Lettera di Irene Zerbini al quotidiano "La Repubblica" del 24 settembre 2009 col titolo

"Ma come mai qui sono tutti bianchi?



Caro direttore,
i miei figli hanno 12 e 9 anni. Vivono a Milano da due mesi. Tutti, bambini e genitori, li vogliono come compagni di classe, di giochi, di compiti. Eppure avevo sentito che i bambini stranieri sono considerati un "problema" nelle scuole italiane. I miei figli parlano un italiano approssimativo. I loro compagni di classe cinesi o arabi non suscitano tanto entusiasmo.
Dimenticavo, i miei figli si esprimono in inglese. Sono cresciuti a Toronto. Di fronte a loro, a noi in generale, come famiglia, ogni barriera si abbatte, gli italiani si mettono in ginocchio pur di scambiare quattro parole.
Hanno la cittadinanza italiana perchè io, la madre, sono italiana naturalizzata canadese. Ma il loro passaporto diventa un dettaglio per gli ammiratori che ignorano e non si curano della loro italianità anagrafica. Parlano in inglese, fra loro e con noi, quindi sono degli dei. Dovrebbe farmi piacere, tutto questo interesse, e sono molto contenta che questo elemento stia di fatto facilitando la loro integrazione. Eppure mi fa anche tristezza constatare il provincialismo di cui è frutto.
Immersa in una società davvero multietnica, dove la diversità è un pregio da esibire, sono abituata ad apprezzare ogni seconda lingua, ogni seconda cultura. Invece constato qui che i miei figli sono accolti meglio di bambini che sono nati in Italia da genitori stranieri, che per i miei parametri sono italianissimi, ma che hanno occhi a mandorla o la pelle scura. Parlando con un bambino italiano è emerso che sua madre è marocchina. "Sei fortunato - gli ho detto - puoi imparare l'arabo. Cerca di non dimenticarlo mai ed esercitati perchè sarà una competenza molto richiesta in un mondo
del lavoro che darà l'inglese per scontato". Il padre, italiano, del ragazzino, mi ha guardato come fossi un'aliena, al punto che ho pensato di aver toccato un tasto doloroso: forse la madre era deceduta o divorziata e lontana. "Non gliel'ha mai detto nessuno - mi ha spiegato riferendosi al figlio che, ha aggiunto - non solo non esibisce mai questa capacità linguistica, ma addirittura la tiene nascosta".
Spingere la gente, o peggio: i bambini, a vergognarsi della propria identità non porterà a nulla di buono. A Toronto è esattamente l'opposto. L'esaltazione della diversità è tale che sono i ragazzi "solo" anglosassoni a sentirsi obbligati, per apparire "cool", a fingere di avere una parentela italiana, portoghese o giamaicana. Il Canada è ben lontano dall'essere il paradiso sulla terra che molti pensano, ma in termini di politiche per l'integrazione dovrebbe essere una scuola obbligatoria per ogni amministratore e politico italiano che abbia a cuore il conseguimento di una società pacificata e più vivibile per tutti.
Mentre mi cimento a spiegare ai miei figli l'analisi grammaticale e l'educazione tecnica, mi chiedo anche quando la scuola italiana entrerà nel terzo millennio. Dov'è l'educazione ambientale, l'esposizione al multiculturalismo, la valorizzazione per esempio delle lingue e delle culture rappresentate in ogni classe? A Toronto non so nemmeno quanti
fossero i figli di immigrati tra i compagni di scuola dei miei figli. Prima di tutto i bambini erano tutti considerati canadesi. Ogni giorno, inoltre, i programmi offrivano loro decine di occasioni per essere fieri della loro lingua polacca, o farsi, portoghese o italiana. Una domanda molto frequente che i bambini canadesi si rivolgono quando si incontrano in un parco non è "come ti chiami?", ma semmai "e tu che lingua parli a casa?". In un clima di questo genere l'essere straniero non puo' essere un problema.
Sono certa che i miei figli acquisiranno una cultura più solida, dal punto di vista umanistico, nella scuola dell'obbligo italiana piuttosto che in una nordamericana. Ma l'esposizione alla diversità e l'insegnamento che hanno ricevuto dalla scuola canadese è ineguagliabile. Al punto che ricordero' sempre una vacanza in Italia di cinque anni fa, quando scoprii che per mio figlio, allora di otto anni, una società omogenea era una menomazione, un'anomalia che ovviamente non poteva essere naturale. "Mamma - mi disse - non vorrei offenderti, ma mi sembra che siano tutti bianchi qui... Cosa
avete fatto agli altri?".