DI

Brosio Samuele, Fidale Emanuele,
Gaglianò Raffaele, Muzzupappa Nicolò, Verde Carmine

 

 

La Storia:
Incastonata nel cuore meridionale della Calabria, a sud di Cosenza ed a nord di Reggio, la provincia vibonese appare sulle carte come una tozza penisola che cerca l’abbraccio mite del pescoso Tirreno, degradando verso la costa in un trionfo di uliveti e di odorosa macchia mediterranea. Il Golfo di Sant’Eufemia a settentrione e il Golfo di Gioia Tauro a meridione, cingono d’assedio le colline e i rilievi montuosi dell’entroterra, addolcendo il clima e donando a queste terre un’estate lunga quasi otto mesi l'anno, la stagione di Proserpina.

In suo onore, tra il VI e V secolo a.C. gli abitanti di Hipponion eressero, poco distante dall’attuale Portosalvo, un maestoso tempio, decantato nell’antichità come una delle meraviglie del mondo. Trecento colonne di granito numidico e di alabastro, secondo quanto riferiscono alcuni storiografi, ne delimitavano il porticato e sorreggevano il tetto di legno, dando all’intera struttura un’imponenza senza precedenti nella Magna Grecia. Di quella straordinaria costruzione, oggi, resta intatto soltanto il mito che, a differenza del tempio, ha resistito allo scorrere dei secoli, al succedersi delle varie dominazioni ed alle razzie.

Una vera e propria stratificazione storica caratterizza Vibo Valentia e la sua cronologia è affascinante quanto un ipotetico viaggio nel tempo: dagli insediamenti pre-ellenici dei Siculi alla polis greca, dalla dominazione Romana a quella Bizantina. Fino ai Normanni che fecero della città, ribattezzata Monteleone, un centro nevralgico della cultura, dell’arte e del commercio.

La città:
Vibo Valentia conserva intatte, nel proprio centro storico, le geometrie del borgo medievale, costellato di palazzi monumentali in tufo giallo e lastricato con grossi blocchi di pietra lavica. Qui, nel gomitolo di strade che si avvolge intorno al nucleo antico del capoluogo vibonese, l’architettura si fonde con l’arte, riservando inattese emozioni. Come quelle offerte dal campanile della chiesa di San Michele, capolavoro rinascimentale realizzato nel ‘600 su disegni del celebre architetto senese Baldassarre Peruzzi.

Il corso principale taglia letteralmente in due la città, inerpicandosi verso la collina che sovrasta il centro abitato e sulla quale svetta solitario il grande Castello, edificato a metà dell’anno Mille da Ruggiero il Normanno, che non si fece scrupolo di utilizzare per la sua costruzione il materiale sottratto ai templi greci, tra cui proprio quello di Proserpina. Il Castello Normanno, che sorge con tutta probabilità sulle vestigia dell’Acropoli di Hipponion, con le sue grandi torri cilindriche e la grande porta di epoca Angioina, rappresenta senza dubbio il segno distintivo di Vibo Valentia e ospita il Museo Archeologico Statale. Qui, è custodito uno dei reperti più preziosi e suggestivi che ci siano mai giunti dal passato ellenico: la Laminetta aurea, il più antico e completo testo Orfico rinvenuto sia in Italia che in Grecia. Datata III sec. a.C., questa sottile lamina d’oro, scoperta nel 1969 durante gli scavi nella necropoli, porta incise le “istruzioni” affinché l’anima possa giungere con certezza in un luogo beato ultraterreno. E senza dubbio c’è qualcosa di magico, di imponderabile, in quel foglio d’oro tempestato di simboli antichi, qualcosa che richiama alla mente l’essenza stessa della cultura calabrese.

