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Viaggio in Siria 2006

E’ uno sforzo forse vano descrivere un’emozione che ti prende il cuore, lo stomaco, l’olfatto e che ti fa stringere di gioia perché, finalmente, tu sei lì…

Sarà l’amaro dolciastro del tè alla menta, o la vita pulsante che ti ruota attorno, coll’aroma del narghilé e lo strombazzare dei taxi, forse sarà solo un’immagine nostalgica del Medio Oriente già vissuto che cerca altre immagini cui sovrapporsi per far rivivere il sogno, ma i miei occhi si attaccano come resina alla struttura dorata della Cittadella di Aleppo, mentre il fresco della sera cala sul bar affollato di clienti. Siamo arrivati da poche ore, in un aeroporto avvolto dal vento e colmo di persone; dinanzi a noi si spalanca la Siria: la nostra meta e il nostro sogno, raggiunto nonostante l’orrore della guerra in Libano, il timore di non poter partire, la visita insistente al sito della Farnesina.

Qui uno sceicco sorridente occhieggia da manifestini appesi ovunque: è il capo hezbollah Nasrallah, mira dell’invasione israeliana. I volantini inneggianti al partito sciita libanese paiono l’unica via di sfogo di un dolore che, per quanto possiamo capire, rimane annodato nel cuore dei siriani, ma non divampa.

Lentamente, tra il traffico, ci spingiamo all’hotel: una parentesi di quiete ottomana, di mobili intarsiati di madreperla, di scale ripidissime, di divani e cuscini; mentre, fuori, il buio della notte si riempie della luce verde in cima ai minareti. La piazzetta su cui si affaccia l’albergo si trasforma di sera in un campo di calcio per i bambini e una palma avvolta di lucine gialle offre un tocco di presepio al brulichio affaccendato di Aleppo.

La mattina si spalanca radiosa sopra i tetti chiari della città, ricoperti di antenne paraboliche. Alcuni ragazzini custodiscono sacchi di pane sottilissimo su una stuoia fuori della bottega, mentre anche un ristorantino, che offre crema di fave, apre ai clienti. Il pulmino ci attende e Manwar, la guida, ci spiega che la nostra meta sarà un convento bizantino a 50 chilometri dalla città. La strada si spinge nel massiccio calcareo: un desolato ondeggiare di colline bianche, punteggiato di città antiche abbandonate e lasciate a loro stesse, in un dignitoso oblio. Il monastero che visitiamo è dedicato al primo degli stiliti: Simeone, che, all’alba del Cristianesimo, scelse una coraggiosa ed estrema forma di avvicinamento a Dio, rimanendo per più di vent’anni in cima ad una colonna un tempo alta 20 metri. Quello che rimane, del grandioso complesso costruito dall’imperatore Zenone dopo la morte del santo, è una cortina candida di archi e colonne, nascosta tra i pini curvati dal vento e abbracciata dal limpido cielo siriano. La chiesa, priva del tetto, è inondata della luce del mattino, che scivola lungo le pareti a svelare i preziosi ricami dei capitelli e la grazia un po’ rude delle croci, trionfo della nuova fede. Il sito è vuoto: non vi sono più le centinaia di monaci testimoniate dalle fonti, non vi sono più i pellegrini (san Simeone, chi lo conosce più, al di fuori del ristretto novero degli studiosi!), neppure vi sono turisti, a parte noi. Tutto pare esplorazione, scoperta, dono, stupore.

Ritorniamo ad Aleppo in tempo per l’ora della preghiera! Quando il muezzin chiama, poco dopo mezzogiorno e mezzo, siamo seduti sui tappeti della grande moschea della città. Felici di essere accolti sebbene infedeli, ci mimetizziamo volentieri indossando i lunghi kaftani grigio-verdi, consci che non riusciremo comunque a toglierci di dosso l’aria da turisti. Canto e quiete, e uomini vestiti di bianco, colla lunga galabiya, alcuni ciechi nel cortile, i bimbi e le bimbe con la gonnellina, che ruzzolano felici sulla morbida coltre che copre i marmi del pavimento, donne velate, donne completamente velate, dall’abito scuro.

Felice! Non voglio andar via… è bello stare insieme a persone che hanno una fede sincera, anche se diversa dalla nostra. Manwar approfitta della mia pigrizia estatica e partecipa alla preghiera, perché lui non esce di casa se prima non ha compiuto l’abluzione rituale e cerca di adempiere con solerzia alle cinque preghiere giornaliere, quando i "suoi" turisti glielo concedono.

