento Neri”, riprendendone sia le prassi che i simbolismi estetici, ma i cui fondatori uscirono dalle file del sindacalismo rivoluzionario. Conseguentemente, il “Duce” di quel movimento, Benito Mussolini, che in quanto ex socialista aveva avuto modo di accedere alle teorie distributiste e fabianiste, si propose di approfittare di questa situazione per prendere il potere, anche se attraverso inevitabili compromessi con la borghesia ed il padronato, ma con il recondito obiettivo di una progressiva trasformazione distributista del sistema economico secondo gli schemi ed i principi graduali preconizzati dal fabianesimo. Un movimento che aveva determinati propositi (programma di San Sepolcro), ma che nella contingenza del momento dovette adeguarsi, rimandando la rivoluzione a tempi migliori, spianandole la strada camaleonticamente dall’interno del potere, ma sempre restandone parte minore. Ed ad un analisi attenta sono proprio i cardini del percorso temporale perseguiti negli anni dal suo governo a darcene conferma. Assieme al tipo di ostacoli che incontrarono e che alla fine lo soffocarono.

 

«Noi non siamo contrari alla rivoluzione russa, siamo contrari alla “copia” della rivoluzione russa in Italia» (Benito Mussolini, 9 novembre 1919)

 

Tutta l’attività del Governo Mussolini fu un susseguirsi costante di decreti e leggi di chiara finalità sociali, all’avanguardia, non solo in Italia, ma nel mondo. Quelle leggi, di cui i lavoratori italiani ancora oggi godono i privilegi, sono quelle volute da Mussolini nei suoi vent’anni di governo. Qualsiasi confronto con quanto fatto dai governi di quest’ultimo dopoguerra risulterebbe stridente. I principi essenziali dell’ordinamento corporativo sono espressi e ordinati dalla “Carta del Lavoro” che vide la luce il 21 aprile 1927. La “Carta del Lavoro” portava il lavoratore fuori dal buio del medioevo sociale per immetterlo in un contesto di diritti dove i rapporti fra capitale e lavoro erano, per la prima volta nel mondo, previsti e codificati. ----- soprattutto “Ente nazionale fascista per la cooperazione” – 1926. -----

 

E delle varie anime del fascismo, la “sinistra” fu sicuramente la più vivace. Ancorata al Risorgimento mazziniano e garibaldino, la sinistra fascista cercò di incarnare un progetto che era nato prima del fascismo e che mirava ad oltrepassare la stessa esperienza mussoliniana. E se nei primi tempi essa prese spunto da ---------- tipiche dei socialisti, traducendosi essenzialmente nello squadrismo e nel sindacalismo, verso la metà degli anni ’30 -aggregando soprattutto i giovani universitari, gli intellettuali e i sindacalisti - si fece portatrice di un “secondo fascismo” teso a superare la società borghese. Non è un caso che i vari Bilenchi, Pratolini e tutti i giovani intellettuali del cosiddetto “fascismo di sinistra”, oltre che in Berto Ricci, trovassero un punto di riferimento nel fascista anarchico Marcello Gallian. «I libri di Gallian -scriveva Romano Bilenchi su “Il Popolo d’Italia” del 20 agosto 1935- sono documenti... E un documento su di un periodo rivoluzionario non creduto compiuto non avrà fine finché tutta la rivoluzione non sia realizzata».

 

Sinistra fascista: «Quell’insieme, a volte discorde e contraddittorio, di sentimenti, di posizioni, di prospettive e di progetti che si fondavano sulla persuasione di vivere nel fascismo e attraverso il fascismo una sorta di palingenesi rivoluzionaria, la prima vera rivoluzione italiana dall’unità». (Giuseppe Parlato)

 

----come unire?????--------- ------

Abbiamo visto che il solo “anti-comunismo negativo” non avrebbe potuto sconfiggere il marxismo, dato che non basta essere negativamente “contro” qualcosa, ma occorre anche essere positivamente “per” una determinata alternativa. ----ripetuto---modificare----- questa alternativa venne proposta da quelli che più di ogni altro portavano una determinata “forma mentis” sempre più svilita dalla società democratica fino al trabocco del vaso. Inevitabile che le due cose si coniugassero. Mussolini del fascismo fu solo un trascinatore. Non fu né il fondatore né il dominatore.

 

Non è permesso a nessuno di vivere su quello che fu fatto da altri prima di noi… bisogna che noi creiamo” (Benito Mussolini)  

 

Questo ci porta a pensare che “non è Mussolini che, come vuole la leggenda, nel 1921 conduce il fascismo sulle soglie della vittoria: è il nuovo fascismo che si crea un Mussolini secondo le proprie misure e le proprie idee[77]”.

A torto si è voluto ricondurre a Sorel il concetto mussoliniano di violenza, mentre è certo che i rapporti tra Mussolini e Sorel non erano affatto così stretti né così cordiali come si è preteso più tardi. Vero, c’è un periodo in cui Mussolini definisce il francese “notre maitre”; ma, mentre Sorel compirà la nota conversione verso Maurras, nella quale in seguito Edouard Berth pretenderà di vedere il momento natale del fascismo, Mussolini romperà, maledicendolo, col “topo di biblioteca in pensione” col quale non riallaccerà i rapporti fino al 1914. E non già Sorel: Marx è definito da Mussolini “il magnifico filosofo della violenza operaia[78]”. 

 

Il fascismo non fu tenuto a balia da una dottrina elaborata in precedenza, a tavolino: nacque da un bisogno di azione e fu azione” (Benito Mussolini)  

 

Dopotutto una “forma mentis” non la si può “fondare”. Una mentalità che si fece azione come reazione a ---------------------.

 

Quel che è certo che la violenza squadrista non fu il fascismo ad iniziarla, ma la subì reagendo di conseguenza. La violenza socialista prosperava quando ancora il fascismo non si era fatto organizzazione. Eppure oggi sembrerebbe che i socialisti furono candide vittime di una violenza ingiustificata e gratuita. Ma se si vanno a verificare le statistiche e la cronaca il quadro appare ben diverso. 

 

Mussolini --------. Ciò che differenziava Mussolini da un dittatore, è che lui aveva bisogno di un altro per firmare le leggi, e che un altro del tutto legittimamente poteva sfiduciarlo. Quello del 25 luglio, fu colpo di stato perché il re non si rivolse al parlamento a chiedere la rettifica, ed anzi sciolse la camera senza indire nuove elezioni, se avesse seguito la prassi, il suo comportamento sarebbe stato del tutto legittimo costituzionalmente. Per fare un discorso puramente giuridico, il re era come un padrone di una fabbrica, Mussolini il direttore generale. Indipendentemente dal potere che eserciti il direttore generale, anche se ad esempio il padrone firmasse tutto senza guardare, rimane il fatto che il padrone potrebbe sempre rimuoverlo. Naturalmente, non essendo l’Italia una monarchia assoluta, Mussolini avrebbe potuto chiedere l’appoggio del parlamento, e se il re avesse sciolto la Camera, avrebbe potuto rivolgersi agli elettori. Fino alla legge Acerbo del 1923, avrebbe dovuto affrontare le elezioni col sistema proporzionale, dopo con il premio di maggioranza, come successe infatti nel 1924: quindi verso la fine di quell’anno, per parare la fronda dei fascisti moderati che erano inclini a cercare un compromesso con gli aventiniani per mettere in minoranza Mussolini e creare quello che oggi si chiamerebbe governo di larghe intese, rimise in auge la legge uninominale, per far capire ai fascisti moderati che non temeva le elezioni, e che inoltre in caso di elezioni non sarebbero più stati rieletti. In seguito al discorso del 3 Gennaio, mise in cantiere varie restrizioni della libertà, anche se formalmente l’Italia rimase uno stato parlamentare: una prima svolta avvenne nel Gennaio del 1926, quando i Democristiani (che allora si chiamavano Pipisti) rientrarono a Montecitorio e furono cacciati a pedate dai fascisti più intransigenti. Il giorno dopo, Mussolini pose delle condizioni per il rientro, fra cui la principale era l’ammissione che non c’era alcuna questione morale riguardante il governo per la faccenda Matteotti. Solo pochissimi democristiani accettarono, sicché continuò ad esserci un parlamento a stragrande maggioranza fascista con la sola opposizione dei liberali e dei comunisti. Finché in seguito alla serie di quattro attentati, furono varate nel Novembre 1926 le leggi fascistissime, che dichiaravano decaduti i parlamentari aventiniani, e mettevano fuori legge il partito comunista. Però formalmente il parlamento rimase democratico, finché nel 1928 con la sola opposizione dei liberali fu approvata la legge della lista unica, con possibilità teorica di un secondo voto se questa fosse stata respinta. Ma nonostante questo, il re conservava il potere di dimettere Mussolini e sciogliere la camera, vero che in rispetto alla legge avrebbe dovuto presentarsi una lista unica, (i cui membri erano nominati dal partito, dalle corporazioni, da patronati ecc.) ma il re avrebbe potuto usare i suoi poteri per garantire il corretto svolgimento, e la sua autorevolezza per chiedere si votasse no. (Naturalmente, se poi, come probabile, Mussolini avesse vinto, il re si sarebbe trovato in una situazione di “forte imbarazzo istituzionale”) Pertanto, Mussolini più che ai dittatori, andrebbe equiparato a personaggi come Metternich o come Bismarck.

 

E se si considera che Mussolini non si fece mai effigiare in una banconota…     --  a differenza di umberto bossi -------

 

Basti pensare ad un esempio semplicissimo: quando lo ha fatto arrestare. Mussolini non essendo un dittatore vero e proprio, ovvero con poteri illimitati, ma dovendo rispondere ad un Re è stato arrestato. ------frase cavallo qui???---------

Di fatto Mussolini, prima di essere sfiduciato dai suoi camerati del Gran Consiglio del Fascismo, avrebbe potuto farli arrestare e sventare il colpo di stato. Fu lui, di fatto, a concedere ai suoi e al Re l’occasione per farlo fuori.

Si pensi che l’ipotesi della sostituzione di Mussolini fu presa in esame dal Re nel 1939-40, ma fu scartata perché Pio XII in un incontro segreto con il principe Umberto aveva espresso il parere che la destituzione di Mussolini avrebbe potuto provocare una pericolosa reazione tedesca in quel momento in cui ancora non ----------------.

O basti pensare che quando Hitler fece visita al Duce in Italia arrivò a Roma e ad accompagnarlo al Quirinale, la residenza del Re, era proprio il Re. I due viaggiavano in una carrozza di sera, con Roma illuminata a giorno, ed erano solo loro due. Mussolini che non era un capo di stato (mentre Hitler lo era e il Re evidentemente anche) giunse al Quirinale su una macchina a parte, che seguiva la carrozza. Durante tutta la visita del Führer Hitler e il Re camminavano uno di fianco all’altro, perché erano capi di stato, mentre Mussolini che non era capo di stato li seguiva dietro.

 

La casa reale italiana è fondamentalmente contro Mussolini” (Adolf Hitler, 1939) ---Mosley pag. 514.

 

In ogni tempo e luogo chi comanda è chi detiene il potere, chi possiede la ricchezza. Se poi questi hanno un Re come manovratore, tutto fila ancor più liscio. Il fascismo si trovò al potere ma senza potere, o solo quel poco che i veri padroni dell’Italia (e del mondo) gli elargivano in delega. Un potere che, come sappiamo, era soprattutto estetica: “treni in orario”, “saluto romano”, “consenso”, le varie liste di “cose buone che il fascismo fece” che sono tanto di moda oggi, ma che in effetti era solo, appunto, facciata. Il potere era allora ed era sempre restato nelle mani del Re, della finanza, della massoneria, con la loro pletora di lacchè e camarille di Corte.

 

Non ho mai fatto nulla senza il suo pieno consenso” (Benito Mussolini, riferendosi a Re Vittorio Emanuele III[79])

 

Quando iniziarono i primi timidi tentativi di reale presa del potere, il fascismo fu soffocato, il come lo analizzeremo nel corso del testo, che, pur avendo originariamente impostazione economicistica, non può evitare di analizzare anche i contesti storici, soprattutto per poter agevolmente smentire la solita manfrina con la quale tutt’oggi l’antifascismo continua imperterrito a definire la tentata socializzazione mussoliniana “solo un tardivo espediente per ingannare le masse lavoratrici”. 

 

« Nessuno vorrà gabellare per “rivoluzionario” il complesso dei fenomeni sociali che si svolgono sotto i nostri occhi. Non è una rivoluzione quella che si attua, ma è la corsa all’abisso, al caos, alla completa dissoluzione sociale. Io sono reazionario e rivoluzionario, a seconda delle circostanze. Farei meglio a dire -se mi permettete questo termine chimico- che sono un reagente. Se il carro precipita, credo di far bene se cerco di fermarlo; se il popolo corre verso un abisso, non sono reazionario se lo fermo, anche con la violenza. Ma sono certamente rivoluzionario quando vado contro ogni superata rigidezza conservatrice o contro ogni sopraffazione libertaria. I peggiori reazionari in questo momento sono, per il Fascismo e per la storia, coloro che si dicono rivoluzionari, mentre i Fascisti, tacciati cretinamente di “reazionari”, sono in realtà, coloro che eviteranno all’Italia la terribile fase di un’autentica reazione. Chiunque in Italia abbia il coraggio di fronteggiare le degenerazioni della sovversione e non, corre il pericolo di essere bollato come reazionario; ma poiché tali degenerazioni esistono e poiché il coraggio di fronteggiarle lo abbiamo
dimostrato seminando anche di nostri morti le piazze d’Italia, noi abbiamo la spregiudicata disinvoltura di sorridere se ci chiamano reazionari. Io non ho paura delle parole. Se domani fosse necessario, mi proclamerei il principe dei reazionari. Per me tutte queste terminologie di destra, di sinistra, di conservatori, di aristocrazia o democrazia, sono vacue terminologie scolastiche. Servono per distinguerci qualche volta o per confonderci, spesso
» (Benito Mussolini, dal discorso tenuto al Senato il 27 novembre 1922)

 

Il fabianesimo, al quale Mussolini naturalmente attinse, può essere definito l’“alter ego” anglicano del cattolico distributismo; ed è su iniziativa del rappresentante dell’ala fabianista del partito laburista britannico, Oswald Mosley, che sorse il “British Union of Fascists” (ed analoghe organizzazioni nei paesi del Commonwealth britannico) quale diretta emanazione dell’esperienza del fabianesimo inglese. Questo non fa altro che confermare l’origine fabiana e quindi implicitamente distributista dell’impostazione strategica voluta da Benito Mussolini per il suo movimento politico a cui diede nome “Fascismo”[80].

 

« I fasci italiani di combattimento non sono un partito, ma piuttosto l’antipartito. Non sono un’organizzazione di propaganda, ma di combattimento. Più che al proselitismo, per vendere marchette, tendono all’azione. Non hanno programmi immutabili. Non si propongono di vivere all’infinito. Non promettono il paradiso in terra e la felicità universale. Nella vasta democrazia della civiltà essi rappresentano l’aristocrazia del coraggio. Libertari, sono per necessità antidemagogici. Spregiudicati, sanno andare contro corrente. E’ una associazione di uomini che possono provenire da tutti gli orizzonti perché si “ritrovano” in alcune identità o affinità ideali » (Benito Mussolini, dal discorso tenuto alla prima adunata fascista il 6 ottobre 1919)

 

Anche se il fascismo originato dal sindacalismo rivoluzionario sembrò inizialmente aver abbandonato i propositi socializzatori esposti nel “programma di S. Sepolcro”, tale strategia attendista si sovrappone appieno con quella appositamente prevista dal fabianesimo. Il chiarimento definitivo ci viene dall’interpretazione di Augusto Del Noce[81], secondo cui “il fascismo sarebbe la posizione rivoluzionaria, di origine marxista, quale doveva diventare dopo aver accettato i risultati di quella critica del marxismo teorico che fu svolta in Italia negli ultimi anni del secolo scorso e di cui l’attualismo[82] può essere considerato la conclusione filosofica[83]. Sintomatico, a tal riguardo, è il rimprovero fatto da Lenin alla delegazione di comunisti italiani guidata da Nicola Bombacci in visita al Kremlino l’11 novembre 1922: “In Italia c’era un solo socialista capace di fare la rivoluzione: Benito Mussolini! Ebbene, voi lo avete perduto e non siete stati capaci di recuperarlo!”. Quale miglior indicatore, le statistiche sulla composizione delle categorie sociali aderenti al fascismo in Germania (nazional-socialismo): gli operai costituivano tra il 1925 e il 1933 la categoria sociale più numerosa tra i membri del NSDAP (Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori) e il 62% circa delle SA erano lavoratori industriali e agricoli.

 

Essa, la massa proletaria, in somma, o sa, o s’avvia ad intendere, che la dittatura del proletariato, la quale dovrà preparare la socializzazione dei mezzi di produzione, non può procedere da una sommossa di una turba guidata da alcuni, ma deve essere e sarà il resultato dei proletarii stessi, che siano, già in sé, e per lungo esercizio, una organizzazione politica” (Antonio Labriola, “In memoria del manifesto dei comunisti”) ---- o dove: saranno gli stessi neo-proprietari (ossia tutto il popolo)?----  Sorel????

 

-----come unire???-------

Assodato come il fascismo non sia un’ideologia politica nata dal nulla in un preciso anno, ma una concezione della vita da sempre presente nelle menti e solo emersa nella politica in quell’anno, viene capovolta tutta la serie di preconcetti analizzati di volta in volta come in un’autopsia da presunti politologi, sociologi e filosofi saccenti. Perfino quelli di marca fascista…

 

L’avvenire, della Patria è vostro, voi non lo fonderete se non liberandovi da due piaghe che oggi purtroppo, spero per breve tempo, contaminano le classi più agiate e minacciano di sviare il progresso Italiano: il Machiavellismo e il Materialismo. Il primo, travestimento meschino della scienza d’un Grande infelice, v’allontana dall’amore e dall’adorazione schietta e lealmente audace della Verità: il secondo vi trascina inevitabilmente, con il culto degli interessi, all’egoismo ed all’anarchia” (Giuseppe Mazzini) --- “I doveri dell’uomo”------ Aprile 23 – 1860  ----    o su A recepirlo non furono i socialisti??? O su Pensare che ai primordi della??? O su modelli positivi dalle masse di giovani.???

 

L’errore principale che i fascisti stessi fanno nell’individuare le origini del fascismo è aborrire che possa avervi avuto influenza una qualunque loggia massonica. Nel mondo moderno è assai difficile che un governo possa andare al potere contro il volere di quella potente organizzazione. Questo sta nel non comprendere che la massoneria non è tutta uguale. In particolare per quanto riguarda il fascismo si può identificare un referente massonico in quella sudista. Non introdotto direttamente nel fascismo, ma tramite i suoi precursori distributismo e fabianesimo. Da questo punto di vista non ci sarebbe né da stupirsi né scandalizzarsi se anche Mussolini fosse stato massone.  

 

Non è un caso che lo studioso che da parte fascista più di tutti esplorò i meandri della massoneria, Robert Brasillach, analizzando l’assonanza del fascismo con il fabianesimo inglese sostenesse: “Il regime ideale sarebbe quello che riuscisse a conciliare le idee di grandezza, di socialismo nazionale, di esaltazione della gioventù, e di autorità dello Stato, che mi sembrano proprie del Fascismo, con il rispetto della libertà individuale che è appannaggio incontestabile della costituzione inglese” (Robert Brasillach) 

 

Più avanti analizzeremo le due diverse filosofie massoniche, quella nordista e quella sudista. Che nonostante (o conseguentemente) la sconfitta militare e la sua scomparsa territoriale, l’“idea” confederata ha continuato a sopravvivere nelle logge del sud.

 

Una filosofia pragmatica come il distributismo fabianista non dovrebbe avere pregiudizi di sorta ed escludere a priori qualcosa. La sua socializzazione come pragmatismo in contrapposizione a comunismo ed utopie varie lo dimostra. Il percorso del -- divenire storico--- con la scomparsa delle classi---- che smentisce il marxismo ----- sostituito come ripiego dal socialismo riformista che si rivela nulla più che populismo in assenza di un’alternativa ---- dopotutto anche secondo Sorel i socialisti aspirano a diventare borghesi e non a instaurare un sistema migliore per tutti. ---qui???---- il sistema economico del distributismo fabianista ha trovato la collocazione politica ideale in quella mentalità che quasi per caso prese il nome di “fascismo”.

 

Sorel respinge ogni forma di parlamentarismo e riformismo, ma respinge anche l’idea di “Stato socialista”. Egli dice: “l’idea che il proletariato abbia come missione storica di imitare la borghesia”. Umberto Cerroni, “Il pensiero politico del novecento”, Newton ed., pag. 17. cosa che costituirebbe soltanto “un mutamento di padroni per soddisfare ideologi, politicanti e speculatori, tutti adoratori e sfruttatori dello Stato”. Umberto Cerroni, “Il pensiero politico del novecento”, Newton ed., pag. 17. ---da “Riflessioni sulla violenza”, Sorel. Per cui a molti il socialismo gettò la maschera.

 

Il motivo per cui in Anglosassonia non ha attecchito il marxismo, secondo Guido De Ruggiero perché li operava il “liberalismo sociale attivo nel mondo anglosassone, dove non a caso le politiche liberali hanno sostenuto con miglior successo che nei paesi latini il confronto con il socialismo” ---Valerio Zanone, “Il liberalismo moderno”, pag. 200.

 

Difatti in Anglosassonia “da John Stuart Mill in poi, non vi è stato alcun pensatore liberale importante, fatto salvo Herbert Spencer, che difendesse una teoria che anche soltanto si avvicinasse al laissez faire” ---- George Holland Sabine, “Storia delle dottrine politiche”, pag. 567.

 

Ma questo -------- era pure all’origine dei guasto del capitalismo vigente come liberismo impedito da ---questioni sociali---------, e non quello che venne ripreso solamente dagli “anarco-capitalisti”. A soluzione di ciò --------- non una via di mezzo che si era dimostrata null’altro che -------, ma un’alternativa completa. Ed una di queste era certamente il fabianesimo, borderline tra socialismo e liberismo ma non via di mezzo, bensì ------ totale ----- alternativa. E come esso anche le sue derivazioni tutte affini al distributismo, tra cui, alla fine, il fascismo.

 

Tuttavia

 

In cosa consistesse effettivamente la socializzazione delle imprese, se essa fosse socializzazione di utili, di residui, o semplice coinvolgimento nella gestione senza utili, non è chiaro. Molte versioni contraddittorie si accavallano durante la breve esperienza di Salò” Gianpasquale Santomassimo, “La terza via fascista”, Carocci ed.   -----destra sociale pag. 18.

 

 

Il discorso pubblico di Mussolini a Milano del ---- dicembre 1944 è inequivocabile e chiarificatore riguardo la socializzazione venuta alla luce pubblicamente.

 

Secondo Mussolini la socializzazione “è il principio che inaugura quello che otto anni or sono (…) vaticinai “secolo del lavoro” nel quale il lavoratore esce dalla condizione economico-morale di salariato per assumere quella di produttore, direttamente interessato agli sviluppi dell’economia e al benessere della nazione. La socializzazione fascista è la soluzione logica e razionale che evita da un lato la burocratizzazione dell’economia attraverso il totalitarismo di Stato e supera l’individualismo dell’economia liberale che fu un efficace strumento di progresso agli esordi dell’economia capitalista, ma oggi è da considerarsi non più in fase con le nuove esigenze di carattere sociale delle comunità nazionali” (Benito Mussolini, dal discorso del Lirico, 16??? dicembre 1944)

 

Discorso che smentisce ed illumina i molti che non riuscendo a concepire un qualcosa di diverso da liberismo e statalismo identificano erroneamente la socializzazione come una via di mezzo al pari della socialdemocrazia. Specificare differenza socializzazione – comunismo ---- In effetti la differenza tra socializzazione e liberismo (vero liberismo, quello che oggi non è applicato da nessuna parte) è solo di forma, e Indro Montanelli ce ne dà la più lucida definizione: quando il corriere della sera era di proprietà dei fratelli Crispi, il direttore Montanelli di fronte alla critica di essere un salariato dei medesimi fratelli, rispose che era l’opposto, erano loro ad essere salariati dei lavoratori del giornale.

Difatti dal punto di vista allocativo degli utili non vi è alcuna differenza tra un azienda nella quale i proprietari dirigenti salariano le maestranze, ed una nella quale i soci-lavoratori salariano i dirigenti. La differenza sta principalmente nella cognizione psicologica dello status inter-aziendale. Ma è una differenza estremamente importante, dal punto di vista della produttività specifica. Come abbiamo visto riguardo la concezione alienante dell’organizzazione lavorativa. -----specificare------ 

 

Solow presenta un modello di sviluppo neoclassico senza progresso tecnico basato su una funzione della produzione aggregata, con rendimenti di scala costanti. Egli dimostra che in equilibrio il saggio di profitto è uguale alla produttività marginale del capitale ed il saggio salariale (o salario unitario) è uguale alla produttività marginale del lavoro, per cui il reddito è uguale alla somma dei profitti complessivi (saggio di profitto per il capitale impiegato) ed il monte salari (salario per occupato per il numero di occupati). ----già scritto?----- dalla funzione della produzione di Solow si può ricavare una funzione della produttività media del lavoro, in cui quest’ultima dipende dal rapporto capitale/lavoro. Solow dimostra, partendo da tale funzione, che con saggi salariali più alti si avrà un maggiore rapporto capitale/lavoro e viceversa. ----Anche su teoria del valore? –----

 

Una persona che impieghi un capitale per un attività pretenderà di ricavarne l’equivalente di un salario equivalente al “salario di equilibrio” ----in voga in quel momento---- (qualora vi impieghi anche il proprio lavoro) detto “reddito da lavoro”, più il tasso di rendimento del capitale investito (“produttività marginale del capitale”). Qualora tale somma scendesse sotto il saggio di profitto ---in voga------ saggio di profitto: rapporto tra profitto e capitale (non salari!) egli sarebbe propenso a ricavarne solamente la cifra-salario, investendo il proprio capitale in altra maniera. Tenendo conto che il tasso di rendimento del capitale è uguale per tutte le imprese, ed è nel lungo periodo indirettamente collegato ai tassi di interesse bancari, se ne può ricavare che tanto più alto esso è e più si avrà un accentramento di proprietà (----e “intensità capitalistica”?------) nel dato sistema economico, e viceversa. Oggi non è affatto raro che un proprietario ceda la propria quota di attività pur rimanendovi come salariato, oppure opti comunque per un impiego salariato equivalente.

Di conseguenza con la socializzazione i tassi di rendimento saranno piuttosto bassi (causa-effetto) in confronto agli equivalenti teorici redditi da lavoro, ma livellati tra un numero maggiore di attori. Cosa che limitando la differenza tra redditi da lavoro e quota totale favorirà la tendenza al mantenimento del capitale investito limitando la possibilità di insoddisfazione di rendimento, limitando perciò la propensione al lavoro dipendente rispetto ad oggi. 

 

Reddito da lavoro tipico di artigiani.

Ritorno delle tecniche: aumentando ad esempio il saggio salariale si può passare ad una tecnica a maggiore intensità capitalistica (come per Solow), ma aumentando ancor più i salari ritornare alla tecnica originaria.

Tecnica: proporzione in cui combinare lavoro e capitale – intensità capitalistica delle tecniche.  – al crescere dell’intensità capitalistica aumenta il prodotto ma in maniera decrescente, e quindi anche la produttività media crescerà ma con incrementi via via decrescenti.

Saggio di profitto: rapporto tra profitto e capitale o meglio tra plusvalore / (capitale variabile + capitale costante).

 

In conclusione il punto è che -----------------------------

 

Difatti fino a che ----bivio----- era difficile inquadrare una differenza tra padrone e salariato, tra “shareholders” e “stakeholders”. Le cose sono però radicalmente mutate nel momento in cui si sono create le condizioni per l’affermarsi di un sistema di mercato. La forbice tra detentori legali della proprietà e lavoratori subordinati si è allargata sempre più. Il punto di svolta all’origine de ------- è il momento in cui anche il lavoro diventa mercificato, cioè oggetto di scambio di mercato. Nasce il salariato come figura centrale della società industriale, colui che presta il suo lavoro in cambio di un salario. La nascita di un mercato del lavoro – avvenuta nei primi anni del XIX secolo nell’Inghilterra vittoriana – è secondo l’economista Polanyi il momento decisivo, l’anello che completa la catena, composta da mercati per i beni, per la terra e per i capitali. Da quel momento in poi, dice Polanyi, il mercato si distacca dalla vita sociale e diventa sempre più autodeterminato. In questa maniera, Polanyi permette di capire che quell’ambiente così particolare di cui avevano già parlato Smith, Weber e Simmel è una costruzione istituzionale, il prodotto di una serie di decisioni politiche. ---mercato e società pag. 68.