La Costa degli Dei:
Da queste parti “cultura” vuol dire anche e soprattutto esaltazione della natura, delle sue suggestioni infinite, pronte a sorprendere il viaggiatore a ogni passo, dietro ogni insenatura, al di là d’ogni promontorio. Una natura per certi versi ancora incontaminata perché aliena a un turismo di massa ed allo stesso tempo riplasmata dall’opera sapiente di generazioni di agricoltori. Così come avviene in altre splendide zone d’Italia, dove vigneti e frutteti rappresentano spesso una peculiarità irrinunciabile del paesaggio, il Vibonese offre al visitatore scorci di straordinaria intensità emotiva. Gli uliveti ordinati e ombrosi, i campi di grano odorosi di fecondità, gli aranceti e i limoneti prodighi di frutti aromatici tutto l’anno. E poi i vigneti arroccati sui fianchi delle colline, i canneti ondeggianti che mormorano all’unisono scossi dalla brezza marina, il profumo inebriante delle zagare in fiore nelle caldi notti estive. Ogni trasferimento, ogni spostamento da una località all’altra diventa esso stesso, inaspettatamente, la ragione del viaggio.

Così, da Vibo, ombelico culturale di questa terra, scendiamo verso la costa. La suggestione di un altro antico maniero, questa volta Angioino-Aragonese, coglie chi rivolga lo sguardo verso nord, verso Pizzo. D’origine medievale, questa piccola cittadina è entrata a pieno titolo nelle pagine della storia perché il 13 ottobre del 1815 fu testimone della fucilazione dell’ex re di Napoli, cognato di Napoleone Bonaparte, Gioacchino Murat. Posizionato a strapiombo sul mare, il centro storico di Pizzo è un dedalo di viuzze e di stradine che si intersecano tra loro per convergere nella grande piazza che anima le notti estive. Pizzo è, infatti, una delle località balneari più note e prestigiose del Vibonese, che si contende con Tropea e Capo Vaticano, nel Comune di Ricadi, il primato turistico dell’intero territorio.

Rapiti da un incanto che non conosce soluzione di continuità, si segue il profilo della Costa degli Dei, ora frastagliata e ricca di insenature rocciose, ora morbida e sabbiosa. Lungo questo sinuoso ed emozionante percorso che conduce a Sud, si incontra Briatico, antichissimo insediamento che la tradizione vuole fondato dai greci di Locri, costellato di ruderi di epoca medievale, è certamente tra i siti archeologici più interessanti dell’intera provincia. E poi, ancora più giù, verso Zambrone, Parghelia, Ioppolo, Nicotera.

Ed è proprio a meridione che la bellezza del paesaggio tocca il suo acme. Qui, in direzione della provincia Reggina, protetta alle spalle dalle ultime propaggini del verdeggiante altopiano del Poro, appare Tropea, senza dubbio una delle località più note e rappresentative della Calabria. «Questo paese mi rapisce – scrive nell’Ottocento Astolphe de Custine – esso realizza tutto ciò che avevo immaginato a proposito dei luoghi e del cielo del Mezzogiorno». Il mito vuole che sia stata fondata da Ercole, figlio di Giove e di Giunone, approdato su questi lidi di ritorno dalla Spagna. Ma c’è anche chi ne attribuisce l’origine a Scipione l’Africano, diretto a Roma dopo la vittoria su Cartagine. Ma la storia, quella vera, fa nomi Romani, Normanni, Bizantini, Svevi, Angioini, Aragonesi. Poco importa, qui la bellezza della natura non ammette divagazioni storiche che possano distogliere troppo l’attenzione dal suo indiscutibile primato. Un’egemonia ribadita senza sosta dalla bellezza mozzafiato delle spiagge bianchissime, dalle suggestioni tropicali di un mare turchese oltre l’immaginabile, dal colore morbido del tufo usato per la costruzione di monumenti e palazzi che sembrano sospesi sull’acqua, dalla sagoma inconfondibile di Vulcano che si staglia sulla linea dell’orizzonte.

