ROBERTO

 

 

Conoscere a fondo una persona, significa anche averci condiviso gli anni dell’infanzia, durante i quali l’individuo si mostra per ciò che è, senza nessuna necessità di voler apparire in modo diverso, senza inquinamenti né culturali né sociali. Per mia esperienza diretta, ciò che si è per natura si continua ad esserlo anche se, nel corso della vita, ci si cuce addosso il costume di colui che si vorrebbe essere.

L’ipocrita rimane tale, il bugiardo anche. Il ‘buono’ sarà colui che, rimanendolo, pagherà il prezzo più alto nel rapporto con gli altri, però la sua innata umanità lo aiuterà in una crescita e sensibilità interiore che nel tempo lo ripagheranno pienamente. I giudizi retorici espressi dagli altri, non potranno che rafforzare la convinzione che madre natura sia stata benevola nei suoi confronti.

I fatti in questione, riguardano la famiglia del mio amico d’infanzia Roberto, unico figlio di una coppia fisicamente scombinata, lei alta e magra mentre lui basso e tarchiato.

Anche la loro differenza caratteriale risultava evidente, lui sempre solare e pronto alla battuta specie dopo il quartino, mentre lei, in ogni occasione, metteva in evidenza un atteggiamento burbero che le faceva stringere e sbiancare le sottili labbra della bocca.

Era con Roberto che avevo condiviso i primi sette anni della mia vita, in estate la vita era molto più bella e sinceramente le giornate sembravano troppo corte per l’infinità di cose che volevamo fare. La mia libertà, a differenza di Roberto, era quasi totale, i miei genitori avevano impegni che non permettevano loro un controllo pressante nei miei confronti, anche perché ,a loro detta, grossi pericoli non potevo correrli. Roberto, invece, era ossessionato dal continuo lamento della madre che lo chiamava, affacciata alla finestra, con una vocina stridula e ovattata che nessun megafono avrebbe potuto eguagliare. Veramente mia madre, aveva provato a legarmi con una corda agli anelli predisposti per gli asini, però aveva desistito poichè riuscivo sempre a convincere qualche passante e farmi liberare.

A volte, stanchi e assonnati, ci addormentavamo nei posti più disparati mettendo alla prova l’abilità di chi doveva ritrovarci. All’ora di cena, iniziava la caccia che si concludeva inevitabilmente con una scarica di botte, dichiarata lungo la strada del ritorno verso casa, ma mai messa in pratica.

L’ infanzia, mi ha regalato momenti di pura libertà e la società dell’epoca era così semplice e schietta che, rispettando alcune regole di comportamento, non dava particolari problemi di convivenza e di rapporto. Il ‘’voi’’ era categorico, guai a rivolgersi alle persone più anziane o ai parenti di qualsiasi grado usando il ‘’tu’’, ciò rappresentava una mancanza di rispetto imperdonabile quasi quanto un rifiuto del ‘’comanno’’ agli stessi.

Accadde che, una mattina entrai a scuola da solo, Roberto stranamente non mi aveva aspettato all’ingresso e non lo vidi nemmeno in classe.

Sono trascorsi più di quarantacinque anni da quel giorno, eppure lo ricordo chiaramente e ho impressa nella mente la grande sensazione di solitudine che provai, resa ancora più crudele dal non conoscere la ragione della sua scomparsa . Ho provato a chiedere in giro, ho sostato per lungo tempo sotto la sua casa oramai vuota, ma il mistero di Roberto e la sua famiglia è rimasto tale per lunghi anni. Anche i miei genitori, oggi scomparsi, avevano volutamente nascosto una verità che consideravano immorale e quell’improvvisa partenza come inevitabile.