 

E’ solo con la nascita del salariato che diventa possibile chiudere il cerchio che consente la nascita dell’economia moderna e questo perché è solo con il salario che tutto - anche il lavoro personale - può essere monetizzabile. A partire da quel momento, l’azione economica viene valutata sulla base di un calcolo quantitativo reso possibile dal denaro che trasforma qualunque valore in un numero. (secondo Marx e Polanyi) mercato e società pag. 20.

 

proprietari, Marx ed Engels preferiscono generalizzarli con il termine “borghesia”.

Secondo Marx, da un punto di vista giuridico nella società liberale nessun uomo è subordinato all’altro, ma da un punto di vista economico c’è una subordinazione dei dipendenti verso i proprietari. Nella realtà il rapporto di lavoro è un libero accordo, ma a favore di Marx va detto che spesso è un libero accordo non rifiutabile; nel quale a tenere il coltello dalla parte del manico sta comunque uno dei due (solitamente il padrone). Visto come il legaccio che tiene -----proletario legato al lavoro------ è la paura della perdita della fonte di sostentamento, convenzionalmente la saldezza della presa sul manico è determinata dalle percentuali di disoccupazione. E qui dovrebbe stare il nocciolo (soprattutto dal punto di vista di Marx, beninteso): fare in modo che nessuna delle due parti tenga questo coltello per il manico!

In questo concetto si è basata la politica --------economica----- di retroguardia del fascismo italiano fino al 1943, del nazional-socialismo tedesco, del Giappone, di Franco e di Salazar, e poi quella del sindacato Cisnal nel dopoguerra. Ma Marx anziché desiderare “togliere il manico del coltello dalle mani del padrone” preferì impuntarsi sull’eliminazione definitiva del padrone, anche fisica.

Propositi di Cisnal -------- e che ci azzardiamo oggi ad identificare anche nelle proposte dei ministri Tremonti, Sacconi e Brunetta.

 

Obiettivo dell’Ugl (ex Cisnal) il “superamento definitivo della concezione politica di classe sociale e delle sue conseguenze ideologiche” e la “corresponsabilizzazione dei lavoratori nelle scelte dell’impresa” ---dal sito internet dell’Ugl, finalità.

 

Il superamento dell’attuale sistema poteva realizzarsi “attuando un nuovo sistema di economia socializzata programmatica a base corporativa in senso sostanziale, nella quale tutti gli elementi attivi ed operanti nella produzione […], superando il dogma distruttivo dell’odio di classe e l’egoismo individuale strettamente speculativo, trovino una possibilità d’intesa […] per una partecipazione collegiale al processo produttivo e al conseguente processo distributivo della ricchezza” (Gianni Roberti, Cisnal) 

 

Schiavismo: lavorare male, ma sempre si mangia, e non si è cacciati via.

Liberismo: lavorare male, si è cacciati, e non si mangia.

 

In buona sostanza questa la differenza: nel liberal-capitalismo il padrone possiede la miniera e compra gli attrezzi. Gli operai ricevono una paga fissa, e il carbone estratto è trattenuto e venduto dal padrone.

Nel comunismo la sola differenza è che “Stato” si sostituisce a padrone.

Nella socializzazione distributista ogni operaio tiene per sé e vende a chi vuole il carbone che ha estratto (ovviamente non letteralmente, ma tramite l’intermediazione commerciale della propria azienda, altrimenti sai che caos!). La miniera, pur unita organizzativamente, è di proprietà uguale di ogni addetto. I mezzi tecnici sono acquistati da tutti gli operai suddividendosi la spesa. Gli operai possono premiare l’amministratore che dimostri la capacità di saper far funzionare meglio l’azienda e vendere di più a prezzi vantaggiosi.

Non si limita certo solo a questo la differenza: capitalismo, gli operai sono costretti ferreamente al lavoro dalla necessità di sostentamento e dalla minaccia di licenziamento.

Comunismo: gli operai sono costretti al lavoro, ma non avendo alcun incentivo e non potendo essere licenziati non hanno alcun interesse a farlo bene. Di conseguenza si hanno produttività bassissime.

Socializzazione: gli operai sono spinti al lavoro efficiente solo dalla propria volontà. Il guadagno deriva dalla loro produzione e quindi dipende unicamente da sé stessi.

Inoltre: capitalismo: il proprietario è direttamente interessato alla produzione e quindi attua ogni mezzo finalizzato al suo interesse; l’amministratore è spronato da esso con la minaccia del licenziamento e gli incentivi.

comunismo: l’amministratore non ha alcun interesse diretto nella produttività, né come introito personale, né come stimolo altrui. Di conseguenza se ne disinteressa fino al punto in cui ciò non gli nuoccia direttamente (come nel caso riceva tangenti in cambio di prezzi di vendita ribassati o di acquisto rialzati a sua discrezione).

socializzazione: l’amministratore subisce la pressione e riceve incentivi dagli altri soci, ed è inoltre direttamente interessato all’efficienza essendo esso stesso proprietario in società dell’azienda, per cui è spronato alla maggior efficienza. Il controllo sociale sull’amministrazione diverrebbe talmente stretto (“collaborativo”, più esattamente) che gli sarebbe impossibile frodare i suoi soci. 

 

Ed a spiegarlo meglio questo insuperabile commento di Nicola Piras:

Senza l’intervento, oramai comprovato, del capitale angloamericano, l’URSS avrebbe dichiarato bancarotta nel 1919, come ha ampiamente argomentato Solgenitsin. Questo dovrebbe bastare. Oppure si potrebbe dire che Stalin, per avere abbastanza prodotti agricoli da barattare con Germania, Italia, USA (principalmente) in cambio di tecnologie industriali, sterminò 10 milioni di ucraini, e rese l’intero popolo Russo schiavo di un sistema Orwelliano e assurdamente “Antisocialista” (dal loro stesso punto di vista). Anche questo dovrebbe bastare. Ma aggiungo una considerazione personale: il fascismo è, in estrema sintesi, “Fare quadrato”. La “mobilitazione totale dell’esistente” si può ottenere certo con tentativi coercitivi, come tentò Stalin. I risultati sono pessimi. Si può, invece, eliminare alla radice i motivi di divisione, inserendo, ad esempio, la lotta di classe all’interno di strutture dialettiche (corporativismo, ma anche il “Fronte del Lavoro” tedesco, che anticipò molti tratti della Rsi), o addirittura eliminando il motivo principale della divisione (e quindi dell’ottica conflittuale) di classe: il lavoro salariato. Questa è, ne più ne meno, la socializzazione. Lo statalismo bolscevico si adatta molto bene agli schiavi. Personalmente, credo che un popolo forte sia formato da Uomini Liberi, sopratutto moralmente, prima ancora che giuridicamente. La socializzazione non è peloso “Welfare”, oppure filantropia borghese. è rendere giustizia al Lavoro, che è la base dell’atto di Volontà pura con cui l’Uomo plasma il mondo” (Nicola Piras - il Fondo magazine, 25 maggio 2009)

 

Quindi efficienza nel comunismo compromessa da -----bla bla bla--------

-----bevande al detersivo qui???------

Comunismo ---- anche se sarebbe più esatto evitare di usare questa parola per definire il marxismo, dato che molte persone tendono a dare alla parola comunismo un significato che dal marxismo è ben lontano, tanto che più di una volta si è sentito definire perfino Gesù Cristo come comunista. Pare che gli ultimi residui del marxismo non sappiano più dove appigliarsi per giustificare quell’aberrazione che è stato il comunismo. Al punto che ancor oggi ci sono non-comunisti che però continuano a giustificare Marx (“in fondo aveva buone intenzioni”), senza riuscire a rendersi conto che il marxismo è basilarmente una dottrina liberticida nei suoi stessi propositi, tanto da voler proibire perfino il semplice possesso di beni ---- da parte di persone-------! Ed i marxisti fanno buon uso di questo equivoco semantico sulla parola “comunismo”. ---- o su Il marxismo, universalmente ritenuto???-----  o su Sartre persisteva nel dirsi comunista. E rifletteva???-----

 

La questione, in poche parole, è che ciò che rende efficiente l’economia non è il meccanismo del profitto, ma la motivazione degli agenti economici, la rapida circolazione delle élites, il grado di innovazione, le aspettative, e il clima politico generale. Finché tali fondamentali sono in essere, i risultati si ottengono, indipendentemente dall’organizzazione giuridica dell’impresa, etc.” (Nicola Piras - il Fondo magazine, 25 maggio 2009)

 

La socializzazione invece asseconda la natura umana perfino negli aspetti che il liberismo invece frustra -------- bla bla bla ------

Il liberismo, invece, confonde l’economia o prudenza domestica con l’affaristica o arte di arricchirsi, che fa della ricchezza il fine e non un mezzo.  

Cose dirigiste in economia: ciò che Marx chiama “sovrastrutture”.

Specificare che anche tasse alterano cose, oltre a dirigismo e sindacati!!!!!!!  Sovrastrutture marxiane.

Solo eliminando il concentramento della proprietà in poche mani sarebbe possibile completare lo sviluppo definitivo del capitalismo. Il sistema giuridico esistente mira invece a isolare il potere di proprietà, d’impresa.

 

La validità storica del fascismo risiedeva in ciò: nell’opporre a un comunismo, germogliato da una filosofia materialista, un comunismo scaturito da una filosofia spiritualista” (Giuseppe Bottai, Diario, 11 marzo 1946)

 

Il fascismo riprendendo le filosofie distributiste e fabianiste rielaborandole e completandole nella socializzazione ----------------- dimostrava la sua natura pragmatica esente da pregiudizi di sorta e --------.

 

Tutte le associazioni, tutti gli altri partiti, ragionano in base a dei dogmi, in base a dei preconcetti assoluti, a degli ideali infallibili, ragionano sotto la specie della eternità per partito preso. Noi, essendo un antipartito, non abbiamo - si passi il bisticcio - partito preso” (Benito Mussolini, dal discorso all’assemblea milanese dei fasci, 5 febbraio 1920)

 

La caratteristica che per prima salta all’occhio riguardo il fascismo è la cripticità: a tutt’oggi nessun politologo è riuscito a stabilirne una definizione univocamente accettata. Nemmeno Mussolini riuscì a darla. Difatti il fascismo esulava totalmente dagli schemi politici precedenti derivati da quelli scaturiti dalla rivoluzione francese. Inevitabilmente, essendo esso la negazione politica di quegli schemi, riadattata all’evoluzione storica assorbendo idee nuove quali quelle socialistiche. Non il solo fascismo si rifece al fabianesimo. Anche Filippo Turati, che del fascismo non fece mai parte, fu espulso dal PSI dopo aver maturato propositi di socializzazione fabianisti. Pietro Nenni invece, dopo aver seguito inizialmente Mussolini[84], se ne ritorno all’ovile del populismo. Il tedesco Ernst Nieckisch ideologo del “nazionalbolscevismo” si aggregò a questa branca economica senza tuttavia assimilarsi al fascismo. Da tutta questa galassia antiliberista ed antimarxista nacque e prese sempre più piede la concezione di “terza via”, un prospetto che realmente impauriva i poteri dominanti e che fino ad allora avevano cercato di soffocare proprio tramite la populistica propaganda marxista che essi tenevano ben in pugno consapevoli dell’utilità di essa come strumento per evitare il sorgere di alternative veramente praticabili con efficienza.

 

La sinistra fa sempre il gioco del grande capitale, a volte perfino senza saperlo” (Oswald Spengler)

 

L’inefficienza era (ed è) quindi volutamente sostenuta da qualcuno (e più avanti vedremo chi), secondo la filosofia “mors tua, vita mea”. La sinistra burattina monopolizzando l’anticapitalismo con le sue alternative volutamente assurde ha impedito la crescita di alternative efficienti, sottraendo ad esse il consenso popolare tramite la sua tipica demagogia populista. Per decenni questo loro gioco aveva funzionato, ma dato che “nessun fenomeno al mondo può impedire al sole di sorgere” prima o dopo le idee distributiste dovevano uscire dall’ombra nella quale erano state relegate dai capitalisti tramite il sostegno all’ideologia marxista.

 

Di fronte al mancato attecchimento del marxismo in Gran Bretagna è facilmente spiegabile il “ripiego” sul fabianesimo, che non costituisce una contrapposizione al liberismo come lo è il marxismo, ma una modifica che prende spunto dal distributismo cattolico. Una modifica, sia chiaro, non del liberismo comunemente applicato (che nella realtà è intriso di dirigismo), ma del vero significato del termine ossia quello rispecchiato oggi unicamente dalla filosofia economica anarco-capitalista. 

Il fabianesimo fu il capostipite di questi movimenti politici distributisti. Il fabianesimo, nato in Inghilterra nel 1883 ad opera di Sidney Webb[85] come alternativa critica al marxismo, si proponeva come scopo primario l’elevazione politica e sociale dei lavoratori per renderli idonei ad assumere il controllo dei mezzi di produzione, da realizzarsi con una tattica gradualistica e temporeggiatrice.

 

«Il fabianesimo si nutre di capitalismo, e il suo escremento è il comunismo» (Saggi Fabiani, 1889)

 

A differenza del marxismo, il fabianesimo aveva nel pragmatismo la sua caratteristica principale, rifiutando quindi a priori tutte le prospettive utopiche od incongruenti. Il suo socialismo non era rivoluzionario, ma finalizzato allo sviluppo ed all’evoluzione delle istituzioni esistenti. Il distributismo fabianista propugnava un concetto di “diritto di proprietà” dei mezzi di produzione diverso da quello individualista proprio del liberismo, con il proposito di porre fine al disordine economico ed alle iniquità gerarchiche provocati da un capitalismo “deviato”; ed a differenza del marxismo, rifiutava di considerarne l’abolizione. Non c’è da stupirsi che il suo più accanito avversatore ideologico fosse il bolscevico Leon Trotsky, lo stesso affossatore della Machnovščina. Anche se il livore di Trotsky potrebbe sembrare dettato dalla logica “due galli non possono stare nello stesso pollaio”, in realtà i veri motivi sono più subdoli, come si dedurrà continuando la lettura.

 

«La deviazione moderna […] deve necessariamente corrispondere a un “piano” ben congegnato, e cosciente per lo meno in coloro che dirigono tale “guerra occulta”» (René Guénon)

 

Quel che caratterizzava distintamente, e quindi accomunava, ogni teoria politica esulante sia dal liberismo che dal marxismo, era principalmente l’interclassismo ossia il rifiuto di accettare la società nazionale come divisa in classi avversarie. Il marxismo, con il suo “materialismo storico” invece era fondato proprio su questa divisione, dando a tutto il divenire storico la descrizione di una lotta tra classi, anziché tra nazioni. In Urss l’uguaglianza di stirpe viene sostituita dall’uguaglianza di classe. Mentre il liberismo, da parte sua, tale frattura sociale la crea implicitamente come inevitabile conseguenza del proprio sistema economico prettamente iniquo, e ne ignora ogni critica sopprimendola all’occorrenza, il distributismo recepisce l’evidenza che le nazioni più forti (e che quindi danno più sicurezza e benessere ai propri cittadini) sono sempre state quelle dove il concetto di “stirpe” è stato più sentito tra la gente, e non quelle dove l’unità nazionale sia stata incrinata dalla frattura in classi. Secondo Schmitt l’uguaglianza di stirpe viene assunta come garanzia che il potere di un capo non diventi tirannia e arbitrio e che la fedeltà dei seguaci non degeneri.

 

“[il popolo italiano] avendo ritrovato la sua unanimità… non è più il caso di contare e misurare i singoli uomini” (Giovanni Gentile, 1925[86]) 

 

Si consideri il caso odierno di Israele, sicuramente lo Stato dove il concetto di “stirpe” raggiunge l’apoteosi come mai nessun altro prima, e dove la solidarietà interna è quasi parossistica. A conferma basti considerare la nota efficienza del Mossad[87], il quale può permettersi di inviare gruppi di decine di persone a fare danni in giro per il mondo senza che da nessuna di esse trapeli parola. Si consideri il fatto che nel 1979 sono riusciti a far esplodere una bomba atomica nell’oceano indiano senza che ad oggi nessuno ne abbia dato conferma ufficiale[88]. L’odio popolare verso Mordechai Vanunu[89], l’unico israeliano che abbia mai tradito il suo popolo, è esemplare.

L’efficienza di uno Stato nazionale si esprime anche nell’efficienza del lavoro, caratteristica riconosciuta per antonomasia ai giapponesi ed ai tedeschi, popoli di due nazioni dove notoriamente il concetto interclassista di “stirpe” è sempre stato molto sentito.

 

I sindacati tedeschi sono stati straordinariamente ragionevoli e sono stati ragionevoli perché si sono ricordati cosa significa inflazione” (Friedrich von Hayek, sul motivo della rinata potenza economica tedesca nel dopoguerra)

 

Lo stesso vale a livelli differenti per tutte le altre nazioni, a meno che non vi sia presente un altro tipo di legame ad unire l’entità statale: è il caso della Svizzera e del Belgio, in cui viceversa sono gli interessi economici a determinare l’unità. Gli Stati Uniti d’America sono una evidente via di mezzo. Non è un caso che i paesi dove la massoneria riesce ad avere maggiore influenza sono proprio quelli basati principalmente sull’unione economica (Svizzera, Belgio, Canada, ecc.) o sugli interessi esteri (“paradisi fiscali”).

Soprattutto perché, inoltre, e non ultimo, si considerino i differenti livelli di corruzione tra uno Stato geneticamente omogeneo ed uno diviso in tribù: è certamente più semplice (ovvero meno costoso) corrompere un funzionario in Africa o in America latina piuttosto che in Gran Bretagna o in Francia; la conseguenza inevitabile si ritrova nella maggior propensione alla corruzione (che quindi, per la legge domanda-offerta, diviene meno costosa per atto), e come conseguenza secondaria ne deriva l’apposita complicazione del sistema burocratico ad ogni livello preordinata dalla “nomenklatura” e finalizzata proprio a spremere questa potenziale fonte di lucro.

 

La corruzione di una repubblica nasce dal proliferare delle leggi” (Tacito)

 

Ed è anche il motivo dell’eliminazione delle colonie auspicato dagli Stati Uniti delle multinazionali.

Tanto più è diffusa la corruzione, e tante più persone ne saranno coinvolte, come corrotti o concussi. Fino ad arrivare al punto che la corruzione stessa viene assorbita dal sistema tanto da divenirne il motore, ma un motore estremamente inefficiente. Pierre Drieu la Rochelle scrive nel suo “diario 1943-1945”, riguardo ai suoi concittadini: “…tutti quegli imbecilli erano fieri di essere governati da altri imbecilli sprovvisti quanto loro di immaginazione e di coraggio, di audacia e di perseveranza (…) in cuor loro erano contenti di aver a che fare solo con dei ladruncoli e non con degli esattori inflessibili ed esigenti”. Inevitabile fare il paragone tra Napoli ed il resto del mondo riguardo le multe dei vigili urbani, e sintomatica la frase pronunciata da un tele-imbonitore sottintesa al proposito di lanciare una torta in faccia ad Antonio Lubrano, giornalista indagatore di truffe: “italiani, lo faccio?”.   

 

L’estensione dello Stato causa la proliferazione delle leggi; la proliferazione delle leggi causa la moltiplicazione degli illeciti, reali o potenziali; la moltiplicazione degli illeciti causa infine, prima la diffusione e poi la banalizzazione dei crimini. […] lo Stato non è più la soluzione dei problemi, ma diventa il problema” (Giulio Tremonti) “Lo Stato criminogeno”, Giulio Tremonti, Laterza, 1998. ---collegare a licenze??-----

 

Certamente il maggior esempio della differenza tra liberismo e distributismo sta nella realtà dei paesi liberisti, soprattutto negli esempi peggiori (perché se gli altri sono migliori non è certo grazie al sistema liberista e la conferma è proprio che esso permette il raggiungimento di quei livelli raggiunti dai peggiori). Inevitabile quindi porre l’accento sugli aspetti più retrivi causati dal liberismo, perfino nel campo sociale. Il riferimento più calzante è al solito patetico ritornello “tengo famiglia”, un po’ come dire che tutti gli altri no… Tutti teniamo famiglia, superfluo rispondere. Il più ---- risultato de ---- liberista è rappresentato dalla cosiddetta “arte di arrangiarsi”, supremo indice dei difetti del liberismo che fin qui abbiamo sottolineato criticamente. Il liberismo confonde l’economia o “prudenza domestica” (come la definì Antonio de Oliveira Salazar) con l’affaristica o “arte di arricchirsi”, che fa della ricchezza il fine e non un mezzo. Sistema sociale che non può non finire a ricadere nella gestione politica, dato che in tale sistema anche il politico più onesto è costretto a tollerare la corruzione come finanziamento per il partito. Soprattutto quando sia talmente radicato che esistano perfino dei “listini prezzi”. Chi non lo fa sarebbe automaticamente escluso. E la stessa propria responsabilizzazione dovrebbe spingere ad adeguarsi anziché lasciare il campo libero ai peggiori immeritevoli. Sotto questo punto di vista la vicenda di Bettino Craxi prende una luce diversa da quella ----solita-------. La conferma è che il finanziamento pubblico dei partiti, che avrebbe dovuto rappresentare un sostitutivo della corruzione, ha finito per rivelarsi solo un suo integrativo. E’ inutile punire, bisogna eliminare i “bug” i quali lasciano nicchie aperte alla corruzione. La quale non è un difetto fine a se stesso ma si ripercuote in tutti i gangli. ----- tangenti come concorrenza sleale----- Dopotutto il concetto stesso di empatia presume che in un sistema corrotto anche il più onesto debba adeguarsi (imprenditore che paga tangente). Un esempio significativo per capire è quello del lavoro di cameriera negli Stati Uniti: la cultura di quel paese impone la mancia alla cameriera quasi come un obbligo morale, cosicché i rapporti datore di lavoro – cameriera si adeguano di conseguenza in un tacito accordo che permette l’attribuzione di stipendi particolarmente bassi. Questo meccanismo è (o era) riscontrabile anche nelle forze di polizia (come denunciato da Frank Serpico negli anni ’70), con nei ruoli di datore di lavoro il sindaco, e nei ruoli di clienti la criminalità ed i negozianti interessati alla protezione del negozio. Il sindaco ed i cittadini lo tollerano, potendo così esigere e pagare meno tasse. Il discorso assume un certo significato alla luce del fatto che un aumento di salari non riduce la corruzione e le mance alle cameriere, di per sé spontanei e svincolati dai salari, e di conseguenza l’unica azione possibile per chi volesse modificare le brutte abitudini non potrebbe essere altro che modificare un’intera -----retroterra----- culturale.

 

Il sistema è talmente corrotto che tanto vale trarne vantaggio” (Vittorio Sgarbi)

 

Per -------- l’influsso sulla società e su -------psiche?---- basti dire che il sistema delle mance alle cameriere in molti casi ne fa quasi delle prostitute, rendendo molto labile il confine tra bar e locale lap dance. Così come tra polizia e criminalità…

Un meccanismo di tacito accordo simile è quello che vige ------- e viene definito “scambio sovietico”: paghiamo poco ma chiediamo poche prestazioni, chiudendo gli occhi davanti corruzione, assenteismo, lassismo, inefficienze, doppio lavoro e lavoro nero.  ----- Lodovico Festa, Giulio Sapelli, “Capitalismi”, Boroli ed, pag. 64. ----  -- su paragone Italia con Urss – Prodi??? ----- o su meritocrazia?’----

Se questi risvolti tipici del liberismo paiono ---buoni---------. Sono risvolti tipici delle filosofie keynesiane del valore sganciato dalla produzione. E’ la produzione a fare i soldi, e quindi maggiore è la produzione e maggiore possibilità di pagare c’è. Se non si chiudessero gli occhi sulle inefficienze intenzionali non ci sarebbe bisogno di pagare poco, si potrebbe pagare di più, con ---conforto---- di tutti quanti. Oggi vige una logica esattamente capovolta! Quella del considerare nella merda una gratuita risorsa invece di un residuo restituito dal consumo.  

Tali inefficienze corruttive, che hanno raggiunto la loro apoteosi nel sistema sovietico, sono determinate dalla caduta della solidarietà organica interna alle nazioni. La “solidarietà organica” di cui parlava E. Durkheim – cioè quel senso di appartenenza, di fiducia e di mutuo scambio che permette di stare insieme pur svolgendo funzioni diverse – è prodotta anche dal mercato.  --- qui o su su organicismo???------ ma nel mercato che abbiamo descritto, quello liberista, ne derivano anche i difetti che abbiamo visto. Non vi è più una comunanza sentita come necessaria alla società ---- ma vi è l’individualismo più ---------, coi suoi risvolti.   ----personalismo-----

 

Non appena dentro una comunità familiare si calcola, non vi è più una gestione rigorosamente comunistica, non vi è più la pietà originaria e allora l’impulso all’acquisizione non è più in secondo piano” (Max Weber)  -----qui o su consumismo???-----

 

Il fatto che nell’Urss l’individualismo abbia trovato la sua espressione più estrema dimostra come l’uguaglianza di classe che dovrebbe comportare la relativa solidarietà di classe tanto quanto quella di stirpe che viene a sostituire, non esista, confermando quanto labile sia il concetto stesso di “classe”. Un sistema che sostituisca ----stirpe--- con ---- classe---- è destinato al fallimento per mancanza di basi sociali. Comunismo: alta priorità data dalla pianificazione agli aumenti produttivi e la scarsa attenzione data alle condizioni di lavoro = alienazione non meno che fordismo-taylorismo. 

 

Vedere gli immensi vantaggi della loro organizzazione fraterna semicomunista e constatare i buoni risultati della loro colonizzazione in mezzo ai tanti falliti della colonizzazione di stato, fu una lezione che avrei cercato inutilmente nei libri. E poi, vivere con gli indigeni, osservare le forme complesse di organizzazione sociale che essi hanno elaborato lontano dall’influenza di qualsiasi società, era fare provvista di una luce che avrebbe poi rischiarato i miei studi futuri” (PËtr Aleksejevic Kropotkin)

 

Quello che viene prodotto nella nazione viene diviso (“allocato”) tra la nazione, in un modo o nell’altro (teoria del “trickle-down”). L’individualismo provoca invece che venga venduto al miglior offerente, eventualmente anche estero, il che è la causa delle differenze patrimoniali tra stati. O meglio, della relativa ricchezza di stati poveri di qualsivoglia capacità produttiva, e della relativa povertà di molti stati ricchi di materie prime. Tuttavia ciò vale solo dal momento in cui vengano cedute all’estero merci essenziali per l’interno, il che non implica il blocco dei commerci esteri di prodotti che abbondano all’interno. Tutto sta nei valori riguardo la bilancia commerciale, che tendono a livellarsi fino al raggiungimento della parità. Raggiungimento che è spesso impedito da ------------ barriere imposte da -------interessati--------.

Soprattutto quando l’esportazione di beni necessari è causata dalla corruzione dei responsabili del commercio (deputati a decidere i prezzi e i dazi), come avveniva soprattutto nei paesi comunisti, ma non solo. Si pensi al caso dei materassi destinati agli ospedali di Cuba, svenduti ad una società statunitense dal ministro della sanità del governo Batista!

se il mantenimento dei rapporti con l’ex colonizzatore porta a ------------, il taglio netto si dimostrò ancor peggiore. L’esempio più palese lo abbiamo nel Kenya il giorno dopo l’indipendenza, con la distruzione di tutti i beni di provenienza estera. Casse di uova, arance, birra, e quant’altro gettate dalle finestre dei magazzini e calpestate dalla folla che picchiava chiunque, affamato, cercasse di raccoglierne. Tanto che poco dopo le nuove autorità keniote dovettero richiamare i britannici in soccorso…

---------stato più forte quello che esporta meno e importa di più, quindi compra a poco e vende a tanto---------- esempi pratici se ne possono fare a bizzeffe, il più semplice è quello rappresentato nel film “Banana Joe”, dal quale si può dedurre perché i mercati europei abbondino di banane ed i paesi poveri siano poveri. Nei mercati ortofrutticoli nordeuropei difficilmente si troverà qualcosa di produzione locale. Solitamente il prezzo alla produzione di prodotti tropicali è ben diverso dal prezzo al consumo nei paesi industrializzati, per il forte ----ricarico---- praticato da grossisti, trasportatori, rivenditori. I maggiori studiosi di quest’ambito furono Raul Prebisch e Gunder Frank. Il primo, con la “teoria della tendenza al peggioramento delle ragioni di scambio” -------------, il secondo -------- il sottosviluppo della periferia del mondo fosse dovuto ai rapporti ineguali con il centro del mondo, in po’ come tra periferia e campagna di una città. Il surplus economico dei primi era in sostanza espropriato a beneficio dei secondi e di una ristretta classe dominante ricca interna che lo rendeva possibile mantenendo sotto ----dittatura----- ---le proteste------ ed era per questo premiata dai paesi ricchi. ---indice di Gini------

Arghiri Emmanuel ha sviluppato la “teoria dello scambio ineguale” e parimenti ad altri la “teoria della dipendenza” la quale contribuiva a mantenere bassi i prezzi dei prodotti “neo-coloniali”. La teoria dello scambio ineguale si basa sul presupposto che i lavoratori dei paesi ricchi riescono, tramite la loro organizzazione e -------socialità solidale-----, ad assicurarsi una parte dell’aumento del prodotto; cosa che vale in misura molto minore tra i lavoratori dei paesi sottosviluppati, perché ---------.  Per cui:

Paesi ricchi: aumento prodotto = aumenta salari – prezzi restano uguali

Paesi poveri: aumento prodotto = invariazione salari – diminuzione prezzi

Differenze tra vari paesi in economia dovuta prettamente alle sovrastrutture. Quando non dovuta a tipo di risorse.