Come Tropea, anche Capo Vaticano, ultimo avamposto del Golfo di Sant’Eufemia, vanta una fama internazionale ampiamente giustificata non soltanto dall’immutato fascino dei luoghi, ma anche dalle moderne strutture ricettive che hanno riformulato l’economia di queste zone, un tempo di matrice squisitamente agro-alimentare, consacrandone definitivamente la vocazione turistica.

L’entroterra montano: le Serre vibonesi
Ma questa provincia non ha soltanto un’anima di mare, fragrante di sole e di salsedine, ha anche un pulsante cuore verde che batte nell’entroterra. Lo stesso cuore che batte a Filadelfia, a due passi dal lago dell’Angitola. Incastonata in un paesaggio lussureggiante, Filadelfia appare come la porta ideale che conduce alla montagna. Strana regione questa, dove l’essenza della natura non è univoca, ma continuamente cangiante, capace di assumere aspetti fantastici ai confini delle più improbabili suggestioni oniriche. All’orizzontalità del Tirreno, sul quale lo sguardo spazia senza ostacoli, si contrappone la verticalità del massiccio delle Serre, con le fitte foreste di conifere, i secolari boschi di faggi, i ruscelli cristallini, le ampie vallate e i lussureggianti altopiani. Qui, dove la radici culturali delle comunità locali affondano nell’austero carattere della montagna, sopravvivono tradizioni e sapori antichi, salvaguardati nei secoli dall’isolamento che la montagna impone a chi decide di condividerne le risorse.

                                              

«Sul retro del monastero c’è una maestosa foresta di abeti bianchi, null’altro che abeti (...). Ero lì, nell’ora dorata che segue il tramonto, e di nuovo nelle luce fioca del mattino madido di rugiada; e mi sembrava che in questo tempio non eretto da mani umane risiedesse una magia più naturale e più sacra, che non negli ambulacri dei chiostri poco lontani». Così, nel 1915, Norman Duglas descrive i luoghi dove sorge la Certosa di Serra San Bruno, monumentale insediamento monastico fondato da Bruno di Colonia alla fine del 1100, grazie alla benevolenza del Conte Ruggero D’Altavilla, che donò al Santo fondatore dell’Ordine certosino queste terre. Vera e propria oasi di pace, natura ed arte, la Certosa attira, soprattutto d’estate, migliaia di visitatori alla ricerca di ristoro per il corpo e l’anima, facendo di Serra e dei centri limitrofi uno dei punti nevralgici del turismo locale.

I luoghi di culto:

Ma accanto ai luoghi di culto più prestigiosi e monumentali, la provincia vibonese custodisce anche veri e propri scrigni di devozione popolare come la leggendaria chiesetta di Piedigrotta, a Pizzo, letteralmente scavata, dall’altare alle statue votive, nel tufo poroso della costa.

Il sentimento religioso, fortemente radicato in tutte le genti del Sud Italia, rappresenta una costante della cultura locale e trova forse la sua massima espressione istituzionale in quella che fu la capitale della Calabria Normanna, Mileto, sede del Vescovado sin da quando Papa Gregorio VII la preferì a Vibo Valentia. Dirigendosi ad occidente, oltrepassando la vallata del Mesima ed attraversando l’altopiano del Poro, che, con i suoi campi coltivati a perdita d’occhio e i suoi boschi ombrosi, è il rilassante crocevia di ogni destinazione vibonese, si giunge qui, a Mileto appunto, ricchissima di edifici di culto, tra cui, spiccano su tutti l’Abbazia benedettina della Trinità e la Cattedrale. Ma sono tanti, troppi da elencare, gli innumerevoli tesori che questo spicchio di Calabria custodisce da millenni. Un patrimonio che rappresenta l’identità stessa della gente vibonese, così orgogliosamente avvinta alle proprie radici culturali ed alla propria memoria, nella consapevolezza che, da queste parti, dietro ogni angolo fa capolino la storia.