Estate 2008

 

Dove non arriva il Nilo: le oasi del deserto occidentale egiziano.

 

Sono seduta a terra, ai bordi d'una lingua di sabbia color zafferano. Con i piedi scosto il pietrisco nerognolo e aguzzo che mi circonda. Occhiali da sole, un foulard legato attorno al capo. Il caldo del suolo si riverbera attorno a me, mi avvolge. L'aria è vuota, limpida e nitida; uno spicchio accecante di cielo sta sospeso sopra la mia testa. Sì, sono seduta a terra, in perfetta quiete, perfetto silenzio. La mia anima è libera di fare capriole sulle montagne che mi attorniano, di salire e scendere per le creste di roccia nera che mi chiudono la vista, a Sud. Immagino di raggiungere le vette più lontane e di poter ammirare le vallate che si aprono misteriose al di là dell'ultimo baluardo roccioso. Non è difficile immaginare l'infinito, perché… cos'è la nostra piccolezza dinanzi alla vastità del Sahara? Di qui al Sudan, chilometri e chilometri di sabbia e pietre. Nel mezzo dell'Egitto, con la spumeggiante energia del Mediterraneo a tre giorni di jeep, sento il profumo ancestrale di una terra ancora da scoprire.

Abbiamo da poco raggiunto il deserto nero, che abbraccia l'oasi di Bahariya; le tre jeep che ci hanno trasportato fin quaggiù, nel cuore di luglio, si sono fermate dinanzi ad una montagna sulla cui sommità spicca una corona di basalto colonnare, nerissima. E nero e giallo si mescolano nell'immenso paesaggio che si spalanca davanti a noi. Camminando, le pietre scricchiolano e canticchiano la loro melodia vetrosa. Se le scosti un po', sotto la sabbia rovente, altre pietre rivelano il loro colore rosato, che ricorda epoche lontanissime, eruzioni vulcaniche, reazioni chimiche dall'esito stupefacente, nascoste nel cuore della terra…

 

Partimmo pochi giorni fa da Marsa Matruh, località mediterranea di già schietto sapore egiziano, colorata di vestiti appesi, di confezioni di datteri polverose, di barbecue improvvisati, di pantofole occhiali spezie.

Lasciato il nuovo villaggio turistico della Bravo Club, affrontammo la lunga strada diritta che punta a Sud, fino all'Oasi di Siwa. Il paesaggio attorno a noi pareva un eguale ripetersi di colori pastello, senza variazioni o contrasti, con la sola sensazione di percorrere un tragitto sempre in discesa, verso la depressione di Qattarah, dove sorge l'oasi. Lo scoppio di una gomma della jeep in coda ci costrinse però a fermarci, nell'aria fresca del mattino, e ad esplorare la piatta distesa di "nulla" che divora la strada.

Guardate bene, se vi capita di fare quattro passi nel deserto! Forse vedrete qualche cespuglio verde glauco, privo di foglie; alla base dell'arbusto, forse, scorgerete i gusci bianchi di tante chiocciole, vi chiederete quando mai ci sia stata vita in quel luogo e penserete forse a qualche timida pioggia primaverile. Rimanete poi in attento ascolto: sì forse sentirete il frinire di un grillo e seguirete con lo sguardo l'indaffarato cammino di una formica. Quello tra il Mediterraneo e Siwa non è davvero un ambiente monotono.

Il primo apparire dell'oasi si annunciò col verde squillante delle sue 250.000 palme, fitte fitte a formare un compatto intrico verde scuro, sfrangiato. Oltre la pennellata verde… tre vasti laghi, azzurri d'acqua dolce, bianchi di cristalli di sale. La strade della cittadina sono carreggiate polverose e sgangherate. Le grandi ruote della jeep sollevano spruzzi di polvere chiara. Noi visitatori occidentali fummo subito condotti a vedere la tomba di un occidentale, sì, proprio di un occidentale, venuto a vivere qui più di duemilacinquecento anni fa. Il ritratto di quell'uomo è ancora perfetto, dipinto nell'interno della sua ultima dimora: capelli neri, volto barbuto. Era un greco e si fece egizio assieme agli Egizi, pregò i loro dei e fece affrescare sulle pareti del suo sepolcro la fede nell'eternità del suo ka.