Vi è quindi uno svantaggio strutturale che inevitabilmente andrebbe sempre più peggiorando, allargando il divario tra paesi poveri e paesi ricchi. Di conseguenza gli aiuti internazionali si rivelano nient’altro che carità pelosa, servendo unicamente a non far divaricare oltre un certo limite il divario, dato che ciò risulterebbe negativo anche per i paesi ricchi (i morti non producono nulla).

 

Sviluppo = crescita + cambiamento.

Povertà pvs: circolo vizioso della povertà – spirale perversa – su Arghiri e Gunder

Aiuti a pvs: morto non produce – per permettergli sopravvivenza, sussistenza – piano Marshall

 

In alcuni casi si cercò di ovviare con la “sostituzione delle importazioni” ma date le economie di scala è stato necessario ricorrere alla “protezione delle industrie bambine”, che ha lasciato uno strascico più deleterio che utile, in quanto anche una volta assestate ben difficilmente esse permetteranno che gli si tolgano quei privilegi introdotti come ---- temporaneo. Esse tenderanno ad assumere atteggiamenti monopolistici o di oligopolio collusivo, funzionando con scarsa innovazione, costi e prezzi elevati e robusti guadagni di monopolio coi quali corrompere i funzionari politici che dovrebbero porre un limite ai privilegi lobbistici. -----anche su benzina??----

 

 

L’Italia dovrebbe essere l’Arabia Saudita dell’energia rinnovabile. Nessun Paese europeo ha le vostre risorse: il sole, la forza del mare, il vento, le montagne per le centrali idroelettriche. Eppure molti altri Stati, dalla Germania ai paesi scandinavi, sono più avanti” (Jeremy Rifkin)

 

Inevitabile che oggi lo Stato più potente del mondo sia il meno corruttibile, a prescindere dal numero dei suoi abitanti (oggi 6.500.000) o dei suoi concittadini sparsi per il mondo (più o meno 6.000.000). Questo conferma che i motivi delle differenze economiche tra le nazioni sono darwinisticamente determinati proprio dalla “caratura” dei suoi abitanti. Un paese povero è tale soprattutto perché i più ricchi sottraggono risorse ai più poveri portandole poi nei paesi più ricchi, che tali sono proprio grazie a questo meccanismo. Ognuno è responsabile della povertà o della ricchezza del proprio paese. Si pensi alla Romania di Ceauscescu: un cittadino su cinque era nel libro paga dei servizi segreti; questo rappresentava un consenso perlomeno del 20%, ma andava a scapito di tutti gli altri, e generalmente di tutti, “informatori” compresi, nella defluenza di beni dal paese permessa dal ferreo controllo su ogni possibile critica alla politica commerciale del paese. Oppure si consideri la storica diffidenza verso gli stranieri, la quale è prettamente dovuta proprio alla consapevolezza del disinteresse delle etnie allogene verso il bene comune. Il fatto che nella Romania comunista gli unici ricchi a parte l’apparato burocratico fossero stati gli zingari (perché rubavano), mentre tutti gli altri facevano la fame, tenendo conto che in quel paese era perfino reato pronunciare la parola “zingaro” è eloquente a spiegazione dell’odio che oggi vige verso gli zingari in quel paese. Niente in confronto con Chaim Weizmann, che in cambio del brevetto per la sintesi dell’acetone non chiese denaro per sé, ma una terra per il suo popolo…

 

Un tale sistema di reciproche dipendenze è normale in se stesso: tuttavia, può facilmente diventare occasione di varie forme di sfruttamento o di ingiustizia, e, di conseguenza, influire sulla politica di lavoro dei singoli stati ed, in ultima istanza, sul singolo lavoratore, che è il soggetto proprio del lavoro. Ad esempio i Paesi altamente industrializzati e, più ancora, le imprese che dirigono su grande scala i mezzi di produzione industriale (le cosiddette società multinazionali o transnazionali), dettano i prezzi più alti possibili per i loro prodotti, cercando contemporaneamente di stabilire i prezzi più bassi possibili per le materie prime o per i semilavorati, il che, fra altre cause, crea come risultato una sproporzione sempre crescente tra i redditi nazionali dei rispettivi Paesi. La distanza tra la maggior parte dei Paesi ricchi e i Paesi più poveri non diminuisce e non si livella, ma aumenta sempre di più, ovviamente a scapito di questi ultimi. E’ evidente che ciò non può rimanere senza effetto sulla politica locale del lavoro sulla situazione dell’uomo del lavoro nelle società economicamente svantaggiate. Il datore diretto di lavoro, trovandosi in un simile sistema di condizionamenti, fissa le condizioni del lavoro al di sotto delle oggettive esigenze dei lavoratori, specialmente se egli stesso vuole trarre i profitti più alti possibili dall’impresa da lui condotta (oppure dalle imprese da lui condotte, se si tratta di una situazione di proprietà «socializzata» dei mezzi di produzione)” (Giovanni Paolo II, enciclica “Laborem exercens”, 14 settembre 1981) 

 

Basti pensare al Kenya, dove l’intralcio politico attuato con dolo a tutti gli effetti impedisce di diventare proprietari di un terreno o di ottenere una licenza che permetta lo svolgimento di un mestiere. La conseguenza è che quasi ogni attività è abusiva. Ma è comprensibile quale possa essere il livello di efficienza di un agricoltore o di un commerciante su cui pende una “spada di Damocle” di un possibile ed improvviso abbattimento del negozio o esproprio del raccolto qualora non riesca a pagare la tangente al commissario locale. ------- alleanza neomarxisti e neoclassici contro l’economia dello sviluppo – neoluddismo------------ paesi dove pur essendo legale la proprietà privata e le licenze produttive e commerciali, il loro accesso è burocraticamente fortemente impedito, vengono definiti perciò “neo-marxisti”.

Grado di apertura: al commercio estero

 

“Consenso di Washington” base delle prescrizioni dei vari organismi economici mondiali. – o su sarebbe possibile realizzare uno sviluppo definitivo del capitalismo.???????

- Ampi e prolungati deficit pubblici contribuiscono all’inflazione ed alle fughe dei capitali. Perciò i governi debbono ridurli al minimo.

- I sussidi alla produzione debbono essere ridotti od eliminati. La spessa pubblica deve essere indirizzata verso l’istruzione, la sanità e le infrastrutture.

- La tassazione deve essere applicata su una base larga, con aliquote poco progressive.

- I tassi d’interesse dovrebbero essere determinati dal mercato finanziario interno. Tassi reali positivi scoraggiano la fuga dei capitali e aumentano il risparmio.

- I paesi in via di sviluppo devono adottare un cambio competitivo per accrescere le esportazioni.

- Le tariffe commerciali debbono essere ridotte al minimo, ed annullate nel caso dei beni intermedi necessari ai prodotti da esportazione.

- Gli investimenti stranieri portano capitali e risorse umane. Perciò essi vanno incoraggiati.

- L’industria privata è più efficiente. Le imprese di Stato vanno privatizzate.

- L’eccesso di regolamentazione governative stimola la corruzione e danneggia le piccole imprese che non possono accedere ai centri decisionali della burocrazia.

- La proprietà privata deve essere protetta. Leggi inefficaci e cattivo funzionamento della giustizia riducono gli incentivi a risparmiare e ad accumulare.

 

 

Uno dei maggiori studiosi mondiali di quest’ambito dell’economia è il professore spagnolo Jesús Huerta De Soto. Egli fa notare che se per ragioni di tipo burocratico, ad esempio l’intervento politico governativo, venga ad ostruirsi legislativamente la libera funzione imprenditoriale, la diretta conseguenza è il blocco del processo di coordinazione e la successiva emersione di conflitti e disallineamenti continui. Fenomeni come il contrabbando, il mercato nero, la collusione mafiosa in qualche modo cercano di scavalcare la restrizione istituzionale, mettendo in moto l’iniziativa di coloro che nella restrizione vedono aprirsi squilibri e quindi possibilità di poterli sopperire traendone dei benefici personali, in un lucroso intrallazzo più o meno tacito tra controllati (criminalità) e controllori (istituzioni) nel quale si arriva a non vedere più linea di confine tra l’uno e l’altro. Il che è notoriamente tipico degli stati meno omogenei e perciò più arretrati, cosicché sono proprio gli stati più sviluppati a poterne approfittare facilmente. Con le conseguenze ben note delle condotte politiche negli stati “neocolonie” praticamente lasciati bradi al depredamento economico internazionale. Secondo uno studio delle Nazioni Unite “l’intrusione dei sindacati del crimine è stata facilitata dai programmi di aggiustamento strutturale imposti ai paesi indebitati dal Fondo Monetario Internazionale per accedere a nuovi prestiti”[90]. Un popolo corrotto è meno ricco di uno onesto, perché la corruzione è una diseconomia come la criminalità o la scarsa istruzione.

 

Il tesoro di una nazione è la sua onestà” (Confucio)

 

Generalmente si tende fatalisticamente a giustificare la corruzione (“in fondo fa arrivare i treni in orario”), ma ciò è ingannevole, perché la corruzione non produce alcuna ricchezza ed anzi per feedback induce che nel momento in cui non si ha possibilità o volontà di corrompere ne risulta che il “treno” viene fatto tardare appositamente dalla burocrazia anche quando sarebbe arrivato di per sé in orario. Il costo della corruzione pesa su tutti come sovrapprezzo ricaricato sui beni consumati, in quanto incidendo ugualmente su tutte le aziende di un settore eleva il livello concorrenziale dei prezzi. Quando l’azienda opera su appalto pubblico i maggiori costi ricadono sulle cifre richieste nella gara e quindi sulla spesa pubblica, con l’effetto non di “far arrivare in orario il treno” incoraggiando la realizzazione di opere pubbliche, ma di aumentare i costi per il “carbone” e quindi limitando la “velocità” ed il “numero di corse” effettuate dal “treno” ovvero di opere pubbliche! Negli Stati Uniti, ciò è talmente radicato da essere messo preventivamente in conto, ma in un paese tanto ricco di risorse i guasti indotti sono meno evidenti che in paesi poveri ma ugualmente sottosviluppati socialmente.

 

Se uno Stato è governato dai principi della ragione, povertà e miseria sono oggetto di vergogna; se uno Stato non è governato dai principi della ragione, ricchezze e onori sono oggetto di vergogna” (Confucio)

 

Un pensiero sorge spontaneo: c’è da chiedersi se gli Stati Uniti avessero un concetto di “stirpe” analogo a quello di altre nazioni, quali ulteriori potenzialità di sviluppo avrebbero avuto grazie alle risorse del territorio di cui dispongono (che sono state finora pressoché l’unico motivo della potenza statunitense).

Il marxismo internazionalista e classista rifiutando filosoficamente questa visione unificatrice nazionale e contrapponendogli il materialismo storico e l’artificiale solidarietà “di classe” poneva le basi di quello che sarebbero stati i paesi comunisti: un abisso di corruzione e menefreghismo. Ed il risultato pratico è noto, sfociato a Cernobil nel 1986.

 

In un sistema ove imperano le raccomandazioni, i favoreggiamenti, il reciproco condonarsi le azioni illegali, le ritorsioni, lo sfruttamento delle influenze (…) sono ovviamente possibili ladrocini, peculati e corruzione su larga scala, che legano il coscienzioso e l’intraprendente al venale e al disonesto in una sorta di strana collaborazione, la quale non può che accrescere, nei lavoratori più devoti e accaniti, la sensazione di essere coinvolti in un’unica colpevolezza politica. (…) Il reclutamento dei giovani per i posti di responsabilità e di comando può essere gravemente compromesso dalla impossibilità di quanti siano forniti della forte coscienza individuale e dell’alto idealismo desiderati, a sopravvivere nel generale sistema di disonestà politica vigente. Coloro che poi riusciranno a sopravvivere in un sistema ove è così forte il contrasto tra l’ideale e la pratica quotidiana, è molto probabile che mancheranno di quelle qualità di devozione morale e di iniziativa che sono necessarie per il futuro sviluppo della società sovietica. Nella misura in cui particolari settori di vita sovietica sono relativamente più liberi dal tipo di pressione politica che interferisce in ogni tentativo disinteressato di far bene un lavoro – come è successo nell’esercito sovietico in qualche momento – tali settori potranno diventare relativamente meglio diretti e più efficienti degli altri” (Margaret Mead[91])

 

L’esempio evidente di ciò è il livello di inquinamento in Urss ben al di sopra di ogni possibile paragone con i paesi occidentali, determinato dal disinteresse degli amministratori e dall’assoluta impossibilità di critica da parte del popolo vittima dell’inquinamento. ---solo qui o anche su urss?---

----come unire??------

Per non parlare delle insindacabili politiche di assimilazione forzata che hanno eliminato interi popoli[92]. Con questa critica non si vuole giustificare il razzismo, ma analizzarlo per capirne le cause reali, e non quelle stabilite ipocritamente dai “politically correct” che arrivano perfino a stravolgere i concetti semantici per appagare il loro fanatismo definendo quella umana come “razza” anziché specie, o scandalizzandosi se nei libri di antropologia gli abitanti dell’Africa vengono definiti “negroidi” e quelli dell’Asia “mongoloidi”; lecito è chiedersi: se quella umana è razza, a quale specie appartiene? E quale nome dare allora a quelle che sono scientificamente definite razze? “Sottorazze”? A parte il nome, cos’altro cambia?

 

Le razze e le classi non sono né dal punto di vista biologico né da quello sociologico unità distinte o chiaramente definite: questo può essere fastidioso per il ricercatore che preferirebbe poterle ordinare in ben precisi reparti del suo casellario, ma non le rende dei fenomeni biologici meno veri e reali [...] non è preferibile spiegare alla gente la natura delle differenze razziali, piuttosto sostenere che non ne esistono? [...] Sostenere che le razze non esistono perché non costituiscono degli insiemi determinati in modo rigido è un ritorno al peggiore degli errori tipologici. E’ quasi altrettanto logico quanto sostenere che le città non esistono, perché la campagna che le separa non è totalmente disabitata” (Theodosius Dobzhansky)

 

Si usa spesso il termine “pregiudizi” per definire razzismo ed antisemitismo. Ora, la parola pregiudizio implica un giudizio privo di cognizione; cosa meglio di ciò per trasformare quelle che sono in realtà dotte analisi, in superficialità ignoranti e buzzurre? Ma il fatto che uno non sappia su cosa si basano non significa che si basino sul nulla (ovvero sul pregiudizio) perché lui non sa su cosa si basino! Puerili e superflue quindi tutte quelle dimostrazioni scientifiche che intendono dimostrare la mancanza di basi del razzismo. Dato che dovrebbero essere rivolte verso i veri razzisti, ed invece sono rivolte verso quelli che dei risultati delle loro ricerche ne sono già consapevoli.

 

Gli uomini discutono, la natura agisce” (Voltaire)

 

Ritenere che ogni uomo sia uguale all’altro è stupido tanto quanto ritenere sé stessi superiori. La natura basta e avanza a determinare la selezione. Da che mondo è mondo l’uomo lotta per la propria sopravvivenza, anche insieme al proprio gruppo, al proprio branco, che oggi è città, regione, nazione, ed in una visione molto allargata, razza, a prescindere da cosa per essa si intenda e quale sia il limite somatico e non territoriale. La tesi oggi sostenuta da quelli come, ad esempio, Abel Bonnard, che si dichiarano apertamente razzisti, non è quella che si crede comunemente, ma razzismo per essi non è pregiudizio o insinuazione di superiorità. Questo dichiarano di lasciarlo alla destra, ad Alleanza Nazionale e Lega Nord. Invece i social-darwinisti del tipo Bonnard lo intendono semplicemente come volontà di sopravvivenza. Perché purtroppo, come ben ci insegna l’evidenza della selezione naturale, non tutti si può sopravvivere, non tutte le entità genetiche prolificano. Essi per “razzismo” intendono volontà di vivere. Ma, dopotutto, chi si definisce “antirazzista”, non vuole vivere?

 

L’ipocrisia è l’omaggio che la verità rende all’errore” (George Bernard Shaw)

 

Un giornale titolò un articolo: “razzisti, non parlate più tedesco” sostenendo che la lingua tedesca derivasse da una lingua africana. Questa è gente che non ha capito nulla, e non capendo nulla si permette di sputare simili sentenze. Non importa da cosa si arriva, ma cosa si è. In questo esatto momento, e non quando due aminoacidi si unirono a formare un peptide. E’ altrettanto stupido esaltare la razza come immutabile, tanto quanto un cinese residente in Germania che vantasse origini nibelungiche. Una persona odierna lotta per la propria sopravvivenza oggi, non ieri.

 

Dei popoli ci vien detto che la loro storia spiega ciò che sono divenuti. Ma ciò che sono spiega pure la loro storia” (Abel Bonnard)

 

I fascisti rifiutano le ipocrisie di chi si duole per la fame nel mondo dal suo attico in collina e poi si lamenta delle tasse e dell’inflazione e vota chi gli promette più ricchezza, si tiene i suoi bei soldoni al sicuro in banca, e si sbafa una bella porzione di fagiolini giunti per via aerea dal Burkina Faso. Come può egli conciliare ciò? Come può sentirsi a posto con la coscienza? Perché crede di meritarsi quel cibo a discapito di un africano? Perché ritiene di meritare di vivere rispetto alla mucca che mangerà stasera? O rispetto al bruco al quale mancherà la mela che invece andrà a lui? E che dire di virus e batteri, non hanno forse il diritto di vivere al pari dell’ammalato? Non si può voler vivere e non dirsi “razzista”. Ma è solo questione di semantica. Vivendo si uccide. Vivendo si è razzisti. Non serve accettarlo o respingerlo, vivendo si è automaticamente razzisti per il solo fatto di vivere. La soluzione quale può essere, suicidarsi? Ma anche in quel caso si uccide una persona, una entità genetica: se stessi. Uccidere, ovvero eliminare un entità genetica, è razzismo. Scientificamente è razzismo. Questo è il significato logico di razzismo. I fascisti di tutto questo ne sono semplicemente consapevoli, e se essere consapevoli significa essere razzisti... è una questione puramente semantica. Se per vivere, sapere di dover gareggiare sullo stesso campo dell’avversario è essere i cattivi, gli unici cattivi... Essere consapevoli ed accettare le invalicabili regole della natura è essere il “male assoluto”?

 

L’orgoglio nazionale non ha affatto bisogno dei deliri di razza” (Benito Mussolini[93])

 

Adoperarsi per il bene del proprio gruppo sociale (città, regione, nazione che sia) al fine di ottenerne anche un conseguente beneficio personale derivante dal benessere generale del gruppo, lavorando, creando ricchezza, difendendosi, per vivere, è essere xenofobi? A prescindere dal fatto che tale locuzione sia già di per sé fuorviante, beninteso, dato che il concetto che convenzionalmente essa vorrebbe esprimere non andrebbe sintetizzato con il termine “xenofobia” ma casomai con “misoxenia”. Ma sappiamo già che questa gente varia i significati della semantica a proprio uso e consumo. Comunque, che la propria esistenza vada indirettamente a discapito di altri gruppi sociali, è ovvio e naturale, così è, è sempre stato, e sempre sarà, che lo si accetti o meno, per chiunque, “antirazzisti” compresi. A meno che non cada la manna dal cielo. Tutti si è in concorrenza con tutti, in ogni momento. E’ la natura, non ci si può fare nulla. Che questi gruppi sociali si chiamino razze o con qualunque termine si voglia definire quello che viene comunemente definito in lingua italiana “razza”, è solo una questione semantica. La natura è razzista. I fascisti non si arrogano il diritto di giudicare quale “razza” o “specie” sia migliore o peggiore. Sanno che è la natura a determinarlo. “I rami della natura sono autopotanti”. L’antisemitismo per certi versi non è altro che una minima parte di questa concorrenza tra gruppi sociali, ma la parte rivolta al concorrente più accanito nei confronti di tutti gli altri. Il sedicente antirazzismo è utile e di fatto utilizzato solo a chi vuole un mondo uniforme nel quale risaltino solo i singoli, dove l’egoismo sia l’arma vincente. Questo è il mondialismo.

 

Una società che proclama l’uguaglianza avendo bisogno di schiavi salariati ha perso la testa” (Friedrich Wilhelm Nietzsche)

 

I fascisti viceversa si dicono per un mondo veramente solidale, un mondo basato sulla caratteristica che ha differenziato l’uomo dagli altri animali: la socialità, l’organizzazione sociale. Ma i fascisti sono i cattivi razzisti, qualunque sia il significato di questa parola, comunque pensino veramente ed agiscano fattivamente quelli che portano quest’etichetta. Gli altri, i no-global, persone di “buona volontà”, sono in realtà i primi sostenitori della fame nel mondo! E’ troppo facile sentirsi a posto con la coscienza, facendo beneficenza che verrà usata tutt’al più per mandare latte in polvere laddove non hanno nemmeno l’acqua per diluirlo. Ma non è così che ci si salverà dall’“inferno”.

 

Non stai facendo dono di ciò che è tuo all’uomo povero, ma gli stai restituendo ciò che è suo” (Sant’Ambrogio)

 

discorso panino evitare di mangiarlo invece di spedirlo fatto? Farlo qui!

Qualcuno dovrebbe avvisarli... questo libro ci vuole provare, pur conoscendo la durezza di quelle teste. Nessuno di questi (o comunque ben pochi) sedicenti anti-razzisti però si azzarda a criticare quella religione la cui base stessa è il razzismo, il sistema induista delle caste, precursore del moderno apartheid, derivato nel VI secolo dalla necessità degli invasori ariani di tenersi separati dagli autoctoni australoidi. E sono gli stessi che ritengono normale che mentre la tragedia del terremoto miete migliaia di morti ad Haiti, la tv italiana si preoccupa quasi solo di una manciata di italiani ivi presenti. Poi sono quelli che si indignano per il razzismo. Loro sono i primi ad esserlo, nel vero senso della parola. E’ più razzista chi vota fiamma o quelle lavanderie che lavano separatamente i vestiti di bianchi e negri (perché così preteso dai clienti bianchi)? E non è certo detto che le due cose coincidano, anzi!    

Dovrebbe essere facile (ma evidentemente non per un no global…) capire quanto possa allibire uno di fiamma tricolore o forza nuova vedendo i no global accanirsi contro di loro, partiti politici di grandezza irrilevante tra l’altro, mentre non si scomodano verso quei partiti come An e Lega nord che sono veramente l’incarnazione di quanto ideologicamente e politicamente verso cui i no global dovrebbero scagliarsi, cento, anzi mille volte più che verso fiamma e forza nuova. Per di più aventi visibilità ed attività ben superiori a quelle di fiamma e fn, come potenziali bersagli. Eppure ai comizi di Bossi o di Fini nessun no global si muove a disturbare. E non è certo detto che vi sia una “regìa” dietro a ciò, come si potrebbe erroneamente ipotizzare… invece La mente umana è imperscrutabile…

acre rancore misantropico che portano come caratteristica peculiare. 

 

Una voce che parla al deserto” ma “con l’aiuto di Dio non si sa mai sin dove possono giungere gli echi di una voce” (Antonio de Oliveira Salazar) 

 

Probabilmente non tutti in Italia saranno riusciti a cogliere l’aberrazione insita nella condanna per stupro in Israele di un musulmano che aveva fatto sesso con un ebrea consenziente che lo credeva ebreo[94]. Certamente, allo stesso modo, pochi nella Germania o Italia degli anni ’30 potevano cogliere analogamente una qualche ---aberrazione---- nelle loro leggi razziali. Ma sentenze ben peggiori di ogni aspettativa razzistica come quella presentata, oggi e soprattutto se attuate da Israele, diventano corrette. Anzi, non solo, addirittura nessuno si pone il minimo dubbio! “Senza se e senza ma” usano dire i sostenitori di Israele (l’unico paese che abbia fanatici sostenitori di altre nazioni, notare; anche se, date le circostanze, in molti casi sarebbe più esatto definirli “ruffiani”, col più esaltato esponente in Magdi Allam). A parte il fatto stesso, che, per quanto necessaria, ogni legislazione anti-stupro è eticamente l’apoteosi del razzismo eugenetico. Ma come si sa, in questo mondo non è giusto quello che è giusto ma è giusto quello che decide la maggioranza. Ovviamente questo non è un discorso a favore dello stupro ma contro l’ipocrisia dell’antirazzismo.

A onor del vero, si sappia che il paese più di tutti da sempre all’avanguardia nell’eugenetica è la democraticissima e civilissima Svezia: 60.000 donne sterilizzate tra il 1935 ed il 1996[95]. 

Regolarmente, la prima domanda che viene posta ad un fascista dai paranoici no-global è “perché sei razzista?”, come se del fascismo non importasse null’altro. O come non ci fosse null’altro... L’unica risposta possibile non può essere altro che “perché sei tu a dire che io lo devo essere”. Questo dovrebbe bastare a aprirgli gli occhi sulla lotta “contro i mulini a vento” che sta combattendo. Se per questa gente il fascismo è razzismo (ed è comprensibile sia così vista la propaganda martellante che i media fanno su questo), diventa già più comprensibile l’avversione che ne provano.

 

Bisogna conoscere per poter deliberare. Perché, se la conoscenza è impedita, la bugia diventa un metodo di governo” (Luigi Einaudi)

 

Esemplare e non raro è sentir definire da qualche ottenebrato di sinistra la canzone “faccetta nera” come la canzone “più razzista mai sentita”, chiaro indice che quella canzone non l’ha proprio mai sentita dato che a tutti gli effetti essa è la canzone più anti-razzista che si possa sentire!

Diverso discorso è per quelli che sono consapevoli della verità, ma per i propri interessi continuano a propagandare le calunnie. Anche se in ogni caso sembra una causa persa, dato il calibro di queste persone, sapientemente descritte già da Pasolini nel suo scritto sui “figli di papà” degli scontri di valle Giulia. Prototipi ne abbiamo presenti, a cominciare dagli assassini di Sergio Ramelli, borghesi figli di papà, oggi convinti di salvarsi l’anima scrivendo melense lettere di scuse, oppure “filantropi” come l’ex katanghese Gino Strada, iper-borioso idolo degli sprovveduti, perennemente con quell’aria da “io sono più santo di te” carica d’incontenibile disprezzo verso chi non approva le sue idee politiche. Per non parlare degli pseudo-intellettuali di sinistra francesi sempre pronti a firmare acriticamente appelli in favore di assassini italiani. Quello che si vorrebbe esprimere col termine xenofobia (o più correttamente “misoxenia”) non è solo odio o paura, è anche pura indifferenza, che è visibile più in chi si proclama antirazzista. Mentre l’odio e la violenza d’animo sono chiaramente prerogativa proprio dei sedicenti antirazzisti.

 

Quando viene identificato un presunto razzista, la folla non si lascia scappare l’occasione e si prepara al linciaggio. Lui, o lei, deve essere distrutto, prostrarsi a terra implorando perdono per aver peccato contro il Dio della correttezza politica – anche se non è per nulla razzista. Condannando il presunto bullo razzista in quel modo, sembra che la folla non si accorga minimamente di esercitare in massa prepotenze e vessazioni da veri e propri bulli sulla persona presa di mira. Ma questi individui sono troppo pieni della loro stessa purezza, troppo al di sopra delle umane debolezze per rendersi conto della propria ipocrisia e delle proprie contraddizioni. Ormai sentiamo queste grida di razzismo da tutte le parti – una etichetta che dà la garanzia di attirare odio e condanna da chiunque voglia atteggiarsi a puro e dimostrare di non essere razzista” (David Icke[96]) 

 

Invece i veri razzisti, quelli che il razzismo lo rinfocolano, sono proprio quelli come loro! Così come gli ecologisti ed i vegetariani che giudicano di sinistra le loro convinzioni e rifiutano che possano stare anche a destra, perché ogni cosa a loro vedere buona deve stare a sinistra e ogni cosa cattiva a destra. A priori. Il solito loro tipico voler decidere anche le idee altrui. I fascisti devono essere razzisti perché sono loro a dirlo, e non possono essere ecologisti perché sono loro a volere così. Ma si può commentare una cose simile? Non esistono nemmeno parole per poter commentare! Visto che agli antifascisti piace tanto decidere cosa i fascisti devono pensare, perché non si fondano da sé il loro bel partito fascista? Così il programma potrebbero stilarlo a proprio piacimento (e chi ci dice che in qualche caso non sia stato fatto?).

