Intervento della Rete al Convegno del 4 marzo 2005 “Dov'è la mia casa?”

A SCUOLA DIVERSA/MENTE

 

Come cornice iniziale vorrei fugare l'idea, che uno sprovveduto potrebbe percepire, che questo convegno faccia emergere l'idea che gli alunni stranieri sono il problema della scuola, né che gli alunni stranieri siano in quanto tali in situazione di disagio. Anche perché  il disagio, vorrei ricordare, è sempre bivalente: se uno vive una situazione di disagio, vuol dire anche che attorno c'è un contesto che crea disagio, o quanto meno non riesce a limitarlo. E la scuola è anch'essa chiamata a ripensarsi e a ricostruirsi in questo contesto che cambia rapidamente. Quindi possiamo dire che essa stessa vive una situazione di disagio. 

Il cambiamento più evidente della scuola italiana in questi ultimi anni (e la provincia di Treviso appartiene alla fascia alta di questo fenomeno) è la presenza numerosa e colorata di alunni provenienti da ogni angolo del nostro pianeta (120 paesi nella nostra provincia). Se voi chiedete ad un insegnante qual è il tratto caratteristico e di novità  della scuola di questi ultimi anni, vi dirà che è sicuramente la presenza di alunni non italiani.

Tutti sembrano essersene accorti, tranne il ministero che nel testo della riforma mai cita questo fenomeno. Le sensibilità presenti nel CSA di Treviso danno la testimonianza di una attenzione al fenomeno e di uno stimolo continuo alle scuole sui temi dell'accoglienza. Ma i cordoni della borsa e le scelte politiche sono da un'altra parte.

In questi ultimi dieci anni anche nel territorio della Rete la presenza di bambini non italiani è cresciuta esponenzialmente. Non scompongo adesso i numeri del fenomeno perché ci porterebbero lontano dallo scopo dell'incontro di oggi. Dico solo che la presenza di alunni non italiani, nel nostro territorio supera abbondantemente il 10% nelle scuole di base con punte che arrivano al 22%. E il fenomeno adesso si manifesta in modo sostanziale anche negli istituti superiori (oltre il 40% di aumento in quest'anno scolastico). Speriamo anche che ci rimangano: i dati sugli abbandoni e la dispersione non sono confortanti.

La scuola, diventa così, sicuramente, il luogo dove maggiormente si sente la presenza di questi nuovi cittadini, con tutto il loro carico di potenzialità formative. E' infatti un fenomeno che interroga la scuola, chiede maggior impegno, chiede di riscoprire la relazione come fondamento pedagogico e formativo. Ma è anche un fenomeno che presenta alla scuola  problematicità che superano gli ambiti pedagogici e che richiedono risposte sociali “allargate”. Ecco perché siamo in tanti a passarci il microfono oggi in questo convegno.

La scuola diventa per le famiglie straniere il primo momento significativo con un'istituzione della società ospitante. (l'anagrafe del comune o la questura arrivano prima, ma hanno funzioni di servizio o controllo sociale, non hanno la carica emozionale della scuola). L'avvicinarsi della famiglia alla scuola è già segno di un progetto migratorio che si sta modificando, è una dichiarazione di voler condividere uno spazio che ha un intenso valore sociale ed emozionale. Si investono speranze, sogni, desideri. Giustifica la durezza dell'esilio e dà senso al viaggio.

Alcuni di questi alunni, non molti per fortuna, presentano situazioni di evidente disagio.

Il fenomeno esiste e dobbiamo farlo emergere, anche un’indagine di percezione avviata da noi in questi mesi presso gli insegnanti delle nostre scuole, in funzione proprio di questo convegno, va in questa direzione.

Questo disagio si manifesta con comportamenti di disadattamento: aggressività, irrequietezza, demotivazione, ma anche mutismo, isolamento, chiusure.  Anche se sono espressione di uno stesso malessere siamo tentati a dividere queste categorie: i primi fanno più rumore e sono in cima ai nostri pensieri, dei secondi ce ne occupiamo meno.

Come interpretare questi segni di disagio? Cosa è dovuto alla condizione di migrante, a soggetto in bilico tra due mondi così diversamente e così fortemente esigenti? Quanto a problemi personali o familiari? E quanto a problemi di natura organica e di medicina sistemica? O ancora quanto dipende dall’incapacità delle istituzioni di essere accoglienti ed efficaci negli interventi? E infine cosa fare, quando questi segnali si manifestano?

Molto si sta facendo a scuola per intervenire in quegli aspetti che riguardano la didattica e l'apprendimento, ma a scuola entrano in gioco spesso fattori che implicano interventi più allargati. Sappiamo per esperienza che se un bambino ha bisogni primari da soddisfare, ha mondi affettivi lontani o contrastati, vive conflitti di lealtà scuola/famiglia, qualsiasi intervento pedagogico, anche quello più illuminato, anche quello più attento e disponibile, perde di efficacia.

Pensiamo all'esperienza del bambino, che a volte nel breve volgere di un giorno di aereo, autobus o gommone si trova a vivere in una nuova dimensione che sembra appartenere al mondo dei sogni o degli incubi. Pensiamo alla famiglia e le implicazioni connesse: la salute, l'inserimento nel tessuto sociale, il lavoro. Pensiamo al tempo libero che diventa spesso un tempo segnato da solitudine e marginalità.