Aleppo è famosa anche per il suq di 12 chilometri: un lungo serpentone ombroso che si dirama tra vicoli e si apre all’improvviso nel cortile di un bagno turco, o di una scuola coranica, o di una piccola moschea.

Lasciamo Aleppo il giorno successivo, diretti verso Sud. Riusciamo a strappare un fuori programma alla guida, che ci permette così di visitare il sito di Ebla. La pianura gialla di grano appena mietuto s’innalza leggermente là dove nel terzo millennio a. C. si ergeva la superbia delle mura, ma la gloria di questa città bruciata da Sargon di Accad riemerge nelle 17000 tavolette scoperte da una missione archeologica italiana, nel palazzo reale. Ci incamminiamo verso l’acropoli, alta sul pianoro circostante, bruna di terra e di mattoni. Immaginiamo, nell’irreale silenzio del sito… qui vi erano i templi, dedicati ai mille dei del pantheon mesopotamico e aramaico, qui la sala del trono; più in basso… ecco le macine, simbolo della civiltà dei cereali che ornò di centri urbani la Mezzaluna fertile.

Un salto nei secoli ci porta ora a Sergilla, città bizantina di grandi case patrizie e chiese dirute, di cui rimane soltanto la pietra scura dalle sfumature rossicce. La città morta non ha ingresso, vi accediamo attraverso la steppa arida e pietrosa e salutiamo la famiglia beduina che ha fatto di uno di questi "monumenti" del passato la propria casa… e attinge l’acqua dal pozzo, e pascola il suo gregge fra i tratturi, nel sito.

Ancora pochi chilometri e giungiamo ad Apamea: questa volta i padroni di casa sono i Greci di Seleuco Nicatore, che edificò questa città principesca in onore della propria moglie persiana. La vista delle rovine è impressionante. Inaspettatamente, compare un colonnato lungo due chilometri, bianco abbacinante, elegante come una siepe di margherite. L’artificio si tramuta in arte, e le colonne scanalate divengono attorcigliate, quelle attorcigliate scanalate, imponendo ritmo e proporzione alla lunga fila di fusti.

A sera giungiamo a Homs, l’antica Emesa, città natale di Romano il Melodo, che, traducendo in greco le parole sacre degli inni siriaci, fondò il canto del cristianesimo, all’epoca di Giustiniano. Ora Homs è una città terribilmente più "moderna" di Aleppo, merito forse dei suoi palazzoni dagli ampi terrazzi, dei suoi impianti di raffinazione del petrolio, dei suoi larghi viali, dell’hotel Safir che, con le sue cinque stelle, ci fa vivere l’atmosfera straricca che immaginiamo tipica di certi Paesi del Golfo. Per sprofondare ancora di più nel lusso da emiri, guardiamo la televisione di Dubai, ammiriamo le grosse auto targate Kuwait parcheggiate di fronte all’ingresso dell’albergo, sogniamo l’atmosfera vaporosa del matrimonio che si sta svolgendo nel salone delle feste, con torta-grattacielo e corone di fiori per gli sposi.

Ancora un’altra mattina siriana… visitiamo la moschea di Khaled ibn Walid, il condottiero arabo, compagno di Maometto che, all’alba dell’Islam, portò le sue armate a scontrarsi con i Bizantini su questa terra. Costantinopoli perse le sue terre d’Oriente a causa del valore di quest’uomo, che riposa nella sua tomba bianca e verde, salutato da alcuni fedeli destatisi presto, orgoglioso delle mille ferite sul suo corpo, ma dispiaciuto di non essere morto da martire, mentre estendeva la "casa dell’Islam".

Una stradina tortuosa s’inerpica ora sulle creste montuose che si spingono fino al confine Nord del Libano. All’improvviso lo scorgiamo, il Krak, come aquila candida a protezione della vetta. Il castello dei crociati si staglia maestoso e intatto, nei suoi torrioni grossi come enormi zampe aggrappate alla roccia. L’interno è labirintico e ombroso, tagliato solo dalla luce chiara che guizza dalle feritoie aperte su una vallata profonda e pennellata di lieve foschia.