Siwa è sempre stata, come è ora, un luogo remoto e misterioso, agli estremi confini del territorio governato dai Faraoni. Oasi di Berberi, di sacerdoti, di grandi templi. Fu la sete di conoscenza e il prestigio del santuario di Zeus Ammone che spinse qui anche Alessandro Magno, il ragazzo macedone che già aveva vinto due volte il Gran Re di Persia ed era destinato a farsi riconoscere come figlio di Zeus e nuovo faraone.

Il divertimento ci venne regalato poco al di là dell'ultima casa di Siwa, dove inizia il "grande mare di sabbia". La jeep a 120 Km all'ora, nella vellutata e silicea consistenza della pista, ci portò fin dove lo scenario di alte dune sabbiose dominava completamente l'orizzonte. Salire a piedi lungo la cresta di una duna, per arrivare in cima, sì, in cima, e scoprire che la cima è ancora più alta, e sentire che il cuore batte rapidissimo e i polpacci si induriscono per lo sforzo! Ancora qualche passo, affondando come nella neve fresca per approdare all'agognata meta e lassù, finalmente… solo il fischio del vento e la vertigine dell'altezza.

Le jeep ci fecero godere la sensazione da brivido del "fuori pista", dondolando nella sabbia, inerpicandosi sulle dune più aguzze e lasciandosi poi ricadere sull'altro versante: un connubio di grande attenzione, abilità e sicurezza del nostro autista, bravissimo a non "piantarsi", a non perdersi, a dare spettacolo con le sue ardite ricerche del percorso… peggiore!

Tra le dune, ad un tratto, fece la sua apparizione un piccolo lago d'acqua fresca, pieno di pesciolini, azzurro tra il verde delle canne palustri che lo incorniciavano, dominato dalle superbe, alte creste di sabbia sempre più rosa, mano a mano che il sole declinava all'orizzonte.

La sera a Siwa è impregnata di una calda tinta di paese. Il centro brulica di carretti, trainati da asinelli e guidati da ragazzini e uomini. Le donne appaiono avvolte da un mantello dalla tinta chiara, che copre interamente il volto; quando le incontri sedute sul loro carretto, con un bambino piccolo e un uomo barbuto alle prese con l'asino, pensi davvero di aver incontrato la Sacra Famiglia riparata qui per sfuggire a Erode.

La sera a Siwa è il tempo della preghiera, e quando la voce del muezzin ricorda la grandezza e la misericordia di Allah, su quella melodia forte e suadente che scandisce il ritmo del mondo musulmano, chi guida il carro, chi vende tappeti, chi passa per strada carico di merci, chi è seduto a chiacchierare o ad arrostire i polli s'alza d'improvviso e corre veloce in moschea. Il paese si svuota e tante tante scarpe si allineano all'ingresso di quella costruzione con l'alto minareto e l'aspetto curato. Immagini di fede, sincerità e semplicità, che meritano di essere catturate.

Il giorno successivo imboccammo il diritto percorso che conduce a Baharya, più a Oriente di Siwa, a 28 gradi di latitudine nord. La strada si annunciò buona, veloce, priva di traffico. Dopo pochi minuti di viaggio, però, essa improvvisamente si interruppe per lasciare spazio ad una ghiaiosa pista appena tracciata sul terreno. Quattrocento chilometri di sobbalzi, deviazioni, piccoli imprevisti, soste tra i perfetti dipinti delle dune, sei stazioni di controllo della polizia per comprensibili motivi di sicurezza (anche per la nostra incolumità!), aroma di qualche foglia di basilico, colta dal nostro autista nell'aiola del primo dei posti di blocco e utilizzata come profumo nella jeep, patatine al kebab e bevande fresche.