Invece è proprio solamente un ideologia anticonsumista che può dirsi veramente ecologista e animalista, solo chi saprebbe rinunciare ai lussi può dirsi tale. Solo un sistema che fa dell’aspirazione alla massima efficienza produttiva il suo cardine può limitare quegli sprechi che sono la principale causa dell’inquinamento! Ma la loro ignoranza è tale che è come parlare al vento. Superfluo fare l’esempio di uno su internet che diceva di non aver mai visto manifesti ecologisti di destra, ovviamente non riuscendo a concepire che “fare verde” è di destra.

Analisi vegetarianesimo? Qui? Ricollegare a discorso sopra per vivere si deve uccidere?

 

Quell’odiosa spocchia intellettualoide di cui Cacciari  è il massimo esponente.

Si lavano la bocca di -----

 

Basti pensare al luogo comune di un antitesi tra fascismo e cultura, che ha in Norberto Bobbio il più accanito assertore. Luogo comune facilmente smontabile: il fatto che Bobbio e seguaci ignorino l’esistenza di una cultura fascista non significa che il fascismo non abbia una cultura. Il fatto che loro desiderino che ------  non implica che il loro desiderio si avveri. E’ perfino assurdo questo --------, considerando proprio l’assenza di un’univocità ideologica che comporta proprio la presenza di un vivo dibattito all’interno, a differenza, sia chiaro, di tutte le altre correnti di pensiero politico, notoriamente e chiaramente appiattite su posizioni dogmatiche, in primis il marxismo. E forse proprio per l’incapacità di guardare oltre ai propri dogmi che gli impedisce di notare l’esistenza di quell’enorme e vivo fermento culturale esistente nell’area fascista, che coi suoi autori e -------testi----- sovrasta di gran lunga tutte le altre culture politiche messe assieme! Dopotutto è prevedibile, finché in Wikipedia verrà mantenuto disonestamente censurato anche un abbozzo di lista dei principali autori di riferimento del fascismo nella voce “mistica fascista”…

Il bello è che mentre da un lato assimilano come autori fascisti quelli che in realtà sono piuttosto conservatori (Jünger, Nietzsche, -----), omettono del tutto ogni autore di marca prettamente fascista. Sarebbe da sfidare uno qualunque dell’intellighenzia ad aver mai sentito parlare di Mircea Eliade, Jurgis Baltrusaidis o ----vedere lista su home page fascismo wikipedia----. Quelli che limitano gli autori di riferimento del fascismo a Nietzsche o Gentile dovrebbero consultare il catalogo delle edizioni Ar per farsi un’idea…

Ma la malafede raggiunge l’apice in quelli che cercando di far notare che i principali autori di riferimento del fascismo siano precedenti alla sua affermazione, descrivono ciò come la prova che il fascismo, non avendo una cultura propria, abbia dovuto “prenderla in prestito”! ----il pensiero politico della destra, pag. 9). “Logico”. Secondo una tale logica capovolta, è imprevedibile che il fascismo possa invece essere sorto proprio basandosi sulla cultura di quelli che di conseguenza ne sarebbero (a rigor di logica) i “precursori” culturali… rimane da chiedersi se Bobbio “c’è o ci fa”. Finché l’establishment impedirà la diffusione dell’espressione della cultura alternativa a quella in voga,     ---------

 

Cultura odierna egemonizzata dalla sinistra ------amici del vento----qualche frase da canzoni?------ se perfino dal libro fascisti immaginari se ne potrebbe trarre che la cultura fascista degli ultimi sessant’anni si limiti al doppiaggio di gatto Silvestro…

Normale finché -------- rappresentanza culturale ------- verrà affidata ad una parodia di Zuzzurro e Gaspare basata sui peggiori stereotipi sul fascismo!

Certo, se per dire cose fasciste bisogna travestirsi da tutt’altro… -----Massimo Fini-----Marcello Veneziani??----

Se da un lato accusano di non avere cultura, dall’altro quando essa è evidente la criticano, come nel documentario “Nazirock” basato sulla critica alla musica alternativa, volendo far passare i giovani simpatizzanti come traviati dalle note musicali. Ma allora? Che si decidano! Il fatto che loro desiderino che non esista una cultura fascista non implica che così debba essere. Se invece -------- ignorano l’esistenza di una cultura fascista proprio ciò dimostra la loro ignoranza!

 

Un --- descrizione emotiva di quel clima -------- ci viene dalla testimonianza di --------, vecchio militante dell’Msi: Ricordo perfettamente il clima di paura, misto a incosciente coraggio, con cui andavi in sezione ogni pomeriggio, dopo la scuola, per incontrare i camerati e come, le loro facce amiche, sapevano quasi “di reducismo” rispetto al male e la rabbia cattiva che noi, incolpevoli ragazzi di destra e del MSI, catalizzavamo. La sinistra imperante, loro, i più, le loro mille sfaccettature, dal cattolico di sinistra antifascista in giacca e cravatta, allo ostentatamente comunista dietro al banco di bottega o con l’Unità sotto il braccio, finendo alla gioventù volutamente “stracciata costosamente di marca” che si sentiva “proletaria tra proletari” ma poi inforcava il motorino e raggiungeva la villa di papà per cenare e per dormire con il Che sopra il letto, a mo’ di Santino. Un’incongruenza che ci faceva ridere, a noi in sezione, nominando i balordi e le loro vogliose compagne, noti figli “e figlie” di avvocati, commercianti e industriali. […] Eppure, tra tanto anacronismo e incoerenza, ci sentivamo accerchiati. E allora, con ferrea volontà, uscivamo e ci mettevamo volutamente in mostra, proponendo, con un attivismo esasperato e un abbigliamento distintivo, la nostra diversità e pulizia. Ma eravamo minoranza, unici ad emozionarci per un passato di grandezza sfiorata ma tentata, unici a capire le intime intenzioni che spinsero gli italiani a scrivere un periodo straordinario, unici a notare la bassezza dell’italietta venuta, poi, fuori. All’improvviso, tuttavia, qualcosa cambiò e scoprimmo, con un pò di stizza ma strabiliati che, in realtà, non eravamo stati proprio soli soli, ed abbandonati per 50 anni. Che esisteva un’Italia che rappresentava la maggioranza; che tanti non ci erano stati ostili, anzi... e che ci avevano guardato, di sottecchi, con benevolenza, quando, da soli e in pochissimi, vendevamo il giornalino o facevamo volantinaggio per strada. Non ci siamo accorti che l'Italia, la maggioranza, non era di sinistra e filocomunista e non ammirava “gli straccioni di marca” sugli scaloni delle piazze e non leggeva i mille giornali antifascisti e di sinistra! E’ bastato Berlusconi, con grande fiuto politico, a risvegliare, negli italiani, qualcosa di mai dimenticato e solo riposto in un cassetto. Ed ora, tanti di noi, ragazzi emarginati politicamente, si trovano adulti, a gestire Poteri nell’Italia Democratica che mai, lontanamente, avevano sognato. E allora dico, è vero, Berlusconi ci ha salvato e continua a salvarci dividendo e frantumando la sinistra che non riesce più a ripigliarsi lo straordinario potere posseduto fino a... Berlusconi! Quindi, rivolgendomi a chi ha orecchi per sentire, in questi giorni di marasma, diamo merito al merito e cerchiamo di essere in linea con i nostri valori, tra i quali c’è la fedeltà all’amico e a chi ci ha fatto solo del bene... o no? Il tradimento non fa parte di noi! (chi???)  ----qui???-------

 

Noi siamo un esercito disarmato costretto a difendersi con il cuore, contro frecce avvelenate che ci piovono addosso ogni giorno” (Giammarco Venturini)

 

Difficilmente queste persone dimenticheranno gli sguardi ----perfidi------ e -------------. Difficilmente desidereranno che i propri figli vivano esperienze simili. Di quel ------- descrivere autonomi ecc-----------------. Centri sociali – violenza innata   -----mente descritti nella canzone dei 270 bis “----titolo???----“.

 

E veniva trascinato per i corridoi di scuola col cartello appeso al collo con su scritta la parola che per noi voleva dire uno con un ideale ma per tutto quanto il mondo era il simbolo del male” (------- 270 bis)

 

Ma sono molto più complessi il loro narcisismo e la loro avidità per banalizzarli così. Sono la borghesia sapientemente descritta nella canzone del 1998 “quelli che ben pensano”, la bestialità con la faccia pulita, che non disdegna alcun mezzo purché non sia intaccato il suo interesse, si divide in esecutori e mandanti “fate come volete, basta che non si sappia il mio benestare”. Occhio non vede cuore non duole. Come esempio si hanno le società anonime: all’azionista non interessa come vengono ricavati i guadagni, ma li esige, e più possibili. Gli amministratori devono accontentarlo e non possono farsi scrupoli, devono occuparsi unicamente del bilancio (ovviamente poi c’è il confronto tra i pro e i contro) e a livello sempre più basso è la manovalanza che si occupa di come ricavarlo. Lo stereotipo che i banchieri svizzeri sono i più grandi criminali del mondo non è campato in aria, anzi.

 

Hanno poco da gongolarsi quegli svizzeri ---------- di essere rimasti esenti da ------fascismo-------.

 

I banchieri svizzeri uccidono senza le mitragliatrici” (Jean Ziegler)

 

---------come unire???????????----------------

 

Curioso come i negatori dell’esistenza delle razze umane, al momento opportuno, dopo aver imposto il dogma (fasullo dell’uguaglianza genetica tra gli umani), per screditare accusino Hitler, di non essere stato “ariano”. Che contraddizione! Prima, questi detentori dei dogmi, censurano e perseguitano chi afferma che gli ebrei hanno un gene particolare comune (vedi recente caso Thilo Sarrazin in Germania), poi loro stessi accusano altri di avere geni ebraici. Ma come abbiamo già visto, la coerenza non è il loro forte, ed ogni scusa è buona per attaccare quelli che loro considerano avversari.

 

L’antisemitismo non è nient’altro che l’atteggiamento antagonistico creato dagli ebrei e instillato nei non-ebrei. Il popolo ebreo ha prosperato sull’oppressione e sull’antagonismo che ha sempre incontrato nel mondo… la causa che sta alla radice è l’utilizzo che essi fanno di quei nemici che creano in prima persona così da ottenere solidarietà” (Albert Einstein, 1938[97])

 

Lo stesso discorso viene fatto nel film “The believers”, la storia di un ebreo antisemita -------------, ed in un certo senso viene avvallato nel plagio del “pamphlet contro Napoleone III” di Maurice Joly noto come “Protocolli dei Savi di Sion”. Per quanto laocoontico possa sembrare ciò, quel libro sarebbe stato prodotto come falso apposta per essere diffuso come vero, e diffuso come vero apposta per poterlo smentire come falso; ovvero sarebbe nato più o meno come “vero falso” e “falso vero” assieme. La sua smentita, per la quale era appunto preordinatamene necessaria l’esistenza stessa e diffusione, mira a creare la visione di un antisemitismo senza cause reali: da quel momento la sua “causa” sarà soltanto il “pregiudizio”, ovviamente assolutamente infondato. In tal modo, caso unico nella storia mondiale, gli ebrei diventano l’unico popolo giusto e innocente a priori, l’unico che non ha mai commesso la mancanza più insignificante, la vittima predestinata dei “pregiudizi” di brutali antisemiti, che diventano inevitabilmente demagoghi, imbroglioni, personaggi oscuri, semipazzi e semicriminali, semiparanoici e via dicendo. Con ciò l’antisemitismo viene equiparato alla paranoia e la concezione ebraica del mondo e dei rapporti con i non-ebrei, in una parola il secolare dibattito sul Talmud e sugli scritti rabbinici posteriori, viene banalmente liquidato come irrazionale “pregiudizio” antisemitico o, peggio ancora, come intenzionale “diffamazione”. Tanto che, non a caso, oggi come oggi uno dei principali gruppi anti-anti-semiti si chiama inintelligibilmente ---o  insensatamente?------ proprio “lega anti-diffamazione”…

 

Ci vorrebbe uno scandalo Dreyfus in eterno” (Julien Benda) 

 

Certo c’è da chiedersi se in quel programma televisivo ambientato nel futuro (Futurama) nel quale la lingua francese viene presentata come una lingua morta, se invece del francese fosse stato usato l’ebraico, quale putiferio si sarebbe scatenato? Ma i francesi forse non valgono quanto gli ebrei, per il mondo intero, e ce se ne può prendere beffa senza patemi.  

 

Si tratta, in breve, di una strategia mirante a rafforzare l’idea che l’antisemitismo non abbia cause reali. Identificata l’essenza dell’antisemitismo con i “Protocolli”, poiché essi sono un falso, ne consegue che falsa è anche la causa dell’antisemitismo. Magari dimenticando che l’antisemitismo è vecchio quanto la distruzione del tempio di Gerusalemme. E non è sussistito senza motivo: ad esempio, nella penisola iberica dell’VIII secolo, i visigoti accusavano gli ebrei (che rappresentavano un buon 10% della popolazione) di aver sostenuto l’invasione araba. Il vizio non fu perso col tempo: durante la guerra ucraino-polacca del 1919 gli ebrei di Leopoli parteggiavano per gli ucraini e quindi erano di conseguenza invisi ai polacchi. E’ l’apolidia che in molti casi ---------, perché ---discorso già scritto riguardo a zingari e bene comune (o più avanti????)----questo loro essere super partes l’hanno trasformato in un pregio---- dove frase drieu la rochelle?-----

 

Il caso dell’arcivescovo Williamson è esemplare: mettere alla berlina le opinioni -------. Ben diverso il contesto da quando fu l’abbè Pierre, internet non era ancora così sviluppata.

 

Nel caso degli eventi che nel corso della seconda guerra mondiale coinvolsero gran parte della popolazione ebraica d’Europa, a ostacolare la libera ricerca non è un semplice pregiudizio ideologico, ma un vero e proprio fanatismo fondamentalista” (Claudio Mutti)   --------- o su Tornando alla Gran Bretagna?----   o su chiediamo “chi?” e “perché?”.???----- o su ”, ne erano “solo” ai vertici.???---

 

Prove certe non ci sono, ma basta leggere bene il corso degli eventi storici. Dopo l’espulsione degli ebrei dalla Spagna alla fine del ’400, gli ebrei in Europa hanno continuato nei secoli a migliorare le loro condizioni sociali man mano che diminuiva il peso della tradizione cattolica, finché virtualmente nell’ottocento ottenevano gli stessi diritti degli altri popoli in vari stati plurietnici come l’impero austriaco. Il primo grande pogrom avvenne ufficialmente in Russia nel 1881, l’anno prima fu fondata la prima idea dello stato d’Israele in organizzazioni pre-sioniste. Il montaggio dell’antisemitismo dalla fine dell’ottocento segue percorsi che rimandano ai canali editoriali, stranamente tutti in mano ad ebrei: ci si domanderebbe perché gli editori ebrei non hanno mai fatto nulla per ostacolare pubblicazioni antisemite. A questo punto sarebbe facile ipotizzare che l’antisemitismo in Europa fu montato proprio dai sionisti, allo scopo di creare lo spauracchio che potesse spingere, milioni di ebrei a trasferirsi nella terra promessa...

---la presentazione semplicistica e unilaterale della II Guerra Mondiale serve perfettamente, oggi,-----

 

La storia del II conflitto mondiale non è la storia della lotta tra il ‘bene’ e il ‘male’. Se poi la si vuole assolutamente presentare a questo modo, allora nel campo del male bisogna annoverare il sionismo e tanti ebrei che collaborarono con i nazisti o che commisero orrendi crimini contro l’umanità subito dopo la guerra” (Mauro Manno) 

 

Theodor Herzl (18610-1904), il fondatore del moderno Sionismo, riconobbe che l’anti-semitismo avrebbe favorito la sua causa, la creazione di uno stato separato d’Israele. Per risolvere la questione ebraica, egli affermò riguardo l’antisemitismo: “noi dobbiamo, innanzi tutto, fare di esso un obiettivo politico internazionale”. Herzl scrisse che il sionismo offriva al mondo una benefica “soluzione finale della questione ebraica”. Nei suoi “Diaries”, a pagina 19, Herzl affermava “gli anti-Semiti diverranno il nostri più fedeli amici, e le nazioni anti-semite nostre alleate”.

 

Utile allo scopo dei denigratori dell’evoluzionismo, il più grande provocatore della storia è stato un certo Adolf Hitler, lo dovrebbe tenere ben presente chi lo esalta. Il razzismo folkloristico, stile Ku Klux Klan, oggi tipica prerogativa della Lega Nord, quello è stato ed è il più grande strumento dei provocatori, di un razzismo esteriore creato ad arte, tra “conferenze di Wansee”, bimbi iracheni “annegati da naziskin”[98], film con vecchi nazisti che infilano gatti in un forno, pazze norvegesi che ad Assisi si auto-incidono svastiche in fronte, e i vari “Luis Marsiglia” di cui è costellata la storiografia e la cronaca. La scusa più buona su cui campare e dietro cui velare la realtà.

 

I nazionalsocialisti non inventarono nulla sul piano dell’ideologia né della retorica. Hitler parlava lo stesso linguaggio, utilizzava le stesse parole e le stesse frasi di Spengler, Jünger, Althaus e di tutte le altre forze della destra; con l’unica differenza di essere meno intelligente e meno sofisticato” (Eric D. Weitz) ---- “La Germania di Weimar”, Einaudi. ----destra sociale pag. 21.

 

L’antisemitismo insomma non fu certo inventato da Hitler, anzi serviva un Hitler proprio per esasperare la situazione. Per seppellire definitivamente la concezione dell’antisemitismo come zotico pregiudizio, basti questo:

 

Noi non siamo contro gli ebrei perché d’altra religione e d’altra razza ma dobbiamo opporci ch’essi coi loro denari mettano il giogo degli schiavi sui cristiani” (Alcide De Gasperi, 1906[99])

 

Interessante chiedersi una cosa riguardo alle origini di Hitler ed alle finalità del suo progetto. Dunque, dal punto di vista dei nazisti, nel caso solito di un Hitler tedesco e teso al bene dei tedeschi, i nazisti lo vedono in maniera positiva. Nel caso di un Hitler ebreo e teso a spingere gli ebrei a migrare in Palestina, i nazisti lo vedrebbero in maniera negativa, fortemente negativa. La domanda che ora da porsi è: e gli anti-nazisti? Nel caso Hitler fosse stato il primo degli anti-nazisti, gli anti-nazisti odierni (tipo quelli che ci sono anche in ----------, per dire), come lo vedrebbero???? Gli antinazisti sono talmente privi di ogni razionalità logica che sarebbe impossibile per chi non sia obnubilato al loro livello capire come potrebbero vedere un Hitler antinazista. Viene da immaginarli come in quel cartone animato dove ad un robot viene posto un paradosso, e gli scoppia la testa per l’assenza di possibili risultati razionali. Non saprebbero che pesci pigliare, inebetiti a ----------.

 

Nulla al mondo è più pericoloso di un’ignoranza sincera ed una stupidità coscienziosa
(Martin Luther King)

 

Ma non è questo il luogo dove inoltrarci in diatribe di carattere antropologico che ci porterebbero fuori dal nostro argomento. L’unico scopo è di fare chiarezza sulle conseguenze di convinzioni e pratiche filosofiche che all’apparenza appaiono e vorrebbero essere fatte passare per filantropiche, ma in realtà sono determinate chiaramente da un patologico egocentrismo narcisistico e si ripercuotono negativamente sulla stessa intera società umana. Il comunismo ed il neocolonialismo ce l’hanno dimostrato oltre ogni ipotetico dubbio.

 

Motore della storia umana è il fattore associativo delle Genti (igtimà’ì ay qawm). La base della dinamica della storia è il vincolo associativo che tiene legati i diversi gruppi umani, ciascuno singolarmente, dalla famiglia alla tribù sino alla nazione (ummah). (…) Infatti le nazioni la cui coscienza si è infranta sono quelle la cui esistenza è esposta alla rovina. Le minoranze che sono uno dei problemi politici mondiali, hanno all’origine una causa sociale; sono nazioni la cui coscienza nazionale si è infranta ed i cui vincoli sono spezzati. Il fattore sociale è il fattore di vita e di sopravvivenza, e perciò è motore naturale ed essenziale all’etnia per la sua sopravvivenza. (…) La sopravvivenza è perciò basata sul fattore che tiene unita la cosa, ed il fattore che tiene unito qualsiasi gruppo è quello sociale, ovvero la coscienza nazionale. (…) Questa è la natura delle cose. E’ una legge naturale fissa, ed ignorarla o contrastarla sconvolge la vita. Allo stesso modo la vita dell’uomo si sconvolge quando si comincia ad ignorare la coscienza nazionale, ossia il fattore della coesione sociale, la forza di attrazione del gruppo, che è il segreto della sua sopravvivenza. (…) Il matrimonio è un atto che può incidere sul fattore sociale in modo negativo o positivo. Benché ogni uomo e donna siano liberi di accettare chi vogliono e di rifiutare chi non vogliono, come regola naturale di libertà, il matrimonio entro lo stesso gruppo ne rafforza l’unità in modo naturale e realizza uno sviluppo collettivo in armonia col fattore sociale” (Dal “Libro verde” di Muhammar Gheddafi)

 

Democrazia e massoneria

 

La democrazia è una forma di religione. E’ l’adorazione degli sciacalli da parte dei somari” (Henry Louis Mencken)

 

Come abbiamo visto nel capitolo -----precedente?----- vige un certo ------ sui significati dei termini ----- e soprattutto sull’interpretazione odierna rispetto a quella passata.

Democrazia significa letteralmente “governo del popolo”. Oggi si esplica come elezione a suffragio universale di candidati in rappresentanza degli elettori nel controllo del potere. Cioè non ha nulla a che vedere con le libertà individuali, i diritti civili, la libertà di associazione e di pensiero. E tantomeno con le prassi poliziesche. Sono tutte cose totalmente indipendenti dalla democrazia, che altro non è se non un sistema di potere come tutti.

 

Dopotutto, “Se le elezioni servissero a cambiare veramente qualcosa sarebbero illegali” (Anonimo). O Su rappresentativa (in ogni caso qualcuno verrà eletto…).  ??  Su Ai cittadini elettori viene quindi implicitamente??? 

 

C’è un po’ di confusione tra il concetto di forma di governo (essenzialmente repubblica, monarchia, dittatura) e forma di stato (stato democratico, stato liberale, stato socialista, stato fascista, ecc). Una non esclude l’altra: paradossalmente potrebbe esserci un governo dittatoriale (in cui il potere è concentrato in un’unica persona) retto da una base democratica (il popolo vota per il dittatore). In molte monarchie del passato - e del presente - vi erano principi democratici del tutto assenti, ancora oggi, in molte repubbliche del mondo odierno (es. Iran).

 

Analisi potere. ------Hegel---------

 

Secondo Niklas Luhmann (nel suo “Potere e complessità sociale”, 1979) è grazie alla coazione giuridica che si può ottenere una riduzione della complessità sociale senza ricorrere all’uso della forza e contemporaneamente senza intaccare la legittimazione del potere politico. Tuttavia la concezione di diritto secondo Luhmann comprende pur sempre in maniera intrinseca i presupposti necessari al fine precipuo di automantenersi. Le forme del diritto quindi sono poste dalla politica stessa a fini di autoconservazione. Il diritto insomma, poggia pur sempre sulla coercizione ed il sistema politico che lo determina deve comunque basarsi sull’uso della forza. Di conseguenza qualunque più nobile proposito si rivela sempre una sofisticata subordinazione al potere.

 

Il concetto di potere “volendo spiegare tutto, non spiega niente” (Oliver Williamson)

 

Secondo Weber l’unico canale di collegamento fra vigenza delle norme e adesione al valore dei cittadini finisce con l’essere il legame ---emozionale---- tra le masse ed un capo carismatico. In ogni caso l’elemento fondativo dell’ordinamento del diritto resta la “forza”. Sia che lo Stato si chiami democratico oppure dittatoriale. 

 

La democrazia è il sistema migliore per bassissimi gradi di coscienza, serve proprio a surrogare una scarsa conoscenza della realtà delle cose tramite la conta delle maggioranze: dato che non si conosce a sufficienza, si deve mascherare questa ignoranza dietro la facciata di opinioni maggioritarie. E tutto questo perché le demagogiche filosofie illuministe sulle quali essa è basata non prevedono ed anzi aborrono la responsabilità delegata a persone veramente competenti seppur non elette dalla maggioranza. Per quanto oggi si tenda a pensare che sia sempre meglio applicare la volontà della maggioranza piuttosto che quella di una minoranza, non si tiene ben conto che la maggioranza è per definizione e statistica meno razionale di una minoritaria elitè selezionata.

 

La minoranza qualche volta ha ragione, la maggioranza ha sempre torto” (George Bernard Shaw)

 

Basti pensare che un tempo nella pur sempre democrazia gli elettori rappresentavano un elite selezionata della società, e solo successivamente si è via via diffusa alla partecipazione estesa a tutti------. Per seppellire ---la giustezza--- del suffragio universale basterà fare questo esempio: non è raro trovare persone che sostengono che nel gioco del lotto ci siano dei numeri che hanno più probabilità di altri di uscire. Dato che la loro non è un opinione ponderata su un qualche ragionamento logico, piuttosto una superstizione, provare a ragionare con essi è del tutto inutile. Le loro superstizioni le difendono in maniera furente. Li si può solo lasciare alle loro credenze magiche. ----alchimia----- Essi non sono molti diversi da chi pensa che “spendere giovi all’economia”… Dopotutto basta accendere la tv su una qualunque tv locale per ascoltare i loro “argomenti”. Inevitabile è ---pensare---- che se quest----- continuano a trasmettere, ci dovranno anche pur essere persone che pagano --------. Lecito è domandarsi ----che tipo di persone possano essere, dato che ad una persona mentalmente normale è abbastanza incomprensibile. Oppure la convinzione che due numeri nella scala numerica vicini tra loro possano avere una qualche attinenza anche in un estrazione casuale di palline contrassegnate da numeri solo per distinzione.

Ora ci si dica alla luce di ciò come è possibile estendere a siffatti intelletti la possibilità di concorrere a decidere assieme a tutti e per tutti? -------- spostare su Dumas figlio???------

 

Una regolazione formale del procedimento di emissione della volontà legislativa non può bastare a garantirne la giustezza razionale.  Umberto Cerroni, “Il pensiero politico del novecento”, Newton ed., pag. 90.   o  su Liberalismo politico – liberismo economico: due cose diverse?

 

Non è vero che gli O.G.M. siano innocui. Infatti il 75% degli italiani non li vuole” (Luca Zaia[100])

 

In una società ignorante come quella in questione dovrebbe invece essere proprio la conferma della bontà degli O.G.M…. Come anche per gli O.G.M., si presume che siano una minoranza le persone che abbiano la concezione di dispersione elettromagnetica; come si può quindi affidare alla massa una decisione che la porterebbe a propendere assurdamente per una decisione, a loro (errato) modo di vedere, migliore, come l’interramento degli elettrodotti? Chi glielo va a spiegare che l’aria conduce l’elettricità sicuramente meno che il terreno umido? C’è da chiedersi questa maggioranza, per definizione incompetente, con quale pretesa cognizione possa perfino giudicare la competenza o meno di qualcuno. Ed anche ove non debba essere la maggioranza a stabilire la competenza, è necessario un pezzo di carta (titolo di studio) ad attestarlo, emesso secondo criteri non sempre equilibrati. 