Laggiù passavano le carovane, gli eserciti, le scorrerie. Qui, un manipolo di duemila uomini, con cavalli e vettovagliamenti, vigilava, sicuro dell’imprendibilità del maniero. Anche il Krak dei Cavalieri, con i suoi ultimi crociati a difesa, alla fine fu vinto, e il sultano Baybars aggiunse la calligrafia araba che celebrava la sua conquista, all’entrata del castello.

Dopo un pranzo "classico" (salsine di noci, di sesamo, yogurt, carne grigliata e anguria) con vista sulla fortezza, lasciamo la fascia occidentale della Siria, alla volta dell’interno.

Di là dai finestrini del pulmino, gli alberi sfilano veloci, poi, poco a poco, divengono sempre più bassi, più radi, più secchi. Ora sono degli ispidi cespuglietti color grigio-verde, sempre più bassi, più radi, più secchi… poi nulla. Lo sguardo si perde in un’eguale terra polverosa, delimitata solo dal cordone scuro della strada, vuota, e dalla fascia azzurra del cielo. 150 chilometri di luce grigio-dorata, di linee incerte di monti brulli, di sonnacchiose caserme, di nascosti oleodotti (sono sette che compiono il nostro percorso, in senso inverso), di buche e di salti sul nastro d’asfalto. Quando arriviamo a Palmira, d’improvviso appaiono le colonne grigio-dorate a imprimere, contro il cielo, una direzione verticale a quella tinta calda che ci ha accompagnato lungo tutto il percorso. Uscire alla scoperta del sito è un po’ come obbedire a Edmund Burke, che consigliava di cercare il sublime tra il deserto e le rovine. L’aria è rovente, ma la giornata volge al termine. Il sole smorza leggermente la sua vampa, rendendo lunghe le ombre e disegnando di scuro i contorni dei capitelli e le profondità dei bassorilievi. Iniziamo la visita dal Campo di Diocleziano, pedinati da un gruppetto di bambini dai bei capelli neri. Scendiamo poi, camminando tra la sabbia e i resti della pavimentazione romana, lungo la grande via colonnata, scivoliamo rapiti lungo le fondamenta degli antichi templi, dedicati a divinità per noi "straniere", come Nebo o Baal-Shamin: attestazione della potenza e dell’indipendenza di questa città aramaica che, nel III secolo d.C., osò sfidare Roma, tentando di riunire sotto di sé tutte le province d’Oriente.

Stanchi e commossi, approdiamo al teatro, sontuoso, vuoto, ormai silenzioso. Il sole scende dietro le gradinate perfettamente intatte. Noi, grati per l’inaspettata ombra, sostiamo ammirati, gustando un caffè che ci viene offerto dai custodi del teatro. In tutta Palmira… solo un piccolo gruppo di giapponesi e due turisti vagantes italiani, di Vittorio Veneto e Chioggia. Pare che la città sia emersa dalle sabbie soltanto per pochi occhi curiosi.

Il tramonto trasforma l’oro delle colonne in una tinta rosa-pesca, mentre l’aria diviene fresca e violacea. Inseguiamo il sole fin sulla cima della fortezza araba che domina il sito dall’alto di una collina. L’ombra raggiunge una colonna dopo l’altra, mentre nel paesino di Palmira si accendono le luci. Abbiamo il tempo per gustare lo scivolare dei secondi, mentre il sole si abbassa cangiante e si infiamma di rosso cupo e giallo accecante, sopra il deserto.

Il ristorante dell’hotel Villa Palmira ha due particolarità: il self-service che offre torte e non solo angurie, e una vista spettacolare sulla grande oasi di palme da dattero, che abbraccia le colonne. Al mattino partiamo a piedi, diretti alla scoperta del museo archeologico. Ci accoglie un grande leone che tiene tra le zampe, pacifico, una gazzella. Questa è l’età dell’oro declinata secondo il mito arabo, per il quale il grande felino è simbolo della dea Allat, signora della guerra, dell’amore, della natura. Nelle sale, si susseguono i volti di pietra dei nobili palmireni: occhi fissi, lontani; nasi e labbra che tradiscono la razza semita degli abitanti; copricapi e scarpe decoratissime, di foggia persiana; classico drappeggio delle corte vesti romane. Dall’alto dei sarcofagi… il bianco gesto delle mani che brindano all’eternità e alla risurrezione futura; la posa elegante e abbandonata dei giovani uomini sdraiati sui triclini; la soffusa malinconia che si sprigiona dall’estrema sontuosità di vesti e gioielli…

Straordinario è il tempio di Bêl, enorme e robusta parete di luce chiara, circondata di colonne, a difesa della cella per il dio. Quando si passa sotto l’architrave, ci si sente schiacciati dall’enorme altezza dei pilastri; il cortile interno è grandioso; i capitelli delle colonne, ora mancanti, dovevano essere di oro puro. Laggiù, oltre il muro che delimita l’area sacra, ondeggiano le foglie delle mille palme dell’oasi.