Bahariya, l'oasi, apparve finalmente nel primo pomeriggio, dopo ore passate a tu per tu con il deserto, sempre mutevole, come un adolescente, a volte bellissimo, a volte scontroso, a volte malinconico. Bahariya è una vasta area coltivata, più moderna di Siwa, con più auto e meno asini, vari centri abitati e un grazioso hotel bianco e azzurro tra fiori di flamboyant e cicale.

Uno stanzone trasandato è il locale museo archeologico. La visita lascia sbalorditi, perché l'aspetto disadorno e scialbo dell'unica sala non permette di immaginare lo splendore di ciò che vi è custodito. Brillanti pur sotto teche di vetro polveroso ci apparvero infatti due decine di mummie, ancora avvolte nelle loro bende, con una maschera di lino dorata e dipinta a coprire il volto e a restituirne, eterno, lo sguardo e il sorriso. Gli elaborati decori ricamati sul corpo, le lunghe ciglia e le pupille profonde offrono di questi antichi un ritratto nobile ma vivido. La missione archeologica che scoprì la necropoli di Bahariya nel 1999 portò un altro straordinario tassello all'interpretazione della società egiziana durante il periodo romano.

 

Sì, già tre giorni trascorsi lungo le vie del deserto occidentale egiziano. Ora si riparte, altre emozioni ci attendono. La jeep lascia il nero del basalto colonnare, delle pietre vetrose, della sabbia color zafferano e corre verso un'area "bianca come la neve". La sabbia diventa granulosamente candida. In lontananza riluce come vero ghiaccio, sfumato tra il grigio e l'azzurro. Il parco naturale del "deserto bianco" appare all'improvviso con le sue buffe formazioni calcaree: sorprendenti e bizzarre, imprevedibili e numerose, sono funghi, guglie, pinnacoli, visi, erosi dal vento e foggiati con l'estro di un improvvisatore, o di un abile mago dalla fervida fantasia. Passeggiare tra queste figure ha infatti il sapore di una fiaba e si ritorna bambini nell'immaginare a cosa somiglino quei prodotti strani dell'erosione naturale. Più oltre,  vi è anche una montagna, tutta di cristalli di quarzo, di geodi immense, di rilucenti bagliori.

Egitto come natura sbalorditiva, solitudine e vento. Ma Egitto anche come libro aperto sugli ultimi cinquemila anni dell'avventura umana. Ancora trecento chilometri e saremo al Cairo, a fissare lo sguardo dei grandi faraoni dei tre Regni, a penetrare il buio segreto dell'interno della piramide di Cheope e ad immaginare il lungo viaggio della barca solare, che trasportava il corpo del defunto faraone nella sua ultima, grandiosa dimora. Dopo il caldo grigiore del Cairo visiteremo il bianco lungomare di Alessandria, con i suoi palazzoni popolari e i suoi alberghi di lusso. Ne apprezzeremo le colonne romane e le tombe dipinte. Vivremo dei suoi ricordi: il faro, il Museo, Alessandro Magno e i Tolomei, Eratostene e Cleopatra, fino al "porto sepolto" di Ungaretti. Uno sguardo alla nuova biblioteca, ricostruita per essere monumento alla Cultura e al Sapere. Finiremo il nostro viaggio ancora sul mare, a El Alamein, dove il deserto non ha ancora restituito tutti i corpi dei soldati morti durante la seconda guerra mondiale e dove si leggono, nel sacrario militare italiano, molti cognomi a noi familiari. Ma il mare sarà anche la pace di Marsa Matruh, con le sue dolci palme e la serena, vastissima spiaggia. Uno sguardo alla distesa mobile del Mediterraneo dal terrazzo della camera, prima di ripartire, con nostalgia, alla volta dell'Italia.