 

Non voglio essere letto perché Nobel, ma solo se il mio lavoro lo merita” (Jean-Paul Sartre, dichiarazione su Le Figaro, 23 ottobre 1964)

 

Basti pensare alle tipiche diatribe sul riscaldamento centralizzato nei condomini. Nessuno riesce ad arrivare a capire l’ovvia soluzione consistente nell’adeguarlo alla necessità del condomino che lo richiede al minimo, e per chi ne desidera di più dotarsi di un unità personale che supporti quello centrale? Se si affida tale scelta ad una votazione per maggioranza saranno comunque tutti scontenti. Ed inoltre il voto su quali scelte possibili dovrebbe basarsi? Le opzioni di scelta dovrebbero comunque essere decise da qualcuno! ----- su olismo?-----organicismo----

 

Quando ti trovi d’accordo con la maggioranza è il momento di fermarti a riflettere” (Mark Twain)

 

Ed il “think tank” (o mainstream???) non fa altro che approfittarne e rinfocolare l’ignoranza. Come la sbandierata centrale a idrogeno di Fusina, presentata come polo tecnologico per le energie rinnovabili, patrocinata anche dal Ministero dell'Ambiente. Ora, alla maggior parte dei lettori dei giornali parrà una cosa sensata; solo un’irrilevante minoranza di lettori/elettori non riuscirà a cogliere il nesso tra idrogeno ed energie rinnovabili. Nesso che a tutti gli effetti non esiste. Dato che l’idrogeno è tutto fuorché fonte di energia. Potrà pur essere rinnovabile, ma a prezzo di quantità di energia ben maggiori di quelle che restituisce (entalpia?)! E dato che minime perdite dai serbatoi sono inevitabili, sappiano pure che è un killer per l’ozono. Ma sembra oggi non importi più a nessuno dell’ozono... è passato di moda, ogni periodo ha le sue “mode”.

 

Il fine precipuo della scienza di sostituire al mito la conoscenza razionale viene sovvertito dalla possibilità di impiegare la tecnica per creare su scala di massa nuove mitologie[101]

 

Il termine oclocrazia, che ha un’accezione negativa, compare per la prima volta nelle Historiae (6.4.6) di Polibio, che la considera una forma di degenerazione della democrazia, in quanto inevitabile conseguenza dei comportamenti demagogici legati all’acquisizione del consenso. Nella visione di Polibio, il disordine politico che consegue all’instaurazione di un sistema oclocratico ha come unico sbocco il ritorno alla monarchia o comunque di una forma dittatoriale.

 

Platone, nel terzo libro della “Repubblica”, narra il racconto fenicio, anzi, “un qualcosa di fenicio”, il quale è un mito di fondazione, che si differenzia dai miti narrati dai poeti perché è artificiale e dichiaratamente falso, tanto che Socrate lo espone con esitazione e vergogna. La sua funzione è la legittimazione della gerarchia politica, prima per i governati e, dopo una generazione, anche per i governanti. Come i vasi, così gli uomini possono essere d’oro, d’argento o di bronzo e, a seconda del metallo di cui son fatti, devono occupare un ben preciso gradino della scala sociale (se sono d’oro, saranno governanti; se d’argento, saranno guardie; se di bronzo, lavoratori). Franco Trabattoni (Platone, Carocci, Roma, 1998, p. 188) sostiene che il contenuto del mito è anti-aristocratico: l’aristocrazia non è quella della nascita o della ricchezza, ma quella fornita da attitudini che ci sono date, e che possono essere in contrasto con la classe sociale che ci ha generato.

Quale esempio più calzante delle dinastie regnanti?

 

Ma lei lo sa quanto costa una segretaria in Svizzera?” (Vittorio Emanuele Savoia)

 

Basti pensare all’aspirante Re italiano, raro esempio di borioso animo becero chiaramente definito dal paragonare una persona ---come fosse un oggetto --- appena descritta. ----- riguardo aristocrazia non deve essere identificata con retaggio ma come animo ------

 

«Con quale mezzo potremmo allora far credere una genuina menzogna, di quelle che s’inventano al momento opportuno e di cui parlavamo prima, soprattutto ai governanti stessi, o altrimenti al resto della città?» «Quale menzogna?», chiese. «Nulla di nuovo», risposi, «solo una storia fenicia, già accaduta in passato in molti luoghi, come ci dicono in modo convincente i poeti; ma non so se sia accaduta o possa mai accadere ai giorni nostri, e del resto richiede una buona dose di persuasione per essere convincente». «Sembra che tu esiti a raccontarla», osservò. «Quando l’avrò raccontata», replicai, «la mia esitazione ti sembrerà ragionevole». «Parla pure», disse, «non avere paura». «Allora parlerò, per quanto non sappia con che coraggio e con quali parole; e cercherò di persuadere innanzitutto i governanti stessi e i soldati, poi anche il resto della città, che essi avevano l’impressione di ricevere tutta l’educazione fisica e spirituale impartita da noi come in un sogno che accadesse attorno a loro, ma in realtà in quel momento erano plasmati ed educati nel seno della terra, essi, le loro armi e il resto del loro equipaggiamento già bell’è fabbricato; e quando furono interamente formati la terra, che era la loro madre, li portò alla luce. Per questo ora devono provvedere alla terra in cui vivono e difenderla come loro madre e nutrice, se qualcuno muove contro di essa, e considerare gli altri cittadini come fratelli nati anch’essi dalla terra». «Non a torto», esclamò, «prima ti vergognavi a proferire questa menzogna!». «E ne avevo ben donde!», risposi. «Tuttavia ascolta anche il resto del mito. Voi cittadini siete tutti fratelli, diremo loro continuando il racconto, ma la divinità, plasmandovi, al momento della nascita ha infuso dell’oro in quanti di voi sono atti a governare, e perciò essi hanno il pregio più alto; negli ausiliari ha infuso dell’argento, nei contadini e negli altri artigiani del ferro e del bronzo. Dal momento che siete tutti d’una stessa stirpe, di solito potete generare figli simili a voi, ma in certi casi dall’oro può nascere una prole d’argento e dall’argento una discendenza d’oro, e così via da un metallo all’altro. Ai governanti quindi la divinità impone, come primo e più importante precetto, di non custodire e non sorvegliare nessuno così attentamente come i propri figli, per scoprire quale metallo sia stato mescolato alle loro anime; e se il loro rampollo nasce misto di bronzo o di ferro, dovranno respingerlo senza alcuna pietà tra gli artigiani o i contadini, assegnandogli il rango che compete alla sua natura. Se invece da costoro nascerà un figlio con una vena d’oro o d’argento, dovranno ricompensarlo sollevandolo al rango di guardiano o di aiutante, perché secondo un oracolo la città andrà in rovina quando la custodirà un guardiano di ferro o di bronzo. Conosci dunque un qualche sistema per convincerli di questo mito?» «Per convincere loro», disse, «assolutamente no; semmai per convincere i loro figli e discendenti e la posterità in generale». «Ma anche questo», dissi, «potrebbe essere un buon sistema per indurli a curarsi maggiormente della città e dei rapporti reciproci; capisco grosso modo il tuo pensiero. L’esito di questo progetto dipenderà da come lo diffonderà la fama; per quanto sta in noi, armiamo questi figli della terra e conduciamoli innanzi, sotto la guida dei governanti». (Platone, Repubblica, III, 414 D)

 

A differenza di quanto una mente superficiale potrebbe pensare questo discorso non è affatto anti-aristocratico, anzi... la relativa mobilità interna di chi dimostra qualità eccellenti o al contrario, di chi si dimostra indegno della sua nascita, è una chiara riaffermazione del principio gerarchico. Ecco cosa intende il fascismo quando esalta l’aristocrazia come mito positivo: non la nobiltà araldica, ma quella interiore. “Conosci te stesso”.

 

La mia Patria è un idea, non è più la geografia” (Amici del vento)

 

Piuttosto è un discorso che prendiamo a spunto a conferma della necessità da parte della democrazia (o presunta tale) di arrabattarsi per convincere, ingannando, i cittadini a perseguire il bene comune, fine organicistico della società, laddove essa stessa per convenzione porterebbe invece alla strada opposta, a scelte democratiche basate sull’ignoranza e sulla stupidità, e quindi difficilmente buone. Le caste non danno statualismo, ma status organico. L’unico modo per avere questo status tradizionale è il reale riconoscimento della natura di ogni umano, il suo “colore” e quindi la sua collocazione con tutto quel che ne consegue. Platone fu un saggio ed un grande illustratore della dottrina quantunque il metodo da lui usato sia ------piuttosto noioso—o scontato?---; insomma le deduzioni fallaci possono sempre venir fatte, certo, ma questo suo modo di porre i suoi trattati ha agevolato una certa confusione, tanto da venir esaltato anche dai sedicenti democratici.

 

In un momento di menzogne universali, dire la Verità è un atto rivoluzionario” (George Orwell) 

 

Ortega J. Gasset in “La ribellione delle masse” sostiene che la società è da sempre un unità di minoranze attive e di masse passive. L’uomo medio converte il dato quantitativo della moltitudine in una determinazione qualitativa. Secondo egli è possibile sconfiggere la “ragione della non-ragione” e la pretesa di “dirigere la società senza averne la capacità” di questo “esercito di capitani” tramite la democrazia liberale, tuttavia la sua definizione di democrazia liberale si avvicina più a quella intesa in senso -----aristocratico---- che quella comunemente definita tale.

In ogni caso il dubbio che ci poniamo è a cosa si riferisca ovvero quali siano questi metodi tramite i quali ritiene sia possibile far funzionare la democrazia. La risposta più semplice, quella platonica, è da brividi. Il nome che essa prende oggi è: terrorismo.

 

Ben diverso il discorso di una “democrazia liberale aristocratica platonica”, inserita nel contesto squisitamente fascista di organicismo personalista, in cui cade la necessità di arrabattarsi ad ingannare per far passare per bianco ciò che è nero. Il primo a teorizzare la “democrazia organica” fu proprio Platone ne “la Repubblica”, anche se non chiamandola così.

 

La concezione statualistica collegata ai beni pubblici è poi del tutto insensata. Se tutti fanno quel che devono seguendo quel che sono in modo organico a che serve l’apparato Stato? Il concetto di proprietà pubblica è ---o diventa?--- insensato (trattasi di condivisione, il che non nega la proprietà/possesso individuali). Il discorso platonico verte sulla necessità di ingannare, il senso della nobile menzogna è proprio quello di tenere a bada il popolo senza dover necessariamente ricorrere alla forza. Non tutti fanno quel che devono ma tutti devono farlo e per questo ci sono la frusta e il bastone. Ma nel momento stesso in cui si debba usare la frusta ed il bastone è già accaduto che tra i saggi vi siano degli indegni o degli infiltrati al servizio dell’avversario. Il fondatore dell’impero degli Incas non poteva fare cosa più saggia che presentarsi ai peruviani come il figlio del Sole e persuaderli che recava loro le leggi che gli aveva dettate il Dio suo padre.

 

La democrazia è un modo per metterlo nel culo alla gente col suo consenso” (Massimo Fini)

 

La menzogna non è nobile. Al popolo si dice quel che può capire, adatto alle situazioni di tempo e luogo senza mentire, e gli starebbe bene. Ciò affinché sia l’ordine appropriato per tutti, secondo natura. Che in realtà ogni parola sia falsa, ciò è un’altro discorso, no? Il problema si pone quando ad avvallare una decisione sia richiesta la maggioranza.

Secondo essi nobile o ignobile dipende dal fine. Radice comune con il terrorismo. Vi è chi crede che l’ordine vada perseguito con tutti i mezzi... Anche con quelli che non sono che illusioni, finzioni, ossia, con ciò che facendo leva sul sentimento e sull’emotività del “popolaccio” lo spinge ad un più “alto” operare - nel senso che bisogna trarre il massimo profitto da ciò che garantisce una migliore identificazione della massa con il potere centralizzato. Né più né meno che la strategia oggi nota come “degli opposti estremismi”.

Per alcuni si potrebbe sempre provare a predicare l’adesione volontaria al modello castale senza rigenerare la società con la coercizione o con la menzogna. L’esperienza ha dimostrato quanto utopico sia.

 

Inganni funzionalmente necessari” (Jurgen Habermas) 

 

Essendo la nobiltà interiore, essa si declina ben prima dell’inizio e ben prima della fine. Forse è bene dir così: non si può non dire il vero poiché la verità in sé stessa è inesprimibile (il che equivale a dire che ogni cosa detta è, in fin dei conti, falsa relativamente alla piena verità).  ---- Parmenide??----

 

alcune riflessioni epistemologiche sul ruolo che può avere lo scarto, l’errore, il marginale nella crescita della conoscenza, nel passaggio da un paradigma scientifico ad un altro. ---------- un passo del Parmenide di Platone in cui Socrate, discutendo con il filosofo di Elea, gli espone la dottrina delle idee. Essa, in modo molto semplice, si può riassumere così: noi - dice Platone per bocca di Socrate - conosciamo davvero qualcosa quando conosciamo il modello, l’idea di questo qualcosa. Nella geometria non conosciamo i teoremi di Pitagora e di Euclide o le proprietà del triangolo soltanto perché le dimostriamo nel particolare triangolo che, ad esempio, abbiamo disegnato alla lavagna; ma le conosciamo davvero perché conosciamo l’idea del triangolo che vale come modello per tutti i triangoli possibili, tutti quelli che possiamo disegnare. E lo stesso accade per un’azione: noi la riconosciamo come giusta solo se sappiamo cosa è la giustizia in sé. Analogamente possiamo dire di conoscere davvero che cos’è un cavallo quando conosciamo l’idea del cavallo. Le idee hanno un’esistenza separata dalle cose di cui costituiscono il modello. Esse sono collocate in un mondo che Platone chiama “iperuranio” il quale, a rigore, dovrebbe contenere idee di tutte le cose che ci sono da conoscere in questo mondo.

Parmenide domanda allora a Socrate: questo vuol dire che nel mondo delle idee ci sono i modelli anche delle cose più infime, del sudiciume, del fango, dei rifiuti? Ci sono dunque anche idee di queste cose, che sono “di natura vile e spregevole al massimo grado”? E Socrate, messo in difficoltà, risponde: “No, no, si tratta di cose che, quali noi vediamo, tali esistono in realtà, e così bisogna guardarsi dal pensare che ci sia un’idea anche per esse, potrebbe essere fuori luogo”. Non c’è posto, nel mondo delle idee di Platone, per gli scarti, la sporcizia, i rifiuti. ---qui???-----

 

Ovvero “accontentarsi di salvare il salvabile”. Superato un certo limite non è possibile ripristinare un ordine senza il diretto intervento del “divino”, qualunque istituzione lo incarni in quel momento. Certo nessuno pensa che oggi si possa anche solo pensare di dare in mano il potere ad una qualche classe sacerdotale, incarnazione della volontà divina. Certo, alla luce delle gerarchie terrestri, secondo alcuni sarebbe auspicabile che l’ordine metafisico scendesse dall’alto. In assenza di un’improbabile “seconda venuta di Cristo”, rimarrebbe da affidarsi all’uomo.

 

In una società dove le gerarchie sono capovolte ed i ---governanti ----- lavorano perché si perpetui tale gerarchia è una società che necessita di menzogne, tese a calmierare i problemi indotti dalle barriere create per salvaguardare le gerarchie indegne. Solo in una società ---------- non sarebbe più necessario il bastone e la carota, e quindi nemmeno l’arte della menzogna tesa a sostituzione della forza.

--- aggiungere qualcosa che c’entri con frasi sotto:

 

Ti dici libero? voglio conoscere i pensieri che in te predominano. Non mi importa sapere se tu sei sfuggito ad un giogo: sei tu uno di quelli che avevano diritto di sottrarsi al giogo?” (Friedrich Nietzsche – “Così parlò Zarathustra”)  

 

Utile citare la favola di quel cavaliere medievale che morendo colpito da un colpo di archibugio si lamenta che in una sfida all’arma bianca il plebeo che l’ha colpito non sarebbe riuscito ad avere la meglio. Oggi, in un era meno violenta, l’archibugio dei plebei verso l’aristocrazia è l’opinione pubblica diffusa e ripresa dai media. Certo, solo una minoranza di popolazione è formata da feccia, ma questa proprio in quanto tale porta compresa la caratteristica della querulità, presunzione, arroganza, rancore, misantropia. Ma il punto principale è: queste caratteristiche non sono esse stesse in sé a determinare quanto “feccia” è una persona, ma se esse siano utilizzate a torto o a ragione. E’ questo a determinare la caratura morale di una persona, che contraddistingue l’animo nobile da quello ----becero----. Una persona nobile è una che sa giudicare e comandare con saggezza, quando gli sia permesso farlo.

 

Nei tempi moderni sono spariti via via i gentiluomini, i galantuomini, e finalmente son quasi scomparsi perfino gli uomini. Ora son rimasti sulla scena i sottomini” (Giovanni Papini)

 

Ma il fatto che siano rimasti solo i “sottomini” significa che in una simile società i paria sono i “sopruomini”. Essendo incompatibili tra i due, la tendenza ad escludersi a vicenda è normale. In una società dove i “sottomini” sono la stragrande maggioranza e per questo detengono il comando, sono quindi i “sopruomini” ad essere esclusi.

 

Il sentimento gregario spinge i pigri ed i vili a rintanarsi nella massa” (Oswald Spengler)

 

Rarissimo diviene oggi che due alfa riescano ad incontrarsi. E conseguente è che, nel gruppo dei “sottomini”, dato l’incompatibilità ----ecc------, siano i “sopruomini” ad essere considerati inferiori dalla massa. ----cameratismo oggettivo qui????------

 

E’ proprio dai migliori che gli Dei esigono che dian buona prova di sé innanzi al Destino” (Hans F. K. Gunther)

 

Questo stesso discorso è pregno di arroganza e rancore verso la gentaglia che definiamo “feccia”, ma è proprio questa la differenza: la feccia è quella arrogante e rancorosa nel torto; e lo è non per la rabbia di vedere quanto bassa sia l’umanità che la circonda come è per la vera aristocrazia, ma l’opposto, ovvero per vedersi inferiore e voler far abbassare tutti gli altri, meno faticoso che alzare se stessi. Come il pollo di Trilussa.

 

Non discutere mai con un idiota, ti trascina al suo livello e ti batte con l’esperienza  -----invertire con altra frase simile??-------

 

Questa è la differenza che contraddistingue l’animo nobile da quello ---becero---: l’animo nobile agisce per filantropia dettata da empatia, quello ---becero----- per egocentrica e narcisistica misantropia. E’ proprio per questo scagliarsi con arroganza e rancore contro essa, ovvero implicitamente nella ragione, contraddistingue l’animo nobile da quello ---becero---- seppur utilizzando i medesimi sentimenti, ma in tal caso di rivalsa. Non è e non deve essere il carisma a determinare le gerarchie, ma il torto o la ragione. La capacità di discernimento. La presenza o assenza di coscienza critica. Che non spetta certo ad un giudice terreno stabilire, ma al giudice che sa leggere dentro i cuori. A sé stessi. E deve bastare. 

 

Chi vince gli altri è, si, potente ma chi vince se stesso è ben più forte” (Lao Tze)

 

Ma non si fraintenda: democrazia può essere intesa in più concetti. Quindi la critica fin qui fatta non va intesa alla democrazia, ma alla democrazia che affida il potere alla maggioranza elettorale. I sostenitori di questa non hanno il monopolio del termine “democrazia”! Non è tutto oro quel che luccica. Ad Atene, il “demos”, il popolo, cioè la gente che aveva voce in capitolo, che faceva il piano regolatore, le -----fognature---- e decideva le guerre, non era composto dagli abitanti di Atene. Ad Atene i cittadini erano una minoranza ridicola. E ci furono un bel pò di guerre servili, soffocate democraticamente nel sangue dei poveri. Come a Roma. Né più né meno. Ad Atene, se non si nominano i pezzenti, è solo perché in quel tipo di società non erano nemmeno considerati. Non erano considerati nemmeno come formiche. Non esistevano.

 

Il popolo come insieme dei titolari dei diritti politici, anche in una democrazia radicale, rappresenta soltanto una piccola frazione della cerchia degli individui sottoposti all’ordine statale, del popolo come oggetto del potere… L’esclusione degli schiavi e – questo ancor oggi – delle donne dai diritti politici, non impedisce affatto di considerare un ordinamento statale come democrazia” (Hans Kelsen, 1929[102])  

 

----come unire??----- nell’ambaradam del concetto di democrazia il problema si pone quando vi è qualcuno che ha il potere e la volontà di approfittare de ----sistema----- legittimato dalla presuntamente democratica volontà della maggioranza. Ed i mezzi che usa per perseguire i fini. Quanto appena detto prendendo ad esempio la menzogna platonica.

 

Giustizia è favorire il bene comune; empietà è contrastare il vero e perseguire il piacere personale” (Marco Aurelio) ----qui???---

 

Basti l’esempio più eclatante, quello di Stalin, ---- purga come metodo di concorrenza politica (eliminare i migliori anziché cercare di essere migliori).

 

Non basta essere felici, bisogna che gli altri non lo siano” (Jules Renard) ----qui?----invertire con altra frase simile?--

 

In questo è all’uopo inserire la visione di Hegel riguardo lo sconvolgimento in atto nel suo tempo delle forme del potere statale -----con l’inversione tendenziale ------ Stato dall’alto e non dal basso------ con la necessaria ----- di costituzioni necessarie a regolamentare la diffusione del potere------ , percorso per certi versi opposto all’organicismo e per questo criticato da più parti.

 

Se il corpo parlamentare, senza riguardo a qualsivoglia qualità dei suoi membri, viene ridotto ad una mera funzione di votazioni generali di maggioranza e se le sue delibere di maggioranza vengono prese, rinunciando ad ogni esigenza materiale della legge, come delibere di legge, in tal caso tutte le garanzie di giustizia e di razionalità, ma anche lo stesso concetto di legge e di legalità, si riducono ad una conseguente mancanza di sostanza e di contenuto, meramente funzionalistica e fondata su computi puramente aritmetici della maggioranza” (Carl Schmitt) Umberto Cerroni, “Il pensiero politico del novecento”, Newton ed., pag. 90. o su Liberalismo politico – liberismo economico: due cose diverse?

 

Ripetiamo: una qualunque regolazione formale del procedimento di emissione della volontà legislativa non può bastare a garantirne la giustezza razionale.  Umberto Cerroni, “Il pensiero politico del novecento”, Newton ed., pag. 90.   ed il parlamentarismo certamente non lo fa. 

 

La differenza tra l’antico regime e la democrazia è indicata da Tocqueville dal fatto che gli uomini che sottostavano ai nobili lo facevano perché credevano nella loro investitura, mentre quelli che devono ubbidire in democrazia ad un uomo senza qualità lo fanno di malavoglia.

 

Il vecchio stato liberale classico a suffragio ristretto […] poteva e doveva anteporre la coattività della legge al consenso e alla mediazione della domanda. Lo Stato democratico, nella misura in cui allarga la partecipazione e il consenso, concilia la legalità con la legittimazione   Umberto Cerroni, “Il pensiero politico del novecento”, Newton ed., pag. 90. ---- o su Liberalismo politico – liberismo economico: due cose diverse? 

 

Ma legittimazione non equivale necessariamente ad efficienza della conduzione del potere. Anche un asino può essere legittimato al potere. O perlomeno un cavallo, come quello di Caligola.

 

La democrazia è un sistema che garantisce che non saremo mai governati meglio di come ci meritiamo (George Bernard Shaw)

 

Come accennato ad inizio capitolo, quello che il volgo non riesce a comprendere, e sul cui equivoco i potenti speculano, è che “libertà” e “democrazia” sono due concetti dai significati totalmente diversi l’uno dall’altro: la libertà è la libertà – la democrazia invece è un sistema politico. Si presume che nessuno sia contrario alla libertà, se non in ambito penale. Esemplare è il fatto che i regimi meno libertari dell’ultimo secolo, quelli comunisti, si autodefinissero democrazie. Non a torto, se si considera il significato letterale del termine. Quello che ne faceva un antitesi ad ogni concetto di libertà era la loro interpretazione del concetto di democrazia: la volontà popolare come scusa dietro la quale difendere gli affari personali di un oligarchia. Non che i sistemi politici vigenti negli stati “democratici” odierni si discostino molto, anzi… Il paradosso che la democrazia ammette critiche a tutto fuorché a se stessa, pena il linciaggio morale e la messa al bando ed alla gogna, se non proprio al rogo.

Come se la democrazia fosse veramente il governo del popolo -----------, come fosse l’unica cosa buona -----. L’unica cosa che la democrazia è riuscita ad instillare nelle menti è il più estremo manicheismo proprio sul suo significato.

 

Ma lei non è democratica?” (una giornalista con tono stupefatto ad Alessandra Mussolini, 1993 –o 1992?--)

 

una ----cosa---- che ingenera odio può essere considerata buona? Oggi sembra di si. Certo, finchè a tale parola verrà assegnato un connotato talmente manicheo. Almeno fosse basato sulla verità, potrebbe essere comprensibile. Ma così non è.

---prima di differenza democrazia-libertà------

Difatti il distributismo non contesta la democrazia nella sua interpretazione ---------, ma l’attuale interpretazione comunemente datagli ed applicata.   -------- su brasillach frase?

 

Ogni tanto abbiamo delle manifestazioni dolorose che hanno il sapore della prepotenza, il sapore dell’invasione della libertà degli altri” (Oscar Luigi Scalfaro[103]) ---riguardo manifestazione skinhead ----

 

Alla faccia della tanto sbandierata libertà di espressione! Viene spontaneo chiedersi tra cento o duecento anni, quando grazie al progredire (si spera) della mentalità umana, come verranno considerate certe dichiarazioni aberranti e di per sé stesse contraddittorie.

-----Qui frase massimo Fini –fallaci??----

differenza legalità-legittimità : Non tutto quello che è legale è anche legittimo, non tutto quello che è legittimo è anche legale ------ morale ------- questione di principio ------ su differenza democrazia-libertà ----- vedi 900 pag. 89.  

Morale, diremmo: “le verità non sono tali per virtù di chi le afferma, ma per virtù propria” (“Storia della Sinistra Comunista”, vol. I).

-----esempi di cose illegali ma morali, e di cose immorali ma legali. ----   basti pensare a

 

Non deve essere lo “Stato” a concedere diritti alle persone, ma le persone a plasmare le norme statali del diritto che si ritengono necessarie. Una società che capovolga il concetto giusto (di democrazia) è una società nella quale la democrazia nel suo senso -------- è stata capovolta. E senza che nessuno riesca a rendersene conto, tra l’altro. Incantati come un cobra davanti ad un piffero.

 

Guai ai popoli i cui governi non possono definire i principii superiori, una dottrina economica ed anche una filosofia, ai quali obbedisce la loro amministrazione pubblica” (Antonio de Oliveira Salazar)

 

Tanto più larga è la base di suffragio, tanto minore sarà il controllo possibile e la necessità di impegno per il consenso. ----qui?----           E se potesse apparire come cosa buona, si pensi ai trabocchetti, alla demagogia, a tutte le strategie delegittimatorie tese non tanto ad ottenere il consenso quanto a toglierlo agli avversari. E solo come punta dell’iceberg. Il difetto principale sta nell’estraniazione dal potere, la qual cosa rende necessario ricorrere al sistema dei partiti come garanti di un candidato.

Per questa ragione il distributismo rifiuta il sistema di potere elettorale maggioritario a suffragio universale tipico della democrazia parlamentare. Al suo posto prevede un sistema impuntato sull’organicismo, ovverosia ----------------- basato su quanto già Platone ideò. 

 

Chi sa completamente non ha bisogno di fidarsi, chi non sa affatto non può ragionevolmente fidarsi” (G.------- Simmel)  -----qui???-----

 

La differenza basilare ed il risultato sta nel rendere il potere veramente vicino ad ogni cittadino. Ed ovviamente un potere tanto più è vicino al singolo cittadino e più è ------------. Solo in questo modo si potrà realizzare il vero concetto di democrazia inteso nel senso ----ateniese----- nel quale sia davvero il popolo ad imporre alla sua elite il percorso e le decisioni migliori per tutti! Ben diverso da come è oggi!

 

L’organizzazione è la madre del predominio degli eletti sugli elettori, dei mandatari sui mandanti, dei delegati sui deleganti. Chi dice organizzazione dice oligarchia” (Roberto Michels)   

 

E’ sempre stata un’illusione pericolosa il concetto che la società abbia un’essenza ed una volontà sua propria superiore ai singoli individui. E’ questo il mito diffuso dagli “ingegneri sociali” individualisti come contrapposizione alla visione personalistica. Ai loro politici infatti è funzionale diffondere la convinzione che la società esista come entità indipendente; la legittimità del potere si basa su questo mito. Con questo non si vuole criticare il concetto di “Stato”, ma la sua interpretazione liberaldemocratica e marxista basata sulla “volontà popolare” come giustificazione delle proprie azioni (“strumentalizzazione”). Il problema è che la “volontà popolare” non necessariamente riflette la giustizia, e le azioni coperte dallo scudo della “volontà popolare” possono essere anche azioni malvagie.

 

Il parere della maggioranza non può essere che l’espressione dell’incompetenza” (Réné Guénon)

 

Anche oggi, a tutti i livelli, si fa ampio utilizzo di questo scudo. Si consideri ad esempio l’approvazione mondiale della condotta israeliana nei confronti dei palestinesi. Oppure, andando più indietro nel tempo, la liberazione “vox populi” di Barabba anziché di Gesù. In ogni caso anche quando la “volontà popolare” manchi inizialmente, essa in un modo o nell’altro viene provocata quando ci sia una necessità, in quanto la psicologia delle masse è facilmente manipolabile da chi ha la possibilità di farlo, oggi anche tramite i sistemi di comunicazione di massa.