Lasciamo Palmira, con un ultimo sguardo alle strane tombe a torre, alte anche tre piani, che s’innalzano contro un’erta duna.

Oltre il deserto ci attende Damasco, ma intanto ci lasciamo catturare dallo zigzagare che compie il nostro pulmino lungo i raggi scuri delle strade, nella sabbia. Una sosta al Bagdad Cafè… non illudiamoci, siamo distantissimi dai confini con l’Iraq! Due fratelli beduini vivono nel loro accampamento "stabile", mentre accanto al pozzo e alla tenda gestiscono un punto di ristoro, che offre tè alla menta e violini tradizionali: una corda sola, archetto di peli di cammello e pelle di volpe come membrana.

All’ultima deviazione inaspettata del nostro mezzo di trasporto, compare un paesino, arroccato contro una grande parete di roccia che pare aprirsi proprio in corrispondenza del nucleo abitato. Le case sono piccole e graziose, dalla tinta gialla e azzurra. L’aria è fresca: siamo in montagna, in questo cantuccio di quiete fuori del tempo, a pochi chilometri, ormai, dalla capitale siriana. Maaloula è l’ultimo angolo di mondo in cui viene mantenuta viva la lingua aramaica; così ascoltiamo il Padre Nostro nella lingua del Cristo, recitato da una ragazza, nel convento melchita dedicato ai santi Sergio e Bacco, tra icone dallo sguardo orientale, brillio di sottili candele infilate nella sabbia, iconostasi di pietra e un altare che è uno dei più antichi della cristianità.

Una gola stretta e sinuosa, fresca e umida, ci conduce poi a scoprire il monastero di santa Tecla, discepola di san Paolo. Qui le monache sono ortodosse e grandi madonne con scritte in greco e arabo ci accolgono all’ingresso del complesso sacro. Saliamo milioni di scale. La grande croce sulla cupola di una chiesa si fa sempre più bassa, sotto di noi, contro la parete rossiccia. Al termine dell’ascesa, un secolare albicocco dai lunghi rami verdi ci accoglie all’apertura di una grotta, da cui si accede alla tomba della santa. La stanzetta che conserva le spoglie di Tecla è tutta buio e lampi guizzanti di fiammelle. Entriamo togliendo le scarpe, un’anziana monaca tutta in nero lavora a maglia in un angolo.

Il profumo d’incenso è forte, familiare.

Lasciamo Maaloula per scendere a Damasco. Il traffico della periferia ci sospinge fino ad una grande porta di pietra, oltre la quale si spalanca la città vecchia. Camminiamo nel pieno della folla, tra macellerie e gioiellerie, salendo e scendendo dall’alto marciapiede per lasciar spazio a donne eleganti e a ragazzi di corsa. La guida ad un tratto devia in un vicolo laterale. All’improvviso scompare il brusio e ci pare di essere in una piazzetta di paese, con i gatti raminghi che sgusciano chissà dove. Una porticina si apre… siamo all’hotel. Un cortile appare inaspettato… una bella fontana, scintillanti sedie imbottite, un albero di limoni. La camera, dai muri rosa antico, sfoggia persino un affresco. I letti enormi, i comodini intarsiati, le bianche poltroncine, il bagno minuscolo… ogni dettaglio appare sorprendente.

Damasco vecchia si gira a piedi, tra i vicoli silenti del quartiere cristiano, le improvvise immagini di madonnine agli angoli delle strade, le croci sulle chiese e il verde dei minareti. Città pulitissima, di stoffe di seta, di profumo di narghilè, di porte decorate… ah, e lì? Si prepara un matrimonio! Questa via dritta, che taglia la città in senso orizzontale, è la Via Recta, ortogonalità romana nel labirintico gomitolo delle stradine della città araba. Ma Damasco è san Paolo, la sua conversione, quell’accecamento che diede energia alla chiesa delle origini. La pietra possente dei muri della casa di Anania parla della grande avventura del cristianesimo, mentre quadretti semplici come figure di un vecchio libro di lettura narrano la storia dell’apostolo dei Gentili.

