RIFLESSIONE:                                              POLISEMIE VELATE

Nella stratigrafia generazionale delle famiglie di immigrati coesistevano il velo portato per ragioni tradizionali dalle nonne, il velo imposto alle giovani da genitori conservatori, il velo scelto e rivendicato da altre giovani contro i genitori emancipati e occidentalizzati, il velo indossato come schermo di difesa dalle aggressioni di maschi islamici e occidentali. Una polisemia in cui precipitano fattori storici, antropologici e culturali diversi - la tradizione religiosa, l'assimilazione occidentale, la simbolizzazione della differenza sessuale, il conflitto generazionale, il conflitto fra i sessi, l'identità culturale ereditata o reinventata, le pratiche di travestitismo e performance tipiche delle metropoli postmoderne - e di fronte a cui è impossibile schierarsi con un sì o con un no, com'è d'uso negli attuali derby da talk show pro o contro il velo: tocca tollerare, decifrare, e soprattutto ascoltare le ragioni e sragioni delle donne interessate.

Sulla spiaggia di Tunisi dove dieci anni fa imperava il bikini, dal 2000 in poi molte ragazze hanno preso a coprirsi prima coi pants da ciclista, poi con le t-shirt (ma corte sopra l'ombelico), poi col foulard bianco e adesso col velo "nero Hezbollah", e a fare sorveglianza contro il velo non c'è il desiderio di emancipazione femminile ma la polizia della più laica fra le nazioni arabe. Interrogata da Rampoldi sul perché, una intellettuale laica che il velo non lo porta, indica varie e contraddittorie cause: una religiosità peccaminosa predicata nelle periferie metropolitane europee dai missionari islamici fra gli emigrati tunisini che poi tornano in patria delusi dall'occidente, la contestazione da parte delle giovani dei genitori laici, le soap-opere egiziane con le attrici velate, e soprattutto "la stupidità di voi europei, quel vostro modo grossolano di discutere del velo: se lo proibite nel modo più rozzo, metterlo diventa un punto d'onore, non metterlo una viltà".


Ida Dominianni  - Dal quotidiano "Il manifesto"

 

Ho steso un elenco delle diverse ragioni che attualmente spingono le donne marocchine a portare il velo: per convinzione religiosa (la religione sta riempiendo il vuoto culturale del Paese); per moda (ci sono veli elegantissimi e una sorta di erotismo discreto); per precauzione e per mostrare di essere persone serie quando si fa un colloquio di lavoro o ci si presenta a un esame; per essere lasciate in pace dagli uomini che importunano le donne per strada, partendo dal presupposto che siano tutte puttane; per obbedire ai genitori; per affermare un'identità diversa da quella europea; per timore dei pettegolezzi dei vicini, etc. Per velo s'intende qui un foulard che copre i capelli ma non il viso. Le donne velate dalla testa ai piedi con un burqa nero, quelle chiamate "Fantomas", sono davvero rarissime.

Metà delle mie cugine va all'università in jeans e l'altra metà ci va con tuniconi larghi e un velo intorno alla testa. Non è più una questione di tradizione, ma un atteggiamento, un modo di sottolineare la propria identità culturale. Un atteggiamento di rifiuto. E così possiamo vedere che mamme in jeans passeggiano affiancate a figlie velate.

Tahar Ben Jelloun