 

I giornalisti sono quelli che sanno distinguere i fatti dalle balle, ma poi pubblicano le balle” (Mark Twain)

 

Non riteniamo necessario dilungarci in vari esempi, dato che sono visibili quotidianamente, anche se difficilmente percepibili per chi non ne abbia la sensibilità. Basterà citare l’isteria di massa che vige nei confronti dell’energia nucleare, nonostante praticamente nessuno dei contrari capisca nemmeno lontanamente a cosa si riferisca tale fonte di energia (altrimenti non ne sarebbe contrario, ipso facto). Questa isteria è stata determinata dall’incidente di Cernobil del 1986, sul quale nonostante la grancassa mediatica montata ad arte si sia spinta oltre ogni limite di decenza, questi stessi media si guardano bene dal pubblicare onestamente la statistica ufficiale dei decessi (31), enormemente inferiore alle vittime delle altre fonti di energia classiche. Quelli che definiscono “disastro” l’incidente di Tree Mile Island, nel quale la popolazione circostante assorbì la dose di radiazioni equivalente all’indossare un orologio con le lancette luminose. Il vero disastrato fu solo il proprietario della centrale…

 

La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire” (George Orwell)

 

E’ una delle stranezze degli uomini, muoiono costantemente come mosche per l’inquinamento prodotto dal termoelettrico, ma rifiutano il nucleare, come se le alternative fossero innocue. Come intervento antromorfico sulla natura, l’idroelettrico viene presentato come meno dannoso del nucleare. Dovrebbero chiederlo agli abitanti di Longarone. Ma anche senza citare il disastro del Vajont, basta pensare all’ipocrisia intorno al fotovoltaico. A molti sfuggiranno le morti per il fotovoltaico. Ma tutti sanno che il settore lavorativo a maggiore rischio di infortuni è quello edile, specialmente quando si lavora sui tetti delle case. Ebbene, l’installazione del fotovoltaico rientra esattamente nella categoria dei lavori edili eseguiti sui tetti. Se poi consideriamo che ogni installazione fatta su un tetto è a fronte di una produzione veramente modesta, ci rendiamo conto che i morti del fotovoltaico costano caro in confronto ai benefici. Ma tant’è, finché muoiono semplici muratori, possibilmente extra-comunitari, improvvisamente gli occidentali diventano tolleranti e di manica larga. E’ la solita abiezione di chi non vuole rischiare in proprio per i “propri” comodi. E l’anno seguente all’incidente di Cernobil la massa di ignoranti ha avuto l’ardire di permettersi di voler decidere anche per tutti gli altri. Con sommo gaudio delle compagnie petrolifere, e solo di esse, a scapito di tutti. Come non ripensare al dottor Semmelweis? Si potrebbe dire la stessa cosa per la terapia elettroconvulsivante, che nonostante la riconosciuta efficacia è oggi trascurata per motivi falsamente etici dettati dalla totale ignoranza sull’argomento, che porta ad assimilarla alla tortura tanto quanto l’energia nucleare viene assimilata alla bomba atomica. C’è da chiedersi perché nessuno contesti il carbone per via dell’oxiliquite. O il petrolio per via delle molotov. O il solare per il melanoma. O l’eolico per gli uragani…

 

L’ottimista pensa che questo sia il migliore dei mondi, il pessimista sa che è vero” (Oscar Wilde)

 

qui discorso isotopi??? Diga banqiao?  una storia da brivido, di cui per tre decenni in occidente non si è saputo nulla il disastro della diga di Banqiao a causa di epocali precipitazioni per 1060 mm in tre giorni.

D’altra parte, mentre si scava per riportare in superficie 33 minatori in Cile, in Cina muoiono 7 minatori al giorno per estrarre il carbone... e fino a qualche tempo fa la media era intorno ai 13.

i calcoli di mortalità per terawattora

 

Per avere la conferma dei veri motivi del boicottaggio del nucleare basta andare con la memoria ad un periodo nel quale la coscienza ambientalista non esisteva, i primi anni ’60. In quel caso la “volontà popolare” sotto forma di giustizia legislativa rappresentativa “in nome del popolo italiano” venne utilizzata per frenare lo sviluppo del nucleare condannando giudiziariamente con accanimento inusuale il padre del nucleare italiano Felice Ippolito per reati amministrativi che oggi farebbero solo sorridere, a fronte della tolleranza verso la vera corruzione che avveniva anche allora ad ogni livello. Per non parlare delle persecuzioni che dovette subire Vincenzo Muccioli.

 

La caccia era lo sport favorito dai nobili, il bracconaggio quello dai poveri: la differenza stava nel diletto dei primi e nella fame dei secondi, con un eguale coefficiente costituito dalla forca, minacciata dagli uni, subìta dagli altri” (autore????)

 

Il problema delle amministrazioni pubbliche, quando sono omnicomprensive è che sono piuttosto sciatte, specialmente nell’ultimo mezzo secolo in quelle democratiche, ove ha prevalso la scelta elettorale di un elettorato edonista, per quanto riguarda la predisposizione di riserve per il futuro ed affrontare le relative problematiche (che è poi lo stesso accaduto per i conti pubblici e relativi debiti). E’ un po’ come il discorso del controllore che coincide con il controllato. Basti pensare che è in seguito al primo scandalo dei petroli (febbraio 1974) che emerse il finanziamento ai politici per frenare lo sviluppo delle centrali nucleari. Tant’è che dieci giorni dopo l’arresto di Ippolito gli Usa concedono all’Italia un prestito di un miliardo di dollari, e il “fondo monetario internazionale” duecentoventicinque milioni; e tutti sappiamo che il Fmi concede prestiti solo previa delega a condurre la programmazione economica del paese richiedente. Non si può dare altra spiegazione all’accanimento messoci dal presidente Saragat contro Ippolito, se non il freno al nucleare come pegno per la nazionalizzazione dell’Enel.

Quelli come -------- Tozzi possono dormire sonni tranquilli, che se il favore al nucleare fosse dettato da interessi particolari di lobbie (anziché, notoriamente, sussistere essi proprio nella direzione opposta), il nucleare semplicemente non sarebbe giammai stato abolito. A prescindere da farse referendarie per gli allocchi di turno. I già descritti autonominatisi detentori monopolistici dell’ambientalismo che in realtà fanno proprio e solo il gioco di chi li manovra a piacimento fregandosene dell’ambiente, ed ottenendo così gli effetti opposti a quelli desiderati ----ecologisti si ma ignoranti------

Insomma, gli antinuclearisti (che spesso provengono da una parte politica che preferisce l’opposto del libero mercato) lanciano accuse verso il settore nucleare che in realtà riflettono la logica del sistema politico che preferiscono. E’ indecente come si arroghino di attaccare sugli interessi economici il nucleare, parlando essi dallo stesso punto di vista dei petrolieri! Mentre dall’altro lato attaccando il nucleare vanno contro agli interessi ambientalisti in nome dei quali attaccano quella che è la fonte di energia più ecologica tra quelle efficienti! Insomma, chi finanzia Greenpeace?

Si tralasciano volutamente o si boicottano ---sistemi---- per ripiegare su --- specchi per allodole--- appositamente inefficienti. Difatti il paradosso si raggiunge con l’eolico: da sempre viene deriso chi propone utilizzi energetici e rimedi agli sprechi che si rivelerebbero essere in definitiva poco convenienti. Si trascurano i sistemi di fotocellule, di ---interruttori foto sensibili-----, di autospegnimento, trascurano sistemi a pompa di calore, sistemi di recupero del calore --------, si proibiscono -----, tutti considerati irrilevanti quantitativamente. Dall’altro alto si incentivano i fari delle auto accesi di giorno e ---------. Ma l’eolico, la più grande assurdità e ------, il più irrilevante, il meno conveniente tra tutti nel rapporto costi/benefici, quello si!? Non è nemmeno paragonabile a--------. Nel confronto sono paragonabili ad una dinamo di bicicletta! E neanche permangono produttivi per tutto il tempo poi! E con un impatto paesaggistico deturpante. Allora tanto varrebbe costellare i fiumi di pianura di mulini ad acqua! Perché l’eolico si ed il più efficiente mulino ad acqua no? O perlomeno minidighe con turbine tipo Kaplan. E che dire della laguna di Venezia? Il flusso delle maree del vasto bacino se accuratamente usufruito sarebbe in grado di fornire una quantità enorme di energia, anche senza dover arrivare ad alterare il ricambio idrico ed ittico e la navigazione. E si sarebbero presi due piccioni con una fava coniugandolo con la necessità della salvaguardia dalle alte maree per la quale oggi si sta già costruendo un imponente opera monouso. ---- Recupero energia delle onde con pannelli galleggianti.----

 

Non tutte le cose che a prima vista sembrano buone sotto sotto lo sono… ad esempio, l’istituzione di un parco naturale da tutti viene considerata buona. Tuttavia accade che quando in un paese africano vengono scoperti dei diamanti in una montagna, la compagnia sudafricana De Beers monopolista mondiale del settore diamantifero, quando non riuscisse ad entrare in possesso diretto della nuova miniera (ad esempio quando certi stati erano comunisti, Angola, Mozambico, ecc), agisce in maniera di far dichiarare dai politici la montagna diamantifera parco nazionale, in modo che non sia possibile effettuare scavi minerari, cosicché nuovi diamanti concorrenti immessi sul mercato non ne abbassino il prezzo. E se si crede che per loro sia complicato far proclamare un parco nazionale, si pensi a quello che hanno combinato in Katanga nel 1962… quando dovette intervenire militarmente perfino l’Onu a por fine alla strage. O ancora più in là nel tempo, è indicativo che è nel 1914 che furono scoperti i diamanti in Namibia, allora Africa occidentale tedesca. Notando come tassello si aggiunga a tassello fino ad arrivare al ----data inizio prima guerra mondiale-----. Assodata questa prassi De Beers, spontaneo viene da chiedersi nuovamente: chi finanzia Greenpeace? ------- Riguardo nucleare-----

Chaco e Biafra guerra tra multinazionali non tra stati – Francia e Italia con Biafra, Bp e Shell con Nigeria. Con vittime anche nell’Eni. --- ----- standard oil (Usa) con Bolivia, Royal Dutch (Gb-Olanda) con Paraguay.

 

I distributisti recepiscono tutto questo, ed aborrono l’uso strumentale della “volontà popolare” instradabile col terrorismo, la demagogia e la giustizia “due pesi e due misure” “ad personam” a seconda delle necessità di chi tiene nelle proprie mani la Giustizia. Per questo il distributismo rifugge dall’attuale sistema politico che è fondato proprio su queste meschinità che hanno il loro caposaldo nelle istituzioni parlamentari. 

 

Il parlamento è una rappresentanza ingannatrice del popolo ed i sistemi parlamentari costituiscono una falsa soluzione del problema della democrazia. La vera democrazia, però, non può esistere se non con la presenza di rappresentanti di questo. I parlamenti, escludendo le masse dall’esercizio del potere, e riservandosi a proprio vantaggio la sovranità popolare, sono divenuti una barriera legale tra il popolo e il potere. Al popolo non resta che la falsa apparenza della democrazia, che si manifesta nelle lunghe file di elettori venuti a deporre nelle urne i loro voti. Il parlamento è eletto nelle circoscrizioni elettorali, oppure è costituito da un partito o da una coalizione di partiti, o per designazione dall’alto. Significa, inoltre, che il deputato non è legato ai suoi elettori da un rapporto organico popolare, in quanto, secondo la tesi della democrazia tradizionale oggi attuata, egli è considerato il rappresentante di tutto il popolo, alla pari degli altri deputati. Le masse, quindi, sono separate completamente dal loro rappresentante, ed egli, a sua volta, è completamente separato da esse. Quando il parlamento è il risultato della vittoria elettorale di un partito, è il parlamento del partito e non del popolo. Infatti, i titolari dei seggi rappresentano il loro partito e non il popolo; il potere esercitato da tale coalizione è il potere dei partiti coalizzati e non il potere del popolo. Inoltre, siccome il sistema di elezione dei parlamenti si forma sulla propaganda per ottenere voti è, di conseguenza, un sistema demagogico nel vero senso della parola. Per questo, il povero non può affrontare le battaglie elettorali, in cui vince sempre e soltanto il ricco. E’ una teoria antiquata ed una esperienza superata. Il potere deve essere interamente del popolo. Le più tiranniche dittature che il mondo abbia mai conosciuto si sono instaurate all’ombra dei parlamenti” (Dal “Libro verde” di Muhammar Gheddafi)

 

Il distributismo rifiuta etichette di “pianificazione” e non ambisce a “sistemi economici perfetti” nel senso marxista del termine, sostenendo che è invece il sistema capitalista odierno il risultato del piano di forze economiche e politiche, teso ad impedire quello che sarebbe stato lo spontaneo sviluppo dell’economia, sostituito da un sistema concepito per lasciare il campo aperto a chiunque volesse e fosse in grado di subordinare le masse del popolo ai propri voleri e strumentalizzarle per i propri interessi: la democrazia liberale. La quale, così come la pianificazione marxista, si arroga la pretesa di sistema perfetto, e si fa scudo della “legittimazione popolare” dietro la giustificazione della quale ogni azione è lecita (“dittatura della maggioranza”); si comprenderà facilmente come ciò non possa riflettere certo quell’ideale ateniese a cui essa pretenderebbe vanagloriosamente fare riferimento nel nome. 

 

L’idea di un credo che tutto abbraccia e tutto risolve è incompatibile con la libertà. [...] Tentar di soddisfare contemporaneamente entrambe le cose significa necessariamente finire, se non proprio in una forma definitiva di tirannia o di schiavitù, perlomeno in quella colossale ipocrisia e illusione che sono insieme presenti nella democrazia totalitaria” (Jacob Leib Talmon[104], “Le origini della democrazia totalitaria”, Bologna 1967)

 

Aspirazione fondamentale dei distributisti non è la perfezione, ma la realizzazione di un sistema che veramente più si avvicini all’ideale ateniese di “democrazia”, sia in senso politico che in senso economico. Che come abbiamo visto, la sua interpretazione odierna non necessariamente può essere rispecchiata in quello effettivamente applicato ad Atene. Anzi. ---ma i distributisti proprio a quello vogliono avvicinarsi, elitario per il buon governo delle scelte sensate e non per votare il livello del riscaldamento del condominio ma per impostarlo su quello giusto razionalmente. Per questo propugnano un sistema democratico basato sull’organicismo. Secondo i distributisti finora le autodefinentisi “democrazie” addirittura non sono state nemmeno “dittature della maggioranza”, ma palesemente “della minoranza”, come partitocrazie[105], plutocrazie[106], oligarchie[107], da considerarsi dunque all’opposto rispetto al significato letterale di “democrazia” come “governo del popolo”.

 

La tragedia delle democrazie moderne è che non sono ancora riuscite a realizzare la democrazia

(Jacques Maritain)

 

Ed a sostenerle per poter manovrare la società sarebbero appunto quelle persone che abbiano la “volontà e capacità di subordinare le masse popolari ai propri voleri e per i propri interessi”, mediante l’aggregazione in club atti allo scopo chiamati “logge massoniche”. Quello che lascia aperta questa possibilità è la regola del sistema elettorale demoliberale, come “gerarchia del numero”, che consente la possibilità di accesso al Potere a prescindere dalle capacità e dai meriti, ma soltanto grazie alla furbizia nel saper manovrare le masse anche utilizzando marionette dotate della capacità di “incantare” gli elettori con la demagogia, la retorica e l’esteriorità oratoria e prossemica.

 

I politicanti sono i camerieri dei banchieri” (Ezra Pound)

 

Interessanti suggerimenti ci arrivano dal maggior analista italiano della democrazia, Carlo Brevi. Secondo egli, all’origine dell’attuale decadenza vi è il sistema, a cui si dà convenzionalmente il nome di “democrazia” (che in realtà dovremmo definire “parlamentare” per contraddistinguerla) pianificato per far si che solamente i più spregiudicati riescano a poterne scalare le gerarchie; quelli che meno scrupoli si fanno nel venire a compromessi, ricatti e corruzione. I partiti politici non sono altro che organizzazioni atte a selezionare i peggiori elementi e porli a guida dei movimenti di popolo, ove fungeranno da esecutori degli ordini imposti dai burattinai, ricevendo in cambio determinati privilegi. Attorno ai misantropi che occupano le stanze dei bottoni, ruota il drappello dei profittatori-esecutori. Persone antropologicamente differenti dal resto degli uomini, prive di remore morali e disponibili a farsi ubbidienti servitori delle personalità influenti. Queste due categorie formano la struttura mente-braccio di ogni forma di governo. Possono cambiare le forme di governo, la struttura della società, il livello di cultura o di ricchezza collettivi, ma saranno, in ogni caso, sempre i peggiori a comandare. L’ascesa dei governanti per mezzo di elezioni partitiche rende quasi impossibile che una persona moralmente superiore possa arrivare al vertice.

 

La politica è un’arte, cultura e ragione non contano (Francesco Cossiga)

 

I burattini sono scelti per le loro capacità come demagoghi. Quindi la democrazia parlamentare virtualmente assicura che soltanto uomini malvagi ed ottusi arriveranno al vertice del governo. Spesso determinati comportamenti all’apparenza segnali di inefficienza spianano carriere anziché stroncarle come sarebbe prevedibile aspettarsi. Il caso più evidente è Cossiga in seguito all’affare Moro. Oppure come Antonio Maccanico dopo aver consigliato a Pertini la concessione della grazia ad un’impopolare terrorista. I candidati vengono scelti dai partiti, molto spesso tramite congiure massoniche tra camarille. La più nota sono le elezioni primarie degli Stati Uniti, dove i candidati dei rispettivi partiti sono scelti tra i rami delle due comunioni massoniche sudista e nordista. La scelta dei candidati a Presidente della Repubblica da parte dei partiti evidentemente segue logiche imperscrutabili.

 

Governare è far credere (Francesco Cossiga)

 

Ne abbiamo un chiaro esempio proprio in Italia, dove fin dal 1946 per qualche apparentemente incomprensibile ragione i presidenti della Repubblica vengono regolarmente scelti tra le persone peggiori del panorama politico... eppure agli occhi della gente appaiono come ligi e rigorosi campioni di moralità istituzionale. Basta un solo esempio: il necrologio più commosso per la morte di Stalin fu letto in Parlamento dal socialista Sandro Pertini, che diventerà poi famoso per il suo spudorato sciacallaggio sulla tragedia di Vermicino. Il mondo intero deve essere preda di una ipnosi collettiva, non vi è spiegazione più razionale di questa. Un sortilegio che fa apparire sensato essere comandati dai giullari, e che permette ai peggiori di tenere soggiogato tutto il popolo, estromettendo così quelli veramente in grado di far funzionare al meglio la società. Ancor più sotto delle “persone comuni” esistono le “sotto-persone”, ovvero il sottoproletariato, composto da tutti quelli che per qualche motivo hanno gli occhi aperti su quanto, ed ai quali questo non riesce ad andare giù, a chi, come loro, pretende di essere trattato allo stesso modo in cui lui tratta gli altri, ed esige per tutti il miglior sistema possibile, consapevoli dell’esistenza di questa possibilità che oggi è preclusa. Non necessariamente persone migliori, ma persone consapevoli dell’esistenza di persone migliori che oggi sono scalzate dalle peggiori nella guida della società dalla selezione al rovescio che favorisce chi manca di qualità intellettive, morali e di iniziativa.  

 

Sono nato troppo in alto per essere oggetto di possesso. Per essere secondo in comando. O un servo utile e uno strumento. Per qualsiasi Stato sovrano che esista al mondo” (Da “King John” di William Shakespeare)

 

Oggi l’abilità del gestire un azienda non sta nel saper investire, progettare, comprare, produrre e vendere, ma nel saper destreggiarsi con prudenza nell’eludere il fisco, ungere le ruote, imbonire mellifluamente, ingannare soci e clienti, favorire amici di amici, prostrarsi ai superiori ecc. Con un esempio calzante: non nel pescare di più, ma nell’eliminare più “orsi, gabbiani e foche”.

La più evidente punta di questo abominio sono i famosi “corsi di motivazione”, che ----- le persone ----- vendere non prodotti, ma sé stessi. Incredibile è come queste persone non si rendano conto che il loro comportamento è equivalente al chiedere l’elemosina, e si umilino inconsapevolmente in tal modo. ---piazzisti-----venditori di polizze assicurative, di pentole, di calze------- 

La politica è il riflesso dello specchio di tutto questo, ovvero nell’attuare tutte le manovre necessarie a favorire quel sistema “produttivo”. E’ inevitabile e conseguente che in entrambi i settori siano le persone peggiori a scalare la carriera in combutta l’uno con l’altro come due specchi che si riflettono reciprocamente. Ma sia chiaro: non è automaticamente ----detto---- che si comportino così perché sono persone peggiori; ma dimostrano apertamente di essere le persone peggiori proprio comportandosi così, degradandosi a questi imbarazzanti comportamenti di auto-umiliazione.

 

O una democrazia di capi con macchina, oppure una democrazia senza capi, vale a dire il dominio dei politici di professione senza vocazione, senza le qualità carismatiche interiori che fanno appunto un capo” (Max Weber[108])

 

Le persone migliori, più capaci ed efficienti, sono quelle che proprio per livello di orgoglio non possono nemmeno immaginare come si possa giungere ad architettare certi furbeschi stratagemmi fraudolenti. Ribadiamo: è proprio questa differenza “antropologica” che li qualifica come migliori, in quanto non aventi la necessità/possibilità di ricorrere a intrallazzi laddove agli arruffoni ciò è imprescindibile, come dimostra l’inesorabile ed incipiente perpetuarsi di fallimenti allorquando determinati ostacoli impediscano l’attuazione di meccanismi fraudolenti. Ma questo non significa che i migliori possano farcela. L’incapacità di capire porta a non riuscire ad accettare. Il ------ è che essendo il “sistema” ovvero tutti i concorrenti inseriti in questo ---------- risulta impossibile per un gestore il quale in un sistema normale sarebbe tra i migliori, poter competere in questo sistema anormale coi peggiori. L’unica soluzione è trasformare l’intero sistema da anormale in normale. Ed allora si che la vita per i peggiori diverrebbe difficile, ovvero finalmente giusta nel ristabilimento della vera meritocrazia.

 

L’ordine economico va organizzato in modo che l’uomo sincero prosperi più di qualunque altro” (Silvio Gesell)

 

La società premia chi porta più ricchezza, ma questa società lo fa a prescindere da come. Quindi è normale che questa premi anche personaggi indegni, portatori di ricchezza, si, ma rubata agli altri, non creata. E con rubata si può intendere qualunque impresa che crei attività ma senza produrre alcun sovrappiù sociale, come le lotterie, i piazzisti, --------; ma anche quando un sovrappiù sociale ci sia ma sia inutile o addirittura deleterio, come ----------droga------. Per quanto ciò determini una redistribuzione e non una distruzione (a meno che non si voglia tener conto dei costi che l’impresa comporta); ma una redistribuzione iniqua. Noi vogliamo una società dove sia premiato solo chi crea ricchezza, non chi la trasforma e/o la devia strumentalizzandola a suo primario interesse. Vogliamo una società dove chi è capace possa dimostrare e far fruttare le proprie capacità nell’interesse di tutti. Cosa che oggi è impedita appunto dal fatto che le persone indegne che oggi dirigono la società hanno tutto l’interesse personale a che chi gli è superiore non possa riuscire a far emergere questa superiorità.

 

L’unica consolazione degli spiriti mediocri è sottolineare i difetti degli uomini migliori” (---chi??-)

 

E gli indegni lavorano uniti in tal senso. “Mors tua, vita mea”. E per conseguire questo scopo l’arma utilizzata è il manovrare in tal senso tutta la massa di persone, “opinione pubblica”, che sta frapposta tra l’uno e l’altro; ed a permetterlo è la democrazia liberal-capitalista. 

 

Nel sistema odierno: “la capacità di comando non è commisurata all’utilità sociale delle funzioni svolte ma a quella economica realizzata sul mercato” (Enzo Mingione) ---mercato e società pag. 190.

 

La povertà quando è immeritata rende orgogliosi” (della propria povertà) – di conseguenza quando si è orgogliosi della propria ricchezza significa che essa è immeritata. 

 

Il fatto che nel traffico monetario una persona abbia il medesimo valore di un’altra, si fonda su di una semplice circostanza: nessuna di loro vale, a valere è soltanto il denaro” (G. Simmel, La psicologia del denaro)

 

Ed il think tank culturale ha una parte determinante in ciò.

 

O Su non è la libertà che manca????----- : “Tutto ciò che assicura il controllo non è il semplice possesso di determinati beni o valori, ma la capacità di dominare i linguaggi, le grammatiche e le sintassi che organizzano il senso. Il potere consiste nella capacità di dominare quelle precondizioni cognitive, motivazionali e sempre più verosimilmente biologiche che permettono l’intelligibilità e l’intenzionalità dei comportamenti espressi, delle relazioni sociali costruite, e dei sistemi istituzionali prodotti” (Alberto Melucci) ---mercato e società pag. 232.

 

-----come unire????-----------   è il sistema in cui vi è una piramide di potere compartimentata quale è la democrazia parlamentare liberista in economia che crea la massa e la rende contrapposta al potere politico. Invece un sistema dove non esiste una netta separazione tra i vari gradi della piramide quale è quello organicista implica l’assenza o comunque l’indefinibilità della massa. E quindi impedisce una contrapposizione tra essa ed i suoi rappresentanti.

Gustave Le Bon scrive “La psicologia delle folle”, dove egli vede le folle dominate da una irresponsabilità collegata all’anonimato e al carattere emozionale dei comportamenti.  

 

Ovviamente, per fare un esempio, superfluo dire che in un sistema decente sarebbe inibito il commercio del nulla, i cosiddetti “venditori di fumo”. Le transazioni economiche sarebbero basate su uno scambio obiettivamente reciproco, intendendo con ciò una gamma piuttosto lasca, sia chiaro, non eccessivamente restrittiva. Se non fosse inteso a cosa vada il riferimento, esso è diretto alla “vendita” di numeri vincenti del lotto, suonerie telefoniche, amuleti magici, braccialetti energetici, telefoni erotici (questi ultimi potrebbero tuttavia sussistere alla normale tariffa urbana), e a qualunque altro tipo di “aria fritta”. Non dovrebbero essere previste licenze commerciali per questo tipo di “commercio”, ma dovrebbero essere totalmente abusive tanto quanto ipotetiche licenze di grassazione, e punite in quanto tali quando scoperte. E sempre in quanto tali ai giornali e alle reti televisive dovrebbe essere proibito ospitare pubblicità di queste truffe. Permessa la pubblicità – proibita la sollecitazione.

Il mondo è pieno di ingenui, ma niente da il diritto a “Vanna Marchi” di approfittarne. Le vittime delle truffe saranno anche ingenue, ma quei soldi se li saranno pure sudati, a differenza di chi invece vorrebbe sottrarglieli senza far fatica, con la furbizia.

La repressione di questi ignobili atti non dovrebbe essere delegata a programmi televisivi, ma dovrebbe essere messa nel pieno interesse delle forze di pubblica sicurezza appositamente preposte. A questo scopo dovrebbe essere finalizzato un sistema di taglie, e ne sarebbe il miglior pregio. Tanto più è odioso il crimine, e quindi l’indignazione pubblica, tanto maggior fondo raggiungerebbe automaticamente la taglia (allorquando chiunque potesse contribuirne). -------mettere anche giù togliendo qualcosa da qui?------

 

Anziché far circolare la verità, l’industria culturale modella le verità sulla circolazione commerciale sicché la parola che non è mezzo ad uno scopo commerciale appare priva di senso  Umberto Cerroni, “Il pensiero politico del novecento”, Newton ed., pag. 81. ----qui???---

 

Come ci hanno dimostrato Adolf Hitler e Vanna Marchi, oggigiorno la semantica ha una valenza maggiore dei concetti che le parole intenderebbero realmente esprimere e la gran parte dei miti moderni non sono che vocaboli, la cui acustica basta a dare una abbaglio di idea. Si tratta di un metodo di suggestione paragonabile a quello degli ipnotizzatori. Far credere che dirsi contrario alla democrazia equivalga a dirsi contrario alla libertà ne è il tipico esempio.

 

Lo strumento base per la manipolazione della realtà è la manipolazione delle parole. Se puoi controllare il significato delle parole, puoi controllare le persone che devono usare le parole” (Philip K. Dick)

 

Quello che occorre è comprendere il meccanismo con il quale “essi” riescono a soggiogare tutti gli altri, comprendere che vi sono persone che ragionano e sentono in maniera profondamente diversa dal resto dell’umanità, inimmaginabili per un uomo comune.