San Paolo sulle Mura è una chiesa moderna ma accogliente; un percorso rivelatoci dal custode permette di raggiungere appunto la sommità delle mura, da cui il santo fu calato in una cesta, per fuggire i suoi persecutori. Dovrà giungere sino a Roma, dove una grande basilica "fuori le mura" è ricordo commovente del suo martirio.

Nel museo archeologico di Damasco si incontrano tanti visi, visi dagli occhi bianchissimi e grandi, dalle lunghe barbe arricciate, dal capo rasato… si possono incontrare i Sumeri, mentre si recano adoranti ai templi dei loro dei. Si può ammirare la fronte alta e serena dei palmireni, l’abito persiano dei seguaci di Mitra, che si accingono al sacrificio. Mille sono poi le figurine che affollano le pareti della sinagoga di Doura Europos, trasportata sin qui. Il volto naif dei re d’Israele e dei profeti, sottili su sfondo bidimensionale, preannuncia quella che sarà l’arte dei primi cristiani.

Ora il suq di Damasco ci avvolge, danza irregolare di una folla operosa, che si intreccia sotto una volta scura, trapunta di fori che fanno passare lampi di sole. La via dei vestiti ospita lunghi abiti ricamati, veli, cappellini. La via delle gioiellerie è una cascata d’oro fulvo. Laggiù, si apre la via delle spezie, lungo la quale mille botteghe espongono sacchi di polveri colorate: cannella, pistilli rossi e gialli di zafferano, sesamo, cacao, boccioli di rose, verde menta essiccata, grani di pepe, noce moscata.

D’improvviso, l’ombra accogliente del suq si spezza contro bianchi pilastri di un tempio romano in onore di Giove. Li oltrepassiamo… siamo alla Grande Moschea.

Un banchetto vende spremute fresche, un altro succo di mirtillo… distratti, infiliamo i familiari kaftani, togliamo le scarpe, diamo retta ai bambini che ci vogliono vendere cartoline della città. Ad un tratto appare… la facciata è incredibilmente affrescata su sfondo giallo-oro. Lo stupore ci cattura: avanziamo sul marmo bollente del pavimento del cortile, uno sguardo al severo e chiaro minareto quadrato, su cui scenderà il Cristo per il Giudizio Universale. Quella facciata però ci stordisce ancora: è di una moschea, ma l’oro è bizantino. Sembra una chiesa. Lo era: la pianta è a tre navate. Scivoliamo all’interno… sui tappeti, una piccola folla in preghiera. Cosa c’è di così particolare qui, che mi fa sentire a casa, come se questa gente l’avessi conosciuta da sempre? Sarà la grande tomba verde che troneggia al centro, tomba di san Giovanni Battista, ospitato qui tra mille scritte con il nome di Allah. Sarà che questo luogo pare incarnare il sacro, tempio chiesa e moschea, e non sembra che una fede abbia schiacciato l’altra.

Alcuni uomini riposano appoggiati ai possenti pilastri; altri, come Manwar, si allineano per pregare; un imam, in bianche vesti, guida i fedeli. Un signore dalla lunga barba e dal copricapo candido legge il Corano. Sembra di poter restare all’infinito, ma qualcuno dice che è ora di andare. Una promessa. Ritorneremo.

Ecco, ancora, il palazzo Azem, splendida dimora del governatore della città, durante il periodo ottomano: una bouganvillea si protende verso la grande fontana. La tradizione e i costumi della città rivivono nelle belle stanze, abitate da manichini che indossano le vesti del passato: sono bambini di una scuola coranica con in testa il fez, spose e dame, uomini che si incamminano in pellegrinaggio verso la Mecca, fumatori di narghilé.