Siamo tutti consapevoli che questi bambini sono figli di una cultura diversa, di cui la lingua è solo l'aspetto più evidente. Lo sforzo pedagogico richiederebbe la necessità di “comprenderli” nella loro interezza: spesso, invece, il nostro lavoro si limita all'acquisizione della lingua italiana, perché possano capire bene le “nostre” regole, il “nostro” modello, senza alcuna interazione o confronto con il loro mondo. Quello che prevale attualmente è il cosiddetto modello assimilazionista, con buona pace di tante normative che puntano ad un modello interculturale. ”Fai presto ad imparare la lingua e a comportarti e a vivere come noi: dimentica il tuo passato che non ha alcuna valenza significativa, tu sei nato qui e ora”

Questo modello ha portato molti guasti in alcuni paesi: così ci dicono per esempio i colleghi francesi, sia nella prima, ma ancor di più nella seconda generazione. Ed è facilmente comprensibile il motivo: cancellare, o pretendere di cancellare una parte di noi non può portare niente di buono. Prima o poi i conti si pagano. In termini psicologici individuali prima di tutto, ma che poi si riverseranno sul micro e poi sul macrosociale.

“Da grande non voglio fare il cinese”. Questa frase, buttata là da un ragazzino, ci interroga come educatori, come operatori del territorio, ma anche semplicemente come adulti, come cittadini di un mondo che sta cambiando e che tentiamo inutilmente di esorcizzare.

E' una frase che prima ci fa sorridere; a ripensarci ci fa riflettere e dopo un po' ci fa arrabbiare, perché fa emergere una situazione di malessere, di cui probabilmente anche noi siamo responsabili, e probabilmente causa del conflitto di questo bambino con la famiglia, che si trova così a perdere il suo ruolo.

Una bambina da due anni in Italia, ancora non parla. Ha imparato un po' a scrivere, ma non si esprime. E' la fase del silenzio, ci diciamo. Ma per quanto ancora possiamo aspettare? Poi l'insegnante di artistica per occuparla un po' le chiede di disegnare la famiglia. La bambina fa in pochi secondi pochi tratti indistinti e asessuati per indicare il papà e la mamma. Nel disegno lei non appare. All'insegnante perplessa e un po' delusa viene un'idea che si rivela un'intuizione formidabile. “Disegna i parenti che hai lasciato nel tuo paese”. E qui alla bambina non basta l'ora per disegnare la zia che l'ha cresciuta, con una ricchezza di particolari, dal sorriso, ai monili, all'uso attento dei colori, alla bambina che tiene per mano. Non serve molto a capire che questa bimba vive qui, ma il suo cuore è in un'altro mondo, in un altro tempo. Deve elaborare il lutto, mi dice un amico, ma nel frattempo, possiamo aiutarla? Come? E' solo il tempo che lavora per lei o possiamo fare qualcosa?

Un bambino, da sei anni in Italia, frequenta per la terza volta la stessa classe. Non fa i compiti, disturba in classe, è un leader per gli altri compagni. Non parla italiano, dice che non capisce. Probabilmente lui ci marcia: capire vuol dire che deve lavorare. E' un ragazzino per altri versi molto sveglio: al computer sa il fatto suo, è una spanna sopra gli altri. Frequenta ancora (da sempre) i corsi di alfabetizzazione del livello base (perché, in effetti, queste sono le sue competenze testate). Quel livello per capirsi, che fanno i ragazzini appena arrivati in Italia e che poi dopo qualche mese lasciano per passare ai livelli superiori.

Quanto ancora lo terremo in questa classe, quanto ancora nei corsi di livello di competenze zero? Qual è il suo problema? E' forse dislessico? O forse non vuole accettare la nostra scuola e il progetto migratorio dei genitori? Come convincerlo ad aprire quella porta che tiene ermeticamente chiusa davanti a sé? Come possiamo aiutarlo?

Queste ed altre domande di carattere più generale ci troviamo spesso a porci.

Come intervenire, quali strategie mettere in atto, come avvicinare le famiglie e gli psicologi a scuola? Sono domande a cui dovremmo in fretta trovare una risposta.

Per tutto ciò è fondamentale che tra scuola e servizi sociali e sanitari del territorio si crei una sinergia e, nel rispetto delle specifiche competenze, si attivi un lavoro coordinato: l'occasione è troppo importante e preziosa. Se questi bambini e ragazzi saranno domani “solleoni o tempeste” dipenderà anche dalla riuscita di questo nostro lavorare “insieme”.

Nella nostra ULS è già operativo da diversi anni il progetto “Tutti i colori del mondo” che vede insieme comuni, scuole, usl e privato sociale lavorare insieme nell'ambito dell'accoglienza. Non siamo quindi ai primi passi di questo processo di lavoro coordinato, ma certo bisognerà fare di più, proprio sui temi del disagio.

La scuola, e finisco ribadendo il concetto, è in prima linea, è un osservatorio e un laboratorio formidabile. E' il luogo dove si manifestano problematiche che investono il bambino e la sua famiglia, è il luogo dove la fragilità di un bambino dovuta alla sua condizione di migrante, può portare ad una frattura, creando situazioni di disagio psicologico e comportamentale: intervenire presto è quindi necessario. Rendiamolo, e mi rivolgo ai dirigenti dei vari servizi, anche possibile. Facciamo in modo che a partire da questo convegno si inizi un percorso di riflessione e di azione.