 

Il mondo è pieno di polli ed io ho un talento naturale a scovarli” (Vanna Marchi)

 

Solo conoscendo questo loro modo di operare, si può risvegliare l’umanità dall’ipnosi di cui spesso è succube. Lo psicologo Andrew M. Lobaczewski, nel suo libro intitolato “Political Ponerology”, sottolinea che “i cosiddetti individui normali non possono comprendere la mente o il comportamento del sociopatico e sono quindi particolarmente vulnerabili ad esso”, intendendo come sociopatico l’archetipo che noi fin qui abbiamo definito “furbo”. 

 

Nella storia, l’apparenza ha sempre avuto un ruolo più importante della realtà” (Gustav Le Bon)

 

Accade spesso che la gente non si capaciti di come il popolo tedesco abbia affidato le proprie sorti a Hitler. Si racconta che una volta Jack Kerouac presentò una sorta di programma politico-culturale della Beat Generation che parlava della “volontà che unisce i nostri gruppi e che ci fa comprendere che gli uomini e le donne devono apprendere il sentimento comunitario al fine di difendersi contro lo spirito di classe, la lotta delle classi, l’odio di classe!” e che si concludeva con l’auspicio “Noi andiamo a vivere presto in comune la nostra vita e la nostra rivoluzione! Una vita comunitaria per la pace, per la prosperità spirituale, per il socialismo”. Il pubblico composto da intellettuali di sinistra ne fu entusiasta ma si raggelò subito apprendendo di aver applaudito un discorso pronunciato da Adolf Hitler al Reichstag nel 1937. In entrambi i casi non fu tanto il discorso ad essere applaudito (in fin dei conti piuttosto banale), ma il carisma della persona.   

 

I ciechi conducono i ciechi. Questo è il sistema democratico” (Henry Miller)

 

Essendo nella democrazia parlamentare l’accesso all’eleggibilità subordinato all’appartenenza ad un partito come garante e referente, la necessità di venire a compromessi con esso è irrinunciabile. Dato che lo scopo dei partiti è (o perlomeno diviene) il lucro (come in definitiva per ogni altra iniziativa umana, in un modo o nell’altro), per i politici è d’obbligo l’accondiscendere alla volontà di chi li “finanzi”; dall’altro lato, la carriera del politico all’interno del partito è determinata da quanto più profitto porti “in cassa”, ed è quindi implicitamente “costretto” alla corruzione, unico mezzo di profitto possibile per un partito politico. L’inevitabile e logica conseguenza di questo aberrante meccanismo è che ai vertici dei partiti riescono ad accedere prettamente le persone peggiori e meno meritevoli di tutta la società, ed è conseguentemente praticamente scontata. Essi in quanto tali, sono per antonomasia maggiormente manovrabili da chi abbia la capacità di farlo, il quale avrà quindi tutto l’interesse proprio a favorire l’ascesa ai vertici dei partiti ed ai posti di Potere proprio delle marionette più avide, immorali, ignoranti, e stupide, e perciò potenzialmente più vulnerabili e ricattabili, tenibili “appese per un filo”. In ogni caso anche il politico più onesto è costretto a tollerare la corruzione come finanziamento per il partito.

 

Non c’è leader politico che non possa essere arrestato per tangenti (Francesco Cossiga)

 

Come abbiamo già visto nel caso di Felice Ippolito, facilmente eliminabile allorquando necessario, partendo da un inchiesta giornalistica artatamente realizzata e fatta recepire alla magistratura su presunte irregolarità contabili che in tutti gli altri casi (ed anche nel suo, fino a quel momento) ben più gravi venivano bellamente ignorate. La stessa strategia nel 1976 usata contro “Antelope Cobbler”, e successivamente contro Bettino Craxi. Giovanni De Lorenzo definì con un allegoria quantomai calzante i fascicoli Sifar: “pistole puntate”.

 

Non le sole revolverate fanno male all’uomo” (Piero Buscaroli)

 

Scegliere il futuro capo di stato tra quelli che sono servili e sottomessi incondizionatamente. Gli amministratori, che sceglieremo tra il pubblico con una severa attenzione per le loro capacità di ubbidire con animo servile, non saranno delle persone addestrate nelle arti del governare, e quindi diventeranno facilmente delle pedine nel nostro gioco, nelle mani degli uomini colti e geniali che saranno i loro consiglieri, degli specialisti tirati su dall’infanzia per tenere in pugno gli affari del mondo intero. Questi nostri specialisti [prendono] le informazioni di cui [hanno] bisogno per prepararsi a regnare... dalle lezioni della storia, dalle osservazioni fatte sugli avvenimenti di tutti i momenti mentre succedono. I gentili non sono guidati dall’uso pratico delle osservazioni storiche senza pregiudizi, ma da una routine teorica senza nessuna attenzione critica per i risultati conseguenti. Li abbiamo convinti ad accettare i dettami della scienza (teoria), [ed] è con quest’idea in testa che stiamo costantemente stimolando una fiducia cieca in queste teorie attraverso la nostra stampa. Gli intellettuali dei gentili si gonfieranno con la sua conoscenza. Pensate attentamente ai successi che noi abbiamo raggiunto con il darwinismo, il marxismo, il nietzscheismo(dal “pamphlet contro Napoleone III” di Maurice Joly)

 

Ai cittadini elettori viene quindi implicitamente solo “concesso” di scegliere il rappresentante valutato come “meno peggio” tra quelli imposti dal partito (nel caso ci sia il “voto di preferenza”), ed in altri casi (“lista bloccata”) neppure ciò ma solo confermare quelli decisi dal partito prescelto. “Valutati” poi non si capisce sulla base di quale parametro, se non la propaganda elettorale nella quale tutti possono “suonarsela e cantarsela” in quantità variabili a seconda dei fondi disponibili alla spesa. Nella farsa delle tanto declamate “primarie” ugualmente si può scegliere solo tra candidati scelti dalle gerarchie partitiche. E, come si è detto, non certo scelti sulla base di qualità positive. Ma si tenga conto che, anche non fosse così, solo quelli in grado di spendere notevoli quantità di denaro per la campagna elettorale e capaci di incantare le masse avrebbero possibilità realistiche di essere eletti. Oggi esistono perfino dei manuali sulla prossemica-cinesica più appropriata da tenere per un candidato. In democrazia “l’abito fa il monaco”! Classico è l’esempio delle elezioni americane del 1960, quando il favorito (e “predestinato”…) ma goffo Richard Nixon perse contro John Kennedy a causa di un “banale” dibattito televisivo. Non c’è esempio migliore delle opinioni di un acuto osservatore quale Vittorio Emanuele III riguardo la classe politica dell’età giolittiana, di cui era certamente un profondo conoscitore: “Le doti necessarie per farsi strada nella politica italiana, e poi mantenersi al potere, non hanno nulla a che vedere con le autentiche virtù dell’intelletto e del carattere. Casomai il contrario”[109]. Dopotutto se i candidati sono disposti a spendere cifre colossali per tentare di essere eletti, dovranno vederci un analogo guadagno consistente perlomeno nel recupero di queste cifre, del tasso di interesse, e di un certo margine di guadagno… In Italia è dalla fine del diciannovesimo secolo che ne abbiamo un chiaro esempio con lo scandalo della Banca Romana, una specie di gara a chi fregava di più causata da un bug aperto nel sistema finanziario che gli permise di mettersi a stampare a spron battuto moneta falsa (ovvero con numeri di serie uguali) sulla quale tutti si gettarono a spiluccare.

 

I ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene, quelli di beni pubblici nelle ricchezze e negli onori  (Marco Porcio Catone)

 

Se, come diceva von Clausewitz, “la guerra è la politica fatta con altri mezzi”, e assodato che la guerra è un modo dei potenti per raggirare il popolo, la politica non può essere altro, no? Perlomeno la “politica” nel senso odierno del termine, non nel senso letterale che appartiene solamente a quelli che proprio per questo non avranno mai la possibilità di essere eletti.

 

Le persone oneste e intelligenti difficilmente fanno una rivoluzione, perché sono sempre in minoranza” (Aristotele)

 

Tutto questo si rivela anche nel “trasformismo” dei più furbi, ovvero non nell’aderire al partito che corrisponda ai propri pensieri, ma nell’aderire a qualunque partito che il potere già lo detenga o che ne abbia la prospettiva, “saltare sul carro del vincitore”, e ripiegare su altri (per ottenere almeno le briciole) solo quando non accettati da questo; non ci sarebbe da stupirsi se in un eventuale Italia comunista il dittatore fosse stato il poliedrico Giulio Andreotti… ce lo dimostra il fatto che fu proprio lui il presidente del “governo di solidarietà nazionale”, e di lì il passo sarebbe stato breve…

 

“Poiché i vantaggi connessi a una carica si raggiungono solo attraverso le elezioni, vincere queste ultime è l’obiettivo principale di ogni partito. Tutte le azioni di questi ultimi sono così dirette a massimizzare il numero dei voti. I partiti scelgono l’aspetto ideologico che porta ai voti, e non quello in cui credono, poiché il loro obiettivo è la conquista del potere e non la creazione di una società migliore” (Anthony Downs, “Teoria economica della democrazia”)

 

Sembra ci sia una sola regola per gli uomini politici di tutto il mondo: quando sei al potere non devi dire le stesse cose che affermi quando sei all’opposizione.

 

----consociativismo?-----

Pratiche combinatorie e consociative della distribuzione delle cariche (lottizzazione)

 

Ulteriore conferma viene dal fatto che a dirigere le aziende “pubbliche” italiane erano messi soprattutto boiardi democristiani, i quali non si tiravano certo indietro dal lavorare per una cosa che è a tutti gli effetti comunismo! Uno su tutti, Felice Balbo, catto-comunista presidente dell’Iri nel 1961. Poi il consociativismo portò direttamente anche comunisti a sguazzare nel proprio paradiso come dirigenti. Chicco testa, comunista, presidente Enel. Ancor più incomprensibile è che perfino i 580.000 (anno 1981) dipendenti di queste aziende comuniste spesso si univano ai dipendenti delle aziende private nel chiedere maggiori elargizioni. Lecito è chiedersi, loro che, nel loro piccolo, lavoravano già sotto il comunismo, a cos’altro ancora aspiravano di più? Non doveva essere talmente paradisiaco che lo sciopero sarebbe stato abolito? Di cosa potevano lamentarsi? “Chi è causa del suo mal pianga sé stesso”, dice un saggio proverbio…

 

Il Welfare State tradizionale si è sviluppato sulla contrapposizione tra pubblico e privato, ove ciò che era pubblico veniva assiomaticamente associato a morale, perché si dava per scontato che fosse finalizzato al bene comune, e il privato a immorale proprio per escluderne la valenza a fini sociali. E’ stato un grave errore […]. Oggi è l’evidenza stessa della crisi che obbliga ad abbandonare le vecchie ideologie per ritornare al realismo di visione positiva dell’uomo e delle sue relazioni” (Maurizio Sacconi, “Libro bianco sul futuro del modello sociale”)

 

A 12 anni, nel 1989, udii un fervente comunista, fare una sorta di auto-critica commentando così la caduta del muro di Berlino: “come può funzionare un sistema nel quale l’operaio può portarsi a casa gli strumenti di lavoro perché non c’è un padrone che ne sia il possessore?”… restai allibito, io, dodicenne, nell’apprendere come una persona che per quarant’anni aveva votato senza avere la minima nozione su cosa consistesse il comunismo. Lo capivo io che avevo dodici anni! E pensare che egli lavorava perfino in un azienda dell’Iri, ma non riusciva a capire che lavorava in un azienda comunista fondamentalmente tale e quale a quelle sovietiche. Avrei voluto chiedergli se lui, sulla base di quanto aveva detto, potesse portarsi a casa una nave o perlomeno una chiave inglese. Dato che secondo la sua logica, evidentemente si. Prima di tutto nelle aziende comuniste non manca il padrone; il padrone è lo Stato, il quale attraverso i burocrati dovrebbe avere tutto l’interesse a che i dipendenti non rubino all’interno del posto di lavoro. In secondo luogo, anche mancasse un padrone come lui erroneamente credeva, proprio perché un oggetto è di tutti non può essere solo di uno. Altrimenti anche qui oggi chiunque potrebbe portarsi a casa un lampione stradale! Il fatto che lui, comunista cinquantenne vedesse come unico o principale difetto del comunismo questa stupidata inesistente, mi aprì veramente gli occhi sul concetto di “comunismo” totalmente falsato che avevano i milioni di elettori del Pci…

Certo, in Urss si avrebbe anche potuto rubare una chiave inglese, ma tanto quanto si possa farlo qui, nascondendosela in tasca, non certo sventolandola ai quattro venti come probabilmente lui immaginava. -----qui?----come unire???—

 

La confusione ideologica all’interno del Pci era tale che nel 1979 in un sondaggio interno l’80% degli iscritti indicò la Svezia come società modello di riferimento ideale[110]!

 

Qui? rivoluzionarismo fattore temporaneo: altro aspetto sconcertante è il concetto di rivoluzione, o meglio la sua appropriazione indebita da parte dei marxisti. Una volta che la rivoluzione si è compiuta chi difende il nuovo sistema prende inevitabilmente il nome di conservatore, è implicito. I rivoluzionari diventano quelli che vogliono rovesciare il sistema, anche fosse per tornare al precedente. Non è un concetto che può rimanere cristallizzato ad una determinata classe di persone! E’ un fattore temporaneo! Il fatto che i comunisti si considerino i rivoluzionari aprioristicamente e tout court mentre tutti gli altri sono i reazionari o i controrivoluzionari, anche quando la rivoluzione comunista si sia compiuta, è quantomai indicativo del loro cervello fino. Almeno qualcuno potesse spiegare il concetto di “rivoluzione permanente”… quasi che ogni ora si ribaltasse un sistema per passare ad un altro, in ciclo continuo…

Utopico fargli capire che ovviamente, ipso facto, in Urss i rivoluzionari erano gli anticomunisti e i conservatori erano i comunisti.

 

Esemplare tipico è Jean-Paul Sartre, che come filosofo bene, ma il suo definirsi comunista appare del tutto indipendente dalla sua filosofia. Da ciò ne risulta come politologo un completo fiasco. Politicamente è l’esempio tipico delle persone stupide elevate al rango di campioni dell’intelletto, che si permettono di lavarsi la bocca sul fascismo quanto cultura. Politicamente appare il classico scialbo demagogo comunista, automa asservito al politically correct, ---- il campione del vuoto intellettuale di frasi prive di senso, “latinorum”, capace solo di mettere assieme un accozzaglia di frasi fatte e slogan precotti. Il tipico ----- marxista, inevitabile quindi.   ---obnubilato-----

 

Uno sciocco colto è più sciocco d’uno sciocco ignorante” (Moliere).

 

Eppure Sartre persisteva nel dirsi comunista. E rifletteva, “patiemment”, come correggere la deviazione senza cadere nell’idealismo[111]. Inevitabile che una ----lotta--- interna lo rodesse, davanti l’evidenza dell’errore ideologico in cui era caduto, ma troppo orgoglioso per ammetterlo. Difficile difatti pensare che, messo davanti una scelta, avrebbe optato per una Francia comunista. Ma quando si è in ballo si deve ballare. Certo il suo tempo non lo aiutò. Il fermento -----maggio francese-----. Era un periodo nel quale essere comunisti era di moda, o se non proprio comunisti, una delle variegate sfumature della sinistra, comunque dell’antifascismo, per il “bene assoluto” ------ tanto che negli anni ’70 era ------ di vergogna definirsi liberali oppure di destra. Si pensi che perfino Francesco Cossiga si definì di sinistra!

 

Cosicché sorse il paradosso che ad occupare quella nicchia lasciata vuota andò un partito dalla collocazione vaga e che introdusse forzatamente al suo interno programmi di destra proprio allo scopo di raggranellare un’elettorato praticamente orfano di un partito di riferimento! Un partito del quale una gran parte degli iscritti avrebbero potuto tranquillamente essere collocati ideologicamente più a sinistra del Pci! Un partito i cui programmi originari erano completamente opposti alla collocazione che poi prese.

 

La destra è censura, reazione, bigotteria. E se ho un’appartenenza culturale è più al fascismo che alla destra, che mi fa schifo [...] Il fascismo che ho conosciuto in famiglia è quello libertario, gaudente, generoso. Penso al fascismo rivoluzionario dell’inizio e della fine, quello che non conserva ma cambia, quello socialista e socialisteggiante” (Nicolò Accame)

 

----come cazzo unire?------

 

A volte il funzionamento della democrazia parlamentare raggiunge livelli ridicoli. Ad esempio, per le elezioni del 1953 il candidato monarchico Achille Lauro fece distribuire a Napoli migliaia di scarpe destre, promettendo di distribuire le sinistre solo se fosse stato eletto (“voto di scambio”). Dopotutto la dimostrazione di come il sistema elettorale fosse manipolabile lo dimostrano le elezioni italiane del 1924, quando il “listone” ottenne un incredibile 66% dei voti, rendendo evidente che fosse dovuto ad imbrogli. Così come i successivi plebisciti “99%”, psico-analizzati con sublime maestria da Ernst Jünger nelle prime pagine del suo “trattato del ribelle”.

 

Laddove impera solo la legge del mercato, è inevitabile che vi possa sottostare anche l’acquisizione del consenso e del voto” (Norberto Bobbio)

 

Abbiamo visto come a San Marino nel 1957 bastò modificare “ad personam” il regolamento elettorale per far capovolgere il governo. Un altro esempio di manipolazione fu la cosiddetta “legge truffa” del 1953 con la quale si tentò di fare in modo che la coalizione che avesse superato il 50% dei voti ottenesse il 65% dei seggi.  -----qui discorso su governabilità?------ Non per niente questo ------ è confermato dal fatto che in Italia le percentuali dei seggi assegnati a ciascun partito non corrispondono necessariamente alle percentuali uscite dal voto popolare. Basti considerare che un partito irrilevante come la Svp ha sempre avuto almeno cinque parlamentari quando non ne avevano alcuno nemmeno partiti più importanti a livello nazionale. E ciò raggiunge dimensioni la cui gravità è evidente alla luce del fatto che i pochi voti della Svp sono stati spesso determinanti nelle questioni dibattute al parlamento (solitamente su posizioni favorevoli alla Dc).

 

Il tutto finalizzato al mantenimento del potere, un potere politico che sappia garantire le gerarchie del potere economico e sociale.

 

La stessa esistenza del Pci così come in generale serve a giustificare la mancanza di alternativa al potere politico della Dc, nel caso specifico è utile anche per mascherare da difesa delle istituzioni democratiche il sistematico saccheggio attuato dai padroni dell’Italia sotterranea” (Giorgio Galli[112])

 

abbiamo già accennato al sistema della corruzione e la sua derivazione sociologica a pagina -------.

----come unire??-----potere=soldi?----necessità di corruzione-------

13 febbraio 1974 scandalo petroli: finanziamento a politici per frenare centrali nucleari. Già messo su nucleare ---

 

La “soluzione” trovata dalla democrazia per limitare la corruzione è sempre stata il livello dei salari ed altri privilegi, secondo la logica che tanto maggiori sono, e tanto minore sarà il rischio che il favorito si arrischi a perderli per cadere in corruzione. Si pensi al fatto che la Dc dopo il primo scandalo dei petroli (evasione delle accise tollerata dai controllori dietro corruzione, 1973) come soluzione per eliminare la corruzione propose e fece attuare il finanziamento pubblico dei partiti… solo che questo non eliminava certo i “bug” (ovvero le accise stesse, nel caso preso in questione) che erano le vere cause del sistema corruttivo! Quindi il finanziamento pubblico semplicemente rappresentò solamente un ulteriore lucro per i partiti. Come abbiamo visto la corruzione non è determinata da --------, ma da------------. E si aggiungano i ---contorni---- come il disinteresse ed i vari privilegi --------. -----aggiungere qualcosa qui--------- E così siamo giunti in un paese come l’Italia ad avere la spropositata cifra di 30.000 “auto blu”, su un totale di 90.000 veicoli di proprietà pubblica, per una spesa di 88.000.000 di euro annui (977 euro ognuna) solo per manutenzione e benzina. Peggio il taccone che il buco.

 

E’ da quando la politica si disprezza che le cariche elettive sono retribuite con cifre mirabolanti” (Rossana Rossanda)  

 

Per non parlare degli Usa, dove i finanziamenti lobbistici ai partiti avvengono alla luce del sole come fosse una cosa normale… magari potrebbe esserlo se la pressione fatta non fosse per cose deleterie, come le lobby del tabacco e la NRA influente nella legislazione sulle armi. Ma dato che questi finanziamenti vanno ad entrambi i partiti, ed all’elettore americano non è data possibilità di scelta oltre essi, non esiste modo di opporsi. Negli Usa non si imbavaglia l’opposizione. Paul Wellstone ne è la conferma. Gli si fa solamente precipitare l’aereo.

 

La politica ha bisogno di silenzi e zone d’ombra (Francesco Cossiga)

 

Il fallimento del sistema della democrazia parlamentare risultò evidente nel caso delle elezioni cilene del 1970, quando Salvador Allende vinse seppur avendo ricevuto solo il 36% dei voti; la sua elezione a presidente fu determinata dall’emotività per l’omicidio del generale René Schneider che convinse i partiti di centro a votare per Allende al ballottaggio. Il golpe di Pinochet convinse anche il comunista Berlinguer dell’impossibilità di governare con una maggioranza relativa, motivo per cui propose alla DC un compromesso “storico”.

 

Del tutto illusorio ritenere che con il 51% dei voti si potesse garantire la sopravvivenza e l’opera di un governo che fosse espressione di tale 51%” (Enrico Berlinguer)

 

Tuttavia quanto detto finora riguardo la regola della maggioranza non è del tutto esatto, e probabilmente lo stesso Berlinguer ne prese atto. Se ufficialmente nella democrazia è la maggioranza delle persone a decidere, nella realtà, come si può dedurre da alcuni particolari fin qui esposti, è più esatto dire che non è tanto il 51% delle “teste” a decidere, ma il 51% del PIL. Ed a detenerlo può essere il 51% dei cittadini come il 5%. Come nelle spa, non “una testa un voto” ma “una lira un voto”. In un modo o nell’altro è a tutti gli effetti così.  -------paragone distribuzione pil usa e altri paesi-----------  Basti pensare al Berlusconi, riuscito in quattro e quattr’otto a mettere in piedi un partito e a vincere le elezioni. Nonostante che il consenso gli derivi più dalle sue capacità dimostrate nell’amministrazione imprenditoriale, è innegabile che senza i soldi non avrebbe potuto ------------. 

 

«Oggi il nome democrazia è rimasto alle usurocrazie, o alle “daneistocrazie”, se preferite una parola accademicamente corretta, ma forse meno comprensibile, che significa: dominio dei prestatori di denaro» (Ezra Pound)

 

In ogni caso nel sistema ---------- sono le “fiches” a determinare i voti “privilegiati”. La spiegazione può giungerci da un fatto particolare, ovvero la nota prassi per una banca in via di fallimento di salvare (illegalmente) non come logica vorrebbe i conti a partire da quelli più bassi, in modo da garantire i risparmi al maggior numero di clienti, ma bensì paradossalmente i conti più alti (e quindi al minor numero di clienti), ovvero quelli di chi, loro si, potrebbero certamente tranquillamente perderli con minori patemi rispetto a chi ha sudato una vita per assicurarsi una degna vecchiaia. Questo, per quanto possa apparire incongruente, segue una logica, o meglio, una filosofia, economica, ben precisa, tipica della filosofia economica nordista, che viene spiegata nel capitolo------ a pagina   ---------. Mentre per tutt’altro motivo viene considerato anche dalla filosofia sudista, nella logica del denaro come potere di manovrare.

 

Potrei assumere metà della classe operaia per far fuori l’altra metà” (Jay Gould)  -1886---ripetuta--- dove lasciare?-----

 

Facile dimostrarlo con il caso di Roberto Rosone, il quale quando tentò di recuperare i crediti del banco Ambrosiano (soprattutto dallo Ior) per poco non ci rimise la vita.

 

La repubblica democratica è il migliore involucro politico possibile per il capitalismo per questo il capitale, dopo essersi impadronito di questo involucro - che è il migliore - fonda il suo potere in modo talmente saldo, talmente sicuro, che nessun cambiamento, né di persone, né di istituzioni, né di partiti nell’ambito della repubblica democratica borghese può scuoterlo” (Lenin)

 

Il sistema bipartitico presidenzialista in stile americano poi, è il meno democratico tra tutti, quello che più di ogni altro mette “paletti” all’accesso al potere, e di conseguenza lo garantisce ai più furbi nel detenerlo, immancabilmente i più graditi ai vertici dell’economia liberista. Il “circo viaggiante” delle primarie è una tal palese farsa da far quasi sorridere. Ciò si ripercuote visibilmente nell’agire pressoché onnipotente dei presidenti americani ancor più che il peggior dittatore, con la giustificazione etica fornitagli dalla filosofia giuridica calvinista della “sovranità delle sfere”; e solo quando vi è un concorrente diretto alla loro altezza sostenuto da “interessi forti” ancor maggiori, allora le trame di questi fanno cadere, in un modo o nell’altro, quello in carica (casi esemplari: “watergate”, stile “nordista”, ed omicidio Kennedy, stile “sudista”). L’unico freno che gli impedisce di divenire autocrazia è il numero massimo di due mandati presidenziali sancito da una previdente costituzione.

 

La differenza fra democrazia e dittatura è che in una democrazia prima voti e poi prendi ordini, in una dittatura non devi perder tempo a votare” (Charles Bukowski)

 

Questa sensazione di onnipotenza dei dirigenti ha travagliato tutta la storia degli Usa, non dovrebbe essere necessario citare i casi di Sacco e Vanzetti e dei coniugi Rosenberg per chiarirla. Per non parlare della repressione del dissenso politico, soprattutto durante la “red scare” dei primi anni ’20, il maccartismo degli anni ’50, le rivendicazioni sindacali durante gli anni ’30 spietatamente represse nel sangue, e l’assoluta libertà di intervento militare concessasi nelle “repubbliche delle banane” perlomeno fino agli anni ’40. Gli orribili massacri fratricidi della guerra di secessione non erano bastati? In tutti questi casi la prassi americana si dimostrò notevolmente peggiore di qualunque dittatura contemporanea! Eppure essa viene ancor oggi esaltata come il più fulgido esempio di libera e filantropica democrazia… ed il perché è presto spiegato: la sua azione si esplicava possibilmente accampando la scusa della provocazione (vedi Pearl Harbor), della “difesa della libertà”, e delegando i compiti più “scorretti”, alla mafia ad esempio; prassi che tentarono perfino di esportare in Italia (strage di Portella delle Ginestre, 1947), non riuscendo a comprendere il diverso concetto che i cittadini italiani hanno dei diritti umani rispetto ai cittadini americani tendenzialmente cinici ed individualisti, ottenendovi di conseguenza risultati opposti e quindi dovendola abbandonare subito.

 

Gli americani hanno il supremo privilegio di non capire niente delle cose europee in genere e di quelle italiane in particolare” (Benito Mussolini, Il popolo d’Italia, 12 marzo 1921)

 

Un bipartitismo che indica l’assoluta mancanza di vera opposizione (ossia non di un opposizione artificiale, date le differenze per lo più pretenziose tra i due) e di alternativa al “politically correct”, nonché di interesse socio-politico negli elettori di quel paese. Il che fa degli Usa la peggiore dittatura esistente, o meglio, la maggiore antitesi alla democrazia nel vero senso della parola. Ma non si fraintenda. Dato che come abbiamo visto democrazia e libertà di parola e istituzioni di potere sono due cose ben distinte ed indipendenti l’una dall’altra. Quindi definire gli Usa come la maggior antitesi alla democrazia non vuol dire (come vorrebbero farci credere) paragonarla ad antitesi di libertà. Ben lungi! Gli Usa, antitesi della democrazia, sono certamente uno dei paesi più liberali esistenti. Per quanto pregna di ipocrisia. 