La notte trascorre serena e, al mattino, un muezzin chiama alla preghiera. Alle sei e mezza, sentiamo invece un bronzeo rintocco di campane. La mamma ed io decidiamo, su due piedi, di rispondere al familiare richiamo e scivoliamo fuori dal retro dell’hotel. Pochi passi e siamo nella grande e bianca chiesa francescana. La messa è appena cominciata: un sacerdote barbuto dall’aria buona, alcune suore, donne con la veletta sul capo, uomini dal volto sereno. La liturgia è in lingua araba, ma non ci sentiamo spaesati: il ritmo delle formule è pressoché analogo a quello cui siamo abituati. Siamo contente di poter partecipare senza sentirci dei pesci in mezzo al deserto. La gente recita "amìn", alla greca; la particola dell’Eucaristia è croccante, ma non vi sono altre differenze. Serene, torniamo alla nostra colazione, servita sotto la pianta di limoni. Manwar e l’autista ci attendono: oggi ci spingeremo sino ai confini con la Giordania.

Ecco Bosra, la città di basalto nero, severa ma accogliente, dove il colore scuro della pietra unisce e fonde le svettanti colonne romane, gli absidi bizantini, il tozzo minareto della moschea di ‘Omar. Le stradine sornione ci guidano in un esteso labirinto di case abbandonate, mentre un dromedario staziona in mezzo all’incrocio, senza sapere bene che via prendere. A Bosra visitiamo il teatro romano, grande e nero, massiccio come un toro, spettacolare e ripidissimo, racchiuso all’interno di una cittadella fortificata.

Ripreso il pulmino, ci inoltriamo in un territorio desolato e tremendo, pianura cosparsa di aguzzi detriti vulcanici, alla base di un erto cratere. Non cresce nulla qui, solo vento a spazzare questa zona vuota di vita. Ecco, all’improvviso compare Sweida, la città dei Drusi. Uomini dal caratteristico cappello bianco e dai lunghi baffi rivelano la loro appartenenza a questa setta religiosa, che onora la propria divinità sulla cima del vulcano, in un edificio che rimane per noi misterioso.

Ultima visita del nostro viaggio siriano, la città natale dell’imperatore Filippo l’Arabo: Shahba; essa pare un luogo remoto e strano, forse perché non si vedono moschee e l’unica chiesa ospita una minima percentuale degli abitanti della cittadina. I mosaici romani sono custoditi in un piccolo museo, mentre il grande mausoleo funerario, dedicato dall’imperatore ai suoi genitori, stupisce per la grande epigrafe in greco che ne orna l’architrave di ingresso.

Ora siamo ancora a Damasco, nel polveroso traffico della periferia: la nostra guida ci ha fatto una promessa: tenteremo di visitare la moschea sciita di Sayida Zeinab, nipote di Maometto. Mi entusiasma molto l’idea di visitare il luogo di culto degli Sciiti, mai visto uno in vita mia! L’impatto però è scioccante. Impossibile tentarne solo una descrizione! D’improvviso appare una cupola d’oro, sfavillante come un vero sole. I minareti sono una fiamma azzurra che si perde nel blu del cielo. Indossiamo i lunghi abiti, questa volta neri. Ci confondiamo tra le mille donne in nero che attraversano il cortile. La sala della preghiera, in quanto Cristiani, ci è preclusa. La mamma ed io, però, in quanto donne, abbiamo l’onore di poter accedere alla sala che custodisce la tomba della nipote del Profeta. Entriamo timorose, forse perché lo splendore che ci appare non è quasi credibile, forse perché la folla in abiti neri è così grande che si entra a fatica… Enormi lampadari a gocce troneggiano, alti. Il loro bagliore viene rifratto in mille spicchi di luce da milioni di piccoli specchi, orientati secondo diverse angolazioni, cosicché, tra la luminosità e l’azzurro delle ceramiche, pare di essere entrate in un diamante. Le signore sostano in preghiera, toccano la tomba, commosse: riti e devozione che si incontrano, al di là delle divisioni religiose, dove i bisogni dell’uomo cercano la misericordia di Dio.

A sera, dopo un percorso abbastanza lungo nel traffico (dove ci stanno portando?), ammiriamo per l’ultima volta Damasco dal ristorante costruito sulla cima del ripido monte che sovrasta la capitale; è notte e la città è trapunta delle gemme verdi dei minareti e del brillio blu delle croci cristiane… città iridescente, infinita, sotto il cielo illuminato da una virgola di luna gialla. Quasi un addio, perché, domani, rivedremo Damasco dall’alto, mentre l’aereo della Syrian Arab Airlines ci riporterà a Roma. E ricorderemo le parole di Manwar "… se non sulla terra, certo ci rivedremo in cielo".

Silvia