Ma dove diavolo si trovava Terni, nel mio immaginario era una terra immersa in una vasta ed inaccessibile palude, dove Roberto era stato relegato senza possibilità di fuga. Suo padre, finalmente operaio metalmeccanico con un salario di cinquantamila lire al mese, avrebbe potuto usufruire di due nuove tute ogni sei mesi, nessuno avrebbe potuto sperare di più. Stesso discorso lo sentivo fare nei confronti di uno spasimante di mia sorella che, a detta dei miei parenti, avrebbe dovuto sposare anche per quel bendiddio. Ho molto fantasticato su quel capo di abbigliamento, e sono andato di proposito dal meccanico del paese per rimirare quella magnificenza che, unta e bisunta quale era, non sembrava poi tutta quella bellezza. Le giornate estive erano divenute troppo lunghe, alle panchine ombreggiate dalle lirci, si raggruppavano i vecchi con i loro bastoni artigianali che il continuo uso aveva reso lisci e lucidi, sempre in competizione tra loro nell’esaltare le proprie prestanze fisiche giovanili e nel raccontare le tribolazioni subite da due guerre mondiali. Mi soffermavo spesso ad ascoltarli e mi accorgevo che il caldo estivo, giorno dopo giorno, rendeva il loro numero sempre più esiguo. Finalmente iniziò il corso di cucito della Borletti. Il fermento era enorme specie tra le ragazze. Arrivò il responsabile del corso , accompagnato da una istruttrice molto scaltra, che riuscì a carpire la fiducia di tutte le madri del paese e così la partecipazione delle ragazze da marito al corso fu numerosa. Quelle ragazze, ai miei occhi erano stupende nella loro freschezza e pulizia, mentre facevano roteare le loro vesti a pieghe inamidate. Il corso, finalizzato alla vendita delle macchine da cucire, era sponsorizzato da mio padre e il responsabile, presentatosi come figlio di un conte decaduto, era spesso ospite nel nostro misero retrobottega e la sua umiltà gli permetteva di accettare quanto era nelle nostre possibilità, raccontava storielle molto divertenti e spesso, ci concedeva anche il taglio del prosciutto però fatto con classe. Per mio padre era veramente un uomo di cultura. All’inizio, avevo notato che il conte nell’entrare in casa mia era solito volgere lo sguardo verso la travatura del soffitto, forse interessato all’architettura interna, solo più tardi capii che in realtà verificava l’allocazione del prosciutto. Le ragazze, grazie al corso, avevano acquisito una maggiore libertà e come madre natura comanda, i mosconi quell’estate arrivavano a importunarle in modo quasi sfacciato.<<Mi raccomando,devi dirmi cosa fa tua sorella e con chi và>> mi diceva mio padre mentre mi metteva nel palmo della mano dieci lire, sufficienti per un bel cono al limone.

Chiaramente, la sera quando venivo interrogato, non raccontavo tutta la verità.

Il conte partì, finì anche il fervore estivo e così mi ritrovai di nuovo senza Roberto. Iniziai ad avere paura del buio, anche perché la mia è stata l’ultima generazione che, di fronte al camino, nelle lunghe serate invernali, si è sorbita le storie di fantasmi e di disperazione che uscite dalla bocca del nonno non potevano che essere vere ed il cimitero, non poteva fare a meno di un solido cancello da scavalcare e così vincere le scommesse dell’epoca nel coraggioso atto di rubare le ossa dei defunti. Con l’avvento della televisione, è stata creata la fascia protetta e questa , credo, sia stata una delle più grandi conquiste sociali.

Ho saputo che durante gli anni trascorsi, il mio amico è tornato varie volte al paese senza mai cercarmi e questo mi ha convinto che i ricordi sono univoci e non hanno un valore assoluto, però rimane incomprensibile la diversa valutazione che se ne dà.

La verità sulla sua famiglia, che agli occhi dei miei era inconfessabile, nel tempo ha assunto carattere di normalità, ora si chiama infedeltà e ogni scandalo si riduce ad una semplice separazione consensuale, regolata da una legislazione fredda ma efficace, che non richiede una fuga verso la paludosa Terni.

 

 

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