 

Quando i molti governano, pensano solo a contentar sé stessi, e si ha allora la tirannia più balorda e più odiosa: la tirannia mascherata da libertà” (Luigi Pirandello)

 

Chi considera il voto come dovere e non come diritto. ---risultato piano di rinascita democratica. ---

Tra l’altro da questa mentalità americana deriva l’incapacità estera di capire Berlusconi inserito nella politica italiana. Basti pensare al sostegno estero dato alla gazzarra sul linciaggio nel 1994 contro Berlusconi, che ha tolto il boccone di bocca in particolare a Occhetto che già se lo pregustava da tempo. Non per nulla la gazzarra era manovrata dai suoi giullari in primis Paolo Rossi e David Riondino (più il famoso “cameo” della Rossellini…). Deprecabile però che avendo a disposizione tutti quei ringhiosi acri buffoni asserviti al potere, l’unico che Berlusconi abbia preso di mira sia l’unico vero comico naturale che dei suoi monologhi su Berlusconi faceva comicità e non rancoroso attacco politico (Daniele Luttazzi). ----- squallido saxa rubra con Zuzzurro e Gaspare. -----

 

Tornando a l’auto incensazione e la mancanza di capacità di capire gli altri da parte degli Usa è facilmente rappresentata da una episodio di South Park, nel quale tre ragazzi americani, chiedendosi il perché gli afghani li odino, dicono loro “può darsi che un giorno anche noi impareremo ad odiare voi”. Gli autori del programma mettono in bocca agli afghani un “può darsi, col tempo”, quando l’unica possibile risposta che qualunque non americano avrebbe ritenuto normale è “e per quale motivo dovreste, voi, odiare noi?????”. Dato che sono gli americani ad essere andati in Afghanistan ad ammazzarli, e non viceversa. Comprensibile è che la vittima di un furto provi odio verso il ladro, ma incomprensibile sarebbe il contrario, ovvero che il ladro odi la sua vittima!

 

Se le leggi di Norimberga fossero attuate ancora oggi, ogni presidente americano del dopoguerra sarebbe stato impiccato” (Noam Chomsky)

 

Chomsky si riferisce ovviamente alle leggi applicate dal tribunale di Norimberga nel 1946, non alle leggi naziste del 1938 dette “di Norimberga”. 

La mentalità americana si rifletteva ampiamente anche nella concezione dei “diritti civili”, ma sempre delegando ad altri, in questo caso alle leggi dei singoli stati, con le “leggi Jim Crow”, varie leggi locali emanate tra il 1876 e il 1965, che di fatto servirono a creare e mantenere la segregazione razziale in tutti i servizi pubblici, istituendo uno status definito di “separati ma uguali” per i neri americani e per i membri di altri gruppi razziali diversi dai bianchi: un paese nel quale i negri sono rimasti legalmente segregati fino agli anni ’60 (e socialmente anche oltre) si arrogava la pretesa di giudicare moralmente delle misere leggi razziali quali quelle italiane (tra l’altro spesso inapplicate fino al 25 luglio ’43; si pensi che perfino la segretaria di Roberto Farinacci era ebrea). Dopo la guerra civile americana gli stati del Sud furono schiacciati, rasi al suolo e gli abitanti quasi sterminati. I negri, dichiarati “liberi”, furono solo liberi di restare schiavi salariati, quando non alla fame, disoccupati nel mondo incipientemente meccanizzato auspicato da Lincoln. Il quale, è notorio, non era di meno rispetto a Jefferson Davis in quanto razzismo. I confederati erano per antonomasia per uno schiavismo aperto, consapevole. Mentre gli USA antischiavisti di Lincoln, trasformarono lo schiavismo in “rapporto di lavoro”. Cambiava solo il nome, ma la sostanza era uguale. Tra lo schiavismo salariato nordista e lo schiavismo assistenziale sudista ben poco cambiava nella percezione dello schiavo. Anche Voltaire, ad esempio, ritenuto il padre della democrazia, era, come una buona parte dei pensatori illuministi segretamente razzista, antisemita e sostenitore della schiavitù americana. Certamente una differenza vi era nella “percezione” del padrone. Con lo schiavismo salariato poteva spremerli molto di più. Schiavismo: lavorare male, ma sempre si mangia, e non si è cacciati via. Liberismo: lavorare male, si è cacciati, e non si mangia. I nordisti erano diversi solo apparentemente dagli schiavisti; la volontà di abolizione dello schiavismo non aveva motivi umanitari, ma economici. Si pensi che fino al 1962 rimase l’obbligo per i negri di avere un asterisco accanto al loro nome sugli elenchi telefonici[113]. E solo oggi, dopo oltre 70 anni, si è venuto a sapere che fu anche Roosevelt, e non solo Hitler, a rifiutare di complimentarsi con Jesse Owens per la medaglia vinta alle olimpiadi di Berlino! Niente di cui stupirsi se si considera che la maggior politica eugenetica fu iniziata e praticata proprio dagli americani, a cominciare dalla selezione degli immigrati ad Ellis island  ed il “planned parenthood” di Margaret Higgins Ranger. E che dire del fatto che oggi più di un cittadino adulto su 100 degli Usa vive dietro le sbarre, una percentuale di per sé elevatissima, che sale ulteriormente se si prendono in considerazione i negri: uno su 15 negli Stati Uniti si ritrova in carcere (più del 6%). Il 25% dei carcerati di tutto il mondo si trova negli Stati Uniti, mentre la popolazione totale rappresenta solamente il 5% del totale della popolazione mondiale. Questi sono quelli che hanno l’ipocrisia di fare la morale agli altri.

Ma gli Usa hanno sempre il loro solito “asso nella manica”: scusarsi ufficialmente passata una settantina d’anni. “Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto”. E che dire dell’aperto sostegno fornito a qualunque dittatura purché funzionale agli interessi economici americani? Solo da pochi decenni da “aperto” è divenuto “tacito”.

 

Gli Stati Uniti sono una nazione di leggi: scritte male e fatte osservare a caso” (Frank Zappa)

 

Noti sono i cavilli tipici e l’intrico del sistema giuridico anglosassone di derivazione protestante, riguardo l’interpretazione delle leggi, con il rifarsi soprattutto a sentenze precedenti (common law) per scrollarsi di dosso la responsabilità, ed il travalicare all’occorrenza ogni norma tramite i famosi “emendamenti” e le decisioni affidate alla Corte Suprema. Tipico dei tribunali americani è l’essere assolti dai reati principali, per essere condannati a pene inusitate per reati secondari. Soprattutto quando sussistono pressioni potenti verso la condanna. In molti casi l’illegalità viene conservata proprio per eventuali opportunità future. Qui in Italia ne abbiamo un esempio con tangentopoli, con lo scandalo Lockheed, e col caso Ippolito.

 

Il timore dei controlli fiscali, la burocrazia soffocante, e la pressione dello Stato costituiscono armi potenti contro la libertà di parola” (Milton Friedman)

 

Non solo con l’arma del fisco. Un altro caso quello del fondatore di Wikileaks Julian Assange, nell’agosto 2010 arrestato per stupro dopo aver pubblicato sul web una serie di notizie “fastidiose”. Il sistema elettorale liberaldemocratico implica in se stesso un basilare paradosso: se la maggioranza delle persone eleggesse al governo un partito antidemocratico, la democrazia cesserebbe di esistere, perché quel partito l’abolirebbe. Tuttavia se gli altri partiti si opponessero all’elezione democratica di un dittatore il loro sistema cesserebbe comunque di essere democrazia in quanto andrebbe contro alla volontà della maggioranza; solitamente è questo secondo caso il più praticato, il “sono democratico, perciò comando io!”. Hitler fu eletto dalla maggioranza, e sicuramente la maggioranza dei tedeschi e degli italiani era favorevole alle rispettive leggi razziali, ma pare che la regola della maggioranza per qualcuno valga solamente quando gli torna comoda per i proprio interessi ideologici. ----qualche frase qui??---- Per correggere questo difetto i governanti devono stabilire preventivamente dei precisi limiti alla democrazia, noti come “costituzioni”. Ma nonostante queste vogliano essere fatte passare come “valori condivisi”, la democrazia istituzionalmente e concettualmente è chiaramente comprensibile solo ammettendo il diritto della maggioranza a decidere a scapito della minoranza. Questo mette la pietra sopra ad ogni ipotesi contraddicente il fatto che pretendere di applicare una vera democrazia utilizzando il sistema elettorale partitico è solo un ipocrita illusione. L’esempio lampante di quest’affermazione è il colpo di Stato avvenuto nella “liberissima” Repubblica di San Marino nel 1957[114].

 

Un aspetto inevitabile è che all’interno di questo mondo di sfruttatori e di sfruttati non è possibile alcuna grandezza che non venga determinata dal supremo tribunale dell’economia. Secondo questo tribunale esistono due specie di uomo, due specie di arte, due specie di morale – ma occorre davvero ben poca perspicacia per riconoscere che una sola e la medesima è la fonte che le alimenta. Uno solo e il medesimo è il concetto di progresso a cui si richiamano, difendendo le proprie ragioni, gli opposti contendenti nella battaglia dell’economia. […] Ciò che occorre vedere con chiarezza è l’esistenza di una dittatura del pensiero economico in quanto tale, il cui ambito comprende ogni possibile dittatura adattandola al proprio metro […]. Il centro di questo cosmo è costituito dall’economia in sé, dall’interpretazione del mondo in senso economico, ed essa è ciò che conferisce a ciascuna delle parti del mondo la sua forza di gravità. Quale di queste parti possa impadronirsi del potere decisionale, è un problema che dipenderà sempre dall’economia, la quale fra i poteri che decidono, è il supremo” (Ernst Jünger) L’operaio --- da destra sociale, pag. 24.

 

Infatti anche le dittature di tipo sudamericano altro non sono se non fasi in cui a seguito del percorso nel quale le contingenze hanno superato in opportunità le capacità dei poteri forti di determinare la politica nazionale, costringendo i governanti (dietro pressione popolare, soprattutto) ad optare per decisioni deleterie alla nazione (come le nazionalizzazioni ad esempio, che è il caso di Allende, oppure al frenare una guerra ritenuta necessaria, come nel caso di Kennedy, o l’apertura al comunismo come nel caso di Aldo Moro, o politiche finanziarie draconiane come nel caso di Olof Palme), i settori più altolocati premono per modificare (dal loro punto di vista nell’interesse della nazione) l’andazzo.

 

Democrazia significa governo fondato sulla discussione, ma funziona soltanto se si riesce a far smettere la gente di discutere” (Clement Attlee)

 

Non si fraintenda: non vogliamo presentare ciò come un aberrazione, ma come un odierna necessità. Per rimediare ai guasti provocati dal sistema politico basato pretenziosamente sul cieco consenso universale e quindi sulla demagogia ed il terrore necessari ad ottenerlo. Ma il fatto che sia una necessità per ottenere un ricambio del potere non implica che questo ricambio sia buono. Tutto questo non vale solo per i presidenti nazionali, ma per chiunque abbia un potere dirigista, vedi ad esempio il presidente dell’ENI Enrico Mattei, che avrebbe voluto svincolarsi dalle logiche economiche mondiali del prezzo del petrolio pagando “royalties” (tangenti) più alte ai già opulenti sceicchi arabi, e quindi facendogli implicitamente capire che il valore del petrolio era più alto di quanto le “sette sorelle” gli facessero credere.

 

Mattei è stato assassinato su incarico degli americani... perché con la sua politica aveva danneggiato importanti interessi in Medio Oriente” (Dichiarazione del pentito di mafia Gaetano Ianni)

 

Un esempio in piccolo di questo è quando un organizzazione di spacciatori di droga vuole svincolarsi dal suo grossista locale andando ad acquistare direttamente al livello superiore nel mercato mondiale[115]. Che il grossista lo voglia impedire è naturale. Il ferreo vincolo energetico a cui è legata l’Italia può essere immaginariamente considerato al pari di una tassa che essa deve pagare agli Stati Uniti. O più concretamente, gli interessi da pagare sui prestiti del “piano Marshall”… e chi è insolvente nei pagamenti di solito viene punito, in un modo o nell’altro.

Interessante è però notare come a favorire gli interessi americani ci si è messa pure la natura (disastro del Vajont); sempre che non lo si voglia imputare al “centro-sinistra” che ne creò le premesse affrettando il collaudo della diga.

 

Una frase del manuale CIA “Operazioni psicologiche nella guerra di guerriglia” recita: “Se possibile devono essere assunti criminali professionisti per adempiere specifici lavori”[116].

 

Dopo l’insediamento alla Casa Bianca, George Bush riceve la visita di alcuni generali; essi fanno proiettare un filmato che mostra l’omicidio di John Kennedy ripreso da un angolazione inedita; dopo aver finito di visionare il filmato, Bush chiede: quando avete detto che devo far bombardare l’Iraq?” (barzelletta popolare)

 

Solitamente i nuovi governanti dopo essere stati eletti ricevono la visita di un cosiddetto “killer dell’economia” con “800 milioni in una tasca ed una pistola nell’altra”[117], e raramente essi optano per la “pistola”… quest’ultimo è stato il caso di Salvador Allende, Omar Torrijos[118], Jaime Roldós[119], Josè Antonio Remon, Patrice Lumumba, Saddam Hussein[120]… ma non si fraintenda, non è mai una scelta libera: è determinata dall’essere messi tra “l’incudine e il martello” di una rivalità tra poteri in divergenza di interessi reciproci. Anche nel caso uno di questi poteri sia un’opinione pubblica fortemente influente elettoralmente. Un particolare dubbio sorge spontaneo: e Fidel Castro? Dato che è ancora vivo dopo 50 anni, significa che ha scelto i milioni. A buon intenditor… Gli Stati Uniti riconobbero ufficialmente il suo governo dopo soli due giorni di esistenza, mostrando una celerità insolita; sebbene solo in seguito Castro si dichiarò comunista. Quale modo migliore per far percepire al popolo americano il comunismo come pericolo reale e vicino? “Can che abbaia non morde”, per quanto riguarda i farseschi ultrapropagandati volutamente dalla stessa CIA tentativi di assassinarlo, e la conferma ci arriva dall’attività di Lee Harvey Oswald, che trafficava coi gruppi di esuli anti-castristi e contemporaneamente distribuiva per strada volantini pro-castristi. Oswald, il Valpreda/Bertoli americano ideale…

 

Una battuta sudamericana dice che ai loro presidenti conviene viaggiare in treno anziché in aereo…

 

« I sicari dell’economia sono professionisti ben retribuiti che sottraggono migliaia di miliardi di dollari a diversi paesi in tutto il mondo. Riversano il denaro della Banca Mondiale, dell’Agenzia Statunitense per lo Sviluppo Internazionale (USAID) e di altre organizzazioni “umanitarie” nelle casse di grandi multinazionali e nelle tasche di un pugno di ricche famiglie che detengono il controllo delle risorse naturali del pianeta. I loro metodi comprendono il falso in bilancio, elezioni truccate, tangenti, estorsioni, sesso e omicidio. Il loro è un gioco vecchio quanto il potere, ma che in quest’epoca di globalizzazione ha assunto nuove e terrificanti dimensioni »[121]

 

Certo potrebbe sembrare una malvagità che qualcuno intervenga con la prepotenza negli affari interni di uno Stato indipendente, ma si consideri il caso di Panama: lo slogan del presidente Torrijos era “il canale ai panamensi”. Dato che è innegabile che se fosse stato per i panamensi quel canale nemmeno esisterebbe, come possono solamente in virtù della loro fortunata posizione strategica pretendere di monopolizzarlo a se? In caso di possesso panamense sarebbero passati immeritatamente ad essi non solo gli enormi guadagni sui passaggi, ma anche la possibilità di decidere chi può e chi non può passarvi. Lo stesso discorso vale per il petrolio iracheno, per l’oppio afgano e laotiano, per il rame cileno, per lo stagno boliviano, per le banane guatemalteche… ma per la comprensione delle logiche dell’economia globale vi rimandiamo al capitolo --------.

 

Si tratta di vedere se questa attività illecita sia anche immorale” (William Colby[122])

 

Forza e carisma di un governo infondendo fiducia garantiscono il rispetto degli investimenti e del valore della moneta. Fino alla prima metà del XX secolo per risolvere queste questioni vigeva la “politica delle cannoniere”: se il sultano di Zanzibar si rifiutava di saldare un debito, gli si mandava una cannoniera a bombardare la città; successivamente i mezzi subdoli appena indicati; effettivamente non si sa cosa scegliere.

 

Chi ha ferro ha pane” (Auguste Blanqui)

 

Se la potenza militare di difesa è più che giustificabile, quella di aggressione è necessaria ad una nazione principalmente per garantire gli interessi (proprietà ed investimenti) dei poteri economici all’estero da atti politici arbitrari. L’esempio più classico è l’intervento anglo-francese in Egitto nel 1956, quando Nasser decise di nazionalizzare il canale di Suez. Gli interventi militari americani nelle “repubbliche delle banane” fino ai primi anni ’40 erano talmente spontanei ed ampi che non vale neppure la pena di citarne uno a caso. L’ultimo in grande stile può essere considerato quello del 1954 in Guatemala dove il governo Arbenz che aveva iniziato a nazionalizzare le proprietà statunitensi fu rovesciato da una dittatura militare con un notevole dispiegamento di forze Usa. Dopo di questo gli Usa dovettero andarci coi piedi di piombo a causa della sempre maggiore influenza della stampa internazionale, che rendeva difficile tenere gli episodi nascosti.

 

E’ la spada del sovrano a garantire il mercato[123]

 

Senza tale sicurezza in molti casi gli investimenti all’estero sarebbero evitati, a discapito di entrambe le parti. A volte ci si chiede come facciano gli staterelli tipo S. Marino, Andorra, Liechtenstein, Monaco, a sopravvivere tra vicini potenti. Il motivo è lo stesso, in quanto in quegli staterelli sono presenti enormi interessi dei poteri economici internazionali, i quali sono interessati a garantirne implicitamente la difesa. L’esempio è la coalizione che si mosse in difesa del Kuwait nel 1990.

 

C’est l’argent qu’il fait la guerre” 

 

Non abbiamo compreso nell’elenco degli staterelli la Svizzera in quanto è sempre stata una delle maggiori potenze militari del mondo (difatti neutrale non significa “pacifica” come molti interpretano, ma significa solamente che non è legata ad alleanze con altri paesi), una popolazione erede dei feroci “lanzichenecchi” e con un territorio cosparso di bunker segreti protetti dai più moderni e sofisticati armamenti. 

 

Si vis pacem para bellum

 

In definitiva ai fini del nostro discorso, se ne deduce che quando una certa categoria di potenti percepisce il bisogno di prendere il potere, lo fa, e questo implica che nella democrazia liberale la libertà non è automatica, ma è “concessa” temporaneamente da queste categorie, fino a che ciò appaga i loro interessi. Ed il fatto stesso che normalmente esse tendano a concederla (e la limitino solo quando impellentemente necessario), significa che ne hanno un interesse a farlo. Questo perché il sistema democratico è estremamente più funzionale per le elite di potere rispetto alle dittature, e questo spiega anche il motivo per cui i potenti hanno deciso di puntare su questi “sistemi democratici”. Le dittature rischiano di essere travolte da rivolte popolari, mentre le democrazie hanno brillantemente scongiurato questa eventualità, essendo il popolo convinto di aver deciso da sé per la propria sorte.

 

Si può perfettamente concepire un mondo dominato da una dittatura invisibile nel quale tuttavia siano state mantenute le forme esteriori del governo democratico” (Kenneth Bouldin)   

 

Questo dovrebbe essere rivelatore sulla “giustezza” della democrazia liberale. Un particolare pratico ci dà la conferma che sono le stesse democrazie liberali odierne ad autorivelarsi come “specchi per le allodole”: in Italia è data ai cittadini libertà di esprimersi su qualunque questione, eccetto su quelle economiche e quelle di politica estera. Sono difatti espressamente proibiti referendum concernenti questi due argomenti. Non è difficile capirne il perché: per le questioni economiche è assodata l’ignoranza del popolo, il quale in un referendum propenderebbe per decisioni regolarmente aberranti, e gli stessi governanti odierni e passati ne sono consapevoli se ne hanno espressamente proibito al popolo la voce in capitolo; per la politica estera, le alleanze italiane odierne non sono volontà nazionali ma sono imposte dai vincitori che ci hanno sconfitti nel 1943, e quindi sono conseguentemente insindacabili dallo Stato italiano e dal suo popolo. L’odierno sistema “democratico” concede la libertà, solo finché chi detiene il potere ne trova giovamento.

 

Al popolo non resta che un monosillabo per affermare e obbedire. La sovranità gli viene lasciata solo quando è innocua o è reputata tale, cioè nei momenti di ordinaria amministrazione. Vi immaginate voi una guerra proclamata per referendum? Il referendum va benissimo quando si tratta di scegliere il luogo più acconcio per collocare la fontana del villaggio, ma quando gli interessi supremi di un popolo sono in gioco, anche i Governi ultrademocratici si guardano bene dal rimetterli al giudizio del popolo stesso” (Benito Mussolini, Preludio al Machiavelli, in Gerarchia, aprile 1924)

 

Una libertà “condizionata” insomma. Basti citare un esempio: abbiamo già visto che gli stati dove la massoneria è maggiormente influente sono quelli le cui nazionalità sono tenute assieme da interessi economici, come Belgio e Svizzera. Per una “strana” coincidenza corrispondono pure agli stati dove, tra tutti gli stati definentisi democratici, attualmente vige l’unico reato di opinione (e severamente punito!), quello riguardante l’espressione delle perplessità riguardo il supposto evento[124] sul quale è fondata l’intera società dal 1945 in poi, il quale ha dato ampia giustificazione ad alcune delle più immani tragedie del dopoguerra. Questa tirannica censura del dissenso è oggi universalmente approvata come buona dalla maggioranza delle persone.  

 

La ragione è la follia del più forte. La ragione del meno forte è follia” (Eugene Ionesco)

 

Un siffatto tipo di democrazia è quindi un “impossibilità razionale”. Pura utopia sarebbe stato pretendere che se il PCI avesse vinto le elezioni i carri armati sarebbero rimasti fermi nelle rimesse… e la conferma ce la dà un episodio specifico, il “golpe Borghese”, che come è noto fece scattare proprio il piano nazionale teso alla repressione di tali situazioni, sotto qualunque forma e da qualunque parte venissero, noto come “operazione triangolo”. Che poi in quel caso specifico il golpe fittizio sia stato ideato proprio come scusa per far scattare il piano, e non viceversa, è ampiamente documentato e confermato dallo svolgersi di un contorto meccanismo simile in Spagna il 23 febbraio 1981 che ebbe l’effetto di rinsaldare le fila attorno all’istituto monarchico dopo anni di instabilità. Un tipico “derivative putsch”.  

Il fatto stesso che esistano piani simili e liste di enucleandi rivela ampiamente il senso del concetto odierno di democrazia. Si incita a dire e fare quel che si vuole, ma con la riserva di poter usare tutto quanto nel momento in cui possa risultare utile agli scopi dei potenti.

 

Non conosco un paese dove regni meno l’indipendenza di spirito e meno autentica libertà di discussione che in America… Il padrone non vi dice più: “pensate come me o morrete”; ma dice: “siete libero di non pensare come me; la vostra vita, i vostri beni, tutto vi resterà, ma da questo istante siete uno straniero fra noi” (Alexis Clérel de Tocqueville, “La democrazia in America”) 

 

I distributisti, in virtù di quanto espresso, hanno la consapevolezza di dover temere perpetuamente il momento in cui i potenti decideranno di abolire la libertà. Tale momento non verrà certo evitato vivendo con gli occhi chiusi e le orecchie tappate.

 

Chi porta il paraocchi, si ricordi che del completo fanno parte il morso e la sferza” (Stanislaw Jerzy Lec)

 

L’unico modo per evitarlo sta nell’applicare finalmente un sistema di governo veramente democratico nel vero senso del termine, dall’elite del popolo e per tutto il popolo, e che proprio in quanto tale sia insovvertibile proprio per l’assenza di poteri potenzialmente sovversivi. Un governo consapevole la cui base sia lo scegliere la soluzione migliore, e non quella che più conviene ai burattinai dell’eletto di turno. Cosa che finora non è praticamente mai esistita. Anche il governo di Mussolini rimase per tutta la sua durata appeso ad un filo tenuto dai poteri particolari, che difatti lo fecero facilmente cadere appena se ne presentò la necessità e l’occasione.

 

“Non ci teniamo troppo ad avere un programma, nel senso che i partiti tradizionali danno a questa parola, ma possiamo vantarci di avere una nostra soluzione per ognuno dei molti problemi che bisogna finalmente risolvere” (Benito Mussolini su Il popolo d’Italia, 26 novembre 1921)

 

Si possono fare dei paralleli con l’Iran del 1979 ed il Vietnam del sud del 1963, quando in entrambi i casi in precedenza era stata decisamente imboccata la strada che portava al “sistema della scelta migliore possibile”, e regolarmente venne stroncata. In Iran la rivoluzione di Khomeini pose fine alla corporativista “rivoluzione bianca”, mentre in Vietnam il colpo di Stato del buddista Van Thieu organizzato dalla Cia pose fine all’esperienza personalista di Ngo Dinh Diem fin prima favorita dal suo amico (cattolico come lui) John Kennedy.

 

Il Fascismo é una grande mobilitazione di forze materiali e morali. Che cosa si propone? Lo diciamo senza false modestie: governare la Nazione. Con quale programma? Col programma necessario ad assicurare la grandezza morale e materiale del popolo italiano. Parliamo schietto: non importa se il nostro programma concreto, non é antitetico ed é piuttosto convergente con quello dei socialisti, per tutto ciò che riguarda la riorganizzazione tecnica, amministrativa e politica del nostro Paese. Noi agitiamo dei valori morali e tradizionali che il socialismo trascura o disprezza, ma soprattutto lo spirito fascista rifugge da tutto ciò che é ipoteca arbitraria sul misterioso futuro” (Benito Mussolini, Diario della volontà, 23 marzo 1921)

 

Si presume che un governo debba fare sempre l’interesse della propria nazione tramite le scelte migliori possibili. Non esistono diversi modi ciascuno buono a modo suo di governare bene. Ne esiste uno solo, che non è fascista, comunista, reazionario, social-democratico, o qual si voglia, ma è, semplicemente, il migliore, cioè quello che sceglie in ogni caso, tra varie opzioni, la più giusta. Inteso come più giusta per tutti, proprio perché i sistemi diversi sono implementati da e in favore degli interessi di ciascuna di ben determinate categorie. L’applicazione della soluzione migliore nella democrazia liberale non è sempre possibile, perché quello che favorisce la collettività nella sua totalità sovente va contro ad interessi di una minoranza. Tutti i politici sanno che un’opzione scelta la quale vada a favore della collettività aumenta di una misura irrilevante i propri voti, in quanto il corpo elettorale universale è tendenzialmente inamovibile; mentre una che colpisca direttamente un singolo è determinante nel modificare il suo voto.

 

I politici si convincono intimamente di quel che gli conviene (Francesco Cossiga)

 

Quindi un partito politico che si proponga di realizzare soluzioni favorevoli alla nazione nel suo complesso ma che colpiscano una determinata categoria, inevitabilmente perderà più voti di quanti ne potrebbe guadagnare; tanti più a seconda di quanto la categoria in questione risulti essere detentrice delle capacità di influenzare le intenzioni di voto della massa tramite la propaganda od il terrorismo. Si ricordi la regola: governa il 51% del Pil. Un partito politico opterà per la scelta migliore solo quando le categorie che vi vengono danneggiate siano poco influenti elettoralmente; mentre all’opposto tanto più esse saranno influenti, tanto più il governo sarà disposto a scadere nella qualità delle scelte, arrivando a decisioni aberranti quali l’imposizione di dazi o la dichiarazione di una guerra. O più in piccolo, nell’avvallare l’intralcio alla costruzione di un acquedotto. Le decisioni, in ogni caso, sono prese solamente sulla base del mantenimento del potere, e non di quale sia la più obiettivamente efficiente. Ed il mantenimento del potere nella democrazia liberale è basato sui voti. Sono in particolare i legami e vincoli collusivi massonici a rappresentare un vero veleno sia per la politica come per la libera concorrenza del mercato.

L’uomo superiore comprende ciò che è giusto, l’uomo inferiore ciò che vende” (Confucio)

 

Esempi di scelte inesplicabili se ne potrebbero fare a bizzeffe! ----qualcuno???---

Questo non vale solo per le democrazie liberali (che si basano sul sostegno elettorale), ma anche nel caso di dittature (che si basano sul sostegno implicito della parte di opinione pubblica più influente). Quindi il sistema dittatoriale non è un effettiva alternativa a quello democratico, ma solo un suo diverso aspetto. Questo dovrebbe chiarire bene (anche agli stessi fascisti odierni), il senso che Mussolini dava alla sua dittatura, non come fine a sé stessa, ma contingente delle necessità di ristrutturazione preventiva del sistema sociale italiano per prepararlo alla “terza ondata” dalla quale sarebbero emersi alla luce i suoi veri progetti politici, alternativi alla democrazia liberale ma non certo scadenti nel totalitarismo come soluzione perpetua.

 

Il fascismo è un metodo, non un fine; una autocrazia sulla via della democrazia” (Benito Mussolini, 12 novembre 1926)

 

Prima della nascita del fascismo era cioè vacante un “metodo” che avesse come obiettivo semplicemente le cose migliori pe